mercoledì 4 gennaio 2012

4 gennaio: beata Angela da Foligno







Parole di Benedetto XVI all'Udienza Generale del 13-10-2010:

"Di solito, si è affascinati dai vertici dell’esperienza di unione con Dio che ella ha raggiunto, ma si considerano forse troppo poco i primi passi, la sua conversione, e il lungo cammino che l’ha condotta dal punto di partenza, il “grande timore dell’inferno”, fino al traguardo, l’unione totale con la Trinità. La prima parte della vita di Angela non è certo quella di una fervente discepola del Signore. Nata intorno al 1248 in una famiglia benestante, rimase orfana di padre e fu educata dalla madre in modo piuttosto superficiale. Venne introdotta ben presto negli ambienti mondani della città di Foligno, dove conobbe un uomo, che sposò a vent’anni e dal quale ebbe dei figli. La sua vita era spensierata, tanto da permettersi di disprezzare i cosiddetti “penitenti” - molto diffusi in quell’epoca – coloro, cioè, che per seguire Cristo vendevano i loro beni e vivevano nella preghiera, nel digiuno, nel servizio alla Chiesa e nella carità.

[...] Cari fratelli e sorelle, la vita di santa Angela comincia con un’esistenza mondana, abbastanza lontana da Dio. Ma poi l'incontro con la figura di san Francesco e, finalmente, l'incontro col Cristo Crocifisso risveglia l'anima per La presenza di Dio, per il fatto che solo con Dio la vita diventa vera vita, perché diventa, nel dolore per il peccato, amore e gioia. E così parla a noi santa Angela. Oggi siamo tutti in pericolo di vivere come se Dio non esistesse: sembra così lontano dalla vita odierna. Ma Dio ha mille modi, per ciascuno il suo, di farsi presente nell'anima, di mostrare che esiste e mi conosce e mi ama. E santa Angela vuol farci attenti a questi segni con i quali il Signore ci tocca l'anima, attenti alla presenza di Dio, per imparare così la via con Dio e verso Dio, nella comunione con Cristo Crocifisso. Preghiamo il Signore che ci renda attenti ai segni della sua presenza, che ci insegni a vivere realmente. Grazie.".





Parabola del convito

La fedele [la Beata Angela da Foligno, n.d.r.] mi disse che una volta, mentre stava chiedendo a Dio di comunicarle qualcosa di sé, si fece il segno della croce e pregò Dio di indicarle chi sono i suoi figli.

Egli, fra l’altro, le portò questo esempio: – «Mettiamo che ci sia un uomo che ha molti amici, li invita a un banchetto e dispone a tavola quelli che vanno; infatti, alcuni non accettano l’invito e per essi si addolora, perché ha preparato un convito molto abbondante. Sebbene voglia bene a tutti e a tutti offra il banchetto, nondimeno mette quelli che ama di più vicino a sé, alla mensa speciale, e con questi, che ama più intimamente, mangia in un’unica scodella e beve a un’unica coppa».

Io con grande compiacimento spirituale chiesi: «Quand’è Signore, che inviti tutti?».
Ed egli mi rispose: «Io ho amato e invitato tutti alla vita eterna; coloro che vogliono venire, vengano, perché nessuno può portare la scusa di non essere stato invitato. Se vuoi capire quanto li ho amati e scelti con piacere, guarda la croce».
Dopo disse: «Ecco, i chiamati vengono e sono disposti a tavola», e fece capire che era lui la mensa e il cibo.

Io chiesi: «Per quale strada son venuti i chiamati?». Ed egli rispose: «Per la via della tribolazione; sono i vergini, i casti, i poveri, i pazienti e i malati»; e nominò molti tipi di persone che si sarebbero salvate.

Di ogni parola capii il significato e la spiegazione e mi compiacqui molto e feci in modo di non muovere neppure gli occhi, per non perdere la consolazione. Questi furono definiti figli comuni.

In quella rivelazione disse che la verginità, la povertà, la febbre, la perdita dei figli, la tribolazione e la privazione della proprietà – e specificò molte cose con prove e spiegazioni che ben capivo – vengono mandate da Dio a quei figli, per il loro bene.

Essi non lo sanno e non se ne rendono conto, anzi all’inizio tribolano, ma poi sopportano in pace e riconoscono che è tutto permesso da Dio.

Invece gli invitati alla mensa speciale, che il Signore conduce con sé a mangiare in un’unica scodella e a bere a un’unica coppa, sono quelli che vogliono conoscere chi è l’uomo buono che li ha invitati, per potergli piacere. Dopo aver capito che hanno ricevuto l’invito, senza esserne degni e senza meritarlo, si danno da fare, per piacergli. Essi sono coloro che sanno d’essere stati amati molto da Dio onnipotente e se ne riconoscono indegni. Per scoprirlo, vanno alla croce, vi si fissano, la guardano e vi conoscono l’amore.


B. Angela da Foligno, Memoriale, p.28

Riunione costitutiva di un gruppo stabile a Lucca







Si comunica che in data sabato 14 gennaio, ore 10 si terrà l'incontro costitutivo di un gruppo stabile di fedeli per la richiesta di applicazione del motu proprio Summorum Pontificum nella diocesi di Lucca.

