sabato 15 luglio 2017

Don Divo Barsotti. Solo la santità salverà la Chiesa





di Lorenzo Bertocchi (13/07/2017)

Ci sono uomini di fede capaci di parlar chiaro, inafferrabili, autenticamente controcorrente, non per vezzo, né per orgoglio, ma profondamente liberi. Così si può dire di Don Divo Barsotti considerato un grande mistico del ‘900, fondatore della Comunità dei Figli di Dio, instancabile cercatore della Verità e capace di risvegliare spiriti assopiti fossero etichettati di “destra” o di “sinistra”. In questo forse un certo ruolo l’avrà giocato il suo “temperamento toscano”, quel carattere che il Card. Biffi – estimatore del Barsotti – ha definito “insofferente agli equivoci e amante delle posizioni chiare”1.

A testimonianza di questa sua libertà di pensiero e di azione si può ricordare la profonda amicizia con La Pira, il non facile rapporto con Dossetti, l’intenso incontro con Von Balthasar e le parole scritte a prefazione di un saggio sull’opera di Romano Amerio: “Io vedo il progresso della Chiesa a partire da qui, dal ritorno alla Santa Verità alla base di ogni atto”2. Queste parole scritte a 91 anni, poco prima della morte avvenuta nel febbraio 2006, sono di grande significato anche per risolvere la questione del “rinnovamento nella continuità” come chiave interpretativa del Vaticano II e probabilmente rappresentano l’ultimo avvertimento della “sentinella”.

La figura di Don Barsotti si offre in tutta la sua complessità: mistico, letterato, teologo, monaco, missionario, poeta, sacerdote, la sua vita è stata tutto questo, una vita attraversata dalla continua ricerca della volontà di Dio e perciò santamente travagliata. A colpo d’occhio la sua esistenza appare come divisa da un cancello da attraversare, un passaggio mistico tramite cui far comunicare il visibile con l’invisibile, in qualche modo fisicamente rappresentato dal cancello di Casa S. Sergio sulle colline di Firenze, cuore della Comunità da lui fondata e dove oggi riposano le sue spoglie mortali.

Don Divo nasce nel 1914 a Palaia in provincia di Pisa, settimo di nove figli; entrò in seminario all’età di undici anni e nel 1937, dopo un certo travaglio interiore, divenne sacerdote. Fino al 1947, anno della prima consacrazione in quella che diverrà la Comunità dei Figli di Dio, la sua vita si potrebbe sintetizzare con questa frase: “Dammi una missione, o Signore”3. Una notte di ottobre del 1944, fece un sogno in cui si trovò davanti ad un cancello con uno splendido glicine, ad aprirgli un monaco, alto, solenne, dai tratti orientali, che gli impedì di entrare, ma gli fece cenno di ascoltare un canto dolcissimo che proveniva dall’interno della casa, Don Divo riconobbe quel monaco in San Sergio di Radonez4. Dodici anni dopo, nel 1956, alla ricerca di una sede per la neonata Comunità, fece un sopralluogo ad una casetta nei pressi di Settignano, giunto davanti al cancello della casa Barsotti restò impietrito: il cancello era identico a quello del sogno, glicine compreso, inutile dire che quella fu scelta come dimora della Comunità e la paternità spirituale fu affidata inevitabilmente a San Sergio di Radonez. Non deve meravigliare il rapporto con questo Santo se si pensa all’influenza che il cristianesimo russo ha avuto sul Barsotti: più volte egli ha parlato dell’opera di Dostoevskij come l’incontro decisivo della sua vita, ma anche altri pensatori come Solov’ev e Berdjaev hanno avuto forte influenza su di lui.

Arriviamo così agli anni del Concilio Vaticano II, evento a cui Don Divo non parteciperà attivamente, ma che in qualche modo rappresenta un ulteriore spartiacque nella sua vita. Infatti, se fino ad allora Barsotti era considerato un innovatore – ebbe persino problemi con l’autorità ecclesiastica in merito ad alcune sue esegesi bibliche – dopo il Concilio fu sempre più critico rispetto alla ventata di novità che prorompeva da un certo “spirito conciliare”, al punto da essere bollato come “conservatore”. Egli stesso nel suo diario spirituale del 1980 parla di “congiura del silenzio”5 nei suoi confronti, isolato dal mondo teologico italiano, mentre paradossalmente veniva sempre più richiesto per varie predicazioni ed impegni in ambito ecclesiale.

Il fatto che il Concilio Vaticano II e il “post-concilio” rappresentino uno spartiacque nella vita di Don Barsotti emerge non soltanto dai suoi scritti o interventi, ma anche da alcune sue esperienze di vita. Innanzitutto mi riferisco all’incontro con due uomini che in diverso modo e misura hanno caratterizzato una certa interpretazione politica e teologica di quegl’anni.

Il primo personaggio è Giorgio La Pira, per il quale attualmente è in corso il processo di beatificazione, che fu membro dell’Assemblea Costituente della Repubblica italiana, deputato e poi sindaco della città di Firenze. L’incontro tra La Pira e Barsotti risale al 1939, quando i due cominciarono un sincero e profondo rapporto epistolare. Per Don Divo questo incontro fu importantissimo, infatti, grazie a questa amicizia cominciò una collaborazione con l’Osservatore Romano, ma più in generale trovò in lui un amico che lo aiutò e lo capì più di altri.

L’altra personalità con cui ebbe un intenso rapporto fu Giuseppe Dossetti, nel 1952 l’allora onorevole del Parlamento italiano invitò Barsotti ad un incontro vicino a Reggio Emilia al termine del quale, con grande sorpresa, chiese al “monaco” toscano di fargli da guida spirituale. Don Divo non rifiutò e lo accompagnò nella scelta religiosa che Dossetti intraprese di lì a poco, ma – come ricorda il Card. Giacomo Biffi – “si rese conto ben presto delle lacune e delle anomalie del pensiero dossettiano”6, al punto che arrivò a prendere le distanze da Don Giuseppe. Il motivo fu il pericolo che il direttore spirituale intravedeva nel rapporto con il Prof. Alberigo, alfiere della cosiddetta “Scuola di Bologna”, il cui cuore era l’Istituto per le Scienze Religiose fondato dallo stesso Dossetti negli anni ’50. E’ importante ricordare che a questa “Scuola” è attribuita una interpretazione del Vaticano II in chiave di discontinuità o rottura. Il Card. Biffi ci fornisce una testimonianza di prima mano per capire bene le ragioni di quello che accadde, infatti, due erano le riserve sostanziali che separarono Barsotti da Dossetti: “prima di tutto disapprovava un’ossessione primaria e permanente per la politica, che alterava la sua prospettiva generale; in secondo luogo deprecava l’insufficiente fondazione teologica di Dossetti. E – aggiunge l’Arcivescovo Emerito di Bologna – mi confidava, alla fine dei suoi giorni, di essere ancora molto preoccupato degli influssi che la “teologia dossettiana” continuava a esercitare su certe aree culturali della cristianità.”7

Il non facile rapporto con Dossetti ha sfumature diverse rispetto a quello con La Pira che Barsotti ha più volte definito “un santo”, un vero uomo di Dio, tuttavia notava che “una volta sindaco [di Firenze], rimase sì il santo che aveva conosciuto, ma poi mi sembra abbia avuto un calo.”8 In altri passi possiamo intendere meglio cosa possa significare questo “calo”, infatti, ribadiva di sapere benissimo “quanto era grande, che fede aveva…ma non basta per evitare di fare delle enormi stupidaggini in politica.”9

Il giudizio di Barsotti sul quel mondo politico-culturale che ha fatto dello “spirito del concilio” una bandiera emerge in maniera sorprendente dagli archivi inediti della Comunità dei Figli di Dio. La data è significativa, 9 maggio 1978, il giorno dell’assassinio di Aldo Moro, così scrive Don Divo: “E’ morto La Pira, oggi è morto Moro. Coloro che volevano il dialogo, che credevano nel dialogo. Non so di Moro, La Pira era un grande cristiano. Un periodo della storia finisce. Ritorna il momento della lotta, e sarà spaventosa; l’opposizione tra il male e il bene, tra Satana e Dio, riapparirà in tutta la sua violenza, e finalmente anche i cristiani saranno luce. Non più compromessi, manipolazioni particolari, alleanze equivoche. Finalmente potremo morire per la nostra fede.”10 La bruciante analisi su quelli “che volevano il dialogo”, ma che di fatto produssero “compromessi e alleanze equivoche” va oltre l’aspetto politico per calarsi in un contesto di fede, di lotta fra Dio e satana, come se finalmente le cose potessero di nuovo essere chiamate con il loro nome e i cristiani tornare ad essere luce, fino al dono totale di sé. Sorprende come questo commento sia ancora oggi di una certa validità, in particolare il bisogno di chiarezza appare sempre più urgente nell’ambito ecclesiale, per superare un periodo di divisioni e confusioni interpretative che nella pratica non hanno fatto altro che confondere vero e falso.

