lunedì 22 agosto 2022

Curare la bellezza della Messa… per vivere la Bellezza di Dio




22 AGOSTO 2022


di Maria Bigazzi

La santa Messa è il Sacrificio di Gesù, lo stesso sacrificio della Croce che si perpetua sui nostri altari in modo incruento.

La bellezza e la cura della liturgia sono tutte rivolte a Dio che mai riusciremo ad onorare pienamente a causa della nostra miseria, ma al Quale dobbiamo dare sempre tutto il possibile.

La povertà si ferma ai piedi dell’altare diceva san Francesco d’Assisi, per Dio nulla è troppo.

Ma per penetrare maggiormente il grande mistero del Sacrificio di Gesù per la nostra salvezza, evento così grande e difficile da comprendere umanamente se non con gli occhi della Fede, anch’essa dono di Dio, la celebrazione della santa Messa deve essere curata e deve invitare i fedeli all’adorazione e al rispetto.

Nella Messa il baricentro deve essere su Dio, e non sull’uomo.

E questo è quello che purtroppo non avviene in molte celebrazioni, diventate ormai uno spettacolo, dove il profano toglie spazio al sacro.

Per avvicinarsi maggiormente a Dio che è Bontà, Verità e Bellezza, dobbiamo fare tesoro proprio di questi attributi.

La celebrazione Eucaristica deve esaltare la Bellezza e la maestosità di Dio, deve invitare il cuore a partecipare pienamente al Sacrificio di Gesù, a immolarsi con Lui, perché la Messa, oltre ad essere prefigurazione della gioia futura, è sacrificio e sofferenza, e parteciparvi significa rivivere ciò che Gesù visse durante la Sua Passione e morte.

Concentrazione, adorazione, silenzio e rispetto. Questi comportamenti devono caratterizzare la celebrazione Eucaristica.

È proprio per questo motivo che oggi ad essere frequentata maggiormente è la Messa in rito romano antico, in quanto anche i giovani e le nuove generazioni hanno compreso la necessità e l’importanza di questi aspetti che uniscono maggiormente a Gesù e che, per mezzo di una lingua universale propria dell’ universitas christianorum, unisce anche tutti i fratelli in Cristo nel mondo.

L’amore che Dio accende nei cuori che si accostano alla santa Messa con devozione, adorazione e rispetto, è tale da non spegnersi più e da continuare ad ardere per Lui per l’eternità.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri



domenica 21 agosto 2022

Parole profetiche di papa San Pio X





Oggi il calendario "Novus Ordo" celebra la memoria liturgica di San Pio X, il grande Papa che tra l'altro scrisse la Pascendi Domici Gregis contro gli "errori del modernismo"; ma il calendario tradizionale "Vetus Ordo", lo ricorda il 3 settembre...

"Sapienza e fecondità sono presenti nelle sue sedici encicliche, documenti sentiti, partecipati, vissuti e supportati da una Fede adamantina che esige di essere applicata. In esse si coglie la gioia della Buona Novella dell’uomo di Dio che dai tetti annuncia la rivelazione del Salvatore a tutte le genti e trasmette un unico insegnamento, quello di Gesù Cristo, a dispetto di chi vorrebbe silenziarlo, oppure profanarlo, oppure cambiarne il significato a proprio piacimento." (Cristina Siccardi).




21 agosto 2022

Parole profetiche di papa San Pio X




"Ma sono ancora più strane, nello stesso tempo spaventose e rattristanti, l'audacia e la leggerezza di spirito di uomini che si dicono cattolici, che sognano di rifare la società in simili condizioni e di stabilire sulla terra, al di sopra della Chiesa cattolica, "il regno della giustizia e dell'amore", con operai venuti da ogni parte, di tutte le religioni oppure senza religione, con o senza credenze, purché dimentichino quanto li divide, le loro convinzioni religiose e filosofiche, e mettano in comune quanto li unisce, un 'generoso idealismo' e forze morali prese "dove possono".

Quando si pensa a tutto quanto è necessario in forze, in scienza, in virtù soprannaturali per istituire la città cristiana, e alle sofferenze di milioni di martiri, e alle illuminazioni dei Padri e dei Dottori della Chiesa, e alla dedizione di tutti gli eroi della carità, e a una potente gerarchia nata dal Cielo, e ai fiumi di grazia divina, e il tutto edificato, collegato, compenetrato dalla Vita e dallo Spirito di Gesù Cristo, la Sapienza di Dio, il Verbo fatto uomo; quando si pensa, diciamo, a tutto questo, si è spaventati nel vedere nuovi apostoli intestardirsi a fare di meglio mettendo in comune un vago idealismo e virtù civiche. 

Che cosa produrranno? Che cosa sta per uscire da questa collaborazione? Una costruzione puramente verbale e chimerica, in cui si vedranno luccicare alla rinfusa e in una confusione seducente le parole di libertà, di giustizia, di fraternità e di amore, di uguaglianza e di umana esaltazione, il tutto basato su una dignità umana male intesa. Si tratterà di un'agitazione tumultuosa, sterile per il fine proposto e che avvantaggerà gli agitatori delle masse meno utopisti (....).


