sabato 5 febbraio 2011

Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici. Giovanni XXIII e il santo Curato d'Ars




Giovanni XXIII e il santo Curato d'Ars



Da una relazione tenuta ad Ars dal cardinale prefetto della Congregazione per il Clero, pubblichiamo la parte relativa a Papa Roncalli.



di MAURO PIACENZA

Il beato Giovanni XXIII ha dedicato un'intera enciclica al santo curato d'Ars, nel primo centenario della sua nascita al Cielo.


In essa, i temi fondamentali della verginità e del celibato per il Regno dei cieli, sviluppati da Pio XI e, soprattutto, da Pio XII, vengono recepiti da Giovanni XXIII e come progressivamente declinati nell'esemplare figura di san Giovanni Maria Vianney, che egli presenta quale quintessenza del sacerdozio cattolico.


Il Pontefice mette in luce come tutte le virtù necessarie e proprie di un sacerdote siano state accolte e vissute da san Giovanni Maria Vianney, e pone l'accento, nel testo dell'enciclica, sull'ascesi sacerdotale, sul ruolo della preghiera e del culto eucaristico, e sul conseguente zelo pastorale.


Citando, anche se indirettamente, Pio XI, l'enciclica riconosce come, per il compimento delle funzioni sacerdotali, si esiga una santità maggiore di quella richiesta dallo stato religioso, e afferma come la grandezza del sacerdote consista nell'imitazione di Gesù Cristo. Afferma Giovanni XXIII: "La castità brillava nel suo sguardo, è stato detto del Curato d'Ars. Realmente, chi si pone alla sua scuola è colpito, non solo dall'eroismo con cui questo sacerdote ridusse in schiavitù il suo corpo (cfr. 1 Corinzi, 9,27), ma anche dall'accento di convinzione, con cui egli riusciva a trascinare dietro di sé la moltitudine dei suoi penitenti". Emerge con chiarezza come, per il beato Giovanni XXIII, nel curato d'Ars sia di luminosa evidenza il legame tra efficacia ministeriale e fedeltà alla perfetta continenza per il Regno dei cieli, e come quest'ultima non sia determinata dalle esigenze del ministero, ma, al contrario e contro ogni riduzione funzionalistica del sacerdozio, sia proprio il ministero, nella sua più ampia fioritura, a essere determinato, quasi causato dalla fedeltà al celibato.


Continua il Pontefice: "Questa ascesi necessaria alla castità, lungi dal chiudere il Sacerdote in uno sterile egoismo, rende il suo cuore più aperto e più pronto a tutte le necessità dei suoi fratelli: "Quando il cuore è puro - diceva ottimamente il Curato d'Ars - non può far a meno di amare, poiché ha ritrovato la sorgente dell'Amore che è Dio"".
Da tale argomentare perfettamente teologico ben si comprende come Spirito di Dio e spirito del mondo si trovino in diametrale opposizione. Abbiamo dunque i parametri per capire e per costruire.

Nell'enciclica è posto in evidenza il legame costitutivo tra celibato, identità sacerdotale e celebrazione dei divini Misteri.
Particolare accento è posto sul legame tra offerta eucaristica del divino Sacrificio e dono quotidiano di se stessi, anche nel sacro celibato. Già nel 1959, il magistero pontificio riconosceva, così, come gran parte del disorientamento rispetto alla fedeltà e alla necessità del celibato ecclesiastico dipendesse, e di fatto dipenda, dalla non adeguata comprensione del suo rapporto con la celebrazione eucaristica. In essa, infatti, non funzionalisticamente, ma realmente, il sacerdote partecipa all'offerta unica e irripetibile di Cristo, la quale tuttavia è sacramentalmente attualizzata e ripresentata nella Chiesa per la Salvezza del mondo. Una tale partecipazione implica l'offerta di se stessi, che deve essere integra, includente pertanto anche la propria carne nella verginità.


Chi non vede allora come fra Eucaristia-culto divino e sacerdozio ordinato esista un nesso vitale? Le sorti del culto e del sacerdozio sono legate insieme. Impossibile curare un ambito senza curare l'altro. Occorre rifletterci quando si pone mano alla formazione sacerdotale e occorre pure essere consapevoli del fatto che alle sorti della riforma dei chierici è legata la sorte della nuova evangelizzazione assolutamente indispensabile.


Vale ancora oggi, forse con accenti di maggiore drammaticità, l'indicazione del beato Pontefice: "Noi chiediamo ai nostri diletti sacerdoti di esaminarsi periodicamente sulla maniera con cui celebrano i Santi Misteri, sulle disposizioni spirituali con cui salgono all'Altare e sui frutti che si sforzano di ricavarne". L'Eucaristia è, così, nel contempo fonte del sacro celibato e "prova d'esame" della fedeltà a esso, banco concreto di prova della reale offerta di se stessi al Signore.

(©L'Osservatore Romano - 5 febbraio 2011)

"Perchè tanti abusi post-conciliari?"




