domenica 4 settembre 2011

Discorso del card. Bartolucci




Il discorso del card. Bartolucci rivolto al Papa in occasione di un concerto tenutosi nei giorni scorsi a Castel Gandolfo.



Beatissimo Padre,
sono qui a ringraziare Vostra Santità per tutto quello che ha fatto e sta facendo per ridare nobiltà e splendore alla Santa Liturgia della Messa per quanto riguarda la musica che voglia veramente essere consona al sacramento del Sacrificio Eucaristico.

Come non ricordare il cantico “Et, hymno dicto, exierunt in montem Olivarum” che Gesù cantò nell’Ultima Cena insieme agli apostoli nel cenacolo dopo la prima Messa. Certo, quell’antico bellissimo inno, non poté non accrescere una santa profonda commozione interiore in quegli straordinari cantori. È la stessa cosa oggi.

Ecco, Beatissimo Padre, io sono qui a ringraziare Vostra Santità per il forte richiamo all’uso della musica delle celebrazioni odierne della Santa Messa. Io sono certo che l’aver richiamato un musicista a far parte del Collegio Cardinalizio ha voluto essere un richiamo all’uso della musica sacra nella Sacra Liturgia.

Il concerto di oggi è soprattutto l’esecuzione del mio lavoro “Baptisma” sul testo preciso dell’antico rito del Battesimo. Mi piace ricordare che proprio questo breve lavoro, definito “poemetto sacro”, fu commissionato a me dal collegio dei professori dell’Istituto Pontificio di Musica Sacra ed eseguito nell’aula magna dello stesso istituto. Mi piace ricordare anche, che dopo l’esecuzione, l’anno dopo fui nominato professore di composizione e direzione polifonica dello stesso istituto; fui nominato maestro di cappella della Basilica di Santa Maria Maggiore. Nell’anno appresso vicemaestro, con Perosi, alla Cappella Sistina. Alla morte del Maestro nel ’56 nominato da Papa Pacelli, Pio XII, maestro direttore perpetuo.

Poi i tempi, purtroppo, cambiarono. Ma oggi si nota con soddisfazione un vero e proprio risveglio da parte di tanti giovani che vogliono rivivere la bellezza della Messa in latino, il maggior frutto spirituale che ne deriva, cioè grande grandissimo conforto. E ci da a sperare in un futuro liturgico quale Vostra Santità certamente desidera. Ne ringraziamo il Signore, che vorrà aiutare tutti coloro che si stanno impegnando per la serietà della musica sacra. Confido fermamente, con l’aiuto di Dio, ci sarà il vero ritorno alla bimillenaria tradizione della musica sacra.
Grazie Santità!

ANTONIO SOCCI SUL TRAGICO OCCULTAMENTO DEI TABERNACOLI






Pubblichiamo il commento di Colafemmina (tratto dal suo sito, Fides et Forma) all'articolo di Socci sul Tabernacolo




Cari amici, qui sopra (foto a sinistra,ndr)vedete una foto della cosiddetta "Cappella del SS. Sacramento" del nuovo - diabolico - santuario di Fatima (Chiesa della SS. Trinità). La cappella si trova nel sotterraneo del santuario. All'interno dell'enorme chiesa consacrata dal Card. Bertone, non esiste il tabernacolo. Quello della cappella sotterranea non è un tabernacolo ma un abominio geometrico che sembra realizzato più per una divinità massonica che per Cristo... E' uno dei tanti esempi di dislocazione perversa del Tabernacolo in angoli inaccessibili delle nostre chiese.


A tal riguardo qui di seguito potete leggere lo splendido e tragico articolo di Antonio Socci apparso oggi su Libero. Una voce autorevole si leva contro il vezzo di anteporre i contenuti della "nota pastorale" della CEI del 1996 sull'adeguamento liturgico all'esempio pratico e magisteriale di Papa Benedetto XVI (Sacramentum Caritatis del 2007). Speriamo che i Vescovi italiani e qualche competente dicastero vaticano (Congregazione per il Culto Divino) sappiano raccogliere l'appello al ripristino della centralità del Tabernacolo nelle nostre chiese. Un ripristino che non può essere emotivo o temporaneo, ma che andrebbe sancito nero su bianco in documenti e decreti ben più solidi di una vaga "nota pastorale" assurta a legge federale dei Vescovi italiani. Buona lettura!


Francesco Colafemmina




Stanno estromettendo Gesù dalle chiese


di Antonio Socci


Un giorno, conversando con amici, Ratzinger (ancora cardinale) se ne uscì con una battuta: “Per me una conferma della divinità della fede viene dal fatto che sopravvive a qualche milione di omelie ogni domenica”.

