Sandro Magister , 24 febbraio 2026
(s.m.) Dall’alto dei suoi 97 anni magnificamente portati, della sua riconosciuta competenza di storico della Chiesa e più ancora del suo amore incondizionato per il “mistero dell’Eucaristia”, il cardinale Walter Brandmüller (nella foto di Lena Klimkeit © Picture Alliance/Dpa) lancia un forte appello a vescovi e fedeli affinché finalmente si abbassino le armi nella pluridecennale guerra tra novatori e tradizionalisti, con la liturgia della Messa al cuore dello scontro.
Il testo del suo appello il cardinale l’ha offerto a Settimo Cielo, perché sia reso pubblico, ed è integralmente riprodotto qui sotto. Anche il titolo è suo : “Per l’amor di Dio : Abbassate le armi!”
Brandmüller non la esplicita, ma dal suo scritto traspare la fiducia che egli ripone in Leone come promotore di pace e unità. Su una questione come la liturgia che è capitale per la vita e la missione della Chiesa e su cui il papa ha già guadagnato la stima di molti, per l’equilibrio che mostra nel volerla affrontare.
E neppure fa cenno, il cardinale, alle più recenti fiammate di questa guerra, in particolare alla relazione che il prefetto del dicastero per il culto divino, Arthur Roche, aveva predisposto per il concistoro del papa con i cardinali del 7 e 8 gennaio : una relazione molto ostile agli amanti della Messa tridentina, ma fortunatamente rimossa dall’agenda dell’incontro, col rinvio del tema a momenti futuri.
Ma ciò che colpisce del testo di Brandmüller è molto più il detto del non detto. Nell’argomentare il suo appello, egli intreccia con competenza le vicende attuali con i precedenti storici, la riforma originaria del Concilio Vaticano II con le derive postconciliari, il vissuto dei fedeli con le sottigliezze della teologia. Il tutto con scrittura brillante, capace di avvincere anche i non esperti.
A lui la parola, con la speranza che sia confermata dai fatti.
*
Il testo del suo appello il cardinale l’ha offerto a Settimo Cielo, perché sia reso pubblico, ed è integralmente riprodotto qui sotto. Anche il titolo è suo : “Per l’amor di Dio : Abbassate le armi!”
Brandmüller non la esplicita, ma dal suo scritto traspare la fiducia che egli ripone in Leone come promotore di pace e unità. Su una questione come la liturgia che è capitale per la vita e la missione della Chiesa e su cui il papa ha già guadagnato la stima di molti, per l’equilibrio che mostra nel volerla affrontare.
E neppure fa cenno, il cardinale, alle più recenti fiammate di questa guerra, in particolare alla relazione che il prefetto del dicastero per il culto divino, Arthur Roche, aveva predisposto per il concistoro del papa con i cardinali del 7 e 8 gennaio : una relazione molto ostile agli amanti della Messa tridentina, ma fortunatamente rimossa dall’agenda dell’incontro, col rinvio del tema a momenti futuri.
Ma ciò che colpisce del testo di Brandmüller è molto più il detto del non detto. Nell’argomentare il suo appello, egli intreccia con competenza le vicende attuali con i precedenti storici, la riforma originaria del Concilio Vaticano II con le derive postconciliari, il vissuto dei fedeli con le sottigliezze della teologia. Il tutto con scrittura brillante, capace di avvincere anche i non esperti.
A lui la parola, con la speranza che sia confermata dai fatti.
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Per l’amor di Dio : “Abbassate le armi!”
di Walter Card. Brandmüller
Non è con la “Sacrosanctum concilium” del Vaticano II, bensì con l’attuazione dopo il Concilio della riforma liturgica che si è aperta una frattura in ampie parti del mondo cattolico. Ne è sorto un malsano conflitto tra “progressisti” e “retrogradi”. Ci si deve forse stupire? Niente affatto. Ciò non fa che dimostrare quale ruolo centrale la liturgia occupi nella vita dei fedeli.
Il cosiddetto “conflitto liturgico” non è, del resto, un fenomeno sorto soltanto dopo il Vaticano II, e nemmeno esclusivamente in ambito cattolico. Quando nella Russia ortodossa nel 1667 il patriarca Nikon e lo zar Alessio I introdussero una riforma liturgica, diverse comunità si staccarono, alcune arrivando persino a rifiutare il sacerdozio stesso, con scissioni che perdurano fino ad oggi.
Anche nell’Occidente cattolico e protestante si accesero, in epoca illuminista, dispute accanite riguardo all’introduzione di nuovi innari. Nella cattolica Francia, la sostituzione dell’antica liturgia gallicana con il nuovo “Missale romanum” a metà dell’Ottocento incontrò un’opposizione feroce.
