lunedì 6 giugno 2011

Dobbiamo innanzitutto parlare di Dio




di JOSEPH RATZINGER



Scrutando i segni dei tempi abbiamo visto che il nostro primo dovere in questo momento storico è annunciare il Vangelo di Cristo, poiché il Vangelo è vera fonte di libertà e di umanità.

Il Signore stesso indica il nucleo di questo annuncio con parole brevissime, che devono essere il cuore di ogni evangelizzazione.
All’inizio della sua vita pubblica Cristo riassume così l’essenza del suo Vangelo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1, 15).
Ma il regno di Dio non è un luogo o un tempo, né una struttura del mondo che noi dobbiamo escogitare e realizzare.
Il regno di Dio è Dio stesso, che si fa vicino a noi, si comunica a noi, si rende unito a noi, per regnare in noi. Annunziare il regno di Dio altro non è se non annunziare Dio vivo e vero. Chi non conosce Dio non conosce l’uomo, e chi dimentica Dio distrugge l’umanità dell’uomo, ignorando la sua vera dignità e grandezza. Per questo sant’Ireneo dice: «Se Dio venisse meno del tutto all’uomo, l’uomo cesserebbe di essere», introducendo così quella famosa dichiarazione dell’umanesimo cristiano, che viene citata spesso, ma a metà: «La gloria di Dio è l’uomo vivente, ma la vita dell’uomo è vedere Dio» (Adversus haereses, IV 20, 7).



Vedere Dio significa tenere aperti gli occhi del cuore all’esistenza di Dio, e le orecchie del cuore alla Sua parola; tendere con tutta la propria esistenza al Dio vivente.
Se il nostro cuore non percepisce e non accetta in alcun modo l’esistenza di Dio, noi cessiamo di vivere veramente, il cuore cerca invano di attingere la vita da altre fonti, mentre in realtà si distrugge, come dimostrano i tanti segni di questo nostro tempo, in cui appaiono evidenti le conseguenze tragiche dell’assenza di Dio. Se nella nuova evangelizzazione dobbiamo innanzitutto parlare di Dio per potere con verità parlare dell’uomo, allora dobbiamo esaminare la nostre coscienze.

Una parte non piccola della nostra catechesi e della nostra predicazione sembra essere stata determinata dalla persuasione che prima di tutto debbano essere risolti gli urgenti problemi economici, sociali e politici, e poi, in tranquillità e pace, possiamo parlare anche di Dio. In questo modo è pervertita la verità delle cose, noi annunciamo una sapienza nostra e un regno umano, mentre occultiamo la luce vera, dalla quale tutto dipende, sotto il velo delle nostre idee ed iniziative. Forse dobbiamo pure ammettere che talvolta la stessa Chiesa, oggi, parla troppo di se stessa, gira troppo intorno a se stessa, alla sua struttura da migliorare, cosicché la confessione del Dio vivente, che ci dona la via e la vita, non risplende abbastanza in essa e da essa. A questo fatto si può applicare ciò che il Signore dice dell’occhio, lucerna del corpo, dal quale dipende se tutto il corpo sarà luminoso o tenebroso (cfr. Mt 6, 22s).
La Chiesa è chiamata ad essere l’occhio nel corpo dell’umanità, per il quale si vede ed entra nel mondo la luce divina. Un occhio che vuole vedere se stesso, è cieco.

La Chiesa non è stata creata per se stessa, ma esiste per essere l’occhio attraverso il quale la luce di Dio ci raggiunge; per essere la lingua che parla di Dio. Anche per la Chiesa vale il fatto che chi cerca se stesso perde se stesso; la Chiesa trova se stessa se chiama gli uomini al regno di Dio, facendoli appartenere al Dio vivente.

Perciò essa deve essere molto cauta nel creare nuove strutture di diritto umano; il criterio sia sempre vedere se essa in tal modo diviene più libera e più idonea per annunziare la parola di Dio. Vorrei aggiungere due osservazioni complementari.
Se la Chiesa innanzitutto predica Dio, essa non parla di un Dio ignoto, ma di quel Dio che nel Suo Figlio ha assunto una carne e ha rivelato a noi il Suo cuore amandoci sino alla fine - la morte di croce.
Nella predicazione cristiana tutto è ricondotto a Dio, ma Dio è in Cristo vero Emmanuele. Si è fatto «Dio con noi», come dice san Matteo nel primo capitolo del suo Vangelo (cfr. Mt 1, 23), e nell’ultimo lo mostra compiutamente: «Io sono con voi tutti i giorni…» (Mt 28, 20).


La Chiesa non annuncia una massa di dogmi e di precetti, il cui giogo sarebbe troppo grave per gli uomini; ma annuncia un giogo soave e semplice: Dio che, in Cristo, è con noi, ci guida e ci porta con il suo amore.
La seconda annotazione è questa: chi parla di Dio, parla della vita eterna dell’uomo, poiché Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi (cfr. Mc 12, 27).
Anche qui dobbiamo esaminare le nostre coscienze. Per timore dell’accusa che noi, parlando della vita eterna, alienassimo gli uomini dall’impegno nel mondo, il nostro annuncio della vita eterna spesso è divenuto troppo tiepido.
Ma l’uomo, privato della speranza della vita eterna, è gravemente mutilato.


La certezza data all’uomo di vivere in eterno con Dio, ma anche di potersi perdere in eterno, non sminuisce il dovere dell’impegno terreno, ma dà all’impegno il suo vero peso e la sua vera importanza. Per questo motivo dobbiamo parlare con grande fiducia tanto della vita eterna quanto della resurrezione della carne. Questa è la nostra gioia: il Signore è andato “a prepararci un posto”, nella casa del Padre infatti «ci sono molti posti» (Gv 14, 2). Il Signore stesso è il nostro posto, è lui la nostra dimora. Questa è la nostra gioia, la gioia del Vangelo, che nessuno ci toglie (cfr. Gv 16, 22). Questa è la gioia che dobbiamo annunziare nella nuova evangelizzazione.

