venerdì 12 gennaio 2018

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale (II parte)








Una forma volta a Dio, ma a misura d’uomo


Proseguiamo l’indagine sugli elementi propri della forma extraordinaria che favoriscono la presa di coscienza della presenza del sacro. (Seconda parte)

Il rito

Raccoglimento, adorazione, silenzio



In primo luogo, vengono le disposizioni di raccoglimento, di adorazione e di silenzio religioso. In tal senso, così scrive il cardinale Robert Sarah in La forza del silenzio:
“Vorrei fare un appello a una vera conversione! Cerchiamo con tutto il nostro cuore di diventare in ciascuna delle nostre celebrazioni eucaristiche ‘un’Ostia pura, un’Ostia santa, un’Ostia immacolata’! Non dobbiamo avere paura del silenzio liturgico. Come mi piacerebbe che i pastori e i fedeli entrassero con gioia in questo silenzio pieno di sacro rispetto e di amore del Dio indicibile. Come mi piacerebbe che le chiese fossero luoghi in cui regna il grande silenzio che annuncia e rivela la presenza adorata di Dio. Come mi piacerebbe che i cristiani, nella liturgia, potessero fare l’esperienza della forza del silenzio!” (La forza del silenzio, trad. it., Cantagalli, Siena 2017, n. 265, p. 163).

Queste righe sono illustrate dalla recita silenziosa del canone. Analogicamente, essa è nella forma extraordinaria ciò che è l’iconostasi per i nostri fratelli orientali: questo luogo, questo momento, è sacro.

Se i monaci di Fontgombault, dopo avere praticato per circa dieci anni il messale del 1969, hanno desiderato un ritorno al messale del 1962, è perché tale messale sembrava loro in particolare armonia con la vita monastica, la ricerca di Dio nel silenzio del chiostro, la comunione profonda in un cuore a cuore, preludio del faccia a faccia dell’eternità. Il carattere più contemplativo di questa forma promuove la dimensione verticale della liturgia, che è “cammino dell’anima verso Dio” (Benedetto XVI). Così, che gioia la riscoperta della liturgia dell’ottava di Pentecoste!


Ripetizioni e sobrietà

Secondariamente, osserviamo che il messale del 1962, come gli altri riti anteriori alla riforma liturgica, non teme le ripetizioni, i doppioni, le insistenze. Esso si prende il suo tempo, perché l’uomo ha bisogno del tempo, sollecitando instancabilmente uno spirito errante per riportarlo all’essenziale.
Il Vangelo c’insegna che la Vergine Maria meditava conservando fedelmente nel suo cuore (cfr. Lc 2,19;51) gli avvenimenti che segnarono la nascita del suo Figlio. Ugualmente dev’essere per il contemplativo, per il monaco: non multa sed multum, non la quantità, ma la qualità.
Amica della tradizione monastica, Hélène Lubienska de Lenval (1895-1972) sosteneva una pedagogia fondata essenzialmente sul silenzio e i riti. Così scriveva:

“La liturgia è lenta: essa ama la minuzia, le ripetizioni e i preparativi interminabili. Essa trae il suo ritmo dalla pedagogia divina che ha modellato il popolo eletto per mezzo di un rituale lento e minuzioso. Quando si affretta sotto la pressione della vita moderna – frenetica perché infeodata alla materia – essa perde la sua efficacia psicologica e diventa formale… Essa resta operante là ove mantiene il suo proprio ritmo, presso i monaci. La liturgia combatte al contempo la pesantezza dei muscoli e l’impazienza dei nervi; essa impone al medesimo tempo il movimento e la lentezza. Ed è attraverso la lentezza che la liturgia domina il tempo. Perché tempo e materia sono correlati, e non si può vincere l’uno senza l’altro. L’uomo moderno va in senso inverso e cerca di sventare il tempo con la velocità. Ahimè, lungi dal dominare la materia, vi s’impantana” (L’entraînement à l’attention, Spes - Centre d’études pédagogiques, Parigi 1953, pp. 85- 86).
Aggiungiamo una riflessione a proposito del lezionario del messale del 1962, ritenuto povero. L’arricchimento della lettura della Sacra Scrittura uscita dalla riforma liturgica, la lunghezza di talune pericopi, non saranno di ostacolo alla contemplazione? Certamente, i laici che hanno sempre meno tempo da dedicare alla lectio divina, forse anche i sacerdoti secolari, schiacciati dal ministero, ne trarranno profitto. Per i monaci, l’abbondanza e la varietà delle letture, gustate da alcuni e sicuramente non senza valore, appaiono piuttosto generalmente come eccessive. Questo partito preso sacrifica la ripetizione delle pericopi rilette, ruminate, imparate a memoria, mai esaurite. La moltiplicazione dei Prefazi potrebbe suscitare un’analoga riflessione. Il cardinale Ratzinger ha suggerito saggiamente “alcuni nuovi prefazi della Messa, un lezionario esteso – più scelta di prima, ma non troppa” (Lettera al prof. Heinz-Lothar Barth del 23 giugno 2003), ciò che potrebbe essere adottato nella forma extraordinaria: non multa sed multum. La sobrietà invita alla contemplazione.