SABATO 19 febbraio 2011
ore 17:30
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Cenacolo del Ghirlandaio (Borgo Ognissanti 42 - 50123,
presso la Chiesa di Ognissanti)
FIRENZE
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Convegno sul Vaticano II: perché tanti abusi post-conciliari?
Il Vaticano II nell'ermeneutica della continuità.
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Intervengono:
Prof. Pietro de Marco (Università di Firenze)
Prof. p. Serafino M. Lanzetta (S. T. Immacolata Mediatrice)
Prof. Roberto de Mattei (Università Europea di Roma)
Dr. Alessandro Gnocchi (scrittore, giornalista de "Il Foglio")

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ore 16:30
SANTA MESSA
nella forma straordinaria del Rito Romano
nella Chiesa di Ognissanti

venerdì 4 febbraio 2011

Lutto nella chiesa pistoiese



IL DOTTOR MARCO TAMBURINI E' TORNATO ALLA CASA DEL PADRE

Oltre che presidente Associazione Medici Cattolici era anche vice-presidente dell’Unitalsi di Pistoia.
Il funerale è previsto per sabato 5 febbraio alle 9.30 alla Chiesa dell’Immacolata in Pistoia. Sarà sepolto a Pracchia, suo paese di origine.

Un bravo medico e soprattutto una persona molto stimata per la generosità verso i sofferenti e gli ammalati, a cui dedicava un servizio umile e quotidiano, fino all’ultimo giorno della sua vita. Non possiamo dimenticare il suo sorriso e la positività che sempre lo contraddistinguevano.
Amico anche della nostra associazione, ci uniamo nella preghiera con la sua famiglia e con tutta la diocesi.

giovedì 3 febbraio 2011

L'insegnamento dei santi

3 FEBBRAIO
SAN BIAGIO, VESCOVO E MARTIRE

Chiusa la Quarantena della Nascita del Salvatore, la Chiesa ci apre una sorgente di forti e serie meditazioni che ci preparano alla penitenza. Ogni Festa di Santo deve produrre in noi un'impressione atta ad alimentare lo spirito di questo santo Tempo. Nel periodo dal quale usciamo, tutti gli amici di Dio che abbiamo festeggiato ci apparivano raggianti dei gaudi della Natività dell'Emmanuele, di cui formavano la corte gloriosa e trionfante. Da oggi fino alla Risurrezione del Figlio di Dio, preferiamo considerarli soprattutto nelle fatiche del pellegrinaggio di questa vita.

Il problema che s'impone oggi a noi è di vedere e studiare come essi hanno vinto il mondo e la carne. "Essi andavan piangendo, dice il Salmista, mentre gettavano il loro seme, ma tornando verran con festa portando i loro manipoli" (Sal 135,5). Nutriamo la speranza che sarà così anche per noi, al termine di questi faticosi giorni, e che Cristo risorto ci accoglierà quali suoi membri viventi e rinnovellati.
Nel periodo che dobbiamo presentemente attraversare abbondano i Martiri, e proprio oggi iniziamo con uno dei più celebri.

VITA. - Degli Atti di san Biagio non ci rimane che il fatto del suo Episcopato a Sebaste e del martirio al principio del IV secolo. La devozione verso san Biagio è rimasta vivissima in Oriente, soprattutto nell'Armenia, ed il suo culto, introdotto sin dagli antichi tempi nelle chiese occidentali, è sempre stato molto popolare. Il potere che aveva questo Santo di guarire uomini ed animali lo ha fatto inserire nel numero dei santi Ausiliari. Egli viene specialmente invocato per la guarigione del mal di gola e dei denti. Essendo molti i santi che portarono il nome di Biagio, sarebbe difficile distinguere le reliquie che con certezza gli si debbono attribuire.

Con la nostra voce ci uniamo al concerto delle lodi che a te innalzano tutte le Chiese, o san Biagio! In ricambio dei nostri omaggi dall'eccelsa gloria ove regni, rivolgi lo sguardo su di noi e su tutti i fedeli della cristianità, che si preparano alle sante espiazioni della penitenza e vogliono tornare al Signore loro Dio con lacrime di compunzione. Memore dei tuoi combattimenti, assisteteci nel lavoro faticoso del nostro rinnovamento che stiamo per intraprendere. Tu che non hai avuto paura dei tormenti e della morte, e che, per quanto aspra sia stata la prova, l'hai sopportata con coraggio, ottienici la costanza nella lotta meno ardua. I nostri nemici sono niente in confronto di quelli che tu hai dovuto vincere; ma sono tanto perfidi, che se noi veniamo a patti con loro, finiranno per abbatterci. Ottienici il divino soccorso, fattore del vostro trionfo. Siamo i figli dei Martiri: che il loro sangue non degeneri in noi. Ricordati anche delle regioni bagnate dal tuo sangue: ivi s'è alterata la fede, ma giorni migliori pare stiano per sorgere. Per le tue paterne preghiere, fa' che l'Armenia rientri nel seno della Chiesa Cattolica, e, col ritorno dei fratelli, consola i fedeli rimasti nella vera fede fra tanti pericoli.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 784-785

mercoledì 2 febbraio 2011

Il tempo della preghiera non è tempo perso


BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 2 febbraio 2011


Santa Teresa d'Avila [di Gesù]

Cari fratelli e sorelle,
nel corso delle Catechesi che ho voluto dedicare ai Padri della Chiesa e a grandi figure di teologi e di donne del Medioevo ho avuto modo di soffermarmi anche su alcuni Santi e Sante che sono stati proclamati Dottori della Chiesa per la loro eminente dottrina. Oggi vorrei iniziare una breve serie di incontri per completare la presentazione dei Dottori della Chiesa. E comincio con una Santa che rappresenta uno dei vertici della spiritualità cristiana di tutti i tempi: santa Teresa d’Avila [di Gesù].