Temiamo che vi sia ancora di peggio
. Il risultato di questa promiscuità nel lavoro, il beneficiario di quest'azione sociale cosmopolitica, può essere soltanto una democrazia che non sarà né cattolica, né protestante, né ebraica; una religione più universale della Chiesa cattolica, che riunirà tutti gli uomini divenuti finalmente fratelli e compagni, nel "regno di Dio".- "Non si lavora per la Chiesa: si lavora per l'umanità". 

E ora, pervasi dalla più viva tristezza, ci domandiamo, Venerabili Fratelli, che cosa è diventato il cattolicesimo del Sillon [movimento francese - ndr]. Ahimè! Esso...è stato captato, nel suo corso, dai moderni nemici della Chiesa e d'ora innanzi forma solo un misero affluente del grande movimento di apostasia, organizzato, in tutti i paesi, per l'instaurazione di una Chiesa universale che non avrà né dogmi, né gerarchia, né regole per lo spirito, né freno per le passioni, e che, con il pretesto della libertà e della dignità umana, ristabilirebbe nel mondo, qualora potesse trionfare, il regno legale dell'astuzia e della forza, e l'oppressione dei deboli, di quelli che soffrono e che lavorano".


(Lettera Apostolica di San Pio X agli Arcivescovi e ai Vescovi francesi, Notre charge apostolique, Roma, 25 agosto 1910)










Maria Corredentrice per via di «degnazione»





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by Aldo Maria Valli


di Silvio Brachetta

Mi sono già occupato di Maria Corredentrice nel breve studio pubblicato su Duc in altum [qui]. Vorrei ora continuare con qualche considerazione successiva.

Potrebbe suonare strano il poderoso apparato di titoli che il popolo cristiano ha, nei secoli, attribuito alla Beata Vergine Maria: Madre di Dio, Immacolata Concezione, Sede della Sapienza, Tempio dello Spirito Santo, Assunta e molti altri. Fosse stato per una certa teologia contemporanea, sarebbe stato del tutto sufficiente il titolo di Santa Maria, madre di Gesù. Il resto è nulla più che zavorra medievale.



Stesso destino si avvia ad avere il titolo di «Corredentrice»: un orpello inutile, avesse anche un senso. La preoccupazione non è di farsi una qualche idea della corredenzione, ma di evitare l’incremento numerico dell’elenco di titoli mariani, già troppo lungo. Quelli che ci sono ingombrano la mente del cattolico moderno, più vicina al vuoto dello zen e alle semplificazioni buddhiste. Perché mai perdere tempo coi concetti di «de congruo» e «de condigno»? Perché mai insistere con la divinizzazione di Maria, che il semplicismo teologico attuale vede come unica ragione del titolo mariano che le si vorrebbe applicare?



Ecco: divinizzazione. Un concetto intollerabile per il semplicista. La sola idea di uscire dall’orizzonte terra-terra fa delirare. Si assiste al fenomeno incredibile del mantenimento in essere delle istituzioni: il semplicista facilone (al comando della Chiesa) odia le summe e l’enorme speculazione teologica attorno alla Rivelazione, che considera inutili e ingombranti, eppure mantiene in essere le cattedre di teologia, i seminari e gli istituti di scienze religiose, come se nulla fosse. Non rinuncia alla barra del timone, al desiderio di sentirsi chiamare teologo. Egli è convinto che la sua faciloneria sia la nuova via teologica. Non può contestare un sant’Agostino: può, però, ignorarlo o alleggerirne i contenuti, che ritiene vasti come il mare. A lui basta uno stagno.



Ma la divinizzazione dell’uomo è al centro della volontà di Dio e al centro della teologia. È da subito avversata da Satana, che confonde la verità. Dice Satana: «Sarete come Dio» – «Eritis sicut Deus» (Gen 3, 5) – mescolando verità e menzogna. Lo corregge Dio: «Voi siete dèi» – «Dii estis» (Sal 82, 6). Non «sarete», al futuro. Non «come», cioè della stessa sostanza. Ma «siete» adesso, se lo volete, conformi alla mia santa realtà. Non «eritis» (futuro), ma «estis» (presente).



Per questo motivo, ogni accenno alla Beata Vergine Maria non può che essere sbilanciato verso la divinità. E non perché a Maria competa la sostanza divina e l’adorazione, ma perché Gesù Cristo, uomo e Dio, ha assunto la natura umana e l’ha unita per sempre a quella divina.

Come dunque non confondersi? Come interpretare al meglio il mistero della venerazione e dell’adorazione? Con un sistema semplicissimo, ma non semplicista: ricorrendo a sant’Agostino d’Ippona, ad esempio. È connaturale, per l’uomo, la familiarità con il divino. È la sua peculiare vocazione. «Ognuno – dice Agostino – è tale e quale il suo amore. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che dirò? Sarai Dio? Non oso dirlo, ma ascoltiamo la Scrittura che dice: “Io ho detto: Siete dèi e figli dell’Altissimo”» (In Io. Ep. tr. 2, 14).