L’offertorio

Fra le ricchezze del messale del 1962, molti sottolineano la profondità delle preghiere dell’offertorio. Come scrive il cardinale Sarah, “[esso] è, però, il momento in cui, come indica il suo nome, tutto il popolo cristiano si offre, non solo insieme a Cristo, ma in Lui, mediante il suo sacrificio che sarà realizzato nella consacrazione” (La forza del silenzio, cit., n. 266, p. 164).
Suscipe sancte Pater... quam ego indignus famulus tuus... In spiritu humilitatis et animo contrito... Grandezza del mistero, del sacro, e umile condizione del servitore di cui il Signore vuole avere bisogno, si affiancano. Sarà così fino al Placeat finale:sacrificium quod oculis tuae majestatis indignus obtuli.




[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 2 - continua (la prima parte qui)]


















giovedì 11 gennaio 2018

Un altro colpo di piccone all’insegnamento morale della Chiesa



scritto da Aldo Maria Valli



«Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti»

Mt 19,17

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi»

Gv 8,32

«Purché questa libertà non divenga pretesto per vivere secondo la carne»

Gal 5,13



Prima o poi ci si doveva arrivare. E infatti ci siamo arrivati. Don Maurizio Chiodi, teologo moralista e neo-membro ordinario della Pontificia accademia della vita, recentemente rinnovata da papa Francesco, ha sostenuto che in alcune circostanze la contraccezione non è solo consentita, ma necessaria. Le dichiarazioni di Chiodi sono arrivate durante il suo intervento del 14 dicembre 2017 all’Università Gregoriana di Roma nell’ambito di un ciclo di lezioni pubbliche per i cinquant’anni dell’enciclica di Paolo VI «Humanae vitae».

Ha detto dunque don Chiodi: «Ci sono circostanze, mi riferisco ad “Amoris laetitia” capitolo VIII, che proprio per responsabilità richiedono la “contraccezione”».

«Rileggere “Humanae vitae” (1968) a partire da “Amoris laetitia” (2016)» è stato il titolo della relazione, nel corso della quale il professore ha spiegato: «La tecnica, in determinate circostanze, può consentire di custodire la qualità responsabile dell’atto coniugale anche nella decisione di non generare quando sussistano motivi plausibili per evitare il concepimento di un figlio. La tecnica, mi pare, non può essere rifiutata a priori quando è in gioco la nascita di un figlio, perché anche la tecnica è una forma dell’agire e quindi richiede un discernimento sulla base di criteri morali, irriducibili però a una interpretazione materiale della norma».

Come si vede, centrale è l’idea di «discernimento» utilizzata per mettere in discussione l’oggettività, l’universalità e la cogenza della norma morale.

Nell’«Humane vitae» Paolo VI definì la contraccezione contraria non solo all’apertura alla vita, ma anche all’amore coniugale, caratterizzato dall’inscindibilità dell’aspetto unitivo e procreativo. Di qui l’insegnamento di papa Montini: «In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche. È parimenti da condannare, come il magistero della Chiesa ha più volte dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna. È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni: che bisogna scegliere quel male che sembri meno grave o il fatto che tali atti costituirebbero un tutto con gli atti fecondi che furono posti o poi seguiranno, e quindi ne condividerebbero l’unica e identica bontà morale. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali. È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato [giustificato, ndr] dall’insieme di una vita coniugale feconda» («Humanae vitae», n. 14).

Non si può mai fare il male, neppure se si pensa che ne possa derivare un bene, insegna Paolo VI alla luce dell’eterno disegno di Dio. C’è un oggettività del male che non può essere in alcun modo aggirata. Ma ecco che don Chiodi contesta questo punto decisivo, sostenendo che «il compito della teologia morale di oggi, riprendendo le istanze conciliari di “Gaudium et spes” n. 16 e alla luce anche della svolta antropologica rahneriana», è «quello di affrontare una sfida per pensare una teoria della coscienza del soggetto morale che dimostri la forma morale e credente». Poiché, in questa prospettiva, «le norme morali non sono riducibili a una oggettività razionale, ma appartengono alla vicenda umana intesa come una storia di salvezza e di grazia», ecco che «la persona è chiamata alla dimensione del cammino, a discernere quel bene possibile che sfuggendo all’opposizione assoluta tra bene e male, bianco o nero dice “Amoris laetitia”, si fa carico delle circostanze a volte oscure e drammatiche».

