sabato 20 marzo 2021

La fecondazione in provetta in Italia uccide 171.730 embrioni







Renovatio 21 pubblica questo comunicato dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC).
BIOETICA CRIOCONSERVAZIONE IVF 20 MARZO 2021




La relazione annuale del Ministro della Salute sulla legge 40/2004 relativa all’anno 2018 si è fatta molto attendere 19 mesi, ma non ha pagato la lunga attesa con l’offerta di dati completi e chiari.

In toto (fecondazione extracorporea omologa+eterologa) il numero è rimasto costante, anche se sono aumentati i cicli omologhi con scongelamento ed il numero di coppie e di cicli di eterologa.

È diminuito il numero degli embrioni trasferiti in utero ed aumentato notevolmente il numero di quelli crioconservati (vedi tabella sotto riportata).





La tabella 1S riporta in sintesi i dati relativi a tutti i cicli di omologa ed evidenzia come pur essendo cresciuto il numero delle coppie trattate con scongelamento di embrioni/ovociti (+9,8% /2017) e dei cicli con scongelamento (+12,0% / 2017) il numero dei nati vivi rimane inalterato!




La tabella 3, che sintetizza i dati dell’omologa con scongelamento di embrioni e/od ovociti, ci fa vedere chiaramente che ad un’età della donna ≥39 anni – nonostante i cicli di trattamento siano superiori al numero di coppie trattate (369 nelle donne di 40-42 anni; 2.319 nelle donne ≥43 anni), congelare gli ovociti non è affatto utile e proficuo per il basso tasso di coppie con figli in braccio (0,06% nelle donne ≥43 trattate con ovuli scongelati)!

Anche i dati offerti dalla fecondazione eterologa con donazione di liquido seminale confermano la difficoltà a concepire delle donne di età ≥43 anni, in cui la percentuale di gravidanze non supera il 3,85%, mentre la media nello stesso gruppo è del 23,17%.





Chi ha la pazienza e la perseveranza di leggere attentamente e di verificare quanto legge si accorgerà, che ad un certo punto si afferma nella tabella 3.4.26 di pagina 127 che gli embrioni formati sono 98.673, mentre nella tabella 3.4.13 ci vengono offerti dati completamente diversi, che si possono leggere nella tabella 4 a fianco riportata.

Nella relazione leggiamo che nell’omologa i trasferimenti in utero con 1-2 embrioni sono l’88,5%, cui si aggiunge un 10,9% di trasferimenti con 3 embrioni, mentre i trasferimenti con 4 o più embrioni sono lo 0,6% e rappresentano l’1,1% dei trasferimenti nelle donne di 40-42 anni e l’1,2% nelle donne di età ≥43 anni.

Sorge spontanea una domanda: perché continuare a bombardare le donne con alte dosi di gonadotropine per far maturare un gran numero di ovociti – esponendo le donne a severe sindromi da ipestimolazione ovarica (306 cicli sospesi prima del prelievo; in 221 cicli è stato richiesto il congelamento di tutti gli ovociti ed in altri 1.551 la sospensione del trasferimento in utero per rischio OHSS ed il congelamento di tutti gli embrioni) – quando gran parte (88.158) di questi ovociti prelevati non sono stati utilizzati e 13.740 sono stati crioconservati?

L’annuale relazione del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40/2004 è indirizzata al Parlamento, che nella nostra Costituzione è l’organo deputato a legiferare, in modo che tenendo conto dei risultati offerti dalle relazioni annuali valuti se occorre intervenire per modificare la legge in base agli effetti verificati.


Sorge, dunque un primo problema: il Ministro della Salute e chi collabora con lui per stilare queste relazioni hanno presente questo obiettivo primario o pensano che sia una pura formalità?


Noi propendiamo per la seconda ipotesi, perché le relazioni anno dopo anno si arricchiscono di immagini fumose e si impoveriscono di dati molto importanti oltre a tollerare che ci siano centri che non forniscono i dati necessari per una completa e corretta visione della situazione.

Il 13 maggio 2009 è stata pubblicata sulla G.U. la sentenza della Corte Costituzionale n.151, che dichiarava l’illegittimità dell’art. 14 comma 2 della legge 40, che stabiliva in 3 il numero massimo di embrioni da fecondare e da impiantare in utero in un unico e contemporaneo impianto.

Sono passati quasi 12 anni ed il Parlamento non si è accorto che in questo periodo nei crioconservatori italiani stanno sospesi nell’azoto liquido almeno 63.740 embrioni, che continuano a crescere ogni anno, cui si aggiungono i crioconservatori per l’eterologa importati dall’estero e non utilizzati!

Un Parlamentare attento alla salute delle donne e alle casse dello Stato, che ha inserito nel frattempo queste tecniche nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), non dovrebbe dormire sonni tranquilli se ha letto con attenzione queste relazioni.

Nella relazione viene omessa la notizia riportata nel Primo Rapporto ItOSS. Sorveglianza della Mortalità Materna negli anni 2013-2017, pubblicato nel 2019 dall’Istituto Superiore della Sanità, nel quale a pagina 19 si legge «Oltre all’obesità un’altra condizione frequente tra le donne decedute è il ricorso alle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). L’11,3% delle mortimaterne (12/106) riguarda donne che hanno concepito mediante tecniche di PMA (6 ICSI, 5 FIVET e 1 tecnica non nota)».

«La percentuale di morti materne associate a PMA rilevata dal Sistema di sorveglianza del Regno Unito è pari al 4%, molto più bassa di quella italiana. La proporzione di gravidanze ottenute mediante tecniche di PMA è invece analoga nei due Paesi, pari a circa il 2% (5, 7, 8) e pertanto non giustifica la diversità nella frequenza degli esiti. L’unica differenza che sembra associabile alla minore proporzione di morti materne nel Regno Unito riguarda la norma vigente in quel Paese in base alla quale il Servizio sanitario pubblico non offre PMA alle donne con IMC ≥ 30 Kg/m2 e/o età ≥ 42 anni».

«Controllando tali caratteristiche nelle donne decedute in Italia emerge che 7/12 hanno IMC ≥ 30Kg/m2 e 4/12 un’età ≥ 42 anni. Alla luce di questi dati riteniamo opportuno considerare anche nel nostro Paese una possibile regolamentazione dei criteri di accesso alle tecniche di PMA nel Servizio sanitario pubblico».

«La revisione dei casi segnalati alla sorveglianza ItOSS ha infatti evidenziato alcune criticità quali, per esempio, due donne che avevano concepito mediante PMA e che sono decedute per tromboembolia, una dopo un aborto spontaneo in gravidanza gemellare a 42 anni di età e con IMC = 39 Kg/m2 e una seconda deceduta alla 19esima settimana di gravidanza all’età di 43 anni e IMC = 31 Kg/m2. Il 55,4% delle donne decedute è nullipara e 10 delle 106 gravidanze esitate in morte materna sono multiple, 8 delle quali a seguito di concepimenti da PMA».

I dati esposti a proposito delle donne di età ≥ 42 anni dovrebbero far riflettere il Parlamento e far prendere coscienza che non si può accettare che sia un TAR a togliere il limite di età per accedere alla fecondazione extracorporea né che un ministro inserisca tecniche pericolose e poco efficaci senza limiti nei LEA, che espongono pure a maggiore rischio di morte le donne che vi accedono.

Anche il «liberi tutti» della sentenza n. 162 del 2014, che ha abolito il divieto delle tecniche di PMA eterologa ha urgente bisogno dell’intervento del Parlamento: ad esempio che cosa significa «doppia donazione»?

Nel nostro libretto Riflessioni Osservazioni Sugerimenti sui Disegni di Legge Presentati al Parlamento sulla Procreazione Medicalmente Assistita Eterologa del 23 settembre 2014 – che sarebbe utile riprendere e leggere e che alleghiamo – sono contenute delle riflessioni che ci sembrano sempre più attuali per frenare l’inarrestabile corsa alla smisurata produzione e crioconservazione di embrioni senza speranza di futuro, all’abbandono irresponsabile di tanti figli nell’azoto liquido ed a tanti altri aspetti negativi di queste tecniche.





In fine un breve accenno sulle indagini genetiche pre-impianto: su 3.441 indagini genetiche fatte nel 2018 abbiamo i dati di 2.447, il che fa pensare che i dati mancanti non sono positivi.

Inoltre – come appare molto chiaramente dalla tabella 5 – fare le indagini su embrioni scongelati è molto letale.

Ci auguriamo che le riflessioni fin qui fatte spronino i Parlamentari a prendere seriamente in esame le problematiche indicate ed a cercare soluzioni più umane e meno mortifere per soddisfare il desiderio di maternità delle coppie con difficoltà e soprattutto mettere tutte le coppie in condizioni di poter procreare in età più giovane creando condizioni lavorative, abitative e servizi sociali in modo che nessuno possa più dire di essere impedito/a nel cercare e portare avanti una o più gravidanze nell’età più favorevole per concepire, che è prima dei 30 anni per la donna.