Agostino non osa dire che l’uomo è Dio e, allora, spiega meglio. Se l’uomo segue Satana, pretende la divinità, liquidando Dio. Cosa, infatti, Satana «disse agli uomini? Mangiate e vi si apriranno gli occhi e sarete come dèi. […] Questa presunzione è rapina, è usurpazione e non degnazione» insegna Agostino (Discorso nel martedì di Pasqua, n. 229/g). Ma c’è una via alla divinità che non è rapina: è, appunto, «degnazione». In cosa consiste? «Se non usurperemo, saremo per grazia quel che non potremo essere per superbia. Appartiene infatti all’ordine della grazia quel che è scritto: “Io ho detto: Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo”».

Che significa essere come dèi? In che senso «gli uomini saranno dèi? Come dèi»? Nel senso di «uguali agli angeli di Dio. Questa è la promessa, di più non cerchiamo. Non saremo infatti uguali a Dio, ma, resi uguali agli angeli, come qui in terra crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, così anche li vedremo». Non è quindi possibile alla creatura l’uguaglianza con Dio secondo natura, ma certamente l’uomo è stato creato per la «dignità» divina (la «degnazione» di Agostino), concessa per grazia, a seguito del pentimento e della conversione.



Maria, per via della sua volontà rivolta completamente al bene, è sommamente degna (per grazia) della divinità e tutta la storia della mariologia ha rimarcato questo fatto. E non solo la mariologia, ma pure la devozione della Chiesa. È sorprendente come un tale sbilanciamento mariano verso la divinità non abbia minimamente scalfito l’unicità della divinità sostanziale di Dio, eppure le cose stanno così. La venerazione di Maria ha sempre avuto l’esito di aumentare la fede dei credenti e, di conseguenza, l’adorazione nei confronti dell’unico Dio, della Santissima Trinità.

Non si è posto mai il problema sollevato dai protestanti, ovvero quello di confondere l’«usurpazione» satanica della divinità con la «degnazione» mariana. L’errore è di prospettiva e nel dimenticare che noi tutti siamo esortati alla medesima «degnazione». L’uomo, maschio e femmina, ha come vocazione l’adesione volontaria e libera alla grazia, che prevede l’eredità della figliolanza e della dignità divina.

È inclusa, in tale dignità, anche la redenzione, la cui fonte unica è in Gesù Cristo, in Dio, nella Ss. Trinità. Se Maria è Madre di Dio (e lo è) è anche Madre della Redenzione. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Dottore della Chiesa, sostiene che Dio ebbe «compassione» verso noi uomini e non ci fece vedere le croci che ci attendevano, «acciocché se le abbiamo a patire, almeno le patiamo una sola volta» (Le glorie di Maria, n. 526). Non così per Maria, verso la quale «non usò questa compassione»: per il fatto che «Dio la volle regina de’ dolori e tutta simile al Figlio», Ella «ebbe a vedersi sempre avanti agli occhi e a patire continuamente tutte le pene che l’aspettavano; e queste furono le pene della Passione e morte del suo amato Gesù».



Su questa volontà di Dio – della somiglianza totale al Cristo di Maria – è fondata la dottrina della corredenzione, definita con questo termine (felice o infelice che sia) solo in epoca moderna, ma presente nella Chiesa dal principio. Non vanno, in ogni caso, né banalizzate, né sottovalutate le croci dell’uomo comune, che sono pur sempre una partecipazione alla passione e morte di Nostro Signore. L’uomo, infatti, non si salva senza merito personale e senza portare la sua croce, nonostante i meriti infiniti del Crocifisso.

Sant’Alfonso è ancora più chiaro e fa parlare san Giovanni Crisostomo, altro gran Dottore: «Chi dunque si fosse allora trovato sul Calvario avrebbe veduto due altari, dove si consumavano due gran sacrifizi: uno nel corpo di Gesù e l’altro nel cuore di Maria» (ibid., n. 559). Chiarissimo: due altari, due sacrifici, per una medesima redenzione.

E di nuovo sant’Alfonso dà spazio all’ennesimo Dottore: san Bonaventura da Bagnoregio, il quale vede «un solo altare» e, cioè, «la sola croce del Figlio, nella quale insieme colla vittima di questo Agnello divino vi è sacrificata ancora la Madre» (ivi).

Tutti i santi citati da sant’Alfonso sono concordi. «Dirò che voi [o Maria] state nella stessa croce a sacrificarvi crocifissa insieme col vostro Figlio» (sempre san Bonaventura). «Quel che facevano i chiodi nel corpo di Gesù, operava l’amore nel cuore di Maria» (san Bernardo). «Nello stesso tempo che ‘l Figlio sagrificava il corpo, la Madre sagrificava l’anima» (san Bernardino). Tutto questo è più di una semplice cooperazione.



Quanto dolore – scrive sant’Alfonso – fu «il vedere questo Figlio agonizzare sopra la croce, e sotto la croce veder agonizzar la Madre, la quale soffriva tutte le pene che pativa il Figlio»! Se, allora, la divinità c’entra qualcosa con l’amore (come infatti c’entra), non può non esservi una figliolanza divina della creatura che ama e soffre assieme a Dio. Eppure Dio resta Dio e la creatura resta creatura.

Anche tutti gli altri titoli mariani non devono trarre in equivoco. Quando diciamo che Maria è Mediatrice di tutte le grazie, non si vuole sostenere che è una divinità accanto a Gesù Cristo, unico Mediatore della grazia. Si sostiene invece che Maria, cooperando all’unica Mediazione del Figlio, compie la volontà di Dio (“Io ho detto: Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo”) per via di «degnazione».

