mercoledì 3 agosto 2022

Ora non c'è proprio più scampo. Archie Battersbee deve morire



Respinto anche l'estremo appello alla Corte Suprema britannica, che ha dato ragione ai medici che giudicano la morte nel suo "miglior interesse", per Archie Battersbee non c'è più speranza: alle 11 (le 12 ora italiana) inizierà il distacco dei sostegni vitali, malgrado sia stato annunciato un ultimo disperato tentativo alla Corte Europea dei Diritti Umani. Sentenza «brutale e vergognosa», la reazione di Hollie Dance, la coraggiosa mamma del 12enne in coma dal 7 aprile, che ha detto che comunque combatterà «fino all'ultimo minuto per suo figlio».



REGNO UNITO
VITA E BIOETICA

Riccardo Cascioli, 03-08-2022

«Stanno giustiziando mio figlio… Combatterò fino all’ultimo minuto». Sono le prime parole pronunciate da Hollie Dance dopo la sentenza definitiva della Corte Suprema che spegne ogni possibilità di fermare i medici che vogliono staccare i supporti vitali da suo figlio Archie Battersbee. E l’esecuzione è già stata fissata per oggi, 3 agosto, alle 11. Hollie ha annunciato che i suoi legali faranno comunque un ultimo disperato tentativo appellandosi alla Corte Europea dei Diritti Umani, ma l’ospedale ha già fatto sapere che non aspetterà ulteriori sentenze o ingiunzioni: alle 11 la procedura inizierà. La possibilità che la macchina della morte possa essere fermata è quindi praticamente nulla.

Come si ricorderà Archie è un ragazzo di 12 anni che è in coma, ricoverato al Royal London Hospital con gravissime lesioni cerebrali dallo scorso 7 aprile in seguito a un incidente in casa provocato probabilmente da una sfida online. Il ricorso alla Corte Suprema – con la richiesta di fermare i medici in attesa che la Commissione Onu sui Diritti delle Persone Disabili esaminasse il caso – era l’ultima possibilità legale rimasta ai genitori di Archie per guadagnare ancora tempo. Ma i tre giudici della Corte Suprema ieri pomeriggio hanno dato ragione alla Corte d’Appello che l’1 agosto aveva già decretato come non vincolante l’ingiunzione della Commissione ONU di sospendere le procedure che porteranno alla morte di Archie. Soprattutto di fronte a quello che, ancora una volta, è stato definito il “miglior interesse” di Archie, cioè la morte.

Lord Hodge, che presiedeva ieri la corte formata anche dai Lord Kitchin e Stephens, nell’annunciare la sentenza ha ribadito infatti che il punto centrale del contenzioso tra il Barts Health NHS Trust – che rappresenta l’ospedale – e la famiglia di Archie «non riguarda la guarigione di Archie ma il tempo e le modalità della sua morte». E richiamando la sentenza del 25 luglio del giudice Hayden, ha detto che «il mantenimento delle cure mediche serve solo a protrarre la sua morte». Infatti, sempre secondo la stessa sentenza «non ci sono prospettive di significativi miglioramenti. Se anche si mantenessero i supporti vitali Archie morirebbe nel giro di poche settimane per il collasso degli organi e poi con un infarto». Quindi, tanto vale farlo fuori subito. Non sfuggirà il fatto che con la stessa logica sarebbe lecito eliminare qualsiasi malato terminale, con la possibilità – ovvia – di estendere a piacere il confine del concetto “terminale”.

Nessun diritto viene concesso alla famiglia e alla volontà della persona condannata a morte, alla faccia di chi sbandiera l’eutanasia come diritto personale a una morte dignitosa o invoca il testamento biologico. Ancora Lord Hodge spiega infatti che «sebbene ci sia evidenza che Archie aveva convinzioni religiose, era molto unito a sua madre e desiderava non lasciarla sola», questi sono «solo alcuni dei fattori» che la Corte deve prendere in esame. In effetti è stato testimoniato che Archie, sebbene giovanissimo, aveva chiaramente espresso il desiderio di essere mantenuto in vita se si fosse trovato in situazioni simili, ma in una precedente sentenza si è stabilito che però Archie «non poteva prevedere la situazione in cui si trova ora».

Già, ma qual è la sua situazione ora? «Morte cerebrale», insistono i medici, ma in realtà non sono stati in grado di produrre l’evidenza scientifica di tale affermazione, in quanto non sono stati fatti tutti gli esami per stabilire con certezza il livello delle lesioni cerebrali di Archie. Semplicemente dal terzo giorno hanno deciso che Archie doveva morire e hanno chiesto l’autorizzazione per l’espianto degli organi. Al punto che anche la prima sentenza sul caso parlava di «un’alta probabilità» di morte cerebrale. E nelle successive udienze i giudici, pur non insistendo sulla morte cerebrale, hanno sempre rifiutato ai legali della famiglia di Archie di portare evidenze contrarie sulle reali condizioni di Archie e pareri medici indipendenti.

