venerdì 18 ottobre 2019

SINODO/ALCUNE TRIBU’ INDIE: OLTRE ALL’INFANTICIDIO, ANCHE L’ANZIANICIDIO?







di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 15 ottobre 2019



Al ‘briefing’ dell’una e mezzo in Sala Stampa Vaticana l’esperta di culture amazzoniche Marcia Maria de Oliveira ha risposto (vedremo come…) a una nostra domanda riguardante un esempio portato sabato 12 ottobre dal vescovo Adriano Ciocca Vasino su una critica dei suoi indios ai bianchi in materia di anziani non autosufficienti…



Una premessa è indispensabile. Se nei giorni scorsi abbiamo chiesto chiarimenti sulla pratica odierna dell’infanticidio presso alcuni popoli amazzonici, non è certo perché “siamo contro gli indios”. Ognuno è nato dove la Provvidenza ha voluto. Noi abbiamo avuto quel che è indubbiamente un privilegio, se consideriamo buona parte del resto del mondo: siamo nati all’ospedale San Giovanni di Bellinzona. Se colà dove si puote ciò che si vuole avesse deciso altrimenti, saremmo nati in qualche altra parte dell’orbe terraceo, magari nel mezzo di una foresta. Come è capitato a milioni di nativi della Panamazzonia. E avremmo avuto una vita completamente diversa.

Allora non abbiamo niente contro gli indios. Da ragazzi i loro parenti nordamericani ci sono stati anche simpatici; a volte tifavamo per i cow-boys e le giubbe blu, altre volte per gli indiani, da Toro Seduto a Alce Nero, alle immaginate seducenti squaw sedute in cerchio attorno al totem illuminato dal fuoco. Più tardi venne Mission ed anche il racconto delle vicende luminose e tragiche delle reducciones gesuitiche tra gli indios guaranì ci ha sempre commosso.

Noi europei portiamo sulle spalle una storia costituita da tante luci, ma da altrettante ombre: per riandare solo al XX secolo, i massacri delle guerre mondiali, l'Holodomor ucraino, la Shoah, i lager, i gulag, gli orribili macelli nella ex-Jugoslavia. Nessuno, giustamente, ci indica come popoli innocenti come chi abitava il Paradiso terrestre prima del peccato originale. Nessuno invita ad abbeverarsi alla nostra “saggezza ancestrale”, che è esistita solo in parte, perché per il resto è stata “malvagità ancestrale”.

Per gli indios è lo stesso. Bene e male nella loro storia si sono intercambiati a seconda delle circostanze. Perciò, quando leggiamo nell’Instrumentum laboris del Sinodo panamazzonico un’esaltazione dei loro rapporti “armoniosi” con la natura e un richiamo insistito alla loro “saggezza ancestrale” di cui siamo invitati a servirci, non possiamo non pensare a una visione a dir poco superficiale, certo ideologica, molto poco storica della loro situazione esistenziale.

Come è noto a chi ci legge, martedì 8 ottobre abbiamo posto al cardinale Pedro Barreto (co-presidente del Sinodo e vice-presidente della Rete ecclesiale panamazzonica) una domanda sulla persistenza dell’infanticidio praticato ancora oggi in alcune tribù indie. Nella risposta il porporato peruviano ha detto di non aver mai sentito parlare di cose simili e ci ha vigorosamente invitato a documentare le nostre asserzioni. Cosa che abbiamo fatto (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/900-sinodo-infanticidio-n-alcune-tribu-indie-risposta-al-card-barreto.html ) e il señor cardenal è stato servito di barba e di capelli. Notiamo anche che la risonanza della domanda è stata (e non esageriamo) mondiale, con riprese – oltre che cartacee italiane con La Verità e Libero – da tanti importanti blog cattolici non solo italiani, ma anche statunitensi, tedeschi, francesi, spagnoli e altri. E con perfino una risposta, il venerdì 11 ottobre, di ‘Avvenire’ e della Commissione sinodale per l’informazione, che ha voluto mettere disposizione dell’intero universo giornalistico l’articolo (peraltro scombiccherato già a partire da titoli e sottotitoli) della voce dei vertici della Cei. (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/901-valli-intervista-rusconi-con-premessa-mediatica-sinodale.html )



MONSIGNOR ADRIANO CIOCCA VASINO: I SUOI INDIOS, I BIANCHI, GLI ANZIANI NON AUTOSUFFICIENTI…

A un settimana di distanza, nel briefing consueto di oggi 15 ottobre in Sala Stampa Vaticana, abbiamo posto un’altra domanda su un argomento, ahimè, analogo. Sabato 12 ottobre, sempre in Sala Stampa, c’era tra i relatori presenti anche monsignor Adriano Ciocca Vasino, settantenne prelato della diocesi brasiliana di Săo Félix. Il vescovo piemontese (di Borgosesia), già missionario fidei donum, è il successore del famoso vescovo-poeta-mistico-teologo novantunenne Pedro Casaldaliga, un profeta-combattente per la Teologia della liberazione e della lotta per i diritti degli indios. Ebbene, nel corso del briefing, interpellato (non da noi) sui rapporti con la cultura india, monsignor Ciocca Vasino ha detto che prima di tutto bisogna capirla per riuscire a intavolare un dialogo con essa. Continuiamo a guardare i nostri appunti… il prelato di Săo Félix ha voluto fare un esempio: “I miei indios mi dicono che i bianchi sono crudeli, perché lasciano vivere i vecchi non autosufficienti. E così costringono lo spirito dei vecchi a restare incatenato al corpo. E lo spirito, incatenato, non può spalmare i suoi benefici sul resto della famiglia”.



