lunedì 6 marzo 2017

Francescani Immacolata, un carisma che non piace







di Marco Tosatti (06-03-2017)

Fonti interne ai Frati Francescani dell’Immacolata riferiscono
che nelle prossime settimane i commissari pontifici dovrebbero consegnare ai religiosi un testo delle nuove Costituzioni, che verrà successivamente portato nel Capitolo generale (la cui data è ancora da definire, ma che potrebbe svolgersi in settembre) per la discussione e l’approvazione. L’ultimo passo sarebbe poi la consegna del testo alla Congregazione per i Religiosi, che dovrebbe apporre il suo sigillo definitivo all’operazione.

Le nuove Costituzioni sono frutto dell’opera dei Commissari; ma, si lamenta all’interno della congregazione, non sembra che sia stato chiesto ai diretti interessati un contributo ufficiale, anche solo di consulenza; e che anzi alcune osservazioni fatte giungere ai commissari non siano state accolte. Nella fase preparatoria del testo i Commissari hanno riunito un paio di volte i superiori delle case sparse in tutto il mondo, e nominati dal precedente Commissario, padre Volpi, per ascoltare quello che i Commissari stessi proponevano. Ma anche questa circostanza ha creato perplessità: i superiori sono stati nominati dopo il Commissariamento, sono espressione di, o allineati con, il gruppetto di religiosi “ribelli”, e quindi non rappresentano la congregazione, e tanto meno lo spirito dei fondatori, tenuti al di fuori dell’operazione (padre Manelli è praticamente in isolamento coatto).
Si prospetta perciò un corto circuito: religiosi che sono entrati seguendo un certo carisma e ispirazione si trovano ora nella prospettiva di dover vivere in base a regole diverse da quelle che li hanno spinti a entrare.

Sempre secondo quanto filtra come indiscrezioni dall’interno, due sarebbero gli elementi fondamentali e specifici che si teme vengano espunti o modificati: il voto mariano e la povertà comunitaria, con la Traccia mariana. Da parte di alcuni religiosi si evidenzia che se questa informazione venisse confermata, sarebbe chiaro che i Commissari imporrebbero un testo normativo che non rispecchia, anzi che stravolge, il carisma specifico dei FFI, già approvato dalla Santa Sede. In pratica i Commissari non terrebbero in nessun conto gli “intenti dei fondatori” e “le sane tradizioni”, da custodire gelosamente, come recita uno dei principali canoni del Codice di Diritto Canonico: “L’intendimento e i progetti dei fondatori, sanciti dalla competente autorità della Chiesa, relativamente alla natura, al fine, allo spirito e all’indole dell’istituto, nonché le sue sane tradizioni, cose tutte che costituiscono il patrimonio dell’istituto, devono essere da tutti fedelmente custoditi” (c. 578).

Come ricorda il sito All Christians, vicino all’ala dei FFI che vuole restare fedele alle origini, “il voto mariano della illimitata consacrazione all’Immacolata è il primo voto dei FFI ed è la loro ragion d’essere come Istituto, è il motivo per cui San Giovanni Paolo II nel 1990 volle che essi si costituissero in Istituto, separandosi dall’Ordine dei Frati Minori Conventuali. I media da mesi hanno dato la notizia che i Commissari hanno già, con grave abuso, eliminato questo voto dalla formula di Professione Religiosa, imponendone un’altra, priva di questi due elementi sostanziali, e questo senza previo dialogo e senza aver prima sentito il parere di alcuno. I FFI si sono trovati di fronte all’opzione di abbandonare forzatamente l’Istituto o di professare con una nuova formula, priva dell’elemento fondamentale, essenziale e specifico del loro Carisma. Infatti, la nuova formula imposta dai Commissari ha sostituito il voto mariano con un generico quarto voto di disponibilità ad andare in missione”.

È difficile capire perché questo voto mariano sia stato eliminato; a meno che non si voglia semplicemente ricondurre i religiosi nell’alveo degli ordini da cui proprio in virtù di alcune caratteristiche particolari si erano staccati.

“Inoltre, la nuova formula di professione elimina dal carisma anche la povertà comunitaria, ossia l’impossibilità per l’Istituto di avere alcuna proprietà, mobile o immobile, per vivere nella più alta fiducia nella divina Provvidenza. Fino al 2013 la divina Provvidenza li ha sostenuti nelle loro ingenti opere apostoliche. Dall’inizio del Commissariamento i benefattori si sono ritirati per mancanza di chiarezza delle Autorità ecclesiastiche. In effetti, lo hanno fatto a ragione veduta, considerato il fatto che ora i Commissari stanno stravolgendo l’identità carismatica dell’Istituto, il quale, in meno di 4 anni di Commissariamento, ha già chiuso quasi venti conventi, ha chiuso tre missioni, ha perso un centinaio di vocazioni”.

Se le nuove Costituzioni seguissero realmente queste linee guida, si starebbe creando, di fatto, un nuovo istituto; il che non è accaduto nel caso di altre congregazioni che hanno dovuto (si pensi ai Legionari di Cristo) subire un processo di purificazione interna. Da un punto di vista umano, religioso e giuridico c’è da chiedersi se sia legittimo imporre a qualcuno una forma di vita diversa da quella abbracciata al momento dell’ingresso nell‘ordine.

Siamo ormai al quarto anno di commissariamento, un commissariamento che ha provocato confusione, smarrimento e sofferenza. Le ragioni del commissariamento non sono mai state esplicitate in maniera precisa. È opportuno ricordare che del commissariamento di quello che era uno degli ordini più fiorenti e ricchi di vocazioni nel panorama cattolico degli ultimi decenni non è mai stata fornita una motivazione chiara. Si è cercato di supplire a questa mancanza di trasparenza con una campagna mediatica almeno discutibile, in cui si è accusato il fondatore, padre Stefano Manelli, di pratiche e comportamenti scorretti. Il tutto ha provocato una denuncia per associazione a delinquere, diffamazione e calunnia contro i responsabili di un sito, giudicato da Manelli e altri, responsabile della campagna, presso il tribunale di Avellino.

Si è parlato a questo proposito, di “deriva pseudo lefebvriana”, cioè del fatto che il Motu Proprio Summorum Pontificum (che permetteva l’uso del Rito antico) sia stato accolto con entusiasmo da parte dei Fondatori e da molti frati, mentre una piccola parte di essi lo rifiutava. Questa iniziale divisione avrebbe costituito l’inizio dello scatenamento di una lotta interna culminata nel commissariamento.



(fonte: lanuovabq.it)







Lo Stato costringe a fare il male. Serve un'Arca



Basilica di San Marco, Venezia, mosaici del ciclo della Genesi, 
Diluvio e Arca di Noè, portico, XIII sec.





Di Stefano Fontana*
06-03-2017 

La definitiva approvazione in Francia della legge che punirà chi cercherà di distogliere le donne dall’aborto è un nuovo segno che la soglia del totalitarismo è stata superata. Questa soglia viene superata quando lo Stato non solo permette il male ma anche obbliga a farlo e considera reato fare il bene. Quando lo Stato non solo ammette per legge deviazioni dal diritto naturale ma le impone, obbligando ad un diritto innaturale o contro-naturale. Quando diventano non negoziabili i principi contrari a quelli non negoziabili.

Tutti vedono che questa soglia è stata superata ormai in molti casi. Lo era stata, per esempio, quando la Corte suprema americana aveva obbligato tutti gli Stati federati a contemplare per legge il matrimonio tra persone omosessuali. Lo era stata quando il Parlamento francese aveva approvato la legge Taubira sul “matrimonio per tutti” senza concedere l’obiezione di coscienza ai sindaci. Lo abbiamo anche visto quando in Italia è stata approvata la legge Cirinnà sulle unioni civili. Da quel momento, infatti, qualsiasi politica familiare sarebbe andata anche a vantaggio delle unioni civili. Nessuna amministrazione pubblica, da allora, può esimersi dal fare il male: tutte vi erano obbligate. Lo è stata, di recente in Italia, quando l’Ospedale San Camillo di Roma ha indetto un concorso per soli medici abortisti e quando una Asl di Treviso ha indetto un concorso per due posti di biologo che non facciano obiezione alla fecondazione artificiale.

E’ da tempo che ci si è messi su questa strada. Nella storia le cose possono cambiare. Ma questo non ci esime da valutare le tendenze in atto che, da questo punto di vista, sono molto preoccupanti. Ammettiamo che vadano in porto le leggi attualmente giacenti al Parlamento italiano. Ne uscirebbe uno Stato che impone di fare il male: ai giornalisti, agli insegnanti, ai dipendenti pubblici, ai medici, ai farmacisti, agli infermieri... Pensiamo, per esempio, al disegno di legge sull’eutanasia attualmente in discussione alla Camera. Il medico sarebbe costretto a rispettare le Disposizioni anticipate di trattamento del paziente anche se il paziente stesso avesse cambiato nel frattempo idea, dimenticandosi di revocare la DAT, e se lui stesso, il medico, fosse eticamente contrario. Saremo obbligati ad uccidere, a diseducare i nostri ragazzi nelle scuole, a presentare l’omosessualità come cosa normale.