Alla famiglia è stato negato anche l’ultimo desiderio di avere Archie trasportato in un hospice a venti minuti di distanza, per vivere in un ambiente tranquillo e raccolto almeno le ultime ore insieme, lontano da quell’ospedale dove fin dal primo momento si è lavorato per la sua morte e dove la tensione è palpabile, malgrado nelle dichiarazioni ufficiali si sforzino di mostrare comprensione e desiderio di collaborare con la famiglia.. Il Trust ieri sera ha negato il trasferimento giustificando questa decisione con il rischio che Archie potrebbe morire durante il trasporto. Se ci fosse un premio all’umorismo macabro, il Trust lo vincerebbe a mani basse.

Si comprendono allora le dure parole di Hollie Dance, la mamma di Archie, ieri sera dopo la sentenza della Corte Suprema, definita «brutale e vergognosa». Hollie ha denunciato la fretta con cui i medici del Royal London Hospital hanno voluto procedere fin da subito: «È stato il modo dell’ospedale fin dall’inizio – ha detto – “presto, presto, presto, va fatto subito”, “dobbiamo fare rapidamente, dobbiamo giustiziare questo bambino”. E potendo contare sul sostegno del sistema legale, per l’ospedale è stato tutto molto semplice, e penso che questo sia ignobile, assolutamente vergognoso».
Il problema infatti non è soltanto l’ospedale, ma il sistema che, infatti in questi anni – come abbiamo visto – ha eliminato allo stesso modo Charlie, Isaiah, Alfie e tanti altri: «È questa la direzione che vuole prendere il nostro paese? Permettere l’esecuzione di bambini che sono disabili? Qual è il prossimo passo?». Domande che non riguardano soltanto il Regno Unito.









Tira brutta aria sull’enciclica Humanae vita









Di Stefano Fontana, 3 AGO 2022


Il 25 luglio scorso la Humanae vitae di Paolo VI ha compiuto 54 anni.

Siamo tutti ben consapevoli che la teologia morale cattolica è (purtroppo) in grande trasformazione e che il terreno delle innovazioni più problematiche è la morale sessuale. Già l’esortazione apostolica Amoris laetitia ha eliminato gran parte delle indicazioni della Familiaris consortio e della Veritatis spoendor di Giovanni Paolo II. La posizione dei vertici ecclesiastici sull’esercizio della sessualità fuori del matrimonio, sulle convivenze pre-matrimoniali, sull’omosessualità, sulla contraccezione, sulla pianificazione familiare e perfino sull’aborto è incerta quando va bene e completamente dissonante dalla tradizione quando va meno bene. Da molte parti arrivano inviti a riformulare la dottrina su questi temi, compresa la revisione del testo del Catechismo.

Fortemente impegnata su questo fronte, oltre alle facoltà teologiche soprattutto di Milano e del Triveneto, è la Pontificia Accademia per la Vita che sistematicamente ormai mette in questione tutte le verità di teologia morale che rientrano nel suo campo di competenza. Di recente il dicastero guidato da Vincenzo Paglia ha pubblicato un testo per certi versi scandaloso sul quale sono state espresse posizioni di forte preoccupazione [QUI, QUI] sdoganando esplicitamente la contraccezione e la fecondazione omologa.

Tutto questo fa pensare che a breve si possa arrivare anche ad una nuova formulazione dottrinale sulla contraccezione con una sostanziale revisione dell’enciclica di Paolo VI Humanae vitae. L’agenzia ultra-progressista “Adista” accenna ad una nuova enciclica di Francesco su questo tema che potrebbe annullare (senza dirlo esplicitamente come è ormai nell’uso) gli insegnamenti precedenti. Del resto, le diocesi non sono più impegnate in nessun modo nella formazione ai “metodi naturali”.

Il nostro Osservatorio ha difeso e difenderà l’enciclica Humanae vitae e ritiene, con altri, che i suoi insegnamenti siano irreformabili in quanto formulati dal Pontefice regnante nella dichiarata consapevolezza del suo magistero.

Segnaliamo alla vostra attenzione:

Il fascicolo del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dal titolo “Cinquant’anni di Humanae vitae” [VEDI QUI ED AQUISTA].