UNA DOMANDA ALL’ESPERTA DI CULTURE AMAZZONICHE MARCIA MARIA DE OLIVEIRA…


Oggi tra i relatori in Sala Stampa c’era Marcia Maria de Oliveira (ricopiamo le ‘credenziali’, maiuscole comprese), “Dottore in Società e culture Amazzoniche, post-grado in Società e frontiere, Esperta in Storia della Chiesa in Amazzonia” (Brasile). Ecco, abbiamo pensato, la persona giusta, con i giusti titoli per rispondere a un’altra nostra domanda. Infatti, dopo aver rievocato la questione dell’infanticidio di alcune tribù indie, le abbiamo chiesto che cosa pensasse dell’esempio, per noi “agghiacciante”, portato da mons. Ciocca Vasino. Nella risposta, l’esperta ha cercato di volare, ma – appesantita forse dai troppi titoli – s’è schiantata metaforicamente sul tavolo della Sala Stampa. Che cosa ha detto la dottoressa Marcia?
“La questione culturale è estremamente complessa”.
Ci sono molte “variazioni” nelle diverse culture.
La questione è “delicata”. Bisogna fare molta attenzione, quando si affronta.
Il popolo degli Yamomani ad esempio comprende 32 etnie diverse.
Gli indigeni hanno un rapporto molto forte con il sacro.
6. L’infanticidio si può vedere “da prospettive diverse”.
“Non ho seguito alcuna etnia che lo mette in pratica”.
8. Tra gli indios c’è “un controllo della natalità”; molto si basa “sulla sopravvivenza, sulla quantità di cibo disponibile, sull’alimentazione, sul fino a che punto un bambino o un anziano è in grado di seguire il gruppo nei suoi spostamenti”.
“Nella regione in cui opero – al confine tra Guyana, Suriname, Venezuela, Brasile – non c’è nessuna pratica studiata da me personalmente riguardo a questa questione specifica”. Da notare: studiata da me personalmente.

La valutazione su quanto detto dalla dottoressa Marcia la lasciamo a chi ci legge. E per oggi chiudiamo. Purtroppo non c’è da stare allegri.



















giovedì 17 ottobre 2019

NOBILE: LA STORIA DELLE REDUCCIONES GESUITE CONFUTA LE TESI DEL SINODO




Marco Tosatti 17-10-2019

Carissimi Stilumcuriali, Agostini Nobile ci ha inviato – mentre si sta celebrando a Roma, come sappiamo, il Sinodo delle Amazzoni, un articolo molto interessante su quell’esperimento straordinario che furono le Reducciones dei gesuiti in America Latina. Buona lettura.






Le Riduzioni gesuite del Paraguay

(Pensando al Sinodo sull’Amazzonia)


Nel 2013 scrissi due lunghi articoli che poi inserii nel mio libro “Quello che i cattolici devono sapere”, pubblicato nel 2015. In questi giorni di Sinodo sull’Amazzonia ho voluto rileggerli perché confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, come Bergoglio si trovi lontano anni luce dai suoi precedessori gesuiti. L’aspetto più inquietante riguarda i sensi di colpa che il Vaticano ha creato nel rapporto Chiesa/altre culture. Troppo spesso il papa punta il dito sul male che gli occidentali avrebbero fatto ai popoli non cristiani, mentre, come vedremo, le responsabilità sono da addebitare a quella massoneria che fin dalla sua nascita, nel 1717, cerca di annichilire la Chiesa. Attraverso alcuni stralci degli articoli su citati, vediamo quello che i gesuiti realizzarono in nome di Cristo (non in nome di Madre Terra).

All’inizio del 1700 le Reducciones della Compagnia del Gesù comprendono 30/36 cittadine con un totale di 150 mila abitanti battezzati, che pagavano regolarmente le tasse alla Corona di Spagna.

Valendoci del giornalista padre Piero Gheddo, che nel 1996 ha visitato e studiato i documenti delle Reducciones, cercheremo di sintetizzare nella forma più esauriente possibile questa straordinaria epopea.

«Visitando le rovine, ci si accorge subito che la pianta delle cittadine era sempre uguale: al centro la grande piazza principale (quadrata o rettangolare, ogni lato misurava più di 100 metri) con la chiesa, la casa dei missionari, la sala riunioni, la sede del municipio, la casa degli anziani e quella delle vedove, la scuola, i magazzini, i laboratori, il granaio comunitario, il cimitero. Con le vie rettilinee e le abitazioni delle singole famiglie costruite in pietra, una meraviglia per quel tempo. (…) Era ricca di paramenti ricamati con motivi dell’arte guaranì, i mobili scolpiti, di statue, di arredi d’argento. Il campanile ospitava 8 o 10 campane e lanciavano concerti nella foresta».

Fu costituito anche un corpo di polizia e alcuni locali furono adibiti a carceri. Ma le condanne e le punizioni erano rarissime, gli Stati gesuiti erano gli unici al mondo ad aver abolito permanentemente la pena di morte. Nelle cittadine esistevano industrie tessili e di artigianato; sotto la guida dei gesuiti, i guaraníes costruirono fonderie di metallo, falegnameria, forni per la cottura di vasellami, stabilimenti per la filatura e tessiture delle fibre vegetali e animali, cantieri per la fabbricazione di canoe e zattere, laboratori artigianali per la produzione di cappelli, scarpe, strumenti musicali. I prodotti servivano anche per l’esportazione, i soldi guadagnati, per pagare le tasse. L’industria grafica ebbe grande sviluppo, continua Gheddo: «quando Buenos Aires era ancora priva di una stamperia (la prima venne impiantata nel 1780), nelle Riduzioni già si pubblicavano ottimi libri». Tutte le Reducciones avevano una biblioteca, quella di Candelaria disponeva di ben 4725 volumi.

I guaraní erano rinomati anche come ottimi scultori, liutai, pittori, cantanti e musicisti e, in alcune Reducciones, non mancava il teatro. Il gesuita pratese Domenico Zipoli (1688-1726), allievo di Alessandro Scarlatti e missionario volontario nelle Reducciones, è ricordato come il musicista più preparato che aiutò i guaraní a sviluppare il loro naturale talento musicale. Sconosciuti e bravi musicisti guaraní, sono arrivati a un livello tale di raffinatezza da diventare ottimi compositori. Dopo il ritrovamento degli spartiti, nel 1972, le loro composizioni vengono eseguite nei teatri paraguayani e, grazie ai gruppi musicali italiani “Academia Ars Canendi” e “Gruppo d’Archi Veneto”, nelle chiese e nelle sale da concerto europee.

Il sistema politico democratico era costituito da una assemblea che eleggeva il corregedor e due giurati che lo assistevano; quattro magistrati di quartiere e sei commissari di rione. Nella Riduzione di San Cosma e Damiano, oggi ben restaurata, si costruì persino un Osservatorio astronomico. «All’inizio del 1700 – scrive Gheddo – padre Buonaventura Suarez lavorò per 30 anni con gli indios, fabbricando telescopi, un pendolo astronomico con l’indicazione dei minuti e dei secondi, un quadrante astronomico. Le osservazioni astronomiche di questo missionario delle Riduzioni in Paraguay, (le prime costruite con metodo scientifico nel Sud del globo), venivano pubblicate dagli Annali dell’Università di Uppsala in Svezia». In ogni Reducciones c’erano infermieri indios qualificati e la farmacia, mentre a Yapeyu e Candelaria furono costruiti veri e propri ospedali. Da tribù nomadi, grazie alla sapienza dei gesuiti, i guaraní divennero popolo stanziale, stabilendo l’agricoltura come attività principale per la sopravvivenza. Con l’allevamento di animali raggiunsero migliaia di capi bovini, ovini e equini. «Ogni villaggio aveva scorte di grano sufficienti per coprire anche un anno di completa carestia e allevava dai 50 mila agli 80 mila capi bovini, con tale margine di sicurezza che le trenta riduzioni potevano abbattere circa 300 mila bestie all’anno. La carne, come ancor oggi in Argentina e in Paraguay, era l’alimento di base, con la manioca, il mais, il riso e il frumento».