La riunione, alla quale parteciperanno anche alcuni membri del Coordinamento toscano, avrà luogo presso lo studio del geom. Cinquini, in viale Europa, 46 a Lammari (Capannori).

Chiunque fosse interessato, potrà liberamente partecipare. Coloro che avessero problemi a recarsi in loco, non disponendo di autoveicoli, potranno rivolgersi a noi (coordinamentotoscano@hotmail.it) per ottenere un passaggio. Si prega di diffondere la notizia.

Coordinamento toscano 'Benedetto XVI' - Per l'applicazione del motu proprio Summorum Pontificum

martedì 3 gennaio 2012

UN SUSSIDIO PER APPRENDERE LA CELEBRAZIONE DELLA “MESSA BASSA”







a cura di p.Giorgio Maria Faré, O.C.D.

Ormai sempre più frequentemente ed in modo sempre più diffuso si assiste alla spontanea costituzione di quel coetus fidelium - citato da S.S. Benedetto XVI nella Lettera Apostolica Motu Proprio data Summorum Pontificum (art.5, §1) - che venera in modo particolare la Liturgia nell’Usus Antiquior. Spesso, la lecita richiesta da parte di questi fedeli di celebrazioni della S.Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962 dal B.Giovanni XXIII ha evidenziato una carenza di Sacerdoti idonei a tale scopo.

Come indicato al n.21 dell’Istruzione Universae Ecclesiae emanata dalla Pontificia Commisione Ecclesia Dei sull’applicazione della suddetta Lettera Apostolica, è chiesto agli Ordinari di offrire al clero la possibilità di acquisire una preparazione adeguata alle celebrazioni nella forma extraordinaria dell’unico Rito Romano.

Il presente sussidio[1] vuole contribuire, per quanto possibile, a questa sentita esigenza formativa del Sacerdos Idoneus, illustrando ai Sacerdoti che desiderano apprendere questa forma la celebrazione della “Messa bassa” secondo il Messale Romano del 1962, in modo chiaro, dettagliato e completo.

Nella prima parte del testo sono descritte alcune note di carattere generale concernenti la posizione delle mani, il tono della voce e la corretta esecuzione dei gesti, degli inchini e degli spostamenti.
Nella seconda parte è riportato il testo latino integrale nel quale sono state intercalate e messe a margine numerose note ausiliarie sull’adeguato uso della voce e per la simultanea esecuzione della corretta sequenza gestuale.



[1] https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=explorer&chrome=true&srcid=0B3S2KlgDnUOINTA5NDIwYzktMGQ2OC00NmNiLWI1MTgtOGVlZWQ5N2ZmOTQ3&hl=en_US


Scuola Ecclesia Mater 30 dicembre 2011

Simboli religiosi in pubblico e libertà di culto: i presepi profanati




Anche il bue e l'asinello appaiono costernati per il Gesù bambino "gambizzato" a Varese

Grazie alla meticolosa opera di raccolta notizie fatta dalla Redazione del Sito della Diocesi di Porto-Santa Rufina, possiamo renderci conto di quanti furti, attacchi, danneggiamenti - nell'Italia che si ritiene ancora cattolica - ci siano ai simboli religiosi. In particolare contro i presepi che spuntano un po' dappertutto durante le feste natalizie e sono, ormai da vari anni, e sempre di più: bersagli facili di chi vuole esprimere il suo odio a Gesù. Non si tratta di vandalismi qualunque, ma di colpire e sfregiare i sentimenti religiosi delle persone che hanno desiderato mostrare la loro fede nel Dio incarnato. Leggete la lista degli episodi che si sono succeduti nei giorni del Natale appena trascorso:


Breve rassegna delle profanazioni
avvenute nello scorso Natale '11

Salsomaggiore Terme - Sconcertante atto sacrilego a Salsomaggiore Terme, nel Parmense. Alcuni vandali, nel presepio della centralissima piazza Berzieri, di fronte all'edificio storico delle terme, hanno mozzato di netto la testa della statua del Bambino Gesù. La scoperta è stata fatta dai tecnici del Comune che stavano sistemando le aiuole della piazza e hanno dato l'allarme. La statua mutilata è stata subito rimossa dalla mangiatoia.

Sant'Ambrogio (Torino) - Nella notte di Capodanno alcuni vandali hanno decapitato le teste dei personaggi del presepe collocato nel giardino retrostante la Chiesa delle Grazie, in Borgata Bertassi. Le statue erano ad altezza d'uomo: sono state mozzate le teste di San Giuseppe e della Madonna. La statua di Gesù bambino è stata invece impiccata ed appesa ad un cartello stradale.

Induno Olona (Varese) - Durante la notte di Natale ignoti vandali hanno preso di mira il presepe allestito nella centralissima piazza del municipio, vicino alla chiesa parrocchiale di San Giovanni. Danneggiata la statuina di Gesù Bambino, alla quale sono state spaccate le gambe. Sconcerto e rabbia in paese.

Castegnato (Brescia) ennesimo atto vandalico contro una rappresentazione della Natività. Ignoti hanno dato fuoco al presepio all’aperto, allestito sul retro della Santella del Buon Viaggio, l’edificio più antico di Castegnato che risale al 1300-1400. Hanno bruciato la capanna ed interamente distrutto i personaggi di compensato al suo interno: San Giuseppe ed il Bambin Gesù, mentre della Madonna resta un pezzo del corpo scampato alle fiamme.