A.I.G.O.C. Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici

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venerdì 19 marzo 2021

San Giuseppe, primo di tutti i santi e patrono della Chiesa




19MAR
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by Aldo Maria Valli

Cari amici di Duc in altum, con il contributo di oggi, che segue quelli pubblicati il 17 (qui) e il 18 marzo (qui), si conclude la serie di Federico Catani dedicata a san Giuseppe. Con tanti auguri a tutti coloro che portano questo nome!

***

di Federico Catani

In questi tempi così drammatici a causa della pandemia da Covid-19, resa ancor più terribile dalla chiusura delle chiese, dalle morti in solitudine e senza conforti religiosi e dalla privazione dei funerali, è giunto il momento di pregare con più forza san Giuseppe, da sempre considerato patrono degli agonizzanti, da invocare per ottenere una buona morte, vale a dire una morte in grazia di Dio. Per ottenere questa grazia, che è la più importante e decisiva della vita, occorre pregare non nell’estremo momento della nostra esistenza, quando forse ci mancheranno le forze o la lucidità per farlo, ma durante la vita, quando si è ancora in salute. E, oltre che per noi, bisogna farlo per tutti coloro che stanno morendo e che non possono farlo, affinché salvino la loro anima.

Nel motu proprio Bonum sane, del 1920, celebrando il cinquantenario della sua proclamazione quale Patrono della Chiesa, papa Benedetto XV ricordava che san Giuseppe «è meritatamente ritenuto come il più efficace protettore dei moribondi, essendo spirato con l’assistenza di Gesù e Maria». Anche per questo, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, il Papa raccomandava ai vescovi di favorire tutti «quei pii sodalizi che sono stati istituiti per supplicare Giuseppe a favore dei moribondi, come quelli “della buona morte”, del “transito di san Giuseppe” e “per gli agonizzanti”».


Lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1014) ricorda: «La Chiesa ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte (“Dalla morte improvvisa, liberaci, Signore”: antica Litania dei santi), a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi “nell’ora della nostra morte” (Ave Maria) e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte».

«Alla scuola di Giuseppe, imparino tutti a considerare le cose presenti, che passano, alla luce delle future che durano eterne; e consolando gl’inevitabili disagi della condizione umana con la speranza dei beni celesti, a questi aspirino ubbidendo al divino volere, vivendo sobriamente, secondo i dettami della giustizia e della pietà» (Benedetto XV, Bonum sane).

Assunzione di san Giuseppe?

A questo punto è interessante segnalare che molti santi, tra i quali Bernardino da Siena, Francesco di Sales e Alfonso Maria de’ Liguori, hanno piamente creduto nell’assunzione in Cielo in corpo e anima di san Giuseppe, avvenuta subito dopo la risurrezione di Gesù, nel contesto degli avvenimenti raccontati dal Vangelo di Matteo (Mt 27, 52-53). Anche papa Giovanni XXIII era di questa opinione. La teologia ha dato molte ragioni per sostenere quella che comunque resta un’ipotesi, sebbene molto affascinante e certamente ragionevole. In estrema sintesi se ne possono indicare tre in particolare.

La prima: san Giuseppe, nella sua vita terrena, ha avuto uno strettissimo contatto fisico con la santa Umanità di Cristo e con la Madonna. Ebbene, se si trovasse in Paradiso solo con l’anima, avrebbe meno intimità con Cristo e Maria Santissima e quindi meno felicità in Cielo di quanta ne aveva sulla terra, fatto alquanto singolare e sconveniente.


La seconda: alla purezza verginale del corpo di san Giuseppe e all’assenza del minimo peccato veniale deliberatamente commesso conviene il premio della risurrezione corporea.

La terza: la Vergine Maria, a parte il Figlio, non ha amato nessuno come san Giuseppe, suo sposo. Allo stesso modo, anche Gesù, dopo sua madre, non ha amato nessuna altra creatura come san Giuseppe. È pertanto assai logico che Gesù (e di conseguenza anche Maria) abbia voluto premiare il suo padre putativo con il dono dell’assunzione in Cielo, andando così a ricostituire la Sacra Famiglia in Paradiso.

Il primo di tutti i santi

San Giuseppe merita il culto di protodulìa, vale a dire che è il primo e il più santo di tutti i santi e quindi ha diritto ad un culto tutto particolare. Ne consegue che la sua intercessione, come insegnava tra gli altri santa Teresa d’Avila, è immensa, seconda solo a quella della Madonna. Ecco allora che pregare San Giuseppe non è come pregare qualunque altro santo. Del resto, i suoi privilegi sono eccezionali, dato il ruolo del tutto singolare che ha svolto nella storia della salvezza. La sua santità, va ripetuto, è seconda solo a quella della Vergine Maria.

«La Chiesa cattolica giustamente onora con un culto sempre più diffuso e venera con un sentimento di profondo affetto, l’illustre benedetto patriarca Giuseppe, ora coronato di gloria e di onore in Cielo. Sulla terra, l’Onnipotente Dio, preferendolo a tutti i Suoi Santi, lo destinò ad essere il casto e vero sposo dell’Immacolata Vergine Maria, così come il padre putativo del suo Unigenito Figlio. Egli certamente lo arricchì e lo colmò di grazie uniche e sovrabbondanti, rendendolo capace di eseguire più fedelmente i doveri di un così sublime stato. Perciò, i Romani Pontefici, Nostri Predecessori, al fine di incrementare e stimolare ardentemente sempre più nel cuore dei fedeli Cristiani l’affetto e la devozione verso il santo patriarca, e di esortarli ad implorare la sua intercessione presso Dio con la massima confidenza, non hanno mancato di decretare nuove e sempre maggiori espressioni di venerazione pubblica verso di lui in tutte le occasioni propizie» (papa Pio IX, Lettera Apostolica Inclytum Patriarcham, 1871).


Papa Pio XI insegnava che quella di san Giuseppe fu una missione unica, la più alta, in quanto egli fu Cooperatore all’Incarnazione e alla Redenzione. Infatti, quando venne eletto sposo di Maria e padre verginale di Gesù, san Giuseppe fu associato alla Redenzione del genere umano, in un modo singolare, pur inferiore rispetto a quello di Maria. San Giuseppe partecipò realmente alla Corredenzione in quanto reale padre nutrizio di Gesù e vero sposo di Maria. Giuseppe, come Maria, sebbene in grado meno elevato, ebbe da Dio tutte le grazie per essere degno sposo verginale di Maria; fu ordinato con Maria e dopo Maria all’Incarnazione del Verbo. Offrì tutte le sue fatiche e i suoi dolori spirituali per la Redenzione dell’umanità, conoscendo le sofferenze cui sarebbe andato incontro Gesù. Il cardinale Alessio Maria Lépicier affermava che san Giuseppe fu “Corredentore perfettissimo dopo Maria”. Secondo san Tommaso d’Aquino, Giuseppe “partecipò più di ogni altro, dopo la Madonna, alla Passione di Cristo”. Per Leone XIII, “non vi è dubbio che Giuseppe si sia avvicinato più di qualsiasi altro alla altissima dignità della Madre di Dio”. E Pio XI ribadiva: “Tra Dio e Giuseppe non c’è né può esservi un’altra persona se non Maria vera Madre di Dio”.


Secondo la sana teologia, è conveniente asserire che san Giuseppe non commise mai alcun peccato deliberato, neanche veniale. Giuseppe non fu preservato dalla concupiscenza, ma questa in lui non è mai passata all’azione. Perciò, secondo i teologi, Giuseppe fu confermato in grazia o reso impeccabile per dono gratuito di Dio. Inoltre fu esente dall’errore della ragione ed anche dal moto delle passioni inferiori, che pur esistendo in lui, erano tuttavia frenate o trattenute da Dio.

Papa Pio X fece comporre e indulgenziare le litanie in suo onore. Papa Benedetto XV introdusse un prefazio proprio per la sua Messa e inserì la sua invocazione nelle Lodi Divine. Nel 1962, papa Giovanni XIII (che al santo affidò i lavori del Concilio Vaticano II con la lettera apostolica Le Voci, del 1961), inserì il nome di san Giuseppe nel Canone della Messa e nel 2013 papa Francesco ha esteso il provvedimento ad altre preghiere eucaristiche.


A san Giuseppe è tradizionalmente dedicato il mese di marzo e il giorno di mercoledì. La sua festa è il 19 marzo, che fino al 1977 era giorno festivo in Italia (sarebbe bello e salutare ripristinarlo!), e che comunque resta tale secondo il Codice di diritto canonico. Pio XII, come detto, introdusse anche la festa del 1° maggio, cancellando però quella del Patrocinio di san Giuseppe, voluta da Pio IX (mercoledì seguente la seconda domenica dopo Pasqua) e ora unita alla festa del 19 marzo.