Allo stesso modo, nessun uomo può pretendere una consustanzialità con Dio Santo per il fatto che Egli ci vuole santi. Dio è Santo, eppure ci vuole santi come lui. Su questo i semplicisti moderni non hanno nulla da dire?







sabato 20 agosto 2022

Risultato delle polemiche sul Rosario? Aumentano le vendite





NEWS 19 Agosto 2022  di Giulia Tanel 

Sono di certo giorni di grattacapo quelli che stanno passando il giornalista Daniel Panneton e la Redazione della rivista statunitense The Atlantic, alla luce del “can can” mediatico che si è generato in seguito alla pubblicazione, domenica 14 agosto, dell’articolo che ora si trova online con il titolo revisionato How Extremist Gun Culture Is Trying to Co-opt the Rosary (Come la cultura estremista delle armi sta cercando di cooptare il Rosario), considerato più soft del precedente How the Rosary Became an Extremist Symbol (Come il Rosario è diventato un simbolo estremista).

La tesi di fondo dell’articolo è presto detta: una certa ala del mondo cattolico, quelli che l’Autore i «cattolici radical-tradizionali (o “rad trad”)», ha conferito al Rosario un «significato militaristico», a suo avviso travisando «un’idea spirituale secondo cui il Rosario può essere un’arma nella lotta contro il male» e trasformandolo «in qualcosa di pericolosamente letterale». Di qui, il collegamento con l’estremismo di destra di questi rappresentanti del «nazionalismo cristiano» viene fin troppo facile, così come l’inciso polemico contro la sentenza della Corte suprema sulla Roe v. Wade in materia d’aborto, «causa comune» che a detta di Panneton cementa questo mondo estremista.

Inutile dire che tutto questo – evidentemente, dal momento che se ne occupa – genera molta preoccupazione nel mondo liberal, che ama lasciarsi avvolgere dal melenso precetto del «volemose bene» e rifugge qualsiasi posizione che vada a ledere il relativismo imperante. Ma tant’è, come spesso accade, «il diavolo fa le pentole ma non i coperchi» e, è proprio il caso di dirlo, la fantasia di Dio non conosce confini.

Ecco quindi che quello che doveva essere un articolo volto a sputare una sentenza di condanna (radicali?) contro il mondo dei «cattolici radical-tradizionali» (che, per inciso, non è esente da punte critiche, ma questo come tutte le compagini umane), si è trasformato in un volano che ha fatto fiorire… proprio le vendite dei rosari e il numero di followers di coloro – singoli, gruppi, congregazioni – che non fanno mistero dell’importanza della recita del Santo Rosario!

A darne conto, un articolo apparso sul National Catholic Register: «I negozi online che vendono rosari», si legge, «hanno riportato un aumento delle vendite a seguito di un controverso articolo pubblicato domenica sulla rivista The Atlantic che ha tentato di collegare il Rosario all’estremismo di destra negli Stati Uniti».

Qualche nome di portale che ha dato conto di un aumento di vendite di rosari? Rugged Rosaries, che commercia «rosari durevoli, ispirati ai rosari usati nell’esercito durante la Prima guerra mondiale»; Catholic Woodworker, che si pone come obiettivo quello di «equipaggiare le famiglie per la battaglia nel mondo moderno»; The World Apostolate of Fatima USA: «Non preghiamo contro le persone; preghiamo per le persone», ha chiarito David Carollo, direttore esecutivo dell’apostolato; e anche EWTN.

Accanto a questi, hanno visto aumentare il proprio seguito il sito web CaatholicGuardians.com, o padre Donald Calloway. E questa è, probabilmente, solo la prima parte dell’onda d’urto che probabilmente continuerà a portare (buoni) frutti. Tra il serio e il faceto, lanciamo quindi a Panneton e a The Atlantic un suggerimento: perché non pubblicare un articolo a commento della frase del libro di Giobbe: «Militia est vita hominis super terram, et sicut dies mercenarii dies eius» (Gb7,1)? O, ancora meglio, alle parole di Gesù: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Mt 10,34)?

Sia mai che, oltre che a far crescere la vendita di rosari, che speriamo vengano anche sgranati quotidianamente (magari in famiglia!), qualche persona non decida di fare la scelta, questa sì radicale, di arruolarsi nella schiera dei discepoli di Cristo. Che, per la cronaca, come premio per la propria buona condotta in battaglia non hanno l’effimera gloria terrena, bensì la vita eterna. Mica poco.






Bambini indiani nelle scuole canadesi. Nessun genocidio. Parola di storico




20 AGO 22


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by Aldo Maria Valli

A colloquio con il professor Luca Codignola, massimo esperto di storia religiosa del Canada: “Se purtroppo sono stati provati comportamenti illeciti soprattutto di natura sessuale di religiosi cattolici e protestanti (a questi ultimi venne affidato il 40 per cento delle scuole residenziali), non vi è alcuna prova che abbiano avuto luogo uccisioni volontarie di bambini e adolescenti indigeni da parte di religiosi”. Insomma, “che i bambini indigeni siano stati uccisi nelle scuole residenziali cattoliche è assolutamente falso”.