* * *

Questo testo finora inedito è pubblicato da Cantagalli come novità della seconda edizione de “L’elogio della coscienza”, che raccoglie discorsi e interventi pronunciati tra il 1991 e il 2000 da Joseph Ratzinger


Si ricomincia dalla famiglia






di Andrea Tornielli




Celebrando la messa a Zagabria, di fronte a un’immensa folla in occasione della giornata delle famiglie croate, Benedetto XVI ieri mattina ha invitato a non ridurre l’amore a «emozione sentimentale» e a «pulsioni istintive», ricordando il valore «unico e insostituibile» della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Il Papa ha ripetuto che la famiglia oggi «deve affrontare difficoltà e minacce» ovunque e quindi «ha particolare bisogno di essere evangelizzata e sostenuta».

Bnedetto XVI ha anche lanciato un appello alle famiglie perché siano aperte alla trasmissione della vita e mettando al mondo dei figli: «Non bisogna avere timore di impegnarsi per un’altra persona. Care famiglie, gioite per la paternità e la maternità. L’apertura alla vita è segno di apertura al futuro, di fiducia nel futuro». Il Papa ha anche rinnovato la richiesta di «provvedimenti legislativi che sostengano le famiglie nel compito di generale ed educare i figli».

Il diciannovesimo viaggio internazionale di Ratzinger, che con la visita di due giorni in Croazia inaugura la stagione dei viaggi del 2001 – visiterà la Spagna per la GMG in agosto, in settembre tornerà in Germania e in novembre sarà in Benin, per la sua seconda trasferta africana – ha avuto per meta un Paese un tempo cattolicissimo, ma ora soggetto al processo di secolarizzazione. Un Paese che sta per entrare in Europa e aveva bisogno di essere incoraggiato e sostenuto, anche nel prendere coscienza dell’importanza per il futuro delle sue radici cristiane.

Ma proprio da Zagabria, da una terra dove il cattolicesimo si fonde con l’identità nazionale e dove in passato non sono mancate esagerate affermazioni nazionaliste, Benedetto XVI ancora una volta ha sorpreso i suoi interlocutori parlando loro del primato della coscienza. Ha riconosciuto, nell’importante discorso tenuto sabato pomeriggio anl Teatro nazionale, l’importanza delle «grandi conquiste dell’età moderna, cioè il riconoscimento e la garanzia della libertà di coscienza, dei diritti umani, della libertà della scienza e, quindi, di una società libera». Conquiste che «sono da confermare e da sviluppare mantenendo però aperte la razionalità e la libertà al loro fondamento trascendente, per evitare che tali conquiste si auto-cancellino, come purtroppo dobbiamo constatare in non pochi casi».
La qualità della vita sociale e civile, la qualità della democrazia, ha detto il Papa «dipendono in buona parte da questo punto “critico” che è la coscienza, da come la si intende e da quanto si investe sulla sua formazione». Se la coscienza, «viene ridotta all’ambito del soggettivo, in cui si relegano la religione e la morale, la crisi dell’Occidente non ha rimedio e l’Europa è destinata all’involuzione. Se invece la coscienza viene riscoperta quale luogo dell’ascolto della verità e del bene, luogo della responsabilità davanti a Dio e ai fratelli in umanità – che è la forza contro ogni dittatura – allora c’è speranza per il futuro».

Benedetto XVI ha quindi definito proprio la coscienza come «chiave di volta per l’elaborazione culturale e per la costruzione del bene comune». E ha detto che è «nella formazione delle coscienze che la Chiesa offre alla società il suo contributo più proprio e prezioso». Non in primo luogo nelle strategie, nelle grandi battaglie culturali, ma nel paziente, spesso poco conosciuto e riconosciuto lavoro di formazione delle coscienze, nella testimonianza quotidiana, sta dunque il contributo più prezioso che la Chiesa può dare e dà. Sia in quei Paesi che rivendicano con orgoglio la loro identità cristiana, sia in quei Paesi dove la secolarizzazione è più avanzata.

Fonte: La Bussola Quotidiana - 06-06-2011

Cattolici e Jung, storia di un abbaglio







di Roberto Marchesini0


6-06-2011



Oggi, 6 giugno, ricorrono i 50 anni dalla morte di Carl Gustav Jung. Ricordando lo psichiatra svizzero non si può fare a meno di menzionare l'attenzione che ebbe per lui una certa parte del mondo cattolico. Attenzione che ebbe le sue cause e che fu frutto di un equivoco.

In generale il mondo cattolico ebbe, almeno fino alla fine degli anni '60 del secolo scorso, un atteggiamento di notevole diffidenza nei confronti della psicoanalisi e delle altre dottrine da essa derivate (ad esempio la psicologia analitica di Jung e la psicologia individuale di Adler). Basti ricordare il Monitum pubblicato dal Sant'Uffizio il 15 luglio 1961, che proibiva a chierici e religiosi di praticare la psicoanalisi e ai seminaristi di sottoporvisi. Dalla fine degli anni '60, la psicoanalisi venne riproposta attraverso i lavori di Reich, Marcuse e Fromm, che proponevano una rilettura di Freud in sintonia con il pensiero marxista. Il mondo cattolico, allora disponibile ed aperto nei confronti della rivoluzione comunista, divenne ricettivo anche nei confronti della psicoanalisi freudiana, decisamente rifiutata fino a qualche anno prima.

A molti cattolici, tuttavia, la psicoanalisi continuava a rimanere indigesta a causa della visione negativa che Freud aveva della religione. Poteva il mondo cattolico rifiutare quello che il mondo considerava una fondamentale chiave di lettura dell'umano a causa dell'atteggiamento di Freud? Ecco quindi, la scoperta di Jung il quale, oltre a rifiutare il cosiddetto “pansessualismo freudiano” (ulteriore boccone indigesto ai cattolici) appariva aperto alla spiritualità, al mondo religioso, addirittura riconosceva un certo valore terapeutico al sacramento della confessione. Questo bastava per accogliere la psicologia analitica e mostrarsi intellettualmente aperti alle nuove istanze culturali.