San Giuseppe, patrono della Chiesa cattolica

Quando papa Pio IX, con il decreto Quemadmodum Deus, dichiarò san Giuseppe patrono della Chiesa cattolica (8 dicembre 1870), Roma era stata da poco occupata dalle truppe piemontesi e lo Stato pontificio era stato cancellato dalle cartine geografiche, sostituito da un governo di stampo laico e anticlericale. La Chiesa si trovava in un momento difficilissimo della sua storia. Oggi, però, la situazione generale è peggiorata ulteriormente. La Chiesa naviga in acque tempestose, perché i pericoli non vengono solo dall’esterno, bensì – e forse ancor più – dal suo interno. La confusione regna sovrana, gli scandali aumentano e spesso non si predica più la dottrina cattolica, bensì un pensiero che nulla a che vedere con Gesù Cristo e il magistero millenario. Ecco allora che l’intercessione di san Giuseppe diventa necessaria, oggi più di centocinquanta anni fa.

Ma perché san Giuseppe è patrono della Chiesa? Oltre a Pio IX, che sin dalla giovinezza nutrì sempre molta devozione per questo santo, lo spiegò bene papa Leone XIII.


«Le ragioni per cui il beato Giuseppe deve essere patrono speciale della Chiesa, e la Chiesa ripromettersi moltissimo dalla tutela e dal patrocinio di lui, nascono principalmente dal fatto che egli fu sposo di Maria e padre putativo di Gesù Cristo. Da qui derivarono tutta la sua grandezza, la grazia, la santità e la gloria. Certamente la dignità di Madre di Dio è tanto in alto che nulla vi può essere di più sublime. Ma poiché tra Giuseppe e la beatissima Vergine esistette un nodo coniugale, non c’è dubbio che a quell’altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si avvicinò quanto nessun altro mai. […] È dunque cosa giusta e sommamente degna del beato Giuseppe che, come egli un tempo soleva tutelare santamente in ogni evento la famiglia di Nazaret, così ora col suo celeste patrocinio protegga e difenda la Chiesa di Cristo». (Leone XIII, Quamquam pluries).

Apparizione a Fatima

Nell’ultima delle apparizioni di Fatima, il 13 ottobre 1917, accanto alla Vergine e al Bambino Gesù apparve anche san Giuseppe. Come racconta suor Lucia, “san Giuseppe e il Bambino sembravano benedire il mondo, con alcuni gesti in forma di croce tracciati con la mano”. Lo sposo castissimo della Madonna e padre putativo di Gesù distribuisce quindi insieme a loro le grazie ed intercede a nostro favore.

Il gesuita Francisco Suárez osservava che, data l’unione sponsale, nessun’altra creatura è stata amata dalla Madonna come Giuseppe: «È verosimile – argomentava – che la Beata Vergine abbia desiderato esimi doni di grazie e aiuti per il suo sposo, che amava in modo singolare, e li abbia impetrati con le sue preghiere. Infatti, se è vero come è vero che uno dei mezzi più efficaci per ottenere da Dio i doni della grazia è la devozione verso la Vergine e la sua intercessione, chi può credere che il santissimo Giuseppe, dilettissimo alla Vergine e devotissimo, non abbia ottenuto per suo mezzo l’esimia perfezione della santità?».


San Giuseppe, presente solo al termine delle apparizioni di Fatima, sembra quindi presentarsi sia come grande devoto della Madonna sia come patrono dell’ultima ora, per accompagnare l’umanità in un tempo terribile quale quello che stiamo tuttora vivendo. Così come, durante la sua vita terrena, fu sostegno e custode del piccolo Gesù e della Vergine nel duro e difficile passaggio di questo mondo, tanto più oggi continua ad assisterci in mezzo ai travagli della nostra esistenza.

Ecco allora che l’Anno di san Giuseppe che stiamo vivendo, come ricorda il decreto della Penitenzieria Apostolica, offre a tutti i fedeli «la possibilità di impegnarsi, con preghiere e buone opere, per ottenere con l’aiuto di san Giuseppe, capo della celeste Famiglia di Nazareth, conforto e sollievo dalle gravi tribolazioni umane e sociali che oggi attanagliano il mondo contemporaneo».

3 – Fine. I precedenti articoli sono stati pubblicati il 17 e il 18 marzo









“Non si può evangelizzare il mondo con una Messa che si rifà agli anni Sessanta del secolo scorso”. Un’analisi sincera




18MAR
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by Aldo Maria Valli

Di recente padre Richard Gennaro Cipolla, ex pastore episcopaliano divenuto prete cattolico, si è rivolto con una lettera molto significativa al vescovo ausiliare di Los Angeles Robert Barron. Credo che sia interessante e istruttivo stare ad ascoltare padre Richard perché nella sua analisi, dedicata principalmente alla liturgia, tocca alcuni nodi decisivi, dei quali molti fedeli laici sono ormai consapevoli, mentre troppi vescovi continuano a ignorarli.

Padre Richard all’inizio del suo contributo rivolto al vescovo Barron scrive: “Sono un prete cattolico, che presto diventerà ottantenne. Sembrerebbe più prudente in questo momento della mia vita mettere da parte tutto ciò che minaccia la pace e l’equanimità a cui si dovrebbe tendere in questa fase della mia vita. Ma, ahimè, il mio corredo genetico dell’Italia meridionale non rende facile vivere una vita rilassata in questo momento in cui dovrei abbandonarmi alla contemplazione e al ricordo delle cose passate”.

Ma perché una lettera proprio a Barron?

Il motivo sta in un articolo (The Evangelical Path of Word on Fire) in cui Barron, schierandosi contro sia i cattolici liberali sia i tradizionalisti, sostiene di essere dalla parte del Concilio Vaticano II e di tutti i papi del post-Concilio, fino a Francesco.

Ricordando di aver spesso criticato il cattolicesimo che ha dominato negli anni dopo il Concilio Vaticano II, Barron dice: “Ho messo l’accento sul cristocentrismo in opposizione all’antropocentrismo, sul metodo teologico basato sulla Scrittura piuttosto che su quello fondato sull’esperienza umana, ho sottolineato la necessità di resistere alla riduzione del cristianesimo alla psicologia e al servizio sociale, per un recupero della grande tradizione intellettuale cattolica”.


In questa linea, racconta Barron, ispirato soprattutto da Giovanni Paolo II, “ho prodotto video su un’ampia varietà di temi teologici e culturali; ho realizzato documentari che trasmettevano la verità e la bellezza del cattolicesimo; ho predicato sulla Bibbia alla radio, alla televisione e su Internet; e alla fine ho sviluppato un istituto per la formazione dei laici”. Tutto ciò in risposta a quello che Barron definisce “cattolicesimo beige”, annacquato e sfumato.


“Sul liberalismo cattolico – afferma il vescovo – non ho mai cambiato idea e continuo a considerarlo, come dice il mio mentore, il cardinale Francis George, un progetto esaurito”. Tuttavia, Barron si dice convinto che anche il cattolicesimo conservatore sia inadeguato, perché “si rifugia in precedenti forme culturali di espressione della fede e le assolutizza”, rendendosi così incapace di incidere sul tempo presente e di coinvolgere la cultura in cui si trova ad agire.


A questo proposito, nell’articolo Barron denuncia: “Negli ultimi anni, all’interno del cattolicesimo americano è emerso un movimento ferocemente tradizionalista, che ha trovato casa soprattutto nello spazio dei social media. Ciò è avvenuto, in parte, come reazione allo stesso cattolicesimo beige che ho criticato, ma la sua ferocia è dovuta agli scandali che hanno scosso la Chiesa negli ultimi trent’anni, in particolare il caso McCarrick. Nella loro rabbia e frustrazione, in parte giustificata, questi cattolici tradizionalisti sono diventati nostalgici della Chiesa del periodo preconciliare e ostili verso lo stesso Concilio Vaticano II, papa Giovanni XXIII, papa Paolo VI, papa Giovanni Paolo II, e in particolare verso il nostro attuale Santo Padre”.


“La suprema ironia – scrive Barron – sta nel fatto che questi cattolici radicalmente tradizionalisti, nella loro resistenza all’autorità del papa e nella loro negazione della legittimità di un concilio ecumenico, hanno rischiato di uscire dai confini della Chiesa. Il loro non è certo un cattolicesimo beige, ma è davvero un cattolicesimo che si auto-divora. E forse intuendo questa contraddizione, sono arrabbiati con chiunque osi sfidarli”.

Dunque, dice Barron, la mia posizione è quella di chi dice un sonoro “no” sia al cattolicesimo beige che a quello auto-divorante. È la posizione di chi “sta con il Vaticano II, Giovanni Paolo II, papa Benedetto XVI, papa Francesco, il Catechismo del 1992, e ha come missione la Nuova evangelizzazione”. È la posizione di chi “non vuole né arrendersi alla cultura né demonizzarla, ma piuttosto, nello spirito di san John Henry Newman, vuole impegnarsi resistendo a ciò a cui si deve resistere e assimilando ciò che può, facendosi, come diceva san Paolo, tutto a tutti, per amore del Vangelo (1 Cor. 9: 22–23).


Secondo Barron, in conclusione, sia il cattolicesimo liberale sia quello di stampo tradizionalista sono “moribondi”. Ed ecco perché, spiega, ha cercato di collocare Word on Fire (il suo sito) “sulla via di un cattolicesimo evangelico, il cattolicesimo dei papi santi associato al Vaticano II, un cattolicesimo vivente”.

