mercoledì 3 febbraio 2016

Alcuni segreti per difendersi dal demonio. E lottare con l’aiuto di Gesù

      

 
A Cracovia-Pradnik, il 2 giugno 1938, il Signore Gesù ha dettato a una giovane Suora della Misericordia polacca un ritiro di tre giorni. Suor Faustina Kowalska ha registrato minuziosamente le istruzioni di Cristo sul suo diario, che è un manuale di mistica nella preghiera e nella Divina Misericordia.
Dopo aver letto il Diario alcune volte negli ultimi vent’anni, avevo dimenticato l’unico rifugio che Cristo ha offerto sul tema della guerra spirituale. Poi, poco fa, sono stato invitato a dirigere un ritiro a Trinidad basato sulla “Conferenza sulla Guerra Spirituale” di Cristo come si presenta nel Diario.
Nel Santuario della Sacra Famiglia, un gruppo incredibile di leader laici al servizio dell’arcivescovo e di sacerdoti ha guidato il ritiro dell’arcidiocesi di Trinidad, e abbiamo riempito il Seminario di San Giovanni Maria Vianney per riflettere su questo insegnamento.
Ecco i segreti che Gesù ha rivelato a suor Faustina su come difendersi dal demonio. Queste istruzioni sono diventate l’arma di Faustina nella lotta contro il nemico maligno.
 
Gesù ha iniziato dicendo “Figlia Mia, voglio istruirti sulla lotta spirituale”
 
 
difendersi dal demonio



1. Non confidare mai in te stessa, ma affidati completamente alla Mia volontà
La fiducia è un’arma spirituale. La fiducia è parte dello scudo della fede che San Paolo menziona nella Lettera agli Efesini (6,10-17): l’armatura del cristiano. L’abbandono alla volontà di Dio è un atto di fiducia. La fede in azione dissipa gli spiriti negativi.
 
2. Nell’abbandono, nelle tenebre e nei dubbi di ogni genere ricorri a Me ed al tuo direttore spirituale, che ti risponderà sempre a Mio nome
In tempi di guerra spirituale, prega immediatamente Gesù. Invoca il Suo Santo Nome, che è molto temuto nell’inframondo. Porta le tenebre alla luce dicendolo al tuo direttore spirituale o al tuo confessore e segui le sue istruzioni.
 
3. Non metterti a discutere con nessuna tentazione, chiuditi subito nel Mio Cuore
Nel Giardino dell’Eden, Eva ha negoziato con il diavolo e ha perso. Dobbiamo ricorrere al rifugio del Sacro Cuore. Correndo verso Cristo diamo le spalle al demoniaco.
 
4. Alla prima occasione rivelala al confessore
Una buona confessione, un buon confessore e un buon penitente sono una ricetta perfetta per la vittoria sulla tentazione e sull’oppressione demoniaca.
 
5. Metti l’amor proprio all’ultimo posto, in modo che non contamini le tue azioni
L’amor proprio è naturale, ma dev’essere ordinato, libero dall’orgoglio. L’umiltà vince il diavolo, che è l’orgoglio perfetto. Satana ci tenta all’amor proprio disordinato, che ci porta al mare dell’orgoglio.
 
6. Sopporta te stessa con molta pazienza
La pazienza è un’arma segreta che ci aiuta a mantenere la pace della nostra anima, anche nelle grandi tormente della vita. La pazienza con se stessi fa parte dell’umiltà e della fiducia. Il diavolo ci tenta all’impazienza, a che si ritorca contro noi stessi di modo che ci irritiamo. Guarda te stesso con gli occhi di Dio. Egli è infinitamente paziente.
 
7. Non trascurare le mortificazioni interiori
La Scrittura insegna che alcuni demoni possono essere espulsi solo con preghiera e digiuno. Le mortificazioni interiori sono armi di guerra. Possono essere piccoli sacrifici offerti con grande amore. Il potere del sacrificio per amore fa fuggire il nemico.
 
8. Giustifica sempre dentro di te l’opinione dei superiori e del confessore
Cristo parla a Santa Faustina che vive in un convento, ma tutti abbiamo persone con autorità sopra di noi. Il diavolo ha come obiettivo quello di dividere e conquistare, per cui l’umile obbedienza all’autentica autorità è un’arma spirituale.
 
9. Allontanati dai mormoratori come dalla peste
La lingua è uno strumento potente che può fare molto danno. Mormorare o spettegolare non è mai una cosa di Dio. Il diavolo è un bugiardo che suscita accuse false e pettegolezzi che possono uccidere la reputazione di una persona. Rifiuta le mormorazioni.
 
10. Lascia che gli altri si comportino come vogliono, tu comportati come voglio Io da te
La mente di una persona è la chiave nella guerra spirituale. Il diavolo cerca di trascinare tutti. Ringrazia Dio e lascia che le opinioni altrui vadano per la loro strada.
 
11. Osserva la regola nella maniera più fedele
In questo caso Gesù si riferisce alla regola di un ordine religioso. La maggior parte di noi ha fatto qualche voto davanti a Dio e alla Chiesa e dobbiamo essere fedeli alle nostre promesse, ovvero voti matrimoniali e promesse battesimali. Satana tenta all’infedeltà, all’anarchia e alla disobbedienza. La fedeltà è un’arma per la vittoria.
 
12. Dopo aver ricevuto un dispiacere, pensa a che cosa potresti fare di buono per la persona che ti ha procurato quella sofferenza
Essere un vaso di misericordia divina è un’arma per il bene e per sconfiggere il male. Il diavolo lavora sull’odio, sull’ira, sulla vendetta e sulla mancanza di perdono. Qualcuno ci ha danneggiato in qualche momento. Cosa gli restituiremo? Dare una benedizione spezza le maledizioni.
 
13. Evita la dissipazione
Un’anima che parla sarà più facilmente attaccata dal demonio. Effondi i tuoi sentimenti solo davanti al Signore. Ricorda, gli spiriti buoni e cattivi ascoltano ciò che dici a voce alta. I sentimenti sono effimeri. La verità è la bussola. Il raccoglimento interiore è un’armatura spirituale.
 
14. Taci quando vieni rimproverata
La maggior parte di noi è stata rimproverata in qualche occasione. Non abbiamo alcun controllo su questo, ma possiamo controllare la nostra risposta. La necessità di avere ragione tutto il tempo può portarci a tranelli demoniaci. Dio conosce la verità. Il silenzio è una protezione. Il diavolo può utilizzare la giustizia per farci inciampare.
 