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di Rita Bettaglio

Canada, scuole residenziali per bambini indiani, Chiesa cattolica: ecco gli irresistibili ingredienti per una ricetta in salsa scandalistica. Piatto ricco, ça va sans dire…

Persino il Papa, massima autorità della Chiesa, vicario di Cristo in terra e successore dell’apostolo Pietro, è entrato in questa vicenda (per il vero di dubbia interpretazione) con un viaggio apostolico e pubbliche scuse.



Tutto parte, nel maggio 2021, da un’antropologa, la giovane Sarah Beaulieu, che esamina con un georadar il terreno circostante la ex-scuola residenziale di Kamloops, nella provincia della British Columbia, in Canada, e ipotizza l’esistenza di fosse comuni in cui giacerebbero centinaia di corpi. Subito la notizia acquista risalto su tutti i media e si parla di centinaia di bambini indiani uccisi nelle scuole cattoliche.

Uso il condizionale perché, nonostante l’istituzione, già nel 2008 di una Commission de vérité et réconciliation (CVR), per le scuole residenziali indigene nessuno scavo fu compiuto nei terreni incriminati, né furono consultati gli archivi degli Oblati di Maria Immacolata, ordine religioso cattolico cui il governo canadese affidò molte di queste Indian residential Schools a fine Ottocento.



Ne parliamo con il professor Luca Codignola, già docente universitario in Italia e ora in Canada e negli Stati Uniti, il maggior esperto della storia religiosa del Canada.

Il professore ci spiega anzitutto che “se purtroppo sono stati provati comportamenti illeciti soprattutto di natura sessuale di religiosi cattolici e protestanti (a questi ultimi venne affidato il 40 per cento delle scuole residenziali), non vi è alcuna prova che abbiano avuto luogo uccisioni volontarie di bambini e adolescenti indigeni da parte di religiosi”. Insomma, “che i bambini indigeni siano stati uccisi nelle scuole residenziali cattoliche è assolutamente falso”, afferma Codignola, e ci invita, come ogni buon storico, a contestualizzare e ad attenerci ai fatti noti.



Egli ci rimanda ai numerosi suoi interventi sull’argomento, apparsi già dallo scorso anno sui media, come l’articolo pubblicato da Panorama il 6 luglio 2021, e al suo volume Storia del Canada, scritto insieme a Luigi Bruti Liberati, pubblicato nel 1999 e ristampato nel 2018.

“Le cose vanno viste nel loro contesto”, prosegue. “Bisogna tenere presente che il territorio canadese è immenso e immense erano le distanze, specie coi mezzi di trasporto dell’Ottocento. Il governo canadese riteneva necessario utilizzare i collegi come centri di raccolta per centralizzare i servizi sia di ordine spirituale (battesimi, catechismo, prime comunioni, cresime, estreme unzioni), sia di ordine materiale (nutrimento regolare, medicine, istruzione)”.



Ricordiamo che allora il Canada era una provincia dell’impero britannico, una colonia, e che tuttora fa parte del Commonwealth e riconosce la regina Elisabetta II come sovrana. Se fino ad allora le famiglie indigene erano state invitate a mandare i loro figli nelle scuole residenziali, e molte di loro accettavano tale invito di buon grado, nella speranza di un miglioramento della loro condizione sociale ed economica, “a partire dal 1876 e fino a metà del Novecento (ma Marieval nella provincia del Saskatchewan venne chiusa soltanto nel 1997) il governo federale rese obbligatorio per le famiglie indigene l’invio dei propri figli nelle cosiddette scuole residenziali, finanziate dal ministero federale per gli Affari indiani e gestite dalle chiese cristiane”.

Il professore ritiene che tutto questo sia stato soprattutto “un esperimento di ingegneria sociale andato male”. Infatti fin dal 1839 la legge per la protezione degli Indiani del Canada Superiore (Act for the Protection of the Indians in Upper Canada) imponeva l’affrancamento di ogni indiano maschio di età superiore ai ventuno anni, che parlasse inglese o francese e fosse ritenuto “di abitudini sobrie e industriose, libero da debiti e sufficientemente intelligente da essere capace di gestire i propri affari” (sic).



Abbiamo sentito parlare di «genocidio». Come giudica quest’affermazione?

“L’uso di questo termine è assolutamente fuorviante. Non vi fu alcun tentativo di uccisione volontaria e di massa delle popolazioni indigene giustificato della loro appartenenza a una razza o a una etnia. Anzi, il tentativo del governo canadese fu quello di inserire le popolazioni indigene all’interno della società bianca (anglofona e francofona) fornendo loro una istruzione religiosa e l’avviamento a un lavoro. L’esperimento, come già detto, non portò purtroppo ai risultati previsti dai legislatori”.

A fronte di tutto questo, perché tanto clamore e soprattutto accuse così sproporzionate e non suffragate da fatti e documenti?

“Le motivazioni sono in buona parte politiche ed economiche. Gli indigeni e i loro discendenti potrebbero richiedere e già hanno richiesto enormi risarcimenti, e comunque intendono sfruttare questo clamore per rafforzare la loro identità etnica”, conclude il professore.

Non aggiunge altro, ma a me sorge una domanda.

Se ad attuare questo esperimento d’ingegneria sociale fu il governo canadese, non dovrebbe essere il governo stesso a pagare per i propri errori?