La relazione che Stefano Fontana ha tenuto a Cagliari, invitato dalla Facoltà teologica della Sardegna, dal titolo “Humanae vitae: aspetti politici dell’enciclica sull’amore coniugale” [LEGGI]









martedì 2 agosto 2022

Rifiutare una sola verità di fede equivale ad aver perso tutta la fede. Lo dice il Magistero




 Si può “essenzializzare” il Cristianesimo? Il Magistero nei secoli ha detto di no



di Corrado Gnerre

Nella teologia cattolica del XX secolo si è fatta strada, per motivi ecumenici, l’idea di un Cristianesimo “essenziale” distinguibile da un Cristianesimo da accettare nella sua interezza.

Quando due persone non vanno d’accordo è da saggi proporre di pensare a ciò che è importante e di trascurare il superfluo. Le discussioni umane riguardano l’umano, e nell’ambito dell’umano si può tendere alla verità ben sapendo che è difficilissimo raggiungere la verità tutt’intera. Questo vale per le discussioni umane, ma non può e non deve valere per le questioni religiose, perché, in tal caso, non siamo più nell’ambito della verità umana, ma della Verità rivelata; quindi non più del tendere verso la verità, ma della conoscenza della Verità tutt’intera.

Almeno dall’inizio del secolo XX nell’ambito di una certa teologia cattolica si è fatta strada la cosiddetta teoria dell’ “essenza del Cristianesimo”. Ovvero la teoria secondo la quale il Cristianesimo sarebbe costituito da un’essenza e da elementi puramente accidentali, cioè meno importanti. Un po’come la differenza tra la bistecca e l’insalata: la bistecca è la sostanza; l’insalata, il contorno. Insomma, questa teoria afferma che il Cristianesimo avrebbe un “cuore” che lo renderebbe tale e la semplice adesione a questa “essenza” basterebbe per definirsi cristiano.

Quale lo scopo di una simile teoria? L’ecumenismo. E’ evidente che il dialogo con gli ortodossi e i protestanti, in tal modo, sarebbe molto più facile. Ma si tratterebbe di pura svendita e rinnegamento del patrimonio di verità del Cattolicesimo; il dialogo si deve fare nella verità non a discapito di essa.

Ora, per capire quanto questa posizione sia sbagliata basterebbe ricordare il noto adagio “Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu”. Il bene, infatti, è nell’accettare la verità tutt’intera, perché nell’ambito della verità assoluta solo l’interezza conta.

Ma vediamo adesso qualche citazione autorevole con cui possiamo meglio capire quanto sbagliata sia questa teoria dell’ “essenza del Cristianesimo”.

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Sant’Agostino, nel Commento al salmo 54 (precisamente al numero 19), afferma: “In molte cose (di fede) concordano con me; in alcune con me non concordano; ma per quelle poche cose in cui non convengono con me a nulla serve loro essere con me d’accordo in molte.”

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Scrive papa Leone XIII nella sua Satis Cognitum: “Ripugna infatti alla ragione che anche in una sola cosa non si creda a Dio che parla. (…) Gli Ariani, i Montanisti, i Novaziani, i Quartodecimani, gli Eutichiani (qui Leone XIII elenca alcune famose eresie) non avevano abbandonato in tutto la dottrina cattolica, ma solo questa o quella parte; e tuttavia è cosa nota che essi sono stati dichiarati eretici ed espulsi dal seno della Chiesa (…). Tale è infatti la natura della fede che essa non può sussistere se si ammette un dogma e se ne ripudia un altro. (…) Colui che anche in un sol punto non assente alle verità da Dio rivelate, ha perduto tutta la fede, perché ricusa di sottomettersi a Dio, somma Verità e motivo proprio della fede. (…) Perciò la Chiesa, memore del suo ufficio (di custodire il deposito della fede), non si è mai con ogni zelo e sforzo tanto affaticata come nel tutelare in ogni sua parte l’integrità della fede.”

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Anche papa Benedetto XV allude a questo errore, precisamente nella sua Ad Beatissimi Apostolorum Principis: “Vogliamo pure che i nostri si guardino da quegli appellativi, di cui si è cominciato a fare uso recentemente per distinguere cattolici da cattolici; e procurino di evitarli non solo come « profane novità di parole », che non corrispondono né alla verità, né alla giustizia, ma anche perché ne nascono fra i cattolici grave agitazione e grande confusione. Il cattolicesimo, in ciò che gli è essenziale, non può ammettere né il più né il meno: «Questa è la fede cattolica; chi non la crede fedelmente e fermamente non potrà essere salvo»(Symb Athanas.); o si professa intero, o non si professa assolutamente. Non vi è dunque necessità di aggiungere epiteti alla professione del cattolicesimo; a ciascuno basti dire così: «Cristiano è il mio nome, e cattolico il mio cognome»; soltanto, si studi di essere veramente tale, quale si denomina. (…)“La Fede o si professa intera o punto non si professa, perché la natura della Fede è tale che essa non può sussistere se si ammette un dogma o se ne ripudia un altro, perché colui che anche su di un solo punto non assente alle verità da Dio rivelate, ha perduto tutta la Fede, poiché ricusa di sottomettersi a Dio, somma verità e motivo proprio della Fede.”