Nasce ad Avila, in Spagna, nel 1515, con il nome di Teresa de Ahumada. Nella sua autobiografia ella stessa menziona alcuni particolari della sua infanzia: la nascita da “genitori virtuosi e timorati di Dio”, all'interno di una famiglia numerosa, con nove fratelli e tre sorelle. Ancora bambina, a meno di 9 anni, ha modo di leggere le vite di alcuni martiri che le ispirano il desiderio del martirio, tanto che improvvisa una breve fuga da casa per morire martire e salire al Cielo (cfr Vita 1, 4); “voglio vedere Dio” dice la piccola ai genitori. Alcuni anni dopo, Teresa parlerà delle sue letture dell'infanzia e affermerà di avervi scoperto la verità, che riassume in due principi fondamentali: da un lato “il fatto che tutto quello che appartiene al mondo di qua, passa”, dall'altro che solo Dio è “per sempre, sempre, sempre”, tema che ritorna nella famosissima poesia “Nulla ti turbi / nulla ti spaventi; / tutto passa. Dio non cambia; / la pazienza ottiene tutto; / chi possiede Dio / non manca di nulla / Solo Dio basta!”. Rimasta orfana di madre a 12 anni, chiede alla Vergine Santissima che le faccia da madre (cfr Vita 1, 7).

Se nell’adolescenza la lettura di libri profani l'aveva portata alle distrazioni di una vita mondana, l'esperienza come alunna delle monache agostiniane di Santa Maria delle Grazie di Avila e la frequentazione di libri spirituali, soprattutto classici di spiritualità francescana, le insegnano il raccoglimento e la preghiera. All’età di 20 anni, entra nel monastero carmelitano dell'Incarnazione, sempre ad Avila; nella vita religiosa assume il nome di Teresa di Gesù.
Tre anni dopo, si ammala gravemente, tanto da restare per quattro giorni in coma, apparentemente morta (cfr Vita 5, 9). Anche nella lotta contro le proprie malattie la Santa vede il combattimento contro le debolezze e le resistenze alla chiamata di Dio: “Desideravo vivere - scrive - perché capivo bene che non stavo vivendo, ma stavo lottando con un'ombra di morte, e non avevo nessuno che mi desse vita, e neppure io me la potevo prendere, e Colui che poteva darmela aveva ragione di non soccorrermi, dato che tante volte mi aveva volto verso di Lui, e io l'avevo abbandonato” (Vita 8, 2). Nel 1543 perde la vicinanza dei famigliari: il padre muore e tutti i suoi fratelli emigrano uno dopo l'altro in America.
Nella Quaresima del 1554, a 39 anni, Teresa giunge al culmine della lotta contro le proprie debolezze. La scoperta fortuita della statua di “un Cristo molto piagato” segna profondamente la sua vita (cfr Vita 9). La Santa, che in quel periodo trova profonda consonanza con il sant'Agostino delle Confessioni, così descrive la giornata decisiva della sua esperienza mistica: “Accadde... che d'improvviso mi venne un senso della presenza di Dio, che in nessun modo potevo dubitare che era dentro di me o che io ero tutta assorbita in Lui” (Vita 10, 1).

Parallelamente alla maturazione della propria interiorità, la Santa inizia a sviluppare concretamente l'ideale di riforma dell'Ordine carmelitano: nel 1562 fonda ad Avila, con il sostegno del Vescovo della città, don Alvaro de Mendoza, il primo Carmelo riformato, e poco dopo riceve anche l'approvazione del Superiore Generale dell'Ordine, Giovanni Battista Rossi. Negli anni successivi prosegue le fondazioni di nuovi Carmeli, in totale diciassette. Fondamentale è l'incontro con san Giovanni della Croce, col quale, nel 1568, costituisce a Duruelo, vicino ad Avila, il primo convento di Carmelitani Scalzi. Nel 1580 ottiene da Roma l'erezione in Provincia autonoma per i suoi Carmeli riformati, punto di partenza dell'Ordine Religioso dei Carmelitani Scalzi. Teresa termina la sua vita terrena proprio mentre è impegnata nell'attività di fondazione.
Nel 1582, infatti, dopo aver costituto il Carmelo di Burgos e mentre sta compiendo il viaggio di ritorno verso Avila, muore la notte del 15 ottobre ad Alba de Tormes, ripetendo umilmente due espressioni: “Alla fine, muoio da figlia della Chiesa” e “E' ormai ora, mio Sposo, che ci vediamo”. Un’esistenza consumata all'interno della Spagna, ma spesa per la Chiesa intera. Beatificata dal Papa Paolo V nel 1614 e canonizzata nel 1622 da Gregorio XV, è proclamata “Dottore della Chiesa” dal Servo di Dio Paolo VI nel 1970.