Ora, se le norme morali, come dice Chiodi, «custodiscono il bene e istruiscono, ma sono storiche» e «non sono riducibili a una oggettività razionale», inevitabile è la conclusione che la scelta della contraccezione, in determinati casi, è possibile e perfino doverosa. Secondo Chiodi non ci sarebbe alcun cambiamento dottrinale, ma solo la necessità di un ripensamento della norma morale per « mostrarne il senso e la verità». Tuttavia è chiaro che lungo questa via quella che viene affermata, proprio come in «Amoris laetitia», è l’etica della situazione, rigettata non solo da «Humanae vitae» ma da tutto il magistero precedente e successivo, e in particolare da san Giovanni Paolo II in «Veritatis splendor», là dove il papa, respingendo la «concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale» (n. 39), scrive: «Per giustificare simili posizioni, alcuni hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l’originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta. Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale. In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un’opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male. Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette “pastorali” contrarie agli insegnamenti del magistero e di giustificare un’ermeneutica “creatrice”, secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare. Non vi è chi non colga che con queste impostazioni si trova messa in questione l’identità stessa della coscienza morale di fronte alla libertà dell’uomo e alla legge di Dio» (n. 56).

Leggiamo ancora da «Veritatis spledor»: «Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti irrimediabilmente cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: “Quanto agli atti che sono per se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt) — scrive sant’Agostino —, come il furto, la fornicazione, la bestemmia, o altri atti simili, chi oserebbe affermare che, compiendoli per buoni motivi (causis bonis), non sarebbero più peccati o, conclusione ancora più assurda, che sarebbero peccati giustificati?» (n. 134).

Il professor Chiodi dunque, sostenendo che non esistono azioni umane che sono intrinsecamente sbagliate in tutte le circostanze e che di conseguenza la contraccezione è moralmente obbligatoria in determinate circostanze, contesta un insegnamento morale centrale della Chiesa cattolica e rigetta il magistero al centro non solo di «Humanae vitae», ma anche di «Familiaris consortio» e «Veritatis splendor».

Ma in tal modo, osserva il professor Josef Seifert (si veda «Professor Seifert Comments on Fr. Chiodi’s “Re-Reading of Humanae Vitae”», in www.onepeterfive.com) Chiodi propone posizioni filosofiche ed etiche «profondamente errate e totalmente distruttive non solo dell’insegnamento morale della Chiesa cattolica, ma anche dell’essenza della moralità», perché assoggettate al relativismo storico e all’etica della situazione.

Come nota Seifert, affermando che le norme della legge naturale sono storiche si mette in discussione alla radice il valore eterno e universale della norma morale e si apre la via al dominio dell’uomo sull’uomo.

A proposito di contraccezione, il vecchio argomento utilizzato già cinquant’anni fa dai critici di «Humane vitae» sostiene che una grande percentuale di sposi cattolici pratica abitualmente la contraccezione e non accetta la norma indicata dalla Chiesa. Tanto è vero che preti e vescovi preferiscono non parlarne. Ma con ciò? Significa forse che sarebbe giustificato non rispettare l’ottavo comandamento, e non richiamarlo, perché la maggioranza dei cattolici mente?

Legando ciò che è buono o cattivo alle situazioni concrete e al giudizio soggettivo si aprono prospettive inquietanti. Ecco perché, ricorda Seifert, il proporzionalismo morale è dichiarato falso, e pericoloso, non solo dalla Chiesa, ma anche da altre religioni e dalla ragione umana, attraverso il pensiero di grandi filosofi come Socrate e Platone.

Aldo Maria Valli



















aldomariavalli.it/2018/01/11



mercoledì 10 gennaio 2018

Perché il Tabernacolo non è più al centro?





La questione della posizione del Tabernacolo non si pone tanto per le grandi chiese (cattedrali e santuari) dove la collocazione laterale serve soprattutto a non farlo smarrire nella grandezza del tempio, quanto si pone per le chiese di medio-piccola grandezza.

C’è un senso in quello che sta avvenendo negli ultimi anni?

Pensiamo proprio di sì. Questo va trovato nei motivi che costituiscono l’essenza del pensiero post-conciliare. Uno su tutti: il voler considerare l’edificio liturgico più come realtà di comunione –come indubbiamente anche è- che come realtà di mistero.

Chiediamoci: l’edificio liturgico è “luogo” per una assemblea oppure “luogo” per una Presenza?