Se questo è il suo rapporto con alcuni esponenti di spicco di un certo mondo politico-culturale in seno alla Chiesa Cattolica, fa riflettere anche il suo legame con alcuni teologi protagonisti dell’epoca conciliare, mi riferisco ad esempio a J. Daniélou, H. de Lubac, L. Bouyer, von Balthasar, da cui ha tratto degli spunti, ma ha sempre conservato una vera autonomia. Per capire in che senso deve essere intesa questa autonomia basti citare quanto scriveva già nel diario del 1967: “Senso di rivolta che mi agita e mi solleva fin dal profondo contro la facile ubriacatura dei teologi acclamanti al Concilio. Si trasferisce all’avvenimento la propria vittoria personale, un’orgogliosa soddisfazione che non ha nulla di evangelico”11. Poi nel 1979 un giudizio lacerante: “Tutti gli insegnamenti del Concilio, tutta l’azione della Chiesa, tutto è sospeso nel vuoto se la Chiesa non ha più il coraggio di rendere testimonianza della divinità del Cristo. I veri responsabili della crisi del mondo sono i teologi”12. Tra tutti i contemporanei fu von Balthasar quello con cui Barsotti strinse un più convinto rapporto di amicizia e stima reciproca, mentre l’opinione negativa più evidente mi pare quella su Theilard de Chardin: “E’ il pensatore che sta dietro a molti degli errori che inquinano la teologia (e la mentalità) moderna. E’ stato il maestro di certi periti ed esperti conciliari.”13

Nel 1970 Don Barsotti aveva dato alle stampe “Dopo il Concilio. Crisi nella Chiesa?”, un agile libro dal titolo inequivocabile che conteneva una disamina attenta di ciò che si andava piano, piano maturando. Rispetto ai teologi e più in generale alla teologia, Don Barsotti metteva un punto fermo sottolineando come “la novità di una teologia che rinnega la teologia del passato, non è più una novità cristiana.”14 Molti indicano che in questo libro ci sia tutto sommato un giudizio positivo dell’evento conciliare, ma a ben guardare vi sono contenute preoccupate analisi che poi nel tempo assumeranno toni sempre più circostanziati e allarmati.

Il tema della liturgia è un evidente esempio di questo, infatti, nel testo del 1970 veniva definito sapiente “il Concilio che apre la liturgia alla lingua nazionale e materna e sprona alla creazione di nuove melodie, di nuovi canti e nello stesso tempo non ripudia il latino, non getta a mare il canto gregoriano!”15 Nel 1984 però, intervistato da Messori, le sue parole assumono tutt’altro tono: “si ha l’impressione che la riforma [liturgica] abbia portato a qualcosa di ancor meno vitale di quanto c’era prima.”16 Così nel 1996, sulla rivista Rogate Ergo, il grido di allarme si fa denuncia: “Non possiamo accettare la riforma liturgica così come è stata introdotta…Non vuol dire proprio nulla la lingua volgare…Il problema non è di capire sul piano intellettuale, ma di compiere un incontro reale con Cristo. E non vedo nella Liturgia di oggi qualcosa che stimoli questo incontro.”17 E’ evidente che con il passare degli anni le riserve sull’evento conciliare, alla luce dei fatti che si andavano dispiegando nel post-concilio, cominciano a prendere il sopravvento nell’analisi che Don Divo compie sulla situazione della Chiesa e sul Concilio Vaticano II.

Nel 1988, in un intervista concessa ad Antonio Socci, Barsotti esprimeva in modo schietto il suo punto di vista: “forse il Concilio non ha sottolineato abbastanza la sostanziale estraneità della Chiesa al mondo”18, mentre egli richiamava spesso la frase “nel mondo, ma non del mondo” per indicare che la Chiesa è un segno, ma segno di una Presenza salvifica che è tutt’altro rispetto ad un mero “fatto sociale”. Non a caso egli ha mostrato particolare difficoltà proprio nei confronti della Costituzione pastorale “Gaudium et spes” di cui, già nel diario del 1974, sottolineava “l’ambiguità evidente” ed “estremamente grave”19. Questo non deve stupire, nel 1967 in tempi non sospetti, Don Divo faceva una riflessione tormentata, ma acutissima a riguardo di una certa “ossessione” di dover rinnovare il cristianesimo per farlo stare al passo con i tempi. “Il problema vero di un rinnovamento del cristianesimo – concludeva – non è un problema di tecnica, è un problema spirituale.”20 Su questo tema ritorna più volte indicando che “si vorrebbe fare della Chiesa uno strumento della vita sociale”21 e sottolineava ancora che “una della pagine più tristi degli ultimi decenni è un documento dell’ultimo Concilio, nel quale si magnificava l’umanità di oggi e ci si apriva ad un ottimismo che si è dimostrato fallace”22

Mentre sulla “barca di Pietro” la tempesta infuriava la “sentinella” non nascondeva neanche le responsabilità di certi prelati che presi da timore o da una insana necessità di risultare graditi al mondo, omettevano di svolgere in pieno il loro ruolo. Di fronte al dilagare delle varie teologie che “nascono e muoiono, ma non danno assolutamente quella sicurezza che dava prima l’insegnamento della Chiesa”23, Barsotti non esitava a richiamare i Vescovi al loro compito più importante: ““mi dicano quello in cui devo credere e quello che devo rigettare”24 Al fine di fare chiarezza sulla questione del “rinnovamento nella continuità” come modo di interpretare il Concilio, alcuni richiamano proprio la necessità di poter distinguere in modo autentico ciò che è in “continuità” da ciò che non lo è.

Sull’importanza dell’autorità occorre dire che Don Divo non ha esitato a parlarne nemmeno predicando gli esercizi spirituali al Papa, infatti, sorprendentemente nel 1971 fu chiamato da Paolo VI a predicare in Vaticano. Il tema fu quello del “sacerdozio” e così parlò anche dell’importanza del potere donato direttamente dal Signore ai suoi ministri e più in generale alla Sua Chiesa, autorità che specialmente in quegli anni era facilmente misconosciuta, “infatti, dilagava l’anarchia…nelle chiese del Nord Europa ci si faceva beffe del Santo Padre. Ed io – dirà poi Barsotti – non ho mai capito come si potesse essere così duri con Lefevbre (che sbagliava, ma pur sempre sul piano disciplinare) e lasciar correre chi, come Kung, Curran, Schillebeeckx, metteva in discussione il dogma.”25 Il problema del riconoscimento dell’autorità lo aveva affrontato anche a riguardo dei famosi avvenimenti del 1967 nella parrocchia dell’Isolotto di Firenze, vera avanguardia di quel catto-comunismo che poi fece breccia in molti ambienti ecclesiali. All’Isolotto il parroco – Don Enzo Mazzi – si mise in aperto contrasto con il Card. Florit e Barsotti si sentì indirettamente chiamato in causa, infatti, fu il predicatore degli Esercizi per l’Ordinazione di quel sacerdote e “il predicatore degli Esercizi si sente sempre interiormente legato e solidale con i sacerdoti che accompagna all’altare. L’ultima volta che parlai a Don Mazzi – diceva Barsotti nel 1970 – gli dissi che avevo paura per lui; oggi debbo dirgli che solo l’obbedienza nella vita presente, salvaguarda l’amore e l’umiltà.”26

D’altra parte per lui la “tensione tra libertà e autorità” è risolta solo dall’obbedienza come atto di amore, inoltre diceva spesso che dove c’è il Vescovo c’è la Chiesa, ma nella misura in cui quel Vescovo vive in comunione con il Papa. Il tema è ancora oggi di scottante attualità.