Saremo obbligati. Lo saremo dal nostro Stato ed anche dall’Unione europea e dagli organismi internazionali. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha chiesto di aumentare il finanziamento dell’aborto nel mondo per compensare i tagli della nuova amministrazione americana.

Volgiamo lo sguardo attorno ma non vediamo una grande presa di coscienza della situazione. Veramente si crede di far fronte a questa situazione con il dialogo? Non ci è dato di sapere se ci sarà e quale sarà il livello oltre il quale i cattolici diranno di no e si tireranno fuori. Quale soglia dovrà essere superata perché si dica no allo Stato oppure no all’Europa?

Molti si chiedono cosa fare. Certamente la prima cosa da fare è tornare a fare quello che si sarebbe dovuto fare; impegnarsi e battersi per i principi non negoziabili. A seguito del “caso San Camillo” ricordato sopra, il generale atteggiamento dei cattolici è stato di protestare perché così “viene snaturata la legge 194”. In questo modo i cattolici si sono atteggiati a difensori della legge che permette l’aborto. I cattolici hanno smesso da molto tempo di combattere contro quella legge ed ora se ne fanno paladini. E’ la logica del male minore che presenta il conto. I cattolici hanno anche ormai cessato di lottare contro lo stravolgimento della legge 40 sulla fecondazione assistita. Lo stesso dicasi per la Cirinnà. Ora, la prima cosa da fare è ricominciare a combattere.

Oltre a stare “dentro” combattendo, i cattolici dovrebbero però cominciare a pensare anche a costruire scialuppe di salvataggio e arche di Noè. Iniziative ed opere – scuole prima di tutto – libere perché viventi al di fuori dello Stato. Come fecero dopo l’Unità d’Italia, ma in forme nuove. Se l’obbligo a fare il male diventa istituzionale, bisogna tirarsi fuori il più possibile dalle istituzioni.




*Direttore dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân







http://www.lanuovabq.it



domenica 5 marzo 2017

Musica sacra. Un appello per ridare l'udito ai sordi




di Sandro Magister 


Oggi, 5 marzo, ricorre il cinquantesimo anniversario di "Musicam Sacram", l'ultimo grande documento su questo tema, pubblicato nel 1967 con la firma congiunta del cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna e presidente del "Consilium" per l'attuazione della costituzione conciliare sulla liturgia, e del cardinale Arcadio Larraona, prefetto della sacra congregazione dei riti, con l'approvazione di Paolo VI.

La dichiarazione sottostante, pubblicata oggi in tutto il mondo, traccia appunto un bilancio dello stato attuale della musica sacra nella Chiesa cattolica a mezzo secolo da quel documento, bilancio inevitabilmente critico, e lo fa seguire da otto proposte "per un cambiamento positivo".

A promuovere la dichiarazione sono stati due musicisti e musicologi di fama: l'italiano Aurelio Porfiri, direttore della rivista internazionale "Altare Dei" edita a Macao e Hong Kong e autore di libri e saggi sulla musica sacra e la liturgia, e l'americano Peter A Kwasniewski, professore di teologia e filosofia e direttore di coro al Wyoming Catholic College.

Ad essi si sono prontamente associati oltre duecento amanti della musica liturgica, di tutto il mondo. L'elenco dei firmatari è nel sito della rivista diretta da Porfiri, assieme al testo della dichiarazione in sei lingue:

> Altare Dei

Buona lettura!

*

“CANTATE DOMINO CANTICUM NOVUM”


Dichiarazione sulla situazione attuale della musica sacra

Noi sottoscritti - musicisti, sacerdoti, insegnanti, studiosi e amanti della musica sacra - offriamo umilmente alla comunità cattolica di tutto il mondo questa dichiarazione, esprimendo il nostro grande amore per il patrimonio di musica sacra della Chiesa e la nostra profonda preoccupazione riguardo il suo difficile stato attuale.

Introduzione

"Cantate Domino canticum novum, cantate Domino omnis terra" (Salmo 96): questo cantare alla gloria di Dio è risuonato per l'intera storia della Cristianità, dall'inizio al giorno presente. La Sacra Scrittura e anche la Sacra Tradizione sono testimonianza del grande amore per la bellezza e per il potere della musica nel culto dovuto a Dio onnipotente. Il patrimonio della musica sacra è stato sempre considerato come cosa preziosa nella Chiesa Cattolica dai suoi santi, teologi, pontefici e dai suoi fedeli laici.

Questo amore e familiarità con la musica è testimoniato da tutta la letteratura Cristiana e in molti documenti che i Papi hanno dedicato alla musica sacra, dalla "Docta Sanctorum Patrum" (1324) di Giovanni XXII alla "Annus Qui" (1749) di Benedetto XIV, giù fino al Motu Proprio "Tra le sollecitudini" (1903) di San Pio X, la "Musicae Sacrae Disciplina" (1955) di Pio XII, il Chirografo sulla Musica Sacra (2003) di San Giovanni Paolo II, e via dicendo. Questa vasta documentazione ci fa presente in modo molto forte che l'importanza e il ruolo della musica nella liturgia deve essere considerato molto seriamente. Questa importanza è collegata con la profonda connessione tra la liturgia e la musica, una connessione che va in due direzioni: una buona liturgia permette musica di altissimo livello, ma uno standard basso di musica per la liturgia influisce tremendamente sulla liturgia stessa. Non può essere dimenticata l'importanza ecumenica della musica, quando sappiamo che altre tradizioni cristiane - come gli Anglicani, i Luterani e gli Ortodossi - hanno grande considerazione per l'importanza e la dignità della musica sacra, come testimoniato dai loro patrimoni gelosamente custoditi.

Stiamo celebrando un importante evento, il cinquantesimo anniversario della promulgazione dell'Istruzione sulla musica nella liturgia "Musicam Sacram" (5 marzo 1967) sotto il pontificato del Beato Paolo VI. Leggendo oggi il documento, non possiamo fare a meno di pensare alla "via dolorosa" della musica sacra nei decenni che hanno seguito la "Sacrosanctum Concilium". Infatti, quanto è accaduto in alcune fazioni nella Chiesa a quel tempo (1967), non era per nulla in linea con la "Sacrosanctum Concilium" o con "Musicam Sacram". Certe idee che non erano mai state presenti nei documenti del Concilio sono state imposte nella pratica liturgica, a volte con la complicità di una mancanza di vigilanza da parte del clero e della gerarchia ecclesiastica. In alcuni paesi il patrimonio della musica sacra, che il Concilio aveva chiesto venisse preservato, non solo non è stato preservato ma è stato anche combattuto. E questo certamente contro il Concilio, che aveva chiaramente affermato:

«La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica, sia dando alla preghiera un'espressione più soave e favorendo l'unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie» (112).

La situazione attuale

Alla luce del pensiero della Chiesa così frequentemente espresso, noi non possiamo evitare di essere preoccupati per la situazione attuale della musica sacra, che è quantomeno drammatica, con abusi nel campo della musica sacra che sono ora la norma, piuttosto che l'eccezione. Noi riassumeremo qui alcuni di questi elementi che contribuiscono allo stato presente di desolazione in cui versa la musica sacra nella liturgia.

1. C'è stata una mancanza di comprensione dell'"aspetto musicale della liturgia", cioè, che la musica è una parte integrale della vera essenza della liturgia come pubblico, formale e solenne culto a Dio. Noi non dobbiamo semplicemente cantare durante la Messa, ma cantare la Messa. Quindi, come "Musicam Sacram" stessa ci ricorda, le parti che spettano al celebrante dovrebbero essere cantillate usando i toni contenuti nel Messale, con l'assemblea che risponde a queste parti; il canto dell'"Ordinarium Missae" in canto gregoriano o in musica ad esso ispirato dovrebbe essere incoraggiato; e anche ai Propri della Messa dovrebbe essere dato un posto d'onore che anche significhi la loro importanza storica, la loro funzione liturgica e la loro profondità teologica. Un approccio simile si applica anche al canto nell'ufficio divino. Sarebbe un mostrare una specie di vizio di "inedia liturgica" il non cantare la liturgia, usando solo "musica di consumo" piuttosto che musica sacra, rifiutare di educarsi o di educare gli altri nella tradizione della Chiesa e nelle sue direttive, mettendo poco o nessuno sforzo per l'edificazione di un programma dignitoso di musica sacra.

