mercoledì 14 aprile 2021

Le querce per Notre Dame e l’anima del mondo

  


14APR

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by Aldo Maria Valli

di John Horvat

C’è qualcosa nella cattedrale di Notre Dame di Parigi che stupisce e affascina persino nella post-modernità in cui viviamo. Anche nel suo attuale stato così danneggiato, l’edificio bruciacchiato attira l’attenzione del mondo. L’autenticità della cattedrale ha prevalso sui tentativi di restaurarla mediante brutali riprogettazioni moderniste che l’avrebbero deturpata.

Tutti siamo rimasti come paralizzati quando la guglia e il tetto sono bruciati e crollati in quel fatidico 15 aprile 2019. In quel giorno il mondo ha pianto, poiché sembrava che qualcosa dell’anima della Francia fosse andata perduta. Infatti, da tutto il mondo sono arrivate condoglianze e sostegno finanziario.


Ora, mentre le prime querce per la ricostruzione vengono selezionate, il mondo guarda con ansietà. Questo non è un progetto ordinario; tocca l’anima cattolica della Francia e del mondo.

Il grande interesse per il processo di ricostruzione fa presente l’enorme potere della Chiesa sulle anime. Nonostante la crisi apocalittica della fede all’interno della Chiesa, oggetti come Notre Dame interrogano il vuoto superficiale della postmodernità odierna. I poveri orfani metafisici di questo secolo perduto bramano la bellezza, la profondità e la sublimità che solo la Chiesa può offrire.


Sfortunatamente, gli esponenti progressisti della Chiesa sprecano questa opportunità e sproloquiano in modo spaventoso su banalità riguardanti la giustizia sociale che non attraggono più nessuno, rifiutandosi di vedere quanto la Chiesa sia attraente quando rimane fedele a sé stessa e alla sua tradizione.

La ricostruzione di Notre Dame illustra questa verità. Curiosamente, tutti i grandi miti della modernità sono caduti davanti a essa, come era giusto che accadesse. Notre Dame sconfigge la menzogna marxista che definisce la Chiesa come “l’oppio del popolo”. Il popolo francese si è schierato a difesa della cattedrale medievale, insistendo affinché fosse ricostruita così com’era.


Ha rifiutato i disegni modernisti e ha chiesto a gran voce una Notre Dame “à l’identique”, identica a prima. E l’autorità pubblica ha dovuto piegarsi alla schiacciante volontà popolare dando il via libera al progetto medievale “arretrato”.

Notre Dame sconfigge il secolarismo militante. La politica della laicité della Repubblica francese ha sempre mostrato un’ostilità ufficiale nei confronti della Chiesa. Tuttavia, i funzionari del governo sono apparsi diligentemente alla cerimonia di selezione delle querce che si è tenuta con grande clamore. Questi amministratori pubblici, purtroppo non i vescovi, sono coloro che hanno compreso la necessità di riempire l’occasione di simbolismo, sfarzo e significato.


Così, contrariamente allo spirito materialista dei nostri tempi, questo progetto architettonico diventa un evento metafisico, assumendo una dimensione che va oltre le conoscenze fisiche e tecniche dei costruttori e che fa appello a un mondo pieno di simboli, principi e idee che conferiscono alle cose significato e contesto e connettono l’umanità a Dio.

Tutti hanno percepito che qualcosa di storico e importante stava accadendo durante quella cerimonia di selezione degli alberi nella foresta. Forse non fu molto diversa la selezione originale di querce tenutasi otto secoli prima…

I francesi si sono uniti ai rappresentanti del governo e ai forestali nella cerimonia, che si realizzava tra le imponenti querce che si ergono da centinaia di anni nella leggendaria foresta di Bercé, un tempo foresta della corona, nella regione della Loira. L’albero ufficiale “numero uno” era alto più di trenta metri, meticolosamente scelto per svolgere il suo ruolo in questa favolosa impresa.


Così, querce provenienti da ogni regione della Francia riceveranno un sacro destino nell’amata cattedrale. La metà degli alberi giungeranno da terreni demaniali e il resto da donazioni private. C’è una lodevole competizione tra le regioni francesi per fornire gli alberi necessari. Tutti vogliono contribuire liberamente alla causa. Arrivano offerte gratuite di querce anche da altri Paesi, poiché tutti desiderano far parte della storia.

Notre Dame sconfigge i “verdi”. Le obiezioni “di bandiera” sono state rapidamente superate e tutto si è limitato all’assenza alla cerimonia dei rappresentanti del movimento ecologico. Il restauro ad alto contenuto di carbonio dovrebbe essere un obiettivo naturale per i fanatici della Terra, ma sanno bene che l’umore nazionale è contro di loro. Un totale di mille querce giganti sono state scelte con cura e sono state abbattute durante il mese di marzo, ma nessun eco-attivista verrà trovato incatenato a un albero.


L’uso di questi alberi numerati individualmente verrà ordinato al servizio di Dio e dell’uomo. Essi devono misurare più di un metro di larghezza ed essere alti più di trenta metri. La raccolta deve essere effettuata rapidamente a marzo in modo che la linfa e una eccessiva umidità non possano danneggiare il legname. Una volta tagliati, gli alberi saranno essiccati per dodici-diciotto mesi prima del loro uso nella ricostruzione.

Notre Dame può superare gli ostacoli che si presentano perché non si tratta di un semplice restauro, ma di un’opera di amore e dedizione. Rappresenta la continuità di qualcosa di speciale che i francesi vogliono che si conservi ben oltre le loro vite. In effetti, i falegnami che lavorano al progetto ritengono che il tetto in quercia perdurerà almeno altri otto o dieci secoli, superando di gran lunga la durata dell’acciaio o del cemento.

“Questo è un progetto che riguarda l’intera Francia”, ha detto il generale Jean-Louis Georgelin, a capo dei lavori di restauro, correttamente segnalando che questo progetto tocca l’essenza della Francia. Questa conclusione è l’unica cosa che può spiegare perché il restauro di Notre Dame ribalta così tanti miti moderni. Il progetto coinvolge molto più di un edificio o mere espressioni di alta conoscenza e genialità.


Esso si basa sulla potente influenza della Chiesa che, con la grazia di Dio, suscita grande entusiasmo. In fondo in fondo, il restauro di Notre Dame rappresenta l’alleanza tenue ma ancora vitale che lega la Francia alla Madonna, alla quale fu dedicato l’edificio sacro.

Il restauro è anche una lezione per i cattolici: grandi cose sono possibili quando viene mantenuto un pur piccolo legame con la Madonna. I fedeli e il clero devono credere in questo potere che potrebbe cambiare tutto.

Ecco perché il restauro deve estendersi oltre la ricostruzione delle strutture di quella chiesa e riconquistare i cuori e le menti alla Fede. La Francia deve ricostruire la casa della Madonna e implorarla di tornare come regina. Quando ciò accadrà, il futuro della Francia sarà assicurato.

Fonte: Return to Order, traduzione a cura di Fatima oggi





martedì 13 aprile 2021

“La Chiesa in Germania è scismatica ed eretica”. Le dure dichiarazioni del Card. Brandmüller









12 Aprile 2021 | AttualitàVaticano II e crisi nella Chiesa

da fsspx.news (titolo originale: “La Chiesa in Germania è scismatica ed eretica”)

In un’intervista a Il Messaggero la domenica di Pasqua, il cardinale Walter Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Comitato di scienze storiche, non usa mezzi termini.

“Lo scisma in Germania? In effetti, è già iniziato”. Rispondendo alle domande di Franca Giansoldati, l’alto prelato non esita ad affermare che lo scisma che denuncia “sta accadendo davanti ai nostri occhi”. E aggiunge che “basta vedere le dichiarazioni o le posizioni di tanti vescovi tedeschi”.

Ma il porporato va più a fondo. “Dobbiamo stare attenti a non confondere due aspetti, scisma e dissenso sul piano dottrinale, perché allora si tratta di un’eresia”. Con questa precisazione, aggiunge: “Nel caso della Germania, abbiamo entrambi questi aspetti”.

E per essere sicuro di essere capito, ripete ulteriormente: “Quello che sta accadendo in Germania è sia uno scisma che un’eresia da un punto di vista dogmatico”.

Interrogato poi sul motivo di questo allontanamento, il cardinale Brandmüller spiega: “Chiedono da tempo il sacerdozio femminile, la comunione ai divorziati risposati, l’accettazione dell’omosessualità, la benedizione delle coppie gay”.

Pensa che la causa sia il desiderio di avvicinarsi ai protestanti, e forse vogliono anche “una Chiesa unita ai protestanti”.

Alla domanda sul celibato dei sacerdoti, ammette che non si tratta di una “questione dottrinale”, ma aggiunge che “è una tradizione apostolica. È quindi inaccettabile”.

Tuttavia, il cardinale Brandmüller mette in prospettiva il numero di coloro che seguiranno lo scisma e l’eresia. Afferma “con certezza” che la maggioranza dei cattolici tedeschi è indifferente a tutte queste richieste.

“Quelli che aderiscono a tesi progressiste – spiega – sono persone legate al Comitato centrale dei cattolici tedeschi [che comprende la metà del Cammino sinodale. Ndr]. (…) La laicità galoppa a tutta velocità e accresce l’allontanamento dei fedeli dalla Chiesa”.

Questa lucida osservazione è evidente per coloro che seguono regolarmente le notizie della Chiesa in Germania. Ciò che resta del tutto incomprensibile, però, è l’inerzia della Santa Sede. Certamente, da due anni in Vaticano c’è preoccupazione per il Cammino sinodale tedesco. Ma l’attesa non migliorerà la situazione.











lunedì 12 aprile 2021

Legge sull’omofobia e minaccia dell’olio di ricino. Giuristi smontano il dl Zan articolo per articolo.








 Di Andrea Mariotto
12 aprile 2021By adminNOTIZIE DSC


Siamo sul serio di fronte a un’emergenza che richieda una tutela specifica – peraltro con pene estremamente severe – contro le possibili discriminazioni omotransfobiche? Chi decide se l’espressione di un pensiero è un’opinione legittima o rappresenta l’incitazione a commettere un reato omofobico? E, soprattutto, non si tratta di situazioni che trovano già una tutela nelle leggi in vigore? Insomma, serve davvero il DDL Zan? Sono alcune delle domande a cui rispondono con precisione e obiettività gli autori di un libro dato recentemente alle stampe dai tipi di Cantagalli e curato da Alfredo Mantovano (Legge Omofobia, perché non va. La proposta Zan esaminata articolo per articolo, pp. 252, € 20,00): una disamina del provvedimento che ne evidenza i limiti e ne mette in luce i presupposti ideologici e liberticidi.

Anzitutto, si tratta di intendersi su che cosa si intenda per omofobia, un termine che è passato dall’essere la definizione di un comportamento a divenire uno stigma sociale che colpisce la persona con l’obiettivo di delegittimarla e squalificarla pubblicamente. La cronaca recente conferma quanto abbiamo appena detto: si pensi, ad esempio, alla richiesta fatta a fine marzo al Rettore dell’Università La Sapienza di Roma da parte delle associazioni della galassia LGBT di rimuovere dall’incarico di Consigliere di fiducia dell’Ateneo la dott.ssa Simonetta Matone, “colpevole” di aver firmato nel 2016 un appello critico sulla legge Cirinnà promosso dal Centro Studi Livatino: ciò è bastato per definirla “nota da sempre per le sue posizioni omofobe”. Con l’approvazione della proposta Zan si chiuderebbe il cerchio e ciò che oggi è un legittimo esercizio della libertà di opinione potrebbe essere portato davanti a un giudice e diventare un crimine.

Il t.u. Zan, evidenziano gli autori, se approvato avrebbe così un significato “politico e culturale diverso rispetto alla proposta Scalfarotto […] mettendo ‘in sicurezza’ i risultati ottenuti sul fronte dei c.d. nuovi diritti. La piena espansione del relativismo pone in discussione la fondamentale relazione uomo-donna fin dall’adolescenza: regala gli strumenti chimici, tecnici e giuridici per superarla, e far sì che la ri-creazione del mondo attraverso la realizzazione di un indistinto magmatico non sia più il desiderio di qualche filosofo gnostico nell’ansia elitaria di ‘illuminati’ tanto potenti quanto sconosciuti ai più; sta diventando persuasione di massa, mediaticamente egemone”.

Il contrasto all’omofobia si delinea allora come una foglia di fico dietro la quale nascondere il vero obiettivo, ossia la possibilità di censurare un certo modo di pensare per imporne un altro. Si vuole costruire un “homo novus” accusando chi è contrario. “L’incriminazione serve, dunque, per un verso a consolidare le conquiste già raggiunte e, per altro, a porre le condizioni per una ‘profilassi’ preventiva e per un’incisiva azione rieducativa nei confronti di soggetti socialmente impresentabili ed eticamente biasimevoli”. È questa, secondo la tesi delineata nel libro, la vera posta in gioco: “la legge sull’omofobia altro non è che la minaccia dell’olio di ricino per chiunque si opponga a un ricatto ideologico subdolamente totalitario, che pretende di portare alle estreme conseguenze quello ‘ sbaglio della mente umana’ che è l’ideologia gender”.

Solo così si spiegano tutte le forzature che si trovano nel provvedimento e che gli autori mettono in fila. Forzature procedurali, come ad esempio la blindatura della discussione del DDL in Commissione Giustizia alla Camera con un dibattito che si è protratto fino all’1:45 di notte e con gli interventi contingentati. Ma a colpire di più sono le forzature, le incongruenze e le imprecisioni sul piano giuridico, che tradiscono la volontà di utilizzare la legge per finalità improprie (non a caso l’art. 1 presuppone come incontestate le teorie legate al gender, che a livello scientifico, giuridico, filosofico e antropologico sono tutto tranne che universalmente condivise), cioè “negare la natura del diritto e la natura dell’essere umano”. Si genera quindi il paradosso che “mentre si pretende di affermare la relatività di tutto, compresa la natura sessuata dell’essere umano, al tempo stesso si invoca la rigida tutela del diritto penale per imporre coercitivamente quella prospettiva come unica verità assoluta” e l’unica fobia realmente riscontrabile è in capo agli estensori della proposta di legge ed è la paura delle opinioni diverse dalle proprie (allodoxafobia), “così intensa da far evocare la tagliola della sanzione penale per chi osa pensare in modo differente”.

Nel t.u. Zan, inoltre, si istituisce un vero e proprio reato d’opinione basato sul presunto movente d’odio: “si tratta di un reato costruito senza una idonea base empirica accertabile dal giudice”: ti punisco perché ti attribuisco una disposizione d’animo che ritengo malvagia, un’intenzione che secondo me è sbagliata, andando verso un modello che “punisce la manifestazione di idee per correggere gli individui in ordine alla loro disposizione interiore”. Detto questo, va da sé che la discriminazione e la sua istigazione sono esecrabili e ciò vale per tutti, non solo per l’eventuale omofobia. Per questo esiste già una tutela da parte del codice penale, con tutte le aggravanti legate ai futili motivi, a conferma che una legge ad hoc non serve se non a tutelare una categoria o un certo gruppo sociale rispetto alla collettività. Il sospetto che sia quest’ultimo lo scopo è suscitato dal fatto che, se nel dettato della legge vengono estese le sanzioni anche per le discriminazioni ai disabili, l’attenzione a questi ultimi letteralmente scompare quando si tratta di istituire la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia e tutte le iniziative correlate che dovranno coinvolgere il mondo della scuola (a conferma che il riferimento ai portatori di handicap è stato messo per rendere più “digeribile” un testo che mostra tutti i suoi limiti).

Quando i critici della proposta Zan parlano di “gender nelle scuole” – accusa sempre rigettata dai suoi difensori – si riferiscono proprio a questo: con lo stratagemma della Giornata si è trovato il modo per imporre agli istituti scolastici di veicolare gli insegnamenti sull’identità di genere che oggi richiedono il consenso informato da parte dei genitori. Così il consenso dei genitori non sarà più necessario e tanti saluti alla libertà di educazione (va sottolineato che nell’iter parlamentare tutti gli emendamenti mirati a proteggere l’esposizione dei più piccoli a contenuti non condivisi dai genitori e a tutelare la libertà delle famiglie sono stati respinti). Non si può escludere ad esempio che, a norma approvata, una richiesta di esonero da parte dei genitori possa giungere alla segnalazione da parte di insegnanti o dirigenti scolastici particolarmente zelanti e alla loro incriminazione con il sospetto di “omofobia” a causa del loro prendere le distanze da quanto “legittimamente” insegnato a scuola. Il t.u. Zan assegna al giudice una tale discrezionalità in questo senso da rendere lo scenario tutt’altro che irrealistico. D’altronde, si sprecano i casi (i più “celebri” sono descritti nel volume) che confermano che nei Paesi in cui è stata introdotta una normativa simile si sia riscontrato immediatamente un effetto liberticida, anche in quei contesti con “leggi vaghe ed eccessivamente ampie, prive di definizioni chiare su cosa significhi ‘discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere’, e quali condotte siano o meno sanzionabili”, trasformando la distinzione in discriminazione.

L’art. 21 della Costituzione difende il principio per cui a nessuno può essere impedito di affermare ciò che ritiene vero: “E quindi espressione della dignità della persona; come tale, non tollera limitazioni”. Con il t.u. Zan si introduce una disciplina che comprime la libertà “entro confini di ciò che altri consentono di dire e di non dire, così degradandola alla ‘libertà’ di esprimere non ciò che la persona pensa, bensì ciò che altri hanno deciso che meriti di essere manifestato”.

Andrea Mariotto



Alfredo Mantovano, Legge Omofobia, perché non va. La proposta Zan esaminata articolo per articolo, Ed. Cantagalli, Siena pp. 252, € 20,00

















domenica 11 aprile 2021

Il papa e l’equivoco sulle “religioni abramitiche”







10APR
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by Aldo Maria Valli


di Luis Sergio Solimeo

Durante il suo viaggio in Iraq (5-8 marzo), papa Francesco ha ripetuto più di una volta che Abramo è alla radice del Giudaismo, del Cristianesimo e dell’Islam.

Al suo arrivo, ha detto alle autorità civili che stava arrivando in quella terra “legata, attraverso il Patriarca Abramo e numerosi profeti…alle grandi tradizioni religiose dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam”[1].


Il Sommo Pontefice ha ribadito l’idea il giorno dopo in un incontro interreligioso presso le rovine di Ur, dichiarando che sarebbe tornato “alla nascita delle nostre religioni. Qui, dove visse Abramo nostro padre”. Nella preghiera dei figli di Abramo con cui ha concluso il suo discorso, ha detto che come “figli e figlie di Abramo appartenenti all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam”, ringraziava Dio “per averci donato come padre comune nella fede Abramo”[2].


Questa concezione nasce da passaggi confusi nei documenti del Vaticano II Lumen gentium (n. 16) e Nostra aetate (n. 3), che fanno credere che l’Ebraismo e l’Islam di oggi abbiano avuto origine dal patriarca Abramo.

Sono testi che mostrano l’influenza dell’orientalista francese padre Louis Massignon (1883-1962) e della sua teoria sulle “religioni abramitiche”, che presumibilmente includono giudaismo, islam e cristianesimo[3].


Abramo e l’Islam


I difensori della non dimostrata teoria secondo cui i musulmani discendono da Abramo affermano che ciò avvenne attraverso Ismaele. Tuttavia, bisogna ricordare che la benedizione del patriarca passò ai suoi discendenti attraverso Isacco e Giacobbe, non attraverso Ismaele, suo figlio con Agar. Di conseguenza, anche se i musulmani discendessero da Ismaele, l’Islam non potrebbe essere definito una “religione abramitica” in senso spirituale.

In effetti, il libro della Genesi ci dice: “Abramo disse a Dio: «Se almeno Ismaele potesse vivere davanti a te!». E Dio disse: «No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco. Io stabilirò la mia alleanza con lui come alleanza perenne, per essere il Dio suo e della sua discendenza dopo di lui. Anche riguardo a Ismaele io ti ho esaudito: ecco, io lo benedico e lo renderò fecondo e molto, molto numeroso: dodici principi egli genererà e di lui farò una grande nazione. Ma stabilirò la mia alleanza con Isacco, che Sara ti partorirà a questa data l’anno venturo»” (Gen. 17,18–21).


Sebbene la Rivelazione Divina escluda un legame spirituale tra Abramo e i musulmani, ciò escluderebbe quelli biologici?

Non ci sono prove di tali legami ancestrali. Padre René Dagorn fece uno studio meticoloso delle genealogie arabe prima della comparsa dell’Islam (nel 622 d.C.) e scoprì che i nomi Abramo (Ibrahim), Ismaele e Agar non erano stati mai usati. Se gli arabi discendevano da Ismaele, conclude p. Dagorn, avrebbero conservato il ricordo di quei nomi usandoli per i loro figli[4].


L’islamologo padre Antoine Moussali dimostra inoltre che l’Abramo biblico e quello coranico non hanno nulla in comune. La promessa di Dio ad Abramo della Scrittura si è adempiuta in Gesù Cristo. Il Corano presenta Abramo come il difensore dell’unità di Dio[5].

Un altro islamologo, padre François Jourdan, chiede: “Come può Abramo essere il padre di religioni diverse? … Sotto quale titolo Abramo è padre nella fede? Come può essere padre nelle nostre rispettive fedi, dal momento che sono fedi diverse?”. Egli spiega che è più appropriato definire l’Islam una “religione adamitica” poiché esso considera Adamo il primo profeta monoteista[6].


Abramo e i suoi veri discendenti


Abramo non fu il fondatore di una religione. Dio lo scelse come patriarca di quello che sarebbe diventato il Popolo Eletto, dal quale sarebbe nato il Figlio di Dio secondo la carne. L’alleanza di Dio con Abramo era dovuta alla sua fede, fedeltà e fiducia. Dopo la prova di sacrificare suo figlio Isacco, Dio lo benedisse, promettendogli un’enorme posterità e un grande potere e i suoi discendenti sarebbero stati benedetti grazie a lui (vedere Genesi 18).

Tuttavia, la sola eredità biologica non sarebbe sufficiente a rendere “figli di Abramo”. I suoi discendenti avevano bisogno di partecipare allo spirito di Abramo e alla sua fedeltà alla promessa di Dio. San Giovanni Battista rimproverò i farisei e i sadducei, che si credevano salvati perché discendenti da Abramo, dicendo: “Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre” (Mt 3, 8-9).


Gesù stesso ammonì i farisei che non era sufficiente essere un discendente di Abramo nella carne. “Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo». Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo!” (Gv 8, 39).

Spiritualmente, il diavolo era il padre dei farisei, non Abramo, perché il Salvatore continuò dicendo: “Voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro” (Gv 8, 44).

Non avendo riconosciuto il promesso Redentore, gli ebrei smisero di essere “figli di Abramo” in senso spirituale perché rifiutavano lo scopo stesso della promessa data da Dio al patriarca, cioè la venuta del Messia, Nostro Signore Gesù Cristo.


Cristiani, i veri figli di Abramo


San Paolo insegna che quanti credono in Cristo sono i veri figli di Abramo. Scrive ai Galati: “perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti […] Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: ‘e ai tuoi discendenti’, come se si trattasse di molti, ma ‘e alla tua discendenza’, come a uno solo, cioè Cristo (Galati 3,14.16).

Cornelio a Lapide, il grande esegeta, così commenta questo brano: “La promessa dello Spirito. Ai figli di Abramo, cioè a coloro che credono in Cristo, al discendente di Abramo fu promesso lo Spirito Santo per giustificarci e santificarci. Perché quando Dio disse ad Abramo, “te”, fu per la sua discendenza, che è Cristo, che la benedizione fu assegnata”[7].


Dialogo interreligioso e confusione


Invece di difendere l’ortodossia della Fede, rafforzare la fedeltà dei cattolici e ottenere così la conversione degli infedeli, papa Francesco si occupa solo di “dialogare” con questi ultimi. Il risultato è che né gli infedeli si convertono né i cattolici sono confermati nella fede.

La confusione è in costante aumento, e con essa l’apostasia, a causa delle omissioni del Supremo Pastore della Chiesa nel confermare i battezzati nella fede (vedere Lc 22, 32).


Allo stesso modo di Abramo, oggi dobbiamo avere assoluta fiducia in Dio e aspettarci il suo intervento, come quando mandò nell’Antico Testamento l’angelo per impedire l’immolazione di Isacco.

Preghiamo la Madonna della Fiducia, “Mater mea, fiducia mea”, perché ci aiuti in questi tempi terribili.




Note

[1] Viaggio Apostolico in Iraq: Incontro con le Autorità, la Società civile e il Corpo Diplomatico, 5 marzo 2021

[2] “Incontro interreligioso, Piana di Ur, 6 marzo 2021, Discorso Santo Padre e Preghiera dei Figli di Abramo

[3] Vedere Florence Ollivry-Dumairieh, “50 ans après Vatican II: La contribution de Louis Massignon au renouvellement du regard porté par l’Église sur l’islam,” Théologiques 22, no. 1 (2014): 189–217, https://www.erudit.org/fr/revues/theologi/2014-v22-n1-theologi02072/1033101ar.pdf; vedere anche Luiz Sérgio Solimeo, Islam and the Suicide of the West (Spring Grove, Penn.: The American Society for the Defense of Tradition, Family, and Property, 2018).


[4] René Dagorn, La geste d’Ismael d’après l’onommastique et la tradition arabes (Geneva: Librairie Droz, 1981), 377.

[5] Antoine Moussali, C.M., La Croix et le croissant: Le Christianisme face à l’Islam (Versailles: Editions de Paris, 1998), 55.

[6] François Jourdan, C.M.J., Dieu des Chrétiens, Dieu des Musulmans: Des repères pour comprendre (Paris: Éditions de L’Oeuvre, 2008), 42.

[7] II Corinthians and Galatians vol. 8, The Great Commentary of Cornelius A Lapide, tradotto ed edito da W. F. Cobb (Edimburgo – John Grant, 1908), 275.


Fonte: tfp.org, traduzione a cura di Fatima Today











giovedì 8 aprile 2021

Spigolature. Il conflitto razziale: cultura, incultura morale e civile - In ogni follia c'è un metodo






Tratto da Chiesa e postconcilio 8 aprile 2021

Dunque Via Col Vento è razzista, perché Mami fa la serva e non la padrona, come il cioccolato Testa di Moro. Il Muppet Show risulta offensivo, perché Miss Piggy è proprio una porcellina e Kermit un ranocchio che non diventa principe. Speedy Gonzales disonora gli immigrati e gli Aristogatti veicolano un modello retrogrado di famiglia borghese. Attenzione a Lilli e il Vagabondo: non farsi compromettere dalle etno-melodie del “siam Siamesi, siam del Siam”. Vagabondo, poi... Parola ingiuriosa da cassare.
 
Il Re Luigi del Libro della Giungla è uno scimmione che parla e si comporta da scimmione. Dumbo ha gli orecchi a sventola e i corvi sono neri, pensa un po’. Gli spazzacamini di Mary Poppins si mostrano a viso fumé e i pellerossa di Peter Pan appartengono agli Indiani pellerossa: scandalo. Frank Sinatra fumava sul palco; Humphrey Bogart, Cary Grant, Marlon Brando e James Dean lo facevano di fronte alla cinepresa: contro il salutismo. Cristoforo Colombo? Un hijo de puta. Shakespeare, Napoleone, Indro Montanelli,? Maiali. Lino Banfi incita alla violenza quando annuncia “ti spezzo la noce del capocollo e ti metto l'intestino a tracollo”, all’omofobia nell’augurale “e benvenuti a ’sti frocioni, belli grossi e capoccioni”. Se di Katherine Jenkins fotografata su un tetto di Londra commenti “bella vista”, beh, è sessismo.
 
Avanti così si metterà un preavviso anche a Shemòt, l’Esodo: maltratta gli Egiziani, poveretti. Per non parlare dell’Evangelo e di come discrimina gli Scribi e i Farisei.
 
L’idiozia “ammerigana”, munita di libretto universitario e sanitario, contagia l’Idiota globale. Stima tutti deficienti, incapaci di bilanciare la storia, di discernere senza istruzioni per l’uso (vogliono apporle, corre voce, anche sulle bottiglie di olio e di vino). Li pretende inetti al riso. Ma ridere prendendo le giuste proporzioni, degli altri e soprattutto di se stessi, degli stereotipi, non vale ammonimento: è intelligenza comica. Sono i seri esagerati, suscettibili e ipersensibili, i bruti veri. 

(Da Pensatoio Leonino, n.6. Grazie a Léeon Bertoletti)


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Mozart e Beethoven messi al bando perché esponenti del suprematismo bianco.



Follia pura ma, come sappiamo, in ogni pazzia c'è un metodo.

Abbiamo a che fare con un movimento rivoluzionario, maturato negli ultimi anni soprattutto negli Stati Uniti, di fronte al quale stentiamo a renderci conto. Un movimento rivoluzionario che ha preso al momento il sopravvento, questo è il fatto grave, addirittura negli Stati Uniti.

Occorre quindi innanzitutto capire per formulare una diagnosi il più possibile esatta, utile per controbattere e difendersi.

La mia impressione la sintetizzo così: il neo - marxismo che ispira questo movimento ha sostituito la lotta di classe con la lotta alla razza bianca, condotta non solo con le accuse tradizionali al capitalismo (prodotto dell'Europa e dell'America bianche) ma anche con l'attacco alla morale e alla cultura occidentali in quanto "bianche". Quest'attacco dura da lungo tempo, è cominciato col femminismo e la rivoluzione sessuale. Si è finora concentrato sulla morale, contro il matrimonio e la famiglia, contro la morale naturale oltre che contro quella cristiana. Ora si è esteso alla cultura, da condannare in blocco, dai Greci a noi, perché sarebbe il frutto di una supremazia della razza bianca.


Il conflitto è diventato apertamente razziale, lo si vuole imporre in questa veste.
L'incoltura è entrata a vele spiegate nelle Università a partire dal Sessantotto (il 18 politico, la semplificazione dei programmi, la laurea facile, garantita a tutti, etc...). E da allora si è estesa, come il cancro. Un contributo importante l'ha dato il femminismo: bisognava riscrivere la storia della cultura dal punto di vista delle donne, criticando tanti valori positivi (come l'onore, l'eroismo etc) come valori sbagliati perché "maschili" anzi "maschilisti" etc. La cultura classica andava rifiutata perché "maschilista". Bisognava riscoprire i talenti misconosciuti di tante donne, sono state scovate centinaia di scrittrici, pittrici etc. Con quali risultati? Rivalutazione o scoperta di qualche buona scrittrice o artista, niente di speciale, la montagna che partorisce il classico topolino...

Much ado abouth nothing...

Applicando questo metodo, la cultura classica (occidentale) è stata contestata perché appunto non ha tenuto conto del contributo dei neri e di tutte le altre razze, perché dunque "razzista". Queste assurdità sono state confinate per anni nell'ambito accademico, soprattutto anglo-americano. Adesso sono diventate improvvisamente di massa, diventando parole d'ordine di movimenti eversivi di taglio neo-marxista, come i BlackLivesmatters e gli Antifa. Molti loro settatori sono bianchi, sono gli eredi dei Sessantottini, ora impegnati a distruggere anche fisicamente i simboli e i monumenti della nostra cultura.

La loro ignoranza è abissale, ma se ne fanno un vanto. Come ci vogliono imporre l'abortismo e i rapporti contro natura al posto di quelli secondo natura, così ci vogliono imporre con la forza e il terrore urbano (vedi USA) la loro incoltura, distruggendo la nostra cultura, che è quella dell'Occidente, distruggendo insieme cultura e religione. Ho sintetizzato in fretta. Bisogna approfondire, mettere a fuoco rapidamente. Qualche buon articolo in questo senso sul sito "Fatima oggi", ove si fa l'ipotesi che si stia preparando un nuovo Sessantotto, ben peggiore del precedente. Il pensiero politico "corretto" di fronte a questa eversione o è complice o non comprende. Il pensiero cattolico di taglio "tradizionalista" sembra meglio attrezzato a comprendere al situazione. Però, sul piano dell'alternativa al sistema, sembra a me che manchi clamorosamente, riproponendo modelli ammuffiti, che si rifanno ad un passato cattolico scomparso da molto tempo idealizzato in modo del tutto irreale. 

PP


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L'università di Oxford mette al bando la musica di Mozart. La sublime musica del sommo maestro di Salisburgo, infatti potrebbe offendere le minoranze colorate, in quanto scritta da un uomo bianco.
Siamo alle comiche. Anzi peggio. perchè parrebbe una barzelletta, ma purtroppo non lo è. Non si capisce poi perchè Mozart no ma Bach, Brahms o Beethoven invece sì, dato che erano bianchi e germanici pure loro.
 
Ma purtroppo in tanta follia non c'è una logica. Credo che la società aperta angosassone, liberalcapitalista, politicamente corretta ed emancipata da ogni limite etico e sessuale, sia capace di un grado di oscurantismo intellettuale in confronto al quale il "realismo socialista" sovietico o il rogo nazista dei libri furono episodi ancora insignificanti.

E poi gli stessi oscurantisti disprezzano il Medioevo, dove si studiavano, nelle università che erano tutte cristiane e legate alla Chiesa, i grandi maestri pagani del pensiero, anche in quella di Oxford.

Avremmo solo da imparare, nel nulla in cui siamo precipitati, dalla nostra Tradizione. E invece la disprezziamo, nella nostra infima miseria modernista. 

(Martino Mora)




sabato 3 aprile 2021

La Veglia di Pasqua nelle parole di Sant’Agostino




Riportiamo di seguito il Discorso 221 di Sant’Agostino, splendida introduzione al Mistero della Veglia pasquale. Nel suo prepararci alla Resurrezione, vittoria che supera ogni immaginazione e forse per questo così difficile da accettare per l’uomo, il Vescovo d’Ippona ci indica come, invece, essa sia del tutto naturale per l’anima, come naturale è la veglia dopo il sonno.





SULLA NOTTE SANTA
Gioia e splendore di questa santissima notte.


1. Siccome il Signore nostro Gesù Cristo ha reso glorioso con la sua risurrezione il giorno che aveva reso luttuoso con la morte, noi, rievocando i due momenti in un’unica commemorazione solenne, vegliamo ricordando la sua morte, esultiamo aspettando la sua risurrezione. Questa è la nostra festa annuale, questa è la nostra Pasqua, non più figurata nell’uccisione dell’agnello, come per il popolo antico, ma portata a compimento per il popolo nuovo nell’immolazione del Salvatore, perché Cristo nostra Pasqua, è stato immolato, e le cose vecchie son passate ed ora ne sono nate delle nuove. È se piangiamo è per il peso dei nostri peccati, e se esultiamo, è perché giustificati dalla sua grazia, perché egli è stato messo a morte per i nostri peccati, ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione. Per quelli piangiamo, di questo ci rallegriamo, e sempre siamo nella gioia. Quanto per causa nostra e a nostro vantaggio è stato compiuto di triste o anticipato di lieto, non lo lasciamo passare con ingrata dimenticanza, ma lo celebriamo con riconoscente memoria. Vegliamo dunque, carissimi, perché la sepoltura di Cristo si è protratta fino a questa notte, cosicché proprio in, questa notte è avvenuta la risurrezione di quella sua carne che allora fu oltraggiata sul legno, adesso è adorata in cielo e sulla terra. Naturalmente questa notte si considera come facente parte del giorno di domani, che per noi è il giorno del Signore. Ed era opportuno che risorgesse di notte, perché con la sua risurrezione ha rischiarato le nostre tenebre; non per nulla già poco tempo prima si cantava a lui: Illuminerai la mia lampada, Signore; mio Dio, illuminerai le mie tenebre. Così la nostra stessa pietà mette in risalto questo mistero così grande; come la nostra fede, rafforzata dalla sua risurrezione, è già sull’attenti, così anche questa notte, già così piena di luci, sia ancor più luminosa per il nostro vegliare, in modo che noi, insieme a tutta la Chiesa diffusa per il mondo intero, possiamo badare in modo giusto a non esser trovati nella notte. Per tanti e tanti popoli, che dovunque questa fulgida solennità ha radunato insieme nel nome di Cristo, il sole è già tramontato, ma il fulgore non se n’è andato, perché a un cielo pieno di luce ha fatto seguito una terra ugualmente piena di luce.

A paragone di questa le altre non si possono neanche chiamare veglie.

2. Ché se uno volesse cercare le ragioni di questa nostra veglia così meravigliosa, è facile trovarle e rispondere con veracità: colui che ci ha fatto dono della gloria del suo nome è lui che ha dato splendore a questa notte; colui a cui diciamo: Illuminerai le mie tenebre, ricolma di luce i nostri cuori; e come con occhi pieni di gioia contempliamo lo splendore di tutte queste luci, così con mente illuminata comprendiamo le ragioni di questa notte così splendente. Perché dunque i cristiani celebrano oggi la loro veglia annuale? È questa infatti la nostra veglia grande; a nessun’altra veglia solenne corre il nostro pensiero quando in questo senso si chiede o si dice: Quando si farà la veglia? Fra tanti giorni si farà la veglia. Come se, a confronto di questa, tutte le altre non si possano neanche chiamar veglie. È vero che l’Apostolo ha raccomandato alla Chiesa la frequenza sia dei digiuni che delle veglie quando, parlando di se stesso, afferma: Nei frequenti digiuni, nelle veglie frequenti. Ma la veglia di questa notte è così grande da meritarsi quel nome come proprio, mentre per le altre è comune. E allora, secondo quanto ci concederà il Signore, prima diremo qualcosa sulle veglie in genere, poi qualcosa in particolare su quella di oggi.

Chi desidera sempre vivere deve prolungare le sue veglie.

3. In quella vita, per raggiungere il cui riposo fatichiamo tanto e che la Verità ci promette nella risurrezione dopo la morte di questo corpo o addirittura dopo la fine del mondo, noi mai dormiremo come anche mai morremo. Cos’è il sonno infatti se non una specie di morte giornaliera che non porta via del tutto l’uomo e non lo tiene molto a lungo? E la morte che cos’è se non un sonno lunghissimo e profondissimo, dal quale Dio risveglia l’uomo? E allora dove la morte non c’è più, non ci potrà essere più neanche il sonno, che ne è l’immagine. Il sonno non è retaggio che dei mortali. Questo tipo di riposo non ce l’hanno gli angeli; siccome essi vivono sempre, non hanno bisogno di riparare le loro forze con il sonno. Là dove è la vita stessa, è veglia senza fine; ivi il vivere non è che vegliare, e il vegliare è vivere. Noi invece, in questo corpo che si corrompe e che appesantisce l’anima, siccome non possiamo vivere se non ripariamo le forze col sonno, dobbiamo interrompere la vita con l’immagine della morte, per poter vivere almeno a pezzi e bocconi. E allora chi con castità e innocenza si abitua a far veglie frequenti, senza dubbio si avvicina alla vita degli angeli (ché altrimenti più la debolezza della carne grava col suo peso terreno, più vengono compressi i celesti desideri) e intanto raffrena questo peso di morte con veglie prolungate, per acquistarsi dei meriti per la vita eterna. Chi invece desidera vivere sempre, ma non ama di vegliare un po’ a lungo, è in contraddizione con se stesso; vorrebbe che non ci fosse la morte, e intanto non ne vuole attenuare l’immagine. È per questa ragione, è in questo senso che il cuore del cristiano si deve esercitare nelle veglie frequenti.

Questa veglia celebra la risurrezione e il nostro passaggio dalla morte alla vita.

4. Ed ora, fratelli, vi proponiamo qualche riflessione perché possiate capire bene la veglia speciale di questa notte. Vi ho detto perché dovremmo spesso accorciare il sonno e prolungare le veglie; ora vi dirò perché noi facciamo veglia con così grande solennità proprio in questa notte. Che Cristo Signore sia risorto dai morti il terzo giorno, nessun cristiano lo mette in dubbio. Il santo Vangelo poi attesta che ciò è avvenuto precisamente in questa notte. Certamente un giorno completo si calcola a partire dalla notte che lo precede, anche se non questo era l’ordine dei giorni come viene menzionato nella Genesi; per quanto anche lì prima c’erano state le tenebre; infatti le tenebre ricoprivano l’abisso, quando Dio disse: Sia la luce. E la luce fu. Siccome però quelle tenebre non costituivano ancora la notte, non c’erano neanche i giorni. E Dio separò la luce dalle tenebre, e prima la luce la chiamò giorno, poi le tenebre le chiamò notte, e così il primo giorno viene calcolato dal momento della creazione della luce fino al secondo mattino. È chiaro perciò che quei giorni ebbero inizio con la luce e che, passata la notte, ciascuno terminava col mattino successivo. Ma da quando l’uomo creato si piegò dalla luce della giustizia alle tenebre del peccato (da cui però l’ha liberato la grazia di Cristo), è successo che noi calcoliamo i giorni a partire dalla notte, perché ci sforziamo e, con l’aiuto del Signore, nutriamo la speranza che il nostro sia un passare non dalla luce alle tenebre, ma dalle tenebre alla luce. Dice così anche l’Apostolo: La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Perciò il giorno della passione del Signore, quello in cui fu crocifisso, aveva tenuto dietro alla sua propria notte già passata e si era concluso terminando con la Parasceve, che i Giudei chiamano anche “Cena pura”, cominciando, dall’inizio di quella notte, l’osservanza del sabato. Poi il giorno del sabato, che era cominciato con la notte che lo precedeva, era terminato al crepuscolo della notte seguente, che già fa parte dell’inizio del giorno del Signore, quello che il Signore ha consacrato con la gloria della sua risurrezione. È quindi di questa notte, con cui comincia il giorno del Signore, che noi ora, con questa solennità, celebriamo la ricorrenza; con questa veglia rievochiamo la notte in cui il Signore è risorto e in cui ha per noi inaugurato quella vita di cui parlavamo poc’anzi, nella quale non è affatto né morte né sonno alcuno, iniziandola nella sua carne che ha risuscitato talmente dal sonno che ormai non può più morire, ormai il sonno non ha più potere su di lui. È chiaro infatti che egli risuscitò in quella notte il cui termine lambiva già l’alba perché, quando di buon mattino quelli che lo cercavano con sì affettuoso amore vennero al sepolcro, non ne trovarono il corpo e dagli angeli ricevettero l’annuncio che egli era già risuscitato. Ed egli, nella cui risurrezione acclamiamo in una veglia un po’ più prolungata, ci concederà di regnare con lui nella vita che non ha fine. E poi, anche se in queste ore in cui prolunghiamo la nostra veglia, il suo corpo fosse stato ancora nel sepolcro e non fosse ancora risuscitato, vegliando così, non siamo incoerenti neanche in questo caso; egli infatti dormì perché stessimo svegli noi, lui che era morto perché fossimo vivi noi. Amen.





Immagine : Battesimo di Sant’Agostino (wikimedia.org). Il Santo Dottore ricevette il battesimo da Sant’Ambrogio la Notte di Pasqua del 387.











giovedì 1 aprile 2021

Sacra Sindone: il Vangelo del secolo XXI




La Sacra Sindone di Torino conferma, con straordinaria precisione, i terribili castighi inflitti a Nostro Signore Gesù Cristo durante la Passione, al punto di essere stata paragonata ad un “Quinto Vangelo”

Meditare sulla passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo, specie durante la Quaresima, è sempre stato motivo di grandi consolazioni spirituali e profitto per la vita interiore. Purtroppo per noi, uomini del secolo XXI costretti a vivere nel turbine della società tecnologica, riesce sempre più difficile “staccare” per poter meditare in santa pace ed elevare il nostro spirito alla considerazione delle cose divine. D’altronde, figli d’una educazione che riduce al minimo il ruolo del raziocinio, siamo sempre più immersi in ciò che Papa Paolo VI definì la “civiltà dell’imagine”. Le cose ci devono entrare per gli occhi.





Un messaggio per i nostri tempi

Forse la Divina Provvidenza pensava proprio a noi quando decise di aspettare il secolo XX per cominciare a svelare i misteri della più preziosa reliquia della Cristianità: la Sacra Sindone di Torino.

Si tratta del lenzuolo di lino che avvolse il corpo esanime di Gesù nel sepolcro. Tutti e quattro evangelisti narrano la deposizione di Gesù nel “vicino sepolcro nuovo che Giuseppe di Arimatea aveva fatto scavare nella roccia”, e i primi tre dicono che “dopo averlo calato giù lo avvolsero in un lenzuolo”. Dopo parecchie vicissitudini, a metà del 1400 questo lenzuolo finì nel tesoro di Casa Savoia, prima a Chambéry e poi a Torino, salvo poi diventare patrimonio del Vaticano nel 1983, pur restando sempre nel Duomo di Torino.

Il lenzuolo misura cm 436 per cm 110, è tessuto a spina di pesce e filato a mano secondo tecniche usate in Palestina nel I secolo. Nella parte mediana longitudinale si intravede l’evanescente doppia impronta (frontale e dorsale) del cadavere di un uomo, a grandezza naturale. Il corpo raffigurato è quello di un maschio sulla trentina con la barba e i capelli lunghi, robusto, di circa 1,75 di statura, con tratti fisionomici tipicamente semiti. Dall’impronta si deduce che l’Uomo della Sindone fu torturato, flagellato, crocifisso e trapassato da una lancia al costato.

Tutto questo è visibile ad occhio nudo ed era noto sin dall’antichità. La tradizione cristiana ha sempre ritenuto questo lenzuolo una reliquia autentica, e l’Uomo della Sindone un ritratto di Nostro Signore Gesù Cristo. Ne sono prova, per esempio, diverse icone bizantine raffiguranti Cristo e che chiaramente ricalcano l’Uomo della Sindone, nonché numerosi documenti che ne dimostrano il culto già in epoche molto remote.

Ma si dovette aspettare il 1898 perché succedesse qualcosa che avrebbe per sempre segnato il destino della reliquia.


Comincia l’avventura scientifica


Il 25 maggio di quell’anno, la Sindone venne fotografata per la prima volta dall’avvocato torinese Secondo Pia. Egli rimasse sbalordito quando sviluppò le prime due lastre: le fotografie rivelarono che l’immagine sindonica si comporta naturalmente come un negativo! Come mai? C’era indubbiamente un mistero.

Comincia allora l’avventura scientifica della Sindone, vale a dire il suo studio sistematico con le tecnologie più avanzate. E più la si studiava, più se ne rimaneva sconcertato. Più si scoprivano i suoi misteri, più ci si accorgeva di stare appena grattando la superficie. Nel 1959 veniva fondato a Torino il Centro Internazionale di Sindonologia, mentre nel 1977 nasceva lo STURP -- Shroud of Turin Research Project, Progetto di Ricerca sulla Sindone di Torino -- che riunisce soprattutto studiosi americani.


Questa non è la sede per riportare queste ricerche (1). Ci interessa coglierne solo un aspetto: la conferma eclatante della narrazione evangelica sulla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo.


Il “Quinto Vangelo”

Dopo decenni di indagini, gli scienziati possono affermare che la Sacra Sindone è perfino più minuziosa dei Vangeli nel raccontare, con muto linguaggio, i dettagli della Passione. Commenta il prof. John Heller, dello STURP: “In tutte le ricerche degli ultimi decenni, non c’è niente che contenga la ben che minima informazione che contesti la narrazione dei Vangeli” (2).

Perciò alcuni cominciarono a chiamare la Sacra Sindone il “Quinto Vangelo” o “Vangelo del secolo XX”.

Questo “Vangelo” è così ricco in dettagli, che il famoso chirurgo francese Pierre Barbet, pioniero degli studi medici sulla Sindone, giunge a dire che “un chirurgo che studi la Sacra Sindone per meditare sulla Passione percorrendo le diverse tappe del martirio di Gesù può, meglio di un grande predicatore o di un santo asceta, accompagnare le sofferenze di Cristo” (3).


L’agonia nell’Orto


“In preda all’angoscia, [Gesù] pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra” (Lc. 22, 44)

L’unico evangelista che descrive questo fatto è un medico, Luca, e lo fa con precisione clinica. La sudorazione di sangue, chiamata clinicamente ematoidrosi, è un evento raro. Si osserva in condizioni di grande debolezza fisica accompagnata di forte scossa morale, emozione e paura. Ecco ciò che S. Luca chiama “angoscia”. C’è una brusca vasodilatazione dei capillari soccutanei, che si rompono sotto le ghiandole sudoripare. Il sangue si mischia al sudore e fuoriesce dai pori.

Elaborazioni al computer delle immagini tridimensionali del volto dell’Uomo della Sindone, particolarmente quelle eseguite dal prof. Giovanni Tamburelli nel 1978, mostrano come, oltre agli innumerevoli abrasioni e piccoli coaguli, tutta la pelle sembri come intrisa di sangue, come sarebbe appunto avvenuto in conseguenza di una ematoidrosi.


Lo schiaffo in casa di Anna


“Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: ‘Così rispondi al sommo sacerdote?’” (Gv. 18, 22)

Dall’analisi del volto dell’Uomo della Sindone si evidenzia un grande ematoma sulla guancia destra. Il naso è gonfio, deviato a destra e visibilmente rotto.

Il sindonologo torinese prof. Judica Cordiglia ritiene che questa ferita fu inflitta da un bastone in legno, corto e di circa 4-5 cm di diametro. Il colpo provocò un’abbondante emorragia nasale. Infatti, il baffo dell’Uomo della Sindone è intriso in sangue sul lato destro, come anche la barba sottostante.


I moderni linguisti ritengono che il termine utilizzato da S. Giovanni, e normalmente tradotto come “schiaffo”, possa essere interpretato come “bastonata”, il che sarebbe conforme ai dati della Sacra Sindone.


Ingiurie e lesioni


“Cominciarono poi a salutarlo: ‘Salve, re dei Giudei!’. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui” (Mc. 15, 18-19)

L’uomo della Sindone presenta molteplici traumi: tumefazioni sulla fronte, sulle arcate sopracciliari, sugli zigomi, sulle guance, sulle labbra e sul naso. Quest’ultimo risulta deformato per via della rottura del cartilagine dorsale, vicino all’inserimento sull’oso nasale che, invece, è intatto. Dal naso escono due rivoli di sangue. Sul volto vi sono ecchimosi un po’ ovunque ma, soprattutto sul lato destro, visibilmente gonfio. I sopraccigli sono lacerati, le ossa hanno ferito la pelle dall’interno. Lo zigomo sinistro presenta diverse incisioni.

Abbiamo a che fare, dunque, con un uomo che è stato brutalmente picchiato con colpi di bastone, pugni e schiaffi.


La flagellazione


“Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare” (Gv. 19, 1 ).

La Sacra Sindone ci offre un quadro molto completo, preciso e orrendo della flagellazione. Sull’Uomo della Sindone si possono contare più di 120 colpi di flagello, inflitti da due uomini robusti, l’uno più grande dell’altro, ai due lati del reo. Erano esperti. L’unica parte del corpo che non presenta segni di flagellazione è il petto. Colpi di flagello nella regione pericardica avrebbero potuto, infatti, causare la morte precoce del reo. Non mancano lesioni sui glutei, il che significa che l’Uomo della Sindone fu flagellato nudo.

Era una flagellazione romana, giacché gli ebrei per legge non superavano il 39° colpo.

Le impronte sindoniche ci permettono, inoltre, di identificare due diversi strumenti utilizzati per questa tortura. Uno, il flagrum taxillatum, era composto da tre strisce ognuna con due piccole palle di piombo. Ogni colpo provocava quindi sei contusioni. L’altro strumento, invece, aveva alle estremità ganci metallici. L’uno percuoteva, l’altro lacerava.

Studiando le impronte, è stato possibile stabilire perfino la posizione di Gesù durante la flagellazione: chinato su una colonna assai bassa.


La coronazione di spine


“E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora” (Gv. 19, 2).

Sul capo dell’Uomo della Sindone appaiono almeno cinquanta ferite da punta, piccole ma profonde, riconducibili all’applicazione, non propriamente d’una “corona”, ma di un “casco” di rami spinosi. Le macchie di sangue più cospicue sono in corrispondenza con le vene e le arterie della testa.

A destra di chi guarda l’immagine si vedono due rivoletti di sangue. Uno di questi scende lungo la capigliatura in direzione della spalla, l’altro quasi perpendicolarmente sulla fronte verso il sopracciglio. Questi fuoriescono da una ferita da punta che ha leso il ramo frontale dell’arteria temporale superficiale. Il sangue ha infatti carattere nettamente arterioso. Verso il mezzo della fronte vediamo una breve colatura di sangue venoso in forme di 3 rovesciato, conseguente ad una lesione della vena frontale.


Le ferite prodotte dalla corona, o meglio dal casco, di spine scendono da dietro fino alla nuca, dove si rilevano fatti emorragici che ripetono la stessa fisionomia di quelli frontali. Le spine, conficcatesi profondamente, hanno leso qualche ramo dell’arteria occipitale e vene più profonde del plesso vertebrale posteriore.

Il capo è pieno di vasi sanguinei e terminazioni nervose. Il dolore procurato dalla corona di spine, specialmente durante il trasporto della Croce, è stato sicuramente orribile.


Cammino al Calvario

“Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota” (Gv. 19, 17)-

Sulle spalle dell’Uomo della Sindone è evidente un’ampia ecchimosi a livello della scapola sinistra e una ferita sulla spalla destra che si possono attribuire al trasporto del patibulum, ossia la trave orizzontale della croce. Le spalle appaiono sollevate: questa disposizione è correlabile al trasporto della trave.

Le impronte mostrano inoltre che la trave scivolava sulle spalle, producendo gravissime escoriazioni.

Le immagini rivelano una notevole quantità di materiale terroso sulla pianta dei piedi dell’Uomo della Sindone, il che rivela che camminava scalzo.


Le tre cadute

“Gesù cade per la prima volta... Gesù cade per la seconda volta... Gesù cade per la terza volta” (Via Sacra, stazioni III, VII e IX).

Anche se non riportate da nessun Vangelo, la pietà cattolica ha sempre venerato tre cadute di Nostro Signore a cammino del Calvario.

Sulla Sacra Sindone le cadute sono assai evidenti. I ginocchi, soprattutto quello sinistro, sono scorticati. Sul ginocchio sinistro ci sono tracce di sangue e materiale terroso. Anche il naso si mostra scorticato e con tracce di materiale terroso, il che dimostra che Nostro Signore è caduto col volto per terra. Cosa d’altronde spiegabile, visto che Egli non poteva ripararsi con le mani, legate al patibolo.


La crocifissione


“Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra” (Lc. 23, 33).

Prima Gesù fu spogliato. Tenendo conto che tutto il suo corpo era lacerato e coperto d’una miscela di sangue, sudore e polvere che si era ormai essiccata appiccicando i vestiti alla pelle, possiamo immaginare il dolore straziante che questo gesto provocò. Nei moderni ospedali, un simile intervento viene a volte eseguito sotto anestesia generale per evitare al paziente il rischio d’una sincope. Molte ferite tornarono a sanguinare.


Nostro Signore fu stesso sulla croce ed inchiodato. Ma gli aguzzini avevano sbagliato la distanza dei fori laterali e dovettero dunque tirare fortemente il braccio destro fino a dislocarne le articolazioni. Anche questo è visibile sulla Sacra Sindone.


Dove furono confissi i chiodi?


Sull’impronta anteriore dell’Uomo della Sindone si osserva una ferita da punta non nel palmo della mano, come vuole la tradizione iconografica, ma nel polso in corrispondenza dello spazio detto di Destot. Si tratta di un passaggio anatomico che consente facilmente l’infissione di un chiodo senza rompere nessun osso.

La visione classica dei chiodi nella palme è, dunque, da escludere. Dapprima perché il palmo della mano non avrebbe retto il peso del corpo. E poi perché si sarebbero probabilmente rotto alcune ossa metacarpali, smentendo la profezia “saranno preservate tutte le sue ossa, neppure uno sarà spezzato” (Sal. 34, 21).

I chiodi hanno lesionato il nervo mediano delle mani, provocando la flessione convulsiva dei pollici sotto le palme. Il che spiega l’assenza di questo dito sull’impronta sindonica.

Quanto ai piedi, quello destro ha lasciato sulla Sindone un’impronta completa, mentre del sinistro si vede il tallone e il cavo plantare. Sulla Croce i due piedi erano quindi incrociati: il sinistro era collocato davanti e la sua pianta posava sul dorso del piede destro che appoggiava direttamente sul palo della Croce. Erano inchiodati insieme.

Le macchie di sangue riscontrate sulla Sindone corrispondono perfettamente a piedi forati e appoggiati sulla Croce nel modo sopra descritto.

Va notato anche che le ferite delle mani e dei piedi dell’Uomo della Sindone sono conformi alla sezione quadrata dei chiodi normalmente usati per la crocifissione romana.


La morte


“Gesù, gridando a gran voce, disse: ‘Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito’. Detto questo spirò” (Lc. 23, 46).

Appeso alla Croce per le braccia, senza un suppedaneo per tenersi in piedi (contrariamente all’iconografia tradizionale, sulla Sindone non c’è traccia di un poggiapiedi che, d’altronde, fu introdotto nelle crocifissioni romane solo nella seconda metà del I secolo) Nostro Signore non poteva più respirare in modo normale.

In tali circostanze incominciano spasmi, crampi e soffocazioni che si vanno aggravando fino a bloccare i muscoli ispiratori. La morte sopravviene per un misto di asfissia e shock generalizzato, in questo caso causato anche da infarto ed emopericardio, come in seguito spiegheremo.

Sull’immagine anteriore della Sindone i muscoli del torace risultano contratti in modo spasmodico, il diaframma è alzato, l’addome sprofondato. Sono segni tipici di morte per ansia respiratoria, asfissia e shock.

Il rosso vivo della macchie di sangue è dovuto alla presenza di un’elevata quantità di bilirubina, che è tipica di persone che sono state fortemente traumatizzate appena prima del versamento di sangue. La nettezza delle ferite dell’Uomo della Sindone causata dal rapido essiccamento del sangue indica, inoltre, che il crocifisso era molto disidratato.



La lancia di Longinus


“Uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv. 19, 34).

Sull’impronta anteriore della Sindone, a sinistra, si vede un’ampia colatura di sangue in corrispondenza di una breccia cutanea con le caratteristiche di ferita da punta e taglio. I margini della ferita sono rimasti allargati e sono ben delineati, come quelli ottenuti su un cadavere. Tale ferita sarebbe riferibile al colpo di lancia del soldato romano. Si tratta di una ferita profonda, che ha perforato la parete toracica, e questo giustifica l’abbondanza del sangue fuoruscito. Il colpo è stato inferto ad un cadavere poiché i caratteri della colatura indicano l’avvenuta separazione della parte cellulare dalla componente sierosa del sangue.

Questo solleva un’ipotesi assai attendibile riguardo alla causa mortis di Nostro Signore Gesù Cristo: infarto seguito da emopericardio.

Tale causa di decesso si deduce dallo studio della colatura. Il sangue è assai denso, in esso si notano grumi separati da un alone di siero. Ciò è tipico di un uomo deceduto in seguito a un notevole accumulo di sangue nella zona toracica, il cosiddetto emotorace. L’accumulo di sangue può essere spiegato dalla rottura del cuore e dal conseguente versamento di sangue fra il cuore stesso e il foglietto pericardico esterno. Tale versamento di sangue causa un dolore lancinante cui corrisponde sempre un grido, emesso il quale l’individuo immediatamente espira.

La ferita praticata con la lancia sul crocifisso, ormai cadavere, avrebbe quindi permesso la fuoruscita del sangue che si era già separato dal siero. L’esame ematologico rivela che questo sangue del costato destro è sangue “morto”, cioè uscito post mortem, mentre che il sangue sulla fronte, sul polso, sulla nuca e sulla pianta dei piedi è “vivo”, cioè fuoruscito quando l’Uomo della Sindone era ancora vivente.

D’altronde, penetrando dal lato destro all’altezza del quinto spazio intercostale, la lancia non avrebbe mai potuto raggiungere il cuore, in quanto il pillum romano non aveva una lamina sufficientemente lunga per questo.

La morte per emopericardio causa una immediata rigidità cadaverica, che si riscontra appunto nell’Uomo della Sindone.


La deposizione nel sepolcro


“Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei. (...) Nicodemo portò una misura di mirra e di aloe” (Gv. 19, 39).

Tutto quanto sopra detto sulla Sacra Sindone di Torino dimostra che essa fu utilizzata per avvolgere il corpo esanime di un uomo crocifisso. Sul tessuto è stata identificata la presenza di aloe e mirra, sostanze usate in Palestina ai tempi di Cristo per la sepoltura dei cadaveri.

Secondo studi medici, per ottenere i decalchi di sangue che si osservano sulla Sacra Sindone il crocifisso deve essere stato avvolto nel telo entro le due ore e mezza dopo la morte, rimanendovi non più di 40 ore, giacché non si riscontrano tracce di putrefazione.



La Risurrezione


“Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: ‘Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato’” (Lc. 24, 1-6).

Nell’impronta dorsale della Sacra Sindone i muscoli dorsali e deltoidi appaiono naturalmente arcati e non appiattiti, come sarebbe invece dovuto accadere in un corpo disteso di spalle su una pietra. D’altronde, le diverse macchie sul dorso non risultano schiacciate. Non si riscontra nessun effetto del peso corporeo. Questo vuol dire che, nel momento di incidere sul telo, l’Uomo della Sindone fluttuava nell’aria senza toccare la pietra, in uno stato di levitazione.

Come si è formata allora l’impronta sindonica? La risposta degli scienziati è che “il cadavere si è come vaporizzato, emettendo una radiazione che avrebbe plasmato l’impronta. (...) È molto probabile che, al momento di produrre questa radiazione, il corpo fosse in levitazione” (4). In termini scientifici si dice che il cadavere è divenuto “meccanicamente trasparente” rispetto al lenzuolo.

Sentiamo ancora il prof. Aaron Upinsky, dello STURP: “Uno dei più grandi misteri della Sindone è come il cadavere, staccandosi dal tessuto, non lo abbia toccato. Egli è volato via senza alterarne minimamente le fibre, senza strapparle e senza modificare le macchie di sangue già esistenti. Questo è impossibile per un corpo normale, soggetto alle leggi della natura. Un cadavere coperto di piaghe non potrebbe mai essere portato via dal lenzuolo senza alterarlo e senza lasciare tracce. Questo è un fatto decisivo e non contestato da nessuna scienza. Si spiega unicamente per la ‘dematerializzazione’ del corpo, che vola via dal lenzuolo non essendo più soggetto alle leggi della natura. Orbene, è proprio questo che i cristiani chiamano ‘Risurrezione’” (5).


Conclusione


Come conclusione possiamo citare le parole del prof. Plinio Corrêa de Oliveria:

"La Sacra Sindone è un miracolo permanente. Nostro Signore ha avuto un gesto di misericordia, specialmente per il nostro tempo, permettendo che la fotografia mostrasse il Suo Divino Volto. La Sacra Sindone è una tale meraviglia, una tale prova dell’esistenza di Nostro Signore, della Sua Risurrezione, una tale prova di tutto ciò in cui noi crediamo, che si dovrebbe parlarne continuamente in ogni ambiente cattolico” (6).



Note

1. Un eccellente libro è Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli, Cento prove sulla Sindone, Padova, Edizioni Messaggero, 2000. Questo libro contiene, tra l’altro, una bibliografia assai completa sul tema.

2. John H. Heller, Report on the Shroud of Turin, Boston, Houghton Mifflin, 1983.

3. Pierre Barbet, La Passione di N. S. Gesù Cristo secondo il chirurgo, LICE, Torino, 1951.

4. Julio M. Preney, O Santo Sudario de Turim - O Evangelho para o Século XX, Ediçoes Loyola, Sao Paulo, 1992, p. 90-92.

5. Arnaud-Aaron Upinsky, intervista a Catolicismo, giugno 1998.

6. Plinio Corrêa de Oliveria, conferenza per soci e cooperatori della TFP brasiliana, San Paolo, 28-04-84.