Ma forse è più facile scaricare tutto sulla Chiesa cattolica, magari anche l’onere dei risarcimenti.

Nihil novi sub soli.







venerdì 19 agosto 2022

Restrizioni all'aborto, la Cina ha paura della denatalità




Varate dal governo cinese le nuove linee guida che restringono la possibilità di abortire allo scopo di favorire un maggior numero di nascite. La Cina infatti si ritrova a fare i conti con i disastri sociali ed economici della politica di controllo delle nascite. Una lezione anche per l'Occidente, dove l'aborto è un tabù.


IL CASO
Eugenio Capozzi, 19-08-2022

In Cina l'Autorità nazionale per la sanità ha emanato nuove linee guida sull'aborto, in cui si raccomanda alle strutture ospedaliere di ridurre in ogni modo gli aborti che non siano «necessari dal punto di vista medico». Questa interpretazione molto più restrittiva della liceità dell'interruzione di gravidanza viene esplicitamente motivata dall'ente di Stato di Pechino con la preoccupazione per l'invecchiamento sempre più rapido della popolazione e la crescente difficoltà di gestire il sistema previdenziale.

La decisione presa dal regime cinese rappresenta una svolta storica nella politica demografica del gigante asiatico, e assume una enorme importanza anche in prospettiva mondiale, in quanto essa per molti versi chiude una lunga epoca di assoluto predominio di un'ideologia antinatalista e filo-abortista affermatasi a partire dall'Europa dai primi decenni del Novecento in poi, che a sua volta affondava le radici nelle teorie tardo-settecentesche di Malthus sul controllo della popolazione.

L'aborto venne legalizzato per la prima volta con il sorgere della prima dittatura totalitaria, nell'Unione sovietica nel 1920, e successivamente nella Germania hitleriana e in alcuni stati scandinavi. Le motivazioni erano, nel primo caso, l'ideale di una totale uguaglianza tra uomini e donne, in vista della quale la maternità veniva considerata come un potenziale ostacolo; nel secondo la deriva eugenetica volta al "miglioramento" della razza attraverso la soppressione di individui e progenie "difettosi". Dagli anni Sessanta in avanti, poi, in Occidente la liberalizzazione dei costumi sessuali e il femminismo avrebbero dato una nuova, potente spinta alla legittimazione dell'aborto, rivendicata sempre più, insieme alla contraccezione, come componente essenziale di una libertà individuale totale, scissa dalle responsabilità e dalle gerarchie familiari.

Nel frattempo, nei grandi paesi dell'allora "terzo mondo" (Cina, India, Africa decolonizzata), popolati da grandi masse ancora alle prese con i problemi della sussistenza, le classi dirigenti locali, all'unisono con gran parte di quelle occidentali, individuavano il controllo delle nascite come strumento necessario a frenare la crescita della popolazione, consentendo così il successo di ambiziosi programmi di modernizzazione e sviluppo economico. Obiettivo che venne talvolta perseguito (come nell'India di Indira Gandhi) anche attraverso campagne di sterilizzazione imposte alle classi più povere. E che venne fatto proprio sostanzialmente, nel tempo, anche dall'Onu e dalle altre organizzazioni internazionali a essa collegate, le quali – anche sotto l'influsso del nascente ambientalismo e del rinnovato malthusianesimo portato avanti da circoli come il Club di Roma – cominciarono a cercare di imporre in ogni modo nei paesi del terzo mondo politiche di cosiddetta "salute riproduttiva", cioè di diffusione e propaganda capillare di contraccettivi e aborti.

In Cina dopo l'avvento del maoismo l'interruzione di gravidanza venne legalizzata con molti limiti. Ma una svolta molto più permissiva in tal senso venne adottata proprio dopo la fase del collettivismo, nell'epoca in cui le riforme varate da Deng Xiaoping costruivano quell'ordinamento ibrido tra dittatura comunista ed economia di mercato destinato a trasformare la Cina nella potenza economica dominante nel mondo insieme agli Stati Uniti. Fu infatti nel 1980 che il regime di Pechino varò la "politica del figlio unico", che imponeva a tutte le coppie del paese di non generare più di un bambino. Un sistema al limite dell'infanticidio di Stato, che prevedeva, in caso di gravidanze non "legali", oltre a pesanti sanzioni e a possibile perdita del lavoro, aborti obbligati, praticati con la forza in caso di rifiuto, anche in prossimità del parto, e sequestro dei neonati “frutto della colpa” per darli in adozione.
E che ha generato un ulteriore effetto perverso: il dilagare degli aborti selettivi, favoriti dalla diffusione della diagnostica prenatale e dal conseguente frequente “scarto” delle femmine a favore dei maschi, ritenuti un “investimento” migliore per il futuro dei genitori.

La politica del figlio unico è rimasta in vigore fino al 2013, quando le autorità del paese hanno dovuto ammettere che il freno alla generazione, lungi dal consentire una maggiore prosperità collettiva e la disponibilità di maggiori risorse, causava invece un rallentamento della crescita, e maggiori problemi sociali. A partire dalla grande crisi mondiale del 2008 l'economia cinese ha progressivamente esaurito la spinta impetuosa del Pil che l'aveva caratterizzata nei decenni precedenti, il mercato interno ha dato segni di stanchezza, la "bolla" immobiliare si è ampiamente sgonfiata, ed è cominciato ad emergere in tutta la sua serietà il problema di una popolazione anziana sempre più numerosa, più sola e più priva di assistenza, proprio per l'assenza dei figli. Da qui l'allentamento della stretta con la “concessione” del secondo figlio a coppia, e successivamente del terzo.