2. Questa mancanza di comprensione liturgica e teologica va insieme con l'aver abbracciato il secolarismo. Il secolarismo di stili musicali pop ha contribuito alla desacralizzazione della liturgia e allo stesso tempo il secolarismo dettato dalle esigenze di profitto di un certo tipo di mercato ha favorito l'imposizione di mediocri repertori di musica per le parrocchie. Ha incoraggiato un antropocentrismo nella liturgia che mette in pericolo la vera natura della stessa. In ampi settori della Chiesa al giorno d'oggi c'è una relazione scorretta con la cultura, che può essere vista come una "rete di connessioni". Nell'attuale situazione della musica liturgica (e della liturgia in se stessa, perché le due sono legate), noi abbiamo interrotto questa rete di connessioni con il nostro passato e abbiamo provato a collegarci ad un futuro che però non ha significato senza contatto con il suo passato. Oggi la Chiesa non sta attivamente usando la sua ricchezza culturale per evangelizzare, ma è piuttosto essa stessa usata da una cultura secolarizzata, nata in opposizione alla Cristianità, che destabilizza quel senso di adorazione che è al cuore della fede Cristiana.

Papa Francesco, nella sua omelia per la festa del Corpus Domini (4 giugno 2015) ha parlato dello "stupore della Chiesa davanti a questa realtà [della Santa Eucaristia]. Uno stupore che alimenta sempre la contemplazione, l’adorazione e la memoria". In molte delle nostre Chiese in giro per il mondo, dove è oramai questo senso di contemplazione, adorazione e stupore per il mistero dell'Eucaristia? Esso è perduto perché oramai stiamo vivendo una sorta di Alzheimer spirituale, una malattia che ci sta strappando le nostre memorie teologiche, artistiche, musicali e culturali. È stato affermato che noi dovremmo introdurre la cultura di ogni popolo nella liturgia. Questo potrebbe essere giusto, se compreso correttamente, ma non nel senso che la liturgia (e la sua musica) debba divenire il luogo dove esaltare una cultura secolare. Essa è un luogo dove la cultura, ogni cultura, deve essere trasportata a un altro livello e purificata.

3. Ci sono gruppi che spingono per un "rinnovamento" che non riflette l'insegnamento della Chiesa ma serve solo la propria agenda, visione del mondo e interessi. Questi gruppi hanno alcuni dei loro membri in importanti posti di comando, da dove possono mettere in pratica i loro piani, la loro idea di cultura e il modo in cui noi dovremmo avere a che fare con tematiche di attualità. In alcuni paesi potenti lobby hanno contribuito alla sostituzione "de facto" di repertori liturgici fedeli alle direttive del Vaticano II con repertori di bassa qualità. Quindi siamo finiti con repertori di nuova musica liturgica di qualità molto bassa, sia per quello che riguarda il testo, sia per quello che riguarda la musica. Questo è comprensibile quando riflettiamo sul fatto che nulla che ha valore duraturo può venire da una mancanza di formazione e perizia, specialmente quando questa gente non si cura dei saggi insegnamenti contenuti nella tradizione della Chiesa:

«Per tali motivi il canto gregoriano fu sempre considerato come il supremo modello della musica sacra, potendosi stabilire con ogni ragione la seguente legge generale: tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica, quanto più nell’andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto è meno degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme» (San Pio X, Motu Proprio "Tra le sollecitudini").

Oggi questo "supremo modello" è spesso scartato, se non disprezzato. L'intero Magistero della Chiesa ci ha ricordato l'importanza di aderire a questo importante modello, non come una maniera di limitare la creatività ma come una base su cui l'ispirazione può fiorire. Se desideriamo che i fedeli si mettano alla sequela di Gesù, noi dobbiamo preparare per loro la "casa" con il meglio che la Chiesa può offrire. Noi non li invitiamo nella nostra casa, la Chiesa, per dare loro un sottoprodotto musicale e artistico, quando essi possono trovare un più accattivante stile pop al di fuori di essa. La liturgia è un "limen", una soglia che ci permette di passare dalla nostra esistenza quotidiana alla celebrazione con gli angeli: "Et ideo cum Angelis et Archangelis, cum Thronis et Dominationibus, cumque omni militia cælestis exercitus, hymnum gloriæ tuæ canimus, sine fine dicentes…".

4. Questo disprezzo per il canto gregoriano e i repertori tradizionali è un segno di un problema più grande, quello del disprezzo per la Tradizione. La "Sacrosanctum Concilium" insegna che l'eredità artistica e musicale dovrebbe essere rispettata e tenuta in grande conto, perché rappresenta secoli di culto e preghiera, ed è una espressione dei più alti vertici della creatività e spiritualità umana. C'era un tempo in cui la Chiesa non aveva necessità di rincorrere l'ultima moda, ma era creatrice ed arbitro della cultura. La mancanza di impegno a difendere la tradizione ha messo la Chiesa e la sua liturgia su sentieri incerti e tortuosi. La tentata separazione del Vaticano II dagli insegnamenti precedenti della Chiesa è un vicolo cieco, e l'unico modo per uscirne è l'ermeneutica della continuità, sostenuta dal Papa Benedetto XVI. Recuperare l'unità, integrità e armonia nella dottrina Cattolica è la condizione per riportare la musica e la liturgia alla loro condizione più nobile. Papa Francesco ci ha insegnato nella sua prima enciclica: "La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande" ("Lumen Fidei" 38).

5. Un'altra causa di decadenza della musica sacra è il clericalismo, l'abuso di posizioni e di "status" da parte del clero. Il clero, che è al giorno d'oggi spesso poveramente educato nella grande tradizione della musica sacra, continua a prendere decisioni sul personale da impiegare e sulle direttive da offrire, contravvenendo spesso lo spirito autentico della liturgia e il rinnovamento della musica sacra, così richiesto ai nostri giorni. Più che spesso alcuni membri del clero contraddicono gli insegnamenti del Vaticano II in nome di un supposto "spirito del Concilio". C'è da aggiungere che, specie in paesi di antica tradizione Cristiana, gli stessi membri del clero hanno spesso accesso a posizioni nell'ambito musicale-liturgico che sono precluse al laicato, quando ci sono musicisti laici pienamente capaci di offrire un servizio di qualità uguale o anche superiore alla Chiesa.

6. Notiamo anche un problema di compensi inadeguati (a volte, ingiusti) per i musicisti laici. L'importanza della musica sacra nella liturgia Cattolica richiede che almeno alcuni membri della Chiesa, in ogni angolo del mondo, siano ben educati e tecnicamente ben equipaggiati, così da potere servire il popolo di Dio in questo campo. Non è forse vero che dovremmo dare a Dio il nostro meglio? Nessuno sarebbe sorpreso o disturbato nel sapere che i medici hanno bisogno di un salario per sopravvivere, nessuno accetterebbe cure mediche da un volontario senza adeguata preparazione: i sacerdoti hanno il loro salario, perché non possono vivere se non mangiano, e se non mangiano non sarebbero in grado di preparare se stessi nelle scienze teologiche o in grado di dire Messa con la dovuta dignità. Se paghiamo i fiorai e i cuochi che aiutano nelle parrocchie, perché sembra strano che coloro che svolgono attività musicale per la Chiesa possano avere diritto ad un giusto compenso (vedi canone 231)?

Proposte per un cambiamento positivo

Può sembrare che ciò che abbiamo detto sia pessimistico, ma noi manteniamo la speranza che c'è una via per uscire da questo inverno. Le seguenti proposte sono offerte "in spiritu humilitatis", con l'intenzione di recuperare la dignità della liturgia e della sua musica nella Chiesa.

1. Come musicisti, sacerdoti, studiosi e Cattolici che amano il canto gregoriano e la sacra polifonia, così frequentemente lodati e raccomandati dal Magistero, chiediamo per una riaffermazione di questa eredità, insieme con le composizioni sacre moderne in lingua latina o vernacolare che siano anche esse ispirate a questa grande tradizione; e chiediamo passi concreti per promuoverla ovunque, in ogni Chiesa in giro per il mondo, così che tutti i Cattolici possano cantare le lodi di Dio con una voce, una mente, un cuore, una cultura comune che trascenda tutte le differenze. Noi chiediamo anche una riaffermazione dell'importanza unica dell'organo a canne per la sacra liturgia, per la singolare capacità che ha di elevare i cuori al Signore e per l'essere perfettamente adatto per sostenere il canto dei cori e delle assemblee.