All’interno delle Reducciones la proprietà privata era limitata e il commercio in denaro escluso. Le proprietà private (dette aba-mbae, proprietà dell’indiano) appartenevano alle singole famiglie, le quali dovevano lavorarle e farle fruttare. Una grande estensione di terreno, proporzionata al numero delle famiglie, costituiva la proprietà pubblica (detta tupa-mbae, proprietà di Dio). I prodotti di questa comunità, conservati nei magazzini comuni, servivano per mantenere chi non poteva lavorare, come i vecchi, gli infermi, le vedove e gli impiegati pubblici. Ma anche per utilizzarli negli anni di carestia, di malattia epidemiche, o anche per gli ospiti. Dunque, l’opera dei gesuiti (come i missionari degli altri ordini, pur se in in forme diverse), non ha niente a che vedere con le colonizzazioni violente dei laicisti occidentali, o con quelle delle altre culture che si sono succedute nella storia.

I soliti intellettuali illuministi che giudicavano dai loro comodi salotti d’Europa, sostenevano che i gesuiti avevano costruito le Reducciones ispirandosi a La città del sole di Campanella o a La Repubblica di Platone, altri dicevano che si trattava de L’Utopia di Tommaso Moro. E dato che gli intellettuali sono molto sensibili alle mode, oggi si parla di comunismo (nel 1600-1700!). In realtà, come affermavano gli stessi gesuiti, hanno semplicemente messo in pratica il cristianesimo dei primi secoli della Chiesa, dove la religione era il principale fattore educativo e dominava la vita pubblica. Alcune personalità del periodo che visitarono le missioni, hanno definito le Reducciones come estesi monasteri regolati dalla preghiera, dal lavoro e dall’arte. Per queste missioni erano scelti i migliori gesuiti, e questo spiega un altro aspetto singolare che ha dell’incredibile [e smaschera la proposta dei “viri probati”] : in ogni missione erano presenti solo due o tre missionari che, con la sola forza morale, il loro esempio e il richiamo alla fede, tenevano assieme da 2 fino a 8 mila indios. Come vedremo, la straordinaria storia delle Reducciones si concluse dopo oltre 150 anni, per volere delle massonerie interessate allo sfruttamento umano e delle terre.

Espulsione dei gesuiti dalle Reducciones


La fine delle Reducciones viene determinata dall’espulsione dei gesuiti dai domini coloniali, decisa dalla Corona di Spagna nel 1767. Leggiamo ancora Piero Gheddo che sintetizza le motivazioni: «Il Re di Spagna Carlo III impiegò alcuni anni per giungere a questo atto sommamente ingiusto, originato da un fatto politico: in Europa le monarchie nazionali erano sempre più gelose della loro autonomia e temevano le interferenze papali (di cui la Compagnia di Gesù era il principale strumento); nelle colonie americane i coloni e i governatori spagnoli non volevano più le Reducciones». I gesuiti accettarono con umiltà l’ingiustizia, ma molte Reducciones furono distrutte e i guaraní massacrati, i sopravvissuti si dispersero nelle foreste insieme alle donne e ai bambini.

Tra le tante inutili e ingiuste violenze fisiche e morali, ricordiamo il caso del padre italiano Gabriele Malagrida, che dopo aver lavorato per trent’anni nelle Reducciones in Brasile, procurandosi presso gli indigeni e i coloni portoghesi fama di grandi virtù, per ordine del massone marchese Pombal fu richiamato in Portogallo, dove nel 1759 fu rinchiuso in prigione insieme ad altri nove confratelli. Condannato a morte, il religioso fu arso sul rogo. La Chiesa lo proclamò martire. La Compagnia di Gesù si avviava così verso la soppressione, avvenuta il 21 luglio 1773, per ordine di papa Clemente XIV, pressato dalle calunnie e dalle minacce. Eliminata nelle nazioni cattoliche, la Compagnia sopravvisse nella Prussia di Federico II e nella Russia Bianca di Caterina II. Dopo la Rivoluzione francese e i massacri napoleonici, in cui furono uccisi molti ex gesuiti, Pio VII il 7 agosto 1814 ridiede vita alla Compagnia.

Abbandonate e ricoperte dalla foresta, le rovine delle Reducciones rischiarono di essere totalmente distrutte. All’inizio del novecento le autorità massoniche argentine stabilirono di raderle al suolo per togliere ogni segno cristiano. I missionari tedeschi del Divin Verbo hanno salvato parte di queste rovine, grazie soprattutto al padre tedesco Johannes Kuchera, ex militare, che organizzò gli indios e difese le rovine della loro epopea. Oggi queste rovine sono monumento nazionale.

Edoardo Spagnuolo, nella sua ricerca documentata sulle Reducciones (dove ho potuto attingere alcune preziose informazioni), scrive: «L’espulsione della Compagnia del Gesù dalle colonie spagnole, nel 1767, segnò la fine di un esperimento straordinario durato oltre un secolo e mezzo, facendo ripiombare nel buio dell’emarginazione e ai confini della storia intere comunità di indios».

Come abbiamo visto, i gesuiti credenti portavano Cristo ai pagani, con risultati straordinari, mentre Bergoglio fa inginocchiare i preti davanti agli sciamani, con conseguenze prevedibili. Come ho detto sopra, il papa, invece di accusare i massoni e gli atei, veri responsabili dei crimini contro le altre culture, utilizza sempre i pronome “noi”. Ogni singolo occidentale, secondo il vescovo di Roma, dovrebbe sentirsi in colpa per le malefatte dei nemici di Cristo. Questo paradosso non è casuale. Si chiama prendere due piccioni con una fava. Da una parte Bergy umilia con i sensi di colpa gli occidentali, dall’altra promuove il programma sincretista massonico. Vedi Qui.