Teresa di Gesù non aveva una formazione accademica, ma ha sempre fatto tesoro degli insegnamenti di teologi, letterati e maestri spirituali. Come scrittrice, si è sempre attenuta a ciò che personalmente aveva vissuto o aveva visto nell’esperienza di altri (cfr Prologo al Cammino di Perfezione), cioè a partire dall'esperienza. Teresa ha modo di intessere rapporti di amicizia spirituale con molti Santi, in particolare con san Giovanni della Croce. Nello stesso tempo, si alimenta con la lettura dei Padri della Chiesa, san Girolamo, san Gregorio Magno, sant'Agostino.
Tra le sue opere maggiori va ricordata anzitutto l’autobiografia, intitolata Libro della vita, che ella chiama Libro delle Misericordie del Signore. Composta nel Carmelo di Avila nel 1565, riferisce il percorso biografico e spirituale, scritto, come afferma Teresa stessa, per sottoporre la sua anima al discernimento del “Maestro degli spirituali”, san Giovanni d'Avila. Lo scopo è di evidenziare la presenza e l'azione di Dio misericordioso nella sua vita: per questo, l'opera riporta spesso il dialogo di preghiera con il Signore. E’ una lettura che affascina, perché la Santa non solo racconta, ma mostra di rivivere l’esperienza profonda del suo rapporto con Dio.
Nel 1566, Teresa scrive il Cammino di Perfezione, da lei chiamato Ammonimenti e consigli che dà Teresa di Gesù alle sue monache. Destinatarie sono le dodici novizie del Carmelo di san Giuseppe ad Avila. Α loro Teresa propone un intenso programma di vita contemplativa al servizio della Chiesa, alla cui base vi sono le virtù evangeliche e la preghiera. Tra i passaggi più preziosi il commento al Padre nostro, modello di preghiera.
L'opera mistica più famosa di santa Teresa è il Castello interiore, scritto nel 1577, in piena maturità. Si tratta di una rilettura del proprio cammino di vita spirituale e, allo stesso tempo, di una codificazione del possibile svolgimento della vita cristiana verso la sua pienezza, la santità, sotto l'azione dello Spirito Santo. Teresa si richiama alla struttura di un castello con sette stanze, come immagine dell'interiorità dell'uomo, introducendo, al tempo stesso, il simbolo del baco da seta che rinasce in farfalla, per esprimere il passaggio dal naturale al soprannaturale. La Santa si ispira alla Sacra Scrittura, in particolare al Cantico dei Cantici, per il simbolo finale dei “due Sposi”, che le permette di descrivere, nella settima stanza, il culmine della vita cristiana nei suoi quattro aspetti: trinitario, cristologico, antropologico ed ecclesiale.
Alla sua attività di fondatrice dei Carmeli riformati, Teresa dedica il Libro delle fondazioni, scritto tra il 1573 e il 1582, nel quale parla della vita del gruppo religioso nascente. Come nell'autobiografia, il racconto è teso a evidenziare soprattutto l'azione di Dio nell'opera di fondazione dei nuovi monasteri.

Non è facile riassumere in poche parole la profonda e articolata spiritualità teresiana. Vorrei menzionare alcuni punti essenziali. In primo luogo, santa Teresa propone le virtù evangeliche come base di tutta la vita cristiana e umana: in particolare, il distacco dai beni o povertà evangelica, e questo concerne tutti noi; l'amore gli uni per gli altri come elemento essenziale della vita comunitaria e sociale; l'umiltà come amore alla verità; la determinazione come frutto dell'audacia cristiana; la speranza teologale, che descrive come sete di acqua viva. Senza dimenticare le virtù umane: af­fabilità, veracità, modestia, cortesia, allegria, cultura. In secondo luogo, santa Teresa propone una profonda sintonia con i grandi personaggi biblici e l'ascolto vivo della Parola di Dio. Ella si sente in consonanza soprattutto con la sposa del Cantico dei Cantici e con l'apostolo Paolo, oltre che con il Cristo della Passione e con il Gesù Eucaristico.

La Santa sottolinea poi quanto è essenziale la preghiera; pregare, dice, “significa frequentare con amicizia, poiché frequentiamo a tu per tu Colui che sappiamo che ci ama” (Vita 8, 5) . L'idea di santa Teresa coincide con la definizione che san Tommaso d'Aquino dà della carità teologale, come “amicitia quaedam hominis ad Deum”, un tipo di amicizia dell’uomo con Dio, che per primo ha offerto la sua amicizia all’uomo; l'iniziativa viene da Dio (cfr Summa Theologiae II-ΙI, 23, 1). La preghiera è vita e si sviluppa gradualmente di pari passo con la crescita della vita cristiana: comincia con la preghiera vocale, passa per l'interiorizzazione attraverso la meditazione e il raccoglimento, fino a giungere all'unione d'amore con Cristo e con la Santissima Trinità. Ovviamente non si tratta di uno sviluppo in cui salire ai gradini più alti vuol dire lasciare il precedente tipo di preghiera, ma è piuttosto un approfondirsi graduale del rapporto con Dio che avvolge tutta la vita. Più che una pedagogia della preghiera, quella di Teresa è una vera "mistagogia": al lettore delle sue opere insegna a pregare pregando ella stessa con lui; frequentemente, infatti, interrompe il racconto o l'esposizione per prorompere in una preghiera.
Un altro tema caro alla Santa è la centralità dell'umanità di Cristo. Per Teresa, infatti, la vita cristiana è relazione personale con Gesù, che culmina nell'unione con Lui per grazia, per amore e per imitazione. Da ciò l'importanza che ella attribuisce alla meditazione della Passione e all'Eucaristia, come presenza di Cristo, nella Chiesa, per la vita di ogni credente e come cuore della liturgia. Santa Teresa vive un amore incondizionato alla Chiesa: ella manifesta un vivo “sensus Ecclesiae” di fronte agli episodi di divisione e conflitto nella Chiesa del suo tempo. Riforma l'Ordine carmelitano con l'intenzione di meglio servire e meglio difendere la “Santa Chiesa Cattolica Romana”, ed è disposta a dare la vita per essa (cfr Vita 33, 5).