2. Sembra necessario che l'educazione al buon gusto per la musica e la liturgia possa cominciare da giovanissimi. Spesso alcuni educatori senza preparazione musicale pensano che i bambini e le bambine non siano in grado di apprezzare la vera arte. Questo è lontano dalla verità. Usando una pedagogia che li aiuterà ad avvicinarsi alla bellezza della liturgia, i bambini e le bambine possono essere nutriti in un modo che fortificherà il loro spirito, perché sarà offerto loro un pane spirituale nutriente e non l'apparentemente gustoso ma insalubre pane di origine industriale (come succede quando nelle "Messe per i bambini" sono presentate musiche di chiara derivazione pop). Abbiamo notato per esperienze personali che quando i bambini sono esposti a questi repertori ispirati alla tradizione, cominciano ad apprezzarli e a sviluppare una connessione più profonda con la Chiesa.

3. Se è vero che i giovanissimi devono essere messi in grado di poter apprezzare la bellezza della musica e dell'arte, se devono comprendere l'importanza della liturgia come "fons et culmen" della vita della Chiesa, è anche vero che dobbiamo anche avere un laicato protagonista nella vita della Chiesa e che ne segua il Magistero. Dobbiamo dare spazio a musicisti laici ben formati in aree che hanno a che fare con l'arte e la musica. Essere un musicista competente per la liturgia richiede anni di studio. Questo status "professionale" deve essere riconosciuto, rispettato e promosso nella pratica. Parlando di questo, noi speriamo sinceramente che la Chiesa continui a lavorare contro ovvie e sottili forme di clericalismo, così che anche il laicato possa offrire il suo pieno contributo in aree dove l'ordinazione al sacerdozio non è un requisito indispensabile.

4. Una insistenza su repertori di più altro livello e su personale professionalmente più preparato dovrebbe essere specialmente rafforzata per ciò che riguarda Cattedrali e Basiliche. I Vescovi in ogni diocesi dovrebbero assumere almeno un maestro di cappella ben preparato e/o un'organista, che dovrebbero seguire chiare direttive su come eseguire musica liturgica eccellente nella cattedrale o basilica e dovrebbero offrire un esempio luminoso su come combinare lavori della grande tradizione con appropriate nuove composizioni. Pensiamo che un principio solido per questo sarebbe di seguire quello che è richiesto dalla Sacrosanctum Concilium: "Infine non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti" (23).

5. Suggeriamo che in ogni Basilica e Cattedrale ci sia un incoraggiamento per una messa settimanale celebrata in latino (in una delle forme del Rito romano) così da mantenere il contatto che abbiamo con la nostra eredità liturgica, culturale, artistica e teologica. Il fatto che molti giovani oggi stiano riscoprendo la bellezza del latino nella liturgia è sicuramente un segno dei tempi e ci spinge a seppellire le battaglie del passato per cercare un approccio più "Cattolico", che ci porti in dote l'eredità di tutti i secoli della liturgia Cattolica. Con il facile reperimento di libri, opuscoli e risorse in internet, non sarà difficile facilitare la partecipazione attiva di coloro che desiderano partecipare a liturgie in latino. Inoltre, ogni parrocchia dovrebbe essere incoraggiata ad avere una Messa pienamente cantata ogni domenica.

6. L'istruzione nella liturgia e nella musica del clero dovrebbe essere una priorità per i Vescovi. Il clero ha la responsabilità di imparare e far pratica delle melodie liturgiche, seguendo "Musicam Sacram" e altri documenti; essi dovrebbero essere in grado di poter cantillare le preghiere della liturgia, non soltanto di recitare le parole. Nei seminari e nelle università dovrebbero divenire familiari con la grande tradizione della musica sacra nella Chiesa e apprezzarla, in armonia con il Magistero e seguendo i solidi principi che troviamo in Matteo 13, 52: "Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche".

7. Nel passato, gli editori cattolici hanno giocato un ruolo importante nel diffondere buoni esempi di musica sacra, dei maestri del passato e nuova. Oggi gli stessi editori, anche se appartengono a diocesi o istituzioni religiose, spesso diffondono musica non adatta per liturgia, seguendo considerazioni soltanto di natura commerciale. Molti fedeli Cattolici pensano che quello che gli editori più conosciuti offrono sia in linea con la dottrina della Chiesa Cattolica su musica e liturgia, ma spesso non è così. Gli editori cattolici dovrebbero avere come primo scopo quello di educare i fedeli nella sana dottrina Cattolica e dare buone direttive liturgiche, non quello di fare soldi.

8. La formazione dei liturgisti è anche fondamentale. Così come i musicisti devono capire gli elementi essenziali della storia e della teologia della liturgia, così anche i liturgisti dovrebbero essere educati nel canto gregoriano, nella polifonia e nell'intera tradizione della Chiesa, così da poter discernere tra ciò che è buono e ciò che è cattivo.

Conclusione

Papa Francesco, nella sua enciclica "Lumen Fidei", ci ha ricordato il modo in cui la fede connette passato e futuro:

«È vero che, in quanto risposta a una Parola che precede, la fede di Abramo sarà sempre un atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via. Si vede così come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri, sia strettamente legata alla speranza» (LF 9).

Questo ricordo, questa memoria, questo patrimonio che è la nostra tradizione Cattolica non è qualcosa del passato soltanto. È ancora una forza vitale nel presente, e sarà sempre un dono di bellezza per le generazioni future. "Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose grandiose, ciò sia noto in tutta la terra. Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion, perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele" (Is 12, 5-6).








http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/03/05






venerdì 3 marzo 2017

Quando i vescovi tuonavano contro l'eutanasia



di Clemens August Graf von Galen
03-03-2017 

Nelle polemiche di questi giorni sull’eutanasia, provocate dal caso di djFabo, non si può non notare uno strano silenzio delle gerarchie ecclesiastiche o dichiarazioni più che altro fumose. Anche questo fatto indica la gravità del tempo presente. Tanto più se rapportato a precedenti storici, come quello della Germania nazista in cui divenne famoso l’intervento del famoso vescovo di Münster, Clemens August von Galen, quando venne a sapere del programma di eutanasia stabilito dal governo per eliminare i malati mentali. Le sue parole chiare dovrebbero ispirare anche oggi che un totalitarismo strisciante si sta affermando.

Siamo all’inizio degli anni ’40, infuria la Seconda guerra mondiale: nella prospettiva della creazione del tanto agognato ‘uomo germanico’, fu accelerato il processo di eliminazione degli elementi spuri alla razza germanica dal punto di vista etnico, politico, religioso e fisico. Alla ‘soluzione finale’ contro ebrei e rom, e alla riduzione in schiavitù degli slavi, si accompagnò una più dura persecuzione della Chiesa cattolica, considerata portatrice di una religione ‘magica’ e ‘orientale’ non adatta allo spirito germanico. Nella regione della Warthegau, nella Polonia occupata, fu sperimentata un’organizzazione ecclesiale-amministrativa che tra l’altro prevedeva il principio dell’apartheid tra tedeschi e polacchi nei luoghi di culto; furono arrestati diverse centinaia di sacerdoti e trasferiti nei campi di concentramento; religiosi e religiose furono espulsi in massa dai loro conventi.

Infine, con un programma di eutanasia di stato si decise di eliminare quelli che venivano considerati ‘connazionali improduttivi’; in genere, almeno in un primo momento, persone sofferenti di patologie mentali, anche leggere. I malati venivano trasferiti in altre località senza informare i parenti, e in seguito questi ultimi venivano informati della morte dei loro cari. La cremazione dei defunti impediva poi la possibilità di ulteriori indagini in proposito.

La cosa fu riferita al vescovo di Münster, von Galen, il quale denunciò pubblicamente la strage di malati e il progetto di eutanasia di Stato da parte del regime in un’omelia tenuta il 3 agosto 1941 nella chiesa di san Lamberto a Münster. Nonostante la censura del regime, la notizia di questa omelia, e delle altre due pronunciate contro il regime dallo stesso Galen nel luglio dello stesso anno, furono ciclostilate e diffuse clandestinamente in tutto il Paese, nonché, successivamente, lasciate cadere sul territorio tedesco dagli aerei alleati.

Sapendo della sua popolarità, il regime non intraprese nulla contro Galen, rinviando la resa dei conti alla fine della guerra. Nelle sue Conversazioni a tavola, Hitler accennò al vescovo di Münster consigliandogli, con tono minaccioso, di farsi nominare alla fine della guerra direttore dell’Istituto tedesco di Via dell’Anima a Roma, piuttosto che rimanere in patria.
Nominato cardinale da Pio XII il 18 febbraio 1946, morì poco più di un mese dopo per i postumi di un’appendicite perforante. Egli è stato beatificato il 9 ottobre 2005.

L’omelia del 3 agosto che riportiamo in traduzione nella sua interezza rispecchia fedelmente gli argomenti dei vescovi, e più in generale del clero tedesco, nella resistenza al nazionalsocialismo neopagano: la riaffermazione dei Dieci Comandamenti quale fondamento della vita civile. Gli stessi Dieci Comandamenti la cui osservanza oggi rappresenta, perfino per certi ambienti ecclesiali, un segno di rigidità e di mancanza di ‘misericordia’.