Insomma, in tutti questi casi non si trattava, come per Ario o Lutero, del dogma, della verità rivelata. Tali questioni divenivano piuttosto oggetto di disputa in ambienti intellettuali.
Ciò che tocca invece la vita quotidiana della pietà sono i riti, le usanze, le forme concrete della religiosità vissuta ogni giorno. È lì che il conflitto si accende, talvolta persino su particolari secondari, come varianti di testi in inni o preghiere. E tanto più irrazionale appare il motivo della contesa, tanto più violento diventa lo scontro.
Su un terreno così minato non si può certo intervenire con un bulldozer. Nella maggior parte dei casi, non è la dottrina di fede a essere direttamente intaccata. Lo sono il sentimento religioso, le care formule devozionali, l’abitudine. E ciò penetra spesso più in profondità di una formula teologica astratta: perché tocca l’esperienza vitale.
Allo stesso modo, è altrettanto erroneo invocare lo slogan “sotto le vesti talari l’odore ammuffito di mille anni” per esigere demolizioni e rotture della tradizione, poiché ciò finirebbe col misconoscere non solo l’essenza cristiana, ma anche quella umana della tradizione ereditata. Questo vale in genere per ogni tentativo di riforma, tanto più quando essa tocca la pratica religiosa quotidiana, come ad esempio il riordino delle parrocchie, che incide nella vita vissuta dei fedeli.
Eppure, sorprendentemente, tale diffidenza, o addirittura tale rifiuto delle novità, non si manifestò quando Pio XII riformò dapprima, nel 1951, la Veglia pasquale, e poi, nel 1955, l’intera liturgia della Settimana Santa. Io stesso ho vissuto ciò personalmente, da seminarista e giovane sacerdote. E salvo reazioni perplesse in qualche contesto rurale, laddove queste riforme furono attuate con fedeltà furono accolte con gioiosa attesa, se non con entusiasmo.
Eppure, oggi, a distanza di tempo, ci si deve pur chiedere perché, invece, le riforme di Paolo VI abbiano generato certe reazioni fin troppo note. Nel primo caso la Chiesa conobbe uno slancio liturgico, nel secondo molti videro in atto una rottura liturgica con la tradizione.
Dopo il pontificato di Pio XII, in vari ambienti ecclesiali l’elezione di Giovanni XXIII venne percepita come una liberazione da coercizioni magisteriali. La porta si apriva anche al dialogo con il marxismo, la filosofia esistenzialista, la scuola di Francoforte, Kant e Hegel – e con questo a un nuovo modo radicalmente diverso di intendere la teologia. Suonava l’ora dell’individualismo teologico, dell’addio a ciò che veniva liquidato come “passatismo”.
Le conseguenze per la liturgia furono gravi. Arbitrio, proliferazione, individualismo sfrenato condussero, in non pochi luoghi, alla sostituzione della Messa con elaborati personali, raccolti addirittura in quaderni ad anelli preparati dai celebranti. Il risultato fu un caos liturgico e un esodo dalla Chiesa senza precedenti, che nonostante la riforma paolina perdura ancora oggi.
In risposta sorsero gruppi e circoli decisi a contrapporre al disordine la ferma fedeltà al “Missale romanum” di Pio XII. Tanto più, dunque, regnavano da una parte l’arbitrio e il disordine, quanto più, dall’altra, si induriva il rifiuto di ogni sviluppo, nonostante le esperienze positive già fatte con le riforme di Pio XII. In tal modo, anche la riforma del messale di Paolo VI – che pure non mancava di difetti – incontrò critiche e resistenze. E sebbene tali obiezioni fossero spesso motivate, esse non erano tuttavia giustificate. Il “Novus ordo” era stato promulgato dal papa: pur con le critiche legittime, doveva essere accolto nell’obbedienza.
L’apostolo Paolo scrive che Cristo “si fece obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”, e con la sua morte Egli ha redento il mondo. Se dunque nella celebrazione eucaristica è reso presente l’obbedire fino alla morte di Cristo, questa celebrazione non può avvenire nella disobbedienza.
E tuttavia che cosa avvenne? Per alcuni le riforme non erano sufficienti: essi continuarono con la loro liturgia su quaderni ad anelli, frutto di creatività individuale. Altri, per contro, opposero la fedeltà alla “Messa di sempre”, dimenticando – o ignorando – che il rito della Santa Messa si è sviluppato e trasformato lungo i secoli, assumendo forme diverse sia in Oriente che in Occidente, secondo i rispettivi contesti culturali. In verità, l’unica “Messa di sempre” si riduce alle parole della consacrazione, peraltro tramandate con formulazioni differenti nei Vangeli e in Paolo. Questa, e solo questa, è la “Messa di sempre”. Là dove non si voleva prenderne coscienza si sono schierate le parti e la lotta continua fino ai nostri giorni.