Se ne sentono infatti di tutti i colori. Non c’è solo il prete che – è notizia di ieri – in una basilica della Brianza diffonde una preghiera islamica in cui si inneggia ad Allah. Ci sono quelli che consigliano la lettura di Mancuso o Augias… E si trovano “installazioni” di arte contemporanea nelle cattedrali che fanno accapponare la pelle. D’altra parte pure i cardinali di Milano hanno dato sfogo alla “creatività”. Leggo dal sito di Sandro Magister: “Nel 2005, l’11 maggio, per introdurre un ciclo dedicato al libro di Giobbe è stato chiamato a parlare in Duomo il professor Massimo Cacciari: oltre che sindaco di Venezia, filosofo ‘non credente’ come altri che in anni precedenti avevano preso parte a incontri promossi dal cardinale Martini col titolo, appunto, di ‘Cattedra dei non credenti’. Cacciari ha tessuto l’elogio del vivere senza fede e senza certezze”. Insomma nelle chiese si può trovare di tutto. Tranne la centralità di Gesù Cristo.


Infatti – nella disattenzione generale – i vescovi italiani hanno estromesso dalle chiese (o almeno vistosamente allontanato dall’altare centrale e accantonato in qualche angolo) proprio Colui che ne sarebbe il legittimo “proprietario”, cioè il Figlio di Dio, presente nel Santissimo Sacramento.


Non sembri una banale battuta. Al Congresso eucaristico nazionale che si sta aprendo ad Ancona dovrebbero considerare gli effetti devastanti prodotti dall’incredibile documento della Commissione Episcopale per la liturgia del 1996 che è il vademecum in base al quale sono state progettate le nuove chiese italiane e i relativi tabernacoli, o sono state “ripensate” le chiese più antiche.


Non si capisce quale sia lo statuto teologico di cui gode una Commissione della Cei (a mio avviso nessuno). Ma la cosa singolare è questa: che nell’ambiente ecclesiastico – a partire da seminari e facoltà teologiche – trovi legioni di teologi pronti (senza alcuna ragione seria) a mettere in discussione i Vangeli (nella loro attendibilità storica) e le parole del Papa, ma se si tratta di testi partoriti dalle loro sapienti meningi, e firmati da qualche commissione episcopale, ti dicono che quelli devono essere considerati sacri e intoccabili.


Dunque in quel testo del 1996, fra le altre cose discutibili, si “consiglia vivamente” di collocare il tabernacolo non solo lontano dall’altare su cui si celebra, ma pure dalla cosiddetta area presbiterale. Relegandolo “in un luogo a parte”. Le motivazioni – come sempre – sono apparentemente “devote”. Si dice infatti che il tabernacolo potrebbe distrarre dalla celebrazione eucaristica.
Motivazione ridicola e – nella sua enfasi sull’evento celebrativo a discapito della presenza nel tabernacolo – anche pericolosamente somigliante alle tesi di Lutero.


L’effetto inaudito di queste norme è il seguente: nelle chiese si assiste da qualche anno a un accantonamento progressivo del tabernacolo, cioè del luogo più importante della chiesa, quello in cui è presente il Signore. Prima lo si è collocato in un posto defilato (una colonna o un altare laterale), quindi in una cappella, parzialmente visibile. Alla fine probabilmente sarà del tutto estromesso dalle chiese. Come risulta essere nell’incredibile edificio di San Giovanni Rotondo in cui è stato portato il corpo di san Pio. L’edificio, progettato da Renzo Piano, non ha inginocchiatoi e la figura centrale e incombente è l’enorme e spaventoso drago rosso dell’apocalisse rappresentato trionfante nell’immensa vetrata: ebbene il tabernacolo lì non c’è.



Tabernacolo/Totem di San Giovanni Rotondo (vedi in alto a destra)


Non so a chi sia venuto in mente questo progressivo occultamento dei tabernacoli nelle chiese (che avrebbe fatto inorridire padre Pio). Esso non corrisponde affatto all’insegnamento del Concilio Vaticano II, visto che l’istruzione post-conciliare “Inter Oecumenici” del 1964 affermava che il luogo ordinario del tabernacolo deve essere l’altare maggiore.E non piace nemmeno al Papa come si vede nell’Esortazione post sinodale “Sacramentum Caritatis” dove egli sottolinea il legame strettissimo che deve esserci fra celebrazione eucaristica e adorazione. Sottolineatura emersa dall’XI Sinodo dei Vescovi dell’ottobre 2005 che ha richiesto la centralità ed eminenza del tabernacolo.


Basterà per tornare sulla retta via? Nient’affatto. Come dimostra il comportamento – a volte di aperta contestazione al Papa – tenuto da certi vescovi quando il suo famoso “Motu proprio” ha restaurato la libertà di celebrare anche con l’antico messale. Purtroppo le idee sbagliate dei liturgisti “creativi” continueranno a prevalere sul papa, sul Concilio e sul Sinodo (forse faranno strada anche altre balordaggini come la “prima comunione” a 13 anni). Fa da corollario a questa estromissione di Gesù eucaristico dalle chiese, la stupefacente pratica del biglietto di ingresso istituito perfino per alcune Cattedrali. Degradate così a musei.
La protestantizzazione o la museizzazione delle chiese è un fenomeno dagli effetti spaventosi per la Chiesa Cattolica. Si dovrebbero prendere subito provvedimenti.