Un ultimo aspetto essenziale della dottrina teresiana, che vorrei sottolineare, è la perfezione, come aspirazione di tutta la vita cristiana e meta finale della stessa. La Santa ha un'idea molto chiara della “pienezza” di Cristo, rivissuta dal cristiano. Alla fine del percorso del Castello interiore, nell'ultima “stanza” Teresa descrive tale pienezza, realizzata nell'inabitazione della Trinità, nell'unione a Cristo attraverso il mistero della sua umanità.

Cari fratelli e sorelle, santa Teresa di Gesù è vera maestra di vita cristiana per i fedeli di ogni tempo. Nella nostra società, spesso carente di valori spirituali, santa Teresa ci insegna ad essere testimoni instancabili di Dio, della sua presenza e della sua azione, ci insegna a sentire realmente questa sete di Dio che esiste nella profondità del nostro cuore, questo desiderio di vedere Dio, di cercare Dio, di essere in colloquio con Lui e di essere suoi amici. Questa è l'amicizia che è necessaria per noi tutti e che dobbiamo cercare, giorno per giorno, di nuovo. L’esempio di questa Santa, profondamente contemplativa ed efficacemente operosa, spinga anche noi a dedicare ogni giorno il giusto tempo alla preghiera, a questa apertura verso Dio, a questo cammino per cercare Dio, per vederlo, per trovare la sua amicizia e così la vera vita; perché realmente molti di noi dovrebbero dire: “non vivo, non vivo realmente, perché non vivo l'essenza della mia vita”. Per questo il tempo della preghiera non è tempo perso, è tempo nel quale si apre la strada della vita, si apre la strada per imparare da Dio un amore ardente a Lui, alla sua Chiesa, e una carità concreta per i nostri fratelli. Grazie.

martedì 1 febbraio 2011

Sulla necessità della preghiera



LA PREGHIERA È NECESSARIA ALLA SALVEZZA, COME NECESSITÀ E COME MEZZO.
di S. Alfonso M. De' Liguori
Del gran mezzo della preghiera, cap. I, §1


Fu un errore dei pelagiani il dire che l'orazione non è necessaria a conseguire la salvezza. Diceva l'empio loro maestro Pelagio, che l'uomo si perde solamente in quanto trascura di conoscere le verità che devono essere conosciute.

Ma diceva Sant’Agostino: «Pelagio di ogni altra cosa voleva trattare, fuorché dell'orazione» (De natura et orat. c. XVII), ch'è l'unico mezzo, come insegnava il santo, per acquistare la scienza dei santi, secondo quello che scrisse già S. Giacomo: «Se qualcuno di voi è bisognoso di sapienza, la chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente e non lo rimprovera, e gli sarà concesso» (Gc 1,5).

Sono troppo chiare le Scritture, che ci fanno vedere il bisogno che abbiamo di pregare, se vogliamo salvarci. Bisogna sempre pregare, senza mai stancarsi (Lc 18,1). Vegliate ed pregate per non cadere in tentazione (Mt 26,41). Chiedete ed otterrete (Mt 7,7). Le suddette parole bisogna, chiedete, pregate, come intendono comunemente i teologi, significano e comportano precetto e necessità.

Vicleffo diceva, che queste frasi riguardavano non tanto l'orazione, ma solamente la necessità [di compiere] delle buone opere, quindi il pregare non era altro che operare il bene: ma questo fu un suo errore e fu condannato espressamente dalla Chiesa. Scrisse infatti il dotto Leonardo Lessio che «non si può negare senza errare nella fede, che la preghiera agli adulti è necessaria per salvarsi; constatando evidentemente dalle Scritture che l'orazione è l'unico mezzo per conseguire gli aiuti necessari alla salvezza» (De Iust. 1, 2, c. 37, dub. 3, n. 9).

Il motivo è chiaro. Senza il soccorso della grazia, noi non possiamo fare alcun bene. Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5). Nota S. Agostino su queste parole, che Gesù Cristo non disse: niente potete compiere, ma niente potete fare. Con ciò il nostro Salvatore vuole farci capire, che noi senza la grazia, neppure possiamo cominciare a fare il bene. Anzi scrisse l'Apostolo: Da noi neppure possiamo avere desiderio di farlo (2 Cr 3,5). Se dunque non possiamo neanche pensare al bene, tanto meno possiamo desiderarlo.