In conclusione diciamo che i diari spirituali di Don Divo Barsotti testimoniano come il tema della “ricezione” del Concilio è stato per lui assai tormentato: nel 1967 era preoccupato per l’eccessiva lunghezza e il linguaggio dei documenti, nel 1979 lo infastidisce il continuo richiamarsi al Concilio per voler mutare ogni cosa, nel 1983 stigmatizza la visione troppo ottimistica della storia umana, nel 1989 si preoccupa per il fatto “che non hanno voluto condannare l’errore e hanno preteso di rinnovare la Chiesa quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto.”27

Per ciò che riguarda il dialogo interreligioso manifestò direttamente a Giovanni Paolo II – che pur stimava moltissimo – le sue perplessità in occasione dell’incontro di Assisi 1986. La sua preoccupazione era per quel tipo di approccio ecumenico con cui “si rischia di non far più differenza” e così “il popolo non può più rendersi conto di quello che è specifico del cristianesimo.”28

Finalmente nel 1990 offre il suo travagliato atto di Amore alla Chiesa: “Nel Concilio non possono essere stati insegnati errori, anche se può essere stata taciuta la verità. E se le direttive non fossero opportune, si impone tuttavia l’obbedienza.”29

Eppure Don Divo può essere considerato anche un precursore del Vaticano II, soprattutto penso al suo insistito richiamo alla santità rivolto ai laici. Lungi da lui fare riferimento alla testimonianza con toni moralistici, egli era veramente persuaso che il vero rinnovamento della Chiesa, e quindi anche il ruolo giocato dal Concilio, può realizzarsi solo dai santi. A questo proposito, predicando a Paolo VI, citava coloro che “attuarono” il Concilio di Trento: Carlo, Filippo, Ignazio, Francesco Saverio, Teresa, Giovanni della Croce, e “guai se rompiamo il legame che ci unisce alla Chiesa di sempre. Non posso riconoscere la Chiesa di oggi se questa non è la Chiesa del Concilio di Trento, se non è la Chiesa di Francesco e di Tommaso, di Bernardo e di Agostino. Io non so che farmene di una Chiesa che nasca oggi. Se si rompe l’unità la Chiesa è già morta. La Chiesa è viva soltanto se, senza soluzione di continuità, io sono nella Chiesa uno con gli Apostoli per essere uno con Cristo.”30

Chissà che proprio Don Divo Barsotti non sia parte di quella nuova schiera di Santi che un giorno qualcuno ricorderà perché capaci di rinnovamento in quanto radicati nella Tradizione.



da: Sentinelle del post Concilio, Cantagalli, Siena.





1 G. Biffi “Memorie e digressioni di un italiano cardinale”, Ed. Cantagalli, Siena 2010, pag. 492
2 dal commento di Don Divo Barsotti al testo di Enrico Maria Radaelli, “Romano Amerio. Della verità e dell’amore”, Marco Editore, Lungro di Cosenza, 2005, commento pubblicato on-line su http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/45538

3 A. Colzi, Una Comunità e il suo fondatore: Don Divo Barsotti, Editrice Shalom, Camerata Picena (AN), 2006, pag. 66

4 San Sergio di Radonez, monaco russo morto il 25 settembre 1392, è il Santo più venerato in Russia, ebbe visioni della Beata Vergine Maria, fondatore di molti piccoli monasteri, padre di tantissimi monaci, ebbe molta influenza sulla storia russa.

5 Citato in S. Albertazzi, Sull’orlo di un duplice abisso, Edizioni San Paolo, Milano 2009, pag. 37

6 G. Biffi, Op. cit., pag. 492

7 Ibidem, pag. 493

8 A. Colzi, Op. cit., pag. 298

9 D. Barsotti, I cristiani vogliano… Op. cit., pag. 196

10 V. Luccarelli, “Non sono più io che vivo…”, stampato in proprio dalla Comunità dei Figli di Dio, pag. 240

11 D. Barsotti, Battesimo di Fuoco, Rusconi Editore, Milano 1984, pag. 58

12 citato in S. Albertazzi, Op. cit., pag. 86

13 D. Barsotti, I cristiani vogliano essere cristiani, a cura di P. Canal, Edizioni S.Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2006, pag. 164

14 D. Barsotti, Dopo il Concilio, Ed. Messaggero Padova, 1970, pag. 90

15 D. Barsotti, I cristiani vogliano… Op. cit., pag. 56

16 Ibidem, pag. 168

17 Ibidem, pagg. 269-270

18 Ibidem, pag. 181

19 Cfr. D. Barsotti, L’attesa. Diario 1973-1975, SEI Torino, 1995, pagg. 213-214

20 D.Barsotti, Battesimo di…, Op. cit., pag. 85

21 D. Barsotti, I cristiani vogliano essere… Op. cit., pag. 182

22 Ibidem, pag. 233

23 Ibidem, pag. 80

24 Ibidem, pag. 272

25 Ibidem, pagg. 183-184

26 D. Barsotti, Dopo il Concilio…Op. cit., pag. 48

27 Cfr. S. Albertazzi, Op. cit. pagg. 88, 89 e 90

28 D. Barsotti, I cristiani vogliano essere… Op. cit., pag. 257

29 citato in S. Albertazzi, Op. cit., pag. 91

30 D. Barsotti, Le responsabilità dei Preti. Prediche al Papa, Edizioni S. Paolo, Cinesello Balsamo (MI), 2010, pagg. 105-106









fonte: Libertà e persona 







venerdì 14 luglio 2017

Avanti cattogay, a colpi di menzogne






di Riccardo Cascioli   (14/07/2017)

Non ci sono soltanto i gay praticanti a far parte di quella lobby che – come dicevamo pochi giorni fa citando l’allora cardinale Ratzinger – ha l’obiettivo di sovvertire l’insegnamento della Chiesa in materia di sessualità. Ci sono anche tanti vescovi e laici che in nome del discernimento e del “non giudicare” favoriscono e favoreggiano i rapporti omosessuali, facendo finta di non approvarli. Di esempi ce ne sono molti anche in Italia, ma in questi giorni - oltre al caso di Sant'Arcangelo di Romagna che presentiamo oggi in un altro articolo - ce ne è stato offerto uno dall’arcivescovo di Gorizia, Carlo Alberto Maria Redaelli, spalleggiato dal quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, Avvenire, nella persona dell’ormai irrefrenabile Luciano Moia.

Tutto nasce da quanto accaduto a Staranzano, paesone di 7mila abitanti nella diocesi di Gorizia, dove un educatore scout (Agesci) convola in unione civile con il suo convivente; il parroco lo invita opportunamente a lasciare il suo ruolo di educatore in parrocchia, ma il vice parroco – che è anche l’assistente scout – non è d’accordo e partecipa anche all’unione civile del suddetto. Dopo averci pensato ben 20 giorni, interviene finalmente il vescovo che, dice compiaciuto Avvenire, «spiazza tutti».

E ci credo che spiazza tutti, il vescovo dice il contrario di quanto la Chiesa ha sempre insegnato; al magistero della Chiesa ci aveva già pensato il parroco che, sul bollettino parrocchiale, aveva scritto che ognuno può scegliere di fare quel che vuole secondo le leggi dello Stato, ma «come cristiano devo tener conto di quale sia la volontà di Dio». E siccome sulla famiglia, seguendo Cristo, «la Chiesa annuncia la grandezza e bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna», va da sé che il capo scout che celebra nozze omosessuale non testimonia ciò che è vero. Tutti sono accolti nella Chiesa, dice il parroco, ma le responsabilità educative richiedono almeno condividere e credere ciò che la Chiesa crede. Per la cronaca – questo Avvenire ovviamente non ve lo dirà mai – il parroco già da tempo aveva cercato (invano) di coinvolgere il vescovo, visto che le tendenze omosessuali e la convivenza dell’educatore scout erano ben note a tutti.