15. Non domandare il parere di tutti, ma quello del tuo direttore spirituale; con lui sii sincera e semplice come una bambina
La semplicità della vita può espellere i demoni. L’onestà è un’arma per sconfiggere Satana, il menzognero. Quando mentiamo, mettiamo un piede sul suo terreno, ed egli cercherà di sedurci ancor di più.
 
16. Non scoraggiarti per l’ingratitudine
A nessuno piace essere sottovalutato, ma quando ci troviamo di fronte all’ingratitudine o all’insensibilità, lo spirito di scoraggiamento può essere un peso per noi. Resisti a qualsiasi scoraggiamento perché non proviene mai da Dio. È una delle tentazioni più efficaci del demonio. Sii grato in tutte le cose della giornata e ne uscirai vincitore.
 
17. Non indagare con curiosità sulle strade attraverso le quali ti conduco
La necessità di conoscere e la curiosità per il futuro sono una tentazione che ha portato molte persone alle camere oscure degli stregoni. Scegli di camminare nella fede. Decidi di confidare in Dio che ti porta per la via che va al cielo. Resisti sempre allo spirito di curiosità.
 
18. Quando la noia e lo sconforto bussano al tuo cuore, fuggi da te Stessa e nasconditi nel Mio Cuore
Gesù offre una seconda volta lo stesso messaggio. Ora si riferisce alla noia. All’inizio del Diario, ha detto a Santa Faustina che il diavolo tenta più facilmente le anime oziose. Stai attento alla noia, è uno spirito di letargo o accidia. Le anime oziose sono facile preda dei demoni.
 
19. Non aver paura della lotta; il solo coraggio spesso spaventa le tentazioni che non osano assalirci
La paura è la seconda tattica più comune del diavolo (l’orgoglio è la prima). Il coraggio intimidisce il diavolo, che fuggirà davanti al coraggio perseverante che si trova in Gesù, la roccia. Tutte le persone lottano, e Dio è la nostra forza.
 
20. Combatti sempre con la profonda convinzione che Io sono accanto a te
Gesù istruisce una suora in un convento a “combattere” con convinzione. Può farlo perché Cristo l’accompagna. Noi cristiani siamo chiamati a lottare con convinzione contro tutte le tattiche demoniache. Il diavolo cerca di terrorizzare le anime, bisogna resistere al terrorismo demoniaco. Invocate lo Spirito Santo durante la giornata.
 
21. Non lasciarti guidare dal sentimento poiché esso non sempre è in tuo potere, ma tutto il merito sta nella volontà
Tutto il merito si basa sulla volontà, perché l’amore è un atto della volontà. Siamo completamente liberi in Cristo. Dobbiamo compiere una scelta, una decisione per il bene o il male. In quale terreno viviamo?
 
22. Sii sempre sottomessa ai superiori anche nelle più piccole cose
Cristo qui sta istruendo una religiosa. Tutti abbiamo il Signore come nostro Superiore. La dipendenza da Dio è un’arma di guerra spirituale, perché non possiamo vincere con i nostri mezzi. Proclamare la vittoria di Cristo sul male fa parte del discepolato. Cristo è venuto a sconfiggere la morte e il male, proclamalo!
 
23. Non t’illudo con la pace e le consolazioni; preparati a grandi battaglie
Santa Faustina ha sofferto a livello fisico e spirituale. Era preparata a grandi battaglie per la grazia di Dio che l’ha sostenuta. Nelle Scritture Cristo ci istruisce chiaramente ad essere preparati a grandi battaglie, a indossare l’armatura di Dio e a resistere al diavolo (Ef 6, 11). Stare attenti e discernere sempre.
 
24. Sappi che attualmente sei sulla scena dove vieni osservata dalla terra e da tutto il cielo
Siamo tutti in un grande scenario in cui il cielo e la terra ci guardano. Che messaggio stiamo offrendo con la nostra forma di vita? Che tipo di tonalità irradiamo: luce, oscurità o grigio? Il modo in cui viviamo attira più luce o più oscurità? Se il diavolo non ha successo nel portarci all’oscurità, cercherà di mantenerci nella categoria dei tiepidi, che non è gradita a Dio.
 
25. Lotta come un valoroso combattente, in modo che Io possa concederti il premio. Non aver troppa paura, poiché non sei sola
Le parole del Signore a Santa Faustina possono diventare il nostro motto: lotta come un cavaliere! Un cavaliere di Cristo conosce bene la causa per la quale lotta, la nobiltà della sua missione, il re che serve, e con la certezza benedetta della vittoria lotta fino alla fine, anche a costo della vita. Se una giovane senza istruzione, una semplice suora polacca unita a Cristo, può lottare come un cavaliere, ogni cristiano può fare lo stesso. La fiducia è vittoriosa.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

«Io, madre comprata per 8mila dollari, alle donne italiane dico: l’utero in affitto è un inferno»

 

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«Ero disperata e pensai di risolvere i miei problemi economici in questa maniera. Affittai il mio utero in cambio di 8mila dollari. In realtà persi la mia bambina, e ora sono perseguitata dalla mia scelta mentre combatto per rivedere mia figlia e contro questa pratica terribile». Così Elisa Anna Gomez ha raccontato la sua esperienza per descrivere l’aberrazione della pratica dell’utero in affitto.
 
 
di Costanza Signorelli (03-02-2016)
 
Diversi politici e quasi tutti i media favorevoli al disegno di legge Cirinnà, si stanno dando da fare in questi giorni – soprattutto dopo la manifestazione del 30 gennaio al Circo Massimo – per specificare e sottolineare come l’istituto della stepchild adoption contenuta nel ddl stesso, non abbia nulla a che fare con la pratica dell’utero in affitto. Che questa sia una palese menzogna, è stato già ampiamente dimostrato su queste colonne. Il disegno di legge che il Senato si appresta a votare nei prossimi giorni, prevede eccome la legalizzazione della maternità surrogata (articolo 5) e la prevede esplicitamente – seppur nell’incomprensibile linguaggio politichese. Ma allora, perché tanto spendersi per negare la verità? Cosa si vuole nascondere?
 