Per capire cosa era – e cosa dovrebbe essere – una chiesa cattolica voglio ricordare la storia di due persone significative. La prima è Edith Stein, una donna straordinaria, filosofa agnostica, di famiglia ebrea, che divenne cattolica, si fece suora carmelitana ed è morta nel lager nazista di Auschwitz. E’ stata proclamata santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e nell’anno successivo compatrona d’Europa. La Stein ha raccontato che un primo episodio che la portò verso la conversione accadde nel 1917 quando lei, giovinetta, vide una popolana, con la cesta della spesa, entrare nel Duomo di Francoforte e fermarsi per una preghiera: “Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l’accaduto”.

Lì infatti c’era Gesù eucaristico. Un altro caso riguarda il famoso intellettuale francese André Frossard. Era il figlio del segretario del Partito comunista francese. Era ateo, aveva vent’anni e quel giorno aveva un appuntamento con una ragazza. L’amico con cui stava camminando, essendo cattolico, gli chiese di aspettarlo qualche istante mentre entrava in una chiesa. Dopo alcuni minuti Frossard decise di andare a chiamarlo perché aveva fretta di incontrare “la nuova fiamma”. Lo scrittore sottolinea che lui non aveva proprio nessuno dei tormenti religiosi che hanno tanti altri. Per loro, giovani comunisti, la religione era un vecchio rottame della storia e Dio un problema “risolto in senso negativo da due o tre secoli”.


Eppure quando entrò in quella chiesa era in corso un’adorazione eucaristica e, racconta, “è allora che è accaduto l’imprevedibile”. Dice: “il ragazzo che ero allora non ha dimenticato lo stupore che si impadronì di lui quando, dal fondo di quella cappella, priva di particolare bellezza, vide sorgere all’improvviso davanti a sé un mondo, un altro mondo di splendore insopportabile, di densità pazzesca, la cui luce rivelava e nascondeva a un tempo la presenza di Dio, di quel Dio, di cui, un istante prima, avrebbe giurato che mai era esistito se non nell’immaginazione degli uomini; nello stesso tempo era sommerso da un’onda, da cui dilagavano insieme gioia e dolcezza, un flutto la cui potenza spezzava il cuore e di cui mai ha perso il ricordo”.


La sua vita ne fu capovolta. “Insisto. Fu un’esperienza oggettiva, fu quasi un esperimento di fisica”, ha scritto. Frossard è diventato il più celebre giornalista cattolico. In una chiesa di oggi non avrebbe incontrato il Verbo fatto carne, ma le chiacchiere di carta.


Libero - 3 settembre 2011

sabato 3 settembre 2011

Declino degli ordini religiosi. E' la fine di una grande storia?






di Vittorio Messori



Ottimi affari, negli ultimi anni ma ancor più nei prossimi, per gli agenti immobiliari romani che trattano “grandi edifici di pregio“. Dopo il Concordato -e poi, con ritmo accelerato, nel secondo dopoguerra– congregazioni e istituti cattolici del mondo intero hanno costruito a Roma le loro Case Generalizie. Alcuni hanno eretto qui anche i loro noviziati e seminari. Spesso non si è badato a spese, soprattutto nell’ampiezza dell’area acquistata, sistemata a parco per proteggere tranquillità e privacy dei religiosi. I progettisti erano in gran parte del Paese d’origine dell’Istituto, così che Roma ha finito per ospitare una collezione di architettura mondiale (nel meglio e nel peggio), anche se quasi sempre invisibile dietro cancelli, mura, alberi.

Ebbene, non solo la secolarizzazione, ma anche le prospettive dopo il Vaticano II, stanno realizzando silenziosamente quanto fecero con la violenza i francesi del giovane Bonaparte, allorché occuparono Roma e deportarono il Papa; e poi i Piemontesi, quando lo costrinsero a imprigionarsi non a Parigi ma nel recinto vaticano. In entrambi i casi, tra le prime mosse degli invasori ci fu lo sfratto violento di frati, monaci e monache e la messa sul mercato del loro grande patrimonio immobiliare. Patrimonio che, poi, fu ricostituito, anzi moltiplicato sino a quando, raggiunto il vertice alla metà degli anni Sessanta, ha cominciato un imprevisto declino. Molto si è parlato e si parla del rarefarsi delle vocazioni alla vita sacerdotale, pensando però, soprattutto, al clero secolare, quello delle diocesi, delle parrocchie. Ma forse meno si è detto, almeno nel mondo laico, dell’inarrestabile declino numerico delle innumerevoli congregazioni di religiosi e, in modo ancor più accentuato, di religiose.