Ed ecco a questo punto la risposta di padre Richard Gennaro Cipolla.

“Seguo la tua carriera nella Chiesa da alcuni anni, con una buona dose di ammirazione per la tua posizione contro quello che chiami cattolicesimo liberale. San John Henry Newman, quel grande oppositore del liberalismo nella religione, approverebbe la tua battaglia contro il cattolicesimo beige. I tuoi numerosi video didattici mostrano chiaramente che comprendi il ruolo importante della Bellezza nella fede cattolica. Ovviamente sei un uomo di vera fede che ama la Chiesa”.


“Penso – prosegue Cipolla – che tu ti vedi come una via media tra cattolici conservatori e liberali. Ma devo avvertirti di non sposare alcuna via media, poiché lo stesso cardinale Newman ti metterebbe in guardia dalla sua esperienza con questo modo di pensare. Il problema non è il tuo matrimonio con un vigoroso cattolicesimo evangelico. Il problema è non solo che sei un figlio delle conseguenze del Concilio Vaticano II, ma anche e soprattutto che sei un prodotto del mondo novus ordo. La tua comprensione della liturgia, “il vertice verso cui è diretta l’attività della Chiesa”, si basa su una forma della Messa che è una rottura radicale con la Tradizione, un prodotto degli anni Sessanta, una forma che ha rilevanza solo per le due generazioni del post-Concilio. Sicuramente una delle ragioni del rapido calo della frequenza regolare alla Messa – in alcune diocesi meno del 15% – è che per tanti giovani uomini e giovani donne la Messa novus ordo non dice nulla rispetto a ciò che cercano spiritualmente. Stanno cercando il pane e il vino del paradiso, non il prodotto di un frullatore che sa di cibo per bambini”.

“Sei troppo giovane – dice padre Cipolla al vescovo Barron – per avere avuto qualche esperienza della Chiesa prima del Concilio Vaticano II. Avevi sei anni quando il Concilio finì. Eri un bambino piccolo quando i continui cambiamenti liturgici scuotevano la Chiesa, e avevi solo undici anni quando fu promulgato il Messale novus ordo di san Paolo VI e fu soppressa la Messa romana tradizionale che aveva almeno 1500 anni. Quel poco che hai sentito sulla Messa tradizionale è stato altamente filtrato da coloro che hanno accolto con favore la soppressione della Messa tradizionale e l’imposizione di una forma liturgica mai vista prima nella Chiesa cattolica. Ricordo abbastanza bene i catechisti che pensavano fosse loro dovere sopprimere ogni riferimento alla Messa tradizionale e alla fede nella Presenza Reale di Cristo nell’Eucaristia e negare che la Messa sia un vero e reale Sacrificio”.


“La tua è la generazione per la quale la liturgia tradizionale è stata cancellata. La cancel culture, di cui tanto si parla oggi, fu anticipata anni fa nell’immediato periodo postconciliare riguardo alla vita liturgica della Chiesa. Ma la cancellazione non può funzionare in una Chiesa collegata all’eternità e all’Eterno Dio. La scoperta della Messa romana tradizionale è stata un’esperienza spirituale sconvolgente nella mia vita di sacerdote: ha portato molti buoni frutti nel mio ministero e mi ha riempito di una gioia che nulla può togliere. I tanti seminaristi e giovani sacerdoti che sono attratti dalla Messa tradizionale sono fortunati in quanto appartengono a una generazione per la quale la Messa tradizionale non è stata annullata dall’autorità. Questi uomini, e anche molte donne, sia religiose che laiche, hanno trovato una perla di grande valore e questo li rende molto felici, spiritualmente felici”.

I più anziani, scrive poi padre Richard, hanno vissuto il crollo dell’educazione religiosa, degli ordini religiosi, del sacerdozio. La corruzione sessuale nel clero è stata solo una conferma: qualcosa è andato terribilmente storto negli anni successivi al Concilio Vaticano II.

L’evangelizzazione è la questione centrale, “ma, come sapeva papa Benedetto XVI, non puoi evangelizzare il mondo con una Messa novus ordo le cui radici e le cui motivazioni sono rinchiuse negli anni Sessanta del secolo scorso”.


“Io non sono – conclude padre Richard – un tradizionalista radicale. Sono un uomo felice che ama la Chiesa cattolica e il suo Signore e Salvatore Gesù Cristo. Mi rallegro che così tanti giovani seminaristi e sacerdoti scoprano da soli la bellezza e la profondità della Messa romana tradizionale. Mi rallegro che così tante famiglie cattoliche abbiano scoperto che cosa significhi il culto di Dio mentre lo sperimentano nella Messa romana tradizionale. Queste persone sono veramente evangeliche. Non assumono l’atteggiamento di quelli che dicono “abbiamo trovato ciò che ci piace e ciò che ci si addice e il resto della Chiesa può andare all’inferno”. Nient’affatto. Sono gioiosi e accoglienti e sono evangelici nel vero senso della parola”.

La conclusione di padre Richard è tutta da leggere. Scrive che andare a una tipica Messa parrocchiale cattolica, la domenica, molto probabilmente significa non trovare riverenza, umiltà e timore di Dio. Lì molto probabilmente vedrai un uomo, in piedi davanti a un tavolo, che sostiene di parlare a Dio mentre, chissà perché, sta di fronte alle persone a cui non sta parlando. Trovi un laico o una laica che fanno letture che spesso significano molto poco per chi ascolta. Ascolti musica tristemente mediocre e sentimentale che non può ispirare riverenza e soggezione. Ascolti una predica che consiste in battute per convincere la gente che ciò che viene detto non è serio.

“Monsignor Barron, penso che dovresti scrivere di meno e parlare di meno, uscire di più e incontrare persone. E per incontrare persone non intendo condurre conferenze e tenere discorsi importanti. Intendo ascoltare non solo i tuoi fan ma tutti gli uomini e le donne, di ogni condizione, e spero che ti avventurerai anche a sederti in coro in una parrocchia della tua diocesi che offra la Messa romana tradizionale”. Ma per fare ciò occorre mettere finalmente da parte, conclude padre Richard, i pregiudizi che risalgono alla metà del secolo scorso.

“Il grande vantaggio della Messa tradizionale romana è che puoi rilassarti. Non devi salire sul palco. Non devi tenere una predica brillante. Non devi rendere la Messa rilevante per i fedeli. Devi solo essere disposto a giocare nei campi del Signore”.

A.M.V.

Fonti: rorate-caeli.blogspot.com, wordonfire.org









giovedì 18 marzo 2021

La liturgia tradizionale - Intervista a don Eric Iborra





17 MARZO 2021




Com’è avvenuta la sua scoperta della forma extraordinaria del rito romano?

Semplicemente per obbedienza al mio arcivescovo! Nel 2007, il cardinale Vingt-Trois mi ha nominato vicario della parrocchia Saint-Eugène, ben nota nel mondo tradizionale. Avvisato a Pasqua, ho potuto imparare l’usus antiquior dai monaci dell’Abbazia di Triors. Devo dire che mi sono subito sintonizzato! Mi ci è voluta una settimana di esercizio per poter dire la mia prima Messa letta, dopo 18 anni di ordinazione in cui stavo già praticando, in privato, la versione originale del Messale del 1969! Per alcuni anni ho continuato a utilizzare, per la mia personale preghiera, la Liturgia horarum, che ho praticato sin dai miei anni di seminario a Roma. Prima di passare al Breviario del 1960, dal mio ingresso a Saint-Eugène...

Cosa pensa, in quanto sacerdote, di questa forma liturgica, come espressione della Fede?

Durante il mio apprendistato a Triors, sono rimasto colpito dalla precisione dei riti, che racchiudendo il celebrante – ma anche la comunità – nelle sue rubriche, fanno meglio comprendere, all’uno e agli altri, la grandezza del mistero che si sta compiendo all’altare. Ciò significa che la liturgia non è prodotta, ma è ricevuta, e questo al termine di un’evoluzione omogenea che sottolinea la sua fondamentale antichità. È il mistero della tradizione liturgica. I riti che circondano l’attualizzazione del sacrificio unico di Cristo da parte del sacerdote (cfr. Lettera agli Ebrei) evidenziano in particolare la presenza reale nelle oblate. Un richiamo alla fede, a ogni genuflessione!

Un altro aspetto – per l’orientamento, a dire il vero sempre presente nella versione latina del Messale del 1969 – è il richiamo al fatto che la Messa non è una piacevole conversazione da salotto, ma un atto di culto reso a Colui che troneggia “al di là del velo” (cfr. ancora la Lettera agli Ebrei). Il sacerdote ha allora coscienza di essere il pastore che guida il suo gregge – rappresentando il “Pastore supremo” delle pecore, secondo l’espressione di san Pietro – verso il Padre offrendo al contempo il sacrificio propiziatorio che dà accesso al cielo. Non è solo un insegnante di fronte a un pubblico...

In che misura, secondo lei, questa forma liturgica contribuisce ad alimentare la Fede nel sacerdote e nei fedeli?