Anche da questa alternativa, o meglio, anche da questo porre l’accento soprattutto sulla prima possibilità (la chiesa come luogo per assemblea) scaturisce quello che si può definire perdita del senso del mistero e dell’incontro.

Perdita che –come è sotto gli occhi di tutti- ha reso meno persuasiva la proposta cristiana. Tutte le ragioni utilizzate per giustificare l’uso di porre a lato il Tabernacolo anche se non vogliono diminuire l’atteggiamento di adorazione, ne minano la ragion d’essere.
Diciamo subito che non esiste una sola ragion d’essere dell’adorazione, se ne potrebbero almeno individuare un paio: l’adorazione prossima e l’adorazione presente.

La prima (l’adorazione prossima) è riscontrabile in tutte quelle spiritualità che posseggono almeno una di queste due caratteristiche: riconoscimento dell’uomo come non-creatura oppure riconoscimento dell’uomo come realtà totalmente separata da Dio e quindi insanabile. In queste spiritualità l’adorazione è prossima, in quanto non esisterebbero le condizioni per poter veramente adorare.

L’adorazione presente è, invece, un tratto tipico del cattolicesimo, perché in questo manca tanto la caratterizzazione panteistica, quanto quella protestantica di demonizzazione del mondo. Nel cattolicesimo di certo la tensione dell’attesa non è assente, ma è fondamentale la convinzione secondo cui tutto ciò che attualmente è sperimentabile dall’uomo è già “luogo” di una Presenza vera e salvifica del mistero del Verbo incarnato.
Ciò è della fede nella Presenza reale dell’Uomo-Dio nell’Eucaristia. La Chiesa è sì comunione dei figli di Dio, ma nella, con e per la Presenza reale di Cristo.

La centralità del Tabernacolo è la centralità dell’Eucaristia, cioè della presenza reale, fisica, di Cristo ancor oggi nella Chiesa.

La centralità del Tabernacolo ha lo scopo di rendere l’edificio liturgico non luogo per attendere e per ricordare, ma luogo per fare esperienza di una Presenza fisica.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza


Il Cammino dei Tre Sentieri










itresentieri.it




martedì 9 gennaio 2018

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale / terza parte






da romualdica.blogspot.it/2018/01/08

I gesti


Mentre abbiamo sottolineato l’aspetto contemplativo della forma extraordinaria, può sembrare paradossale soffermarci ora al posto del corpo, sollecitato da un gran numero di gesti: genuflessioni, riverenze, segni di croce. La liturgia è un’azione!

Osserviamo che la giornata monastica associa anch’essa ampiamente il corpo alla preghiera, in una liturgia che si estende dal mattino alla sera.

Il mondo, peraltro così attivo, si è accomodato a uno svilimento del gesto, accentuato dai mezzi moderni di comunicazione. In maniera paradossale, l’uomo moderno si muove, è più attivo, ma svolge meno gesti. La riforma liturgica aveva in un certo senso anticipato questo fenomeno della società. Al contrario, come non notare l’importanza che il Signore dà ai gesti, sia nei suoi miracoli sia nei suoi rapporti con il prossimo (“Chi mi ha toccato?”, dice a riguardo della donna che aveva perdite di sangue, Lc 8,45). La fede del sacerdote, quella dei fedeli, guadagnano alla presenza dei segni sensibili, compiuti in verità, al fine di essere stimolati, attenti, presenti (cfr. san Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, IIIa Q.85, a.3).

A partire dalla consacrazione, i gesti, compiuti attorno alle specie del pane e del vino, imprimono fino nel corpo il richiamo costante della realtà del Calvario rappresentato e reso realmente presente. A condizione di dare a ciascuno di essi, senza affettazione, il peso del significato spirituale che gli conviene, il corpo si associa in maniera intensa allo spirito e all’anima, incarnando la parola, manifestando l’umiltà di colui che è di fronte al mistero di Dio presente. Il timore reverenziale s’installa allora nel cuore, dando all’uomo il suo giusto posto. La messa non è solo una cena, è anche un sacrificio.