Il prezzo da pagare? Bastava non indagare troppo in profondità sul tipo di spiritualità proposta da Jung. Cominciamo con il dire che buona parte dell'Opera Omnia di Jung è occupata da libri che trattano di... alchimia. Non opere sulla storia dell'alchimia, sugli alchimisti come proto-psicologi o sulle affinità tra alchimia e psicologia, no: proprio sull'alchimia, cioè su come mescolare i metalli, sul significato magico dei simboli, dei numeri, sulle influenze degli elementi naturali sull'uomo... La faccenda diventa ancora più chiara leggendo un libro che non è incluso nell'Opera Omnia, intitolato Ricordi sogni riflessioni (Rizzoli 2002).

In esso Jung spiega chiaramente che il procedimento alchemico della coniunctio oppositurum, ossia l'unione degli opposti, era il cuore della psicologia analitica. Tuttavia, la coniunctio oppositurum non è un procedimento esclusivo dell'alchimia, ma è anche una delle idee fondamentali della gnosi. La gnosi è una antica credenza che vede il mondo come una prigione dominata da una divinità malvagia (il Dio cristiano); la conoscenza (gnosi) di oscuri misteri, tuttavia, può liberare le anime da questa prigione e ricondurle nel mondo dello spirito (il pleroma), regno di uno spirito buono che ha eliminato ogni differenza. Coerentemente con le sue idee alchemiche, Jung ha abbracciato la gnosi. In un brano del libro citato precedentemente, Jung scrive: “[...] Giobbe è una specie di prefigurazione del Cristo. Entrambi sono legati all'idea della sofferenza. Cristo è il servo di Dio che soffre, e così Giobbe. Nel caso di Cristo sono i peccati del mondo la causa della sua sofferenza, e della sofferenza dei cristiani. Ciò conduce inevitabilmente alla domanda: Chi è il responsabile di questi peccati? In ultima analisi è Dio, che ha creato il mondo e i suoi peccati, e perciò deve patire Egli stesso la sorte dell'umanità di Cristo” (p. 262).

Ma se Dio è malvagio, in quanto origine del peccato, chi è il dio buono? La risposta si trova nello stesso, strano libro. Jung racconta che nel 1916 fu oggetto di un fenomeno di scrittura automatica durato tre sere. L'esito del fenomeno consiste un in libretto di 14 pagine, intitolate Septem sermones ad mortuos e dettate, secondo lo psichiatra svizzero, dal filosofo gnostico Basilide, realmente vissuto nel II secolo. L'ultimo dei sette sermoni si conclude con queste parole: “A incommensurabile distanza c'è una singola stella allo zenith. Questa è il Dio singolo di questo singolo uomo, è il suo mondo, il suo pleroma, la sua divinità. In questo mondo l'uomo è Abraxas, che genera o ingoia il suo mondo. Questa stella è Dio e la mèta dell'uomo. È il suo Dio singolo che lo guida” (p. 462). Abraxas, il demone. Recentemente (novembre 2010) è stato pubblicato il “Libro rosso”, tenuto segreto dallo stesso Jung per tutta la sua vita e, in seguito, dai suoi eredi; esso contiene i Septem sermones ed altri scritti magici e gnostici elaborati dallo psichiatra svizzero. Si tratta, in effetti, di un'opera inquietante: un enorme volume che Jung di suo pugno ha vergato in caratteri gotici, miniato e dipinto e riempito di immagini, visioni e rituali. Sicuramente Carl Gustav Jung era uno psichiatra aperto alla spiritualità. Ma forse era meglio l'ateismo di Freud.






venerdì 3 giugno 2011

Tradizione della Chiesa e Vaticano II



Pubblichiamo l'intervento di p. Serafino M. Lanzetta, FI, al convegno organizzato a Firenze il 20 maggio 2011 sulla Tradizione della Chiesa, dal titolo: Quaecumque dixero vobis. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa.
Nell'occasione sono stati presentati due recenti volumi di Mons. Gherardini sulla Tradizione.





1. La Tradizione della Chiesa

Uno dei tabù post-moderni più insidiosi, dal quale fino a qualche anno fa bisognava necessariamente emanciparsi nella Chiesa, è stato il lemma “Tradizione”. Il rischio, sempre ricorrente, è quello di emanciparsi però non solo da uno slogan, da una parola, per coniarne una nuova, ma dalla Chiesa stessa, che dalla Tradizione è strutturata e della Tradizione vive. Infatti, in diversi livelli ecclesiali, il processo del rinnovamento conciliare, doveva passare necessariamente per un ammodernato concetto di Traditio, che non ripetesse semplicemente quello che era stato già detto nei secoli precedenti, ma che desse alla stessa Chiesa un vigore nuovo e potesse essere inteso come dinamicità intrinseca, come vivezza del mistero, come progressività in una conoscenza biblica sempre più matura e intelligente, fino a scartare come non cattolico, quanto nella Bibbia non risultasse letteralmente scritto. Tradizione doveva passare attraverso il filtro delle Scritture, viste in qualche modo in opposizione ad essa e come suo metro di valutazione teologica.

Il problema è che, in realtà, si trattava di un falso problema. Non c’era un’opposizione irriducibile tra Scrittura e Tradizione, per il semplice fatto che gli agiografi avevano scritto quanto il Signore aveva detto e quanto gli Apostoli avevano insegnato nella loro predicazione. La regola della fede sono le Scritture canoniche in quanto consegnate alla Chiesa, ispirate da Dio in ragione del fatto che, quei fedeli agiografi, avevano ricevuto dalla Chiesa per mano degli Apostoli quelle Parole, trasmesse con l’assistenza dello Spirito Santo. La Tradizione andava a costituire le Scritture e le Sacre Scritture diventavano il canone fisso di un dogma maturato in una compagine viva, nella Chiesa del Dio vivo, che così, con la sua stessa vita, diventava metro ultimo e prossimo della cattolicità. Perciò, la Bibbia non escludeva la Tradizione, né lo potrebbe.

