lunedì 13 agosto 2018

SULLA CORRETTA TRADUZIONE. Padre nostro, l'importanza della tentazione





Durante la veglia di sabato del Papa con i giovani, Francesco è tornato a parlare dell'annosa questione della traduzione corretta del Padre Nostro nel passaggio "Non ci indurre in tentazione". Ma cosa dice la Scrittura? Dio non può abbandonarci alla tentazione, ma ci può indurre ovvero tentare in Colui nel quale, per il battesimo, siamo stati trasfigurati e quindi possiamo vincere.


di Nicola Bux, 13-08-2018

Durante la veglia di sabato del Papa con i giovani, Francesco è tornato a parlare
dell'annosa questione della traduzione corretta del Padre Nostro nel passaggio "Non ci indurre in tentazione". Il Papa ha detto: "Nella preghiera del Padre Nostro c'è una richiesta: 'Non ci indurre in tentazione'. Questa traduzione italiana recentemente è stata cambiata, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre 'indurci' in tentazione? Può ingannare i suoi figli? - ha chiesto - Certo che no. Infatti una traduzione più appropriata è: 'Non abbandonarci alla tentazione'. Trattienici dal fare il male, liberaci dai pensieri cattivi....A volte le parole, anche se parlano di Dio, tradiscono il suo messaggio d'amore. A volte siamo noi a tradire il Vangelo".


Fin qui il Papa. Come stanno le cose?
In merito al "non ci indurre in tentazione", vanno menzionati innanzitutto tre brani:


"Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani
, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone..."
(Es 14,17). Qui è il Signore che induce all'ostinazione; "Ecco,dunque, il Signore ha messo uno spirito di menzogna sulla bocca di tutti questi tuoi profeti, perché il Signore ha decretato la tua rovina..."(1 Re 22,23). Qui è il Signore che induce alla mistificazione; "E per questo Dio invia loro una potenza d'inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all'iniquità" (2 Tess 2,11-12). Qui è il Signore che induce all'inganno.


Nella I domenica di Quaresima
, la "domenica delle tentazioni di Gesù" la Liturgia Horarum secondo il Novus Ordo, propone la lettura di sant'Agostino a commento del salmo 60, di cui riportiamo il brano seguente: "...la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.
Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l'umiliazione, da sé la tua gloria, dunque perse da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.
Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tenere lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato"
(Commento al Salmo 60,3; CCL 39,766).


Pertanto, Dio non può abbandonarci alla tentazione
, ma ci può indurre ovvero tentare in Colui nel quale, per il battesimo, siamo stati trasfigurati e quindi possiamo vincere.


San Tommaso D'Aquino
, nel suo Commento al Padre nostro, dopo aver premesso che Dio 'tenta' l'uomo per saggiarne le virtù, e che essere indotti in tentazione vuol dire consentire ad essa, scrive: "In questa (domanda) Cristo ci insegna a chiedere di poterli evitare (i peccati), ossia di non essere indotti nella tentazione per la quale scivoliamo nel peccato, e ci fa dire: 'Non ci indurre in tentazione'."[...].


L'Aquinate poi, chiarito che la carne
, il diavolo e il mondo tentano l'uomo al male, annota che la tentazione si vince con l'aiuto di Dio, in quale modo? "Cristo ci insegna a chiedere non di non essere tentati, ma di non essere indotti nella tentazione"[...]. Infine, si chiede: "Ma forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: 'non ci indurre in tentazione'? Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all'uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato. Per questo noi diciamo col salmista: 'Non abbandonarmi quando declinano le mie forze' (Sal 71[70],9). E Dio sostiene l'uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato".


A questo si deve aggiungere anche il commento al Padre nostro di Ratzinger
, dalla trilogia delle sue opere.


Quindi, secondo questi autori conserva
tutto il suo senso la petizione "et ne nos inducas in temptationem": il testo latino corrisponde esattamente all'originale greco del Nuovo Testamento. Il punto focale è prendere in considerazione tutta la Rivelazione biblica, nella quale Dio si manifesta in modo "cattolico": etimologicamente, secondo la globalità dei fattori, che caratterizzano la vicenda umana e che non sfuggono in alcun modo a Lui, se è vero il detto: non muove foglia che Dio non voglia.


Del resto, non dice Giobbe
: se da Dio abbiamo accettato il bene, perché non dovremmo accettare il male? Dio ha dato, Dio ha tolto: sia benedetto il nome del Signore. E Gesù: tutti i capelli del vostro capo sono contati. Per questo, Dio è cattolico, come disse von Balthasar.

















domenica 12 agosto 2018

La Madonna di Akita. la continuazione della missione della Madonna di Fatim




Prologo
Akita è una città sita nel Nord Ovest del Giappone, in cui sono avvenuti dei fatti, che la Chiesa ha riconosciuto ufficialmente come soprannaturali. Essi hanno avuto luogo negli anni Settanta presso il Convento delle Suore “Serve dell’Eucarestia”, che dista circa 5 km da Akita.
La protagonista dei fatti miracolosi è Suor Agnese Katsuko Sasagawa, nata nel 1931 ed entrata, nel 1973, nel Convento delle Suore “Serve dell’Eucarestia”, vicino Akita, a 42 anni. Essa era completamente sorda e incurabile (cfr. I. Corona, Akita. Le apparizioni della Madonna a suor Agnese Sasagawa, ed. Segno, Tagnavacco di udine, 2015, p.5)


Le apparizioni della Madonna iniziarono il 12 giugno del 1973. Suor Agnese Sasagawa stava entrando in cappella per l’adorazione eucaristica verso le 8h, 30 ed improvvisamente vide una luce intensa che usciva dal tabernacolo, i 2 giorni successivi il fenomeno si ripeté, riempiendo la Suora di stupore, di pace e di serenità. Il 28 giugno 1973 Suor Agnese ricevette le stigmate a forma di croce alla mano sinistra, che le causarono dolori fortissimi. In séguito le apparve l’Angelo custode, che l’invitò a pregare in riparazione delle offese ricevute dal S. Cuore di Gesù e dal Cuore Immacolato di Maria. Il 29 giugno 1973 gli Angeli apparvero attorno all’altare nella cappella del Convento. In séguito (6 luglio 1973) le mani della statua di Maria SS. - realizzata in legno - iniziarono a sanguinare. Suor Agnese, nel 1973, ricevé 3 “Rivelazioni” (private) da parte della Madonna di Akita, le quali nel 1988 furono riconosciute ufficialmente come non contrarie alla Fede e ai Costumi, conformi alla dottrina cattolica e genuine, dall’allora Prefetto della S. Congregazione per la Dottrina della Fede cardinal Joseph Ratzinger.