Fin qui il parroco, ma il vescovo no: lui fa parte della nuova Chiesa del Discernimento, per cui va «alla ricerca della grazia» anche in questa situazione; il che «vuol dire anche individuare la volontà di Dio per la propria vita nella concretezza della situazione in cui si trova». E guai a pretendere «sempre e comunque princìpi chiari, astratti e immodificabili».

Insomma, ci dice la Genesi che Dio creò l’uomo maschio e femmina, ma non si deve usare questo criterio per giudicare le singole situazioni – secondo il vescovo Redaelli e Avvenire– perché pare di capire che sia possibile che Dio si è pentito di aver ispirato quel principio astratto e magari nella situazione concreta vuole che il capo scout si unisca civilmente a un altro uomo. Perciò il diretto interessato, la direzione dell’Agesci, i parrocchiani tutti si devono mettere «in ascolto dello Spirito senza pretendere di trovare ricette preconfezionate nelle Scritture o nella tradizione canonica» (il cardinal Martini docet). «È il grande principio del massimo bene possibile qui ed ora – ci annuncia trionfante Moia - richiamato più volte in Amoris Laetitia».

Evito di dilungarmi ulteriormente sulle varie amenità che costellano articolo e dichiarazioni del vescovo. Tiriamo invece alcune brevi conclusioni che si possono trarre da questa vicenda, conclusioni esemplari che fanno capire su cosa poggi questa neo-Chiesa:

1. Il bene e il male, in quanto tali, non esistono più. Tutto dipende dalla singola situazione e dalla persona. Ciò che è male per uno, diventa il “massimo bene possibile” per un altro. La legge naturale, le azioni intrinsecamente malvagie, la certezza di ciò che è il bene a cui tendere, tutto spazzato via. È il trionfo del relativismo, la negazione di ciò che la Chiesa insegna da Duemila anni;

2. Il discernimento è la maschera per coprire le reali intenzioni delle guide della nuova Chiesa. Mai si dice quali siano i criteri del discernimento, né quale sia la meta di un cammino del genere. Non a caso: perché il discernimento è una forma ipocrita per far passare cambiamenti dottrinali senza avere il coraggio di dirlo apertamente. C’è un Catechismo che a proposito degli atti omosessuali parla di disordine intrinseco? E chi se ne frega, noi ignoriamo il Catechismo, parliamo di discernimento ed ecco che gli atti omosessuali – senza aver mai esplicitamente negato la dottrina – diventano accettabili, in alcuni casi addirittura provvidenziali;

3. Ingrediente fondamentale è la manipolazione delle Scritture, a mo’ di confessione protestante. Ne prendo un pezzo, lo tiro fuori dal contesto, evito di citare passi che possono contraddire quel che voglio affermare e così via. Il vescovo Redaelli, ad esempio, per giustificare la presenza della grazia in una unione omosessuale cita san Paolo nella Lettera ai Romani, dove dice che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio». Ma non solo nel capitolo 8 della Lettera ai Romani San Paolo fa questa affermazione a proposito delle sofferenze del tempo presente – cosa che non c’entra proprio nulla con la vicenda delle unioni gay -; nella stessa Lettera ai Romani, alla fine del primo capitolo san Paolo si era già scagliato contro gli omosessuali. Vale la pena riportare il brano:

«Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa» (nota per quelli che vedono omofobi dappertutto: San Paolo non parla di morte corporale ma di morte spirituale).

4. E questo risponde anche all’altro artificio retorico: affermare che si tratta di confrontarsi con «tematiche inedite che prima non esistevano o finivano sotto silenzio», ci dice Avvenire.Tematiche inedite? San Paolo sembra conoscerle molto bene, ma anche nell’Antico Testamento sono tematiche ben note (Moia, ricordi Sodoma?).

La realtà è che solo un cumulo di menzogne può sostenere certi atteggiamenti e la complicità con l’agenda omosessualista. Ma questo è oggi un pensiero che domina nella Chiesa. Che si sappia.











fonte: La nuova Bussola Quotidiana 




giovedì 13 luglio 2017

E nel foglietto della messa ecco un inno al soggettivismo






di Aldo Maria Valli  (12/07/2017)

Domenica scorsa, 9 luglio, a Roma, e penso in molte altre chiese di rito romano, è stato distribuito ai fedeli il foglio «La Domenica», con le letture del giorno e le principali preghiere, per aiutare a seguire la celebrazione della messa.

In genere, nell’ultima delle quattro paginette della pubblicazione, c’è una riflessione su argomenti di attualità, e in questo caso c’era un intervento sull’esortazione apostolica «Amoris laetitia». Un testo che mi ha fatto nascere molte domande e mi ha lasciato alquanto perplesso.

Dopo una prima, veloce lettura mi sono detto: «Che diamine sta scritto qui? Possibile?». Siccome c’era un caldo torrido, ho dato la colpa a me stesso e al mio intorpidimento, poi però ho letto e riletto, e siccome ad ogni rilettura mi sono sentito sempre più sconcertato, ho capito che non era colpa del caldo.

Sotto il titolo «Prima la coscienza, poi le regole» (di per sé altamente problematico, come dirò), troviamo questa iniziale affermazione: «Tra le quattro parole che traducono il senso profondo dell’esortazione “Amoris laetitia” (accoglienza, accompagnamento, discernimento, integrazione) il discernimento è quello che merita uno sguardo più attento».

Pensavo che, subito dopo, ci sarebbe stata qualche annotazione sul significato del discernimento. Discernimento per arrivare a che cosa? Discernimento guidato da chi, e come? Ma nulla di tutto ciò. Quella che invece viene proposta è un’affermazione tanto perentoria quanto indimostrata, e cioè che, «ricorrendo a questa scelta, il Papa intende concedere alle famiglie cristiane una patente di maturità nella fede».

Ma che significa? Che vuol dire, precisamente, che ricorrendo al discernimento il papa concede alle famiglie cristiane una patente di maturità nella fede? Il papa non dovrebbe vincolare le famiglie, come i singoli, alla legge divina? Ammesso comunque che sia così, e cioè che il papa voglia concedere alle famiglie questa fantomatica patente sulla base di un imprecisato discernimento, quale sarebbe lo scopo finale? Non si sa.

Proseguo nella lettura e trovo il seguente pensiero: «Per il discernimento infatti, più che le regole, serve l’impegno personale. Perché il discernimento, che si adatta alla situazione concreta della persona, è più esigente delle regole. Ogni persona ha una “sua” situazione. Pensare di stabilire tante “regole” quante sono le situazioni vissute dalle persone nella loro vita di relazione vuol dire infilarsi in un ginepraio inestricabile, tanto rischioso quanto ingiusto».

Questo passaggio l’ho riletto anche più degli altri. E sulla mia faccia, già stravolta dal caldo, si è disegnato un enorme punto interrogativo. Dunque, sembra di capire, il discernimento (qualunque cosa voglia dire) si regge non sulle regole, ma sull’impegno personale. Ma quale impegno? Di che tipo? Per arrivare dove? Per fare che cosa? Anche qui, nebbia. Eppure la conclusione, di nuovo, è categorica: questo indefinito «impegno personale» è più importante della legge divina, cioè di quanto Dio stesso insegna per il bene della creatura umana.

E che dire dell’affermazione secondo cui, poiché ogni persona vive una sua situazione, pensare di stabilire tante regole quante sono le singole situazioni vorrebbe dire «infilarsi in un ginepraio inestricabile, tanto rischioso quanto ingiusto»?