Le nuove linee guida più severe sull'aborto – già anticipate l'anno scorso da un documento del Consiglio di Stato – sono il coronamento di questo percorso. La Cina guarda in faccia la realtà, e si accorge che i miti del secolo scorso in tema di popolazione hanno fatto soltanto del male, trasformandosi col tempo in una vera e propria nemesi, portatori di stagnazione e impoverimento. Significativamente, nel 2020 la popolazione dell'Impero di mezzo è stata raggiunta da quella dell'India, che si avvia a sostituirla come paese più popoloso del mondo, e al contempo le stime della Banca Mondiale vedono per i prossimi anni l'economia di Nuova Delhi proiettata verso una crescita decisamente superiore a quella di Pechino.

La vicenda delle politiche cinesi sul controllo delle nascite e sull'aborto, dunque, ha un valore paradigmatico non solo per quel paese, ma per tutti i paesi industrializzati. A partire da quelli occidentali, dove l'aborto è oggi ancora quasi ovunque un tabù intoccabile dell'ideologia progressista relativista, che lo rivendica come “diritto” benché esso sia assente da ogni costituzione e con i princìpi di esse confligga inesorabilmente. Presto o tardi anche quei paesi – in cui la curva demografica e il tasso di fertilità flettono sempre più drammaticamente – saranno costretti a prendere atto del fatto che la crescita, il benessere, la produzione di ricchezza sono a lungo andare inscindibili dalla crescita delle popolazioni, e dal mantenimento in esse di un equilibrio tra giovani e anziani.




giovedì 18 agosto 2022

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la “Messa strapazzata”



18 AGO 22

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by Aldo Maria Valli

“Date la sua sensibilità e le sue giuste preoccupazioni sul destino della Santa Messa – mi scrive il lettore – sono sicuro che le parole del grande dottore della Chiesa la toccheranno in modo speciale”. Mi scrive così un affezionato lettore inviandomi queste pagine di sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Sì, caro amico, mi hanno toccato in modo speciale. Leggiamo dunque, per comprendere che cos’è davvero la Santa Messa e come andrebbe sempre celebrata.


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Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

La Messa e l’Officio strapazzati

Parte I – La Messa strapazzata

Non mai alcun sacerdote dirà la messa colla divozione dovuta, se non ha la stima che merita un tanto sacrificio. È certo che non può un uomo fare un’azione più sublime e più santa, che celebrare una messa: Nullum aliud opus, dice il concilio di Trento, adeo sanctum a Christi fidelibus tractari posse, quam hoc tremendum mysterium [1]. Dio stesso non può fare che vi sia nel mondo un’azione più grande, che del celebrarsi una messa.

Tutti i sacrificj antichi, con cui fu tanto onorato Iddio, non furono che un’ombra e figura del nostro sacrificio dell’altare. Tutti gli onori che han dati giammai e daranno a Dio gli angeli co’ loro ossequj, e gli uomini colle loro opere, penitenze e martirj, non han potuto né potranno giungere a dar tanta gloria al Signore, quanta glie ne dà una sola messa; mentre tutti gli onori delle creature sono onori finiti; ma l’onore che riceve Iddio nel sacrificio dell’altare, venendogli ivi offerta una vittima d’infinito valore, è un onore infinito. La messa dunque è un’azione che reca a Dio il maggior onore che può darsegli: è l’opera che più abbatte le forze dell’inferno; che apporta maggior suffragio all’anime del purgatorio; che maggiormente placa l’ira divina contro i peccatori, e che apporta maggior bene agli uomini in questa terra.



Se sta promesso che quanto chiederemo a Dio in nome di Gesù, tutto otterremo: Si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis [2]: quanto più dobbiamo ciò sperare, offerendogli Gesù medesimo? Questo nostro amoroso Redentore continuamente in cielo sta intercedendo per noi: Qui etiam interpellat pro nobis [3]. Ma ciò specialmente lo fa in tempo della messa, nella quale egli, anche a questo fine di ottenerci le grazie, presenta se stesso al Padre per mano del sacerdote. Se noi sapessimo che tutti i Santi colla divina Madre pregassero per noi, qual confidenza non concepiremmo per li nostri vantaggi? ma è certo che una sola preghiera di Gesù Cristo può infinitamente più che tutte le preghiere de’ santi. Poveri noi peccatori, se non vi fosse questo sacrificio che placa il Signore! Huius quippe oblatione placatus Dominus, gratiam et donum poenitentiae concedens, crimina et peccata etiam ingentia dimittit, dice il Tridentino. In somma, siccome la passione di Gesù Cristo bastò a salvare tutto il mondo, così basta a salvarlo una sola messa; che però il sacerdote nell’oblazione del calice dice: Offerimus tibi, Domine, calicem salutaris…pro nostra et totius mundi salute.