Tra Ottocento e primo Novecento sono sorte centinaia di famiglie di suore di “vita attiva“, che hanno svolto preziosi compiti sociali, spesso con un impegno ammirevole e talvolta eroico. Ma ora quei compiti sono gestiti (spesso a costi ben maggiori e con efficacia ben minore : ma questo è un altro discorso…) da enti pubblici, oppure quei bisogni sono stati eliminati dai tempi mutati. La giovane che abbia oggi –ad esempio- la vocazione al servizio dei malati come infermiera o dei bambini come maestra, pensa a un contratto ospedaliero o statale e, non, come un tempo, a un noviziato di Sorelle. Anche le Congregazioni maschili hanno sentito duramente la sparizione dei compiti per i quali erano stati fondati.

Ma sia tra gli uomini che tra le donne ha agito anche lo spirito conciliare, con la riscoperta del “sacerdozio universale“ con la conseguente rivalutazione del laicato, dunque con la consapevolezza che per essere cristiani sino in fondo la vita religiosa non è la via obbligata. Di fronte al declino, i Superiori hanno spesso reagito nel modo contrario a quanto suggerivano esperienza e sensus fidei : nelle molte crisi della sua storia, sempre la Chiesa ha affrontato la sfida scegliendo il rigore, non l’allentamento delle briglie. Non avvenne così quando la Riforma protestante svuotò metà dei conventi d’Europa o nel XIX secolo, dopo la bufera rivoluzionaria?

Nel dopo Vaticano II, invece, la riscrittura di Regole e Statuti per addolcire ascesi e disciplina, l’imborghesimento di vite che erano state austere, non ha attratto novizi, desiderosi di Assoluto, come tutti i giovani e non di compromessi con lo spirito del tempo.

Non a caso, chi ha retto meglio sono i monasteri di clausura che hanno continuato a proporre una Regola esigente, come da Tradizione. Dopo l’esodo impressionante del decennio 68-78, i vuoti non sono stati riempiti e (seppur in modo più o meno accentuato, a seconda degli Istituti) il declino continua e l’età media s’innalza. Verranno generosi e abbondanti rincalzi, allora, da Asia ed Africa? I Superiori Generali che interrogai, quando feci una lunga inchiesta tra le Congregazioni, mi confessarono che questa è stata, almeno in parte, una grande illusione. Motivi spesso dubbi sull’origine della “vocazione” (un modo, come da noi un tempo, di sottrarsi alla miseria, di studiare, di diventare un notabile), culture, temperamenti, storie troppo diverse per identificare la vita intera al carisma di un Fondatore europeo spesso di secoli fa.

Insomma, le statistiche sono impietose e la realtà, troppo spesso, presenta case di formazione trasformate in case di riposo, che assorbono per l’assistenza molte delle energie superstiti. Non passa mese in cui qualche scuola non si chiuda, qualche convento anche storico e illustre, non venga abbandonato, qualche chiesa non sia passata alle diocesi, pur esse pure in grandi difficoltà di personale. Intanto, qualche Casa Generalizia di Roma è messa sul mercato, per ritirarsi in luoghi meno vasti e più economici.

Realtà rattristante, per un credente? Certamente è doloroso assistere al declino di istituzioni che furono benemerite e madri di tanti santi e constatare il dolore di cristiani che hanno dato la vita a Famiglie che amavano e che, ora, vedono estinguersi.

Ma, nella prospettiva di fede, nulla può esserci di davvero inquietante.

La Provvidenza che guida la storia (e tanto più la Chiesa, corpo stesso di Cristo) sa quel che fa: “Tutto è Grazia”, per dirla con le ultime parole del curato di campagna di Bernanos. La Chiesa non è un fossile ma un albero vivo dove, sempre, alcuni rami inaridiscono mentre altri spuntano e vigoreggiano. Chi conosce la sua storia, sa che in essa, sull’esempio del Fondatore, la morte è seguita dalla risurrezione, spesso in forme umanamente impreviste. Non si dimentichi che nel primo millennio cristiano c’erano soltanto preti secolari e monaci: tutte la famiglie religiose sono apparse solo a partire dal secondo millennio. Frati e suore non ci furono per molti secoli, dunque, pur lasciando un ricordo glorioso e nostalgico, potrebbero non esserci in futuro (è una ipotesi estrema) o, almeno, avere sempre meno peso e influenza. Ciò che è certo è che, a ogni generazione, in molti cristiani continuerà ad accendersi il bisogno di vivere il Vangelo sine glossa, nella sua radicalità. Che volto nuovo assumerà la vita consacrata per intero al perfezionamento personale e al servizio del prossimo? Beh, la conoscenza del futuro ci è preclusa, è monopolio di Colui che, attraverso poveri uomini, guida una Chiesa che non è nostra ma sua .