Quand’è celebrato con riverenza, l’usus antiquior ci ricorda che la liturgia non ci appartiene. Che le nostre celebrazioni, come dicono i prefazi, sono una partecipazione alla liturgia celeste. La molteplicità dei riti della Messa rende il sacerdote più un servo che un maestro in questo campo. Le ripetizioni, anche le ridondanze, mi ricordano il balbettio dei profeti dell’Antico Testamento davanti alla trascendenza divina quando si manifestava loro: nella liturgia, siamo sopraffatti, mettiamo la mano sulle nostre bocche davanti al Mistero, come in passato Geremia o Ezechiele. È il senso del canto – e Joseph Ratzinger lo ha sottolineato più volte – che sublima la parola, sopraffatta dalla profondità di ciò che sta accadendo; sublimazione che termina nel silenzio del canone, talora velato dai mottetti che lo accompagnano.

Noi “entriamo nel canone” al di là del “velo” (sempre la Lettera agli Ebrei) o la “nuvola” (Mosè). Nella liturgia tradizionale, in cui i riti orchestrano questo apofatismo, c’è qualcosa di mistagogico, un’iniziazione al mistero che trascende ogni espressione e sovrasta ogni celebrazione. Il velamento mediante i riti, gli ornamenti, il silenzio, il latino, la musica sacra, è un po’ come l’iconostasi delle liturgie orientali, con cui la liturgia tradizionale ha tante cose in comune, in ogni caso più di quella nuova.

Il motu proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI aveva lo scopo, tra l’altro, di facilitare un mutuo arricchimento delle due forme del rito. Come percepisce questo arricchimento nell’ambito del suo apostolato?

Papa Benedetto XVI ha fatto alcune proposte di arricchimento della forma extraordinaria, che sono un modo discreto di suggerire che non è un oggetto museale, ma che – situato nella storia, come ogni realtà umana – è suscettibile di evoluzione. La tradizione non ha mai smesso di evolversi. Benedetto XVI aveva proposto di aggiornare il calendario liturgico, introducendo – o reintroducendo – alcuni prefazi o formulari della Messa. Credo che la Congregazione per la Dottrina della Fede ci stia lavorando con precauzione.

Al contrario, la scoperta della forma extraordinaria ci permette di comprendere meglio l’origine e i gesti dei riti della forma ordinaria. Perché la brevità delle rubriche del Messale del 1969 crea una sfocatura che incoraggia una creatività a volte sfortunata del celebrante, anche quando vuole fare bene. Si può trarre ispirazione dai riti e dai gesti dell’antica liturgia per dare maggiore consistenza al nuovo rito, talora un po’ scarno nella sua ritualità...

Osservo che nelle parrocchie “bi-ritualiste” dove sono stato, la celebrazione della forma ordinaria ha guadagnato in solennità. Al punto che alcuni parrocchiani passano da una forma all’altra. Mi sembra che il fatto che gli stessi sacerdoti, come succede, celebrino entrambe le forme, aiuta anche ad abbattere i pregiudizi.

La forma extraordinaria va di pari passo con quella che viene chiamata “Tradizione”. Oltre al rito, questa Tradizione si manifesta nell’apostolato con i fedeli (catechismo, scoutismo, canti, servizio di Messa, impegni parrocchiali e con le coppie)? Quali frutti le attribuisce?

Il motu proprio ha permesso di celebrare tutti i sacramenti nella forma tradizionale. Ciò consente una pastorale più omogenea: battesimo, cresima, eucaristia, ma anche matrimonio, unzione degli infermi e funerali, per non parlare – naturalmente – della confessione. Confessare durante la Messa facilita l’accesso a questo sacramento a persone che spesso vengono da lontano per frequentare le nostre parrocchie. Nelle parrocchie bi-ritualiste, le attività di formazione, i pellegrinaggi, i servizi hanno spesso una formazione composita, gli uni che imparano dall’altro e viceversa. Alcuni gruppi sono più specificamente collegati a una forma.

Mi concentrerei in particolare su due realtà che hanno fatto una maggiore impressione su di me: la musica e il servizio dell’altare. La celebrazione domenicale dell’antica liturgia è musicalmente impegnativa e spesso si traduce nella creazione di un buon coro. È anche uno strumento di apostolato, ad extra (liturgia migliorata) e ad intra (i coristi progrediscono nella loro fede e nelle virtù di appartenere a un gruppo esigente). Lo stesso vale per il servizio dell’altare, che è molto più impegnativo nella forma extraordinaria, e che porta un certo numero di ministranti a scoprire, nel corso delle celebrazioni, una vocazione sacerdotale o religiosa.

L’uso del latino nella liturgia spesso sconcerta i fedeli che s’interrogano su questo rito. Alcuni lo vedono come un ostacolo alla comprensione e quindi all’unità. Si tratta di una constatazione che anche lei ha fatto?

È chiaro che il latino non è più facilmente comprensibile e personalmente sono lungi dall’essere un buon latinista! Ma non si devono esagerare le difficoltà: la Vulgata non è così ermetica per le orecchie dei fedeli e la maggior parte dei brani ordinari sono facili da ricordare. Come dice san Tommaso d’Aquino, non è necessario comprendere tutto nei dettagli per potere pregare durante la liturgia. In alcune parrocchie, c’è anche un libretto bilingue che facilita l’integrazione delle persone di passaggio sprovviste di un messale. Questo può essere un modo per non mettere in difficoltà coloro per i quali la mancanza di comprensione dei testi costituirebbe un ostacolo insormontabile. Ma in generale chi apprezza l’atmosfera della liturgia tradizionale non si lascia fermare, e il lato misterioso di un linguaggio che difficilmente capiamo può anche aggiungere un certo fascino...

Non mi soffermerò su tutti i vantaggi che si possono trovare nel latino. Citiamone solo due, che ho sperimentato: il linguaggio dell’unità (lo si può vedere quando si è in viaggio o quando degli estranei vengono nella nostra parrocchia); lingua che è diventata sacra (mentre la lingua vernacolare è anche quello del “luogo comune”). Per una migliore conoscenza del latino liturgico ci sono talvolta dei corsi introduttivi nelle parrocchie, basati su testi ben concepiti.

Che cosa porta l’uso del messale ai fedeli che partecipano alla Messa in questa forma?

Nei luoghi in cui non esiste un libretto bilingue, il messale supplisce. L’interesse di un messale non si limita alla comprensione di ciò che si sente in un dato momento. Permette anche di familiarizzare con la liturgia – il ciclo e l’ordinario, il comune e il proprio –, può servire come supporto alla preghiera silenziosa attraverso la meditazione dei testi liturgici che contiene. C’è una dimensione catechetica, che spesso include un’introduzione ai vari sacramenti e uffici, notizie sui santi e le feste, preghiere e canti abituali, persino promemoria del catechismo. Insomma, è un prezioso vademecum, che si arricchisce di ricordi e immagini. Non bisogna dimenticare di mettere il proprio nome e i dettagli di contatto, se lo si vuole ritrovare dopo averlo dimenticato su un banco o una sedia!

Che dire del canto gregoriano, che svolge un ruolo importante in questa liturgia? Il suo contrasto con le modalità musicali di oggi non rischia di scoraggiare, sembrando troppo “insolito”?

Domanda molto interessante! Prima di tutto, non c’è solo il gregoriano: c’è anche la polifonia per le celebrazioni più solenni, un vasto repertorio di musica europea che si estende per diversi secoli. Musica che rimane viva soprattutto nella forma extraordinaria, ma anche nella forma ordinaria, almeno in alcuni Paesi privilegiati, come l’Austria, la Germania o l’Inghilterra... Ciò che apprezzo nel canto liturgico è la sua ripetitività e al contempo la sua varietà: quando sentiamo un kyriale I, IX, XI o XVII, sappiamo esattamente cosa si celebra, in quale periodo liturgico siamo. Inoltre, il canto gregoriano – o il canto polifonico, particolarmente del XVI secolo – ci permette di assaporare meglio la Parola di Dio oggi giorno così in onore e di cui è letteralmente “ripiena” l’intera Messa, dall’introito all’ultimo Vangelo. La Parola di Dio, nella liturgia, non si limita, come si potrebbe pensare, alle sole “letture”, effettivamente più varie nella nuova forma. Essa è ovunque nella Messa e in forme diverse. Introito, graduale, alleluia, tratto e altre antifone, essendo cantati, possono introdurre gli ascoltatori a un’autentica lectio divina – con uno sguardo preventivo al messale per coglierne il significato –, una meditazione prolungata dei versetti, supportata dalla melodia. Condivido l’opinione di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, che insiste sul fatto che una feconda partecipazione alla Messa non implica necessariamente che tutti cantino tutto.

La liturgia è dialogica, ma è anche corale: la schola canta precisamente ciò che gli altri non sono in grado di cantare, piuttosto che livellare la qualità del brano per renderlo accessibile a tutti. Fare scendere nel cuore ciò che viene cantato significa partecipare meglio, piuttosto che disperdersi cercando di produrre invano una melodia semplice. Sono un cantore abbastanza cattivo per essere convinto di ciò che sto dicendo.