Facendo leva sulla scarsa distinzione dogmatica tra Scrittura e Tradizione di Dei Verbum – Tradizione è solo la predicazione apostolica e solo la trasmissione della Parola di Dio? (cf. Dei Verbum 9), oppure l’intera comprensione e trasmissione della fede, principiante dalla predicazione ed estesa a tutta la Chiesa, in ragione del Magistero ecclesiastico? –, e sul fatto che la classica distinzione delle due fonti della divina Rivelazione fu accantonata per chiari motivi pastorali ed ecumenici del Vaticano II, la divina Tradizione si è facilmente smarrita ed offuscata, per fare spazio solo alla Bibbia, che facilmente però scade nel libero esame, in una fede adogmatica, che oggi si direbbe “fai da te”.

Si è smarrito il criterio dell’essere cristiani. La forma del cattolicesimo. Non basta la Bibbia, è necessaria anche la Chiesa. Quel «non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa», rivolto da S. Agostino ai donatisti, oggi è di un’attualità imprescindibile e potrebbe essere riformulato anche così: non avrei il Vangelo, né lo capirei, se non mi venisse dato e spiegato dalla Chiesa. La Scrittura come regola di se stessa, del suo esserci, di barthiana memoria, non regge. C’è prima la Chiesa e poi la stesura del Vangelo, prima la trasmissione di quanto il Signore aveva detto e fatto e poi la sua elaborazione scritta.

Questo “prima” è da intendersi in senso cronologico, che distingue in modo ontologico l’alterità tra Tradizione e Scrittura e ne determina la loro impossibile riduzione ad unum. Nella “Tradizione apostolica”, poi, che riceve e trasmette la Parola del Signore, si innesta e si salda nell’unicità dello stesso tradere la “Tradizione ecclesiastica”, quale fedele deposito e accresciuta comprensione nel tempo della Chiesa di quelle verità di fede, che sempre identiche, crescono con colui che le medita, lasciando alla Chiesa il compito di scrutarle, di interpretarle rettamente e di insegnarle senza possibilità di errore. Anche quando le Parole del Signore furono messe per iscritto, la Tradizione (orale) non perse la sua efficacia, non solo al fine di interpretare rettamente le divine Scritture, ma per approfondire la stessa fede. Così, con quella divina suggestio dello Spirito Santo (cf. Gv 14,26), si arrivò alla comprensione e alla definizione di verità, quali la Verginità perpetua di Maria, l’Immacolata Concezione, il numero settenario dei Sacramenti, ecc.: non altre verità, ma quelle che il Signore aveva insegnato e che la Tradizione aveva ininterrottamente consegnato, attraverso le Scritture e attraverso la Trasmissione orale dell’unico insegnamento del Signore Gesù. Unico è il deposito della fede, identico e immutabile, due però le vie per riceverlo e ritrasmetterlo accresciuto fino a quando il Signore verrà: quella scritta e quella orale.

Come si vede, Tradizione non è un elemento opzionale, facilmente superabile tacendone la sua essenza o riducendolo al mero momento dell’interpretazione scritturistica. Non è neanche un discrimen politico, come purtroppo da diversi anni a questa parte viene inteso. Sì, forse è stata questa la ragione del suo progressivo accantonamento: una Chiesa (politicamente) più aperta al domani, al progresso, al mondo, all’evoluzione (-ismo), avrebbe dovuto rinunciare al dato antico, al suo passato, al suo ieri. L’ieri era immagine di una Chiesa fissista. L’oggi quello di una Chiesa capace d’avanguardie. Emanciparsi dalla Tradizione (dal mistero in definitiva) era l’urgenza dei tempi nuovi. Anche qui però si era impostato il problema in modo surrettizio: la Tradizione non era identità di un partito conservatore della Chiesa, era ed è la sua vita, la sua possibilità di essere, ieri come oggi. Se si rinuncia alla Tradizione, dimenticando quello che la Chiesa era, si smarrisce il vero fine di quello che la Chiesa dovrà essere. Un ritorno alla genuina e cattolica identità della Chiesa, è indispensabile per superare le divisioni nell’unico Corpo di Cristo e per dare speranza al futuro come presenza dell’unico ed indiviso Cristo nel mondo, per mezzo della Chiesa.

2. Il dato della Tradizione in Dei Verbum:

I numeri della Costituzione sulla Divina Rivelazione riguardanti la Tradizione orale che maggiormente ci interessano sono il n. 9 e 10, i quali recitano rispettivamente:

«La sacra Tradizione dunque e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra Scrittura è la parola di Dio in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito divino; quanto alla sacra Tradizione, essa trasmette integralmente la parola di Dio - affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli - ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza» (n. 9).

«È chiaro dunque che la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme, ciascuna a modo proprio, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime» (n. 10).


3. Il dato della Tradizione in Trento e nel Vaticano I

Questo insegnamento è contenuto nel decreto Sacrosancta del Concilio di Trento, promulgato nella IV sessione dell’8 aprile 1546, che dice:

«[…] il sinodo sa che questa verità e disciplina è contenuta nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte, che raccolte dagli apostoli dalla bocca dello stesso Cristo e dagli stessi apostoli, sotto l’ispirazione dello Spirito santo, tramandate quasi di mano in mano, sono giunte fino a noi, seguendo l’esempio dei padri della vera fede, con eguale pietà e venerazione accoglie e venera tutti i libri, sia dell’antico che del nuovo Testamento, essendo Dio autore di entrambi, e così pure le tradizioni stesse, inerenti alla fede e ai costumi, poiché le ritiene dettate dalla bocca dello stesso Cristo o dallo Spirito Santo, e conservate nella chiesa cattolica in forza di una successione mai interrotta»[1].