Fonte: Corriere della Sera - 31 agosto 2011

Un parroco di Cantù impone ai fedeli preghiere islamiche ad Allah




di Magdi Cristiano Allam


Ormai in Italia si prega Allah in chiesa per iniziativa e volontà del sacerdote che dovrebbe aver votato la propria vita per testimoniare la verità unica ed esclusiva in Gesù Cristo. È successo a Cantù, in provincia di Como, martedì scorso 30 agosto, in occasione della Festa dell'Eid al-Fitr, seconda festa più importante della religione islamica che conclude il mese di digiuno del Ramadan. Nella Basilica di San Paolo il prevosto emerito di Cantù, don Lino Cerutti, ha fatto trovare su un tavolo all'inizio della navata centrale e ha fatto distribuire dei volantini contenenti preghiere islamiche per celebrare la fine del Ramadan scritte dal filosofo Sejjed Hossein Nasr, dal mistico Rabi'a e dal poeta Hafez, in cui si tessono le lodi di Allah e si esalta l'islam come la religione eccelsa.


È vero che nello stesso giorno il capo dello Stato Napolitano ha ritenuto di inviare gli auguri ai musulmani, arrivando a sostenere che il dialogo con l'islam sarebbe «indispensabile presupposto affinché la società italiana sappia interpretare le sfide del mondo contemporaneo e divenire sempre più libera, aperta e giusta». Che Il vice-sindaco di Milano Maria Grazia Guida si è recata a omaggiare gli islamici in preghiera con il velo in testa e che anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha visitato la Grande Moschea di Roma.
Ma un conto è prostrarsi agli islamici in moschea, un altro conto è trasformare la chiesa in moschea. In linea di principio si è cristiani perché si crede nella verità di Gesù Cristo, del Dio che si è fatto uomo, nato, morto e risorto per redimere l'umanità, il suggello della profezia e il compimento della rivelazione.


Significa che se si crede in Gesù non si può in alcun modo credere né che Maometto è un profeta autentico né che l'islam è una religione veritiera. O si crede in Gesù o si crede in Maometto; o si è cristiani o si è musulmani. Ma non si può assolutamente sostenere di credere in Gesù e al tempo stesso legittimare Maometto come profeta; così come non ci si può professare cristiani e al tempo stesso legittimare l'islam come religione. Chi lo fa non è cristiano. Non si tratta di essere più o meno sincretisti. Semplicemente non si è più cristiani. E se a legittimare Maometto e l'islam è un sacerdote, ebbene commette un'eresia ed è passibile di apostasia.
Perché non si può relativizzare la verità storica e sacra di Gesù: o ci credi o non ci credi.


L'errore capitale in cui è incorso don Lino è di aver aderito all'ideologia del relativismo religioso che è la conseguenza della trasposizione acritica della dimensione delle persone con la dimensione della religione. L'immaginare cioè che per amare il prossimo, laddove l'amore per il prossimo è il fondamento della fede cristiana, il comandamento nuovo portatoci da Gesù, si debba sposare la religione del prossimo. Quindi per amare i musulmani come persone si debba legittimare l'islam come religione, a prescindere dai suoi contenuti, da ciò che è scritto nel Corano e da ciò che ha detto e fatto Maometto.
Tutto ciò avviene in un contesto dove il relativismo religioso, a partire dal Concilio Vaticano II, sta dilagando all'interno della Chiesa; mentre dall'altra parte, intendo dalla parte dei musulmani e dell'ortodossia islamica, non solo non hanno nulla a che fare con il relativismo ma, all'opposto, condannano noi ebrei e cristiani come eretici perché avremmo deviato dalla retta via, fortunatamente ritrovata con la rivelazione divina affidata a Maometto elevando così l'islam ad autentico suggello della profezia.


Siamo pertanto doppiamente ingenui e illusi: immaginiamo che relativizzando il cristianesimo per legittimare l'islam loro si renderanno più disponibili nei nostri confronti, mentre all'opposto finiamo per essere percepiti come una landa deserta che merita di essere occupata dai musulmani.
Come? Con la proliferazione delle moschee. E anche qui la nostra ingenuità e vocazione al suicidio ci porta a offrirgliene noi prima ancora che le chiedano loro. Noi vorremmo veder sorgere delle grandi moschee con cupola e minareto a Milano, Bologna, Firenze, Napoli e ovunque in Italia. Loro, più furbescamente, ci dicono che preferiscono delle piccole moschee diffuse sul territorio, per potersi spartire il bottino considerando che tra loro non vanno affatto d'accordo tranne che sull'obiettivo di islamizzare l'Italia, l'Europa e il mondo libero, democratico e civile. Ci siamo trasformati in islamici più degli islamici stessi prima ancora di essere costretti a convertirci all'islam. Che cosa possono volere di più gli islamici da noi italiani ingenui, stolti, ideologicamente collusi e votati al suicidio?