Il testo originale in tedesco è stato tratto da: Clemens August Graf von Galen. Akten, Briefe und Predigten 1933-1946, Band II, Veröffentlichungen der Kommission für Zeitgeschichte. Reihe A: Quellen, Bände 41-42, Mainz 1988, pp. 874-883.

(Dopo la lettura del Vangelo della nona domenica dopo Pentecoste,  Lc.  19, 41-47, "Quando fu vicino, alla vista della città,  pianse su di essa ...")

Miei cari diocesani!
È un evento davvero sconvolgente, quello che ci riferisce il Vangelo di oggi. Gesù piange! Il Figlio di Dio piange! Chi piange, soffre, ha dolori, dolori nel corpo o nello spirito. In quel momento Gesù non soffriva ancora nel corpo, eppure piangeva. Quanto grande doveva essere l'angoscia del più valoroso tra gli uomini, da farlo piangere! Perché piangeva?

Piangeva su Gerusalemme, sulla Città Santa, sulla Città di Dio, a Lui così cara, sulla capitale del suo popolo. Piangeva sui suoi abitanti, sui suoi connazionali, perché non volevano riconoscere l'unica cosa che avrebbe potuto stornare il castigo previsto dalla Sua onniscienza e già stabilito dalla Sua giustizia divina: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace!». Perché gli abitanti di Gerusalemme non la comprendono? Non era passato molto tempo da quando Gesù aveva detto: «Gerusalemme, Gerusalemme, ... quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Lc. 13, 34)

'Tu non hai voluto! Io, il tuo Re, il tuo Dio, volevo. Ma tu non hai voluto. Come è protetta, come è al sicuro la covata sotto le ali della chioccia. Essa la riscalda, la nutre, la difende. Così Io volevo proteggerti, custodirti, difenderti nelle avversità. Io volevo! Tu non hai voluto. Per questo motivo piange Gesù, per questo motivo piange quest'uomo forte, per questo motivo piange Dio. Piange per la follia, per l'ingiustizia, per la criminosità di un tale rifiuto. Piange per il male che ne deriva, che Egli, nella Sua onniscienza, vede arrivare, e che la Sua giustizia deve decretare, se l'uomo contrappone ai Comandamenti di Dio, a tutti gli ammonimenti della coscienza, a tutti gli inviti pieni di amore dell'Amico divino e del Padre buono, il suo rifiuto: «Se avessi compreso tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma tu non hai voluto». È veramente terribile, è incredibilmente ingiusto e foriero di rovina quando l'uomo pone la sua volontà contro la volontà di Dio! Io volevo, tu non hai voluto. Per questo motivo Gesù piange su Gerusalemme.

Cristiani riuniti in preghiera! Nella pastorale comune dei vescovi tedeschi del 26 giugno 1941 e letta il 6 luglio in tutte le chiese tedesche si afferma tra l'altro: «Secondo la dottrina morale cristiana vi sono comandamenti positivi che non sono più vincolanti, se il loro adempimento fosse collegato a difficoltà troppo grandi. Tuttavia vi sono anche sacri comandamenti di coscienza dai quali nessuno ci può liberare, e che noi dobbiamo adempiere, costi quello che costi, dovesse costarci anche la vita: mai, in nessuna circostanza si può uccidere un innocente, se non in guerra o in caso di legittima difesa». Già lo scorso 6 luglio ebbi modo di aggiungere alla pastorale questo commento:

Da alcuni mesi ci viene riferito che, su ordine di Berlino, pazienti che sono da lungo tempo malati e che quindi sembrano incurabili, vengono portati via con la forza da ospedali e case di cura per malati mentali. Generalmente dopo qualche tempo i parenti ricevono la comunicazione che il malato è deceduto, che il cadavere è stato cremato, e che le ceneri possono essere ritirate. Esiste il sospetto, che confina con la certezza, che questi numerosi e inaspettati casi di decesso di malati mentali non siano sopravvenuti per cause naturali, bensì siano stati provocati di proposito, e che si stia seguendo la dottrina che afferma che è permesso distruggere le cosiddette 'vite indegne', quindi che si possano uccidere uomini innocenti quando si ritenga che la loro vita non ha più valore per il popolo e per lo Stato, una dottrina terribile, che vuole giustificare l'assassinio di innocenti, che rende lecita l'uccisione di invalidi, di storpi, di malati incurabili, di anziani!

Come ho appreso in via confidenziale, anche in Westfalia vengono ora compilate liste di quei pazienti che in quanto 'connazionali improduttivi' devono essere rimossi e, in breve tempo, uccisi. Nel corso di questa settimana dalla casa di cura Marienthal nei pressi di Münster è già stato effettuato il primo trasferimento!

Uomini e donne tedeschi! Ha ancora forza di legge l’articolo 311 del Codice Penale che stabilisce: «Chi uccide un uomo intenzionalmente, se ha compiuto l'uccisione con premeditazione, viene punito con la morte». Probabilmente per preservare da questa punizione stabilita dalla legge chi uccide premeditatamente quei poveri uomini, parenti delle nostre famiglie, i malati predestinati alla morte vengono rimossi dalla loro terra e trasportati in un ospedale lontano. Quale causa della morte viene addotta una malattia qualsiasi. Dal momento che i cadaveri vengono cremati, per i parenti e per la Polizia Criminale non vi è più alcuna traccia della malattia e delle cause della morte.

Mi è stato assicurato che al Ministero degli Interni del Reich e al posto di servizio del Capo dei medici del Reich, dott. Conti, non si è fatto mistero del fatto che effettivamente un gran numero di malati mentali siano stati premeditatamente uccisi e verranno uccisi in futuro. Il Codice Penale stabilisce all’articolo 139: «Chi viene a conoscenza di un progetto di delitto e omette di informare in tempo le autorità o colui che è minacciato, viene ... punito».

Quando ho appreso del progetto di rimuovere malati da Marienthal per ucciderli, il 28 luglio, tramite lettera raccomandata, ho sporto denuncia presso la Procura Generale del Tribunale Territoriale di Münster e presso il Presidente della Polizia con il seguente testo:
«Secondo informazioni giuntemi nel corso di questa settimana un grande numero di pazienti, i cosiddetti 'connazionali improduttivi' della casa di cura provinciale Marienthal di Münster, devono essere trasportati nella casa di cura di Eichberg per poi essere subito uccisi, come è convinzione generale che sia avvenuto dopo simili trasporti da altre case di cura.
Poiché tale modo di procedere non solo è in contraddizione con le leggi morali e naturali, bensì è anche un omicidio che ai sensi dell’art. 211 del Codice Penale è punibile con la morte, sporgo denuncia ai sensi delle disposizioni di cui all’art. 139 del Codice Penale, e prego di proteggere questi nostri connazionali innocenti intervenendo immediatamente contro le autorità responsabili delle rimozioni e degli assassinii».

Fino ad ora non ho ricevuto notizia di un intervento della Procura Generale o della Polizia. Già il 26 luglio ho presentato una dura protesta scritta all'amministrazione provinciale della provincia della Westfalia, da cui dipendono le case di cura alle quali vengono affidati i malati perché siano curati e guariti. Non è servito a nulla! Da Marienthal è partito il primo trasporto di un innocente condannato a morte! E dalla casa di cura Warstein sono stati trasferiti, come mi viene detto, già 800 malati!

Dobbiamo quindi aspettarci che tutti i poveri ed indifesi malati presto o tardi vengano uccisi! Perché? Non perché abbiano commesso un delitto meritevole di morte, non perché abbiano aggredito gli infermieri, così che a questi, per difendere la propria vita, non sia rimasto altro che la legittima difesa per opporsi alla violenza di chi li attaccava. Questi sono casi nei quali, oltre all'uccisione del nemico armato del proprio Paese, l'utilizzo della violenza fino ad uccidere è moralmente permesso, e non raramente è un dovere. No. non per questi motivi devono morire quei disgraziati ammalati, ma per il fatto che secondo il giudizio di un medico e la perizia di una commissione, sono divenuti 'indegni di vita', poiché secondo queste perizie appartengono alla categoria dei connazionali 'improduttivi'. Si giudica così: essi non possono più produrre beni, sono come una macchina vecchia che non va più, come un cavallo vecchio che si è azzoppato, come una mucca che non dà più latte. Cosa si fa con una macchina vecchia? La si demolisce. Cosa si fa con un cavallo zoppo, con una bestia improduttiva?

No, non voglio condurre il paragone fino in fondo, per quanto sia terribilmente giustificato ed illuminante.