Secondo alcuni critici, tra i quali J.R. Geiselmann, Y. Congar, P. de Vooght, scomparsa nel testo tridentino definitivo la particella partim e sostituita con la congiunzione et alquanto innocua, da sola sarebbe stata incapace di definire la Tradizione come canale della Rivelazione, distinto e indipendente dalla Scrittura. Per questi, il Concilio avrebbe assunto una posizione agnostica, limitandosi ad affermare che accanto alla Scrittura ci sono anche tradizioni apostoliche non scritte. Pertanto concludevano che:

a) la Scrittura contiene tutta la rivelazione («principio, questo, comune sia ai cattolici che ai protestanti, della sufficienza materiale della “Scriptura sola”»);

b) la Scrittura per essere rettamente capita necessita della Tradizione (principio dell’insufficienza formale delle Scritture, non in comune con i protestanti);

c) di conseguenza la Tradizione ha solo una funzione interpretativa e dichiarativa della Scrittura.


In realtà, come ripeterà il Vaticano I, la Chiesa attinge e dalla Scrittura e dalle tradizioni non scritte la sua fede. Pertanto, c’è anche una Tradizione costitutiva della fede.

Il testo principale del Vaticano I, che tratta della Tradizione, è la Costituzione Dei Filius, promulgata nella III sessione del 24 aprile 1870 che, mentre riproduce quasi letteralmente il decreto Sacrosancta del Tridentino, si intrattiene più diffusamente sulla Scrittura, per rispondere ai problemi e alla necessità di quel tempo. I Padri del Vaticano I chiedono fondamentalmente due cose al primigenio testo della Commissione dottrinale: riprodurre fedelmente il testo del Tridentino, e togliere quelle piccole aggiunte che erano state apportate. Così recita il testo definitivo:

«Questa rivelazione soprannaturale, secondo la fede della chiesa universale, proclamata dal santo concilio di Trento, è contenuta “nei libri scritti e nella tradizione non scritta, che, ricevuta dagli apostoli dalla bocca dello stesso Cristo o trasmessa quasi di mano in mano dagli stessi apostoli, per ispirazione dello Spirito Santo, è giunta fino a noi”»[2].

Il p. Umberto Betti, acuto conoscitore del Vaticano I, membro della Commissione dottrinale del Vaticano II e relatore sul cap. II della Dei Verbum, commentando questo testo della Dei Filius, riconosce che anche nelle precedenti formulazioni del testo, «mai è affiorato qualche dubbio sull’uguale importanza della parola di Dio scritta e non scritta». Pertanto «non è arbitrario pensare che se i Padri conciliari ne avessero avuto l’occasione avrebbero dato anche sulla Tradizione un insegnamento ufficiale conforme alla convinzione comune che ne avevano. Ed essa era appunto che la Tradizione è fonte di rivelazione nello stesso modo che lo è la Scrittura»[3].


4. Un “nuovo” concetto di Tradizione o una scelta pastorale del Vaticano II?

Perché però il Vaticano II preferisce non ritornare sulla dottrina delle due fonti della Rivelazione e spiegare la Tradizione come trasmissione della Parola di Dio e dell’insegnamento degli Apostoli, tralasciando la definizione ormai matura e opportuna della insufficienza materiale delle Scritture? Chiaramente, qui si enuclea il fine del Concilio che è pastorale e una delle sue principali preoccupazioni: l’ecumenismo nel dialogo con gli esponenti della Riforma.

Il fine del Concilio permea anche un documento così importante quale la Costituzione sulla Divina Rivelazione. La non-infallibilità (generale o generica) dei documenti del Vaticano II, che non significa affatto fallibilità ma unicamente non-definitività, perciò suscettibilità di verifica e di miglioramento, in vista di un eventuale pronunciamento ex cathedra, in questo caso, mentre spiega la ragione di una scelta e di una riduzione così importanti, diventa sprone per un’analisi attenta, in ragione soprattutto degli effetti deleteri di un’ermeneutica della discontinuità applicata alla Costituzione sulla Divina Rivelazione.
Perciò non si può prescindere dalla scelta pastorale del Concilio, quale vero metro di confronto dottrinale.

Questa scelta pastorale di dire la dottrina della Tradizione, attraversa l’intero Concilio e limita allo stesso tempo anche l’insegnamento propriamente dogmatico al tempo che si voleva incontrare, nulla vietando che il Magistero si possa nuovamente pronunciare su questo tema in modo definitivo, chiarendo l’in sé della Tradizione della Chiesa, riprendendo così quanto era già unanime.

Dalla Dei Verbum in poi c’è stata comunque una vera svolta. La Tradizione normalmente è presentata come sola trasmissione della Scrittura. È un caso il possente biblicismo impostosi a scapito della Parola di Dio letta con la fede della Chiesa?

Si è verificata una vera inversione che puntualmente viene così sintetizzata da Gherardini:

«…la disgregazione dell’identità cattolica, dovuta ad un’insostenibile reinterpretazione delle fonti cristiane, con conseguente alterazione dei dati storici, relativizzazione della parola di Dio orale e scritta e una rilettura della Tradizione apostolica sullo sfondo dello storicismo hegeliano e del relativismo dottrinale[4].

È prevalso poi l’attributo “vivente” applicato alla Tradizione, inteso come progresso in sé, mutazione evolutiva, non nell’alveo dell’eodem sensu eademquae sententia, ma del nuovo voluto per se stesso e spesso in contraddizione con l’antico. Facendo ingresso la categoria “storia” nell’impianto della fede, la fede stessa, libera da un canone quale regola fidei proxima et norma normans fidei, ovvero la Tradizione, è stata soggetta ad ogni divenire. Anche al divenire della fede. Quell’adattamento al mondo era possibile perché la fede poteva diventare anche un’altra cosa, poteva assumere anche un’altra forma da quella cattolica.

La Tradizione della Chiesa, invece, è un baluardo di difesa, un vero progresso, è il criterio della verità, la sua misura, perché radicata nella verità di Cristo. Di quell’unica verità è annunziatrice, di quella Verità che ininterrottamente ci raggiunge oggi, ed è la sola che può assicurare alla fede la sua consistenza e durata, ieri come oggi e nel futuro.