Mettiamo da parte, per un istante, gli approfondimenti giuridici, politici e sociali sul tema. E facciamo parlare la vita. Perché è la vita che inevitabilmente sbatte in faccia la verità, anche quella che non si vuole guardare. Perché è la vita – quella fatta di lacrime e sangue, di carne e di viscere – che dimostra che c’è un limite oltre il quale l’uomo non si dovrebbe spingere. Perché è la vita che grida, senza compromessi, che la legge deve proteggere l’uomo e non spingerlo verso la sua distruzione e condannarlo al peggiore degli incubi. E, invece, è proprio in un terribile incubo che la vita di Elisa Gomez si è trasformata negli ultimi nove lunghissimi anni.
 
«Il mio nome è Elisa Gomez. Ho tre figli. La terza non la vedo più da quando ha due anni mezzo. Ora ne ha quasi nove». Inizia così il racconto di questa donna americana che nel 2006 ha preso «la peggiore decisione della vita»: diventare una madre surrogata.
«Senza saperlo né immaginarlo in quel giorno di otto anni fa, sul tavolo di quel ristorante, ho firmato la mia riduzione in schiavitù». Non lo sapeva Elisa che quella scelta avrebbe portato con sé uno tzunami devastante di sofferenza, per lei e per i suoi tre figli. Non lo poteva sapere Elisa o forse non lo voleva sapere. Erano tanti i problemi, anche economici, che in quel momento stavano affossando la sua vita. E quella scelta le parve una soluzione così possibile, così praticabile, che ci si aggrappò senza pensarci troppo.
 
«Nel 2006», spiega la Gomez, «la mia figlia maggiore iniziò ad avere gravi difficoltà a causa di suo padre che l’abbandonò quando era ancora molto piccola. Questa situazione mi provocò molti problemi sul posto di lavoro: essendo una madre single, ero l’unico genitore per i miei figli e insieme ero anche l’unica persona che potesse provvedere alla stabilità finanziaria della famiglia. La disperazione di dover mantenere da sola i miei figli e il fatto che, per questo, non potessi mai trascorrere del tempo con loro, mi fece prendere quella tremenda decisione che mi avrebbe poi perseguitato per il resto della vita». Per Elisa tutto gioca incredibilmente a vantaggio di quella scelta che si realizza con estrema semplicità: in Minnesota (Usa), il paese della donna, la maternità surrogata è legge ormai da anni.
 
«Mi sono offerta come madre surrogata in un forum on line», racconta Elisa. «Non c’era alcuna consulenza legale, né erano previsti avvocati per rappresentarmi, anche perché non me li potevo permettere. Incontrai diverse coppie commitenti e, alla fine, scelsi una coppia gay. Inizialmente, furono meravigliosi. Decidemmo insieme di usare i miei ovociti e il mio utero per una maternità surrogata». La maternità di Elisa procede senza intoppi e la coppia garantisce alla donna che potrà rimanere la madre della bambina. «Mi pagarono 8.000 dollari per mettere al mondo mia figlia e consegnarla a loro. Ma a una condizione: io sarei sempre stata presente nella vita di mia figlia come la sua madre». Evidentemente il piano ha molte falle. Se da un lato la donna non può vantare alcuna protezione legale, dall’altra lo Stato del Minnesota tutela giuridicamente l’istituto della maternità surrogata. Insomma, una forma di schiavitù legalizzata, ovviamente, a senso unico.
 
E, infatti, ben presto inizia a rivelarsi come tale, con tutte le sue agghiaccianti conseguenze. «Le cose cambiarono drasticamente al momento del parto. In ospedale, la coppia non mi lasciò mai sola nemmeno un secondo, anche quando li implorai di farmi dormire. Non riuscii a riposare per quaranta ore di fila. Poi la mia bambina vide la luce e subito mi sentii legata a lei per sempre. Lei era mia figlia e io lo sapevo, me lo sentivo dentro. Sapevo anche che non potevo lasciarla andare, ma ero estremamente esausta e confusa per tutta quella situazione. La coppia iniziò ad insistere per farmi dimettere dall’ospedale: io iniziai a piangere, piansi per tutto il tempo, fino a quando mi trovai letteralmente scaricata fuori dalla porta di casa mia. Da sola. Senza la mia bambina». La donna è fuori di sé, si sente come incastrata, dentro ad un incubo. Le cose peggiorano giorno dopo giorno e lei non ha la forza di comprendere quello che sta accadendo, né tantomeno di reagire.
 
«Non mi lavavo più, non mangiavo più, mi sentivo come se fossi un fantasma di me stessa. Ma soprattutto mi sentivo come se la mia bimba, mia figlia fosse morta. Non avrei mai potuto immaginare lo strazio che avrei provato nel vedere mia figlia strappata dalle mie braccia. Il dolore che ho provato e che provo tuttora non si può descrivere, è come un bruciore nelle ossa, una ferita che punge ogni fibra dei miei muscoli». Nel frattempo la coppia taglia ogni comunicazione con la donna e abbandona lo Stato del Minnesota facendo perdere ogni traccia di sé e della bambina. «In quel momento nessuno dei due uomini compariva ancora sul certificato di nascita della bambina: si trattava a tutti gli effetti di un rapimento, ma le autorità mi trattavano come se la figlia non fosse mia».
 
Da quel momento Elisa inizia un’estenuante battaglia legale. «Nel primo processo il giudice stabilì che potevo vedere mia figlia solo quattro ore al mese per un paio di mesi e mi ordinò di pagare gli alimenti per il suo mantenimento. Solo più tardi venni a sapere che ci fu un accordo alle mie spalle tra il giudice e il perito legale: tutti loro, insieme alla coppia di uomini, erano parte della comunità Lgbt della quale io non ero parte. Questo stesso giudice», continua la Gomez, «mi mandò poi da otto psicologi: voleva a tutti i costi dimostrare che ero instabile di mente. Ma tutti e otto i medici dissero che ero in perfetta salute mentale, stavo solo soffrendo le pene dell’inferno per il fatto di non poter vedere la mia bambina. I due uomini, invece, mi coprivano di minacce, molestie e insulti ed erano sempre troppo ubriachi per prendersi cura di mia figlia. Ho diversa documentazione che dimostra tutto questo. Ma il giudice, per dar ragione alla coppia di uomini, ha silenziato me e i miei avvocati, emettendo il divieto di pubblicazione degli atti del processo».
 
Purtroppo queste sono solo le battute d’inizio di un processo che va avanti da oltre otto anni e che sta strappando mamma e figlia dal momento stesso della nascita. «Non dimenticherò mai», conclude la Gomez, «le telefonate che feci alla coppia di uomini i primi giorni dopo la nascita di mia figlia: la sentivo urlare disperata in sottofondo. Mi dissero che si addormentava sfinita ed esausta solamente sul seggiolino della macchina: era l’ultimo posto dove aveva visto la sua mamma».
 