In ogni caso, sono convinto che ci siano musiche che non hanno nulla a che fare nella liturgia, perché rientrano in un ordine diverso e profano. Nei suoi scritti sulla liturgia, Joseph Ratzinger ha parlato di musiche dionisiache, che scatenano impulsi, di musiche politiche, che promuovono l’indottrinamento, musiche commerciali, che non hanno altro da dire se non quella di vendersi arredando il silenzio, come l’uomo moderno ha imparato. La musica liturgica rompe con la banalità dei suoni che sentiamo altrove. È al servizio di un incontro spirituale. Ecco perché è bene, appunto, che non sia al passo. È nel deserto o sulla montagna che Mosè incontra il Totalmente Altro; non nel suo ufficio o al mercato... Chi si rifiuta di “slegarsi i sandali” per avanzare nella terra sacra – in altre parole, chi non è pronto a disorientarsi, chi viene a Messa ingombro delle proprie abitudini “mondane” – non potrà gustare ciò che la liturgia vuole trasmettergli; potrebbe essere in grado di illudersi nella forma ordinaria, dove lo spaesamento è minore, ma non nella forma extraordinaria.

La ricerca della bellezza nella liturgia non è, fondamentalmente, una questione di “estetica”, come alcuni così spesso denunciano, anche se taluni possono esserne sedotti al punto da fermarsi lì.

Alcune diocesi evocano una rinnovata attrattiva delle giovani generazioni per la forma extraordinaria. Lei condivide questa osservazione? In caso affermativo, a cosa attribuisce questa attrattiva?

Sono in effetti impressionato dalla diversa media di età. Nel motu proprio, Benedetto XVI ha confessato la sua sorpresa. L’usus antiquior attrae i giovani – non prendiamoci in giro: una piccola minoranza della loro fascia d’età –, giovani che non sono, come troppo spesso si crede, soprattutto “politicamente marcati”. No, persone su cui gioca la magia del rito. In un mondo banale, orizzontale, volgare, senza punti di riferimento se non emozioni manipolate, scoprono improvvisamente uno spazio preservato, una specie di setaccio che apre loro la porta del cielo, per la sua verticalità. Penso alla scala di Giacobbe: Terribilis est locus iste. D’altro canto, questo è l’introito della Messa della Dedicazione. Sono impressionato dal fatto che la maggior parte dei giovani catecumeni adulti che ho potuto accompagnare nelle mie parrocchie bi-ritualiste abbiano optato per lo più per la forma tradizionale, perché è stata proprio quella che li aveva “incollati”, che fossero giunti per caso o attratti dagli amici, mentre molti di loro venivano mentalmente da assai lontano. Sono anche colpito dal numero di ministranti, che avendo scoperto la forma extraordinaria e avendola appresa dall’interno servendola, hanno anche scoperto la loro vocazione, religiosa o sacerdotale.

Per rimanere a una dimensione meramente psicologica, penso che l’usus antiquior offre ciò che diventa introvabile altrove: da un lato il senso dell’altitudine, del verticale, del sacro, dello ieratico; d’altra parte, delle “forme” (Hochformen, direbbe Joseph Ratzinger), dei “riti”, insomma delle “regole”, di qualcosa che resiste, proprio a una generazione che ne manca. Entrare nell’usus antiquior richiede un certo investimento di tempo – durata, spostamento –, di comprensione (servizio dell’altare, canto, linguaggio, ecc.) e di pratica (perché la vita cristiana non riguarda solo la Messa). Ho inoltre notato che i parrocchiani dell’usus antiquior si rendono prontamente disponibili per vari servizi parrocchiali. Si ha la sensazione di trovare ciò che i pastori cercano così spesso: una vera vita comunitaria.

Quale consiglio darebbe ai laici o ai religiosi che volessero scoprire e comprendere la forma extraordinaria?

Penso che la cosa migliore sia d’immergersi in essa, un po’ come un etnologo: vedere le cose semplicemente, con un’empatia a priori per il rito e per le persone. Naturalmente non tutto sarà perfetto. Direi anche: partecipare a una Messa solenne, con tutto il dispiegamento liturgico che l’accompagna, e il giorno dopo partecipare a una Messa bassa, con la partecipazione più ridotta che si trova durante la settimana. Un vescovo mi ha detto che c’è un clima che ricorda la preghiera dei religiosi. Per esperienza so che ci sono persone che si bloccano sul posto: scoprono ciò che avevano sempre cercato senza mai averlo potuto immaginare. E ce ne sono altri che se ne fuggono! La liturgia tradizionale potrebbe sembrare divisiva. Non è la sola. La saggezza della Chiesa fa sì che essa oggi costituisca una delle forme accolte della pietà liturgica cattolica: il fatto che non sia acclamata da tutti non le impedisce di essere la casa spirituale di molti, specialmente tra i giovani. Vedere, sperimentare è una cosa. Poi occorre coltivarsi sulla questione: leggere, e ci sono buoni libri di presentazione, a partire dai messali.

Quale consiglio dare a coloro che sono già familiari con questa forma del rito per farlo scoprire ai loro fratelli cattolici e ai non credenti?

San Paolo dice che non possiamo conservare per noi stessi i tesori di cui siamo custodi. Non bisogna esitare a invitare gli amici, per esempio quando si è giovani, a venire a una Messa tradizionale.

C’è di tutto nel mondo che ci circonda. Soprattutto coloro che non sono ancorati al nuovo rito, la cui applicazione a volte lascia a desiderare, e che riscopriranno la pratica grazie alla Messa tradizionale. Altri ancora per i quali il cristianesimo non significa più nulla e che lo scopriranno grazie a ciò che costituisce il suo cuore: il culto. Il lato misterioso può sia allontanare sia attrarre. Non dobbiamo cercare di ridurre il contrasto sacro-profano.

Infine, vorrei aggiungere due cose per coloro che sono familiari della forma extraordinaria: umiltà e spiritualità. Due insidie possono infatti essere in agguato: a volte una certa sensazione di superiorità, che può tingersi di orgoglio; a volte un certo formalismo, che può essere tinto di superficialità spirituale. Sul primo punto, penso alla parola di San Paolo: “Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?” (1 Cor 4,7). Se si è convinti che l’usus antiquior sia superiore, occorre dirsi che non è l’unico. C’è sempre stata diversità di riti nella Chiesa. E in un’epoca di soggettivismo come la nostra, sembra difficile che s’imponga a tutti. Sul secondo punto, per parafrasare san Giovanni della Croce, perché non andare oltre lo specchio delle “superfici argentate” – enunciati di fede, preghiere vocali, pratiche, ecc. – per immergersi più spesso nell’oro delle profondità che esse coprono? Cioè, il cuore a cuore con il Signore – la preghiera – nutrito dalla meditazione delle “negritudini”. È così che Joseph Ratzinger, seguendo uno dei suoi insegnanti, chiamò il contenuto stesso della liturgia: i testi stampati in nero sui messali. È dal profondo di questo incontro che tutto può rinascere, di nuovo, e fare di noi quei testimoni ordinari, che con il proprio comportamento, la propria conversione sempre nuovamente intrapresa, catturano gli occhi e il cuore delle persone...



[Intervista a don Eric Iborra, “La liturgie traditionnelle”, in Appel de Chartres, notiziario dell’associazione Notre-Dame de Chrétienté, n. 245, febbraio 2021, pp. 3-8, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]









mercoledì 17 marzo 2021

San Giuseppe, aiuto per la famiglia






17MAR
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by Aldo Maria Valli

Cari amici di Duc in altum, in vista della festa di san Giuseppe, in questo anno a lui dedicato, propongo in tre puntate un contributo con il quale Federico Catani illustra le caratteristiche di Giuseppe e la sua importanza, sotto diversi profili, per la vita di fede e della Chiesa.


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di Federico Catani

L’ 8 dicembre 1870 papa Pio IX dichiarava san Giuseppe patrono della Chiesa cattolica.

Per commemorare il 150° anniversario dell’evento, l’8 dicembre 2020 papa Francesco ha indetto un Anno di san Giuseppe, che si protrarrà fino all’8 dicembre 2021. Per l’occasione, la Penitenzieria Apostolica ha concesso particolari indulgenze e lo stesso papa Francesco, con lo scopo “di accrescere l’amore verso questo grande Santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù”, ha pubblicato la lettera apostolica Patris corde.

È, questa, un’occasione da non sciupare, sia per le grazie spirituali e materiali che si possono ottenere, sia per studiare la straordinaria figura di san Giuseppe, spesso dimenticata o minimizzata.

Oggi assistiamo a una gravissima crisi della famiglia e a violenti attacchi contro di essa (pensiamo al divorzio, alle convivenze e allo pseudo matrimonio omosessuale). Pertanto, è più che mai opportuno pregare san Giuseppe, capo della Santa Famiglia di Nazareth, affinché soccorra e protegga la famiglia naturale. Inoltre, in un’epoca, come l’attuale, di liquefazione della figura maschile, san Giuseppe può aiutare a far recuperare la bellezza del ruolo di uomo, di sposo e di padre.