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E anche il Magistero attuale ne accenna. Nell’udienza generale del 20 agosto del 1997, Giovanni Paolo II pronunciò delle parole che richiamano chiaramente la condanna di questo errore. Il Papa disse in quell’occasione: “Il Concilio esorta i fedeli a guardare a Maria, perché ne imitino la fede ‘verginalmente integra’, la speranza e la carità. Custodire l’integrità della fede rappresenta un compito impegnativo per la Chiesa chiamata ad una vigilanza costante, anche a costo di sacrifici e di lotte. Infatti, la fede della Chiesa è minacciata, non solo da coloro che respingono il messaggio del Vangelo, ma soprattutto da quanti, accogliendo soltanto una parte della verità rivelata, rifiutano di condividere in modo pieno l’intero patrimonio di fede della Sposa di Cristo. Tale tentazione, che troviamo sin dalle origini della Chiesa, continua purtroppo ad essere presente nella sua vita, spingendola ad accettare solo in parte la Rivelazione o a dare alla Parola di Dio un’interpretazione ristretta e personale, conforme alla mentalità dominante e ai desideri individuali. Avendo pienamente aderito alla Parola del Signore, Maria costituisce per la Chiesa un insuperabile modello di fede ‘verginalmente integra’, che accoglie con docilità e perseveranza tutta intera la Verità rivelata. E con la sua costante intercessione, ottiene alla Chiesa la luce della speranza e la fiamma della carità, virtù delle quali, nella sua vita terrena, è stata per tutti esempio ineguagliabile.”

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri








Il suicidio occidentale. L’allarme di Federico Rampini



Sullo stesso argomento esaminato in questo articolo vedi: G. Crepaldi, Cancel culture, l’eterno sogno gnostico di ricominciare da zero; John Rao, L’America della cancel culture e la cristianità europea, uno sviluppo logico, in “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, 2 / 2022, pp. 75-81 [QUI].




Di Fabio Trevisan, 1 AGO 2022

Nell’ultimo saggio di Federico Rampini: “Suicidio occidentale” (Ed. Mondadori), l’autore analizza, a partire dalla sua esperienza ventennale negli Stati Uniti, la crisi occidentale o, meglio, il declino dell’Occidente. Il sottotitolo del volume: “Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori” mette a fuoco l’autodistruzione che si sta compiendo attraverso quella che è stata denominata “cancel culture” (cultura della cancellazione). Sin dall’introduzione Rampini, che è editorialista del Corriere della sera e membro del think tank internazionale Council on Foreign Relations, sottolinea quello che sta accadendo sul territorio statunitense dove, testuali parole: “Solo le minoranze etniche e sessuali hanno diritti da far valere e nessun dovere”. In questo clima ideologico, dove si sta compiendo un’incredibile dittatura del pensiero unico, l’autore tenta di porre il suo volume-pamphlet come guida, avvertimento e allarme per esplorare il disastro in corso. Federico Rampini, volto noto anche in televisione, ha l’onestà intellettuale di partire nella sua disamina non nascondendo il retaggio della sua formazione culturale: “Vecchio marxista-gramsciano in me”, denunciando l’alleanza tra capitalismo finanziario e Big Tech (Silicon Valley) e l’ambientalismo estremo che demonizza il progresso economico, rimproverando a sé e alla sua generazione l’incapacità di travalicare quella che identifica come “maggioranza silenziosa” e spesso inerte dinanzi allo scenario che si sta svolgendo dinanzi ai nostri occhi.