Grazie a Mons. Gherardini per la sua intrepida lotta volta a difendere il genuino senso della Traditio, come ricevuta dalla Chiesa nella sua forma originaria e perciò sempre valida.

Non si tratta di fare un processo al Vaticano II, ma di vedere con realismo i punti di svolta rispetto alla dottrina definita sulla Tradizione (orale). Questo non per affossare il Concilio, ma per capirlo correttamente e collocarlo nella sua giusta dimensione: non un tutto, ma uno sforzo di dialogo pastorale.


[1] DH 1501.
[2] DH 3006.
[3] U. Betti, La Tradizione è una fonte di rivelazione?, in «Antonianum» 38 (1963) 41
[4] B. Gherardini, Quod et tradidi vobis. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Frigento 2010, p. 230


p. Serafino M. Lanzetta,FI

Fonte:Fides Catholica

giovedì 2 giugno 2011

Oggi conferenza di Mons. Bux a Pistoia


ASSOCIAZIONE MADONNA DELL’UMILTÀ
e PARROCCHIA DELLO SPIRITO SANTO
organizzano:


GIOVEDÌ 2 GIUGNO 2011
ORE 21

CHIESA di SANT’IGNAZIO di LOYOLA
in piazza dello Spirito Santo - Pistoia

CONFERENZA del Rev. do Prof.
Nicola Bux


La Sacrosanctum Concilium e la sua esecuzione postconciliare:
dagli adattamenti all'inosservanza dello ius divinum nella liturgia

Mons. Bux è Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede,
della Congregazione per il Culto Divino e
dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice

mercoledì 1 giugno 2011

Verità, Liturgia e Carità: trinomio inscindibile nella vita della Chiesa






ROMA, martedì, 31 maggio 2011.- Pubblichiamo di seguito una riflessione di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in Rovereto (TN).

* * *

La vita della Chiesa è fondata sul mandato missionario, che il Signore Gesù ha dato ai suoi discepoli:

«Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20).

Questo ‘mandato’ contiene in perfetta sintesi e in ordine logico le tre attività fondamentali che costituiscono l’azione ministeriale della Chiesa per l’edificazione di se stessa e la sua missione nel mondo: l’annunzio del vangelo di Verità (munus docendi); la celebrazione liturgico-sacramentale dei Misteri (munus santificandi) e l’educazione morale alla Vita evangelica (munus gubernandi). Ogni cristiano, in realtà, ha ricevuto, fin dal battesimo, il triplice munus - profetico, sacerdotale e regale -, che lo abilita ad assolvere il ‘mandato’ di Cristo. “Egli stesso ti consacra con il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, sia sempre membro del suo corpo per la vita eterna” (Rito romano del battesimo). La Chiesa è allora chiamata all’annunzio della Verità, alla celebrazione della Liturgia, all’esercizio della Carità. Verità, Liturgia e Carità sono così i pilastri portanti della vita della Chiesa di tutti i tempi e in tutti i luoghi. Queste tre colonne sono così importanti per la Chiesa in quanto, come si è visto, reggono la stessa vita divina ad intra: Dio, infatti, è somma Verità, Culto perfetto e beatificante, Carità infinita e vivificante. Esse poi, nella pienezza del tempo, risplendono sul volto di Cristo, immagine del Padre. Esse sono pure impresse dal Creatore nella natura angelica e umana. Sono quindi la struttura ultima dell’Essere assoluto e degli esseri creati a sua immagine. La Chiesa quindi, assolvendo a questi tre compiti, nella sua vita ad intra e nella sua missione ad extra, non fa che assecondare in se stessa e manifestare al mondo quella che è la sua identità profonda, impressa dal Creatore ed elevata dal Redentore. La coscienza di questa impostazione teologica viene eloquentemente consacrata ed espressa nella Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II, a cui fa eco l’impostazione del Codice di Diritto Canonico e quella del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ciò che ancora importa rilevare è la connessine indissolubile dei tre elementi, in maniera tale che nessuno può reggere senza gli altri o comunque la corruzione di uno porta alla inevitabile debilitazione degli altri. Valgono qui le parola del Signore “L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10, 9). L’indagine condotta in questo studio, lungo le tappe della storia della salvezza, lo dimostra in modo convincete alla luce dell’esperienza millenaria delle vicende dell’umanità secondo la testimonianza del testo biblico.

In particolare si può osservare che la crisi della Verità genera ineluttabilmente quella della Liturgia e della Carità. Infatti quando il nostro sguardo contempla la Verità in tutto il suo splendore o comunque in immagini vere, subito nel nostro cuore nasce la gioia, la gratitudine, l’approvazione, la lode, l’acclamazione e infine l’adorazione a Dio che si rivela a noi nella verità di ogni cosa che ci circonda e che i nostri sensi corporei colgono la nostra mente elabora. Questo moto interiore di riconoscimento grato e adorante della Verità è in fin dei conti un atto liturgico, che insorge in ogni persona retta e buona, che si incontra con ciò che é vero, bello e buono, comunque e dovunque si manifestino. La Verità, dunque, suscita la Liturgia. Al contempo ne nasce un ulteriore moto, quello dell’amore, che immediatamente spinge il cuore umano ad accogliere, ad abbracciare, a gioire, a desiderare e a donare quella verità che sta davanti e che suscita tanta contemplazione e gratitudine. Ecco allora che Verità, Liturgia e Carità sono moti simultanei e concatenati di un profondo e spontaneo impulso vitale dell’uomo, che è fatto geneticamente ed è proiettato irresistibilmente per accogliere la Verità, contemplandola liturgicamente e abbracciandola caritatevolmente. Quando tuttavia alla nostra mente e ai nostri sensi si presenta la caricatura della verità e ci si trova davanti alla falsità, ossia quando davanti al nostro sguardo la Verità, la Bontà e la Bellezza sono offesi e degenerati, subito insorge un moto interiore di disgusto, lo sguardo si ritrae, il volto si fa’ triste, la lode si spegne, la gratitudine si arresta, l’adorazione si paralizza. In altri termini, crolla la Liturgia. Essa infatti non contempla più il suo oggetto o lo vede avvilito in riduzioni indegne e in caricature abbiette. La Liturgia, infatti, ha il fiuto della Verità, e s’allontana dalla sua falsificazione. Al contempo il cuore che cerca e ama ciò che è vero, buono e bello, s’arresta dall’oggetto del suo desiderio vedendolo debilitato, abbruttito, mostrificato e l’amore si cambia in odio, ossia in avversione, in allontanamento e in fuga da ciò che invece avrebbe dovuto attrarre. E’ la crisi della Carità, che crolla davanti al crollo della Verità, che sola ha diritto di raccogliere e soddisfare la facoltà amante dell’uomo. Ecco che crollata la Verità crollano inevitabilmente la Liturgia e la Carità, perché incapaci geneticamente di aderire ad oggetti che non possono reggere nel confronto della Verità. E’ ciò che succede nell’idolatria come forma corrotta di adesione agli idoli, falsificazione dell’unico e sommo Dio.