Non bisogna tuttavia dimenticare che la liturgia autentica, celebrata con coscienza in nome della Chiesa, è in molti luoghi una realtà pacifica e quotidiana. Resta però la domanda: come è stato possibile uno sviluppo conflittuale così lacerante? Uno sguardo alla storia rivela qualcosa.
Le battaglie combattute dopo il Concilio di Trento non riguardavano la natura della Santa Eucaristia. Il nuovo “Missale romanum” di Pio V venne introdotto gradualmente nei vari paesi, da ultimo nella Francia della fine del XIX secolo, senza provocare conflitti, mentre antichi riti locali, come l’ambrosiano a Milano, o propri degli ordini religiosi continuavano senza difficoltà.
Fu solo agli inizi del XX secolo, nel contesto del modernismo, che riemerse la disputa sul sacrificio della Messa, ora però non tanto sul rito quanto piuttosto sull’essenza del sacrificio stesso. Lo scoppio della prima guerra mondiale, con le sue sconvolgenti conseguenze per l’Europa, impedì una soluzione adeguata, lasciando covare la questione irrisolta sotto traccia. E negli anni successivi il movimento liturgico, importante nel dopoguerra, si occupò anch’esso – salvo eccezioni – non dell’essenza, quanto piuttosto dell’esecuzione della liturgia, in particolare del sacrificio della Messa da parte della comunità dei fedeli. La presa del potere da parte delle dittature comuniste, fasciste e nazionalsocialiste, seguita poi dalla seconda guerra mondiale con le sue conseguenze, impedì ancora una soluzione definitiva.
Fu Pio XII che, nel mezzo dei problemi del dopoguerra e consapevole delle questioni irrisolte relative al santo sacrificio della Messa, riprese l’argomento nella sua enciclica “Mediator Dei” del 1947: ribadì e chiarì il dogma del Concilio di Trento e infine fornì indicazioni per una degna celebrazione liturgica.
Eppure, le controversie non cessarono, anzi: esse si accesero nuovamente non tanto sul rito, quanto di nuovo sulla natura del sacrificio eucaristico. L’enfasi eccessiva – fino alle vera e propria assolutizzazione – del carattere conviviale della Santa Messa condusse, e conduce ancora, a gravi abusi liturgici, talora perfino blasfemi. Abusi nati da fraintendimenti fondamentali del mistero dell’Eucaristia.
A ciò si aggiunge il fatto che dipende quasi sempre dai singoli sacerdoti se la Santa Messa viene celebrata secondo il “Novus ordo” osservato scrupolosamente o se viene dato libero sfogo alle idee soggettive dei celebranti. I casi in cui le autorità episcopali sono intervenute contro gli abusi sono stati piuttosto rari. Non si è ancora compreso a sufficienza che questa dissoluzione dell’unità liturgica è frutto di incertezza o addirittura di perdita della fede autentica e costituisce una minaccia per l’unità stessa nella fede.
È dunque necessario – se si vogliono evitare o sanare fratture fatali dell’unità ecclesiale – giungere a una pace, o almeno a una tregua, sul fronte liturgico. Ecco perché vale riprendere il titolo del celebre romanzo pacifista di Bertha von Suttner, pubblicato dal 1889 in 37 edizioni e 15 traduzioni: “Die Waffen nieder!”: abbassate le armi !
Questo significa anzitutto disarmare il linguaggio, quando si parla di liturgia. Allo stesso modo, sarebbe necessario evitare ogni tipo di accusa reciproca. Nessuna delle due parti dovrebbe mettere in dubbio la serietà delle intenzioni dell’altra. In breve: occorre esercitare tolleranza ed evitare la polemica. Entrambe le parti dovrebbero garantire una liturgia che rispetti scrupolosamente le rispettive norme. L’esperienza mostra che tale ammonimento vale non solo per i novatori, ma anche per i sostenitori della “Messa antica”.
Entrambi gli schieramenti dovrebbero studiare con imparzialità il capitolo II della costituzione conciliare “Sacrosanctum concilium” e valutare alla sua luce gli sviluppi successivi. Risulterebbe allora evidente quanto la prassi postconciliare si sia allontanata dalla costituzione, alla quale, non va dimenticato, aderì anche l’arcivescovo Marcel Lefebvre.