Agostino Nobile



Ps. Il recente Premio Nobel per l’economia a tre ricercatori che combattono la povertà, mi ha fatto pensare che un premio simbolico a tutti i missionari che per secoli hanno dato la vita, nel vero senso della parola, ai poveri, migliorando notevolmente la loro esistenza, non sembra essere mai stato preso in considerazione. Ma si sa, l’Accademia Svedese è in mano a persone particolarmente allergiche al cristianesimo. Meglio Dario Fo che Mario Luzi.















Padre Stefano Manelli Sospeso a 85 anni - Ma l'appello ferma la sospensione








Il 1° febbraio, Padre Stefano Manelli, fondatore dei Frati Francescani dell'Immacolata, sarebbe stato "sospeso" come sacerdote dal salesiano don Sabino Ardito, commissario Vaticano dei Francescani di Manelli dal 2015.
Questa affermazione è stata fatta dai dissidenti che gestiscono il sito VeritaCommissariamentoFFI.wordpress.com (15 ottobre) che pubblica soprattutto insulti contro Manelli.
La verità: Ardito ha tentato di sospendere padre Manelli che ha presentato ricorso alla Segnatura apostolica. Perciò la Congregazione per i Religiosi sotto il cardinale Braz de Aviz ha fatto marcia indietro. La ragione della continua lotta vaticana contro Manelli è il fatto che egli si rifiuta di aiutare il Vaticano ad entrare in possesso dell'importante patrimonio della sua comunità. 












mercoledì 16 ottobre 2019

Benedetto XVI ad Aparecida: una luce per oggi. Articolo di Stefano Fontana.




Può essere molto utile, mentre si svolge il sinodo dell’Amazzonia, rileggere il discorso di Benedetto XVI all’inaugurazione della V Conferenza dei vescovi latinoamericani e dei Caraibi ad Aparecida il 13 maggio 2007.





Stefano Fontana 10-10-2019

La prima cosa che si nota è una visione provvidenziale e cristiana del processo di evangelizzazione di quel continente. “Che cosa ha significato l’accettazione della fede cristiana per i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi?” si chiedeva il papa. E rispondeva “Per essi ha significato conoscere e accogliere Cristo … ha significato anche aver ricevuto, con le acque del Battesimo, la vita divina che li ha fatti figli di Dio per adozione; avere ricevuto, inoltre, lo Spirito Santo, che è venuto a fecondare le loro culture, purificandole”. Diversamente dalle tesi che presentano l’evangelizzazione come un fenomeno di violenta conquista, Benedetto XVI chiariva che “l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò in nessun momento l’alienazione delle culture precolombiane, né fu un’imposizione di una cultura straniera … solo la verità unifica e la sua prova è l’amore … Il Verbo di Dio, facendosi carne in Gesù Cristo, si fece anche storia e cultura”.

Oggi sperimentiamo che la Chiesa propone le culture precolombiane come modello per se stessa e per l’umanità in generale, ma Benedetto XVI diceva: “L’utopia di tornare a dare vita alle religioni precolombiane, separandole da Cristo e dalla Chiesa universale, non sarebbe un progresso, bensì un regresso. In realtà, sarebbe un’involuzione verso un momento storico ancorato al passato”.

Il titolo della Conferenza di Aparecida era tutto incentrato in Cristo e tutto missionario: “Discepoli e missionari di Gesù Cristo, affinché i nostri popoli in Lui abbiano vita”. Non si ponevano al centro le emergenze ecologiche o sociali, ma la fede del Popolo di Dio in quel continente, per ricordare ai fedeli che “in virtù del loro Battesimo, sono chiamati ad essere discepoli e missionari di Gesù Cristo”. Benedetto XVI poneva al centro l’evangelizzazione e non pensava che battezzare fosse una forma di proselitismo da cui astenersi per rispetto delle culture. Nel suo discorso infatti egli citava il Vangelo di Marco: “Andate in tutto il mondo e proclamate la Buona Notizia ad ogni creatura. Chi crederà sarà battezzato, sarà salvo”. Veniva così riproposta la versione tradizionale di annuncio, missione ed evangelizzazione.

Nel discorso di Aparecida la centralità non spetta ai popoli latinoamericani, dell’Amazzonia o di altro: spetta a Dio. Si parte e si ritorna sempre a Dio. Parlare prima e soprattutto di Dio e non dei problemi sociali – notava Benedetto XVI – suscita l’accusa di fuggire dalla realtà. Ed ecco la risposta chiara e radicale del papa: “Chi esclude Dio dal suo orizzonte falsifica il concetto di ‘realtà’ e, in conseguenza, può finire solo in strade sbagliate e con ricette distruttive”.

Oggi il metodo teologico e pastorale chiede di partire non da Dio ma dalla “realtà”, dalla situazione storica e culturale dei popoli, e poi rileggere il messaggio di Dio. Di opposto parere Benedetto XVI: “Solo chi riconosce Dio, conosce la realtà e può rispondere ad essa in modo adeguato e realmente umano. La verità di questa tesi risulta evidente davanti al fallimento di tutti i sistemi che mettono Dio tra parentesi”. Il luogo teologico è la rivelazione di Dio affidata alla tradizione apostolica. Se Gustavo Gutierrez diceva che la teologia è “atto secondo”, dopo la presa di posizione di fronte ai problemi sociali, Benedetto XVI restituisce a Dio il suo posto, il primo posto.

Benedetto XVI si pone poi la domanda: “Cosa ci dà la fede in questo Dio?”. E non risponde riferendosi alla fratellanza umana, o alla giustizia e alla pace sulla terra, o alla conservazione della biodiversità ambientale … ma alla Chiesa: “ci dà una famiglia, la famiglia universale di Dio nella Chiesa cattolica”. Alla centralità di Dio corrisponde la centralità della Chiesa.

Come non parte dalla situazione dei popoli latinoamericani per rileggere il Vangelo, ma dal Vangelo, così Benedetto XVI non parte dalla prassi ma dalla dottrina. Egli invita a conoscere la Parola di Dio, a fare catechesi per “conoscere” il messaggio di Cristo senza della qual cosa non lo si può nemmeno rendere guida della vita. Invita anche ad una “adeguata formazione alla Dottrina sociale della Chiesa, essendo molto utile per ciò il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa”.

Due sono i punti centrali del discorso di Aparecida: la centralità di Dio e il rapporto tra la fede e la recta ratio. Ambedue le cose, insieme, fondano il ruolo pubblico della fede cattolica: “Una società nella quale Dio è assente non trova il consenso necessario sui valori morali e la forza per vivere secondo il modello di questi valori, anche contro i propri interessi”.