 

È questo il racconto che Elisa Anna Gomez ha rilasciato ieri in una conferenza stampa organizzata da Toni Brandi (ProVita) e Lucio Malan (Forza Italia) presso la Sala Nassirya del Senato. Quello stesso Senato che in questi giorni si appresta a votare la legge che introduce anche in Italia l’orrenda, bestiale e inaccettabile pratica dell’utero in affitto. Sarà per questo che molti, in questi giorni, parlando del ddl Cirinnà sentono di aver qualcosa da negare e nascondere?
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

martedì 2 febbraio 2016

Cala drasticamente la popolazione italiana. L'unico inverno rigido è quello demografico

 

 

di Mariano Maugeri

Culle vuote e cimiteri pieni. La curva demografica del 2015 ci lascia una bruttissima eredità. Le nascite, per la prima volta dopo il 1918 (annus horribilis per un’intera generazione rimasta sui campi di battaglia della prima guerra mondiale; chi sopravvisse dovette poi fare i conti con la micidiale epidemia d’influenza, la spagnola, che fece più morti della peste del XV secolo), sono scese sotto la soglia psicologica delle 500mila unità. Un fatto ancor più grave se si considera che rispetto al 2014 «le morti registrano un aumento di oltre 60 mila unità», osserva il decano dei demografi dell’università Bicocca, Giancarlo Blangiardo, mentre gli immigrati, che da almeno un ventennio colmavano il nostro gap demografico, si sono anch’essi arresi all’evidenza che il nostro non è un Paese per famiglie. Così come non è un paese per giovani (130 mila il saldo netto degli italiani in uscita del 2014, quasi tutti con laurea o master), che ormai migrano ovunque nel mondo, né per i vecchi, che vanno godersi la loro pensione esentasse alle Canarie o in Portogallo.
 
Un suicidio demografico in piena regola, che non genera nessuna mobilitazione nell’opinione pubblica né tantomeno riunioni allarmate del Consiglio dei ministri. «Ci vorrebbero statisti come Alcide De Gasperi» sorride Blangiardo, un demografo che aveva previsto questo inverno (o inferno) demografico. Da qui ai prossimi quaranta o cinquant’anni si assisterà alla supremazia schiacciante dei settantenni sui ventenni. Con conseguenze catastrofiche per il welfare, soprattutto la sanità e le pensioni, il cemento che ha tenuto insieme la società del benessere così come l’abbiamo conosciuta.
 
Oltre cinque anni fa, un gruppo di studiosi aveva redatto il Rapporto nazionale sulla famiglia, poi archiviato in un cassetto. Obiettivo: indagare il crollo della natalità. Nel 2012, il governo guidato da Mario Monti legge e approva il documento. Finisce lì. E lo studio ritorna nel cassetto. Qualche anno dopo pure gli immigrati si stufano di compensare la bassa natalità degli italiani, «forse perché si resero conto – osserva Blangiardo – che pure loro scontavano la mancanza di servizi e asili nido». Un’anomalia, la natalità zero, che l’Italia condivide con la Germania, anch’essa con una forte anoressia riproduttiva. La Francia («voleva più baionette delle nazioni nemiche» chiosa il demografo della Bicocca), ma anche la Gran Bretagna, sono invece in sostanziale equilibrio tra nati e morti. Le colpe arrivano da lontano. Dall’ordine mussoliniano di donare oro (e i figli) alla patria, alla retorica cattolica sulla famiglia nucleare, la comunità riproduttiva fondata su madre, padre e figli. Non perché fosse sbagliato difenderla, ma per il motivo opposto, cioè perché si è tutelata solo a parole, senza fornirgli gli strumenti essenziali per la sua sopravvivenza. Con una responsabilità storica di una o più generazioni di politici cattolici, presenti trasversalmente in ogni schieramento. Ricorda Blangiardo: «Una volta esistevano gli assegni familiari. Funzionavano. Ma qualcuno decise di cancellarli, malgrado la cassa fosse in attivo e le famiglie ricevessero un aiuto in denari sonanti». Troppo semplice.
Oggi gli italiani sono 55 milioni (più cinque milioni di immigrati). E nel giro di mezzo secolo potrebbero precipitare a 40, praticamente il punto di non ritorno. Una società di ottuagenari genera ripercussioni pesanti sulla struttura dei consumi. Riflette Blangiardo: «Un settantenne o un ottantenne, tranne le lodevoli eccezioni, al massimo fa manutenzione. E invece di comprarsi un paio di scarpe va a risuolarsi quelle vecchie». Popolazione in calo, più vecchia e meno ricca. Questo è lo scenario. Anticipato da quel picco di 60mila morti in più nel 2015. Il demografo milanese ha lavorato come un detective per risalire alle cause di un innalzamento così brusco e inaspettato della mortalità. Che attribuisce a un effetto cumulativo di più cause: «L’epidemia di influenza nei primi tre mesi del 2015, quando si è registrato il picco della mortalità, è stata affrontata da molti anziani senza la protezione del vaccino per la sua presunta nocività; poi lo slittamento delle cure sanitarie, pratica che accomuna molti anziani in una situazione di parziale indigenza: una ricerca del Banco farmaceutico ha rilevato che 2,5 milioni di anziani hanno rinviato le cure mediche a data da destinarsi». Le proiezioni sono da brividi: nell’Europa a 28 ci sono 500 milioni di abitanti che mettono al mondo 5,2 milioni di figli con una aspettativa media di vita di 80 anni. A condizioni invariate, l’Unione europea perderà 100 milioni di abitanti. Un crollo verticale. Conclude il demografo della Bicocca: «Inutile lamentarsi poi per l’arrivo dei migranti senza titolo di studio: i laureati dei Paesi più poveri scansano scientificamente l’Italia e puntano diritti sul Nord Europa». Il vuoto, in natura, si riempie sempre. Valeria Solesin, la dottoranda di Demografia alla Sorbona, uccisa al teatro Bataclan il 13 novembre, lo sussurrava a tutte le donne italiane che incontrava: «Non prendete cani o gatti: mettete al mondo figli come le francesi».
 