I miracoli


Nel 1981 la signora Chun (della Corea), ammalata di tumore al cervello in fase terminale, mentre pregava difronte alla statua della Madonna di Akita venne guarita totalmente e immediatamente. La guarigione istantanea, non spiegabile naturalmente, venne confermata dal dottor Tong-Woo-Kim dell’ospedale di Seul. Mons. John Sojiro Ito, Vescovo della Diocesi in cui si trova Akita, autorizzò, quindi, il culto di “Nostra Signora di Akita”. Suor Agnese venne guarita istantaneamente, totalmente nel 1973 e nel 1982, per sempre, dalla sua sordità assoluta.
Lacrimazione di sangue

Maria SS. di Akita, venerata ivi come Corredentrice e Mediatrice di ogni grazia, sparse lagrime di sangue circa un centinaio di volte e sanguinò dalla ferita a forma di croce della mano destra.
La prima apparizione e il primo Messaggio (6 luglio 1973)

Il 6 luglio 1973, verso le 3 del mattino, una “Donna apparve a Suor Agnese e le disse: “Non temere, sono colei che sta presso di te e ti custodisce. Seguimi. Il mondo attuale ferisce il Santissimo Cuore di Gesù. La tua sordità sarà guarita. Prega per il Papa, i Vescovi e i Sacerdoti” (I. CORONA, cit., p. 12). Apparve anche una ferita a forma di croce sulla mano destra della statua, che sanguinò tutti i venerdì del mese di luglio del 1973, tempo in cui Mons. John Sojiro Ito, Vescovo della Diocesi di Akita si trovava nel Convento delle Suore e poté constatare di persona molti degli eventi soprannaturali. Inoltre fece analizzare il liquido lacrimale e le gocce di sangue dalla facoltà di Medicina dell’Università di Akita, che ne dichiarò la natura umana (G. HIERZENBERGER – O. NEDOMANSKY, Tutte le apparizioni della Madonna in 2000 anni di storia, Milano, Piemme, 1996, p. 421).


La seconda Apparizione e il secondo Messaggio (3 agosto 1973): il “grande Castigo”


In questo secondo messaggio la Madonna annunciò esplicitamente un “grande Castigo”, che stava per abbattersi sull’umanità intera. Tuttavia si poteva ancora placare la collera di Dio con preghiera, penitenza e sacrifici. Particolarmente chiese a Suor Agnese di diventare “la pietra scartata dai costruttori”, che avrebbe dovuto essere “appesa alla croce con 3 chiodi: la povertà, la castità e l’obbedienza nel totale abbandono alla Provvidenza divina” (I. CORONA, cit., p. 19).
La terza e ultima Apparizione e il terzo Messaggio (13 ottobre 1973): “più grave del Diluvio universale”

Il 13 ottobre del 1973 la Madonna, nel 56° anniversario della ultima apparizione a Fatima (13 ottobre del 1917), specificò la natura del “grande Castigo” e disse che sarebbe stato “una punizione più grande del Diluvio universale dei tempi di Noè, che si manifesterà per mezzo del fuoco del Cielo, il quale annienterà gran parte dell’umanità, buoni e cattivi, senza risparmiare i religiosi e i fedeli. I vivi saranno così afflitti da invidiare i morti. Le uniche armi saranno il Rosario e il Segno [della croce? ndr]. La Madonna preannuncia anche lotte intestine all’interno della Chiesa (Cardinali contro Cardinali, Vescovi contro Vescovi), nella Chiesa circolerà corruzione e il Maligno prenderà con sé anche molti consacrati. Ci saranno vere e proprie persecuzioni ordite dal diavolo. I Sacerdoti che mi venerano saranno disprezzati e ostacolati dai loro confratelli… chiese ed altari saccheggiati. La Chiesa sarà piena di coloro che accettano compromessi. Il demonio spingerà molti consacrati a lasciare il servizio del Signore e sarà implacabile specialmente contro le anime consacrate a Dio” (I. Corona, cit. pp. 21-23).


La fiducia in Maria SS. unita alla preghiera del Rosario quotidiano saranno le armi per essere salvati (cit, p. 24). Il 13 ottobre del 1974 Suor Agnese guarì istantaneamente dalla sua sordità, il miracolo inizialmente durò solo 6 mesi, ma divenne definitivo nel maggio del 1982.


Il 4 gennaio del 1974 la statua della Madonna di Akita lacrimò abbondantemente e il 29 settembre tutta la comunità delle Suore notò una grande luce che emanava dalla statua, trasformandosi in acqua, il liquido venne inviato al laboratorio di analisi chimica dell’Università di Akita e risultò essere “secrezione umana” e più esattamente “sangue di gruppo ‘0’, lacrime e sudore umani”. La statua ha pianto 101 volte nel corso dei 7 anni intercorsi tra il 1974 e il 1982. Inoltre la TV nipponica stava realizzando un servizio sugli avvenimenti del Convento di Akita quando la statua si mise a lacrimare e, così, 115 milioni di giapponesi poterono vedere la lacrimazione della Madonna di Akita sullo schermo televisivo, che mandò in onda per diversi giorni le immagini dell’evento (cfr. I. CORONA, cit., p. 34). Monsignor Ito, il Vescovo del Luogo, nominò una commissione di teologi e scienziati per appurare la verità sui fatti di Akita. I medici riconobbero la sanità mentale e l’equilibrio psichico di Suor Agnese. I chimici appurarono che la materia raccolta dalla statua lacrimante era sangue umano, misto a sudore e lacrime umane.