Roma - Rapito il bambinello dalla culla di Piazza Venezia. La piccola statua e' stata trovata in meno di un'ora dai carabinieri e rimessa al suo posto. A segnalare il misfatto al 112 erano stati alcuni cittadini e i controlli immediatamente disposti dai militari hanno portato a una rapidissima soluzione: il bambinello giaceva abbandonato su un marciapiede poco lontano, in via del Plebiscito.

Tirrenia, sul litorale pisano: rapita una statua di uno dei Re Magi. Il presepe e' stato allestito dalla Proloco in una casottino di legno nella centrale piazza Belvedere e mercoledi' mattina le statue dei magi erano state posizionate all'esterno, in attesa di essere sistemate al riparo di una teca di vetro.

Firenze, hanno portato via il bambin Gesu' del presepe di piazza Duomo, a Firenze, per abbandonarlo poche centinaia di metri piu' in la'. A trovarlo, su un marciapiede, e' stato un turista. Il bambinello, una statua a grandezza naturale, e' stato consegnato ai vigili urbani, che lo hanno rimesso al suo posto. Il presepe e' allestito dall'Opera del Duomo.

Lecce, furto nella notte ai danni del presepe allestito negli spazi dell’Anfiteatro di Lecce, nella centralissima Piazza Sant’Oronzo. Ignoti hanno fatto sparire la statua del bambinello. Nelle passate edizioni del presepe di Piazza Sant’Oronzo, voluto dall’amministrazione comunale di Lecce, si erano registrati episodi analoghi; negli scorsi anni, infatti, erano state rubate le statue dei Re Magi.

Brescia, quartiere Fiumicello: dopo aver subito numerosi atti vandalici, la Parrocchia ha dovuto togliere il presepe allestito nel parco antistante. Il Parroco promuove un momento di preghiera, al termine del quale resta un cartello, quello dei residenti di Fiumicello che recita sicuro questa è una «Casa costruita sulla Roccia».

Milano Marittima: i ladri hanno fatto visita al presepe artistico di Milano Marittima, facendo sparire una delle quarantatre pecore. "Questo grave episodio si aggiunge ad un vero e proprio atto vandalico compiuto qualche settimana fa sulla figura del pastore - si legge nella nota della proloco - a cui era stata amputata una mano, in seguito ripristinata dal restauro a Milano".

Castenedolo (Brescia). Quattro minorenni fra i 15 e i 16 anni di età e una 19enne danno fuoco al presepe allestito davanti alla Parrocchia di San Bartolomeo. Notati da alcuni passanti, sono stati identificati dai Carabinieri.

Brescia - Sono tre gli episodi di danneggiamento su cui stanno indagando le forze dell’ordine di Brescia. L’ultimo raid notturno contro il personaggi del presepe è stato messo a segno lunedì in via Volturno, vicino all’incrocio con via Manara, a poca distanza dall’Iveco. In questo caso ad essere prese di mira le statuine di San Giuseppe e quella di uno dei Re Magi. Altri casi simili si sono verificati in piazzale Arnaldo dove la mano degli ignoti vandali si è scagliata contro l’effige della Madonna e dell’asinello. Non si è sottratto alle mire degli ignoti nemmeno il presepe allestito in piazza della Loggia.

Uboldo (Varese) - Hanno preso i personaggi del presepe e li hanno gettati per strada. L'ennesima impresa dei vandali ha disgustato il paese: una banda di ragazzi ha letteralmente fatto scempio del presepe allestito in piazza Conciliazione. L'autore, Lino Ciceri, ha poi vagato per chilometri trovando le sue opere gettate per strada in vari punti del paese.

Gardone (Varese) - Un gesto da condannare e aggravato dal fatto che sia successo il giorno di Natale. E’ accaduto al tradizionale presepe, giunto alla ventiduesima edizione, allestito dal comitato Acqualunga Centro Storico in via Zanardelli. Stavolta, però, come l’anno scorso, il Natale della zona è stato “rovinato” dal furto simbolico di una delle cassette allestite intorno alla Natività e destinate alle offerte. Tutto il ricavato sarà devoluto in beneficenza.

Nuoro - Vandali in azione la notte scorsa a Macomer. Dopo aver sottratto alcune statuine, compresa quella del Bambin Gesu' dal presepe parrocchiale, durante la notte ignoti hanno dato fuoco alle luminarie dell'albero addobbato per le festivita' natalizie nella piazza principale. Sul posto sono arrivati i Vigili del fuoco del distaccamento del Marghine che hanno provveduto a spegnere le fiamme, dopo aver accertato la dolosita' dell'evento.

Arzignano (Vicenza) - Rubata la statua del Bambino Gesù, ritrovata dopo 48 ore. Dal presepe allestito in piazza il giorno di Natale è scomparso il soggetto principale. Poi, dopo le ricerche, è stato ritrovato. A distanza di due giorni. La statua era di legno, molto pesante e a grandezza naturale.