Compiuti in maniera negligente, questi stessi gesti accuseranno senza pietà il ministro.
Attraverso la celebrazione della forma extraordinaria, i sacerdoti riscopriranno l’importanza dell’ars celebrandi e sapranno trarne beneficio per una migliore celebrazione nell’una o nell’altra forma. “L’apparente minuzia richiesta dal rito… non spinge il celebrante in una rigida camicia di forza, ben al contrario, il sacerdote si trova in un quadro stabilito che non lascia spazio alle iniziative personali e gli dà quindi una grande libertà di spirito per essere attento al grande mistero che si compie sull’altare e di cui è il ministro e il servitore” (Dom Antoine Forgeot, premessa all’opuscolo di don Pierre-Emmanuel Desaint, Apprendre la célébration de la Messe basse selon le Missel de 1962, Editions Petrus a Stella, Abbaye Notre-Dame de Fontgombault 2009). Di fatto, la forma extraordinaria è più lunga, più esigente da apprendere. In seguito, essa libera il celebrante. Paradossalmente, la forma ordinaria – lasciando spazio a una maggiore libertà – può condurre a una certa esagerazione liturgica dannosa per l’incontro del Mistero nel suo spogliarsi.

Così scriveva san Giovanni Paolo II: “la Sacra Liturgia esprime e celebra l'unica fede professata da tutti ed essendo eredità di tutta la Chiesa non può essere determinata dalle Chiese locali isolate dalla Chiesa universale” (Ecclesia de Eucharistia, 51). A fortiori, essa non è la proprietà del sacedote o di un’équipe liturgica. Il rito liturgico va sempre recepito umilmente. Comprenderlo necessita la conversione evocata in esordio, che in prima battuta può respingere. Vi è là come un passo da fare nella fede, nella fiducia inoltre nella pedagogia della Chiesa, che sa come condurre l’uomo verso il mistero.

Per il monaco sacerdote, la ricchezza dei riti del messale tridentino è senza fine. È già difficile esprimere brevemente ciò che si sperimenta giorno dopo giorno lungo la vita nell’intimità che procura al monaco sacerdote la messa, quale che sia il rito; ma non meno difficile provare a mettere in luce ciò che apporta in quest’ambito un rito sapientemente codificato a partire da una tradizione di oltre dieci secoli e che ha forgiato così tanti santi.

Dal primo momento, le preghiere ai piedi dell’altare invitano a lasciare la parte anteriore del tempio – il profano – per raggiungere il luogo santo, l’altare di Dio: Introibo ad altare Dei. Il sacerdote è chiamato a fare propria l’angoscia del giardino degli ulivi: Judica me, Deus, et discerne causam meam de gente non sancta... tristis est anima mea... Egli è al contempo nell’anima del Salvatore e in quelle di tutti i peccatori, compassionevole per la loro miseria e presentandola al sangue redentore. Bisognerebbe seguire i riti passo dopo passo: numerosi commentatori lo hanno fatto, in particolare nel Medioevo; poi sono stati screditati da sapienti liturgisti, che sezionando le cause storiche dei riti, hanno dimenticato che lo Spirito Santo opera per mezzo delle cause seconde e può fare adottare certi gesti o talune formule per ragioni certamente umanamente spiegabili, ma dando loro un significato e delle conseguenze spirituali molto più profonde di quanto la ragione immediata non può lasciare intendere.

Da questo punto di vista, la riscoperta del messale del 1962 è stata vissuta dai monaci di Fontgombault come un arricchimento. Che invito, per il monaco che non ha null’altro da fare che lasciarsi prendere dal mistero e trascorrervi del tempo…

Consentitemi una riflessione in vista di un esame di coscienza. L’argomento che consente di stabilire che il messale del 1962 non può essere abrogato è la natura della riforma, che rimodella profondamente quel messale e in cambio gli dà il diritto di sussistere come tale. Nella lettera ai vescovi di Benedetto XVI in occasione della pubblicazione del motu proprio, è scritto: “Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto”. Perché tante ricchezze lasciate da parte, si dice oggi? La vera domanda non sarà piuttosto: perché tanti sacerdoti che all’epoca celebravano secondo il messale del 1962 non hanno avuto coscienza di svendere l’eredità liturgica della Chiesa? Celebrare un rito quindi non basta? Hanno incontrato abbastanza il mistero?

Con il motu proprio Summorum Pontificum Benedetto XVI invita a correggere due errori liturgici: il razionalismo che disseziona e il formalismo rubricista.

Ricordiamo inoltre il primo articolo del motu proprio, in cui è detto: “Queste due espressioni della ‘lex orandi’ della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella ‘lex credendi’ (‘legge della fede’) della Chiesa”. Di fatto, la Chiesa cresce come prega. L’unità del rito che si esprime sotto due forme partecipa dell’unità della fede. Al contempo, ogni forma ha il dovere di esprimere al meglio l’unità del rito, e così di partecipare dell’unica fede. Se il Concilio Vaticano II ha promosso un’apertura della Chiesa al mondo, gli ultimi Papi hanno altresì ricordato che quest’apertura non poteva andare a scapito della confessione integrale del mistero di Dio e di Gesù Cristo, senza correre il rischio per la Chiesa di diventare una semplice ONG (cfr. la prima omelia di Papa Francesco, 14 marzo 2013).