Conclusione: da Fatima ad Akita

Monsignor Ito, nella Lettera Pastorale del 22 aprile 1984, in consultazione con la S. Sede, autorizzò la venerazione della Madonna di Akita nella sua Diocesi (Niigata), affermando che “il messaggio di Akita è la continuazione del messaggio di Fatima!” (I. Corona, cit., p. 43). Ad Akita la Madonna è tornata a chiedere con insistenza di pregare il Rosario quotidianamente, di accettare da Dio qualunque cosa Egli ci invierà nel corso della nostra vita e di offrire le sofferenze quotidiane in riparazione dei molti peccati commessi in tutto il mondo in questi tristissimi tempi. I messaggi di Fatima e di Akita hanno un contenuto apocalittico comune: l’uomo moderno sta portando il fuoco sulla terra.
Preghiamo, facciamo penitenza e teniamoci pronti al nuovo Diluvio universale che sommergerà la terra nel fuoco.


Tratto dal periodico cattolico “Si Si No No”








giovedì 9 agosto 2018

L’ABATE FARIA AL PAPA: PORTARE LA TALARE NON È UNA MODA, SANTITÀ. È SEGNO DI RISPETTO VERSO IL SACERDOZIO.





Marco Tosatti, 9 agosto 2018

Non sapevo che fine avesse fatto l’Abate Faria, quando non mi è arrivata una lettera da uno sperduto eremitaggio abruzzese. Un ritiro spirituale in mezzo alla natura, e con poche modernità. Così il buon abate ha dovuto far ricorso alle Poste Italiane per farmi avere, e trasmettervi, la sua indignazione per una delle tante cose strane che sentiamo dalla bocca improvvisatrice del Pontefice. Di che cosa si tratti lo vedrete subito…

Nell’incontro del primo agosto con un gruppo di gesuiti, il Santo Padre ha detto: “Sono contento di accogliervi. Grazie tante di questa visita, mi fa bene. Quando io ero studente, quando si doveva andare dal Generale, e quando con il Generale dovevamo andare dal Papa, si portava la talare e il mantello. Vedo che questa moda non c’è più, grazie a Dio”. Nella foto si osserva il Papa con un gruppo di gesuiti con abiti di foggia diversa ma tutti di derivazione ecclesiastica e con il colletto; nessuno di loro indossa la talare con l’eccezione del Papa.

Ora, io come sacerdote sono abituato a portare rispetto al Papa, ma queste uscite non le capisco proprio. Io credo che non si capisce che uscite come queste, fanno più danno che bene. Portare la talare e il mantello, Santità, non è una “moda” ma segno di ossequio più profondo per la propria dignità sacerdotale. Voi pensate che la gente si trovi bene con i sacerdoti in maglione o pullover? No, Santo Padre, la gente semplice quando vede il sacerdote in talare dice sempre cose del tipo: “sembrava proprio un prete!”. Perché l’abito, a volte, fa il monaco.

Ricordo un anziano religioso ospedalizzato negli ultimi giorni della vita che pregava gli infermieri di non privarlo del suo abito (dovevano lavarlo…) perché dal suo abito non si era mai separato, gli era stato sempre fedele. Perché sapete, Santo Padre, che queste frasi “decostruzioniste” preludono poi allo svilimento dell’abito ecclesiastico tout court, compreso quello che i gesuiti che la stavavano visitando hanno indossato.

Il vostro predecessore di venerata memoria San Giovanni Paolo II diceva nel 1982: “Inviati da Cristo per l’annuncio del Vangelo, abbiamo un messaggio da trasmettere, che si esprime sia con le parole, sia anche con i segni esterni, soprattutto nel mondo odierno che si mostra così sensibile al linguaggio delle immagini. L’abito ecclesiastico, come quello religioso, ha un particolare significato: per il sacerdote diocesano esso ha principalmente il carattere di segno, che lo distingue dall’ambiente secolare nel quale vive; per il religioso e per la religiosa esso esprime anche il carattere di consacrazione e mette in evidenza il fine escatologico della vita religiosa. L’abito, pertanto, giova ai fini dell’evangelizzazione ed induce a riflettere sulle realtà che noi rappresentiamo nel mondo e sul primato dei valori spirituali che noi affermiamo nell’esistenza dell’uomo. Per mezzo di tale segno, è reso agli altri più facile arrivare al Mistero, di cui siamo portatori, a Colui al quale apparteniamo e che con tutto il nostro essere vogliamo annunciare”.

Io apprezzo i miei confratelli che si mettono un abito ecclesiastico distintivo della loro condizione, apprezzo ancora di più chi si mette la talare, come faccio io, un segno più profondo di separazione dal mondo e di appartenenza alla dimensione soprannaturale.

Abate Faria









martedì 7 agosto 2018

Il misterioso caso del numero 2358 del Catechismo


 



di Aldo Maria Valli, 06-08-2018

Dopo che il papa ne ha cambiato il testo a proposito della pena di morte, in questi giorni si sta parlando molto del Catechismo della Chiesa cattolica. E alcuni osservatori si sono chiesti: la nuova redazione del n. 2267, relativa appunto alla pena capitale, potrebbe essere un primo passo verso altri cambiamenti? Una sorta di banco di prova?