Lo stesso ci dimostrano tanti altri brani delle Scritture. Dio stesso è colui che fa in tutti tutte le cose (1 Cr 12,6). Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi (Ez 36,27). Come scrisse san Leone I «Noi non facciamo alcun bene, fuori di quello che Dio con la sua grazia ci fa operare». Infatti il Concilio di Trento disse: «Se alcuno avrà detto, che senza una ispirazione preventiva e l’aiuto dello Spirito Santo, l'uomo può credere, sperare, amare o pentirsi, come [invece] bisogna, per ottenere la grazia della giustificazione, sia scomunicato» (Sess. 6, can. 3).

L'autore dell'Opera imperfetta, parlando dei bruti ci dice che il Signore alcuni ha provveduto di corso, altri di unghie, altri di penne, affinché possano così conservare il loro essere; ma l'uomo l'ha formato in tale stato, che solo Dio fosse tutta la [fonte] della sua virtù (Hom. 18). Quindi l'uomo è assolutamente impotente a procurarsi la sua salvezza, poiché Dio ha voluto che quanto ha e può avere, tutto lo riceva dal solo aiuto della sua grazia.

Ma questo aiuto della grazia, per provvidenza ordinaria, il Signore lo concede a chi prega, secondo la celebre sentenza di Gennadio: «Crediamo che nessuno giunga a salvezza, se Dio non lo invita; nessuno che sia invitato operi la salvezza, se non è aiutato da Dio; nessuno meriti aiuto, se non per mezzo della preghiera» (De Eccl. dogm. cap. 26). Posto dunque che senza il soccorso della grazia niente noi possiamo; e posto che tale aiuto ordinariamente Dio lo dona a chi prega, per conseguenza si deduce che la preghiera ci è assolutamente necessaria alla salvezza.

È vero che - dice S. Agostino - le prime grazie, le quali vengono a noi senza alcuna nostra cooperazione, come sono la chiamata alla fede e alla penitenza, Dio le concede anche a coloro che non pregano; tuttavia il santo ritiene certo che le altre grazie (e specialmente il dono della perseveranza) Dio le concede soltanto a chi prega (De Dono pers. c. 16).

I teologi insegnano, in accordo con san Basilio, san Giovanni Crisostomo, Clemente Alessandrino, S. Agostino ed altri, che la preghiera agli adulti è necessaria non solo per necessità di precetto, come abbiamo veduto, ma anche di mezzo. Vale a dire che, di provvidenza ordinaria, un fedele è impossibile che si salvi senza raccomandarsi a Dio, per ottenere le grazie necessarie alla salvezza. Lo stesso insegna san Tommaso dicendo: «Dopo il battesimo poi è necessaria all'uomo una continua orazione, al fine di entrare in cielo; poiché quantunque per mezzo del battesimo si rimettano i peccati, ciò nondimeno rimane il fomite del peccato che ci fa guerra internamente e il mondo e i demoni, che ci guerreggiano esternamente» (3 p. q. 39, art. 5). Dunque il motivo che, secondo l'Angelico, ci rende certi della necessità che abbiamo della preghiera è che noi per salvarci dobbiamo combattere e vincere: Colui che combatte nell'agone non è coronato, se non ha combattuto secondo le leggi (1 Tm 2,5). Senza l'aiuto divino non possiamo resistere alle forze di tanti e tali nemici: questo aiuto divino si concede solo per [mezzo] dell'orazione; dunque senza orazione non v'è salvezza.

Che poi l'orazione sia l'unico mezzo ordinario per ricevere i doni divini, lo conferma più distintamente il medesimo santo dottore in un altro luogo dicendo che il Signore ab aeterno ha determinato tutte le grazie che da donare a noi e vuole donarcele soltanto per mezzo dell'orazione (2, 2.ae, q. 83, 2). E lo stesso scrisse S. Gregorio: «Gli uomini pregando meritano di ricevere ciò che Dio avanti i secoli dispone loro di dare» (Lib. i. Dial. cap. 8).

Dice S. Tommaso, è necessario pregare non tanto perché Iddio capisca i nostri bisogni, ma affinché noi capiamo la necessità che abbiamo di ricorrere a Dio, per ricevere gli aiuti opportuni per salvarci, e con ciò riconoscerlo per unico autore di tutti i nostri beni (Ibid. ad 1 et 2). Come il Signore ha stabilito che noi fossimo provvisti di pane col seminare il grano, e del vino col piantare le viti; così ha voluto che riceviamo le grazie necessarie alla salvezza per mezzo della preghiera, dicendo: "Chiedete ed otterrete, cercate, e troverete" (Mt. 7,7).

Noi insomma, altro non siamo che poveri mendicanti, i quali tanto abbiamo, quanto ci dona Dio per elemosina. Io per me sono mendico e senza aiuto (Ps. 39,18). Il Signore, dice S. Agostino, desidera il bene e vuole dispensare le sue grazie, ma non vuole dispensarle se non a chi le domanda (In Ps. 102). Egli dice: «Chiedete ed otterrete». Cercate, e vi sarà dato; dunque dice santa Teresa, chi non cerca, non riceve. Come la linfa è necessaria alle piante per vivere e non seccare, così dice il Crisostomo, è necessaria a noi l'orazione per salvarci. In altro luogo, dice il medesimo santo, che: «come il corpo non può vivere senza l'anima, così l'anima senza l'orazione è morta, e manda cattivo odore» (De or. D. l. i.). Dice, manda cattivo odore, perché chi tralascia di raccomandarsi a Dio, subito comincia a puzzare di peccati.