Columbus Day

Fino a poco tempo fa, il secondo lunedì di ottobre, si festeggiava in tutti gli Stati d’America il Columbus Day, in memoria della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo il 12 ottobre 1492. Da un po’ di tempo, come rileva Rampini, il Columbus Day viene percepito ed equiparato alla celebrazione di un genocidio, di una strage di nativi, tanto che in alcuni Stati e tante città statunitensi è stato sostituito dall’Orgoglio Indigeno, segno di un’ostilità nei confronti del “suprematismo bianco”. A nulla servono, come sottolinea l’autore, la realtà storica dei fatti e le sue ragioni, in quanto si sta imponendo una nuova narrazione, ossia che la disprezzata “Razza Bianca” ha distrutto civiltà pacifiche, rispettose dei diritti umani, in armonia con la natura. Questa narrazione mitologica ha gli stessi presupposti, come rileva Rampini, del movimento hippy, della Summer of Love di San Francisco del 1967, dove le comuni stavano in mezzo ai boschi e sui monti e si connette con quella che l’autore chiama “Generazione Greta Thunberg”, replica di quell’ambientalismo sessantottino e riproposizione di un’improbabile Arcadia contemporanea. Anche l’assalto al Thanksgiving Day si pone in questa prospettiva della cancel culture. L’episodio risalente al 1621 a Plymouth (Massachussets), dove 52 coloni inglesi sopravvissuti tra i Padri Pellegrini del veliero Mayflower fecero un trattato di pace con la tribù indiana dei Wampanoag, una delle più importanti ricorrenze storiche statunitensi, viene sempre più percepito come un atto ipocrita dei coloni inglesi e quindi progressivamente da estirpare dal cuore e cassare dai calendari (il Thanksgiving Day si celebra il quarto giovedì di novembre).


I nuovi puritani

Il limite che si trova nel saggio di Federico Rampini non è quello di un’esauriente fenomenologia di quanto è accaduto e accade negli Stati Uniti; al contrario, il saggio è ricco di date, di riferimenti intellettuali a saggi, eventi, memorie del passato. Il limite è piuttosto rinvenibile nella formazione stessa del saggista, nella sua estrazione pragmatica e atea di chi afferma di non avere alcuna fede da difendere. Pertanto, la rilevanza che egli dà al peso delle origini puritane negli USA è insufficiente a farci capire pienamente le origini religioso-filosofico-storiche del processo di cancellazione della cultura in atto. A questo proposito, per aiutare a una maggiore comprensione del fenomeno autodistruttivo dell’Occidente, rimando alla lettura dell’ultimo Bollettino dell’Osservatorio di DSC: “L’evangelizzazione delle Americhe. Contro la cancel culture”. Rampini fa bene a rammentarci quanto il pensiero unico stia dilagando nelle grandi università americane, quanto la Free Disinvation Database (banca dati che permette che un oratore sia dichiarato “persona non grata”) stia imperversando nella programmazione dei meeting, quanto il politically correct transgender (agenda transgender) sia arrivata al punto da ritenersi offesa se qualcuno chiama latinos anziché latinx una persona proveniente dai Paesi latino-americani. Certamente questa nuova pulizia del linguaggio esprime sempre più un carattere “fluido” al pensiero, alla persona, alla storia, ma non tutto è ascrivibile al solo peso del puritanesimo delle origini. Il cosiddetto Great Awakening (Grande Risveglio) non è espressione del DNA puritano degli USA né il clima di “caccia alle streghe” può essere ricondotto unicamente al puritanesimo di matrice religiosa. Fa bene Rampini a denunciare l’invasività dei social media nella vita delle giovani generazioni e a sottolineare le manipolazioni del capitalismo digitale, ma additare i giovani quale generazione Snowflakes (fiocchi di neve che si squagliano) senza proporre soluzioni alternative mi è sembrata carente di prospettiva, di speranza, di carità.


Antirazzismo e ambientalismo


Rampini denuncia a ragione la violenza black on black (del nero sul nero) spesso taciuta per suffragare la violenza, soprattutto degli episodi di polizia nei confronti degli afro-americani, dei bianchi sui neri. Il sorgere di Me Too di Tarana Burke attesta la violenza del nero sul nero ma i media si focalizzano sulla demolizione pianificata dell’identità nazionale americana (Critical Race Theory), sul manifesto ideologico contro l’Uomo Bianco del “1619 Project”, ossia della damnatio memoriae dello sbarco in Virginia della prima nave carica di neri, avvenuta appunto nel 1619. Così l’ideologia ambientalista ha il sopravvento sulla realtà scientifica attestata, ad esempio, dal fisico Steven Koonin nel saggio: “Unsettled” del 2021 dove, distogliendosi dal quadro apocalittico ambientalista, rileva con dati scientifici l’assenza di legami tra cambiamenti climatici e siccità, la verità sullo scioglimento dei ghiacciai o degli incendi, in particolare in California, dove le cause possano rinvenirsi da tralicci elettrici insicuri piuttosto che da invenzioni ambientaliste che imputano la colpa ai deplorevoli comportamenti dell’uomo. Il nuovo paganesimo ambientalista viene suffragato non solo dalle parole di Greta, giovane icona ambientalista, ma soprattutto da dichiarazioni come quelle del Segretario ONU Antonio Gutierres: “La specie umana si suiciderà con l’emissione di anidride carbonica” o di Paul Watson, fondatore di Greenpeace: “Non mi importa cosa è vero, importa solo ciò che la gente crede sia vero”.