Montagna (Sondrio) - Quattro minorenni, tra i 13 e i 17 anni, due maschi e due femmine, la vigilia di Natale non hanno trovato di meglio che distruggere il suggestivo presepe preparato con cura. Non si sono limitati a mettere sottosopra l'opera artigianale, portando via del muschio e distruggendo alcune statuine, ma hanno anche rubato buona parte dei dolciumi contenuti in un cestino messo a disposizione dei bambini.

San Marino - “Sono 16 anni che faccio il presepe alla Porta del Paese e sono 16 anni che i vandali me lo distruggono”. E' arrabbiato, Massimo Agostini, del ristorante il “Ritrovo” di San Marino perché il presepe non vogliono proprio lasciarlo stare. Tre anni fa hanno rubato la statuetta della Madonna. Agostini ogni anno riceve l'incarico, dalla Giunta di Castello, di allestire il presepe davanti alla porta principale del centro storico di San Marino; ma i vandali di notte si sbizzarriscono a distruggere l'opera.

Felino (Parma) - Atto vandalico contro un'altra immagine sacra. Attorno alle 2 alcune persone si sono accanite su una Maesta' posta all' ingresso del paese. I vandali hanno prima divelto l'inferriata, che protegge l'immagine della Madonna, con un bastone e poi, dopo avere rotto il vetro, l'hanno sfregiata ed infine fatta saltare con una piccola bomba carta. Risultato: distaccamento di una parte dell'affresco e danni ingenti alla struttura. Indagano i carabinieri.

Carrara - Non ha pace il presepe realizzato sul sagrato del duomo di Carrara: dopo il furto delle statue della Madonna e del Bambin Gesu', avvenuto prima di Natale, la capanna riallestita dagli artisti del borgo con le canne di bambu' e corredata da altre statue in marmo, e' stata spazzata via da una folata di libeccio.

Portocannone (Campobasso) – Devastato dai vandali il presepe. Lo ha denunciato il sindaco del paese che si recherà presso la caserma dei Carabinieri per presentare formale querela contro ignoti. Il presepe era stato allestito nella piazza principale di Portocannone.

Borgo a Mozzano (Lucca) - Rubata la statua del Gesù Bambino dal presepio allestito davanti alla sede storica della Misericordia di Borgo a Mozzano.

Noale (Venezia) – I Re Magi che portano al bambin Gesù oro e incenso, sono spariti dal presepe di Noale proprio la notte di Natale. Il quadretto della natività era stato allestito dalla Pro loco la vigilia stessa, per la prima volta, sotto il grande albero in piazza XX Settembre.

Castellammare (Napoli) - Rapito bambino Gesù dal Presepe dalla vetrina di un negozio che aveva aderito alla manifestazione "Natale in vetrina". Gesù sarà comunque al suo posto grazie al gentile dono di alcune suore.

Olbia - Rubate da un grande presepe in Via Lituania, nel centro di Olbia, le statue della Sacra Famiglia e di un pastore vicino alla greppia.

Civita di Bagnoregio, danneggiate le strutture del presepe vivente che viene realizzato ogni anno.

Torre Pedrera (Rimini) - Danneggiato da alcuni vandali e ricostruito dagli scultori della sabbia con l'aiuto della popolazione il presepe di sabbia di Torre Pedrera. Si è registrata una vera e propria gara di solidarietà da parte della gente, che per aiutare gli artisti ha trasportato secchi d'acqua e sacchi di sabbia. Resta l'amarezza per il gesto insensato dei vandali che l'hanno devastato a sprangate alcune notti fa.

Terzigno (Napoli) - Ignoti hanno distrutto il presepe allestito in Piazza Immacolata. I malviventi che hanno distrutto l’opera si sono accaniti con sdegno e brutalità sulle statue del presepe.

Morbegno (Sondrio) - Furto al presepe della Croce Rossa. Non si è salvato nemmeno quest'anno l'allestimento della Natività sistemato come da tradizione di fronte all'ospedale, a piazza sant'Antonio, dagli amici della Croce Rossa.

E, non meno grave ...

Scoglitti (Ragusa) - due tunisini nascondono la droga nel presepe di casa. Arrestati.

Bergamo - Gesu’ bambino, il bue, l’asinello e due San Giuseppe. E’ l’iniziativa del piu’ frequentato centro sociale bergamasco, il Paci’ Paciana, che ha allestito un presepe senza Maria, ma col bambinello accudito da due statuette di Giuseppe.


E meno male che era una "Breve" rassegna! Leggere in fila tutte queste notizie fa pensare. Non si tratta di un gesto sporadico, ma di una vera e propria "cristianofobia" o meglio di una vera e propria persecuzione dei sentimenti e delle manifestazioni religiose cristiane. Ma siccome le maggioranze non hanno bisogno di tutela e non fanno notizia (se non in tempo di voto), finché non arriveremo al livello della Nigeria, questi episodi li troverete solo nascosti nelle pagine dei giornali di provincia, o nei siti cattolici che si interrogano su cosa sta succedendo.



cantualeantonianum - martedì 3 gennaio 2012

lunedì 2 gennaio 2012

Riti diversi nella stessa Chiesa diocesana? Non è una novità di questi anni. Anzi!