L’ipotesi non appare troppo campata per aria alla luce di quello che si può ben definire un mistero che riguarda un altro punto del Catechismo: il n. 2358 riguardante l’omosessualità.
Partiamo. Se facciamo clic su Catechism of the Catholic Church, in internet ci troviamo subito nella pagina ufficiale del Vaticano in inglese. Eccola: http://www.vatican.va/archive/ENG0015/_INDEX.HTM
Se poi vogliamo conoscere l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità, dobbiamo andare alla sezione sui dieci comandamenti, scegliere il sesto e quindi fare clic sulla sezione The Vocation to Chastity (La vocazione alla castità): http://www.vatican.va/archive/ENG0015/__P85.HTM
Noterete subito una particolarità. Per gran parte della pagina lo sfondo è diverso: non il solito color seppia, ma bianco. Come se qualcuno ci avesse lavorato sopra, senza però ripristinare lo sfondo usuale.
Bene. Andiamo ora al numero 2358. Che cosa leggiamo? Ecco il testo: «The number of men and women who have deep-seated homosexual tendencies is not negligible. This inclination, which is objectively disordered, constitutes for most of them a trial. They must be accepted with respect, compassion, and sensitivity. Every sign of unjust discrimination in their regard should be avoided. These persons are called to fulfill God’s will in their lives and, if they are Christians, to unite to the sacrifice of the Lord’s Cross the difficulties they may encounter from their condition». Traduzione: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione».
Il mistero riguarda la frase «This inclination, which is objectively disordered, constitutes for most of them a trial», ovvero «Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova»).
Se infatti al link suddetto (lo ripeto: http://www.vatican.va/archive/ENG0015/__P85.HTM) togliete un trattino basso, trasformandolo in http://www.vatican.va/archive/ENG0015/_P85.HTM, vi ritrovate nell’Intra Text e al numero 2358 vi appare un altro testo (questa volta tutto sul normale sfondo color seppia). Eccolo: «The number of men and women who have deep-seated homosexual tendencies is not negligible. They do not choose their homosexual condition; for most of them it is a trial. They must be accepted with respect, compassion, and sensitivity. Every sign of unjust discrimination in their regard should be avoided. These persons are called to fulfill God’s will in their lives and, if they are Christians, to unite to the sacrifice of the Lord’s Cross the difficulties they may encounter from their condition». Traduzione: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Essi non scelgono la loro condizione omosessuale; per la maggior parte di loro è una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione».

Il mistero, come vedete, riguarda la frase che ho evidenziato. Al posto di «This inclination, which is objectively disordered, constitutes for most of them a trial», abbiamo «They do not choose their homosexual condition; for most of them it is a trial». Dunque, al posto di «Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova», abbiamo ora «Essi non scelgono la loro condizione omosessuale; per la maggior parte di loro è una prova».
Risultato? È completamente sparito il riferimento all’inclinazione che è «oggettivamente disordinata». E al suo posto abbiamo l’affermazione che «Essi non scelgono la loro condizione omosessuale».
Che sta succedendo? È chiaro che nel sito ufficiale del Vaticano ci sono due versioni del n. 2358. Una è quella in vigore, ma poi ce n’è un’altra, che è come lì in attesa, pronta per essere usata al posto dell’attuale.
Si può notare che la versione, chiamiamola così, «fantasma», ricalca pari pari il pensiero del padre gesuita James Martin, attivista Lgbt molto quotato in Vaticano (è consigliere del dicastero vaticano delle comunicazioni sociali ed è stato invitato a intervenire quale relatore ufficiale al prossimo Incontro mondiale delle famiglie a Dublino) il quale nel suo libro Building a Bridge: How the Catholic Church and the LGBT Community Can Enter Into a Relationship of Respect, Compassion and Sensitivity (HarperCollins), scrive a proposito del n. 2358: «The phrase relates to the orientation, not the person, but it is still needlessly hurtful. Saying that one of the deepest parts of a person — the part that gives and receives love — is ‘disordered’ in itself is needlessly cruel» (pp. 46-47). Ovvero: «La frase si riferisce all’orientamento, non alla persona, ma è ancora inutilmente dolorosa. Dire che una delle parti più profonde di una persona – la parte che dà e riceve amore – è “disordinata” di per sé è inutilmente crudele».
Dunque, se lui potesse cambiare il testo del Catechismo, che cosa suggerirebbe? Ecco la risposta data dal padre Martin alla rivista dei gesuiti America (https://www.americamagazine.org/faith/2018/04/06/what-official-church-teaching-homosexuality-responding-commonly-asked-question): «To that end, it’s important to state that in the eyes of the church simply being gay or lesbian is not a sin—contrary to widespread belief, even among educated Catholics. That may be one of the most poorly understood of the church’s teachings. Regularly I am asked questions like, “Isn’t it a sin to be gay?” But this is not church teaching. Nowhere in the catechism does it say that simply being homosexual is a sin. As any reputable psychologist or psychiatrists will agree, people do not choose to be born with any particular sexual orientation. But when most people ask questions about “church teaching” they are referring not to this question, but to restrictions on homosexual, or same-sex, activity as well as the prohibition on same-sex marriage. Homosexual acts are, according to the catechism, “intrinsically disordered” and “contrary to natural law.” (The bulk of the catechism’s attention to homosexuality is contained in Nos. 2357-59.) Consequently, the homosexual orientation (and by extension, any orientation other than heterosexuality) is regarded as “objectively disordered”».

Ovvero: «A tal fine, è importante affermare che agli occhi della Chiesa il semplice essere gay o lesbiche non è un peccato, contrariamente alla credenza diffusa anche tra i cattolici istruiti. Questo potrebbe essere uno degli insegnamenti della Chiesa meno comprensibili. Mi vengono poste regolarmente domande come: “Non è peccato essere gay?” Ma questo non è insegnamento della Chiesa. Da nessuna parte nel Catechismo si dice che essere omosessuali è un peccato. Come ogni psicologo o psichiatra stimabile può spiegare, le persone non scelgono di nascere con un particolare orientamento sessuale. Ma quando la maggior parte delle persone si interroga sull’insegnamento della Chiesa, si riferisce non a questa domanda, bensì alle restrizioni sull’attività omosessuale, o dello stesso sesso, così come al divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso. Gli atti omosessuali sono, secondo il Catechismo, “intrinsecamente disordinati” e “contrari alla legge naturale”. (La maggior parte dell’attenzione del Catechismo circa l’omosessualità è contenuta nei numeri 2357-59). Di conseguenza, l’orientamento omosessuale (e per estensione qualsiasi orientamento diverso dall’eterosessualità) è considerato come “oggettivamente disordinato”».
Ho messo in evidenza la frase che, come si può vedere, ricalca quella contenuta nella versione «fantasma» del n. 2358.