L'orazione si chiama anche cibo dell'anima perché «senza cibo non può sostentarsi il corpo, e senza l'orazione, dice S. Agostino, non può conservarsi in vita l'anima» (De sal. doc. c. 28). Tutte queste similitudini che espongono questi santi Padri, denotano l'assoluta necessità del pregare per conseguire la salvezza.

Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici. Pio XII e la «Sacra virginitas»




Pio XII e la «Sacra virginitas»

Da una relazione tenuta ad Ars dal cardinale prefetto della Congregazione per il Clero, pubblichiamo la parte relativa a Papa Pacelli.




di Mauro Piacenza

Un contributo determinante dal punto di vista magisteriale è stato dato dall'enciclica Sacra virginitas, del 25 marzo 1954, del servo di Dio Pio XII. Essa, come tutte le encicliche di quel Pontefice, rifulge per la chiara e profonda impostazione dottrinale, per la ricchezza di riferimenti biblici, storici, teologici, spirituali, e costituisce ancora oggi un punto di riferimento di notevole rilievo.


Se, in senso stretto, l'enciclica ha come oggetto formale, non il celibato ecclesiastico, ma la verginità per il Regno dei cieli, nondimeno moltissimi sono, in essa, gli spunti di riflessione e gli espliciti riferimenti alla condizione celibataria anche del sacerdozio.

Il documento si compone di quattro parti: la prima delinea la «vera idea della condizione verginale», la seconda identifica e risponde ad alcuni errori dell'epoca, che non perdono la loro problematicità anche nell'oggi, la terza parte delinea il rapporto tra verginità e sacrificio, mentre l'ultima, a mo' di conclusione, delinea alcune speranze e alcuni timori legati alla verginità.

La verginità, nella prima parte, è presentata come un modo eccellente di vivere la sequela di Cristo. «Che cos'è, infatti, seguire se non imitare?», si domanda il Pontefice. E risponde: «Tutti questi discepoli hanno abbracciato lo stato di verginità per la conformità allo Sposo Cristo. (...) La loro ardente carità verso Cristo non poteva contentarsi di vincoli di affetto con Lui: essa aveva assoluto bisogno di manifestarsi con l'imitazione delle Sue virtù e, in modo speciale, con la conformità alla Sua vita tutta consacrata al bene e alla salvezza del genere umano. Se i sacerdoti (...) osservano la castità perfetta, questo è in definitiva perché il loro Divino Maestro è rimasto Egli stesso vergine fino alla morte».

In realtà, e non certo a caso, il Pontefice assimila la condizione verginale sacerdotale a quella dei religiosi e delle religiose, mostrando, in tal modo, come il celibato, che differisce dal punto di vista normativo, abbia in realtà il medesimo fondamento teologico e spirituale.


Un'altra ragione del celibato è individuata dal Pontefice nell'esigenza, connessa al Mistero, di una profonda libertà spirituale. Afferma l'enciclica: «Proprio perché i sacri Ministri possano godere di questa spirituale libertà di corpo e di anima, e per evitare che si immischino in affari terreni, la Chiesa latina esige da essi che assumano volontariamente l'obbligo della castità perfetta», e aggiunge: «I Ministri sacri, però, non rinunciano al matrimonio unicamente perché si dedicano all'apostolato, ma anche perché servono all'Altare». Emerge, in tal modo, come alla ragione apostolica e missionaria si unisca propriamente, nel magistero di Pio XII, quella cultuale, in una sintesi che, oltre ogni polarizzazione, rappresenta la reale e completa unità di ragioni a favore del celibato sacerdotale.


Del resto già nell'esortazione apostolica Menti nostrae, lo stesso Pio XII affermava: «Per la legge del celibato, il Sacerdote, ben lontano dal perdere la paternità, la accresce all'infinito, perché egli genera figliuoli, non per questa vita terrena e caduca, ma per la celeste ed eterna».

Missionarietà, sacralità del ministero, realistica imitazione di Cristo, fecondità e paternità spirituale costituiscono, dunque, l'orizzonte imprescindibile di riferimento del celibato sacerdotale, non indipendentemente dalla correzione di alcuni errori sempre latenti, come il misconoscimento dell'eccellenza oggettiva, e non certo per santità soggettiva, dello stato verginale rispetto a quello matrimoniale, l'affermazione dell'impossibilità umana a vivere la condizione verginale o l'estraneità dei consacrati alla vita del mondo e della società. A tal riguardo afferma il Pontefice: «Le anime consacrate alla castità perfetta non impoveriscono per questo la propria personalità umana, poiché ricevono da Dio stesso un soccorso spirituale immensamente più efficace che il “mutuo aiuto” degli sposi. Consacrandosi direttamente a Colui che è il loro Principio e comunica la Sua Vita divina, non si impoveriscono ma si arricchiscono».