Pare che viga da parecchio (si parla di secoli) l'obbligo dei vescovi che qualcuno si ostina a supporre introdotto da Summorum Pontificum o da Universae Ecclesiae o ancora da Anglicanorum Coetibus, cioè quello di rispettare e favorire attivamente tutti i riti nell'unità della stessa fede. Da ieri è nato il secondo Ordinariato Anglicano, in America, anche questo con la sua forma liturgica da rispettare. Sono tornati all'unità nel recente passato tanti tradizionalisti, e - speriamo - il nuovo anno porterà a casa anche i più testardi: pure ad essi è e sarà consentito l'uso della propria liturgia... Voci insistenti fanno inoltre balenare che, fra non molti giorni, uscirà anche un'approvazione del rito "Romano-Neocatecumenale"!

Il Concilio Ecumenico Lateranense IV, resosi conto che in varie circoscrizioni ecclesiastiche convivevano gruppi di cattolici di diversa lingua, alcuni attaccati ai loro riti tanto da far continue polemiche e litigi con i vescovi che non volevano concedere la celebrazione secondo i loro venerandi libri liturgici, risolse - come potete leggere qui sotto - la questione: dando ragione a quei "gruppi stabili", in massima parte greci, che volevano conservare il loro rito, anche se viventi in mezzo a una maggioranza schiacciante di latini. Tutto questo avveniva nel 1215.

Tuttavia la Chiesa - è risaputo - ci mette molto tempo a recepire e ad implementare i decreti di ogni Concilio Ecumenico. Ma Papa Benedetto continua a ricordare con i suoi documenti che - a differenza di quanto comunemente si pensa - ogni rito approvato dalla Madre Chiesa è buono quanto un altro, soprattutto per coloro che proprio vi sono spiritualmente e umanamente congiunti e strettamente legati.

Canone IX: Riti diversi nella stessa fede

Poiché in più parti, entro l'ambito della stessa città e diocesi sono raccolti popoli di diverse lingue, che nell'ambito dell'unica fede hanno riti e costumi diversi, comandiamo severamente che i vescovi di queste città o diocesi nominino persone adatte, che possano celebrare nei diversi riti e lingue gli uffici divini e amministrare loro i sacramenti, istruendoli con la parola e con l'esempio...

Semplice ed efficace. Paradossalmente oggi sono tutelate tutte le lingue di ogni popolo migrante e itinerante, stanziale o di passaggio sul territorio diocesano, e ad esse si dedicano messe domenicali e cappellanie nazionali. Però il rito latino, autoctono, non gode solitamente non dico di protezione, ma almeno di legittima libertà, e i pochi aderenti ad essi si ritrovano stranieri in patria propria... D'altra parte è anche evidente che il Concilio voleva porre un freno a chi non vedeva altro che il rito della Chiesa Romana, come se tutto quello che si discosta da esso sia da rigettare come fosse eresia: lingua, musica, tradizioni, preghiere. Anche questo è inconcepibile.

Ma se ci arrivavano quegli "oscurantisti" di Medievali nel loro buio periodo storico, come mai oggi che siamo tutti illuminati e adulti non ci arriviamo più e continuiamo a confondere unità con uniformità?


cantualeantonianum, 2 gennaio 2012

Nuovi Francescani







di Francesco Agnoli

Nella mia città, Trento, vi è un immenso seminario. Prima che la Chiesa si “addormentasse”, per citare il titolo dell’ultimo libro di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro (“La bella addormentata”, Vallechi), il seminario era straboccante.

Moltissimi giovani salivano e scendevano le scale, ogni giorno, dalle aule alla cappella, in attesa di un futuro da ministri di Dio. Trento è infatti una città che ha sempre dato molto, alla Chiesa, e soprattutto alle missioni, in Africa e in America Latina.

Poi la crisi che tutti conosciamo, e il seminario prosciugato. Cinque, sei, dieci persone massimo (questo il trend di nuove entrate, da molti anni) si aggirano in una struttura immensa, sproporzionata, che parla di uno splendore lontano. Dove c’erano vita, movimento, speranze, desideri, oggi stanze quasi vuote e locali pressoché silenti.

Ma chi crede, sa che Dio non abbandona gli uomini.

I tempi di Dio sono lunghi, è vero, e talora viene voglia di cantare, con san Filippo Neri: “Capitan Gesù, non star lassù, lui sta quaggiù con la bandiera in mano…”.

Ma i segni di un lento risveglio ci sono. Penso, per esempio, a due famiglie trentine che conosco, che hanno visto partire, sacerdoti e suore, l’una tre figli su tre, l’altra tre figli su quattro.

Rifletto con mia moglie, ogni tanto, sui prodigi di Dio: prendersi, oggi, sei giovani su sette, in due sole famiglie! Convincerli a lasciare tutto, il rumore del mondo, la carriera, per indossare un abito azzurrino, semplice semplice, come quello di san Massimiliano Kolbe, e un paio di sandali. Per affrontare una vita, quella del religioso, spesso dura, ricca di privazioni, senza una propria famiglia e una propria fissa dimora. C’è veramente una potenza immensa nella chiamata di Dio. Come uomini rimaniamo liberi di accoglierla o meno, ma quando il cuore lascia spazio al soprannaturale, esso esplode nella natura umana, capovolgendola, trasformandola, spingendo a scelte che sarebbero, altrimenti, incomprensibili. Dio può ancora oggi entrare in una famiglia, aperta alla voluntas Dei, come un tuono che entra dalla finestra della torre, per spazzare via ogni cosa!