Ho fatto lo stesso percorso nella versione italiana del Catechismo(http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_INDEX.HTM), sono andato nella parte dedicata alla vocazione alla castità (http://www.vatican.va/archive/ITA0014/__P84.HTM) e ho trovato la versione tradizionale del n. 2358: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione».

Poi ho tolto un trattino basso al link (http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_P84.HTM2358), sono entrato nell’Intra Text e… Ecco qua: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione».
Visto? In italiano non c’è alcuna differenza. La versione «fantasma» non esiste.
Purtroppo non ho il tempo di passare al setaccio l’intero Catechismo nelle diverse lingue, per vedere se il mistero riguarda solamente la versione inglese.
Resta la domanda dalla quale siamo partiti: il cambiamento del n. 2267 sulla pena di morte è una sorta di prova generale in vista di altre redazioni?
Infine, a chi si sta chiedendo se sono diventato improvvisamente un giornalista investigativo (non lo sono mai stato!), preciso che tutta quanta la vicenda della sezione fantasma l’ho presa dal sito del mitico Padre John Zuhlsdorf (http://wdtprs.com/blog/2018/08/the-mysterious-case-of-ccc-2358-on-objectively-disordered-homosexual-inclinations/), dove, gustandola in inglese, vi potrete sentire proprio nei panni di Sherlock Holmes.

Aldo Maria Valli









lunedì 6 agosto 2018

Don Elia. La vera sfida della Messa di sempre





L’uomo sarà felice solo quando avrà finalmente ucciso quel cristianesimo che gli impedisce di essere uomo. Ma non sarà attraverso una persecuzione che si ucciderà il cristianesimo, ché semmai la persecuzione lo alimenta e lo rafforza. Sarà attraverso l’irreversibile trasformazione interna del cristianesimo in umanesimo ateo con l’aiuto degli stessi cristiani, guidati da un concetto di carità che nulla avrà a che fare con il Vangelo.


(Ludwig Feuerbach, L’essenza del cristianesimo)



Don Elia, sabato 4 agosto 2018

Il programma non poteva essere più netto né più esplicito; altrettanto chiaro ed evidente è il fatto che, nella Chiesa attuale, la sua realizzazione è decisamente a buon punto. Una delle fondamentali direttrici di azione è stata quella che lo stesso Feuerbach, riconosciuto quale capo indiscusso della sinistra hegeliana, aveva preconizzato: la dissoluzione della teologia in antropologia, il cui merito principale va ascritto, non a caso, ai gesuiti. Un’altra direttrice importante è stata la demolizione e demonizzazione della morale: la rivoluzione sessantottina, pervertendo radicalmente i costumi, ha trasformato la maggioranza dei cattolici in atei professi (quelli che hanno pubblicamente rinnegato la fede) o meramente pratici (quelli che continuano a considerarsi membri della Chiesa pur vivendo in modo totalmente contrario al suo insegnamento). Se il Magistero recente, almeno in via teorica, era riuscito a tenere in piedi ancora qualcosa, in questi ultimi cinque anni si è provveduto con sorprendente accanimento a spazzare via quel poco che rimaneva.


Non siamo certo così ingenui da pensare che l’inizio della crisi risalga soltanto al 2013. Già prima, nonostante l’insistenza degli ultimi papi sui principi non negoziabili, la “pastorale sul campo” seguiva tranquillamente vie proprie, sommamente indifferenti alle indicazioni magisteriali, se non in palese contraddizione con esse. Lo stridente contrasto – qualora un marziano si azzardasse ad abbordare la questione – veniva olimpicamente sanato con l’uso di qualche formula magica quale discernimento individuale, adattamento pastorale, analisi sociale… ma normalmente, in assenza di importuni legalisti, era semplicemente occultato con una sfacciata dissimulazione che permetteva a un prete, ad un tempo, di osannare il papa agli oceanici raduni e di farsi gli affari suoi in parrocchia. Le ultime generazioni di sacerdoti – compresa la mia – sono state (de)formate in modo tale da poter vivere serenamente scisse su due piani diversi: quello delle parole e quello della realtà, quello delle idee e quello della condotta.


Ad alcuni, tuttavia, è toccata l’inestimabile grazia di aprire gli occhi sull’immenso inganno che da cinquant’anni perverte e sovverte la Chiesa Cattolica. Una coscienza non ancora del tutto soffocata, infatti, provocava in loro un inspiegabile disagio dovuto a un’insopprimibile discrasia o, per dirla in termini più scientifici, a una terribile dissonanza cognitiva: nonostante i pesanti strati di artificiali razionalizzazioni introiettate durante i lunghi anni di indottrinamento seminaristico, la vocina dello Spirito (Santo) continuava, seppur flebile, a farsi percepire, mostrando senza equivoci la bizzarra incongruenza tra quanto imparato – nonché creduto – e quel che si vedeva fare o si era obbligati a fare. La presa di coscienza della truffa, a un certo punto, si è rivelata l’unica via per evitare gravi disturbi mentali; la sola alternativa disponibile era un corso per arrampicatori su vetro o per acrobati della sofistica, ma non tutti sono portati per il circo o per le discipline estreme…


Certo, questi rovelli di coscienza non sfiorano nemmeno chi ha accettato di lasciarsi plasmare come un gaudente agghindato alla moda, habitué di tutti i locali di tendenza, attrezzatissimo di supporti informatici e aggiornatissimo di sport e gossip, sempre in giro da una festa all’altra e in viaggio ogni volta che può… Affascinante intrattenitore e organizzatore senza pari, per carità, coi ragazzi ci sa fare (a volte ben oltre gli obblighi contrattuali), è molto aperto e accogliente con quelli che un tempo eran detti “lontani” o “irregolari”, è in prima linea sul fronte delle emergenze sociali e delle periferie esistenziali, dell’ecumenismo e del dialogo tra religioni; in una parola, è il prodotto finito del sistema che serve perfettamente al sistema stesso, ossia a quella neochiesa, di fatto atea, che da dieci lustri promuove il nuovo umanesimo – proprio quello di Feuerbach! Ecco a voi la grande sorpresa dello spirito (quell’altro)… pazienza, se è vecchia di quasi due secoli.