Non si tratta di macchine, non si tratta di un cavallo o di una mucca, il cui unico scopo è di servire gli uomini e produrre beni per gli uomini. Li si può macellare quando non adempiono più alla loro funzione. No, qui si tratta di uomini, del nostro prossimo, di nostri fratelli e sorelle. Uomini poveri, malati, improduttivi! Ma solo per questo hanno forse perduto il diritto di vivere? Tu, io, abbiamo il diritto di vivere solamente fino a quando siamo produttivi, fino a quando siamo riconosciuti produttivi da qualcun altro?

Se si stabilisce e si applica il principio che si possa uccidere gli uomini 'improduttivi', guai a noi quando diventeremo vecchi e decrepiti! Se si può uccidere gli uomini improduttivi, guai agli invalidi che hanno perso la loro forza nel processo di produzione, che in esso si sono impegnati e sacrificati, e ci hanno rimesso le loro membra sane!

Se si può mettere da parte con la violenza gli uomini improduttivi, guai ai nostri valorosi soldati che torneranno a casa mutilati, storpi e invalidi. Se viene per una volta ammesso che gli uomini hanno il diritto di eliminare altri uomini 'improduttivi' - anche se per il momento ciò colpisce solamente quei poveri ed indifesi malati di mente - allora è permesso in linea di principio anche l'assassinio dei malati incurabili, degli storpi non più adatti al lavoro, degli invalidi del lavoro e di guerra, è permesso l'assassinio di noi tutti, quando diventeremo vecchi e quindi improduttivi.

È poi sufficiente una circolare segreta per ordinare che il procedimento utilizzato con i malati di mente è da allargare ad altri improduttivi, che è applicabile per i malati polmonari inguaribili, per gli anziani non più autosufficienti, per i soldati gravemente feriti. Nessuno di noi è più sicuro della propria vita. Una commissione lo può mettere nella lista degli 'improduttivi', che secondo il suo giudizio è diventato 'indegno di vita'. Nessuna Polizia lo può proteggere, e nessun tribunale punirà il suo delitto e comminerà all'assassino la punizione che merita! Chi può più avere fiducia di un medico? Potrebbe denunciare il malato come 'improduttivo', e potrebbe ricevere l'ordine di ucciderlo.

È inimmaginabile quale imbarbarimento dei costumi, quale reciproco può essere portato nelle famiglie se questa terribile dottrina venisse tollerata, accettata e obbedita. Guai all'uomo, guai al nostro popolo tedesco, se il santo Comandamento 'Non uccidere', che il Signore fra tuoni e lampi ha annunciato sul Sinai, che Dio, in quanto Creatore, ha scritto nelle coscienze degli uomini, non solamente viene violato, ma se questa violazione viene perfino tollerata e esercitata impunemente!

Voglio farvi un esempio di ciò che accade. A Marienthal c'era un uomo di 55 anni, un contadino originario di un comune della campagna di Münster - potrei dirvi anche il nome - che soffre da alcuni anni di disturbi mentali e che quindi è stato affidato alla casa di cura provinciale di Marienthal. Non era completamente pazzo, poteva ricevere visite ed era sempre contento ogni volta che i suoi parenti andavano a trovarlo. Ancora due settimane fa è stato visitato dalla moglie e da uno dei suoi figli, che combatteva al fronte ed era a casa in licenza. Il figlio è molto legato al padre malato. Per questo motivo l'addio è stato difficile. Chissà se il soldato tornerà a casa e rivedrà il padre, perché è possibile che muoia in difesa della Patria! Il figlio, il soldato, sulla terra sicuramente non rivedrà il padre, perché da allora è stato posto sulla lista degli improduttivi. Un parente, che voleva visitare il padre questa settimana, è stato respinto con l'informazione che il malato è stato trasferito per disposizione del Ministero della Difesa Territoriale. Verso dove, non è stato detto. I parenti sarebbero stati informati alcuni giorni più tardi.

Come sono stati 'informati'? Come negli altri casi? Che l'uomo è morto, che il cadavere è stato cremato, che le ceneri possono essere consegnate dietro versamento di una cauzione? Il soldato al fronte, che mette in gioco la propria vita per i connazionali, non vedrà più il padre, poiché in patria dei connazionali tedeschi l'hanno ucciso!
I fatti che ho descritto sono reali. Potrei dare il nome del malato, di sua moglie, del figlio che è soldato e il luogo dove abitano.

'Non uccidere!'. Dio ha scritto questo comandamento nei cuori degli uomini molto tempo prima che un Codice Penale minacciasse una punizione per l'assassinio, molto tempo prima che una Procura Generale e un tribunale perseguissero e punissero l'assassinio. Caino, che colpì suo fratello Abele, era un assassino molto tempo prima che esistessero Stati e tribunali. Ed egli riconobbe, spinto dall'accusa della sua coscienza: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono ... e chiunque mi incontrerà mi ucciderà» (Genesi, 4, 13; 14).

'Non uccidere!' Questo comandamento di Dio, l'unico Signore, il quale ha il diritto di stabilire la vita e la morte, è stato scritto nei cuori degli uomini fin dall'inizio, molto tempo prima che Dio ai figli d'Israele sul monte Sinai annunciasse la propria legge morale con quelle frasi lapidarie scolpite sulla pietra, e scritte nella Sacra Scrittura, che quando eravamo bambini abbiamo imparato a memoria dal catechismo.

'Io sono il Signore tuo Dio!' Così comincia questa legge immutabile. 'Non devi avere alcun dio straniero!'. L'unico, ultraterreno, onnipotente, onnisciente, infinitamente santo e giusto Dio ha dato questi comandamenti. Il nostro Creatore, e, un giorno, Giudice. Per amore nei nostri confronti ha scritto questi comandamenti nei nostri cuori e ce li ha annunciati: essi infatti corrispondono ai bisogni della nostra natura da Dio creata; essi sono le norme indispensabili per una vita umana e comunitaria secondo la ragione, gradita a Dio, salutare e santa.

Dio, nostro Padre, con questi comandamenti vuole raccogliere noi, suoi figli, come la chioccia la sua covata. Se noi uomini seguiamo questi ordini, questi inviti, questa chiamata di Dio, allora siamo protetti, siamo custoditi, siamo preservati dal male, siamo difesi dalla rovina che ci minaccia, come la covata sotto le ali della chioccia.

«Gerusalemme, Gerusalemme, ... quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!'. Deve questo ripetersi nella nostra Patria tedesca, nella nostra terra natìa di Westfalia, nella nostra città di Münster? Come stanno le cose da noi con riferimento all'obbedienza ai Comandamenti di Dio? L'ottavo comandamento: 'Non pronunciare falsa testimonianza, non mentire!' Quante volte questo Comandamento è stato violato, anche in modo sfacciato?

Il settimo comandamento: 'Non appropriarti dei beni altrui!’ (per essere più precisi: ‘Non rubare’, n.d.T.)  Quale proprietà è più al sicuro dopo le arbitrarie confische delle proprietà dei nostri fratelli e sorelle che appartengono agli ordini religiosi cattolici? Quale proprietà è protetta, se queste proprietà confiscate illegalmente non vengono restituite?

Il sesto comandamento: 'Non commettere adulterio!’ Pensate alle istruzioni e alle assicurazioni della famigerata lettera aperta di Rudolf Hess, il quale nel frattempo si è volatilizzato, pubblicata da tutti i giornali, sul libero rapporto sessuale e la maternità non matrimoniale. E cosa non si può leggere, osservare e apprendere anche qui a Münster quanto a impudicizia e volgarità! A quale impudicizia di vestiario si è abituata la gioventù. Preparazione per un futuro adulterio! Così viene distrutto il pudore, muro di protezione della castità.

Ora viene messo da parte e violato anche il quinto comandamento 'Non uccidere' sotto gli occhi di autorità tenute a proteggere l'ordinamento giuridico e la vita, dal momento che ora ci si prende la libertà di uccidere con premeditazione uomini innocenti, anche se malati.

Come va con l'obbedienza al quarto comandamento, che esige rispetto e obbedienza nei confronti dei genitori e dei superiori? L'autorità dei genitori è già stata da lungo tempo minata e con tutti gli ordini impartiti alla gioventù contro la volontà dei genitori viene sempre più scossa. Si crede forse che possa rimanere inalterata una sincera riverenza e una coscienziosa obbedienza all'autorità statale se si prosegue a violare i comandamenti dell'autorità più alta, e si tenta perfino di sradicare la fede nell'unico vero, ultraterreno Dio, il Signore del cielo e della terra?