Tali affermazioni potrebbero essere sufficienti a rispondere, con la necessaria chiarezza, a tante obiezioni di carattere psico-antropologico, che ancora oggi vengono mosse al celibato sacerdotale.
Ultimo grande e fondamentale tema affrontato dall'enciclica Sacra virginitas è quello, più propriamente sacerdotale, del rapporto tra verginità e sacrificio. Osserva il Pontefice, citando sant'Ambrogio: «La castità perfetta non è che un consiglio, un mezzo capace di condurre più sicuramente e più facilmente alla perfezione evangelica (...) quelle anime “a cui è stato concesso” (Matteo, 19, 11). Essa non è imposta, ma proposta». In tal senso, è duplice l'invito di Pio XII sulla scia dei grandi Padri: da un lato, egli afferma il dovere di «ben misurare le forze» per comprendere se si è in grado di accogliere il dono di grazia del celibato, consegnando a tutta la Chiesa, in tal senso, specialmente ai giorni nostri, un sicuro criterio di onesto discernimento; dall'altro, pone in evidenza l'intrinseco legame tra castità e martirio, insegnando, con san Gregorio Magno, che la castità sostituisce il martirio e rappresenta, in ogni tempo, la più alta ed efficace forma di testimonianza.

Appare evidente a tutti come, soprattutto nella nostra società secolarizzata, la perfetta continenza per il Regno dei cieli, rappresenti una delle testimonianze più efficaci e maggiormente capaci di «provocare» salutarmente l'intelligenza e il cuore dei nostri contemporanei. In un clima sempre più grandemente, e quasi violentemente eroticizzato, la castità, soprattutto di coloro che nella Chiesa sono insigniti del sacerdozio ministeriale, rappresenta una sfida, ancora più potentemente eloquente, alla cultura dominante e, in definitiva, alla stessa domanda sull'esistenza di Dio e sulla possibilità di conoscerlo e di entrare in rapporto con lui.


Mi pare ora doveroso mettere in luce un'ultima riflessione sull'enciclica di Pio XII, poiché essa, più delle altre, appare decisamente controcorrente rispetto a molti dei costumi oggi diffusi anche tra non pochi membri del clero e in vari luoghi di «formazione». Citando san Girolamo, il Pontefice mette in luce come «a custodia della castità serve più la fuga che la lotta aperta (...) e tale fuga consiste non solo nell'allontanare premurosamente le occasioni del peccato, ma soprattutto nell'innalzare la mente, durante queste lotte, a Colui al Quale abbiamo consacrato la nostra verginità. “Rimirate la bellezza di Colui che vi ama” raccomanda Sant'Agostino».


Apparirebbe oggi quasi impossibile all'educatore trasmettere il valore del celibato e della purezza ai giovani seminaristi, in un contesto nel quale risulti, di fatto, impossibile vigilare sulle visioni, sulle letture, sull'utilizzo di internet, e sulle conoscenze. Se è sempre più evidente e necessario il coinvolgimento maturo della libertà dei candidati in una volontaria e consapevole collaborazione all'opera di formazione, non di meno l'enciclica giudica un errore, e concordiamo pienamente, permettere a chi si prepara al sacerdozio ogni esperienza, senza il necessario discernimento e il dovuto distacco dal mondo. Permettere ciò equivale a comprendere nulla dell'uomo, della sua psicologia, della società e della cultura che ci circonda. Significa essere chiusi in una sorta di ideologia preconcetta che va contro la realtà. Basta guardarsi attorno. Quanto realismo nei versetti del salmo: «Hanno occhi e non vedono»!


Devo confidare, alla fine di questo breve excursus sull'enciclica di Pio XII -- ma lo stesso potrei dire per l'Ad catholici sacerdotii di Pio XI -- che rimango sempre sorpreso della sua modernità e attualità. Pur permanendo la preminente focalizzazione sull'aspetto sacrale del celibato e sul legame tra esercizio del culto e verginità per il Regno dei cieli, il magistero di questi due Pontefici presenta un celibato cristologicamente fondato, sia nella direttrice della configurazione ontologica a Cristo sacerdote-vergine, sia in quella della imitatio Christi.


Se appare in parte giustificata la lettura che vede nel magistero papale sul celibato, anteriore al concilio ecumenico Vaticano II, un'insistenza sulle argomentazioni sacrali-rituali, e, in quello successivo al Concilio, un'apertura a ragioni più cristologico-pastorali, nondimeno è doveroso riconoscere -- e questo è fondamentale per la corretta ermeneutica della continuità, ovvero per l'ermeneutica «cattolica» -- che sia Pio XI, sia Pio XII sottolineano ampiamente le ragioni di carattere teologico. Il celibato risulta, dai menzionati pronunciamenti, non solo particolarmente opportuno e appropriato alla condizione sacerdotale, ma intimamente connesso con l'essenza stessa del sacerdozio, compresa come partecipazione alla vita di Cristo, alla Sua identità e, perciò, alla Sua missione. Non è certo un caso che quelle Chiese di rito orientale che ordinano anche viri probati, non ammettono assolutamente all'ordinazione episcopale presbiteri uxorati!

(©L'Osservatore Romano - 31 gennaio 01 febbraio 2011)