Ciò che il testo sembra sostenere è che la singola situazione non può essere normata, ma solo osservata attraverso la lente del discernimento. Siamo dunque in quella che si chiama morale della situazione, caratterizzata dal fatto che il giudizio sulle scelte non avviene in base a una verità universale, espressa da una legge, ma in base al modo in cui la singola situazione è vissuta dal soggetto che ne è protagonista. Il che, volendo chiamare le cose con il loro nome, corrisponde al soggettivismo. Non è la legge divina, universale e vincolante, a determinare ciò che è bene e ciò che è male, ma la coscienza del soggetto. Non solo: la legge universale, se applicata, non corrisponde alla giustizia. Al contrario, ci conduce all’ingiustizia.

Questa prima conclusione, dal punto di vista cattolico, è di per sé inaccettabile. Ma non è finita, perché subito dopo leggiamo: «E infatti nell’”Amoris laetitia” il Papa non l’ha fatto». Non ha fatto che cosa? Non si è infilato in quel «ginepraio tanto rischioso quanto ingiusto» che sarebbe la legge divina universale. Ovvero ha abbracciato la morale della situazione, ovvero il soggettivismo, ovvero il relativismo. E questa sarebbe una cosa buona. Se le parole hanno un senso, ecco quanto ci viene spiegato nel foglio «La Domenica» distribuito nelle parrocchie. Ne prendiamo atto. E veniamo al finale.

«Il discernimento personale è più rispettoso, ma anche più impegnativo. La “regola” è più comoda, il discernimento più severo. Dio non pretende da noi un bene in generale, ma quel bene che rappresenta ciò che è meglio per noi in quella determinata situazione, alla luce della nostra vita di relazione. Quindi il “massimo bene possibile”, che si può realizzare solo con il discernimento».

In che senso il discernimento personale sarebbe più rispettoso di quanto lo sia la legge? Più rispettoso, sembra di capire, significa qui più comprensivo. Ma siamo sicuri che mostrandoci più comprensivi siamo più rispettosi? Si è davvero più rispettosi quando si è più tolleranti, più flessibili, meno legati alla verità? O, al contrario, si è più rispettosi quando si prende la legge come punto di riferimento vincolante nella certezza che è stata voluta per il nostro bene?

Quanto all’idea secondo cui la regola sarebbe più comoda, mentre il discernimento sarebbe più severo, ancora una volta viene da chiedersi: che vuol dire? In che senso la regola sarebbe più comoda? Dobbiamo concludere che il buon Dio, con i dieci comandamenti, avrebbe scelto la via della comodità? Sarebbe stato meglio se si fosse scomodato e avesse aggiunto ai comandamenti svariate postille per ogni singolo caso? E che significa che Dio non pretende un bene in generale ma ciò che è meglio per noi in una certa situazione? Vuol dire che il bene oggettivo non esiste, ma esiste solo il bene soggettivo? Ma se non esiste il bene oggettivo, come facciamo a sapere che cosa è bene e che cosa è male in una data situazione? Su che cosa fondiamo la valutazione? Di nuovo, la conclusione a cui arriviamo è che vale solo l’esperienza soggettiva, la quale è buona in sé, al di là di ogni norma e ogni legge universale oggettiva. Ovvero: l’uomo è dio per se stesso. Ovvero: l’uomo non ha bisogno di Dio.

E ora leggiamo le ultime righe: «L’applicazione rigorosa della legge richiama invece il concetto di “minimo male realizzabile”, lo stesso atteggiamento farisaico del tipo “rispetto il sabato e sono tranquillo”. Ma il Vangelo non dice così».

Domanda: perché l’applicazione della legge dovrebbe richiamare il concetto di «minimo male realizzabile»? In che senso? Dunque il buon Dio, donando all’uomo le tavole della legge, aveva in mente non il bene della sua creatura ma il minimo male realizzabile? Dunque la nostra santa madre Chiesa, insegnando la verità e l’applicazione della legge divina, si accontenta del minimo male realizzabile anziché cercare la salvezza di ogni creatura? E perché l’applicazione della legge dovrebbe portare a un comportamento di tipo farisaico? Se per farisaico, come sembra di capire, qui si intende ipocrita, dobbiamo forse concludere che coloro i quali hanno a cuore la verità, e dunque il rispetto della legge universale, vincolante per tutti, sono necessariamente ipocriti e quindi falsi e impostori?

Il testo si conclude in modo perentorio: «Ma il Vangelo non dice così». Davvero? Che cosa dice il Vangelo, cioè Gesù? Non dice forse «quello che Dio ha congiunto l’uomo non lo separi»? Non dice forse «e i due saranno una carne sola»? Non dice forse «va’ e d’ora in poi non peccare più»? Non mette forse in guardia chi «trasgredirà uno solo di questi precetti»? Dice «andate e ammaestrate tutte le genti» o dice «andate e discernete caso per caso»?

Torniamo ora al titolo: «Prima la coscienza, poi le regole». Ripeto: se facciamo della coscienza un assoluto, e non parliamo di coscienza ben formata mediante la Parola e la legge divina vincolata alla verità, finiamo dritti dritti nel soggettivismo. È dunque questo che insegna oggi la nostra santa madre Chiesa?

Un testo come quello che abbiamo ora analizzato potrebbe figurare degnamente nel Bollettino dell’Associazione Soggettivisti Incalliti (tranquilli, non esiste, l’ho inventata adesso, tanto per intenderci), ma trovarmelo di fronte nel foglio «La Domenica», distribuito in migliaia di parrocchie con tanto di nullaosta di un signor vescovo, mi lascia sgomento.

«Prima la coscienza, poi le regole». Letto e riletto, il titolo mi ha rimandato a qualcos’altro. Naturalmente mi è tornata alla mente la «Lettera al Duca di Norfolk» del beato cardinale Newman, nella quale il grande convertito al cattolicesimo sostiene che, dopo un pranzo, in un ipotetico brindisi, volendo introdurre la religione, brinderebbe al papa, ma prima alla coscienza e poi al papa. Tuttavia, come ha spiegato molto bene Joseph Ratzinger commentando il celebre brano, Newman con quella sua espressione non volle certamente spezzare una lancia a favore del soggettivismo. Quando parlava di coscienza, Newman si riferiva alla coscienza illuminata dalla rivelazione e dunque dalla legge divina. La sua non era la via della soggettività che afferma se stessa, ma la via dell’obbedienza alla verità oggettiva, perché (sono ancora parole di Ratzinger) «solo così, attraverso il legame alla verità, a Dio, la coscienza riceve valore, dignità e forza».

Insomma, dire «prima la coscienza, poi le regole» per un cattolico, semplicemente, non ha senso. Perché la coscienza, per non cadere vittima della soggettività autoreferenziale, ha bisogno della verità, dunque della legge, dunque delle regole.

Poi però, dopo aver pensato al Newman spiegato da Ratzinger, mi è tornato alla mente anche il metodo dell’ipnopedia di cui parla Aldous Huxley in «Il mondo nuovo».

Mi direte: che c’entra adesso l’ipnopedia?

L’ipnopedia è una tecnica che consiste nella somministrazione di stimoli uditivi a un soggetto addormentato, così che i concetti trasmessi siano inconsciamente assimilati in profondità. Nel romanzo distopico di Huxley l’ipnopedia è impiegata dal regime politico imperante perché i sudditi possano interiorizzare slogan utili al regime stesso, e naturalmente la ripetizione esclude la spiegazione, perché l’obiettivo è condizionare, non consentire un’adesione razionale.

Ora provate a ripetere in continuazione: «Accogliere, accompagnare, discernere, integrare». Non stancatevi. Lasciate che diventi una sorta di mantra tibetano. Ecco, bravi, così: «Accogliere, accompagnare, discernere, integrare». Non chiedetevi il perché è il percome. Non lasciatevi distrarre dalla questione del significato. Ripetete e basta. Lasciatevi rapire dal suono, così bello, così buono, così politicamente ed ecclesiasticamente corretto. E poi aggiungete: «Prima la coscienza, poi le regole». E ancora, e ancora. Lasciatevi cullare. Non pensate. Liberate la mente. «Accogliere, accompagnare, discernere, integrare. Prima la coscienza, poi le regole». Non fatevi domande. Le domande non servono più. Il significato non ha più importanza. Conta solo il suono.