Fin dagli anni Cinquanta la massoneria, con i soldi di Rockefeller e soci giudei, aveva progettato di demolire la disciplina del clero per mezzo della diffusione di idee perverse; una volta crollato il livello morale dei preti e, con effetto a cascata, anche quello dei fedeli, sarebbe stato giocoforza aggiornare la dottrina alle nuove situazioni… senza certo modificarla, beninteso: era solo questione di adattamento al mutato contesto socio-culturale. A tale scopo, evidentemente, era indispensabile eliminare l’ultimo, poderoso ostacolo sulla via della “riforma”: la Messa – e, in generale, un rito che facesse ancora pensare a Dio, che riconducesse l’essere umano alla sua indegnità e finitezza, che stigmatizzasse già da sé, anche senza parole, la ridicola pretesa dell’uomo moderno di affrancarsi da qualsiasi dipendenza per farsi unico artefice del proprio destino, salvatore di se stesso e costruttore di un paradiso in terra. Ecco allora la terza grande direttrice di azione del programma eversivo: trasformare la liturgia cattolica da culto di Dio in culto dell’uomo.


Ma il Signore non può abbandonare la Sua Sposa, per quanto infedele. Egli ha suscitato prima un movimento che permettesse alla vera Messa di sopravvivere, poi un papa che le ridesse pieni diritti, annullando l’illegittima proibizione servita a imporre un rito inventato a tavolino per compiacere protestanti, comunisti e massoni. Se oggi la celebrazione della Messa di sempre fa tanta paura e si tenta di rinchiuderla in “riserve indiane” da cui non possa propagarsi, la ragione, a questo punto, è chiara quanto basta: non solo essa è un potentissimo baluardo contro le potenze delle tenebre, ma è pure il principale antidoto contro la trasformazione del cristianesimo in umanesimo ateo. La piena realizzazione del programma ad opera del vescovo vestito di bianco esige che l’uso di tale antidoto sia limitato il più possibile, fino – magari – a sopprimerlo completamente con infide manovre di accordo o commissariamento. Oggi, anzi, si teme proprio che la Messa antica coaguli la resistenza alla nefasta azione del suddetto, resistenza che non si restringe certo agli ambienti tradizionalisti, ma si allarga a macchia d’olio. È per tal motivo, evidentemente, che dir Messa è diventato un crimine peggiore che sverginare fanciulli: questo si può perdonare, l’altro no.


«Che non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio» (At 5, 39): ecco l’avvertimento che va rivolto a quanti, magari in buona fede a causa delle idee loro inculcate, si oppongono oggi alle vere sorprese dello Spirito Santo. Sono sempre di più i sacerdoti e i fedeli che, cercando di tornare a un vero cristianesimo, riscoprono la Tradizione, fra cui moltissimi giovani convertiti e quasi tutte le vocazioni genuine. Non si può fermare l’onda dell’autentico rinnovamento ecclesiale, sospinta dal soffio del Paraclito.


Ꝟ. Introibo ad altare Dei.
℞. Ad Deum qui lætificat juventutem meam.



Pubblicato da Elia



domenica 5 agosto 2018

SULL'USO DEL "BORGHESE" CLERICALE. L'abito fa il monaco, per non immergersi col mondo




L'abito non fa il monaco? In teoria, ma in pratica no. Non è estetica, ma sono in gioco la visibilità della Chiesa come città sul monte, il prete come icona di Gesù Cristo e come colui che interpella il mondo; mentre il prete/religioso non riconoscibile è “sacramento” di una Chiesa totalmente immersa nel mondo con fedeli e preti “cristiani anonimi” di ranheriana memoria, una Chiesa che secondo il linguaggio impietoso delle statistiche vocazionali e della frequenza alla Messa non si rigenera e solo decresce.


di Riccardo Barile, 05-08-2018

«Buongiorno. Sono contento di accogliervi. Grazie tante di questa visita, mi fa bene. Quando io ero studente, quando si doveva andare dal Generale, e quando con il Generale dovevamo andare dal Papa, si portava la talare e il mantello. Vedo che questa moda non c’è più, grazie a Dio». Così il Santo Padre Francesco ha esordito mercoledì 1 agosto 2018 ricevendo nell’Auletta dell’Aula Paolo VI i partecipanti all’incontro “European Jesuits in formation”.


Sono parole di non facile comprensione non tanto per quello che dicono - molto semplice ed immediato -, quanto sul perché sono state dette. Infatti sembra abbastanza normale che in circostanze speciali e qualificate come udienze papali o del presidente della repubblica, conferimento di onorificenze, matrimoni e funerali ecc. si vada vestiti in modo appropriato e anche abbastanza diverso dall’abbigliamento di tutti i giorni. Anche Matteo Salvini, quando era ancora soltanto un leghista e non un uomo di governo, dovendosi recare ad un raduno dei giovani di Confindustria a Santa Margherita Ligure, mise da parte felpa e maglietta per indossare giacca e camicia bianca. E un giornalista commentò: avrà dovuto ingoiare un rospetto, ma la politica è “arte digestiva” e, a cominciare dall’abbigliamento, richiede di ingoiare molti rospi e per di più facendo finta di apprezzarli. Allo stesso modo, nulla di strano se dei giovani gesuiti, ricevuti dal Papa, avessero indossato qualcosa di speciale.


Le parole di cui sopra hanno anche un legame - probabilmente non voluto né previsto - con quanto è detto in seguito sull’onda di un discorso di Paolo VI: «lì dove ci sono gli incroci delle idee, dei problemi, delle sfide, lì c’è un Gesuita» (veramente oggi quasi tutti i religiosi si auto attribuiscono una simile collocazione strategica agli “incroci”, in questo semplicemente materializzando i loro sogni, che sogni continuano a restare, anche se gli interessati sono fermamente convinti di essere transitati dai sogni alla realtà). Dunque la prima preoccupazione è di essere agli incroci, sia pure senza omettere la preghiera: il vestito è secondario.