Data l’aria che tira attorno al sinodo dell’Amazzonia, non abbiamo dubbio che la lettura di questo discorso di Aparecida sia molto utile.

Stefano Fontana












martedì 15 ottobre 2019

Santa Teresa d'Avila raccomanda di non abbandonare mai la preghiera




Santa Teresa di Gesù, nota come Santa Teresa d’Avila, visse nel XVI secolo in Spagna e fu l’autrice della riforma “Scalza” dell’Ordine Carmelitano, dapprima del ramo femminile, e poi del ramo maschile con l’aiuto di San Giovanni della Croce. Figura eccezionale nella storia della Chiesa, fu monaca di clausura favorita di doni mistici, eppure condusse una vita attivissima, contraddistinta dall’impegno a fondare i monasteri del nuovo Ordine. Offriremo qui alcuni spunti tratti dalla sua dottrina sull’orazione che le valse nel 1970 il titolo di Dottore della Chiesa, prima donna nella storia della Chiesa a esserne insignita.





Nei suoi scritti Santa Teresa tratta in più punti dei gradi dell’orazione, a partire dalla preghiera vocale fino alle vette dell’estasi. Lasciamoci guidare da questa “madre degli spirituali”[1] alla scoperta dei primi passi nel cammino dell’orazione, quelli dell’orazione vocale e mentale, accessibili a chiunque, poiché non richiedono un intervento mistico di Dio.

Santa Teresa fornisce una stupenda definizione della preghiera: “L’orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui dal quale sappiamo d’essere amati”.[2] Ecco dunque che, anche quando si recitano vocalmente delle preghiere come ad esempio il Santo Rosario, il Padre Nostro, l’Ave Maria, la Liturgia delle Ore, la Santa raccomanda di unire a questa preghiera l’orazione mentale, che “consiste nel pensare e comprendere quello che diciamo, a chi ci rivolgiamo e chi siamo noi per parlare con un Dio così grande”.[3]Sostiene infatti che l’orazione vocale, se non accompagnata dall’orazione mentale, sia “come una musica stonata”.[4]


Come iniziare la meditazione? Condizione essenziale è cercare la solitudine, un luogo adatto privo di distrazione. Quindi “si fa il segno della croce, poi l'esame di coscienza, indi si recita il Confiteor. Poi, siccome siete sole, cercatevi una compagnia. E quale può essere la migliore se non quella del Maestro? […] Immaginate quindi che vi stia vicino, e considerate l’amore e l’umiltà con cui vi istruisce”.[5] “Non vi chiedo già di concentrarvi tutte su di Lui, formare alti e magnifici concetti e applicare la mente a profonde e sublimi considerazioni. Vi chiedo solo che lo guardiate”.[6]


Santa Teresa spiega che, essendo lei stessa incapace di formulare considerazioni astratte, il suo metodo di orazione consisteva nel raffigurarsi interiormente una scena della vita di Gesù facendo di tutto per tenerlo presente dentro di sé.[7] Nei suoi scritti sono frequenti accenti di grande confidenza e tenerezza verso lo “Sposo”. La Santa insiste sulla necessità di intessere con Gesù un rapporto di frequentazione e amicizia, proprio come si è soliti fare con parenti e amici della terra.


Con grande sapienza la Santa suggerisce di scegliere i temi della meditazione senza costrizione, assecondando la consonanza con il proprio stato d’animo: “Se siete nella gioia potete contemplarlo risorto. […] Se invece siete afflitte o fra i travagli, potete contemplarlo mentre si reca al giardino degli olivi. […] Consideratelo legato alla colonna, sommerso nello spasimo, con le carni a brandelli: e tutto per il grande amore che ci porta. […] Oppure consideratelo con la croce sulle spalle, quando i carnefici non gli permettono nemmeno di respirare. Egli allora vi guarderà con quei suoi occhi tanto belli, compassionevoli e ripieni di lacrime; dimenticherà i suoi dolori per consolare i vostri, purché voi lo guardiate e lo preghiate di consolarvi.”[8]

"[L’anima] s’immagini di trovarsi innanzi a Gesù Cristo, conversi spesso con Lui e cerchi d’innamorarsi della sua umanità, tenendola sempre presente. Gli chieda aiuto nel bisogno, pianga con Lui nel dolore, si rallegri con Lui nella gioia, si guardi dal dimenticarlo nella prosperità, e questo non con preghiere studiate, ma con parole semplici, intonate ai suoi desideri e alle sue necessità: metodo eccellente per approfittare molto in poco tempo”.[9]
Per chi fatica a immaginare da sé le scene evangeliche, suggerisce di contemplare delle immagini sacre che suscitino la devozione oppure di utilizzare un testo di meditazione per raccogliere i pensieri e limitare le divagazioni della mente.[10]


Santa Teresa più volte tratta il tema degli ostacoli che rendono penosa l’orazione e che potrebbero indurre ad abbandonarla. Una prima difficoltà è, per i principianti, costituita dalla mancanza di consuetudine. Su questo punto Santa Teresa invita all’ascesi: "L’anima però cerchi di abituarvisi, non curi la fatica che deve fare per raccogliersi e vinca il corpo che reclamerà i suoi diritti”.[11] "Non si può parlare con Dio nel medesimo tempo che con il mondo come fanno coloro che mentre recitano preghiere, ascoltano ciò che si dice d’intorno, o si fermano a quanto vien loro nella mente, senza alcuna cura di raccogliersi”.[12]


Per quanto riguarda le distrazioni involontarie, Santa Teresa ammette che siano praticamente impossibili da evitare e consiglia semplicemente di ignorarle, senza angustiarsi: “L’unico rimedio che, dopo tanti anni di fatica, ho potuto trovare, è […] trattare la fantasia da pazza e abbandonarla a se stessa. Solo Iddio la può calmare!”.[13]


Per quanto intense e prolungate siano l’aridità o le distrazioni, la Santa è irremovibile: l’orazione non va mai abbandonata. La definisce “indispensabile per tutti i cristiani”,[14] mezzo per tenere lontane le tentazioni del demonio[15] e, infine, unica via per la quale Dio può entrare in un’anima per “prendervi le sue delizie e ricolmarla di beni”.[16]