Certo, perché sei giovani su sette lascino la loro casa, i loro studi, il loro lavoro, legittime ambizioni, occorre che l’abito che indosseranno abbia un grande fascino. E quello dei Francescani dell’Immacolata lo ha. Grazie, soprattutto, al suo fondatore, ancora in vita: Padre Stefano Maria Manelli.

“Padre Stefano”, come lo chiamano familiarmente i suoi frati, è per me una conoscenza di infanzia. Mio padre leggeva a noi figli, intorno al lettone matrimoniale, le sue meditazioni, molti anni prima che avessi l’opportunità di conoscerlo dal vivo. Io allora non lo sapevo, ma i libri di spiritualità di Mannelli, sono, oggi, quasi un unicum. Hanno un sapore medievale, cioè un gusto forte, dolce ed amaro nello stesso tempo.

Padre Stefano, dopo il Concilio Vaticano II, nel 1970, a causa di un progressivo indebolimento dell’osservanza religiosa, aveva chiesto ai Superiori di iniziare con un compagno, P. Gabriele M. Pellettieri, un’esperienza di vita secondo il modello francescano delle origini. Andare all’origini del francescanesimo significa anche tornare ad una predicazione essenziale, quella dei fioretti, degli exempla medievali. Leggere un libro di padre Stefano, ascoltare una sua predica, significa gustare la dottrina cattolica calata nel reale, incarnata nella storia. Niente a che vedere con i fumosi discorsi di taluni teologi, che vorrebbero assomigliare ai filosofi del passato o agli psicologi del presente. Nulla a che vedere con le prediche sciape, assolutamente vaghe, senza alcun contatto con la realtà, o assolutamente sociologiche (tutte uomo-mondo-società), di tanti predicatori odierni.

Padre Stefano propone sempre una visione teocentrica: Dio, l’uomo, i santi; morte, giudizio, inferno paradiso. La dottrina viene mescolata con la vita, con gli esempi concreti tratti appunto dall’esistenza dei più fedeli seguaci di Cristo. Un po’ come le catechesi di padre Livio a radio Maria, anche quelle di Padre Stefano non lasciano indifferenti lettori ed ascoltatori: li scuotono, li incalzano, non temono di turbare. Nello stesso tempo indicano cime, vette da raggiungere, da scalare; additano esempi affascinanti, propongono visioni soprannaturali. Qualcuno si ritrae spaventato, qualcuno, invece, percepisce la voce di Colui che è venuto a salvarci, ma anche a svegliarci dal sonno.

Quando decise di tentare la sua strada, padre Stefano scelse la città di Frigento, vicino Avellino, dove vi era un vecchio e malmesso convento, che divenne la prima Casa Mariana dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata (dal 1998 di diritto pontificio). Padre Manelli è fondatore anche delle Suore Francescane dell’Immacolata, molto dedite, come i frati, alla buona stampa (si va dalle pubblicazioni edificanti, popolari, alle riviste filosofiche e teologiche di alto livello) e all’evangelizzazione attraverso l’uso dei media più moderni.

Se incontrate per strada un frate o una suora, azzurri, stile francescano, con in mano una sporta stile fra Galdino, e nell’altra una telecamera modernissima, ora sapete a che ordine appartiene.


Il Foglio, 29 dicembre

domenica 1 gennaio 2012

Il Risorgimento contro la Chiesa






di Luigi Negri*

Una riflessione di Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, tratta dall'ultimo libro "Risorgimento e identità italiana: una questione ancora aperta" (Cantagalli, pagine 120, euro 12).

Esisteva nell’Italia del 1861 una tradizione cattolica, c’era una larghissima parte di popolazione, certamente maggioritaria sul piano quantitativo, che riconosceva la tradizione cattolica non come un passato, ma come la forma di un presente. È per difendere un presente, per difendere la propria identità, che, in alcuni frangenti, si è assistito ad una vera e propria ribellione del popolo: le insorgenze contro i giacobini e contro il tentativo di omologare culturalmente il nostro paese alla Rivoluzione francese, che sono costate circa trecentomila morti, in un periodo in cui l’Italia raggiungeva a malapena i venti milioni di abitanti, sono sicuramente una tragica espressione di ciò.

Esisteva una tradizione viva perché la Chiesa era un presente, un presente ricco di storia che continuava a raffigurare per buona parte della popolazione un riferimento importante per quanto concerne le convinzioni, i princìpi di comportamento, la capacità di aggregazione, le forme di vita, di educazione e di solidarietà. Tale riferimento certamente non era esente da limiti e contraddizioni, ma aveva una propria consistenza sul piano ideale e rappresentava una civiltà che aveva ancora una sua precisa attualità. Si trattava di una cultura con profonde radici nella stragrande maggioranza del popolo italiano, che viveva nella famiglia e all’ombra dell’opera educativa della Chiesa, con un patrimonio ideale che già sostanzialmente accomunava le genti d’Italia.