Un secondo episodio va evocato: le interviste televisive al Santo Padre nel 2017 sul Padre nostro a opera di don Marco Pozza. Nulla da rilevare sulle risposte del Santo Padre e sulle domande poste da don Marco. Sennonché quest’ultimo si presentava in abbigliamento totalmente profano se non casual e una eventuale crocetta non era nell’insieme facilmente percepibile. Come minimo bisogna dedurre che il Santo Padre abbia accettato questo stile senza reagire con un: “Per favore, quando mi intervisti presentati vestito da prete!”.


Passiamo alla valutazione, annotando subito che siamo di fronte a una rivoluzione copernicana rispetto alle preoccupazioni che in argomento caratterizzarono i primi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, preoccupato di ristabilire l’uso dell’abito ecclesiastico.


Più in profondità osserviamo che, a differenza del mutamento circa la pena di morte nel CCC, qui nessuna legge è modificata, ma la disciplina e la problematica sono svuotate di importanza in quanto giustamente parole, esempi, interventi e non interventi papali creano una mentalità e un processo imitativo. E non si tratta solo di sartoria o moda ecclesiastica, ma vi sono ricadute su tutto il popolo di Dio. Affermazione pesante, che richiede una serie di precisazioni e sviluppi.


Il punto di partenza è la legislazione. Il CIC 284 richiede per i chierici un «abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale»; a loro volta per i religiosi l’abito è «segno della loro consacrazione e testimonianza di povertà» (CIC 669 § 1). Di fatto in Italia, prima ancora del CIC, il Consiglio di presidenza della CEI era intervenuto con una Nota su L’abito ecclesiastico in data 19-20 aprile 1966 stabilendo: «l’abito talare rimane la veste normale» (ECEI 1/649) da usarsi nel ministero e anche a scuola di religione; di fatto è consentito l’uso del clergyman «consistente in giacca e calzoni di stoffa nera (o grigio ferro scuro) e collare ecclesiastico, in caso di viaggi, di escursioni, di uso di macchina da trasporto, ecc., cioè quando lo richieda la comodità in un’azione profana» (ECEI 1/651); l’abito deve essere indossato in quanto segno sacerdotale «in pubblico, completo: così che esso risulti per tutti i sacerdoti unico e ben caratterizzato, e gli ecclesiastici abbiano a poter essere sempre riconosciuti come tali» (ECEI 1/652).


Va preso atto che da allora molta acqua è passata sotto i ponti e il clergyman da una concessione è diventato una normalità (per non dire una rarità come la talare). Va preso atto di una riflessione di origine francese secondo la quale non basta essere “visibili”, ma bisogna anche essere “leggibili” - nell’originale il volo tra “visibiles” e “lisibles” è veramente di una levità parigina -, nel senso che un abito troppo strano o troppo spettacolare o troppo debitore al passato è sì visibile, ma non è leggibile come una presenza nel mondo di oggi da parte di chi lo indossa, mondo nel quale il soggetto si pone con una visibile distinzione, ma appunto a partire dal modo di vestire odierno.


Per cui, a discutibile e fallibile giudizio di chi scrive, ciò che oggi resta saldo non sono le impuntature sulla talare o sul colletto ecclesiastico in stile rigorosamente romano (che ovviamente possono rimanere), ma l’esigenza che il prete sia riconoscibile con abiti fondamentalmente scuri, modesti di taglio - cioè non eccessivamente attillati da mettere troppo in evidenza le forme - e con un chiaro segno che normalmente è una croce da spilla o al collo.


In realtà non è facile esigere l’osservanza di questa normale misura di visibilità/leggibilità perché le parole rivolte ai gesuiti in formazione e l’accettazione papale dell’abbigliamento di don Marco Pozza rendono socialmente e psicologicamente difficile ogni richiamo in materia da parte di un vescovo o di un superiore religioso, al quale verranno subito opposti i due argomenti di cui sopra e ogni superiore con un po’ di buon senso e di amore per la Chiesa capirà subito che non è il caso di andare avanti in una discussione del genere, dove rischierebbe di trovarsi in contrasto con il Papa e di rovinare invece di costruire.


Resta naturalmente possibile adottare il modello accennato di visibilità/leggibilità a livello di scelta personale, ma una scelta personale non è più la “disciplina della Chiesa”, ma appunto una scelta personale, soggetta alla discutibilità sino alla presa in giro da parte di chi, da sinistra, proclama accoglienza e libertà per tutti... eccetto che per quelli di destra.


Ci si domanda se non sarebbe il caso di occuparsi di questioni più serie. Beh, a parte il fatto che siano in clima di ferie e quindi di rilassamento anche intellettuale, in realtà dall’abito e dal suo uso o non uso traspaiono molte cose profonde, come dall’esame delle feci e delle urine - deiezioni considerate spregevoli - traspaiono equilibri o squilibri di altre funzioni corporee considerate più nobili.


Sono in gioco la visibilità della Chiesa come città sul monte, il prete come icona di Gesù Cristo e come colui che interpella il mondo; mentre il prete/religioso non riconoscibile è “sacramento” di una Chiesa totalmente immersa nel mondo con fedeli e preti “cristiani anonimi” di ranheriana memoria, una Chiesa che secondo il linguaggio impietoso delle statistiche vocazionali e della frequenza alla Messa non si rigenera e solo decresce.


A un livello più personale, un prete/religioso non può non fare i conti da come si veste. In certi abbigliamenti tradizionali troppo leccati traspare una persona troppo piegata su di se stessa, troppo vanitosa e paurosa. Ma anche nel prete/religioso che veste da laico, l’abbigliamento lascia trasparire l’immagine che si vuol dare o non dare di se stessi e a un occhio attento certe eccentricità di forme o di colori rivelano squilibri non fosse altro perché lanciano all’interlocutore visivo la provocazione: “Guardami, io non sono come gli altri!” e in senso ben diverso dall’abito clericale.


È doverosa una precisazione formale: sono partito da parole e fatti del Santo Padre, ma le conseguenze sviluppate dal discorso non è detto che fossero/siano da lui pensate e volute, anche se, non lo nego, credo di aver posto in luce alcune difficoltà odierne e ad oggi irrisolte nell’ambito della comunicazione. Ribadisco: formalmente Papa Francesco non ha cambiato nessuna legge in argomento. Per cui continuiamo a restare vicini a Papa Francesco - non abbiamo un altro Papa se non lui - e, magari con una sensibilità diversa dalla sua - questo è semplicemente normale -, continuando a ricordarlo nella preghiera.