Fonte: Il Giornale

GIAPPONE: un prete di Pistoia celebra messa in una città senza cattolici





Nella città giapponese di Shirakawa, gemellata con Pistoia, dove non abita neppure un cattolico su 66 mila abitanti, don Umberto Pineschi, sacerdote toscano, domenica scorsa ha celebrato messa. Don Pineschi è canonico della cattedrale di Pistoia e maestro d’organo dell’Accademia “Giuseppe Gherardeschi” della città, noto in Giappone, oltre che per la sua amicizia con l’imperatrice Michiko, per l’Accademia di musica italiana, a cui vi partecipano organisti giapponesi provenienti da tutto il Paese.



La messa, celebrata in latino in una chiesa di una comunità luterana di 20 persone, secondo don Pineschi, “è un seme gettato, con speranza, in un ambiente in pratica privo di presenza cristiana. Essa, oltre al suo ruolo di celebrazione festiva cattolica ha anche lo scopo di far capire il ruolo che riveste l’organo nella liturgia”.



Questa messa, continua don Pineschi, “vuole anche far vedere che i grandi musicisti del passato componevano non perché le loro musiche venissero eseguite in concerto, ma per interpretare il mistero eucaristico e per ornare l’azione liturgica al pari, o magari di più dei paramenti e degli arredi sacri”.




SIR 02/09/2011

venerdì 2 settembre 2011

“Motu Proprio”"Summorum Pontificum“. La Messa antica a S. Teresa, un evento religioso e culturale straordinario



di Domenico Bonvegna


Alla fine dell'estate prima di ripartire per Milano ho fatto in tempo a partecipare a un grande evento religioso e culturale che non posso non raccontare:

all'evento è stato dato il titolo "Motu Proprio", "Summorum Pontificum"; si tratta del documento che papa Benedetto XVI ha pubblicato nel 2007 che estende la facoltà di celebrare la S. Messa nella forma precedente la riforma liturgica del 1970. Sono stati due giorni, il 27 e il 28 agosto, all'insegna della liturgia e della Messa dell' Antico Rito Romano, in lingua latina, presso la Parrocchia S. Maria di Portosalvo a S. Teresa di Riva (Me). Un "regalo" inaspettato, e di questo bisogna ringraziare il giovane sacerdote padre Roberto Romeo, che ha avuto l'idea coraggiosa, come lui stesso l'ha definita, di celebrare la Messa dell'Antico rito romano (probabilmente la prima volta a S. Teresa dopo 40 anni) e di ospitare don Nicola Bux, docente di liturgia orientale, di teologia dei Sacramenti nella Facoltà Teologica Pugliese, Consultore della Congregazione per la Dottrina della fede, le Cause dei Santi, il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti e dell'ufficio delle celebrazioni del Sommo Pontefice, nello stesso tempo autore di numerosi studi, il più recente, Come andare a messa senza perdere la fede, edito da Piemme.

Il convegno, il 1° nella Diocesi di Messina, tenutosi nel salone della parrocchia, alla presenza di un numeroso pubblico, tra cui tre sacerdoti, viene presentato da padre Roberto e successivamente interviene don Nicola Bux sul "Motu Proprio" di Benedetto XVI. Per l'occasione è stata presentata insieme al libro di don Bux, l'opera di Padre Roberto Romeo "Alle fonti del diritto liturgico orientale. Il Tuttikov dell'Archimandridato del SS Salvatore di Messina. (XII secolo)", la quale è stata egregiamente valorizzata da un relatore d'eccezione, monsignor Eugenio Foti, vescovo della Chiesa messinese. A questo riguardo sia monsignor Foti che don Bux hanno fatto notare che padre Roberto essendo uno studioso del rito bizantino può apprezzare meglio rispetto ad altri sacerdoti, il rito romano antico.

In seguito la serata si è concentrata sul discusso Motu Proprio. Bux ha spiegato il motivo per il quale Benedetto XVI ha voluto scrivere l'importante documento, ricordando quanto scriveva nel Discorso ai Vescovi francesi del 14 settembre 2008: "Il culto liturgico è l'espressione più alta della vita sacerdotale ed episcopale, come anche dell'insegnamento catechetico. Nel 'Motu Proprio' Summorum Pontificum sono stato portato a precisare le condizioni di esercizio di tale compito, in ciò che concerne la possibilità di usare tanto il messale del Beato Giovanni XXIII quanto quello di Paolo VI. Alcuni frutti di queste nuove disposizioni si sono già manifestati, e io spero che l'indispensabile pacificazione degli spiriti sia, per grazia di Dio, in via di realizzarsi".