Nella componente che è risultata vincitrice nei fatti, il movimento risorgimentale impose alle genti italiche un’ideologia elaborata altrove e obiettivamente in contrasto con quella cultura cattolica che, fino a quel momento, aveva costituito praticamente l’anima e l’ispirazione di tutte le costumanze, le manifestazioni artistiche, le forme corali di festa, di culto, di arte, di vita. Una minoranza detentrice di una capacità di creazione culturale notevolissima, ma soprattutto capace di creare l’opinione pubblica, capace di influire sull’opinione pubblica (i mezzi della comunicazione sociale sono stati un grande fattore creatore delle rivoluzioni, esattamente come i grandi capitali che questa minoranza aveva a disposizione), che cercò in tutti i modi di imporre un modello culturale alternativo.

Era una minoranza laicista, che pretese di essere totalizzante, pretese di imporsi attraverso un’operazione spregiudicata sul piano ideologico e sul piano economico. Siamo di fronte ad una minoranza che pretese di imporre la propria cultura. Nel momento in cui questa cultura pretendeva di essere l’unica, diventava un’ideologia, totalizzante ed esclusiva. Nella coscienza di molti dei protagonisti del Risorgimento si affermò la convinzione che l’Italia andasse costruita contro i “clericali”, che dovevano essere estromessi, a meno che non assumessero in qualche modo la posizione laicista. Tutto il dramma di Pio IX si svolse a questo livello. Egli volle difendere la differenza, attirandosi le accuse, soprattutto della storiografia successiva, di avere chiuso ogni possibile dialogo con la modernità, mentre invece così facendo ha posto le condizioni per un dialogo autentico. Così come si è andata configurando la spinta unitaria, nell’atto stesso in cui esteriormente si realizzava, la nostra nazione subiva perciò una grave lacerazione interiore. La vera natura del disagio post-risorgimentale risiede nel malessere spirituale della nostra gente, ferita nell’anima a causa della mortificazione della diffusa e vitale realtà del cattolicesimo popolare. Questo conflitto iniziò e si affermò già nel decennio tra il 1848 e il 1858 in Piemonte. Questa prevaricazione ideologica si estese poi a tutta la penisola, ad opera del giovane Parlamento italiano, eletto da meno del 2% della popolazione.

Si è tentato di ridurre questo “dramma nazionale italiano” ai molteplici dissapori tra la Sede Apostolica e lo Stato sabaudo; la storiografia che è andata per la maggiore ha ravvisato nella questione del potere temporale la ragione precipua del conflitto con la Chiesa: «È un luogo comune che la causa principale della inimicizia con la Chiesa sia stato il potere temporale dei papi»; invece «la ragione primaria della tensione non stava nel principato terreno del Vescovo di Roma – ingombrante eredità della storia, che è stato provvidenziale avere superato – ma nella volontà di attentare alla libertas Ecclesiae». Non bisogna dimenticare che la cultura ufficiale del nuovo Stato è stata molto abile nel comporre le tensioni e le divergenze, pur presenti nel suo seno, presentandosi come unitaria. Nonostante ciascuno dei “quattro grandi” del Risorgimento – Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini – avesse scarsa stima e molta antipatia per gli altri tre, l’agiografia politica del tempo è riuscita a farne un “quadrilatero ideologico” (più efficace di quello strategico di Radetzky), con lo scopo di reprimere proprio la tradizione spirituale e culturale, che, più di ogni altra, era la fonte storica dell’identità della nazione. (...)

L’ingerenza dello Stato nella vita della Chiesa fu molto rilevante. Lo Stato si riservava il diritto di intervenire nella stessa nomina dei vescovi: il Papa poteva scegliere soltanto tra una terna di nomi presentati dal Re. Se la Santa Sede non li gradiva, le cose si potevano trascinare anche per anni. Esempio tipico di questo costume è la vicenda accaduta all’arcivescovo di Milano, cardinal Ballerini, presentato, come primo della terna, a Roma quando a Milano regnava ancora Francesco Giuseppe. Il Papa approvò la sua nomina e lo fece cardinale. Nel frattempo si concluse la Seconda guerra di indipendenza e Milano passò ai Savoia, sotto il Regno di Vittorio Emanuele II, il quale denunciò questa nomina perché non compiuta da lui. Era necessario il placet regio perché un vescovo potesse entrare in diocesi ed esercitarvi il suo potere religioso, così come era necessario l’exequatur (si esegua) affinché le sentenze di carattere canonico, emesse dai tribunali diocesani su qualsiasi problema, compresi quelli relativi ai matrimoni, potessero trovare esecuzione. Dunque il cardinal Ballerini non poté diventare vescovo di Milano e neppure entrare in diocesi. La polizia impedì l’ingresso del Cardinale a Milano per 14 anni. La diocesi fu retta da un Vicario Capitolare, mentre il Cardinale viveva a Seregno. Finalmente un’intensa attività diplomatica trovò la soluzione: il Papa lo nominò Patriarca di Alessandria d’Egitto, un titolo puramente onorifico, per cui lasciò la diocesi di Milano, che rimase così vacante. Venne allora nominato arcivescovo di Milano Luigi Nazari di Calabiana, presentato da Vittorio Emanuele II, un piemontese fedele alla dinastia, il quale era stato addirittura nominato Senatore del Regno. Egli, comunque, fu un ottimo arcivescovo, nonostante il pesante condizionamento dei Savoia.