Giorgio Maria Farè, Sacerdote e Carmelitano Scalzo


______________________
[1] Paolo VI, Omelia per la Proclamazione di S. Teresa d’Avila Dottore della Chiesa, 27 settembre 1970.
[2] S. Teresa di Gesù, Vita, Cap. 8, n. 5.
[3] S. Teresa di Gesù, Cammino di Perfezione, Cap. 25, n. 3. Cfr. anche Cammino di Perfezione, Cap. 22, nn. 1 e 3.
[4] Cammino di Perfezione, Cap. 25, n. 3.
[5] Cammino di Perfezione, Cap. 26, n. 1.
[6] Cammino di Perfezione, Cap. 26, n. 3.
[7] Cfr. Vita, Cap. 4, n. 7.
[8] Cammino di Perfezione, Cap. 26, nn. 4-5.
[9] Vita, Cap. 12, n. 2.
[10] Cfr. Cammino di Perfezione, Cap. 26, nn. 9 e 10.
[11] Cammino di Perfezione, Cap. 28, n. 7.
[12] Cammino di Perfezione, Cap. 24, n. 4.
[13] Vita, Cap. 17, n. 7.
[14] Cammino di Perfezione, Cap. 16, n. 3.
[15] Cfr. Cammino di Perfezione, Cap. 23, n. 4.
[16] Vita, Cap. 8, n. 9.










Belgio: bella, fidanzata, sana, ma un po' timida: chiede l'eutanasia




Kelly è giovane, ha un fidanzato, è bella e sana: ma dice di non piacersi e di essere timida. Per questo chiede l'eutanasia. Il Belgio è spaccato su un caso che svela le bugie sull'eutanasia, mentre i numeri della dolce morte si impennano: oltre 2300 decessi nel 2018. Una volta che un Paese accetta l’idea che talune vite non siano degne di essere vissute, la morte si manifesta per l’influencer che è, con le «vite indegne» che crescono continuamente di numero.



di Giuliano Guzzo, 15-10-2019

Ha appena 23 anni. E’ fisicamente sana, carina, ha il suo giro di amici e anche un fidanzato, Bregt. I giornalisti che l’hanno incontrata riferiscono di un «sorriso accattivante che, ogni tanto, le compare sul viso». Ciò nonostante desidera morire, e nel modo più sconvolgente: con l’iniezione letale. Parliamo di Kelly, una giovane belga del tutto simile ai 50.000 studenti che affollano la vivace città di Lovanio, sede della più grande università del Paese; ma a differenza di altri lei vuole appunto morire. Per motivi psichiatrici.

Più precisamente, il suo problema è che non si piace: «Quando mi guardo allo specchio, vedo un mostro. Davvero, non mi piace ciò che vedo». Una situazione per descrivere la quale il Daily Mail ha parlato di «crippling shyness», «paralizzante timidezza». Per questa ragione adesso, a pochi giorni dal suo ultimo compleanno, conta di andarsene. Una richiesta che non è detto sia accolta dato che oggi nel pur individualista Belgio molti psichiatri - e la maggior parte degli stessi cittadini - si oppone all'estensione della «dolce morte» a chi ha problemi psicologici. Una contrarietà motivata forse dal fatto che i devastanti effetti della legislazione eutanasica iniziano a farsi sentire. Anche solo sotto un profilo meramente numerico.

Lo testimoniano, implacabili, i numeri: i primi 235 casi di «dolce morte» del 2003 sono lievitati ad oltre 1.000 già nel 2011, in meno di dieci anni, per poi salire fino agli oltre 2350 del 2018. Non solo. Uno studio pubblicato nel marzo 2015 su The New England Journal of Medicine, basato sui dati del 2013, ha messo in evidenza come solo quell’anno più di 1.000 persone siano decedute con procedure di morte assistita mai richieste in precedenza. E non mancano fatti singoli molto inquietanti. Basti pensare a Godelieva De Troyer, uccisa nell’aprile 2012, a 65 anni, dal dottor Wim Distelmans solo perché depressa e senza neppure che i figli della donna ne fossero informati.

Tutto questo deve aver scosso la comunità belga, che adesso è spiazzata dalla richiesta della giovane Kelly, la quale non sta prendendo affatto bene tanta indecisione: «Mi sembra una discriminazione e mi fa arrabbiare. E’ semplicemente ingiusto». La determinazione della giovane a voler morire è tale che i genitori, la sorella gemella e il fratellino hanno appreso di questa sua volontà di morte solo pochi giorni fa, quando la notizia ha iniziato a circolare. In attesa di capire quali sviluppi avrà la vicenda, qualche considerazione sorge spontanea.

Anzitutto perché il caso di Kelly ne ricorda uno simile avvenuto a fine maggio di quest’anno: quello di Noa Pothoven, la diciassettenne olandese che, pur sana, ha ottenuto il permesso di lasciarsi morire perché segnata da tre stupri. Ora, possibile che tra i giovani europei – quelli istruiti, sani e intelligenti, che del Vecchio Continente rappresentano presente e futuro – inizi a radicarsi una simile, lucida tendenza autodistruttiva? Come si spiega? Da dove nasce un simile rifiuto della vita? E’ quanto meno doveroso chiederselo.

Allo stesso modo, anche se nessuno vuole minimizzare i problemi che può avere una giovane come questa ragazza belga – già reduce da ricoveri ospedalieri, tentativi di suicidio, disturbi alimentari, atti di autolesionismo -, è impossibile non registrare nella sua richiesta di morte l’ennesima conferma della cultura mortifera generata dall’eutanasia di Stato.

Non può difatti essere un caso il fatto che Pothoven e Kelly provengano rispettivamente dal primo e dal secondo Paese del mondo ad aver legalizzato la «dolce morte». Il legame è evidente: una volta che un Paese accetta l’idea che talune vite non siano degne di essere vissute, la morte si manifesta per l’influencer che è, con le «vite indegne» che crescono continuamente di numero. Non solo. Nella misura in cui lo Stato accetta l’eutanasia ma fissa parametri clinici senza i quali non si può morire, non regolamenta: discrimina. Su questo Kelly ha perfettamente ragione. Sta però a noi farle capire che il vero problema non è chi non le consente di morire, ma una cultura necrofila che ha dimenticato quanto la vita sia bella anche quando sembra brutta. E quanto, nonostante tutto, sia bello lottare.














lunedì 14 ottobre 2019

DEL POZZO: NEWMAN, IL SANTO CONTRO OGNI RELATIVISMO




Marco Tosatti, 13-10-2019

Cari Stilumcuriali, Luca Del Pozzo ci ha inviato una sua personale riflessione su John Henry Newman, che oggi sarà elevato agli onori degli altari. Buona lettura.