«In Giuseppe i padri di famiglia hanno il più sublime modello di paterna vigilanza e provvidenza; i coniugi un perfetto esemplare d’amore, di concordia e di fede coniugale; i vergini un esempio e una guida dell’integrità verginale» (papa Leone XIII, enciclica Quamquam pluries, 1889).


«Attraverso Giuseppe noi andiamo direttamente a Maria, e, attraverso Maria, all’origine di ogni santità, Gesù, il quale consacrò le virtù domestiche con la sua obbedienza a Giuseppe e a Maria. Noi quindi desideriamo che le famiglie cristiane si ispirino totalmente a questi meravigliosi esempi di virtù, e si adeguino. In tal modo, poiché la famiglia è il fulcro e la base dell’umano consorzio, rafforzando la società domestica col presidio della santa purezza, della concordia e della fedeltà, con ciò stesso un nuovo vigore e, diremmo quasi, un nuovo sangue circolerà per le vene della società umana, ad opera della virtù di Cristo; e ne seguirà non solo un miglioramento dei costumi privati, ma anche della disciplina della vita comunitaria e civile» (papa Benedetto XV, motu proprio Bonum sane, 1920).


Il primo fondamento della grandezza di san Giuseppe è il matrimonio con la Madonna.

San Giuseppe fu vero sposo di Maria. Questo titolo è il principio e la base di tutti i suoi privilegi. Qualcuno potrebbe obiettare che non si ebbe un vero matrimonio, dato che fu un’unione verginale. Ma a questa domanda hanno già risposto i teologi medievali, in particolare Pietro Lombardo, sulla scorta di sant’Agostino, secondo cui nel matrimonio la preminenza va data al consenso piuttosto che all’unione carnale. Il matrimonio è un patto con cui si concede ai coniugi sia il diritto sui corpi, sia l’uso di questo diritto. Tuttavia, i due, consensualmente, possono anche non avvalersi di quest’ ultimo. Maria e Giuseppe fecero un voto di verginità sin dall’infanzia, ma condizionato alla volontà di Dio: se infatti Dio avesse disposto diversamente, vi avrebbero rinunciato. Data però la concezione verginale di Gesù ad opera dello Spirito Santo, i due alla fine fecero voto assoluto di verginità. Pertanto, sebbene verginale, il loro fu un vero matrimonio, in cui furono presenti tutti i beni tipici di tale istituto: l’amore coniugale, la fedeltà e anche la prole, pur se concepita senza concorso fisico di Giuseppe.


«Il matrimonio con Maria è il fondamento giuridico della paternità di Giuseppe. È per assicurare la protezione paterna a Gesù che Dio sceglie Giuseppe come sposo di Maria. Ne segue che la paternità di Giuseppe – una relazione che lo colloca il più vicino possibile a Cristo, […] passa attraverso il matrimonio con Maria, cioè attraverso la famiglia. […] per la Chiesa, se è importante professare il concepimento verginale di Gesù, non è meno importante difendere il matrimonio di Maria con Giuseppe, perché giuridicamente è da esso che dipende la paternità di Giuseppe» (Giovanni Paolo II, enciclica Redemptoris custos, 1989).


Un tempo la Chiesa celebrava la festa dello Sposalizio di Maria con san Giuseppe, il 23 gennaio. Ancora oggi esiste un testo liturgico per questa ricorrenza, anche se purtroppo è scarsamente usato. Eppure, quanto ci sarebbe bisogno, proprio ai nostri giorni, di ripristinare questa celebrazione!

Il secondo fondamento dei privilegi di san Giuseppe è la sua “paternità” verso Gesù.

La paternità di Giuseppe, comprensiva della sua singolare dignità e dei suoi diritti su Gesù deriva dal vero e reale matrimonio con Maria. La Sacra Scrittura parla di Giuseppe come “padre di Gesù” ma lascia anche intendere che si tratta di una paternità non fisica, non naturale, bensì putativa: Gesù “era figlio, come si credeva (putabatur in latino, da cui il termine putativo), di Giuseppe” (Lc 3,23).

«Giuseppe è il padre: non è la sua una paternità derivante dalla generazione; eppure, essa non è “apparente”, o soltanto “sostitutiva”, ma possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia. È contenuta in ciò una conseguenza dell’unione ipostatica: umanità assunta nell’unità della Persona divina del Verbo-Figlio, Gesù Cristo. Insieme con l’assunzione dell’umanità, in Cristo è anche “assunto” tutto ciò che è umano e, in particolare, la famiglia, quale prima dimensione della sua esistenza in terra. In questo contesto è anche “assunta” la paternità umana di Giuseppe» (Giovanni Paolo II, Redemptoris custos).


In definitiva, la paternità di san Giuseppe è unica, singolare, nuova, di ordine superiore a quella umana naturale e adottiva. È vera paternità, ma singolarissima, infatti non procede da generazione naturale, ma è una relazione che sussiste su un fondamento morale realissimo che è il vero matrimonio di Giuseppe e Maria e la discendenza messianica-davidica garantita a Gesù da Giuseppe. D’altra parte, Gesù ha sempre riconosciuto in Giuseppe il genitore cui obbedire, il capo famiglia, l’autorità da rispettare e venerare.

Per san Tommaso d’Aquino, «Giuseppe è nello stesso modo tanto padre di Gesù quanto sposo di Maria in virtù del diritto matrimoniale e non dell’unione carnale». La teologia ha utilizzato diverse espressioni per indicare tale tipo di paternità: padre legale, padre putativo, padre nutrizio, padre adottivo, padre verginale, padre messianico.


San Giuseppe «emerge tra tutti in augustissima dignità, perché per divina disposizione fu custode e, nell’opinione degli uomini, padre del Figlio di Dio. Donde consegue che il Verbo di Dio modestamente si assoggettasse a Giuseppe, gli obbedisse e gli prestasse quell’onore e quella riverenza che i figli debbono al padre loro» (Leone XIII, Quamquam pluries).

Giuseppe è «colui che ha l’incarico di provvedere all’inserimento “ordinato” del Figlio di Dio nel mondo, nel rispetto delle disposizioni divine e delle leggi umane. Tutta la vita cosiddetta “privata” o “nascosta” di Gesù è affidata alla sua custodia» (Giovanni Paolo II, Redemptoris custos).

1 – continua

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lunedì 15 marzo 2021

Gotti Tedeschi: «Mettere al mondo più figli arricchisce tutti ma quanti hanno il coraggio di farlo?»




15/03/2021 di Luca Marcolivio

Sono sempre più numerose le famiglie italiane povere. Inoltre, più le famiglie italiane sono numerose, più sono povere. Questa è la realtà che emerge inconfutabile dagli ultimi dati Istat. Eppure, è altrettanto inconfutabile che la famiglia non è una minaccia né per lo sviluppo economico e né per l’equilibrio del pianeta: al contrario, la famiglia è una risorsa. L’economista e banchiere Ettore Gotti Tedeschi è un convinto fautore di quest’impostazione natalista. Quanti rappresentanti della classe dirigente mondiale hanno però davvero il coraggio di ribaltare la visione maltusiana attualmente egemone? A domandarselo è lo stesso ex presidente dello IOR che, intervistato da Pro Vita & Famiglia, ha ribadito il suo pensiero di sempre: è necessario riscoprire il valore sociale, educativo, economico e morale della famiglia

Professor Gotti Tedeschi, secondo gli ultimi dati Istat, il 28,8% delle famiglie italiane ammette un peggioramento della propria condizione economica. Sempre l’Istat certifica 335mila famiglie in più in povertà assoluta rispetto al 2019. Cosa è stato fatto e cosa si sarebbe potuto fare in questo anno abbondante di pandemia?

«Non lo so davvero. Al mondo, ed in Italia in particolare, in questo momento, ci sono un’infinità di esperti che, ex post, avrebbero saputo risolvere i problemi della pandemia, meglio di chiunque altro ed in ogni materia. Neppure immaginavo ci fossero così tanti esperti osservatori della pandemia, delle sue cause ed effetti. Ma non immaginavo nemmeno che vi potessero essere così tanti esperti di un fenomeno classificabile scientificamente, fra loro in conflitto nella diagnosi e nella prognosi. Temo che la credibilità della scienza medica dovrà fare sforzi per farsi riabilitare e perdonare. Sono convinto che questo fenomeno abbia colto di sorpresa tutti ma, dopo un anno abbondante, a che punto siamo? Venendo alla sua domanda, è evidente che, se il sistema produttivo si ferma per il lockdown, non si produce, non si lavora, non si guadagna, non si pagano tasse, non si fanno investimenti, si deve frenare il welfare, eccetera. Oppure si fa debito. Ma il debito sta in piedi, se si prevede la soluzione al lockdown. È pertanto evidente anche che, a questo punto deve intervenire lo Stato, che interviene secondo regole legate alla visione politica o ideologica dei governanti. Se questa visione politico-ideologica non contempla a sufficienza il valore della istituzione della famiglia, si privilegeranno altre aree. Basta osservare cosa è stato privilegiato in questo “anno abbondante”... Credo che oggi il problema principale sia quello di saper ri-affermare il valore sociale, educativo, economico e morale della famiglia. E magari anche formare meglio le classi dirigenti e politiche».