Fatto? Bene, fratelli. Benvenuti nella Neochiesa.

Aldo Maria Valli




P.S. L’autore della riflessione pubblicata da «La Domenica» è un giornalista, un collega che conosco e stimo. Vorrei rinnovargli amicizia e stima, ma davvero non riesco a capire come possa aver scritto ciò che ha scritto. Abbiamo raggiunto un grado di confusione ormai ben più che preoccupante.









mercoledì 12 luglio 2017

LA FORZA DEL SILENZIO: UN LIBRO DEL CARDINALE ROBERT SARAH. PREZIOSO, SPECIALMENTE QUI E ORA.






MARCO TOSATTI (12/07/2017)

Ho ricevuto e letto, e sono rimasto affascinato. Parlo dell’ultimo libro del cardinale Robert Sarah, “La forza del silenzio”, edito da Cantagalli. Già il primo libro del porporato, nominato dal Pontefice regnante Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, “Dio o niente”, sempre edito da Cantagalli, era stato non solo un successo editoriale, ma anche un testo di grandissimo spessore spirituale. “La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore”, in cui appare anche un’intervista con il giornalista francese Nicolas Diat, sicuramente seguirà e forse sorpasserà le orme del primo.

Della prefazione di Benedetto XVI si è già parlato nel recente passato, alla luce delle polemiche abbastanza disgustose lanciate contro il Papa emerito da qualche liturgista fazioso. Basti qui ricordare le parole finali della breve prefazione: “Il Cardinale Sarah è un maestro dello spirito che parla a partire dal profondo rimanere in silenzio insieme al Signore, a partire dalla profonda unità con lui, e così ha veramente qualcosa da dire a ognuno di noi.

Dobbiamo essere grati a Papa Francesco di avere posto un tale maestro dello spirito alla testa della Congregazione che è re- sponsabile della celebrazione della Liturgia nella Chiesa. Anche per la Liturgia, come per l’interpretazione della Sacra Scrittura, è necessaria una competenza specifica. E tuttavia vale anche per la Liturgia che la conoscenza specialistica alla fine può ignorare l’essenziale, se non si fonda sul profondo e interiore essere una cosa sola con la Chiesa orante, che impara sempre di nuovo dal Signore stesso cosa sia il culto. Con il Cardinale Sarah, un maestro del silenzio e della preghiera interiore, la Liturgia è in buone mani”.

L’intento di questo libro, come spiega il cardinale, è “mostrare che il silenzio è uno dei mezzi principali che ci permettono di entrare nello spirito della preghiera. Il silenzio ci dispone a stabilire relazioni vitali e continue con Dio”. “Il primo linguaggio di Dio è il silenzio”. Sarah ricorda con ironia che “è difficile trovare una persona pia che, allo stesso tempo, parli molto” mentre “chi possiede lo spirito di preghiera ama il silenzio”; “tutti i santi hanno amato ardentemente il silenzio”. Al contrario “molti peccati sono dovuti alle chiacchiere” e “molte anime si perderanno nel giudizio finale perché non hanno tenuto a bada la loro lingua”.

Questo viaggio di Sarah nella terra del silenzio nasce dall’incontro, avvenuto nel 2014 nell’abbazia di Lagrasse – tra il cardinale Sarah e frère Vincent-Marie un giovane monaco costretto all’immobilità, e al silenzio, da una terribile malattia, la sclerosi a placche. Un’amicizia nata nel silenzio, cresciuta nel silenzio, che continua ad esistere nel silenzio, spiega Nicolas Diat. Il 10 aprile 2016, il religioso rese l’anima aDio, ponendo fine al suo calvario. “La forza del silenzio – afferma Diat – non sarebbe mai esistito senza frère Vincent”. Un santo nascosto, “incapace di pronunciare una semplice frase poiché la malattia lo aveva ormai privato dell’uso della parola. Poteva solo alzare il suo sguardo verso il Cardinale. Poteva soltanto contemplarlo, fissarlo, con dolcezza, con amore. Gli occhi arrossati di fra Vincent avevano già il colore dell’eternità”.

E’ un libro di meditazione. Si può prendere una frase, e lavorarci –silenziosamente sopra – nella meditazione. Dio parla nel silenzio, scrive Sarah, e solo il silenzio sembra poter esprimere Dio. Dio abita in un grande silenzio. Il silenzio è la legge dei progetti divini. Mentre le potenze mondane…. “Le potenze mondane che cercano di plasmare l’uomo moderno rifuggono sistematicamente il silenzio. Non ho timore ad affermare che i falsi sacerdoti della modernità, che dichiarano una specie di guerra al silenzio, hanno perduto la battaglia. Poiché possiamo restare silenziosi in mezzo alla più grande confusione, all’agitazione più abietta, in mezzo al chiasso e allo stridore di queste macchine infernali che spingono al funzionalismo e all’attivismo e che ci allontanano da ogni dimensione trascendente e da ogni forma di vita interiore”.

Fra le tantissime riflessioni preziose ce n’è una dedicata agli uomini di Chiesa. “Più siamo rivestiti di gloria e di onore, più siamo elevati in dignità, più siamo investiti di responsabilità pubbliche, di prestigio e di incarichi nel mondo, come laici, sacerdoti o vescovi, e più dobbiamo progredire nell’umiltà e coltivare con cura la dimensione sacra della nostra vita interiore cercando costantemente di vedere il volto di Dio nella preghiera, nell’orazione, nella contemplazione e nell’ascesi. Può succedere che un sacerdote buono e pio, una volta elevato alla dignità episcopale, cada rapidamente nella mediocrità e nella preoccupazione di avere successo negli affari del mondo. Sopraffatto dalla funzione di cui è investito, agitato dal pensiero di apparire, preoccupato del proprio potere, della propria autorità e dai bisogni materiali del suo incarico, rimane progressivamente senza fiato. Manifesta nel suo essere e nelle sue opere una volontà di promozione, un desiderio di prestigio e una degradazione spirituale. Finisce per nuocere a se stesso e al gregge di cui lo Spirito Santo lo ha stabilito custode per pascere la Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio”.

Un libro che veramente consiglio di leggere e meditare.













fonte: Stilum curiae



martedì 11 luglio 2017

È questo il programma?






di Giovanni Scalese (11/07/2017)

Il mio ultimo post (non considerando le omelie), del 29 maggio scorso, si poneva la domanda: “Qual è il programma di Papa Francesco?”


Maike Hickson sembrerebbe ora dare una risposta a questa domanda. Nel suo articolo di ieri su OnePeterFive, riferisce quello che sarebbe stato il contenuto del colloquio del 30 giugno scorso fra Papa Francesco e il Card. Gerhard Müller, durante il quale il Pontefice ha comunicato al Prefetto della CDF che non sarebbe stato rinnovato il suo mandato. Naturalmente è un resoconto che va preso con beneficio d’inventario; ma non ci sono seri motivi per metterne in dubbio la sostanziale autenticità. Mi limito a tradurre la parte centrale dell’articolo.

Il Cardinal Müller è stato chiamato al Palazzo Apostolico il 30 giugno, e lui vi si è recato con le sue carte, pensando che si trattasse di uno dei consueti incontri di lavoro. Il Papa invece gli ha detto che gli doveva rivolgere solo cinque domande:

— Lei è a favore o contro il diaconato femminile? «Sono contrario», è stata la risposta del Cardinal Müller.

— Lei è a favore o contro l’abrogazione del celibato? «Naturalmente sono contrario», ha risposto il Cardinale.

— Lei è a favore o contro le donne sacerdote? «Sono risolutamente contrario», ha replicato il Cardinal Müller.

— Lei è disposto a difendere Amoris laetitia? «Per quanto mi è possibile», ha risposto il Prefetto della CDF, «ci sono ancora delle ambiguità».

— Lei è disposto a ritrattare le sue rimostranze riguardo al licenziamento di tre suoi impiegati? Il Cardinal Müller ha risposto: «Santo Padre, erano persone valide e irreprensibili, di cui ora sento la mancanza; e non è stato corretto licenziarli senza chiedere il mio parere, poco prima di Natale, e fargli liberare l’ufficio per il 28 dicembre. Ora mi mancano».