Allora la Liturgia trova la sua più vera identità e la più solida stabilità nella saldezza del dogma della fede. La crisi del dogma, l’incrinatura della dottrina, la nebulosità dell’annunzio evangelico provocano il crollo della Liturgia, in quanto minano il contenuto interiore del Mistero che la Liturgia celebra. La radice sintattica del termine ortodossia, che si usa normalmente per affermare la retta fede, significa letteralmente ortodoxia (Doxa = gloria), ossia il retto modo di glorificare, di adorare e quindi il modo giusto di celebrare. La regola della fede coincide allora con la regola della liturgia.[1] Ma la crisi della Liturgia oggi si inscrive nel contesto della ben più profonda crisi della Verità, non solo nell’ambito teologico della riflessione e in quello omiletico e catechistico della pastorale, ma ancor più nella crisi filosofica della metafisica. Infatti, oggi è la ragione come facoltà in grado di poter cogliere le verità spirituali, al di là dell’esperienza scientifica, che è compromessa. Non si crede più, anzi si nega, o comunque si dubita, che la ragione umana sia capace di individuare con sicurezza, anche se in modo analogico, le verità soprannaturali, al di sopra di quelle quantificabili dalle scienze empiriche, ossia si dichiara l’impossibilità della metafisica. La crisi della fede allora è anzitutto oggi la crisi della ragione, senza la quale la fede stessa sarebbe privata di un costitutivo essenziale quale è la retta razionalità e si ridurrebbe ad un fragile e soggettivo fideismo. Nella crisi generale, propria della cultura europea, della filosofia fondamentale, non fa meraviglia che ne segua una generale crisi dei principi stessi su cui si fonda la Liturgia, venendo meno la possibilità di approccio al suo contenuto, il mistero rivelato, nell’oggettività di fatti storici e di precisi contenuti logici.

Al contempo anche la crisi della Liturgia, che intendesse esprimersi in forme inadeguate, difformi dalla divina bellezza e in una creatività soggettiva, intacca il dogma della fede, o comunque lo oscura, lo riduce e lo traduce in espressioni insufficienti, mancanti e mediocri. La crisi del linguaggio liturgico è una conseguenza della più vasta crisi del linguaggio in generale. Infatti, in analogia alla crisi del concetto, non si ritiene possibile l’impiego di termini e simboli universali e permanenti, ma solo di espressioni contingenti, continuamente mutevoli e create volta a volta dal soggetto, senza alcuna base oggettiva. E’ questa una delle cause di una certa creatività sempre in movimento e di una continua ricerca mai conclusa. Da ciò si capisce come Verità e Liturgia interagiscano a vicenda e senza possibilità di indipendenza e l’una e l’altra subiscano i contraccolpi positivi o negativi del loro stato di salute.

Infine la pastorale, in tutte le sue manifestazioni più varie, che sono l’espressione molteplice della Carità che irrompe benefica in ogni aspetto della vita sociale e individuale, determinerà la sua qualità, sia dalla Verità del dogma, che è oggetto dell’annunzio, quale Parola di Dio, sia dalla Liturgia, che è l’incontro salvifico e la contemplazione orante col Mistero che qui ed ora ci salva. Infatti la Liturgia, che porta in se stessa anche il momento più eccelso ed efficace dell’annunzio della Verità, è il culmine verso cui tende l’azione pastorale della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù (SC 10). È allora evidente come Verità, Liturgia e Carità esprimano quel trinomio così inscindibile e interagente da essere quasi l’immagine dell’unione mirabile e della comunione indivisibile della Trinità divina, in seno alla quale Verità, Liturgia e Carità hanno la loro fonte e il loro modello.

(Testo tratto da “La centralità della liturgia nella storia della salvezza”, Edizioni Fede & Cultura, pp. 84-88).



1) J. RATZINGER, Introduzione allo spirito della liturgia, pp. 155-156.


Fonte: www.zenit.org

Formazione dottrinale e Comunione sotto le due specie



Rubrica di teologia liturgica a cura di don Mauro Gagliardi




di Paul Gunter, O.S.B.*



Nella forma ordinaria della Messa, la distribuzione della Comunione sotto le due specie è un’opzione che è diventata di uso quotidiano in molti Paesi e, sebbene non dappertutto, anche in Europa. L’Istruzione Redemptionis Sacramentum (RS), promulgata nel 2004, illustra il contesto di simile pratica: «Al fine di manifestare ai fedeli con maggior chiarezza la pienezza del segno nel convivio eucaristico, sono ammessi alla Comunione sotto le due specie nei casi citati nei libri liturgici anche i fedeli laici, con il presupposto e l’incessante accompagnamento di una debita catechesi circa i principi dogmatici fissati in materia dal Concilio Ecumenico Tridentino» (RS, n. 100).