Conclusioni

I guantoni da box americani appesi al chiodo (immagine di copertina del saggio di Rampini) vorrebbero esprimere la resa, il suicidio occidentale dinanzi all’assalto della cancel culture. A fronte della deriva delle democrazie occidentali a favore di società oligarchiche non è sufficiente rilevare la visione disincantata sui limiti della propria potenza (come osserva in merito agli Stati Uniti) ma piuttosto analizzare in profondità le cause che hanno portato a quella che Federico Rampini chiama “febbre dell’autodenigrazione nell’Occidente”. Il libro di Rampini non va altre la denuncia di singoli atti e processi in cui coglie il filo rosso del puritanesimo delle origini e questo è pure, secondo il mio punto di vista, il frutto amaro del secolarismo, ossia dell’impossibilità di poter comprendere in profondità la natura dell’uomo ponendosi fuori da una dimensione sovrannaturale. Senza Dio non solo tutto è possibile ma ci è preclusa la capacità di poter capire pienamente le forze, anche spirituali, in atto.

Fabio Trevisan









Il demonio dietro l’avversione alla Messa di sempre. Parola del beato padre Gabriele Maria Allegra





1 AGOSTO 2022


Il Beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), un pio missionario francescano che tradusse l’intera Sacra Scrittura in lingua cinese, ha scritto:

Quando penso che il latino non si studia più, che anche in questo abbiamo seguito l’andazzo dei protestanti, o più esattamente di alcune sette protestanti, quando penso che l’immensa letteratura patristica latina, i più insigni documenti della storia della Chiesa di Dio in Cina, che sono scritti in latino, sono ormai libri sigillati per i futuri sacerdoti, e aggiungo, quando penso che per noi francescani tutte le nostre antiche fonti e tutte le grandi opere sono scritte in latino, mi vengono le lacrime agli occhi, e non metaforicamente. […]
In certe ambiguità liturgiche e disciplinari, nell’ostracismo del latino, della Messa di San Pio V e del canto gregoriano, […] nel pluralismo teologico, nell’indigenizzazione delle Chiese locali, io ci vedo la presenza dell’hinimicus homo, l’opera di satana […].


(Citazione tratta da “Ideo multum tenemur Ei”, quaderno III, 23 agosto 1975).



Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri




lunedì 1 agosto 2022

Uccideremo Archie, ma "delicatamente"




Ore contate per Archie Battersbee: la sentenza di morte del giudice Hayden verrà eseguita alle 14:00, contro il parere dei genitori. Le concessioni all'affetto della famiglia rendono ancora più agghiacciante il protocollo ospedaliero evidenziando l'ipocrisia di una società che uccide i più deboli in nome della "dignità". Di seguito la traduzione integrale.




IL DOCUMENTO

01-08-2022


A: Hollie Dance e Paul Battersbee
genitori di Archie Battersbee

30 luglio 2022

Cari Hollie e Paul
Desideriamo confermarvi che la sospensione di tutti i trattamenti di Archie, come ordinato dal signor giudice Hayden il 15 luglio 2022, avrà luogo alle 14:00 di lunedì 1° agosto 2022 nella sua stanza dell’Unità di Terapia Intensiva Pediatrica. Ne abbiamo parlato brevemente con Hollie la sera del 29 luglio 2022.
Comprendiamo che ogni discussione sulla sospensione dei trattamenti di Archie è molto difficile e dolorosa. Tuttavia, vogliamo garantire che voi e la vostra famiglia sarete coinvolti il più possibile secondo i vostri desideri.

Il nostro programma per lunedì è:

1) Lunedì mattina vorremmo parlare con entrambi (preferibilmente insieme) di come avverrà la procedura di sospensione. Lo scopo della procedura è preservare la dignità di Archie e di sostenervi come famiglia durante l’operazione.

2) Speriamo che ogni famiglia che vorrete possa visitare Archie questo weekend prima della prevista sospensione dei trattamenti. Questo permetterà anche un tempo per lo svolgimento di riti religiosi o altre cerimonie. Ci sono stati forniti i nomi di coloro che hanno accettato di venire in visita e intendiamo agevolare ciò nel corso del weekend (30 e 31 agosto [luglio, ndr] 2022).