La Messa letta


Un ultimo punto merita di essere affrontato, riguardante l’uso della concelebrazione. Dopo avere ricordato che la concelebrazione “manifesta in modo appropriato l’unità del sacerdozio”, la costituzione Sacrosanctum Concilium (nn. 57-58) ne ha esteso la facoltà, sebbene entro limiti precisi e relativamente ristretti (n. 57). In ambito monastico, il testo è stato inteso come un invito alla concelebrazione quotidiana.

Questa facoltà ormai quasi generalizzata ha semplificato e concentrato il lavoro dei sacristi. Ha altresì decongestionato l’impiego del tempo mattutino dei monaci.
Forse sarebbe necessario chiedersi se questi non soffrono in cambio di un detrimento alla loro pietà liturgica?

Tenere ogni giorno nelle proprie mani l’ostia santa e immacolata, il calice prezioso del sangue del Signore, sostenere l’azione della messa, il dialogo con il Padre eterno, o partecipare a una concelebrazione con i propri fratelli, non sono affatto la medesima cosa. Nel caso di una comunità numerosa, il monaco sacerdote può sperare di presiedere tuttalpiù una decina di volte l’anno la messa conventuale.

Al contrario, al termine dei lunghi uffici di Mattutino e delle Lodi, la celebrazione quotidiana di messe lette da ciascuno dei sacerdoti, compie come la conclusione naturale la preghiera diurna e apre alla comunione sacramentale e ai santi misteri che nutrono la Chiesa. È a questa comunione, spirituale questa volta, che l’assistenza alla messa conventuale diurna convoca i monaci.
In questo senso il motu proprio favorisce la pietà liturgica mediante un ritorno delle messe lette. Sembra tuttavia che ciò sia stato poco recepito in ambiente monastico.

In conclusione di questa prima indagine, la forma extraordinaria appare come rivolta a Dio, sollecitando l’uomo al contempo nella grandezza e nella debolezza della sua umanità.




[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 3 - continua (la prima parte qui; la seconda parte qui)]

















domenica 7 gennaio 2018

Pera: da laico spiega perché la Chiesa si sta smarrendo






Ettore Gotti Tedeschi (07-01-2018)

Marcello Pera è stato probabilmente il primo “laico” a comprendere i rischi che la Chiesa
cattolica avrebbe corso nell’aprire questo dialogo con la modernità del XXI secolo, nell’intento di portarla fuori dalla grigia sacrestia che necessitava ricambio d’aria. Anzi è stato probabilmente il primo “laico” a intravedere i rischi del dialogo con i sostenitori della secolarizzazione, capendo che cosa sarebbe significato dialogare con la modernità (di oggi) partendo dal presupposto della “giustizia sociale”.

Marcello Pera non ha bisogno di tante presentazioni
, fu Presidente del Senato (dal 2001 al 2006), è un eminente filosofo della scienza, studioso di Karl Popper e della sua “società aperta”, i cui discepoli (soprattutto George Soros ) oggi sembrano influenzare persino la chiesa stessa. Ma la sua preoccupazione per l’avvenire della civiltà cristiana prende con forza il senso di nostro interesse grazie al suo incontro con l’allora cardinale Ratzinger, con cui scrive nel 2004 il libro “Senza radici”, cui segue “Perché dobbiamo dirci cristiani”, dove condanna il relativismo e rivaluta la tradizione del cattolicesimo, che il mondo cattolico stava sotterrando. Facendosi così non amare dai laici(sti) e dai neo-cattolici, ma confermandosi profeta di ciò che entrambi hanno perso. E questo lo si rileva ora constatando lo stato di confusione in cui entrambi si trovano. I primi (laici) ora sono preoccupati della perdita dei valori cattolici di cui indirettamente godevano, i secondi (cattolici) a rischio di perdere una chiara identità e a rischio di perdere anche la speranza.

Il libro di Marcello Pera, che invito a leggere e meditare
, è Diritti umani e cristianesimo - La Chiesa alla prova della modernità (Marsilio editori , 2015). Si tratta di una lezione di valori morali cristiani data da un filosofo, considerato laico, che ha bussato più volte alla porta del “Cortile dei gentili”, ma è stato lasciato fuori perché aveva lasciato intendere che cominciava a capire i misteri della Redenzione e la grandezza della fede vissuta. Mentre i gentili che vengono accolti devono, apparentemente, saper mantenere la propria identità gnostica. Pera dimostra tutto ciò in questa opera, di grande valore, sui cosiddetti “diritti umani”. Se dovessi commentarla con una sola espressione, lo farei dando io la risposta alla domanda di Kant (che Pera propone nel libro): “Perché oggi il cristianesimo, che in modo eminente è la religione dei Doveri dell’uomo verso Dio, della creatura verso il Creatore, del debitore verso il Benefattore, ha accolto la dottrina etica (e giuridica e politica) dei “diritti dell’uomo”?” (Intendiamo quella emanata nel 1789 dalla Rivoluzione Francese e poi riconfermata in qualche modo dall’Onu.).