Al che il Papa ha risposto: «Bene. Cardinal Müller, volevo solo informarla che non estenderò il suo mandato come Prefetto della Congregazione della Fede».

Senza nessun saluto o spiegazione, il Papa ha lasciato la sala. Il Cardinal Müller in un primo momento pensava che il Papa fosse andato a prendere un ricordino come segno di gratitudine, per cui è rimasto ad attendere pazientemente. Ma non c’è stato nessun dono del genere, né alcuna espressione di gratitudine per il suo servizio. Il Prefetto della Casa Pontificia, l’Arcivescovo Georg Gänswein, allora ha dovuto spiegargli che l’incontro era terminato e che era ora di andare.


Non mi interessa qui soffermarmi sugli aspetti umani del colloquio. Saprebbe troppo di pettegolezzo: ciascuno ha la sua personalità, il suo carattere, i suoi modi, e dobbiamo accettarlo cosí com’è.


Quel che mi preme è porre al Santo Padre una domanda: «Santità, corrisponde al vero tale resoconto? È questo il Suo programma di governo? Se sí, per favore ce lo dica; sarà meglio per tutti».
Q


Pubblicato da Querculanus 











lunedì 10 luglio 2017

Il cardinale Meisner, Fatima, il rosario. E quella venerazione per Mindszenty






di Aldo Maria Valli  (10/07/2017)

Il 5 luglio oltre a Joaquín Navarro-Valls ci ha lasciati un altro Gioacchino: il cardinale Joachim Meisner, arcivescovo di Colonia. Un grande pastore che ha sempre difeso la fede e la Chiesa, fino alla decisione, presa con i confratelli Carlo Caffarra, Walter Brandmüller e Raymond Burke, di manifestare al papa i suoi «dubia» a proposito di «Amoris laetitia».

La morte l’ha colto nel sonno, con il breviario in mano, mentre pregava per prepararsi alla messa del mattino successivo e dopo una telefonata con il cardinale Gerhard Müller, pochi giorni prima allontanato da papa Francesco dall’incarico di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Per capire meglio il cardinale Meisner e tracciare un suo profilo è utile l’articolo «Cardinal Meisner’s Witness Concerning Fatima and the Dubia», scritto da Maike Hickson per il sito «onepeterfive», nel quale, fra l’altro, si rivela quanto riferito da un amico del cardinale, Michael Hesemann, storico della Chiesa tedesca.

In una lettera del 29 dicembre 2016 Meisner scrisse a Hesemann: «Viviamo in un periodo di confusione, non solo nella società, ma anche nella Chiesa». E poi, quasi come spiegazione sottintesa della sua decisione di rivolgersi al papa esprimendo i dubbi su «Amoris laetitia», aggiunse: «Il pastore è scelto da Cristo al fine di preservare il gregge dall’errore e dalla confusione».

Meisner, che incontrò più volte la veggente suor Lucia, in quella lettera parlò anche del messaggio di Fatima, esprimendo la speranza che la Madre di Dio non ci lasci in preda alla confusione e al peccato in questo nostro tempo nel quale, avendo perduto la memoria della creazione, non sappiamo più chi è l’uomo. Parole che hanno il sapore del testamento spirituale da parte di un pastore che soffrì molto a causa di attacchi ingiusti da parte della cultura laicista ma anche dei settori modernisti della Chiesa.

Di Meisner occorre ricordare poi il contributo, forse decisivo, nel conclave del 2005, per l’elezione di Joseph Ratzinger, un’esperienza che il cardinale, pur mantenendo il segreto, ricordava affermando di non aver mai combattuto tanto nel corso della sua vita.

Nato a Breslavia (Breslau per i tedeschi, Wrocław per i polacchi) nel giorno di Natale del 1933, Joachim Meisner nel 1945 fu costretto a fuggire con la mamma e i fratelli (il padre fu ucciso sul fronte russo in quello stesso anno) dinnanzi all’avanzata dell’armata sovietica e si rifugiò in Turingia, a Erfurt, dove per quarant’anni visse poi sotto il regime comunista della Repubblica Democratica Tedesca.

Dei giorni della fuga Meisner ricordava la fede indomita della mamma, che un giorno, del tutto priva di mezzi per garantire un pasto e un tetto ai figli, tirò fuori il rosario, si mise a pregare (recitò per tre volte una preghiera mariana tedesca, «Hilf Maria, jetzt ist Zeit») e si disse certa che l’aiuto sarebbe arrivato dalla Madonna. Cosa che in effetti avvenne, quando la famiglia fu invitata in casa da un uomo che aveva assistito alla scena.

Sotto la DDR (Deutsche Demokratische Republik) – questo un altro ricordo di Meisner – era impossibile anche solo accennare a Fatima, perché qualsiasi riferimento alle apparizioni, caratterizzate dalla richiesta di consacrare la Russia al Cuore immacolato di Maria, era considerato propaganda anticomunista e come tale veniva punito. Ma naturalmente i divieti non fecero che rinforzare nel futuro cardinale la devozione per la Madonna di Fatima, un luogo, spiegava Meisner, nel quale Nostra Signora ha creato una testa di ponte fra terra e cielo.

Dopo l’attentato del 1981 Giovanni Paolo II chiese a Meisner di celebrare una messa a Fatima, e l’arcivescovo di Colonia lo fece nel 1990, ringraziando Maria non solo per aver salvato la vita del papa ma anche per il crollo dell’impero sovietico.

«Come arma contro l’ateismo la Madre di Dio ci ha dato la preghiera, ma specialmente la preghiera del rosario», diceva Meisner, che conservava un ricordo molto vivido di un episodio avvenuto a Erfurt, nel 1975, quando un gruppo di turisti provenienti dal Kazakistan (allora nell’Unione Sovietica), rivelatisi come cattolici, gli dissero: «Da trent’anni non andiamo a messa e abbiamo tanta nostalgia della Chiesa!». Meisner ricordava in particolare la domanda che gli fece uno di quei cattolici: «Mi potrebbe dire quali dottrine di fede dobbiamo trasmettere ai nostri figli e nipoti così che essi possano ottenere la vita eterna?».

«Non mi era mai stata posta – diceva il cardinale – una domanda altrettanto importante, e nessuno me la fece più in futuro». A quell’uomo l’allora vescovo di Erfurt rispose che avrebbe dato a lui e ai suoi compagni la Bibbia e il Catechismo, ma l’ospite gli fece cortesemente notare che in un paese dell’Unione Sovietica non era permesso possedere quei libri. Allora il vescovo disse che gli avrebbe dato un rosario e quando l’uomo chiese il perché, Meisner rispose che lì c’è tutto quel che occorre: «Tutta la fede cattolica in una sola mano!», come esclamò, pieno di sorpresa e gratitudine, quel suo interlocutore.

Circa la sua morte, Meisner diceva: «Quando sarò morto, i canonici verranno e mi toglieranno l’anello, ma nel testamento ho scritto che dovranno lasciarmi il mio rosario! Voglio che sia messo nella bara, così che lo possa mostrare alla Madre di Dio e Lei possa mostrarmi, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto della sua vita!».

La vicenda umana di Joachim Meisner si può riassumere con due parole: fede e coraggio. Una combinazione che gli fece guadagnare il rispetto di molti, anche da parte degli avversari, come nel caso di una nota femminista tedesca, Alice Schwarzer, che alla morte del cardinale ha detto «Sì, mi è piaciuto» ed ha rivelato che durante il loro ultimo incontro, un anno fa, Meisner le regalò una preghiera di santa Teresa d’Avila.

Per completare il profilo di Joachim Meisner occorre poi parlare della sua speciale venerazione per il cardinale Jozef Mindszenty, il grande arcivescovo ungherese che resistette al comunismo. Nel maggio di quest’anno, durante un’omelia a Budapest, Meisner raccontò che aveva solo tredici anni quando, vedendo un quadro raffigurante Mindszenty sotto accusa davanti a un tribunale comunista, restò molto colpito da quell’immagine, perché gli fece pensare a Gesù accusato ingiustamente dal sinedrio. Quel ritratto dell’indomito cardinale ungherese fu così importante che lo volle appendere nella sua camera da letto e da allora, disse durante l’omelia, «ho sempre rivolto uno sguardo a Mindszenty prima di addormentarmi e al risveglio».