Il Santo Padre ha fatto un gesto emblematico, prendendo un'iniziativa personale. E siccome il Papa è anche un insigne teologo e grande studioso della Sacra Scrittura, si è chiesto: è mai possibile che noi dobbiamo relegare nel museo una ricchezza così straordinaria come l' Antico Rito Romano? Certamente non è roba da museo diocesano. Del resto, ha affermato don Nicola, il Santo Padre ha girato il mondo anche prima di diventare Papa, e dovunque veniva chiamato si è accorto che molti fedeli non avevano smesso di celebrare la Messa con il rito romano antico. Il rito nuovo scaturito dal Concilio Vaticano II, di sicuro non aveva sostituito quello antico. Del resto il Papa sosteneva che "Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso". Ormai dopo il documento pontificio si è fatta strada l'idea che il rito antico non è mai stato abolito. Per il religioso barese questo aspetto, è importante sottolinearlo, perché alcuni pensano che si sia trattato di una fissazione del Papa. Don Nicola invece sostiene che i papi agiscono ascoltando anche i fedeli e in questo caso Benedetto XVI ha avuto ragione perché ci sono intere comunità e parrocchie che celebrano la messa di rito antico. Riguardo a ciò, racconta la sua recente esperienza presso la Basilica Collegiata di Biancavilla, strapiena di fedeli, soprattutto di giovani, con una messa celebrata non da un prete, ma da tre preti giovani. Pertanto ha sottolineato don Bux, non si tratta di vecchi nostalgici del tradizionalismo, da ancien regime. Anche se è opportuno chiarire che certamente è un diritto dei fedeli poter accedere alla Messa dell'antico rito romano, ma "esso però dev'essere vissuto non in un clima di 'rivendicazione sindacale' ma nella prospettiva del bene comune della Chiesa e dell'ordine che a esso intrinsecamente appartiene (Cfr 1 Cor. 14, 40; 11, 16) (Don Pietro Cantoni, Il "Motu Proprio""Summorum Pontificum"di Papa Benedetto XVI e l'ermeneutica della continuità, Cristianità, n. 343-344 settembre-dicembre 2007)

Benedetto XVI, come afferma don Nicola, nonostante abbia 84 anni ha lo spirito di un giovanotto e non è un fossile che non cambia mai idea. Don Bux ha sottolineato la lungimiranza del Papa, che ha accolto questo movimento di riscoperta del sacro e del latino, presente in tutta Europa. Si tratta di un nuovo movimento liturgico, basta cliccare sul web per scoprire una miriade di siti sulla messa in latino. Qualcuno potrebbe obiettare, ma a che cosa serve la lingua latina? Aiuta a conservare meglio il significato dei termini che le lingue parlate erodono, e trasformano. Don Bux fa l'esempio di una messa celebrata a Lourdes, dove abitualmente capita che viene celebrata contemporaneamente in 4 o 5 lingue e in pratica il fedele non capisce nulla. Perché non celebrarla in latino, si domanda don Bux, così tutti capiscono, basta avere un libretto bilingue. Don Nicola con grande meraviglia, ribadisce che dopo il 2007, sono proprio i giovani che chiedono di celebrare la Messa antica, sfatando la leggenda che li caratterizza come apatici e disinteressati alle cose religiose.

Una Messa antica ma amata dai giovani: non è un paradosso? Per lui no, che gira per l'Italia e all'estero per celebrazioni e conferenze, ed è convinto che il rito antico si diffonde sempre più proprio tra i più giovani. Loro, il problema del latino non se lo pongono. "A mio parere ciò è dovuto al fatto che i ragazzi si approcciano alla fede ricercando il senso del Mistero, e lo trovano in maniera evidente nella Messa celebrata in forma straordinaria. Il ritorno al rito tradizionale non è secondario per la fede: esso favorisce in una dimensione verticale l'incontro con Dio in un mondo contemporaneo in cui lo sguardo dell'uomo è ripiegato su se stesso e sulla dimensione materiale dell'esistenza. In questo senso ha favorito una sorta di "contagio" "spirituale benefico". Questo aspetto è un vero segno dei tempi, che non è venuto fuori da qualche piano pastorale, ma probabilmente dallo Spirito Santo, che secondo don Nicola muove tutto.

L'uomo di oggi ha un forte bisogno di sacro, non ne può più della secolarizzazione che tra l'altro ha prodotto la crisi economica. Persino la liturgia oggi parla più dell'uomo che di Dio. Il sacerdote ha tolto il tabernacolo dal centro per mettere se stesso. Il prete che dà le spalle al tabernacolo è un vero e proprio obbrobrio per don Bux e suggerisce al sacerdote di collocarsi a sinistra o a destra dell'altare. Per il sacerdote barese ormai nella Chiesa si è diffusa la secolarizzazione della liturgia: ci siamo messi al posto del Signore. Così facendo invece di riempire le chiese le abbiamo svuotate.