3) La sospensione dei trattamenti avverrà nell’attuale stanza di Archie con minimo personale. Durante la sospensione stessa permetteremo la presenza soltanto dei familiari più stretti, cioè fratelli e genitori. Questo gruppo dovrà essere concordato prima dell’inizio della procedura, pertanto vi preghiamo di fornirci una lista dei membri più stretti della famiglia che saranno presenti durante la procedura stessa.

4) Voi e chiunque altro familiare potrete giacere con Archie sul suo letto o tenerlo tra le braccia, se concretamente sarà possibile.

5) Voi e i vostri familiari potreste volere l’assistenza della cappellania dell’ospedale, cosa che vi faciliteremo se necessario.

6) Puntiamo a rimuovere tutti i monitoraggi al mattino della sospensione per permettere alla famiglia di concentrarsi su Archie.

7) Alle 14:00 del 1° agosto tutte le infusioni fluide e medicazioni, compresa la vasopressina, saranno fermate. Le sonde per la nutrizione potranno continuare se la famiglia lo desidera.

8) Il tubo endotracheale sarà tolto delicatamente nell’arco di diversi secondi da un membro della squadra di specialisti (consultant team), affinché cessi il supporto respiratorio del ventilatore. Non sarà fornito ossigeno supplementare dopo la rimozione del tubo endotracheale.

9) Daremo a voi e alla vostra famiglia la possibilità di stare con Archie al termine dei sostegni vitali, con la presenza frequente di un membro dello staff che offrirà cure di supporto.

10) Il momento della morte di Archie sarà soltanto confermato da un medico, dopo che sia trascorso un certo tempo durante il quale la famiglia potrà rimanere insieme indisturbata nella sua privacy.

11) Il tempo necessario perché il cuore cessi di battere è spesso questione di minuti, ma in alcuni casi può prolungarsi. Un medico esaminerà regolarmente Archie per confermare che il cuore ha smesso di battere, ma considerando le esigenze della famiglia la sua non sarà un’intrusione eccessiva in un momento così difficile.

12) Una volta che Archie sarà morto lo laveremo, o vi aiuteremo a farlo, se lo desidererete. Fateci sapere se vorrete vestirlo con uno specifico abbigliamento. Se vorrete, potremo prendere le impronte delle mani e dei piedi o delle ciocche di capelli prima o dopo la sospensione. Vi offriamo una scatola dei ricordi e disponiamo di opuscoli informativi con indicazioni sul ruolo del medico legale, la preparazione del certificato di morte e gli adempimenti funebri.

13) Trascorso un tempo adeguato, il corpo di Archie sarà trasferito nell’obitorio dove la famiglia potrà ancora vegliarlo in accordo con il personale mortuario.

14) L’assistenza e il sostegno per il lutto sono forniti alla famiglia attraverso la PCCU [Paediatric Critical Care Unit] oppure attraverso l’hospice locale o il medico di famiglia.

15) È prassi consueta richiedere il parere del medico legale prima di redigere un certificato di morte. Il medico legale potrebbe domandare ulteriori informazioni sugli esami e il trattamento di Archie e noi siamo obbligati a condividere tutte le informazioni richieste. Il medico legale potrebbe voler parlare con voi, pertanto su sua richiesta forniremo i vostri contatti. Vi informiamo inoltre che in certi casi il medico legale potrebbe richiedere un esame post-mortem, dopo aver parlato con la famiglia.

16) Ogni decesso infantile è soggetto a indagine indipendente nell'ambito del processo di revisione delle morti infantili previsto dalla legge, in questo caso sotto la supervisione del team dell’Essex, dove voi risiedete. Il team vi sosterrà in tutto il processo e potrà aiutarvi direttamente con tutte le informazioni di cui avrete bisogno.

Speriamo di incontrarvi ancora personalmente lunedì (1° agosto alle 10:00) per parlarne ulteriormente.


Cordiali saluti.





La Chiesa sempre più arcobaleno?





di Federico Catani

Quattro figure stilizzate di colore arcobaleno, una abbracciata all’altra, con l’apri-fila che afferra una croce. Questo il logo del Giubileo del 2025, presentato in Vaticano lo scorso 28 giugno. Nonostante le spiegazioni fornite, l’uso dei colori dell’arcobaleno ha fatto discutere, così come l’ideatore del logo, che non è un grafico professionista, bensì un massaggiatore. In effetti, sarebbe stato meglio non dare adito ad illazioni su possibili riferimenti al movimento omosessuale. O forse no, viste le tendenze degli ultimi anni.