Quando Pio XI concluse i Patti lateranensi con Mussolini (1929), almeno una decina di vescovi erano in carcere, perché ritenuti sovversivi. Delle circa 300 diocesi, una cinquantina era senza vescovo, perché era in atto un contenzioso tra il Papa e la Corona. Del tutto mortificata risultava anche la possibilità educativa della Chiesa, essendo fortemente ostacolata la possibilità di organizzare, a livello sociale, attività ricreative, culturali, associative. Non parliamo poi dell’ingente espropriazione dei possedimenti fondiari della Chiesa, valutata allora in 2.000 milioni di lire oro. Del resto, girando per l’Italia è facile notare come molti luoghi pubblici – dalle prefetture ai tribunali – erano stati in precedenza luoghi religiosi, confiscati dallo Stato unitario.

L’esempio più eclatante dell’ingerenza dello Stato nei confronti della Chiesa rimangono comunque le leggi e le conseguenti azioni rivolte contro gli ordini religiosi di natura contemplativa, perché considerati dispendiosi e inutili per la società. La cosiddetta “legge dei frati”, voluta da Cavour per il Regno sabaudo, fu poi estesa all’intera Italia con conseguenze gravissime: «Così in nome e in difesa della libertà dei cittadini, lo Stato impose di forza la soppressione di quasi 4.000 istituti (i beni dei quali vennero incamerati dal demanio), e oltre 50.000 religiosi, che già avevano conosciuto le spogliazioni rivoluzionarie e napoleoniche, si videro nuovamente costretti (con meno apparente violenza ma identico sopruso) ad abbandonare il monastero e concentrarsi in altri luoghi, fino alla loro estinzione. Non è senza significato notare che per tentare di portare alla sua completa realizzazione questo azzeramento dei corpi intermedi religiosi, non bastò una legge, ma furono necessarie in 17 anni ben 132 circolari amministrative del solo Ministero di grazia e giustizia. Un numero impressionante, quasi simbolica dimostrazione che quando uno Stato pretende di eliminare la concreta e libera organizzazione della società per togliere consuetudini e usi che ritiene oppressivi della libertà individuale, è costretto poi a moltiplicare gli interventi diretti per inseguire i suoi disegni di semplificazione, e cercare di adeguarvi a colpi di decreti le libere forme di convivenza messe in pratica dagli uomini».

A tutto ciò naturalmente si deve aggiungere, dopo la presa di Roma del 1870, la cosiddetta Questione Romana, che di fatto, per Pio IX e per i suoi successori, non fu mai una questione territoriale, ma una questione di principio. Il Papa chiedeva che formalmente gli fosse garantito uno spazio, fosse anche un fazzoletto di terra, su cui potere esercitare in piena libertà il suo ministero. Solo con i Patti lateranensi si arriverà a risolvere la controversia tra Stato e Chiesa, riconoscendo attraverso il Concordato e la nascita dello Stato del Vaticano, uno strumento importante per la Chiesa universale, per il successore di Pietro, per potere svolgere liberamente la propria funzione. Attraverso le parole di Leone XIII si può comprendere la drammaticità della situazione in cui la Chiesa ha vissuto prima di questo riconoscimento: «È facile altresì riconoscere che ai cattolici italiani neppure è dato di attestare liberamente il loro ossequio e la loro filiale pietà a questa Apostolica Sede, senza che o si faccia loro pubblico oltraggio o si contrappongano alle loro legittime testimonianze di religione e di amore, empie ed indegne dimostrazioni. Nella stessa Nostra Roma le cose sono a tal punto, che da più anni siamo costretti a tenerci chiusi in Vaticano, per non mettere a cimento la Nostra dignità e la Nostra Persona. E mentre ci si moltiplicano ostacoli nell’esercizio del supremo Apostolico potere, si dà prova di condiscendenza o di debolezza verso la crescente baldanza della demagogia, la quale svolgendosi in circoli ed associazioni diverse, senza alcun ritegno va manifestando nei suoi comizi disegni perversi e feroci contro la religione, il Papato e la Nostra persona, e si adopera a prepararne l’esecuzione».

E ancora in termini più accorati qualche anno dopo: «La tristissima situazione di Roma, che volge sempre al peggio, […] ci affligge profondamente non tanto per le sofferenze Nostre, […] quanto pel danno incalcolabile che ridonda alla Chiesa di Dio ed alla società medesima dal prolungarsi di questo indegno stato di cattività ed oppressione del Papato. Ci preoccupa ancora grandemente l’avvenire d’Italia soggiogata del tutto alla rivoluzione ed alle sette anticristiane. Con una larva di Monarchia incapace di esercitare la menoma influenza nella direzione del Governo; con un Parlamento divenuto strumento del radicalismo; colla somma delle cose in mano di uomini veramente funesti e risoluti a spingere audacemente la iniqua guerra che si fa alla divina autorità e missione del Papato, Noi prevediamo giorni di lutto, persuasi che la rivoluzione bene organizzata sotto l’egida della Monarchia, non indietreggiando, finirà per attuare pienamente i suoi piani.[…] La persecuzione che essa [l’Italia] mantiene sempre più accesa contro la Chiesa, la rende per necessità sovversiva ed empia nelle sue tendenze».


*Vescovo di San Marino-Montefeltro


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