 
 
 
 
 
 

Poveri della Tradizione, non borghesi della Tradizione

 

 
Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno IX n. 2 - Febbraio 2016

Sapete bene quante volte, su questo foglio di collegamento, abbiamo messo in guardia contro i pericoli del modernismo. Quante volte abbiamo reagito contro la maldestra modernizzazione della Chiesa, che sta ormai compiendosi nella più acuta crisi che la Chiesa abbia mai conosciuto nella sua storia.

Abbiamo reagito, ne sentiamo tutto il dovere; abbiamo detto di “no”; abbiamo detto di non accettare questo stravolgimento della vita cristiana che si amplifica sotto i nostri occhi.
È bene, però, ricordare che non abbiamo fatto solo questo, e che non abbiamo fatto innanzitutto questo: ci siamo prima preoccupati di assicurare tra noi una vita stabilmente cristiana.
Sì, perché “essere contro” non equivale a fare il cristianesimo. È un’illusione mortale quella di pensare che essere contro qualcosa equivalga automaticamente a costruirne l’alternativa.

Sarebbe per noi un gravissimo inganno quello di pensare che basti reagire al modernismo teologico, al pastoralismo ingannevole del post-concilio, alla mania di mettere al passo con le ultime mode del mondo la vita cristiana, per vedere sorgere un Cattolicesimo sano, secondo Tradizione.
Il père Emmanuel Andrè, di cui tanto riferiamo sul nostro bollettino e che costituisce certamente uno dei più fulgidi esempi sacerdotali nella Chiesa dei tempi moderni, disse ai suoi monaci, difronte al dilagante Naturalismo: “Siate uomini di Dio, siate uomini di reazione”.
Verissimo! Per essere di Dio, occorre reagire contro il male dilagante. Occorre dire di “no” all’errore che è in te, e al veleno che circola nel mondo.
Ma non basta dire di no, occorre essere di Dio: “Siate uomini di Dio...”. La reazione, quella sana, nasce solo dall’ “essere di Dio”. Occorre preoccuparsi dunque di fare il cristianesimo; l’interesse dev’essere concentrato sul vivere una vita autenticamente cristiana, sul lavorare perché molti abbiano i mezzi e la possibilità di “essere di Dio”.

Ci sono alcuni, in certo mondo tradizionalista o conservatore, che sono permanentemente in reazione, in perenne accusa, rischiando di esaurire i propri sforzi nello scovare il male attorno a loro.
E quando reagiscono contro i cristiani ammodernati, sembrano attendere il cattolicesimo vero dai “modernisti” stessi, pretendendo da loro una conversione che forse attenderanno invano.
No! Occorre fare il cristianesimo, questo attende Dio da noi; per questo ci da la sua grazia.
Un grande benedettino, il Card. Schuster, difronte alla grave crisi di qualche monastero, consigliava di non perdere tempo nel tentare la sua riforma, ma di fondarne a fianco un altro, dove regnassero l’osservanza della Regola di San Benedetto e uno spirito autenticamente monastico: nel momento più forte della crisi, questi nuovi monasteri osservanti sarebbero stati l’anima della rinascita cristiana e monastica.

Così anche per noi: occorre impiantare una vita veramente cristiana dove viviamo, attorno alla Messa tradizionale, fonte di inaudite grazie. Occorre fare il cristianesimo senza perdere nemmeno un minuto, là dove sacerdoti di retta intenzione tornano ad assicurare la Tradizione, nei sacramenti e nella dottrina. I preti, almeno quelli che hanno capito, hanno il dovere di garantire la Tradizione, e i fedeli di riconoscerla e di muoversi!

Ci resta da ricordare però un fatto non secondario: per fare il cristianesimo occorre “dare la vita”.
Dare la vita, è questa l’obbedienza vera che Dio attende da noi.
Dare la vita, cioè tutto, perché se Dio non può chiederci tutto, vuol dire che per noi non è.
Questo dare tutto, va vissuto in una coscienza limpida, unita ad una concretezza estrema, operativa.
L’impiantare il cristianesimo inizia dalla grazia, cioè dall’altare del Signore: è dalla messa cattolica, dal sacrificio di Cristo, che tutto ha vita, dottrina, preghiera, opere, carità, cultura...
Per assicurare il culto e la vita cattolica, secondo tradizione, occorre dare la vita: siamo disposti a questo, o ci basta essere contro?

Se, improvvisamente, fosse data piena libertà all’esperienza della Tradizione, se nella Chiesa ci fosse data questa libertà totale, sorgerebbero questi luoghi di grazia intorno all’altare grazie a noi? Oppure, questo miracolo di libertà per la Tradizione ci troverebbe ancora impegnati ad assicurarci le nostre libertà, i nostri umori alterni? Un siffatto miracolo non ci coglierebbe forse preoccupati di garantirci ancora il nostro “tempo libero”, come fa il resto del mondo?

Solo perché ogni Domenica, e sottolineiamo ogni, ci sia la messa cantata, occorre che molti diano la vita! Il prete che la celebra, l’organista che accompagna il canto, la schola che sostiene la lode del popolo, i fedeli che stabilmente si riferiscono a quella chiesa.

Vedete, la nuova liturgia, miseramente ridotta, di fatto ha garantito, favorendole, le “libertà” e il disimpegno dei fedeli. Sembra nata per intrattenere e non per fare il cristianesimo.
Per fare il cristianesimo occorre non essere liberali, ma uomini impegnati con Dio, consegnanti tutto a Dio: solo i poveri, quelli veri, lo capiscono, non i “borghesi” della tradizione.

Poveri sono quelli che non sperano la salvezza da sé, dal proprio giudizio e azione. Poveri sono quelli che si consegnano a Dio, disposti a dare tutto perché la Chiesa Cattolica continui ad esserci.
Borghesi sono, invece, quelli impegnati a salvare i propri spazi di libertà. Sono liberali nell’anima; vogliono amare Dio, ma non consegnando tutto: loro si illudono e la Chiesa scompare.
Che questa Quaresima ci insegni la vera obbedienza al Signore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

lunedì 1 febbraio 2016

Circo minimo

 




Scusate, signori miei, spiegatemi bene.
Aspettavate di vedere se si riempiva il Circo Massimo? Bene, è stato riempito. Fino all’orlo, e io lo so perché ero sull’orlo. Ne aspettavate di più? Io francamente no. Anche perché non ci sarebbero stati. Mi dicono che già così ne sono rimasti fuori un sacco. Quando sono entrato io, verso mezzogiorno, mancavano due ore ma era già praticamente pieno, dopo ci si è accicciati un po’ di più. Io ho provato a contare, ma è difficile con così tante teste. So solo che nelle code ai cessi chimici c’era più gente che alla svegliaitalia della settimana scorsa.