In effetti il primate d’Ungheria fu per Meisner «il modello di vescovo, ed è per questo che in me è cresciuto il desiderio di essere come lui, un testimone di Cristo che ha il coraggio di resistere ai potenti di questo mondo».

L’immagine di Mindszenty davanti al tribunale era conservata da Meisner anche nel suo breviario, lo stesso che aveva tra le mani il 5 luglio scorso, quando la morte l’ha colto nel sonno a Bad Füssing. «Quando i vescovi non sono più confessori della fede – diceva – il popolo di Dio non è in una buona situazione».

Il 4 aprile 2005, prima del conclave, il cardinale Meisner insieme all’amico Paul Badde, che ha rivelato l’episodio, andò a Manoppello per vedere il Volto Santo e ne restò profondamente toccato, tanto che nel libro degli ospiti scrisse: «Il volto è l’espressione del cuore. Sul Volto Santo il Cuore di Dio diventa visibile. Joachim Card. Meisner, Arcivescovo di Colonia, Pax Vobis!».

Come abbiamo detto all’inizio, la sera prima della sua morte Meisner parlò al telefono con il cardinale Müller. È stato lo stesso Müller a rivelarlo, alla «Passauer Neue Presse», spiegando che Meisner si dimostrò rattristato per il brusco allontanamento di Müller dalla Congregazione per la dottrina della fede, un licenziamento da lui considerato un danno per la Chiesa. Nella stessa intervista Müller ha raccontato che il papa gli ha comunicato la sua decisione di non rinnovarlo nella carica di prefetto della congregazione durante un’udienza durata un solo minuto, proprio nell’ultimo giorno del mandato, e senza fornire spiegazioni. «Uno stile – ha detto Müller – inaccettabile, perché anche il Vaticano, nel trattare con i propri dipendenti, dovrebbe applicare la dottrina sociale della Chiesa». Uno stile che certamente non era quello di Joachim Meisner.

Aldo Maria Valli
















domenica 9 luglio 2017

Charlie, se anche l'Osservatore preferisce la morte







di Riccardo Cascioli  (09/07/2017)

«La lotta non è finita»: Connie Yates e Chris Gard, i genitori di Charlie, ce lo hanno ricordato ieri sera con un tweet in cui ringraziano tutti coloro che in questo periodo li hanno sostenuti nella battaglia per salvare Charlie da medici e giudici che ne hanno già decretato la condanna a morte. Servono ancora preghiere e serve aumentare la pressione sulle autorità, ora più che mai.

Non è finita perché – come noto – ora la palla è passata di nuovo all’Alta Corte. Che lunedì 10 luglio dovrà decidere cosa fare alla luce delle nuove offerte di terapie sperimentali avanzate in questi giorni. Una richiesta fatta dai medici del Great Ormond Street Hospital, forse alla ricerca di una via d’uscita da una situazione che, grazie all’attenzione mediatica, è per loro diventata molto difficile.

Un miracolo già c’è stato. Venerdì 30 giugno doveva essere il giorno dell’esecuzione di Charlie, invece a sorpresa è arrivato l’annuncio che i medici avrebbero dato più tempo ai genitori per abituarsi all’idea di perdere Charlie. Cosa sia accaduto per aver fermato la mano dei medici, fin lì fieramente determinati a procedere all’eliminazione del piccolo malato, non è mai stato spiegato, ma certo non può essere estraneo il mare di preghiere che si era già levato da ogni parte del mondo. Fatto sta che da qualche ora, quel tempo è diventato qualche giorno, nel frattempo sono arrivati i messaggi di papa Francesco, del presidente americano Donald Trump e di altre personalità politiche. Si sono mobilitati altri medici e dall’ospedale Bambin Gesù di Roma è arrivata l’offerta di accogliere Charlie; e infine la proposta di altre terapie possibili, offerta che ha dato ai medici inglesi la possibilità di rimandare la palla ai giudici.

Ora serve il secondo miracolo: che l’Alta Corte britannica fermi definitivamente il protocollo che porterebbe alla morte di Charlie per soffocamento. Non è scontato, perché lo si voglia o no il caso di Charlie è destinato a fare da precedente: se il giudice deciderà per la morte immediata, passerà il principio per cui ogni persona sofferente potrà essere soppressa, strappandola d’imperio all’affetto dei suoi cari; passerà il principio per cui ci sono vite indegne di essere vissute, e sarà lo Stato, il potere, a stabilire i confini della dignità della vita. È questo che medici e giudici volevano fin dal primo momento e non ci rinunceranno tanto facilmente. Se invece il giudice concederà la possibilità di nuove terapie a Charlie, magari consentendo il suo trasporto negli Stati Uniti o in Italia, allora sarà almeno ristabilita la priorità del rapporto vitale tra genitori e figli, sarà data almeno una chance alla vita, sarà più difficile far passare per rinuncia all’accanimento terapeutico ciò che è chiaramente eutanasia, infanticidio.

Ecco perché le preghiere e la mobilitazione sono necessarie ora più che mai. Ed ecco perché suona strano quell’appello al “silenzio” lanciato invece dall’Osservatore Romanonell’edizione che porta la data del 9 luglio. In un articolo firmato da Gianpaolo Dotto e titolato “Charlie e Gesù”, l’Osservatore ritiene che «davanti a questa tragedia umana come a tante altre simili, Gesù non direbbe niente, semplicemente si chinerebbe a disegnare per terra e aspetterebbe che si faccia silenzio. Non pronuncerebbe alcun giudizio, ma inviterebbe tutti ad andare oltre e a “non peccare più”, come si legge nel vangelo di Giovanni (8, 11)».

Incredibile che per sostenere la tesi del “silenzio” e del “non giudizio” – che è ormai l’ultima moda teologico-pastorale – l’autore dell’articolo faccia riferimento all’episodio dell’adultera. È invece proprio in virtù di un giudizio netto («Chi è senza peccato scagli la prima pietra») che Gesù strappa la donna alla lapidazione. Altro che silenzio.

L’Osservatore preferisce prendersela con i «giornalisti affamati di notizie ed esperti di vario tipo» che «mercificano» una sciagura familiare. «I commenti di costoro – dice ancora Dotto - possono essere come tante pietre lanciate contro un bambino senza difesa e i suoi genitori allo sbaraglio». Se la prende con «chi non vede e di chi consiglia e illude malamente» e parla di «decisioni cliniche inevitabili che devono essere prese come un aut aut davanti a situazioni difficili o impossibili da risolvere». Dopo aver condannato anche l’imposizione di decisioni che «infrangono il sacro vincolo personale che lega figli e genitori ma anche medico e famiglia», l’Osservatore conclude affermando che non peccare più «vorrebbe forse dire ritrovare nel silenzio il mistero della vita e lasciare con fiducia che faccia il suo corso».

Non si capisce se all’Osservatore Romano si rendano ben conto di quello che pubblicano. Perché l’articolo in questione dimentica di osservare che solo una grande mobilitazione di popolo ha fatto sì che Charlie non sia stato ancora ucciso, e che solo una «flotta di preghiere» - direbbe Charles Peguy – potrà evitare che questo accada nei prossimi giorni. Che solo i tanti interventi di esperti che si sono succeduti nelle ultime settimane hanno permesso di chiarire – a chi lo voglia – quale sia la posta in gioco. Che anche l’intervento del Papa – per quanto limitato e quasi costretto da un “assedio” di fedeli con lettere, sottoscrizioni e centralino di Santa Marta intasato per giorni – ha contribuito al ripensamento dei medici. Che, infine, il silenzio così tanto invocato significa la morte immediata di Charlie, significa la complicità in un infanticidio. È davvero questa la linea in Vaticano?











fonte: La nuova Bussola Quotidiana