Tutto è iniziato infatti da quel «Chi sono io per giudicare?» pronunciato da papa Francesco sull’aereo che lo riportava a Roma al termine della Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro, nel luglio 2013. Ad essere sinceri, la domanda del Papa era inserita in un contesto ben preciso: si riferiva ad una generica persona omosessuale «che cerca il Signore e che ha buona volontà». Ma i media se ne sono serviti per annunciare il cambio di paradigma della Chiesa cattolica sull’omosessualità. D’altra parte, in Vaticano nessuno ha mai pensato di chiarire, rettificare, puntualizzare.

Così, da allora, sul tema a regnare sovrana in casa cattolica è soprattutto la confusione, determinata da allusioni più o meno velate, pronunciamenti ambigui, frasi contraddittorie, gesti equivoci. Se è vero infatti che nulla è ancora cambiato nel Catechismo, e se è noto che la Congregazione per la Dottrina della Fede nel febbraio 2021 ha vietato, con l’assenso di Francesco, la benedizione delle unioni tra persone dello stesso sesso, è però altrettanto innegabile un vero e proprio cambiamento nella prassi e nel discorso pubblico di molti esponenti della gerarchia ecclesiastica, Sommo Pontefice incluso. E nella nostra civiltà dell’immagine, un atto simbolico ha molto più peso di mille documenti scritti.

In quasi dieci anni di pontificato bergogliano, gli esempi da citare al riguardo sono troppi. Per farsi un’idea, oltre al già citato logo, ecco di seguito alcuni fatti delle ultime settimane.

A Bologna, arcidiocesi del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana e tra i possibili successori di Francesco, l’11 giugno è stata celebrata una Messa di ringraziamento per l’unione civile di due ragazzi omosessuali appartenenti al gruppo “In cammino”. Gruppo non proprio conforme al magistero ufficiale della Chiesa, tanto che sino all’arrivo di mons. Zuppi svolgeva le sue attività quasi clandestinamente. Nessuno ha preso le distanze da questo evento: né l’arcivescovo, né il Vaticano. Lo stesso giorno, don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova e noto per la sua amicizia con papa Bergoglio, su Facebook si è felicitato per l’unione civile tra il giornalista Rai Alberto Matano e il suo compagno. Anche in questo caso, non risulta che qualche superiore abbia rimproverato il sacerdote o chiesto una rettifica.

Lo scorso 17 maggio, poi, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, un parroco di Montesilvano (Pescara) ha chiesto ad una coppia lesbica di raccontare ai fedeli la propria storia d’amore.

In Germania, il mese scorso, i 300 membri della provincia francescana di Santa Elisabetta hanno eletto come nuovo superiore padre Markus Fuhrmann, il quale poco tempo prima aveva reso pubblica la sua omosessualità: «Se io stesso sono gay, allora voglio dimostrare che posso anche far parte della Chiesa in questo ministero». A scanso di equivoci, evidentemente qui non si sta facendo riferimento alle tendenze omosessuali - che il Catechismo considera disordinate (come del resto tante altre tendenze), ma non peccaminose -, bensì alla pratica omosessuale.

Comunque, anche questa volta, silenzio. A Coira, il vescovo Joseph Maria Bonnemain (dell’Opus Dei) il 14 giugno ha chiesto ai sacerdoti e a quanti lavorano per la diocesi di firmare un codice anti-abusi in cui, tra le altre, sono presenti frasi di questo tenore: «Rinuncio a valutazioni globalmente negative su pretesi comportamenti non biblici in materia di orientamento sessuale»; «Riconosco i diritti sessuali come diritti umani, in particolare il diritto all’autodeterminazione sessuale»; «Tralascio qualsiasi forma di discriminazione fondata su orientamento sessuale o identità». In poche parole, un attacco all’insegnamento morale della Chiesa.

Come già detto, si potrebbero citare centinaia e centinaia di casi similari. E se si considera l’ostracismo o l’opposizione verso gruppi cattolici come Courage, che nella cura pastorale delle persone omosessuali adottano invece un approccio fedele al magistero della Chiesa, bisogna prendere atto di un’aria nuova che tira.

Finora tutti si richiamano alla tradizione e rivendicano continuità con il passato. Sostengono che la dottrina non cambia. Eppure questa viene negata nei fatti. Come ha sempre affermato in numerose interviste, per Francesco l’importante è aprire e avviare processi. Bisogna preparare il terreno. Ecco allora che, così come per molti altri temi, pure per l’omosessualità sembra si voglia spingere i fedeli ad un “trasbordo ideologico inavvertito”, da cui aveva messo in guardia l’intellettuale brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira già sessant’anni fa. Insomma, con il pretesto del dialogo, dell’accoglienza e della vicinanza, si punta alla accettazione, legittimazione e normalizzazione della condotta omosessuale. Dobbiamo aspettarci prossimi, rivoluzionari cambiamenti?

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