In Germania e anche qui a Münster l'osservanza dei primi tre comandamenti è già cessata da lungo tempo. Da quanti vengono profanati la domenica e i giorni festivi e tolti al servizio di Dio? Come viene profanato, disonorato e bestemmiato il nome di Dio? E il primo comandamento: 'Non avrai altri dio al di fuori di Me'. Anziché l'unico, vero ed eterno Dio, ci si crea e si adora idoli secondo i propri gusti: la natura, lo Stato, il popolo, o la razza. E quanti ce ne sono il cui Dio, secondo la parola di San Paolo, è il loro ventre (Fil., 3,19), il loro benessere, il godimento sensuale, la brama di denaro, la brama di potere, cui essi sacrificano tutto, perfino l'onore e la coscienza! Così si può anche cercare di arrogarsi facoltà riservate a Dio, farsi signore della vita e della morte del prossimo.

«Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: ’Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata’».

Allora Gesù con i suoi occhi umani guardava solamente le mura e le torri della città di Gerusalemme; ma la Sua Onniscienza divina vedeva più profondamente, vedeva nei cuori degli abitanti della città: «Gerusalemme, Gerusalemme, ... quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!» Questo è il più grande dolore che opprime il cuore di Gesù e che strappa lacrime ai suoi occhi. Per te volevo il meglio, ma tu non vuoi! Gesù vede quanto questo rifiuto sia peccaminoso, tremendo, delittuoso, e rovinoso. Dio non si lascia dileggiare.

L'uomo, creatura caduca, pone la propria volontà contro la volontà di Dio! Gerusalemme e i suoi abitanti, il popolo da Lui eletto, pone follemente e delittuosamente la propria volontà contro la volontà di Dio!

Cristiani di Münster! Credete che allora il Figlio di Dio nella Sua onniscienza abbia osservato solamente Gerusalemme e il suo popolo? Che abbia pianto solamente su Gerusalemme? Credete che il popolo di Israele sia stato l'unico popolo che Dio abbia cinto, protetto e stretto a sé con apprensione di padre e amore di madre? Che esso sia stato l'unico popolo che non ha voluto? Che ha rifiutato la verità di Dio, che ha allontanato da sé la legge di Dio ed è così precipitato nella rovina? Non credete che in quel momento Gesù, il Dio Onnisciente, abbia guardato anche il popolo tedesco? Che abbia guardato anche la terra di Westfalia, la terra di Münster, il Reno inferiore? Non credete che abbia pianto anche su di noi? Che abbia pianto anche sulla città di Münster? Da mille anni ha istruito i nostri avi e noi con la Sua verità, ci ha guidati con la Sua legge, ci ha nutriti con la Sua grazia, ci ha raccolti, come una chioccia copre la sua covata sotto le ali. Non crediate che già allora l'Onnisciente Figlio di Dio non abbia visto che anche su di noi, sul nostro tempo che anche su di noi, sul nostro tempo deve pronunciare il giudizio: Tu non hai voluto! Ecco, della vostra casa non rimarrà pietra su pietra! Quanto terribile sarebbe!

Miei cristiani! Spero che siamo ancora in tempo! Ma è ora che riconosciamo la via della pace, l'unica cosa che ci può salvare, che ci può preservare dal giudizio di Dio: che noi accettiamo senza riserve e senza menomazioni la verità rivelata da Dio e la professiamo nella nostra vita. Che facciamo diventare i Comandamenti norma della nostra vita e prendiamo sul serio la parola: meglio morire che peccare!

Che in preghiera e in sincera penitenza imploriamo perdono e misericordia su di noi, sulla nostra città, sulla nostra terra e sul popolo tedesco!

Evitiamo ogni confidenza, togliamo noi e i nostri cari dall'influenza di chi continua a sfidare il castigo di Dio, di chi bestemmia la nostra fede, di chi disprezza i Comandamenti di Dio, di chi collabora con quelli che vogliono estraniare la nostra gioventù dal Cristianesimo, che deruba e caccia i nostri religiosi, che consegna alla morte uomini innocenti, nostri fratelli e sorelle, in modo da non essere contagiati dal loro modo di pensare e agire contrari a Dio, perché anche noi non diventiamo colpevoli e attiriamo su di noi il castigo di Dio, che il Dio giusto deve infliggere ed infliggerà su tutti coloro che come l'ingrata città di Gerusalemme non vogliono ciò che vuole Dio.

O Dio, fa comprendere a noi tutti, oggi, in questo giorno, prima che sia troppo tardi, la via della pace.
O Sacratissimo Cuore di Gesù, addolorato fino alle lacrime per la cecità e per i delitti degli uomini, aiutaci con la Tua grazia affinché aspiriamo sempre a ciò che a Te piace e a rinunciare a ciò che Ti è sgradito, perché possiamo rimanere nel Tuo amore e troviamo pace per le nostre anime. Preghiamo per i poveri malati minacciati di morte, per i nostri religiosi esiliati, per tutti i sofferenti, per i nostri soldati, per il nostro popolo, per la nostra Patria e per chi la guida.








http://www.lanuovabq.it



giovedì 2 marzo 2017

Ritiro quaresimale del 18 marzo 2017 a Firenze




Ritiro spirituale quaresimale del Coordinamento toscano



Sabato 18 marzo 2017, Oratorio di San Francesco Poverino, Piazza SS. Annunziata, Firenze




Programma:

ore 10: Ritrovo dei partecipanti presso l'Oratorio di S. Francesco Poverino

ore 10.15: Recita del S. Rosario

ore 10.30: Prima conferenza spirituale; tempo per meditazione e confessioni

ore 12: S. Messa in rito antico

ore 13: Pranzo al sacco (con possibilità, per chi lo desidera, di recarsi presso bar o ristoranti)

ore 14.30: Seconda conferenza spirituale

ore 15.30: Benedizione eucaristica e preghiera conclusiva

ore 16.15 circa: conclusione del ritiro e congedo dei partecipanti



Il ritiro sarà predicato da don Federico Pozza, I.C.R.S.S., rettore della Chiesa dei SS. Michele e Gaetano di Firenze.
Il ritiro è aperto a chiunque; non occorre alcuna registrazione preventiva. Si può anche partecipare solo ad alcuni momenti del ritiro, ad esempio alla sola fase mattutina o a quella pomeridiana.











Per favore, ridateci i tabernacoli


Un esempio dello squallore di una chiesa moderna 



Blog
di  02/03/2017
Non so se succede anche a voi. Quando entro in una chiesa, sempre più spesso fatico a capire dov’è il tabernacolo. Mi tocca cercarlo, come in una caccia al tesoro. E qualche volta non lo trovo proprio.
Così come la fantasia degli architetti si sbizzarrisce nel progettare ed edificare chiese che sembrano tutto tranne che chiese cattoliche (possono andare benissimo come palazzetti dello sport o come sale protestanti, ma non come luoghi di culto cattolici), allo stesso modo gli arredatori degli interni, presi da irrefrenabile voglia di novità e cambiamento, spostano il tabernacolo negli angoli più strani e a volte più remoti.

Ora io so di non avere occhi di falco. Sono miope e, quando arrivo dalla luce esterna, impiego un po’ di tempo per adattarmi alla penombra della chiesa. Però molto spesso non è questione di scarsa vista e di luce. In tante chiese, purtroppo, il tabernacolo si trova in posizioni improbabili, quasi che non fosse lui il padrone di casa, quasi che lo si volesse nascondere come si fa con qualcuno di cui ci si deve un po’ vergognare.

Mi è successo anche oggi. Entro e non vedo. Va bene, mi dico, saranno gli occhi. Guardo, riguardo. E non vedo. Perché il tabernacolo non c’è. O, per lo meno, non è lì dove dovrebbe essere. È spostato a lato, molto defilato, senza la luce rossa, nascosto dentro una specie di gabbia d’acciaio. Perché c’è da dire anche questo: più viene messo ai margini, più il tabernacolo, in quanto oggetto, diventa strano e assume fogge inverosimili e assurde.

D’accordo, dopo la riforma conciliare, con l’altare e il celebrante rivolti verso l’assemblea, il tabernacolo non può più stare sulla tavola. Ma vogliamo dirlo chiaramente? Il tabernacolo, nel presbiterio, deve stare comunque al centro, perché il suo contenuto è il centro di tutto. Al centro non deve stare la sedia, che a volte sembra un trono, del celebrante. Io non voglio adorare una sedia. No, al centro deve stare il tabernacolo, la casa di nostro Signore. Perché tabernacolo significa piccola casa, e tutto quanto l’edificio della chiesa, a ben guardare, non è che un luogo costruito per accogliere e custodire quella piccola casa dal contenuto infinitamente grande.

So che a questo punto persone molto esperte troveranno il modo di spiegare che «sì però… va bene… tuttavia…». No. Chiedo che il tabernacolo sia rimesso al centro, che sia immediatamente individuabile, che abbia la sua lucina rossa piccola ma chiara, che gli sia reso l’onore che merita. E che il fedele non debba fare la caccia al tesoro per scoprire dov’è. Perché, quando entri in un’abitazione, il padrone di casa ti viene incontro, e non è che tu devi metterti a cercarlo in giro per le stanze.