§§§

Tra coloro che oggi in S. Pietro saranno elevati agli onori degli altari spicca senza dubbio la figura del beato John Henry Newman. L’occasione è quanto mai propizia per sfatare uno dei più colossali abbagli della storia della teologia moderna. 

Si dà il caso infatti che il grande apologeta convertitosi dall’anglicanesimo al cattolicesimo nonché autore del famoso “brindisi alla coscienza” della Lettera al Duca di Norfolk- “Se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa” – sia tuttora ostaggio di quegli ambienti sedicenti cattolici che hanno fatto di Newman l’araldo della libertà di coscienza contro ogni forma di autorità, in primis quella del magistero. 

Peccato che le cose stiano diversamente, e che la coscienza di cui parlava Newman fosse (è) sideralmente lontana dalla quella visione soggettivista e relativista che oggi (ma non da oggi) va per la maggiore. 

Lo spiegò da par suo il compianto card. Caffarra in un memorabile intervento preparato per un convegno proprio su Newman (che non riuscì a fare perchè scomparve poche settimane prima, ma che fu poi recuperato e reso pubblico grazie a quei benemeriti di Tempi, ndr). 

Due sono i pilastri su cui si regge la dottrina di Newman sulla coscienza: il cosiddetto “principio dogmatico” e il rapporto naturale della coscienza morale con Dio. 

Principi, spiegava il card. Caffarra, che fanno sì che la coscienza morale “…non è la capacità di decidere, sia pure dopo serio discernimento ciò che è bene/male. È la capacità di giudicare e dire al soggetto ciò che è bene/male, alla luce di una Verità che le è superiore. 

Pertanto il primo assioma della dottrina sulla coscienza non è: «Segui sempre la tua coscienza», ma: «Ricerca la verità circa il bene/male»”. 

Come si vede, una visione diametralmente opposta a quella della modernità che storicamente si è imposta, e che ha coinciso con la comparsa sul proscenio della storia di un uomo che ha inteso sé stesso come ab-soluto, cioè sciolto da ogni legame e in grado di autodeterminarsi. 

Un uomo che rinnegando Dio ha elevato a valore e programma di vita ciò che per la dottrina cattolica è il peccato per eccellenza, il peccato all’orgine di ogni altro peccato ossia il farsi dio di sè stessi decidendo da soli ciò che è bene e ciò che è male, descritto nel racconto bliblico della caduta (Gen 3) che lungi dall’essere una favoletta per bamboccioni creduloni, come sostiene certa teologia all’amatriciana, è la fotografia esatta di ciò che è la situazione dell’uomo. 

Al contrario per Newman la coscienza è coincidenza tra “moral sense” e “sense of duty”, ossia – spiegava Caffarra – “luce circa ciò che è bene/male e, al contempo, guida della nostra vita quotidiana, delle nostre scelte”. 

E senza che vi sia nessuna contrapposizione, come vorrebbero i protestanti anonimi già cattolici, con il magistero della Chiesa. Entrambi infatti hanno come referente ultimo la legge divina, la luce della divina Verità. 

In questa dinamica compito del Papa, che del magistero è il primo servitore, è di aiutare la coscienza ad ascoltare la voce della Verità che Dio ha impresso in ogni uomo. 

Detto altrimenti: essendo l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, per Newman ciò comporta che ogni persona è dotata di coscienza morale, cioè ogni persona è in grado di giudicare se le sue azioni sono in accordo o meno con la Verità inscritta nel suo essere profondo. 

Perché tuttavia questa facoltà possa essere esercitata occorre un aiuto esterno: “Il bambino – commentava Caffarra – ha una naturale capacità di parlare, ma è necessario l’intervento esterno di un altro perché la naturale capacità funzioni. La madre non impone nulla dall’esterno, ma porta a compimento una capacità già presente nel bambino. 

Analogamente avviene nel rapporto coscienza morale-magistero del Papa. Quest’ultimo, sul piano morale, non impone nulla dall’esterno. Impedisce che l’uomo cada nella peggiore amnesia, quella del bene e del male…”. 

Ecco spiegato il senso vero e profondo del famoso “brindisi”, che pone la dottrina della coscienza morale di Newman nel solco della migliore tradizione cattolica. 

Dottrina la cui eco è rintracciabile, ad esempio, nel magistero di S. Giovanni Paolo II, che al tema della libertà e della coscienza dedicò una serie di catechesi di straordinaria bellezza tenute nell’estate del 1983 durante l’Anno Santo straordinario della Redenzione, dalle quali emerge in maniera vivida la consonanza con le tesi di Newman (anche questa è comunione dei santi). 

Il tema era, appunto, la Redenzione. O meglio, gli effetti della Redenzione sulla vita morale dell’uomo. Il che portò Wojtyla ad affrontare la questione della libertà e della coscienza. 

Punto di partenza, la domanda su come debba vivere l’uomo redento da Cristo. Posto che la Redenzione pone l’uomo in uno stato di vita completamente diverso da prima, come si manifesta in concreto l’opera redentrice di Cristo nella vita di tutti i giorni? 

La risposta è presto detta: seguendo la legge di Dio. Che nell’ottica paolina a cui il Papa si rifà vuol dire non aderire a degli obblighi esteriori quanto piuttosto compiere la volontà di Dio nella propria vita. 

“Questo progetto creativo di Dio – disse il Papa nell’udienza del 27 luglio 1983 – in quanto conosciuto e partecipato dall’uomo, è ciò che noi chiamiamo legge morale”. Che quindi lungi dall’essere un qualcosa che si contrappone alla libertà, è esattamente “…ciò che garantisce la libertà, ciò che fa sì che essa sia vera, non una maschera di libertà: il potere di realizzare il proprio essere personale secondo verità”. 

Ora che posto occupa in tale ottica la coscienza? O se si preferisce, come conciliare libertà dell’uomo e adesione alla legge/volontà di Dio? 

La risposta a questa domanda sta in due, straordinarie catechesi tenute dal santo Papa polacco 17 e 24 agosto di quell’anno. Due perle di sapienza la cui lettura e meditazione andrebbe imposta in tutti i seminari dell’orbe cattolico (e in tanti altri posti, ma lasciamo stare). 

Allo stesso modo per cui ogni uomo ha innato una sorta di senso estetico che lo porta a dire “questo è bello, questo è brutto”, esiste anche un “senso morale”, dice il Papa, che ci fa dire “questo è giusto, questo è sbagliato”. 