A fine anno arriveranno, finalmente, i primi fondi del recovery fund: a suo avviso, come andrebbero impiegati questi soldi nell’ambito delle politiche familiari?

«Se chi gestirà i fondi del recovery avesse chiaro il “moltiplicatore” generato dall’investimento di una percentuale dei fondi nella formazione di famiglie e figli, non avrei dubbi. La famiglia è il perfetto moltiplicatore del valore. Nella famiglia 1+1 non fa 2 ma fa 3, 4 o 5 a seconda dei figli generati. Questa è la logica matematica del ciclo economico della crescita. L’investimento a supporto della formazione di famiglie creerebbe una spinta alla ripresa economica, unica e straordinaria».

C’è un motivo particolare per cui la famiglia è la grande assente nel programma del governo Draghi, a partire dal discorso di insediamento dell’attuale presidente del Consiglio?

«Non ne ho idea. Non credo affatto che Draghi sia indifferente all’istituzione della famiglia. È troppo intelligente, esperto e saggio per non conoscere e sottovalutare il valore della famiglia».

Mettere al mondo un figlio, oggi, è percepito più come un costo che come un investimento. Lei, al contrario, ha sempre sostenuto che la crescita economica di un paese va di pari passo con la crescita demografica. Come invertire questa tendenza culturale?

«Temo di essere più pessimista di lei. Oggi mettere al mondo un figlio è percepito come un pericolo per il pianeta, per l’ambiente, perché la creatura umana è considerata una specie di cancro della natura, che consuma, depreda, spreca. Che la crescita economica sia correlata alle nascite non vi è dubbio. Ma lei è certo che la visione dominante oggi voglia crescita anziché decrescita? Io, persino interpretando documenti di magistero della Chiesa, leggo talune premesse che sembrano auspicare e portare alla decrescita. Come invertire questa tendenza? Partendo dalle basi, quelle morali, si deve tornare alla seconda raccomandazione della Genesi (andate e moltiplicatevi). Ma chi vorrebbe e saprebbe farlo? Non si deve esser ricchi per fare famiglia e figli, si diventa ricchi, in tutti i sensi, facendo famiglia e figli. Se il tasso di natalità decresce, come può crescere il PIL?
















domenica 14 marzo 2021

Quello strano documento della Segreteria di Stato sulle Messe a San Pietro. Cardinale Burke: “Illegittimo nella forma e nella sostanza”





14MAR
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by Aldo Maria Valli

Ha creato sconcerto il documento, su carta intestata e con timbro della Prima Sezione della Segreteria di Stato, con il quale vengono introdotte alcune nuove norme per la celebrazione delle Messe nella basilica di San Pietro a partire dal 22 marzo.

In proposito il cardinale Raymond Leo Burke ha emesso un comunicato nel quale spiega che il documento non ha alcuna legittimità, né sotto il profilo formale né per quanto riguarda i contenuti.


Circa la forma, il cardinale sottolinea che si tratta di un documento non firmato, privo di numero di protocollo, che legifera sull’aspetto più sacro della vita della Chiesa, l’offerta della Santa Messa. Ma la Segreteria di Stato non è competente in materia. Il documento è quindi, per lo meno, anomalo e i fedeli hanno il diritto di sapere come sia nato, per iniziativa di chi e quale iter abbia seguito.


La basilica di San Pietro ha un nuovo cardinale arciprete, Mauro Gambetti, che è succeduto ad Angelo Comastri, ma il documento (nella foto) non è indirizzato a lui e non fa mai riferimento alla sua responsabilità.

Il documento, fa notare Burke, parte dal presupposto che le Sante Messe nella basilica di San Pietro siano celebrate al momento con una carenza di raccoglimento e di decoro liturgico, ma “questa non è certo la mia esperienza”. Anzi, scrive Burke, “conosco molti sacerdoti, sia residenti a Roma sia in visita, che hanno celebrato o celebrano regolarmente la Santa Messa nella basilica di San Pietro” e “mentre mi hanno espresso la loro profonda gratitudine per l’opportunità di celebrare la Santa Messa nella basilica, non hanno riferito che il clima fosse in qualche modo privo della riverenza, del raccoglimento e della dignità che si addice al Sacramento dei Sacramenti”.


Il documento poi impone ai sacerdoti che desiderano offrire la Santa Messa nella basilica di San Pietro la concelebrazione, ma “ciò è contrario al diritto universale della Chiesa e condiziona ingiustamente il dovere primario del singolo sacerdote di offrire quotidianamente la Santa Messa per la salvezza del mondo (can. 902)”.

“In quale chiesa – si chiede Burke – più che nella basilica di San Pietro un sacerdote può desiderare di offrire la Santa Messa, il modo più perfetto e pieno in cui egli svolge la sua missione sacerdotale?”. Ma tra pochi giorni, “una volta che le direttive in questione saranno in vigore, se un singolo sacerdote desidererà offrire la Santa Messa nella basilica sarà costretto a concelebrare, in violazione della sua libertà di offrire la Santa Messa individualmente”.


Circa l’offerta individuale della Santa Messa, “si deve osservare che non si tratta solo di un diritto del sacerdote, ma anche di un grande frutto spirituale per tutta la Chiesa, poiché i meriti infiniti del Santo Sacrificio della Messa sono più ampiamente e largamente applicati in modo adeguato alla nostra natura finita e temporale”. In proposito “è utile riflettere sull’insegnamento del Concilio di Trento, riguardo alla situazione di un sacerdote che offre la Santa Messa senza che nessun fedele riceva la Santa Comunione”.


Che cosa dice il Concilio di Trento? “Il santo Concilio vorrebbe certamente che i fedeli presenti a ogni Messa partecipassero a essa non solo con la devozione spirituale, ma anche con la ricezione sacramentale dell’Eucaristia, affinché i frutti di questo santissimo sacrificio fossero loro più pienamente riconosciuti, ma, se questo non sempre avviene, il Concilio non condanna per questo come private e illecite le Messe [can. 8] in cui solo il sacerdote si comunica. Piuttosto le approva e le loda, perché anch’esse devono essere considerate veramente Messe comunitarie, in parte perché in esse il popolo si comunica spiritualmente e in parte perché sono celebrate da un ministro pubblico della Chiesa, non per il suo solo bene, ma per tutti i fedeli che appartengono al corpo di Cristo” (Sessione XXII, capitolo 6).

“Va inoltre osservato – scrive il cardinale Burke – che il sacerdote non offre mai la Santa Messa da solo, anche se non c’è nessun altro fisicamente presente, perché gli angeli e i santi assistono ad ogni offerta della Santa Messa” (can. 903).


“Per quanto riguarda la forma straordinaria del Rito Romano, che il documento chiama falsamente Rito Straordinario, il documento si riferisce a ‘sacerdoti autorizzati’, ma nessun sacerdote in regola ha bisogno di autorizzazione per offrire la Santa Messa secondo la forma straordinaria del Rito Romano (motu mroprio Summorum pontificum, art. 2). Per di più, il documento limita l’offerta della Santa Messa secondo la forma straordinaria o usus sntiquior del Rito Romano nella basilica papale di San Pietro alla Cappella Clementina, a quattro orari fissi. Si deve quindi supporre che solo quattro sacerdoti al giorno saranno autorizzati a offrire la Santa Messa secondo l’usus antiquior nella basilica papale di San Pietro? Poiché il diritto universale della Chiesa permette al singolo sacerdote, in tali circostanze, di offrire la Santa Messa, sia secondo la forma ordinaria (usus recentior) sia secondo la forma straordinaria (usus antiquior), la direttiva in questione è in diretta violazione del diritto universale della Chiesa”.


“Il documento stabilisce anche che le Messe concelebrate siano animate liturgicamente dal servizio dei lettori e dei cantori. Ma se la disciplina liturgica della Chiesa prevede il servizio dei lettori e dei cantori, il loro scopo non è quello di animare la sacra liturgia. Solo Cristo, nella cui persona il sacerdote agisce, anima la sacra liturgia. Pertanto, non si deve pensare che l’offerta individuale della Santa Messa sia in qualche modo meno animata, nel vero senso spirituale, della Messa concelebrata”.

“Per il bene della fede cattolica e per il buon ordine della sacra liturgia, espressione più alta e perfetta della vita della Chiesa in Cristo, il documento in questione dovrebbe essere annullato immediatamente, cioè prima della sua presunta data di entrata in vigore del 22 marzo prossimo”.

Il cardinale Burke in conclusione ricorda che la Chiesa riconosce il diritto, e anzi il dovere, dei fedeli cristiani di far conoscere ai pastori le loro preoccupazioni su questioni che riguardano il bene della Chiesa stessa e di portarle a conoscenza di tutti (can. 212 §3). Di conseguenza, “data la gravità del documento, è mia speranza che molti fedeli cristiani per i quali la basilica di San Pietro è, in un senso particolare, la loro chiesa madre, e, soprattutto, molti sacerdoti di tutto il mondo faranno conoscere a Papa Francesco e alla sua Segreteria di Stato la loro forte opposizione”.






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