Sapete qual è il mio dubbio? Che chi sposta il tabernacolo ai margini non creda fino in fondo che lì c’è la presenza reale di Gesù. Altrimenti non si spiega una simile scelta. Se tu sai che lì c’è Gesù, se credi che quella sia la sua santa casa, ti viene naturale metterlo al centro.

Sento già l’obiezione: ma quante storie, guarda che il Signore è presente ovunque nel mondo e nell’universo, ovunque nel cuore delle persone, non c’è bisogno di costruirgli una casa e di esporla. E invece sì che c’è bisogno. Se crediamo che lì non c’è un simbolo, un ricordino, un souvenir, ma proprio Lui, allora dobbiamo concludere che al tabernacolo va riservata una posizione centrale.

Qualcuno dirà: ma, scusa tanto, quando la cena è terminata la tavola viene sparecchiata, e dunque perché il pane dovrebbe restare lì, al centro? Non è forse vero che, finito il banchetto, tutto quanto viene riposto da un’altra parte?

Certo che sì. Ma per noi cattolici quello non è solo pane. È il pane della vita, è nostro Signore in persona. Quindi non va riposto in un angolo, come una suppellettile qualsiasi.

Si dimentica anche che in ogni chiesa il fedele fa un percorso, anzi un vero e proprio pellegrinaggio, un cammino spirituale il cui culmine non è la sedia del celebrante e nemmeno l’altare, e nemmeno qualche statua di santi. È nostro Signore.

E come non notare che questa tendenza a emarginare nostro Signore va di pari passo con la tendenza a non inginocchiarsi? Troppo spesso si entra in chiesa come in una semplice sala per assemblee, nella quale chiacchierare e intrattenersi con gli altri fedeli. Ma tutto ciò un cattolico non lo può accettare. L’atto di inginocchiarsi rispecchia la disposizione dello spirito. È atto di adorazione. Non si entra in chiesa per incontrare il signor parroco o gli amici. Vi si entra per adorare nostro Signore. Ecco perché resto male quando in chiesa le persone non si inginocchiano, non fanno bene il segno della croce e non stanno in silenzio, ma chiacchierano fra di loro, formano capannelli, si salutano come se si incontrassero per la strada.

Lo ripeto: noi cattolici non entriamo in chiesa come se fosse un’aula per le assemblee della comunità. Entriamo nella casa del Signore, dove dobbiamo tributargli tutto il nostro rispetto e tutta la nostra adorazione. E se la Chiesa è casa di Dio, tutto deve essere in funzione di Dio che si è fatto uomo ed è morto e risorto per noi. Non deve essere in funzione di noi fedeli che vi entriamo.

Vorrei dunque fare una modesta proposta a vescovi, parroci, religiosi: per favore, ridateci il tabernacolo. Sia ben visibile e riconoscibile, al centro dell’abside. Ai lati mettiamoci la sedia del celebrante, che è un ministro, un servitore, non il protagonista di uno spettacolo. Sulle pareti non mettiamo cartelli, cartelloni e tazebao, ma ci sia posto solo per immagini sacre, prima di tutto di Maria e poi dei santi, così che possano sostenerci nell’adorazione e nella preghiera. Il tutto, come si legge nel «Messale romano», sia ispirato a nobile semplicità e dignità. La chiesa non è un luogo in cui procedere per accumulo di oggetti, immagini, scritte, manufatti vari. E il Santissimo Sacramento, all’interno del tabernacolo, sia collocato «in una parte della chiesa assai dignitosa, insigne, ben visibile, ornata decorosamente e adatta alla preghiera». Nel caso in cui questo luogo sia una cappella, si faccia in modo che anch’essa sia ben visibile, adatta all’adorazione e alla preghiera e unita strutturalmente al resto della chiesa, così che non sembri un’aggiunta. E presso il tabernacolo resti sempre accesa una lampada (non un faro da set cinematografico o da studio televisivo, come ho visto in alcuni casi).

Sembrano accorgimenti di poco conto, ma non è così. È rispetto, è coerenza, è fede.
Benedetto XVI, nell’esortazione postsinodale «Sacramentum caritatis», lo spiega bene: è necessario che «il luogo in cui sono conservate le specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa». Il fedele deve essere aiutato e facilitato nel riconoscere la presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento. Non deve essere sviato, ostacolato, impedito.

A meno che non lo si voglia proprio sviare e ostacolare.


Aldo Maria Valli








mercoledì 1 marzo 2017

Ricordati che sei polvere





Oggi Mercoledì 1 marzo inizia la santa Quaresima e inizia anche il mese dedicato a San Giuseppe patrono universale della Chiesa. In modo particolare il silenzio vissuto da San Giuseppe vuole essere un insegnamento su come vivere questo tempo di grazia e di penitenza per la Chiesa intera. Silenzio di parole perché è molto facile peccare con la lingua. Silenzio nel cuore per ascoltare la voce di Dio che chiama all'ascolto. Silenzio nei pensieri per non perdere di vista il Sommo Bene. Molto più importante del silenzio esteriore e quello interiore: una persona può trovarsi sola in una stanza ed essere incapace di stare in silenzio; viceversa una persona in mezzo ad altre persone può praticare il silenzio interiore e cosi trovare Dio.  Si deduce che la preghiera può essere fatta ovunque in ogni tempo se ci si mette nella disposizione adeguata. Questa virtù di San Giuseppe ci sproni a migliorare noi stessi e ad approfittare di questo tempo quaresimale per rinnovare il nostro rapporto interiore con Dio.




CAPO VI. Della Quaresima. (*)

35 D. Che è la Quaresima?

R. La Quaresima è un tempo di digiuno e di penitenza istituito dalla Chiesa per tradizione apostolica.

36 D. Per qual fine è istituita la Quaresima?

R. La Quaresima è istituita:    

1. per farci conoscere l'obbligo che abbiamo di far penitenza in tutto il tempo della nostra vita, di cui, secondo i santi Padri la Quaresima è la figura;    2. per imitare in qualche maniera il rigoroso digiuno di quaranta giorni, che Gesù Cristo fece nel deserto;    3. per prepararci coi mezzo della penitenza a celebrare santamente la Pasqua.

37 D. Perché il primo giorno di Quaresima si chiama il giorno delle Ceneri?

R. Il primo giorno di Quaresima si chiama giorno delle Ceneri, perché la Chiesa mette in quel giorno le sacre ceneri sul capo dei fedeli.

38 D. Perché la Chiesa nel principio della Quaresima usa imporre le sacre ceneri?
R. La Chiesa nel principio della Quaresima usa imporre le sacre ceneri, affinché noi ricordandoci che siamo composti di polvere, e colla morte dobbiamo ridurci in polvere, ci umiliamo e facciamo penitenza de' nostri peccati mentre ne abbiamo il tempo.  

39 D. Con quale disposizione dobbiamo noi ricevere le sacre ceneri?  

R. Noi dobbiamo ricevere le sacre ceneri con cuor contrito ed umiliato, e con la santa risoluzione di passare la Quaresima nelle opere di penitenza.  

40 D. Che cosa dobbiamo noi fare per passar bene la Quaresima secondo la mente della Chiesa?  

R. Per passar bene la Quaresima secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare quattro cose: 

  1. osservare esattamente il digiuno, e mortificarci non solamente nelle cose illecite e pericolose, ma ancora, per quanto si può, nelle cose lecite, come sarebbe moderarsi nelle ricreazioni;    2. fare preghiere, limosine, ed altre opere di cristiana carità verso il prossimo più che in ogni altro tempo;    3. ascoltare la parola di Dio non già per pura usanza o curiosità, ma per desiderio di mettere in pratica le verità che si ascoltano;    4. essere solleciti a prepararci alla confessione, per rendere più meritorio il digiuno, e per disporci meglio alla Comunione pasquale.  
41 D. In che consiste il digiuno?  

R. Il digiuno consiste nel fare un solo pasto al giorno, e nell'astenersi dai cibi vietati.  

42 D. Nei giorni di digiuno oltre l'unico pasto è vietata qualunque altra refezione?  

R. Nei giorni di digiuno la Chiesa permette una leggiera refezione alla sera, o pure sul mezzogiorno quando l'unico pasto viene differito alla sera.  

43 D. Chi è obbligato al digiuno?  

R. Al digiuno sono obbligati tutti coloro che hanno compito il ventesimo primo anno e non ne sono legittimamente impediti.  

44 D. Quelli che non sono obbligati al digiuno sono affatto esenti dalle mortificazioni?  

R. Quelli che non sono obbligati al digiuno non sono affatto esenti dalle mortificazioni, perché niuno è dispensato dall'obbligo generale di far penitenza e perciò devono mortificarsi in altre cose secondo le loro forze.