Ma sulla base di cosa, cioè di quali criteri? 

Il Papa qui cita un brano della Dignitatis Humanae (alla cui elaborazione, come è noto, lo stesso Wojtyla contribuì non poco) del Vaticano II, che in sostanza dice due cose: 1) norma suprema dell’agire morale è la legge di Dio; 2) l’uomo coglie gli imperativi della legge divina mediante la sua coscienza che è tenuto a seguire per arrivare a Dio, suo fine. 

Arriviamo al punto: “la coscienza morale – dice Wojtyla – non è un giudice autonomo delle nostre azioni. Essa desume i criteri dei suoi giudizi da quella «legge divina, eterna, oggettiva e universale»…di cui parla il testo conciliare”. 

Per questo, prosegue Wojtyla, il Concilio ha detto che “l’uomo, nella sua coscienza, è «solo con Dio». Si noti: il testo non si limita ad affermare: «è solo», ma aggiunge: «con Dio». La coscienza morale non chiude l’uomo dentro una invalicabile e impenetrabile solitudine, ma lo apre alla chiamata, alla voce di Dio”. 

Chiarito che la coscienza morale può solo discernere, ascoltando Dio che parla, ma non decidere ciò che è bene e ciò che è male, Wojtyla va dritto al passaggio successivo: la coscienza non è infallibile e, anzi, può sbagliare. Per questo è un qualcosa che va maneggiato con estrema cura. 

Il Papa lo dice a chiare note: “Non è sufficiente dire all’uomo: «Segui sempre la tua coscienza». E’ necessario aggiungere subito e sempre: «Chiediti se la tua coscienza dice il vero o il falso, e cerca instancabilmente di conoscere la verità»”. 

E’ necessario insomma che la coscienza sia opportunamente formata, il che richiede l’assidua frequentazione della dottrina della Chiesa (quando questa è “sana”, ci permettiamo di aggiungere, il che non sempre è scontato). 

Ma, dice ancora il Papa, quando parliamo di formazione della coscienza c’è un problema per così dire, a monte, che dev’essere risolto. 

Problema che nell’ottica del pontefice è una vera e propria “malattia mortale” che va sotto il nome di “indifferenza verso la verità”. “Come potremmo, infatti, – si chiede Wojtyla – essere preoccupati che la verità abiti nella nostra coscienza, se riteniamo che l’essere nella verità non sia un valore di importanza decisiva per l’uomo?”. 

Se insomma tutto è relativo; se bene e male non hanno un connotato oggettivo ma soggettivo; se vero e falso è una questione di gusti personali; se ciò che conta è fare ciò che uno pensa senza badare se quello che pensa sia giusto o sbagliato, o ritenere più importante cercare la verità che trovarla dal momento che la verità non è mai raggiungibile, col risultato di confondere “il rispetto dovuto ad ogni persona, qualunque siano le idee che professa, con la negazione dell’esistenza di una verità obiettiva”: chiaro che in questa prospettiva non ha alcun senso preoccuparsi di formare la propria coscienza. Col risultato di ritrovarsi, prima o poi, a “confondere la fedeltà alla propria coscienza con l’adesione a una qualsiasi opinione personale o della maggioranza”. 

Ecco dunque il primo passo, il punto di partenza nel percorso di formazione di ogni coscienza: l’amore alla verità, perché “non si trova la verità se non la si ama; non si conosce la verità, se non si vuole conoscerla”. 

Non basta conoscere la legge morale per saper discernere, nelle scelte di tutti i giorni, ciò che è bene e ciò che male; è necessario che l’uomo sia come “sintonizzato”, se mi si passa il termine, sulla stessa lunghezza d’onda di Dio in modo da poter percepire, “quasi per una forma di istinto spirituale”, dice Wojtyla, da che parte sta il bene e sapersi orientare di conseguenza. 

Tornando a Newman, e per concludere: nessuna presunta contrapposizione, nessun irriducibile contrasto quanto piuttosto piena sinergia tra coscienza e magistero, ciò che mette al riparo la prima – ovviamente se ben formata – dal cadere vittima dei tanti ciarlatani e falsi profeti che, ieri come oggi, fuori sembrano pecore ma dentro sono lupi rapaci. 

Anche per questo suona più che appropriata la definizione di ”Agostino della Chiesa moderna” data dallo stesso card. Caffarra al futuro santo. Direi che un brindisi, stavolta a Newman, ci sta proprio tutto.

Luca Del Pozzo




P.S. per una singolare quanto provvidenziale coincidenza la seconda lettura dell’Ufficio di ieri proponeva questo bellissimo testo di S.Vincenzo Lérins sullo sviluppo del dogma, com’è noto tema anch’esso centrale nella riflessione di Newman, ma soprattutto di grande attualità visti i sommovimenti in atto nella Chiesa. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Dal «Primo Commonitorio» di san Vincenzo di Lerins, sacerdote (Cap. 23; PL 50, 667-668)

Lo sviluppo del dogma


Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Vi sarà certamente e anche molto grande. Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire? Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra.

È necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto. La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi. Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l’andare degli anni, rimangono i medesimi di prima. Vi è certamente molta differenza fra il fiore della giovinezza e la messe della vecchiaia, ma sono gli stessi adolescenti di una volta quelli che diventano vecchi. Si cambia quindi l’età e la condizione, ma resta sempre il solo medesimo individuo. Unica e identica resta la natura, unica e identica la persona.

Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno, nell’embrione, sicché quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale.

Non vi è alcun dubbio in proposito. Questa è la vera e autentica legge del progresso organico. Questo è l’ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita. Nell’età matura si dispiega e si sviluppa in forme sempre più ampie tutto quello che la sapienza del creatore aveva formato in antecedenza nel corpicciuolo del piccolo.

Se coll’andar del tempo la specie umana si cambiasse talmente da avere una struttura diversa oppure si arricchisse di qualche membro oltre a quelli ordinari di prima, oppure ne perdesse qualcuno, ne verrebbe di conseguenza che tutto l’organismo ne risulterebbe profondamente alterato o menomato. In ogni caso non sarebbe più lo stesso.

Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. È necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato.

I nostri antenati hanno seminato già dai primi tempi nel campo della Chiesa il seme della fede. Sarebbe assurdo e incredibile che noi, loro figli, invece della genuina verità del frumento, raccogliessimo il frutto della frode cioè dell’errore della zizzania.

È anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione.

Poiché dunque c’è qualcosa della primitiva seminagione che può ancora svilupparsi con l’andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione.