domenica 9 giugno 2019

"Pregano troppo". Il Vaticano chiude un altro ordine, in Francia







L’opera di distruzione della vita religiosa da parte del Vaticano continua implacabile. Questa volta è il turno delle Piccole Suore di Maria Madre del Redentore, un ordine religioso nato in Francia, e che conta attualmente circa centoventi religiose. Inutili gli appelli alla Segnatura per la congregazione considerata troppo tradizionalista. Le suore rinunceranno ai voti. 





Marco Tosatti, 09-06-2019

L’opera di distruzione della vita religiosa da parte del Vaticano continua implacabile. Questa volta è il turno delle Piccole Suore di Maria Madre del Redentore, un ordine religioso nato in Francia, e che conta attualmente circa centoventi religiose; di cui cinque hanno deciso di obbedire al diktat di Roma, e le altre centoquindici, divise in tre comunità, verranno sollevate dai voti presi a suo tempo, e torneranno laiche, dovendo lasciare le loro case e le attività di cura e di assistenza agli anziani che erano la caratteristica di questa congregazione. Accusata però, soprattutto, di una spiritualità considerata troppo “tradizionale”. Il Grande Inquisitore della Congregazione per i Religiosi, il francescano Josè Rodriguez Carballo, braccio destro e uomo di fiducia del Pontefice regnante per questo genere di "cucina", (è l’uomo del più clamoroso crack finanziario mai vissuto dai francescani) ha colpito ancora. Un copione che ricalca quelli già vissuti dai Francescani dell’Immacolata (ancora commissariati dopo sei anni! Ma chi hanno ammazzato per essere trattati così?), della Familia Christi, della Fraternità dei Santi Apostoli e così via. Ormai un format abituale nel regime vigente.

Appare davvero strana e inspiegabile l’operazione
a cui probabilmente non sono estranei appetiti vescovili per le proprietà della piccola congregazione. Le Piccole Suore di Maria madre del Redentore curano anziani, collaborano nella pastorale delle parrocchie, aiutano i poveri e vivono una spiritualità considerata oggi in Vaticano troppo “classica”, cioè: amore di adorazione all’Eucarestia, preghiera fervente d’intercessione e filiale devozione a Maria. Le suore sono state pre-visitate nel 2009 per decisione del vescovo di Laval, che i laici che sostengono le suore accusano di avere un certo interesse verso l’amministrazione dei loro beni. Ma l’iniziativa non ha avuto successo. Nel 2016, con Braz de Avis e Carballo, una nuova visita. Non più – o non solo – per motivi amministrativi ma per il grave sospetto di tradizionalismo o di classicismo, come dicono i francesi. Le suore sono state incolpate di avere problemi gravi di governo (anche se risulta che la maggioranza delle suore abbiano testimoniato meraviglie della superiora), di immobilismo, di disconoscenza della “nuova teologia della vita consacrata…” e di altri gravi reati come quello di eccessiva preghiera…Le superiori – esiliate in altri conventi – erano accusate di “autoritarismo deviante”, e alle suore è stata chiesta l’obbedienza senza appello “senza – dicono – che la preoccupazione di una dritta coscienza abbia una parola da dire, e senza che mai ci sia stato spiegato il minimo fondamento oggettivo di tutte queste misure romane: così ci sarebbero due pesi e due misure”.

Le suore hanno respinto le accuse come false e inventate dai visitatori
. I commissari e la Congregazione hanno dato loro ragione, almeno in parte, ma hanno mantenuto i provvedimenti presi; cioè, confermano il commissariamento. Le suore hanno fatto appello a quello che era il tribunale supremo di giustizia nella Chiesa, la Segnatura, ormai, con la gestione del diplomatico Mamberti evidentemente incapace di andare contro volontà superiori, che ha confermato la sentenza del Dicastero. Ma le suore hanno deciso di non accettare quella che a loro – e non solo a loro – pare una ingiustizia evidente. Hanno reso pubblica la loro decisione: “Il 17 settembre 2018, il Cardinale Prefetto della Congregazione per i Religiosi, Mons. Braz de Aviz, ci ha scritto un ultimatum: o accettiamo il Commissario “senza riserve”, o non lo accettiamo, nel qual caso la legge prevede che potremmo essere licenziati dall’Istituto”.

Allora, hanno scritto le suore
, “Dopo aver acquisito la certezza morale per tutto quest’anno che l’accoglienza del commissario apostolico all’interno del nostro Istituto, causerebbe un danno grave e certo, nel più o meno lungo termine, sia per quanto riguarda la comprensione del carisma lasciato da Dio a Madre Maria della Croce, nostra Fondatrice, solo per il modo di viverla; dopo aver proposto molte volte soluzioni di appeasement, senza che ci sia stata data alcuna risposta; previa consultazione con persone autorizzate e competenti; dopo aver pregato molto e sempre volendo rimanere fedeli e obbedienti alla verità, ci è sembrato che non avessimo altra scelta che rinunciare ai nostri voti”.

Nel frattempo a Laval si è costituito un Comitato di sostegno alle religiose
, che conta quasi tremila persone, e che ha la sua voce in un sito, https://www.soutienpsm.com/.

Tutto questo avviene in un Paese in cui la situazione delle vocazioni
è – a dir poco – disastrosa, e dove la questione degli abusi clericali sta pian piano emergendo in tutta la sua gravità. E la Santa Sede si permette di compiere operazioni inspiegabili condotte con una violenza e una determinazione che sarebbe stata ben più adeguata in altre situazioni, e per colpe reali.






Ecco qualche brano del comunicato emesso dalle Piccole Sorelle di Maria, con il quale annunciano la rinuncia ai voti:


“Poiché non si è potuto trovare alcun accordo, le autorità romane incaricate della Vita Consacrata compiono la scelta di sollevarci dai nostri voti religiosi; se è vero che il contesto di pressione morale e lo stallo nel quale noi ci troviamo, ci hanno costrette nel mese di ottobre scorso, contro la nostra volontà più profonda, a domandare di essere sollevate dai nostri voti, poiché non ci è stata mai offerta nessun'altra soluzione per proteggere la nostra comunione con la Chiesa: noi ne siamo profondamente ferite e restiamo dolorosamente sorprese del fatto che Roma abbia preferito accogliere questa domanda piuttosto che addivenire a soluzioni di compromesso che noi avevano proposto e che erano alla nostra portata. 
Oggi dunque, a eccezione di cinque sorelle (in Mayenne) che hanno accettato le decisioni di Roma e la messa sotto tutela, non siamo più, ormai, una congregazione religiosa. 
Beninteso, non abbiamo vissuto questi due anni dolorosi per perdere anche il tesoro che costituisce per noi il carisma ricevuto da Madre Maria della Croce. Noi vogliamo continuare a viverlo insieme, in una vita di preghiera e di servizio! 
Ci è chiesto di abbandonare il nostro abito e le nostre case religiose. La gerarchia della Chiesa, senza dubbio, ha creduto bene di dover cambiare nei nostri confronti... noi ne prendiamo atto. Fiat! 
Paradossalmente e misteriosamente, noi viviamo più che mai forse ciò che costituisce il cuore della nostra vocazione: sul modello di Santa Maria, prendere la nostra parte di sofferenze per il compimento del disegno redentore, nella riparazione, per la salvezza delle anime, per la santificazione dei sacerdoti, per la Chiesa così sprofondata nell'abisso da ogni sorta di scandali, per il mondo. Se il Cristo, sposo delle nostre anime, ci giudica degne di portare una tale Croce, allora occorre che noi gli rendiamo grazie, nonostante e contro tutto!

Le Piccole Sorelle di Maria, Comunità di Saint-Aignan (Francia-53) - Comunità di Lagardelle (Francia-31) - Comunità di Castelnau (Francia-31)















fonte







sabato 8 giugno 2019

Il Santuario di Lourdes e Mons.Brouwet "commissariati" dal Papa






Il vescovo ausiliare di Lille, Hérouard, nominato delegato pontificio a tempo determinato per la cura pastorale del santuario, è noto per le sue posizioni molto "liberal" in fatto di liturgia e dottrina, e recentemente è stato protagonista di interventi politici contro i populismi e contro Marine Le Pen. La comunicazione della Santa Sede accusa il vescovo Brouwet, che resta titolare della diocesi, di aver dato troppo spazio «all'aspetto gestionale e finanziario», ma egli, nominato giovane da Benedetto XVI, è conosciuto piuttosto per la sua ortodossia in fatto di dottrina morale e per lo spazio concesso a chi arriva a Lourdes celebrando nella forma straordinaria del rito romano. In oltre 150 anni, è la prima volta che la Santa Sede interviene su Lourdes.




di Nico Spuntoni, 07-06-2019

Lourdes come Medjugorje. Seguendo l'esempio della nomina di monsignor Hoser fatta un anno fa per la situazione della cittadina bosniaca, papa Francesco ha scelto di inviare un suo delegato per la cura pastorale dei pellegrini anche nel centro mariano francese. In quest'ultimo caso, però, a differenza del noto precedente, l'incarico non sarà a tempo indeterminato. La decisione del papa, in un articolo scritto su VaticanNews dal direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, Andrea Tornielli, viene attribuita alla sua intenzione di "accentuare il primato spirituale rispetto alla tentazione di sottolineare troppo l’aspetto gestionale e finanziario".

Come chiarito dal vaticanista veneto, il mandato del delegato sarà limitato soltanto al santuario, mentre la diocesi rimarrà sotto la guida di monsignor Nicolas Brouwet. Una precisazione sottolineata dallo stesso vescovo che, in una nota ufficiale, ha ricordato come questa nomina non cambierà nulla nella vita diocesana ed andrà a toccare solamente la vita del santuario. Per rafforzare ulteriormente questa distinzione, il presule ha anche fatto notare che "la cura pastorale dei santuari e la pastorale delle diocesi sono due cose diverse".

Non c'è dubbio, però, che il santuario mariano rivesta un ruolo più che importante nella vita della diocesi di Tarbes, attirando nel centro sui Pirenei oltre un milione di pellegrini ogni anno. Fino ad oggi il vescovo ha ricoperto la funzione di responsabile spirituale, detenendo nelle sue mani, inoltre, il potere di nomina del rettore. Con la decisione presa da Francesco sarà, invece, il delegato “ad nutum Sanctae Sedis” ad assumere la cura pastorale dei pellegrini.

Per l'incarico è stato designato monsignor Antoine Hérouard, attualmente vescovo ausiliare di Lille e presidente della Commissione affari sociali della Comece, la Commissione degli episcopati dell'Unione europea. La sua nomina appare indebolire non di poco, dunque, il peso del vescovo di Tarbes. Quello di Hérouard, inoltre, è un profilo non poco diverso da quello di Brouwet.

Il neo-delegato, ex rettore del Pontificio seminario francese a Roma, si è distinto anche nel passato molto recente per un orientamento piuttosto "liberal": lo ha dimostrato con il suo attivismo prima e dopo le elezioni europee, partecipando ad incontri (in due occasioni con Enrico Letta e Francois Hollande) e rilasciando dichiarazioni in cui si metteva in primo piano il timore per la crescita dei populismi, si attribuiva la vittoria del partito di Marine Le Pen in Francia ad una visione distorta sull'immigrazione e si sottolineava il ruolo delle comunità religiose per sensibilizzare i cittadini sull'importanza dell'Unione Europea. In una recente intervista a "La Croix", monsignor Hérouard ha anche sostenuto che il dibattito sulle radici cristiane dell'Europa "non è più di attualità".

Un profilo piuttosto distante da quello di monsignor Nicolas Brouwet, formatosi all'Istituto Giovanni Paolo II per il matrimonio e la famiglia e più attento a riaffermare l'insegnamento della dottrina morale cattolica nell'esercizio del suo ministero episcopale. Il vescovo di Tarbes e Lourdes, inoltre, nominato giovanissimo nel 2012 da Benedetto XVI, ha dimostrato in questi anni una sensibilità liturgica tradizionale e si è fatto apprezzare anche dai gruppi che curano la celebrazione della Santa Messa nella forma straordinaria del rito romano, accogliendo con benevolenza i loro pellegrinaggi presso il santuario di Lourdes.

Monsignor Hérouard, invece, non ha problemi a mostrarsi in pubblico in giacca e cravatta e sembra prediligere la modernità nella scelta dei paramenti, caratteristiche notoriamente poco gradite ai gruppi d'impostazione liturgica più tradizionale. Il tempo dirà se il cambio di guardia nella guida pastorale dei pellegrini comporterà delle modifiche rispetto a quanto si è visto fino ad oggi.

Intanto, dall'articolo di Tornielli a commento della nomina del nuovo delegato pontificio sembrerebbe emergere che all'origine della decisione ci sia l'eccessivo spazio attribuito all'"aspetto gestionale e finanziario" nella conduzione del santuario. Un rilievo che non trova riscontro nelle testimonianze di chi frequenta assiduamente Lourdes; c'è da ricordare invece che proprio la gestione di monsignor Brouwet è riuscita a raggiungere risultati importanti: infatti, dopo quasi un decennio di conti in rosso, il santuario ha chiuso il bilancio del 2018 addirittura con un surplus di 200 mila euro. Un risultato raggiunto grazie al piano di risanamento operato da Guillaume de Vulpian, l'ex dirigente della Renault chiamato a Lourdes dal Vescovo della diocesi quattro anni fa. Un'operazione, peraltro, portata a compimento soprattutto grazie alla riduzione e alla razionalizzazione delle spese e nonostante il calo del turismo in Francia a seguito degli attentati degli ultimi anni.

La nomina del delegato da parte del papa rappresenta un precedente rilevanteanche sul piano storico: nel caso delle apparizioni, infatti, la loro veridicità proviene dal riconoscimento del vescovo della diocesi competente. È quanto avvenne anche nel caso di Lourdes con il decreto emanato il 18 gennaio 1862 dall'allora vescovo di Tarbes, monsignor Bertrand-Sévère Laurence. E su Lourdes in oltre 150 anni non c'è mai stato alcun intervento della Santa Sede, il che spiega anche il carattere di eccezionalità di questo intervento del papa che avoca a sé la gestione pastorale del luogo dell'apparizione, "sottraendolo" alla diocesi locale competente.










titolo originale:
LA DECISIONE DEL PAPA
Lourdes, santuario sottratto al vescovo "troppo" cattolico







mercoledì 5 giugno 2019

Le enormi conseguenze dell’apostasia dell’Occidente








Rodolfo Casadei, 3 giugno 2019

Periodicamente i media ci informano della diminuzione del numero dei cristiani praticanti nei paesi europei e della lenta ma continua ascesa del numero degli agnostici e degli atei. L’ultimo caso è quello di un sondaggio sulla religiosità in Italia commissionato dalla Uaar (Unione degli atei, agnostici e razionalisti) alla Doxa dal quale risulterebbe che in soli cinque anni il numero di credenti cattolici è diminuito di quasi otto punti percentuali mentre il numero di atei e agnostici sarebbe cresciuto di 5 (passando dal 10 al 15 per cento).

Fino a qualche anno fa notizie come questa avrebbero suscitato dibattiti e controversie
, intellettuali e uomini di Chiesa avrebbero detto la loro, i vescovi avrebbero probabilmente convocato un Sinodo o un convegno ecclesiale per correre ai ripari. Niente di tutto questo oggi: la notizia scivola come l’acqua sui sassi. Per il fondamentale motivo che il principio liberale secondo cui la fede religiosa è una questione strettamente privata è diventato senso comune anche presso molti credenti. L’importante – questa è l’opinione comune prevalente – è che le persone siano oneste, paghino le tasse e facciano un po’ di beneficenza e volontariato per facilitare la coesione sociale: che queste prassi nascano da una convinta fede religiosa o invece da una generica filantropia che non avverte l’esigenza di un fondamento metafisico, è assolutamente indifferente.

Questa visione delle cose – che ai piani alti della filosofia e della teologia è definita
primato dell’ortoprassi sull’ortodossia – è estremamente ingenua, perché in realtà gli effetti dell’apostasia dal Dio cristiano sulla coscienza di sé dell’uomo occidentale sono profondi, e di conseguenza si riflettono sulle sue azioni e creazioni. Abbandonare il rapporto personale e comunitario col Dio di Gesù Cristo non è come rinunciare ai sacrifici ad Artemide o trascurare i riti della Madre Terra. Quel che viene meno, è il rapporto col Padre di cui sono segno le paternità terrene: il Dio di Gesù è il Padre Nostro che stai nei Cieli ma che ha mandato il Figlio sulla terra.

E quando si rinnega il padre, si innescano sensi di colpa che portano molto lontano
. L’aveva già intuito il profeta dell’ateismo moderno, Friedrich Nietzsche, nella conclusione del famoso aforisma 125 della Gaia Scienza: «Dove se ne è andato Dio? […] ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io. […] Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? […] Non è troppo grande per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa?».

Che cos’altro hanno fatto gli esseri umani
nei 137 anni successivi alla pubblicazione della Gaia Scienza se non cercare di diventare dèi? Se non trasformare in attributi di sé l’onnipotenza, l’onniscienza, l’immortalità, la giustizia e la bontà che sono gli attributi del Dio cristiano? Per giustificarci del delitto che abbiamo compiuto uccidendo Dio nostro Padre, abbiamo cercato di dimostrare a noi stessi che senza di Lui siamo in grado di fare meglio di Lui, siamo in grado di correggere gli errori della creazione: la morte, la sofferenza, la lotta per la sopravvivenza che comporta l’eliminazione di altri esseri viventi.

I risultati contraddittori di questo sforzo sono sotto gli occhi di tutti
: il progresso tecnico-scientifico e l’anelito alla giustizia e alla filantropia hanno prodotto un abbassamento dei tassi di mortalità e un boom demografico, una diminuzione della povertà e della denutrizione, un aumento dei redditi e dei consumi senza precedenti nella storia dell’umanità; ma ci hanno anche regalato i totalitarismi che in nome di una classe, di una razza o di un’ideologia hanno assassinato milioni di uomini e cancellato i diritti di altri milioni, le armi di distruzione di massa che minacciano l’estinzione dell’umanità, le tecniche di riproduzione e manipolazione genetica che stanno reificando l’uomo in un prodotto destinato all’obsolescenza, un pianeta sull’orlo del collasso per lo sfruttamento scriteriato delle risorse e l’inquinamento dell’ambiente.

Come spiega l’ateo Yuval Noah Harari nel suo Homo Deus
, l’uomo del futuro sarà virtualmente immortale e potentissimo, ma sarà cosciente della sua radicale illibertà; il soggetto transumano, per quanto prossimo a una divinità, vivrà una vita preconfezionata (d’altra parte riservata a una minoranza che dovrà difendersi con le buone e con le cattive dalla maggioranza vetero-umana) di scelte inevitabili. Dovremo rinunciare definitivamente alla presunzione di essere dotati di libero arbitrio, di avere un sé unitario, di essere qualcosa di più di un fascio di reazioni biochimiche; e dovremo affidarci completamente ad algoritmi che ci conosceranno meglio di noi stessi e prenderanno le decisioni al posto nostro. Questa distopia che si realizzerà nel migliore dei casi – cioè se non interverrà prima un’apocalisse legata alle armi di distruzione di massa o alla catastrofe ecologica – sarà il risultato del senso di colpa per l’uccisione del Padre.

Il secondo effetto dell’apostasia dell’Occidente dal cristianesimo è
l’impazzimento del senso di colpa. Diversamente dalle religioni tradizionali pagane, nel cristianesimo la colpa non è espiata attraverso i sacrifici che gli uomini fanno alla divinità, ma attraverso il sacrificio di Dio stesso nel Suo Figlio. È Dio stesso che prende l’iniziativa di perdonare l’uomo. Nell’Occidente che si è convertito al cristianesimo, senso di colpa e senso del perdono sono giunti al diapason. Non esiste un’altra civiltà dove queste due realtà siano state sentite più intensamente a livello emotivo, psichico e spirituale, e ciò ha avuto conseguenze enormi sulla storia e sulla vita sociale. Tolto il Dio cristiano – il Dio del perdono – dall’autocoscienza dell’uomo occidentale, il senso di colpa impazzisce. L’Occidente odia se stesso perché si sente colpevole di tutto e non ha più un’istanza sovrumana a cui ricorrere per il perdono.

L’Occidente si sente colpevole
del colonialismo, dello schiavismo, del razzismo, del sottosviluppo del Terzo Mondo, della mancanza di accoglienza, dello sfruttamento e dell’emarginazione degli immigrati, della morte dei migranti clandestini che non arrivano a destinazione, di islamofobia, di omofobia, di transfobia, di maschilismo, dei femminicidi, della diseguaglianza fra uomo e donna, della condizione degli occupanti abusivi di case che non pagano le bollette, ecc., e per finire del proprio eurocentrismo, cioè del pensare che i propri valori abbiano portata universale. Nessun’altra civiltà ha questi sensi di colpa, benché di quasi tutte le colpe rimproverate all’Occidente si siano rese responsabili, in misura e in tempi diversi, anche le altre civiltà: né il mondo arabo-islamico, né quello turco-islamico, né quello slavo cristiano ortodosso, né quello cinese confuciano, né quello induista, né quello buddhista, né quello giapponese shintoista, né quello delle religioni tradizionali africane.

Che l’Occidente li abbia, gli fa onore
; che si faccia paralizzare da essi e che si autodistrugga consegnandosi senza opporre resistenza a chiunque si dichiari vittima delle colpe dell’Occidente, va a suo totale demerito. Il merito si è trasformato in un demerito, il senso di colpa occidentale è diventato autodistruttivo a causa della rinuncia al Dio di Gesù, cioè al senso del perdono per i propri peccati. Come scrive Alexandre Del Valle, «la colpevolizzazione patologica e collettiva dell’Europa non è nient’altro che la perversione della nobile propensione a riconoscere le proprie colpe, e non un frutto dottrinale della fede cristiana, la quale concede al contrario il perdono e sopprime il circolo vizioso della colpevolizzazione. Ma è anche vero che nella misura in cui l’insegnamento e la pratica di una religione diminuiscono, gli atteggiamenti psicologici inerenti alla fede che ha forgiato la cultura, la storia e dunque l’anima dei popoli rimangono, pur in modo sovente edulcorato. Il senso di colpa, fortemente ancorato in Occidente, non è dunque scomparso con la scristianizzazione, bensì ha solo perso il suo significato teologico per essere ritorto contro la stessa civiltà giudeocristiana. Così, il senso di colpa cristiano è stato traviato dai professionisti del pentimento in una vera e propria arma di guerra psicologica: la colpevolizzazione».

L’Occidente è diventato la civiltà del vittimismo organizzato
– interno ed esterno – perché nessuno può più chiedere di essere perdonato. La vittima non chiede riconciliazione, ma potere e privilegi come forma di indennizzo. Il destino di una società governata dal senso di colpa e nella quale è assente il perdono è la disgregazione e frammentazione in comunità rivali che si rapportano fra loro sulla base del rancore anziché della vocazione all’amicizia e alla socialità. Una triste prospettiva, quando viene in mente che anche un filosofo ateo come Jacques Derrida aveva compreso il segreto del perdono cristiano: «Il perdono», ha scritto, «se ce n’è, deve e può perdonare solo l’imperdonabile, l’inespiabile e quindi fare l’impossibile».



















martedì 4 giugno 2019

I Sermoni del Beato Newman, antidoto al relativismo








Fabio Piemonte, 03-06-2019


“Fede è fare affidamento nelle parole di un Altro”, sapendo che “il cielo è un traguardo che esige il nostro amore più alto e i nostri sforzi più tenaci”. Così il beato John Henry Newman nelle omelie raccolte nei Sermoni anglicani, pronunciate prima della sua conversione al cattolicesimo e testimoni della sua tensione verso la verità.
“Faceva la teologia già predicando e i suoi sermoni li pensava teologicamente”. Con queste parole il gesuita Carlo Huber introduce i Sermoni anglicani di John Henry Newman, recentemente riproposti da Jaca Book, che sta pubblicando meritoriamente l’opera omnia del cardinale inglese in una nuova edizione. Tali sermoni costituiscono per i pastori della Chiesa “un esempio di come dovrebbe essere un’omelia: intelligente, profonda, ma chiara e facile da comprendere; non piatta, banale, contorta e difficile”.

Pronunciate tra il 1825 e il 1843, quando era ancora pastore anglicano, le omelie di Newman contenute nei Sermoni anglicani non compromettono sul piano dottrinale l’ortodossia della fede cattolica. Nella predica per la festa di San Tommaso apostolo, egli afferma che nessuno dei discepoli in realtà, eccetto Giovanni, credette immediatamente alla risurrezione del Signore finché non lo vide e riconobbe, così come fu per Tommaso. Tale episodio del discepolo incredulo offre al futuro cardinale l’occasione per precisare che Gesù, come nel caso della fede del centurione, loda “la fede di chi crede prontamente”. “Fede è fare affidamento nelle parole di un Altro”, o meglio - sottolinea il beato Newman - “mettere da parte il proprio io per vivere sulle parole di Colui che parla nei Vangeli”, secondo quanto scrive in un’altra omelia. Di qui “la religione deve essere realizzata in atti particolari al fine di poter continuare ad essere viva”, per dirla con le sue parole, pronunciate nel sermone per il lunedì della Settimana di Pasqua.

In diverse omelie egli esorta i fedeli a fuggire la tentazione di una religione fai da te, abbracciando un relativismo teologico tuttora piuttosto in voga, in nome del quale ci si potrebbe presto accorgere di star adorando “un mero nome astratto oppure una vaga creazione della mente al posto del Figlio Semprevivo, insegnando una religione del cuore senza ortodossia di dottrina”. Egli denuncia altresì “la corruzione di una filosofia spregiudicata e presuntuosa disseminata sopra la nostra fede, come una precisa volontà di estrarre il nostro Credo, ognuno per proprio conto, come meglio può, dalle fonti profonde della verità”.

Riguardo alla Provvidenza del Creatore, evidenzia con parole mirabili la prossimità del Padre ai suoi figli nelle circostanze liete e dolorose della vita: “Tu non ami te stesso meglio di quanto Egli ti ami. Tu non puoi sfuggire al dolore più di quanto Egli si dolga del tuo doverlo sopportare”. Relativamente all’amore verso gli amici, Newman ritiene che sia “il solo esercizio preparatorio per l’amore verso tutti gli uomini”. Infatti “noi non possiamo amare color dei quali non conosciamo nulla; eccetto il caso che li consideriamo in Cristo, come obiettivi della Sua Redenzione, cioè, nella fede piuttosto che nell’amore”.

In un’omelia su “Il pericolo della ricchezza”, egli mette in guardia i fedeli dal rischio di cadere nella trappola di confidare eccessivamente nella “sicurezza temporale alla quale le ricchezze conducono”. Newman chiarisce in proposito che “ogniqualvolta compiamo le nostre azioni riferendoci a un oggetto di questo mondo, quand’anche sia il più puro, siamo esposti alla tentazione di fissare i nostri cuori allo scopo di ottenerlo”. Si tratta dunque in realtà di ‘eccitamenti’ “che ci proiettano fuori dalla serenità e stabilità della fede, facendo convergere i nostri pensieri su qualcosa che è privo di ciò che è infinitamente alto ed eterno”. E in effetti “una vita dedicata al far quattrini è una vita piena di preoccupazioni” vissuta nell’ansia di perdere quelle ricchezze che con tanta fatica si è cercato di accumulare.

In relazione al sacramento della Confessione e al significato del pentimento, il beato Newman ribadisce con la stessa chiarezza che contraddistingue il suo linguaggio omiletico che “la condotta più decorosa di un peccatore coscienzioso è una resa incondizionata di se stesso a Dio”, in quanto “tenendo presente i diritti del Benefattore che egli ha offeso e vergognosamente colpito e il senso della propria ingratitudine, egli deve arrendersi al suo legittimo Sovrano”.

Riguardo al rapporto tra Chiesa e realtà mondana, in un sermone dedicato al tema della “Sottomissione all’autorità della Chiesa”, scrive ancora: “La fede non si sente a proprio agio a portare il linguaggio del mondo nel suo sacro ovile, o a mettere le gelosie del mondo nel suo sistema di governo divino, a pretendere diritti, ad adulare i molti, o a corteggiare i potenti. Qual è il più grande desiderio della fede, il suo massimo godimento? Un santo che muore vi risponderà”. Insomma la testimonianza del martire rimane la prova provata della fede del cristiano e l’obbedienza la virtù per eccellenza dell’uomo di fede, la quale consiste “nel non aver bisogno di fare delle scelte per conto proprio”.

Il cristiano è chiamato a comprendere che la vera libertà non è la libertà dalla legge, bensì la libertà della Legge e dei precetti divini. Per questo egli deve avere un altro metro di giudizio e assecondare un altro criterio d’azione che risponde a una logica inversa e opposta ai canoni del pensiero mainstream e che valuta addirittura quale “disgrazia capitata a un peccatore quella libertà di pensiero e azione di cui il mondo si vanta come del massimo bene”. D’altra parte, afferma infine il beato inglese, “il cielo è un traguardo che esige il nostro amore più alto e i nostri sforzi più tenaci”.













Suicidio assistito dopo lo stupro, abisso chiama abisso






04/06/2019

C’è un solo dato certo, nella storia di Noa Pothoven, la diciassettenne olandese che cinque giorni fa ha ottenuto il suicidio assistito perché segnata da un’esperienza devastante come possono essere tre violenze subite (la prima a 11 anni, l’ultima a 14): quella giovane è morta quattro volte. Tre per mano di bestie dalle sembianze umane, una tramite una barbarie dalla sembianza di Stato. Ed è su quest’ultima morte – quella definitiva, purtroppo – che dovremmo riflettere chiedendoci se alla povera Noa, con essa, sia stato dato un sostegno o una scorciatoia, un abbraccio o un colpo di grazia. Il fatto che lei non sia più tra noi, e soprattutto tra quelli che le hanno voluto bene, credo basti e avanzi per capire che il suicidio assistito non è stato che l’ennesimo orrore toccatole.

Invece i nostri bravi giornalisti sono tutti lì – rigorosamente allineati e falsamente commossi – a raccontare la storia di questa giovane donna osannando la «sua lotta», la sua «lunga battaglia per l’autorizzazione alla dolce morte». Come se le cose dovessero per forza andar così; come se si potesse parlare di autodeterminazione nella scelta di morte di una ragazza che dalla morte, nella vita, era stata tallonata. Non so se ve ne siete accorti, ma stiamo allegramente passando dall’eutanasia come rimedio al dolore terminale al suicidio assistito come estremo rimedio allo stupro: il tutto senza provare quel minimo di schifo. Una volta speravo, davanti a certe follie, in chi avesse avuto il coraggio di alzare la voce. Oggi sarebbe già qualcosa se qualcuno avvertisse il bisogno di turarsi il naso. Spero di non chiedere troppo.

Giuliano Guzzo













lunedì 3 giugno 2019

OPERAZIONE ALCHEMICA, NON CHIRURGICA






Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XII n° 6 - Giugno 2019



“Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura, chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,15-16)... è così semplicemente chiaro Nostro Signore Gesù Cristo, è così semplicemente chiaro il Vangelo.


Maledetti i teologi che hanno interpretato e reinterpretato fino a vanificare la parola del Signore, maledetti e non benedetti perché hanno tolto dal cuore della Chiesa la preoccupazione per la salvezza. Hanno commentato, hanno aggiustato, hanno attenuato fino a vanificare il cuore di tutto, la preoccupazione per la salvezza delle anime.


Salus animarum suprema lex, la salvezza delle anime è la legge suprema della Chiesa, questo lo sapevano tutti, prima che delle maldestre ermeneutiche illanguidissero mostruosamente il vangelo.


È sotto gli occhi di tutti che oggi, nella vita della Chiesa, questa preoccupazione sia praticamente scomparsa. Non se ne parla più e se qualcuno osa parlarne ancora provoca un irritato fastidio: è un linguaggio che non piace, peccato sia il linguaggio di Cristo!


E la Chiesa la si è voluta riprogrammare a tappe forzate su altro; si sono lasciati morire, in questi decenni, i superstiti della “vecchia” Chiesa e del vecchio e semplicistico cristianesimo, impegnato ancora nel salvare e nel salvarsi, e si sono riprogrammati i quadri per una nuova chiesa impegnata in altro: nuovi preti, nuovi vescovi, nuovi fedeli... per la chiesa che si sognava del futuro.


La preoccupazione per la salvezza brutalmente sostituita con la preoccupazione per l'unità del genere umano... senza portare a sostegno della propria tesi una sola parola della Sacra Scrittura e della Tradizione.


E perché questa operazione dai salotti ermeneutici potesse diffondersi velocemente nel popolo, si è provveduto a cambiare la messa e con essa tutta la liturgia: ecco perché la famiglia dei teologi reinterpretanti ha in odio la vecchia messa e la vecchia chiesa. E l'odio loro è violento, odiosamente violento.


“Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo...”, ... sarà salvo... toccare questo principio, far sì che non sia più LA preoccupazione della Chiesa, modificare questo principio diminuendolo o tacendolo (e lo si modifica anche tacendolo, soprattutto tacendolo) equivale ad uno tzunami, ad un cataclisma nella Chiesa di Dio.


Per chi non crede più al problema della salvezza, perché tutti si salvano automaticamente essendo uomini amati da Dio; per chi non vuol più sentir parlare di salvezza delle anime, la conseguenza ragionevole sarebbe quella di dichiarare chiusa l'esperienza della Chiesa stessa: se la Chiesa non serve per la salvezza, perché tutti son già salvi, a quale scopo essa esisterebbe?


Ma la neo-chiesa non brilla per ragionevolezza e non brilla per applicazione del principio di non-contraddizione.


La gente invece, che è più ragionevole, questo lo avverte quasi naturalmente, così tanto che sta abbandonando da tempo una chiesa nei fatti dichiaratasi inutile; ma loro no, i “governatori” della rivoluzione svuotante la fede, si ostinano nel tenere aperto un aborto di chiesa, occupata solo nell'unità del genere umano, senza nemmeno che quest'unità sia dichiarata in Gesù Cristo.


I nostri tempi saranno ricordati dai cattolici del futuro come quelli della più grande crisi mai vista, come i tempi del grande inganno, dell'inganno più assurdo.
Si assiste infatti alla consumazione di una vastissima e profonda riprogrammazione del Cattolicesimo; riprogrammazione sfigurante la Chiesa di Cristo.