Ma soprattutto smettiamola di ripetere che “l’abito non fa il monaco” e che “l’importante è il cuore” che Dio guarderebbe. Da quanto scritto spero di aver convinto i lettori che in teoria ciò è sempre vero, ma in pratica al 90% dei casi è proprio l’abito a rivelare il monaco e il cuore.














sabato 4 agosto 2018

CONSEGUENZE del cambio del Catechismo sulla pena di morte, esulta la lobby gay





Per la lobby gay, impegnata nell'assalto al catechismo della Chiesa, la decisione del Papa sulla pena di morte è una grande vittoria. La notizia è che «la dottrina può cambiare», e può cambiare secondo la mentalità del mondo. Per questo diventa ancora più importante l'Incontro mondiale delle famiglie a Dublino, un test decisivo per capire in che direzione vuole andare il Papa.


EDITORIALI
di Riccardo Cascioli, 04-08-2018

Bisognerebbe cambiare il catechismo, diceva qualche mese fa padre James Martin
, noto difensore della causa Lgbt nella Chiesa, perché la condanna dell’omosessualità spinge al suicidio tanti giovani Lgbt. L’idea che nelle saune frequentate dalla comunità Lgbt si possano trovare copie stropicciate del Catechismo della Chiesa cattolica è indubbiamente suggestiva, ma francamente poco probabile. Però la sortita di padre Martin, nominato dal Papa nell’aprile 2017 consultore della Segreteria per la Comunicazione e chiamato come relatore al prossimo Incontro mondiale delle famiglie a Dublino, non è certo estemporanea. Come abbiamo già avuto modo di documentare (clicca qui) le grandi manovre della lobby gay nella Chiesa per l’assalto al Catechismo sono in corso già da tempo, e vale la pena notare che tale assalto è fiancheggiato anche dal quotidiano dei vescovi italiani Avvenire.


Basta questo per capire quale conseguenze possa avere la decisione di papa Francesco
di cambiare l’articolo del Catechismo sulla pena di morte. L’irreformabilità della dottrina, l’impossibilità di catechismi che si contraddicono sono stati finora il baluardo perché la Chiesa, annunciatrice di ciò che è eterno, non abdicasse all’effimero, alla mentalità mondana. Ora questo baluardo è stato abbattuto. «La dottrina della Chiesa può cambiare», annuncia festoso il New Ways Ministry, sito americano che raccoglie le istanze degli Lgbt nella Chiesa. Ed è la grande notizia per cui la lobby gay nella Chiesa sta lavorando da tempo.


Non c’è dubbio che il cambiamento del Catechismo sulla pena di morte
darà un grande impulso alla lobby gay nella Chiesa, ed è proprio New Ways Ministry a spiegarne i motivi. Ne riassumo i principali: primo, si tratta di un «chiaro, esplicito esempio contemporaneo di un cambiamento nella dottrina della Chiesa, e anche di come può essere fatto: con un cambiamento del catechismo da parte del Papa». Secondo, per arrivare al cambiamento sono stati necessari decenni di discussioni e dibattiti teologici. Questo vuol dire che gli attuali dibattiti ecclesiali in chiave Lgbt hanno una grande possibilità di arrivare al medesimo risultato. Ovvia l’indicazione: intensificare il dibattito teologico ed ecclesiale. Terzo, la violazione della dignità umana è l’argomento alla base della condanna della pena di morte; è lo stesso argomento fondamentale su cui si basano le rivendicazioni Lgbt. E ancora, questione molto importante: la lettera di spiegazione che accompagnava la decisione del Papa riguardo al cambiamento del Catechismo, «spiega che una delle ragioni per il cambiamento della dottrina è il nuovo contesto sociale che ha una nuova comprensione del senso della punizione». Ma nella società oggi è ancora più forte il cambiamento di atteggiamento rispetto all’omosessualità, e quindi allo stesso modo ci si può aspettare un cambiamento del Catechismo laddove considera gli atti omosessuali intrinsecamente disordinati.


Dunque oggi la vera domanda è se papa Francesco sia in totale sintonia
con i sostenitori della causa Lgbt così come lo è con la Comunità di sant’Egidio che da tanti anni ha fatto della battaglia contro la pena di morte una sua ragione d’essere. Diversi pronunciamenti molto chiari sul matrimonio e sull’ideologia gender farebbero pensare di no, ma allo stesso tempo certi gesti, certe battute e tante nomine suscitano molti dubbi al proposito.


A maggior ragione dunque l’Incontro mondiale delle famiglie di Dublino sarà un test
decisivo per capire l’orientamento in materia. Come abbiamo già avuto modo di dire, a un tale incontro non è concepibile la presenza di padre James Martin come relatore né sarebbe accettabile la parata di “tutti i tipi di famiglie” all’incontro con il Papa. Lasciare padre Martin nel programma e procedere nella presentazione dei vari tipi di famiglie sarebbe un segnale chiaro nella direzione omosessualista.


Allo stesso modo non è più tollerabile che a presiedere il Dicastero per la famiglia
, la vita e i laici resti il cardinale Kevin Farrell, la cui miracolosa carriera ecclesiastica – come giustamente ricostruita da Sandro Magister – è strettamente legata soprattutto a quel cardinale Theodore McCarrick, responsabile di una sfrenata attività omosessuale e di abusi sessuali su adulti e minori, e con cui il cardinale Farrell ha convissuto per diversi anni a Washington. Soltanto per prudenza, senza neanche indagare sulla moralità personale di Farrell, si dovrebbe evitare che a difendere la famiglia ci sia un personaggio come minimo facilmente manipolabile da quel circolo omosessuale che ha assunto un così grande potere nella Chiesa.


Le parole non bastano, soltanto i fatti ci diranno
quale è l’indirizzo che il Papa intende dare in materia.






Fonte