Don Bux sollecitato da una domanda del pubblico, ha affrontato la scabrosa questione della comunione tra le mani, che ha aperto una serie di abusi, e a questo proposito egli auspica un ritorno alla sana consuetudine di riceverla sulla lingua e in ginocchio, del resto per il compianto beato cardinale Schuster, noi siamo soprattutto degli adoratori. Tutti abbiamo visto i due milioni di giovani adorare il Santissimo alla recente Gmg di Madrid. Alla fine ho fatto anch'io il mio breve intervento con lo scopo di integrare quanto brillantemente aveva detto don Bux e ho citato un mio articolo, La Messa come Dio comanda, pubblicato l'anno scorso, in cui trattavo argomenti dibattuti nella serata, in particolare facevo riferimento al libro di Camillo Langone, Guida alla messa, edito da Mondadori e citavo soltanto quello di don Bux.

La "due giorni"si è conclusa nella mattinata di domenica 28 agosto con la S. Messa solenne in rito romano antico (latino) celebrata da don Nicola Bux. (Per chi è interessato ad ascoltare e vedere il convegno e la S. Messa li trova sul sito www.innovationtv.it e www.parrocchiaportosalvo.it ).

S. Teresa di Riva, 30 agosto 2011
Festa del Beato Ildefonso Schuster


Fonte: Miradouro.it

giovedì 1 settembre 2011

La musica come linguaggio per comunicare la fede



La musica rappresenta "un linguaggio privilegiato per comunicarela fede della Chiesa" e "per aiutare il cammino di fede" dei credenti.Lo ha ricordato Benedetto XVI al termine del concerto offertoglidal cardinale Domenico Bartolucci nel pomeriggio di mercoledì 31 agosto, nel cortile del Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo.


Signori Cardinali
Venerati Fratelli nell'Episcopato e
nel Sacerdozio,
Cari Amici,

questa sera ci siamo immersi nella musica sacra, quella musica che, in modo del tutto particolare, nasce dalla fede ed è capace di esprimere e comunicare la fede. Grazie allora agli splendidi esecutori: ai due Soprani, al Baritono, al Maestro Baiocchi, al "Rossini Chamber Choir" di Pesaro e all'Orchestra Filarmonica Marchigiana, come pure agli organizzatori e alle autorità che hanno reso possibile l'evento. In mezzo alle attività quotidiane, ci avete offerto un momento di meditazione e di preghiera, facendoci intuire le armonie del cielo. Un grazie affettuoso e speciale all'autore dei brani che abbiamo ascoltato, il Maestro Cardinale Domenico Bartolucci. Grazie eminenza, per avermi donato questo concerto e aver composto, per l'occasione, il pezzo Benedictus a me dedicato come preghiera e ringraziamento al Signore per il mio ministero.

Il Maestro Cardinale Bartolucci non ha bisogno di presentazioni. Vorrei solo accennare a tre aspetti della sua vita, che lo caratterizzano in modo evidente - oltre al suo fiero spirito fiorentino - e cioè: la fede, il sacerdozio e la musica.
Caro Cardinale Bartolucci, la fede è la luce che ha orientato e guidato sempre la sua vita, che ha aperto il suo cuore per rispondere con generosità alla chiamata del Signore; ed è da essa che è scaturito anche il suo modo di comporre.

Certo Lei ha avuto una solida formazione musicale ricevuta nel Duomo fiorentino, nel Conservatorio di Firenze, nel Pontificio Istituto di Musica Sacra, con grandi didatti, tra i quali Vito Frazzi, Raffaele Casimiri, Ildebrando Pizzetti. Ma la musica è per lei un linguaggio privilegiato per comunicare la fede della Chiesa e per aiutare il cammino di fede di chi ascolta le sue opere; anche attraverso la musica lei ha esercitato il suo ministero sacerdotale. Il suo modo di comporre si inserisce nella scia dei grandi autori di musica sacra, in particolare della Cappella Sistina di cui è stato per molti anni direttore: la valorizzazione del prezioso tesoro che è il canto gregoriano e l'uso sapiente della polifonia, fedele alla tradizione, ma aperto anche a nuove sonorità.

Caro Maestro, questa sera, con la sua musica, ci ha fatto rivolgere l'animo a Maria con la preghiera più cara alla tradizione cristiana, ma ci ha fatto anche riandare all'inizio del nostro cammino di fede, alla liturgia del battesimo, al momento in cui siamo divenuti cristiani: un invito a dissetarci sempre all'unica acqua che estingue la sete, il Dio vivente, e ad impegnarci ogni giorno a rigettare il male e a rinnovare la nostra fede, riaffermando "Credo"!

"Christus circumdedit me", Cristo mi ha avvolto e mi avvolge: questo mottetto riassume la sua vita, il suo ministero e la sua musica, caro Signor Cardinale. Rinnovo allora il mio grazie a Lei, ai due Soprani, al Baritono, al Direttore e ai complessi corali e orchestrali e volentieri imparto la mia Benedizione Apostolica. Grazie.



L'Osservatore Romano 2 settembre 2011