Ripeto, volevate più gente? All’arrivo a Stazione Termini siamo stati accolti da un nugolo di fotografi che manco le rockstar. Un tizio con una reflex esagerata e la faccia di furetto ci ha chiesto “E i bambini? Dove sono i bambini?” Avrei voluto dire: ma sai quanto costa un viaggio andata e ritorno da Torino? Se la famiglia, quella vera, fosse un poco favorita, magari ce lo saremmo potuti anche permettere di venire tutti. Ma non se voglio fare le vacanze, comprare un regalo, mangiare. Ci sono qui io, in rappresentanza di tutti.

 Ed ecco il secondo punto. Alle manifestazioni in generale uno conta uno. Stavolta per ognuno di quelli che sono venuti ce ne sono tre, quattro, dieci che sono rimasti a casa. Me lo hanno detto, volevamo venire, ma non ci riusciamo. Perché non è che tutti, in una settimana, riescono a sganciarsi. A noi il viaggio non lo pagano i sindacati, o il partito. Eravamo “solo” trecentomila? Cinquecentomila? Allora eravamo realmente uno, due, cinque milioni. Uominidonnebambini. Gioiosi. Lieti. Lietamente arrabbiati, ma di quell’arrabiatura che non è cattiva, di quella che ti fa dire, bene, facciamo qualcosa. Persino quel gruppetto vestito di nero e capelli un po’ corti, che quando erano entrati avevano volti tesi che facevano un po’ timore. Li ho rivisti verso la fine, ce n’era uno che sembrava un armadio a due ante, braccia tatuate grosse come le mie cosce, che agitava una bandiera con una faccia da bambino, e non faceva più paura. E mi dicevo, guarda cosa ci vuole per battere la violenza e far battere il cuore. Un po’ di piccoli, un po’ di gioia, parole vere.

Per cui non si è mandato nessuno all’inferno, o affan, come in altre piazze. Nessuno, nemmeno chi ci vuole male, e a leggere i giornali sono tanti. Tanti che minimizzano, o cercano di far dire altro a chi ha parlato. Signori miei, noi c’eravamo, e se scrivete cose false la conseguenza sarà che non vi crederemo più. Credere ha la stessa radice di credito. Non si darà più credito a chi ha dimostrato di non meritarlo. Chi sono coloro che ci stanno aiutando e coloro che ci oscurano, come dice Gandolfini nel video completo, qui sotto, al minuto 1:58:30 circa. Perché noi c’eravamo.

C’eravamo. Siamo venuti, avvisati all’ultimo, di tasca nostra, senza un partito, un sindacato, un’organizzazione, un movimento, una Chiesa che ci abbia sponsorizzato. Tantissimi. Più di quanti potesse contenerne quel Circo Massimo che ora, solo per noi, minimizzate.
Vi dico, meglio il nostro Circo Massimo del vostro circo minimo di pagliacci, prestigiatori e funamboli scadenti. Siete pochi, siete scalcagnati. Avete sponsor potenti, e i soldi e il potere possono molto, è vero. Ma le bugie non durano, specie quelle che si vivono.
Quella di ieri non è stata una bugia. E’ stata giornata molto bella. Non è troppo tardi per lasciare il vostro circo e unirsi al nostro, senza più fingere. Ritrovare la gioia.










berlicche.wordpress.com





 

Ettore Gotti Tedeschi: "Il diavolo ha smesso di lavorare"




Perché ormai nelle fiamme infernali tanti ci vanno da soli, e forse proprio per questo c'è il riscaldamento globale… Riflessioni più serie che ironiche dell'ex presidente dello IOR, sullo stato della Chiesa e del mondo   
 
di Sandro Magister
 
ROMA, 1 febbraio 2016 – Fin dal titolo l'ultimo libro-intervista di Ettore Gotti Tedeschi ha in comune con la predicazione di papa Francesco almeno una cosa: la centralità di un personaggio che anche nella Bibbia ha un posto di prim'ordine, quello del "principe della menzogna":
 
 
Gotti Tedeschi è un banchiere molto "sui generis", cattolico fervente, umanista. Un po' solitario, riluttante a fare squadra. Quando nel 2009 lo chiamarono in Vaticano a presiedere l'Istituto per le Opere di Religione sposò l'incarico con la dedizione assoluta di chi "si fa eunuco per il regno dei cieli", nel caso specifico per ricondurre a virtù la dissoluta similbanca.
 
E puntualmente nel 2012 l'hanno cacciato. Non dice da chi, nel libro. Perché in fondo si tratta di cosa secondaria. Mentre non è affatto marginale il convitato di pietra che incombe in ogni pagina, il diavolo, che Gotti Tedeschi chiama "il grande pensionato", perché è oggi così assediato dai "fan" che nemmeno ha più bisogno di lavorare per riempire l'inferno.
 
Le radici vere del disordine mondiale – dice Gotti Tedeschi – sono morali e alla fin fine teologali. I disastri dell'economia e dell'ambiente non sono cause ma effetti. Ma non c'è niente di triste né di rassegnato nelle sue parole. Perché se il diavolo se la spassa, c'è pur sempre chi continua a lavorare e a illuminare e alla fine a vincere, ed è la Divina Provvidenza, grazie alla quale misteriosamente ma infallibilmente tutte le cose "cooperantur in bonum".
 
Il dialogo tra Gotti Tedeschi e l'intervistatore è intessuto di riflessioni controcorrente, ironiche, sorprendenti. Ma la materia è di peso: economia, ambiente, Chiesa. Con punte dissonanti rispetto alla narrazione – spesso infedele – che avvolge universalmente papa Francesco.
 
Al quale tributa rispetto e obbedienza filiali, senza però nascondere che ai vertici della Chiesa d'oggi le "figure  spirituali" che egli più ammira sono i cardinali Robert Sarah, Carlo Caffarra, Gerhard Müller, Raymond Burke, George Pell, quest'ultimo – sottolinea – "quale teologo".
 
Qui di seguito ecco due assaggi del libro, su due punti delicati: la cacciata dallo IOR e l'enciclica "Laudato si'".
 