La risposta potrebbe essere: perché grazie ad un concetto generico
confondente e mal spiegato di Misericordia, si sovvertono detti Doveri trasformandoli in “diritti di essere comunque salvati” prescindendo dalle azioni meritorie compiute. E se si prescinde dalle opere meritorie si prescinde dai doveri, e si hanno solo diritti. Il libro spiega il prezzo che il cristianesimo paga alla dottrina dei “diritti umani”, che snaturano i doveri cristiani, piegandoli alle esigenze dello spirito dei tempi, centrato su un progetto di vita e civiltà che prescinde da Dio. Quali sono infatti i nuovi diritti umani proclamati dall’Onu? (diritto all’aborto, eutanasia, gender...). Pera spiega che dopo il Vaticano II, quelle che prima erano considerate libertà false, rivendicate contro la religione cristiana, son diventati diritti sacrosanti per gli stessi cristiani, in nome del Vangelo addirittura. (Non è infatti, per esempio, indicato come persona esemplare Pannella?). Così il biodiritto imposto dall’Onu prevale sulla bioetica. I nuovi diritti umani (pretesi dalla modernità) emarginano poi la chiesa che li ha accolti. Pera cita più volte Leone XIII (Immortale Dei), profeta inascoltato, e conclude il libro con una domanda (la cui risposta lascio al lettore): “ …dialogando con la modernità e i suoi istituti, la Chiesa può oggi pensare di diventare umanitaria e democratica, aperta, accogliente, tollerante, conciliante, paterna, mite. Molti suoi avversari già la lodano per questo. Ma è per questo che esiste la Chiesa?”.














sabato 6 gennaio 2018

L’Epifania più ricca del Natale?





Il tempo liturgico del Natale continua fino al 2 febbraio; occorrerebbe dunque che durante l’intero mese di gennaio noi potessimo respirarne il profumo e, con l’aiuto dei testi del messale e dell’antifonario, orientassimo lo sguardo della nostra anima verso il miracolo della nascita di Dio. Ma abbiamo quella che chiamerei la devozione ai testi?

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Natale è l’esplosione di una gioia popolare interamente volta all’ammirazione e alla gratitudine. La nascita del Salvatore, dopo i secoli dell'attesa, è l’aurora della nostra speranza, il principio di un ottimismo che ricorda, ogni 25 dicembre, che gli angeli cantavano sopra la stalla di Betlemme. Ma l’Epifania commemora la manifestazione del Signore ai Magi, il suo battesimo nel Giordano e il suo primo miracolo a Cana. Perciò l’Epifania è strutturalmente più teologica del Natale. Non ci servirebbe a nulla celebrare la nascita di un salvatore se costui non si fosse rivelato a noi come oggetto di contemplazione e di conoscenza. Ora, questa manifestazione è l’essenza medesima del mistero dell’Epifania.

Ricordiamolo: Gesù Cristo si manifesta ai Magi, come Signore sovrano nell’ordine sociale delle grandezze terrestri.
Si manifesta come Re universale al livello dell’universo cosmico: una stella indica il luogo della sua nascita, egli cambia l’acqua in vino, e le pietre si creperanno al momento della sua morte.
Egli si manifesta come capo della Chiesa: “Sorgi, o Gerusalemme, sii raggiante: poiché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è spuntata sopra di te” (epistola della festa).
Come iniziatore dei sacramenti, quando santifica le acque del Giordano, simboleggiando le acque del battesimo; e a Cana, egli associa sua Madre alla dispensazione della grazia.
Ancora, egli appare come Signore all’orizzonte della fine dei tempi: “Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero” (introito della festa).
Infine, alla teofania del Giordano, Dio Padre rivela Gesù come il Figlio eterno, oggetto della sua compiacenza: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. L’Epifania è un’entrata nel mistero della Trinità. Questa è l’insondabile ricchezza del mistero.


[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Fragments autour de Noël, 12 gennaio 1992, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 74-78 (qui 74 e 76-77), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]
























giovedì 4 gennaio 2018

Un Tradizionalismo individualista è un puro non-senso.





Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 1 - Gennaio 2018


Spieghiamoci subito riguardo al termine “tradizionalista”: lo usiamo qui per farci capire dai più, ma questo termine non ci piace. Vorremmo semplicemente dire “un Cattolicesimo”, ma usiamo volutamente il termine “un tradizionalismo” perché è quello usato contro di noi per definirci nel nostro attaccamento alla Tradizione della Chiesa. Se allora questo termine ci individua nella nostra accanita salvaguardia di ciò che la Chiesa ha fatto, e non solo detto, nel passato, questo ci piace.


Ma dicevamo, un tradizionalismo individualista è un puro non senso, perché il metodo di Dio si chiama Chiesa.


Qual è il pericolo più grande che corre oggi una parte dei fedeli legati al mondo della Tradizione? Quello di rinchiudersi in una osservanza individualista della vita cristiana.



La causa di questa tendenza è ben chiara: dovendosi “difendere” da una chiesa ufficiale che sembra disprezzare il proprio passato, che non concede veri spazi di vita alla Tradizione, che anzi osteggia duramente la presenza di comunità tradizionali, il fedele tradizionale perde quella fiducia nella chiesa stessa e tende a rinchiudersi nei propri bastioni. È quello che succede a un figlio sempre trattato duramente, in modo ingiustificato, dal padre, che finisce col trovarsi solo ad affrontare la sua dura esistenza.


Umanamente si può capire questa reazione, ma resta inaccettabile e va prontamente corretta. Anzi, va colta quale essa è: la più grande tentazione che il demonio possa mettere sulla nostra strada. Ad ogni situazione della vita personale e ad ogni stagione della storia della Chiesa, corrisponde una tentazione; e quella che dobbiamo vincere oggi con le armi di Dio, è quella di far a meno della Chiesa stessa.


La chiesa “ufficiale” ti “bastona”? ebbene tu continui ad amare la Chiesa che è tua madre, da cui hai ricevuto tutto. Ti bastona di più, e tu la ami di più.


Ma anche questo resta una posizione puramente personale, che rischia di fermarsi ad un individualismo devoto, se non diventa metodo. Ma non può diventare metodo, se non riconosci che la Chiesa è il metodo di Dio. Non è la Chiesa che ha bisogno del tuo amore, ma sei tu che hai assolutamente necessità della Chiesa e hai bisogno di amarla.
La Chiesa è istituita da Gesù Cristo, che mette insieme i suoi discepoli in una comunità visibile, e ne fa la sua presenza nel mondo, il prolungamento della sua presenza nella storia. Come dice P. Calmel, “La Chiesa è inseparabilmente sia mediatrice di salvezza per la sua predicazione, i suoi insegnamenti, la sua gerarchia, sia dimora sacra ove Dio abita grazie alla carità che brucia sempre nel cuore della Chiesa e grazie alla presenza eucaristica del Signore Gesù che nutre questa carità”.


Come non si può diventare cristiani senza la Chiesa, così non si resta cristiani senza la Chiesa. E la Chiesa è una società visibile che ha i doni della grazia di Dio.


Questo che è vero sempre, perché Dio ha scelto questo modo, questo metodo, per raggiungerci e afferrarci nel tempo, diventa drammaticamente urgente nei tempi di necessità quale il nostro.
Quando la confusione si fa tanta, quando molte anime vengono ingannate e si perdono, occorre seguire ancora di più il metodo di Dio: la Chiesa. Occorre cioè vivere la comunità della Chiesa, dentro una trama di rapporti con i fratelli nella fede; occorre che questa comunità sia guidata dall'autorità, che garantisce il legame con la Tradizione, cioè con la verità del Vangelo. Occorre non fare da sé.


Occorre non fare da sé, ma “seguire”. Nell'esperienza concreta cosa vorrebbe dire amare la Chiesa, se non ci fosse questo “seguire”? Cosa vorrebbe dire salvare la Tradizione, se non ci fosse questo seguire?


E su questo non bisogna complicare troppo: riconosci dove il Signore ti ha colpito con la sua grazia, e lì inizia a seguire. Questo seguire eviterà in te inutili amarezze che distruggono la carità; questo seguire ti darà quella pace sostanziale che non ti farà mettere in questione il dono della grazia.


All'inizio di un nuovo anno l'invito più urgente è quello di seguire.


Ma chi devo seguire? Devo seguire chi non “gioca” con la tradizione, quasi fosse un passatempo spirituale; devo seguire chi dà la vita dentro una stabilità che opera, devo seguire chi il cristianesimo lo fa, e non solo ne parla.


Preghiamo che nessuno si perda dentro una personale superbia che si crogiola amaramente nella propria solitudine, perché il metodo è la Chiesa.