Le lodevoli intenzioni spesso urtano contro la pietra d’inciampo catechetica ora menzionata. Senza dubbio, la Santa Comunione sotto le due specie illustra l’intenzione di Cristo, che noi mangiamo il suo Corpo e beviamo il suo Sangue. Tuttavia, il desiderio della Comunione sotto le due specie non sempre si è accompagnato con la fedeltà alle norme dei libri liturgici e con il supporto alla dovuta formazione, per evitare che ci fossero abusi nei confronti dell’Eucaristia o equivoci a livello dottrinale. Mentre molti hanno recepito che l’Eucaristia è «fonte e culmine» della vita cristiana, la trasmissione dei principi dogmatici del Concilio di Trento è stata spesso vista come fuori moda. L’Istruzione RS ha perciò affermato chiaramente che la coerenza con i libri liturgici e con gli insegnamenti di Trento è intrinseca alla «pienezza del segno».

RS rimuove ogni ambiguità circa la pratica eucaristica e «intende condurre a questa conformità dei sentimenti nostri con quelli di Cristo, espressi nelle parole e nei riti della liturgia» (RS, n. 5). Non di rado, l’essenziale deficit di consapevolezza eucaristica si rivela quando, per mancanza di formazione, i ministri straordinari della Comunione fanno riferimento al «distribuire il vino». Proprio questa terminologia suggerisce che il principio dogmatico di Trento non è stato assorbito all’interno del percorso di preparazione. Forse qualcuno ha potuto sentire parlare di «sostanza» e «accidenti» nel contesto della sua educazione religiosa passata, ma magari deve aver pensato che, nel frattempo, in qualche modo la Chiesa è andata avanti. Per le generazioni moderne, il Concilio di Trento potrebbe non essere stato neppure citato all’interno della formazione dottrinale, la quale invece sottolinea che «il popolo può ricevere il Corpo senza il Sangue, senza che ne derivi alcun inconveniente, perché il sacerdote offre e consuma il Sangue a nome di tutti; inoltre perché […] in ciascuna delle due specie Cristo è contenuto per intero» (san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 80, a. 12, ad 3). Perciò, sotto la specie del pane è presente anche, per «concomitanza», il preziosissimo Sangue.

Lo scopo, allora, di ricevere la Santa Comunione sotto le due specie non è che i fedeli ricevano più grazia di quando comunicano sotto una sola specie, bensì che essi siano messi nella condizione di apprezzare al vivo il valore del segno. È triste constatare che questa distinzione non sempre è stata fatta chiaramente e perciò alcuni, quando non si è offerta loro la Comunione sotto entrambe le specie, hanno manifestato un senso di perplessità, persino di violazione di un loro diritto, o almeno la percezione che la Santa Comunione sotto una sola specie fosse, in qualche misura, mancante.

Le conferenze episcopali e i vescovi diocesani, in particolare, hanno un ruolo chiave a livello locale, nell’assicurare che la Santa Comunione sia distribuita con riverenza ed evitando ogni fraintendimento. RS al n. 101 dice con chiarezza che va evitato anche il più piccolo pericolo che le specie consacrate siano profanate. E il n. 106 manifesta preoccupazione a riguardo di «qualunque cosa che possa risultare irrispettosa di così grande mistero». Mentre le parole «profanazione» e «irrispettoso» indicano diversi livelli di abuso eucaristico, entrambi i livelli sono però menzionati espressamente, affinché siano evitati. Bisogna avere ogni cura per evitare, ad esempio, la condivisione del calice lì dove le circostanze creano ambiguità nella ricezione, oppure la situazione logistica non garantisce la sicurezza di quanto in esso è contenuto. RS al n. 102 ricorda ancora che, lì dove non si può stimare la quantità di vino da consacrare in una celebrazione, a motivo della presenza di un gran numero di fedeli, il calice non va condiviso. Anche metodi alternativi, quali l’uso di un cucchiaio o di una cannuccia, potrebbero essere ugualmente difficili da auspicare, lì dove simili modalità non facessero parte dell’uso locale. Per quanto riguarda, poi, la Comunione per intinzione, si stabilisce: «Non si permetta al comunicando di intingere da sé l’Ostia nel calice, né di ricevere in mano l’Ostia intinta» (RS, n. 104).

Le prossime traduzioni della terza edizione del Messale Romano rappresentano – come hanno scritto le conferenze episcopali di Inghilterra e Galles, in una lettera pastorale congiunta di questo mese – «un momento di grazia speciale». C’è da sperare che anche l’auspicata catechesi approfondita sulla Messa ritorni sulla mentalità e sul modo con cui è ricevuta la Santa Comunione. Sembra restrittivo suggerire che la Comunione ricevuta con fervore sotto una sola specie è più fruttuosa di una Comunione tiepida ricevuta sotto entrambe, quando obiettivi concreti rivolti alla formazione dottrinale, alla cura e riverenza nella celebrazione liturgica, e la previdenza organizzativa potrebbero fare davvero tanto per riconoscere e affrontare le sfide che sono emerse. Il salmista dichiara l’imperativo di tale catechesi in profondità: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alle generazioni future le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto» (Sal 78,3-4). Sant’Ambrogio svela ciò che gli uomini di fede ottengono da questa conoscenza: «Perché ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice, proclamiamo la morte del Signore. Se proclamiamo la morte del Signore, proclamiamo il perdono dei peccati. Se, ogni volta che il suo Sangue viene sparso, esso è sparso in remissione dei peccati, io devo sempre riceverlo in modo che esso possa rimettere i miei peccati. Siccome io pecco sempre, dovrei sempre ricevere la medicina» (De sacramentis, IV, 6, 28: PL 16, 464).

[Traduzione dall’inglese di don Mauro Gagliardi; il prossimo articolo della rubrica sarà pubblicato il 15 giugno]

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* Padre Paul Gunter, O.S.B., è professore al Pontificio Istituto Liturgico di Roma e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.


Fonte: CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 1° giugno 2011 (ZENIT.org)