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Da "Un mestiere del diavolo"

 
Intervista con Ettore Gotti Tedeschi
 
 
SULLA SUA CACCIATA DA PRESIDENTE DELLO IOR
 
 
D. – Che cosa la renderebbe felice?
 
R: – Un colloquio con Tommaso Moro, con Antonio Rosmini… San Tommaso Moro è un santo di riferimento della mia vita. Sarei stato lieto di finire come lui in modo trasparente sul patibolo per le mie convinzioni, piuttosto che finire diffamato ed esposto alla diffamazione da uomini di Chiesa senza neppure il processo, che almeno san Tommaso Moro ebbe il privilegio di avere (magari divertendosi, come mi sarei divertito io).
 
Un altro è il beato Antonio Rosmini, riconosciuto come uomo di fede e pieno di amore per la Chiesa solo 120 anni dopo la sua umiliazione. Io, senza evidentemente voler paragonare me stesso e le mie vicende a quanto successe a Rosmini per avere scritto "Le cinque piaghe della Chiesa", ho ancora da attendere 117 anni... Persino il Beato Toniolo fu screditato e perseguitato, nonostante avesse servito la Chiesa con fede, competenza e passione.
 
D. – Si legge però amarezza nelle sue parole. È possibile perdonare davvero chi ci fa del male? E, se posso chiederglielo, lei ha sempre perdonato?
 
R. – Certo che si può perdonare chi ci fa del male: si deve imitare Cristo, o meglio cercare di imitarlo. Io non so dire se sia facile o meno, so solo che bisogna lottare tutta la vita per riuscirci. Certo, da soli è abbastanza difficile: suggerisco di avvalersi dell’aiuto di un direttore spirituale che sappia confessare, far meditare, insegnare a pregare. Suggerisco di tornare a rivolgersi ininterrottamente al nostro (dimenticato) angelo custode, chiedendogli suggerimenti. La grazia arriva.
 
No, non ho sempre perdonato. Nello specifico caso cui lei si riferisce senza citarlo, il problema è complesso. Molto complesso. Posso però dirle che ho perdonato alcuni, altri non ancora. Ma il vero perdono cos’è? È la remissione, l’assoluzione di una colpa, di un peccato: questa spetta alla Chiesa. Il perdono che può dare una persona offesa a coloro che si sono macchiati di una colpa, che non sono pentiti e non si sono scusati, è qualcosa di diverso. Può essere il cercare di scusarne il comportamento, di non portare rancore, odio. Il vero perdono forse sta nel saper pregare per chi ha colpa, per il suo bene. Ecco, questo io sono riuscito a farlo, non senza aspirare però continuamente a far emergere la verità. […]
 
D. – Lei è stato collaboratore di una persona così unica e straordinaria come papa Benedetto. C’è qualcosa che ha voglia di dire in merito alle vicende legate alla sua presidenza dello IOR e alla sua uscita da esso? Che testimonianza cristiana ne ha ricevuto?
 
R. –  La mia testimonianza è duplice. Primo: dove c’è tanto bene c’è sempre anche tanto male. Ma i santi ci sono sempre, proprio come le suore di clausura che pregano per la Chiesa, e sono loro a darci speranza. Così ho seguito il consiglio di una santa suora, una madre badessa benedettina, che una volta mi disse: “È legittimo il tuo desiderio di verità e giustizia, ma è merito maggiore mortificarlo ed offrirlo a Dio per la sua Chiesa”. Ho scelto questa seconda alternativa.
 
Secondo: una riflessione che ancora oggi faccio è che all’interno della Chiesa può essere più facile fare il male che il bene. Ecco, questa riflessione avrei desiderato proporla a papa Francesco, se mi avesse voluto vedere. Cosa che non è mai successa.
 
Benedetto voleva una Chiesa esemplare. Se non fosse stato per fatti e persone che voglio dimenticare, il suo pontificato sarebbe definito come quello di Benedetto XVI “il Grande”. Ma ciò avverrà ugualmente: lo Spirito Santo è un grande editore, anche se pubblica quando vuole Lui, senza farsi suggestionare dalla lettura della stampa laicista-progressista.
 
 
SULL'ENCICLICA "LAUDATO SI'"
 
 
D. – Che pensa dell'enciclica di papa Francesco "Laudato si’"?
 
R. – Penso che non sia facile intendere di chi sia la responsabilità del degrado ambientale ivi descritto. Spero di avere nei prossimi tempi la possibilità di commentare detta enciclica in ambienti clerico-accademici. Comincerò con questa domanda: “Secondo voi chi è il responsabile?”. Ci sarà da divertirsi.
 
D. – Iniziamo subito a divertirci: chi è il responsabile?
 
R. – Mi rendo conto che quello che dico parrà paradossale al lettore poco informato o sensibile a questi problemi, ma ci provo. Responsabile è la cultura gnostica, neomalthusiana e ambientalista che oggi pretende di chiedere al papa di intervenire.
 
Per cultura ambientalista intendo quella che, con visione naturalista e panteista, considera l’uomo il cancro della natura, quello che la danneggia con i suoi consumi smodati e la sua indifferenza all’inquinamento prodotto da lui stesso, soprattutto se si sposa (con una donna) e fa figli. E più figli fa, più produce cause di degrado ambientale.
 
Questa cultura ambientalista è ben accoppiata con la cultura neomalthusiana che negli anni Settanta-Ottanta, nel ricco mondo occidentale, produsse quel sentimento di antinatalità le cui conseguenze oggi sopportiamo.
 
Ma perché responsabilizzo questo ambientalismo? Perché spingendo a non far figli, senza far crollare la crescita del PIL, ha automaticamente spinto proprio i consumi individuali. Per soddisfarli, però, l’Occidente ha delocalizzato le produzioni nei Paesi asiatici, al fine di comprimere i prezzi, accrescere il potere di acquisto dei consumatori e quindi far consumare sempre di più. Questi Paesi asiatici erano, diciamo così, molto meno sensibili e tecnologicamente preparati ai problemi ambientali; conseguentemente, con la scusa di proteggere l’ambiente si è peggiorato il degrado dello stesso. Per non inquinare facendo figli, si è maggiormente inquinato aumentando i consumi per compensare il crollo della natalità.
 
Ma la mia sorpresa maggiore è vedere che ambientalisti neomalthusiani sono stati chiamati a lavorare sull’enciclica stessa. Per fortuna lo spirito del magistero è rimasto intatto, anche se la maggior parte degli osservatori ha faticato non poco a trovarlo o, piuttosto, a volerlo capire.
 