Si tratta non tanto di un'operazione chirurgica, ma alchemica.


Molti tradizionali pensavano fosse un'operazione chirurgica quella dei modernisti. L'operazione chirurgica toglie qualcosa e allora chi reagisce tende a rimettere ciò che è stato tolto. Molte volte le eresie furono operazioni prevalentemente chirurgiche: pensiamo ai protestanti che tolsero sacramenti, culto dei santi e culto della Beata Vergine Maria.


Dalla chirurgia degli eretici in fondo è facile salvarsi e reagire, l'operazione la vedi, ti accorgi facilmente di ciò che tolgono.


Ma qui no, la faccenda è immensamente più seria, perché l'operazione è alchemica: esternamente tutto è lasciato, ma dentro è reinterpretato in senso svuotante; hai le cose della Chiesa di sempre ma vogliono dire altro: messa, sacramenti, preghiere, comandamenti... lasciati e reinterpretati. Alla fine ti trovi in una chiesa non più cattolica, che conserva ricordi di cattolicesimo.


Operazione non chirurgica ma alchemica: l'apparenza è la stessa, papi-vescovi-preti-fedeli... l'apparenza è la stessa, la sostanza no! È reinterpretata. Le parole cristiane sono l'involucro per vuoti abissi agnostici.


La chiave di volta del cambiamento: la scomparsa della preoccupazione della salvezza.


Dobbiamo smettere di pensare di poter tornare alla tradizione rimettendo qualche cosa del passato: quanti preti e fedeli si illudono così. Difronte all'alchimia modernista non basta rimettere qualcosa, se poi ti reinterpretano ciò che hai rimesso.


Occorre ripartire dal cuore: la preoccupazione per la salvezza delle anime, la nostra e quella di tutti.


La preoccupazione della salvezza deve essere il cuore di ogni preghiera e gesto, deve arrivare a coincidere con il battito del nostro cuore, solo allora ciò che facciamo non sarà svuotato e tornerà ad essere integralmente cattolico.
















sabato 1 giugno 2019

La Gregoriana, l'università pontificia romana dei gesuiti, ospita una mostra anticattolica









sabato 1 giugno 2019

Con dovizia di dettagli a dir poco inquietanti, leggiamo su LifeSiteNews la notizia di una mostra fotografica sull'ateismo e l'incredulità - con una coppia omosessuale, un trans-umanista e una strega che sostiene "l'estinzione dell'umanità" - ospitata a Roma nell'atrio principale della Pontificia Università Gregoriana in collaborazione con la facoltà di teologia della stessa università. La mostra, intitolata "Miscredenze", presenta ritratti e storie di atei e non credenti di tutto il mondo. Infatti è stata organizzata in concomitanza con una "grande conferenza sull'ateismo" sulla Cultura della miscredenza che si è tenuta sempre presso l'Università Gregoriana, dal 28 al 30 maggio, nell'alveo di un programma di ricerca multidisciplinare guidato dall'Università del Kent. Co-hosting dell'evento è il Pontificio Consiglio della Cultura nel quadro del dialogo con i non credenti.


L'università, gestita dai gesuiti, non è nuova come sede di eventi chiave, tra cui un incontro segreto [qui] che ha cercato di influenzare il Sinodo sulla Famiglia 2015 nel senso dell'accettazione delle unioni omosessuali e una conferenza pubblica del successivamente neo-nominato membro della Pontificia Accademia per la Vita, p. Maurizio Chiodi, in diretta contraddizione con l'insegnamento del Magistero della Chiesa in Humanae Vitae [qui; vedi anche, al riguardo, un commento del prof. Seifert].

Sacerdoti e giovani studenti laici erano ben poco edificati dalla mostra, vista da un giovane sacerdote come "una sorta di nuova strutturazione della società secondo ideali progressisti che può dirsi radicata nel marxismo sociale". Egli aggiunge, tra l'altro: "Questo tipo di esposizione fa apparire la Chiesa preoccupata di acquisire una maggiore credibilità laica".
Un giovane studente di teologia che sta vagliando la sua vocazione al sacerdozio dichiara: "È uno scandalo trattare la vita accademica cattolica separatamente da Cristo. Come avrebbe reagito Sant'Ignazio?". Si è mostrato particolarmente indignato per la scelta di ospitare la mostra nell'atrio principale della Gregoriana: "Nella stessa aula che ospita la statua di Nostro Signore recante l'iscrizione "Va', insegna a tutte le nazioni; Ecco, io sono con te" gli studenti sono accolti dalla foto di un uomo cattolico che dice di aver contratto un "matrimonio" omosessuale con il compagno che la didascalia chiama suo "marito".


"La doppiezza di un'università cattolica che giustappone certi messaggi è l'immagine per antonomasia del relativismo che affligge la società e, sfortunatamente, grandi spazi della Chiesa. Perché stiamo mettendo da parte le belle parole del Signore: Ecco, io sono con te! "Nella casella dedicata ai commenti dei visitatori uno studente ha inserito il commento: "Satanico".