La messa è il più buono e più bello della chiesa, secondo predisse il profeta: Quid enim bonum eius est, et quid pulchrum eius, nisi frumentum electorum et vinum germinans virgines [1]? Poiché nella messa il Verbo incarnato si sacrifica all’eterno Padre e si dona a noi nel sagramento dell’eucaristia, il quale è il fine e lo scopo di quasi tutti gli altri sacramenti, come insegna l’angelico: Fere omnia sacramenta in eucharistia consummantur. Onde dice san Bonaventura, che la messa è l’opera in cui Iddio ci mette avanti gli occhi tutto l’amore che ci ha portato, ed è un certo compendio di tutti i beneficj che ci ha fatti: Est memoriale totius dilectionis suae, et quasi compendium quoddam omnium beneficiorum suorum [2]. E perciò il demonio ha procurato sempre di toglier dal mondo la messa per mezzo degli eretici, costituendoli precursori dell’Anticristo, il quale, prima d’ogni altra cosa, procurerà d’abolire, ed in fatti gli riuscirà d’abolire, in pena de’ peccati degli uomini, il santo sacrificio dell’altare, giusta quel che predisse Daniele: Robur autem datum est ei contra iuge sacrificium propter peccata [3].



Dice lo stesso san Bonaventura che Dio in ogni messa non fa minor beneficio al mondo di quello che fece allora che s’incarnò: Non minus videtur facere Deus in hoc quod quotidie dignatur descendere super altare, quam cum naturam humani generis assumpsit [4]. Sicché, come dicono i dottori, se mai non vi fosse stato ancora nel mondo Gesù Cristo, il sacerdote ve lo porrebbe con proferire la forma della consagrazione; secondo la celebre sentenza di sant’Agostino, che scrisse: O veneranda sacerdotum dignitas, in quorum manibus velut in utero Virginis Filius Dei incarnatur [5]!



Inoltre, non essendo altro il sacrificio dell’altare, che l’applicazione e la rinnovazione del sacrificio della croce, insegna l’angelico, che una messa apporta agli uomini tutti gli stessi beni e salute che apportò il sacrificio della croce: In qualibet missa invenitur omnis fructus, quem Christus operatus est in cruce. Quiquid est effectus dominicae passionis, est effectus huius sacrificii [6]. Lo stesso scrisse il Grisostomo: Tantum valet celebratio missae, quantum valet mors Christi in cruce [7]. E di ciò maggiormente ce ne assicura la s. chiesa, dicendo: Quoties huius hostiae commemoratio recolitur, toties opus nostrae redemptionis exercetur [8]. Giacché il medesimo Salvatore che si offerì per noi sulla croce si sagrifica sull’altare per mezzo de’ sacerdoti, come ci dichiara il Tridentino: Una enim eademque est hostia, idem nunc offerens sacerdotis ministerio, qui se ipsum in cruce obtulit, sola ratione offerendi diversa [9]. Ond’è che per lo sagrificio dell’altare s’applica a noi il sagrificio della croce. La passione di Gesù Cristo ci fe’ capaci della redenzione; la messa ce ne mette in possesso e fa che godiamo ne’ suoi meriti.



Posto dunque che la messa è l’opera più santa e divina che possa da noi trattarsi, bene apparisce, dice il concilio di Trento, che dee impiegarsi ogni diligenza, acciocché un tal sagrificio si celebri colla maggior purità interna e divozione esterna che sia possibile: Satis etiam apparet omnem operam in eo ponendam esse, ut quanta maxima fieri potest interiori cordis munditia, atque exteriori devotione ac pietatis specie peragatur [1]. E dice che la maledizione fulminata da Geremia contro coloro che negligentemente esercitano le funzioni ordinate al culto divino (Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter [2], precisamente s’appartiene, a’ sacerdoti che con irriverenza celebrano la messa, la quale, fra tutte le azioni che può fare l’uomo per onorare il suo Creatore, è la più grande ed eccelsa, soggiungendo che una tale irriverenza difficilmente può essere scompagnata dall’empietà: Quae ab impietate vix seiuncta esse potest, sono appunto le parole del concilio.



Acciocché dunque il sacerdote eviti sì grave irriverenza, ed insieme la divina maledizione, vediam che ha da fare prima di celebrare, che ha da fare nel celebrare, e che dopo aver celebrato. Prima di celebrare gli è necessario l’apparecchio. Nel celebrare dee usare la riverenza dovuta. Dopo aver celebrato, dee fare il ringraziamento.

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1 Sess. 22. decret. de observ. in cel. etc.

2 Io. 16.

3 Rom. 8.

1 Zach. 9. 17.

2 De instit. p. 1. c. 11.

3 Dan. 11. 12.

4 Loc. cit.

5 In ps. 27.

6 In c. 6. Isa. lect. 6.

7 Apud discip. serm. 48.

8 Orat. in missa dom. post pentec.

9 Sess. 22. cap. 2.

1 Sess. 22. decr. de obser. etc.

2 Ier. 48. 10.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, La Messa e l’Officio strapazzati, ovvero avvertimenti a’ sacerdoti per non rendersi rei di un tanto delitto, qual è il vilipendere il Sacrificio all’altare; Opere ascetiche, in Opere di S. Alfonso Maria de Liguori, Pier Giacinto Marietti, Vol. III, pp. 832 – 864, Torino 1880.

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