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Nelle ultime righe sopra riportate riaffiora la polemica di Ettore Gotti Tedeschi nei confronti dell'ambientalista neomalthusiano Jeffrey Sachs, effettivamente più volte chiamato in Vaticano nei mesi in cui l'enciclica "Laudato si'" era in fase di scrittura.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

«Il matrimonio non è una qualsiasi unione tra persone umane», firmato: Joseph Ratzinger

    
 
 
 
di Francesco Botturi – Peppino Zola (01-02-2016)
 
 
Articolo tratto dal numero del settimanale Tempi in edicola: “Unioni omosessuali. Il rispetto e la fermezza”.
 
A fronte delle questioni che ci travagliano in queste settimane, abbiamo riletto un autorevole documento di magistero della Chiesa cattolica, le Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, pubblicata il 28 marzo 2003 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, con l’approvazione di Giovanni Paolo II.
 
Tale atto, tuttora in vigore, contiene alcuni criteri di giudizio e risposte a obiezioni che ci sembrano attuali, chiari e coerenti. Crediamo che sia opportuno riproporli, nei passaggi principali del documento, come aiuto a essere presenti con retta coscienza nella circostanza storico-culturale di questi giorni. Titoli, disposizione e numerazione dei brani del documento sono a nostra cura.
 
A) Alcune considerazioni sul matrimonio in base alla Rivelazione
 
1. «L’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla complementarietà dei sessi ripropone una verità evidenziata dalla retta ragione e riconosciuta come tale da tutte le grandi culture del mondo. Il matrimonio non è una qualsiasi unione tra persone umane. (…) Nessuna ideologia può cancellare dallo spirito umano la certezza secondo la quale esiste matrimonio soltanto tra due persone di sesso diverso, che per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, tendono alla comunione delle loro persone».
 
2. «Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali sono condannate come gravi depravazioni (…). Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. (…) Secondo l’insegnamento della Chiesa (…) gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione».
 
3. Di conseguenza, «in presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste, nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza».
 
B) Argomentazioni di ordine razionale a carattere legislativo, antropologico e sociale
 
1. Concezione della legge civile. «Il compito della legge civile è certamente più limitato riguardo a quello della legge morale, ma la legge civile non può entrare in contraddizione con la retta ragione senza perdere la forza di obbligare la coscienza. (…) Le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell’istituzione matrimoniale, all’unione tra due persone dello stesso sesso. Considerando i valori in gioco, lo Stato non potrebbe legalizzare queste unioni senza venire meno al dovere di promuovere e tutelare un’istituzione essenziale per il bene comune qual è il matrimonio. (…) Ci si può chiedere come può essere contraria al bene comune una legge che non impone alcun comportamento particolare, ma si limita a rendere legale una realtà di fatto che apparentemente non sembra comportare ingiustizia verso nessuno. A questo proposito occorre riflettere innanzitutto sulla differenza esistente tra il comportamento omosessuale come fenomeno privato, e lo stesso comportamento quale relazione sociale legalmente prevista e approvata, fino a diventare una delle istituzioni dell’ordinamento giuridico.
Il secondo fenomeno non solo è più grave, ma acquista una portata assai più vasta e profonda, e finirebbe per comportare modificazioni dell’intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune. Le leggi civili sono princìpi strutturanti della vita dell’uomo in seno alla società, per il bene o per il male. Esse svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume. Le forme di vita e i modelli in esse espresse non solo configurano esternamente la vita sociale, bensì tendono a modificare nelle nuove generazioni la comprensione e la valutazione dei comportamenti. La legalizzazione delle unioni omosessuali sarebbe destinata perciò a causare l’oscuramento della percezione di alcuni valori morali fondamentali e la svalutazione dell’istituzione matrimoniale».
 
2. Problemi antropologici. «Nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti quegli elementi biologici e antropologici del matrimonio e della famiglia che potrebbero fondare ragionevolmente il riconoscimento legale di tali unioni. Esse non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana. L’eventuale ricorso ai mezzi messi a loro disposizione dalle recenti scoperte nel campo della fecondazione artificiale, oltre a implicare gravi mancanze di rispetto alla dignità umana, non muterebbe affatto questa loro inadeguatezza. (…) Come dimostra l’esperienza, l’assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all’interno di queste unioni. Ad essi manca l’esperienza della maternità o della paternità. Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell’adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano».
 
3. Obiezioni e conseguenze sociali. «La società deve la sua sopravvivenza alla famiglia fondata sul matrimonio. La conseguenza inevitabile del riconoscimento legale delle unioni omosessuali è la ridefinizione del matrimonio, che diventa un’istituzione la quale, nella sua essenza legalmente riconosciuta, perde l’essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. Se dal punto di vista legale il matrimonio tra due persone di sesso diverso fosse solo considerato come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune (…). A sostegno della legalizzazione delle unioni omosessuali non può essere invocato il principio del rispetto e della non discriminazione di ogni persona. Una distinzione tra persone oppure la negazione di un riconoscimento o di una prestazione sociale non sono infatti accettabili solo se sono contrarie alla giustizia. Non attribuire lo statuto sociale e giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali non si oppone alla giustizia, ma, al contrario, è da essa richiesto. (…) Non è vera l’argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l’effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere – come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata – al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale».
 
C) Comportamenti dovuti

«Se tutti i fedeli sono tenuti a opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politi
ci cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria (…). Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale». In presenza di una legge favorevole, il parlamentare cattolico «potrebbe legittimamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica, a condizione che sia chiara e a tutti nota la sua personale assoluta opposizione a leggi siffatte (…)».
Ci permettiamo di sottolineare la presenza nel documento di alcuni aspetti da non dimenticare.
Testimonianza. Il documento richiede a tutti e in particolare ai politici e ai parlamentari «un doveroso atto di testimonianza della verità», ove la parola testimonianza assume tutto il suo spessore di impegno privato personale e pubblico istituzionale.
 
Persona e famiglia. Di particolare importanza la sottolineatura circa «rispetto, compassione, delicatezza» nei confronti di persone con tendenze omosessuali. Le battaglie che si stanno facendo in questo periodo non sono “contro qualcuno”, ma “a favore dell’istituzione” famiglia.
Educazione. Le “considerazioni” richiamano la necessità che i giovani non siano esposti in modo inerme a una concezione erronea della sessualità e del matrimonio. Questa preoccupazione deve allertare tutti circa l’esigenza di mettere in atto una forte proposta educativa da parte delle comunità cristiane, delle famiglie, delle scuole, dei mass-media, qualunque sia l’esito legislativo.

 
FONTE: tempi.it