Solo così, nel silenzio e con grande pazienza, si potrà lavorare a una riforma della riforma, che corrisponda realmente alle disposizioni della “Sacrosanctum concilium”. Potrà allora giungere il momento in cui verrà presentata una riforma capace di onorare le istanze di entrambe le parti.
Ma fino ad allora, ancora una volta, per l’amor di Dio: “Abbassate le armi!”
di Walter Card. Brandmüller
Non è con la “Sacrosanctum concilium” del Vaticano II, bensì con l’attuazione dopo il Concilio della riforma liturgica che si è aperta una frattura in ampie parti del mondo cattolico. Ne è sorto un malsano conflitto tra “progressisti” e “retrogradi”. Ci si deve forse stupire? Niente affatto. Ciò non fa che dimostrare quale ruolo centrale la liturgia occupi nella vita dei fedeli.
Il cosiddetto “conflitto liturgico” non è, del resto, un fenomeno sorto soltanto dopo il Vaticano II, e nemmeno esclusivamente in ambito cattolico. Quando nella Russia ortodossa nel 1667 il patriarca Nikon e lo zar Alessio I introdussero una riforma liturgica, diverse comunità si staccarono, alcune arrivando persino a rifiutare il sacerdozio stesso, con scissioni che perdurano fino ad oggi.
Anche nell’Occidente cattolico e protestante si accesero, in epoca illuminista, dispute accanite riguardo all’introduzione di nuovi innari. Nella cattolica Francia, la sostituzione dell’antica liturgia gallicana con il nuovo “Missale romanum” a metà dell’Ottocento incontrò un’opposizione feroce.
Insomma, in tutti questi casi non si trattava, come per Ario o Lutero, del dogma, della verità rivelata. Tali questioni divenivano piuttosto oggetto di disputa in ambienti intellettuali.
Ciò che tocca invece la vita quotidiana della pietà sono i riti, le usanze, le forme concrete della religiosità vissuta ogni giorno. È lì che il conflitto si accende, talvolta persino su particolari secondari, come varianti di testi in inni o preghiere. E tanto più irrazionale appare il motivo della contesa, tanto più violento diventa lo scontro.
Su un terreno così minato non si può certo intervenire con un bulldozer. Nella maggior parte dei casi, non è la dottrina di fede a essere direttamente intaccata. Lo sono il sentimento religioso, le care formule devozionali, l’abitudine. E ciò penetra spesso più in profondità di una formula teologica astratta: perché tocca l’esperienza vitale.
Allo stesso modo, è altrettanto erroneo invocare lo slogan “sotto le vesti talari l’odore ammuffito di mille anni” per esigere demolizioni e rotture della tradizione, poiché ciò finirebbe col misconoscere non solo l’essenza cristiana, ma anche quella umana della tradizione ereditata. Questo vale in genere per ogni tentativo di riforma, tanto più quando essa tocca la pratica religiosa quotidiana, come ad esempio il riordino delle parrocchie, che incide nella vita vissuta dei fedeli.
Eppure, sorprendentemente, tale diffidenza, o addirittura tale rifiuto delle novità, non si manifestò quando Pio XII riformò dapprima, nel 1951, la Veglia pasquale, e poi, nel 1955, l’intera liturgia della Settimana Santa. Io stesso ho vissuto ciò personalmente, da seminarista e giovane sacerdote. E salvo reazioni perplesse in qualche contesto rurale, laddove queste riforme furono attuate con fedeltà furono accolte con gioiosa attesa, se non con entusiasmo.
Eppure, oggi, a distanza di tempo, ci si deve pur chiedere perché, invece, le riforme di Paolo VI abbiano generato certe reazioni fin troppo note. Nel primo caso la Chiesa conobbe uno slancio liturgico, nel secondo molti videro in atto una rottura liturgica con la tradizione.
Dopo il pontificato di Pio XII, in vari ambienti ecclesiali l’elezione di Giovanni XXIII venne percepita come una liberazione da coercizioni magisteriali. La porta si apriva anche al dialogo con il marxismo, la filosofia esistenzialista, la scuola di Francoforte, Kant e Hegel – e con questo a un nuovo modo radicalmente diverso di intendere la teologia. Suonava l’ora dell’individualismo teologico, dell’addio a ciò che veniva liquidato come “passatismo”.
Le conseguenze per la liturgia furono gravi. Arbitrio, proliferazione, individualismo sfrenato condussero, in non pochi luoghi, alla sostituzione della Messa con elaborati personali, raccolti addirittura in quaderni ad anelli preparati dai celebranti. Il risultato fu un caos liturgico e un esodo dalla Chiesa senza precedenti, che nonostante la riforma paolina perdura ancora oggi.
In risposta sorsero gruppi e circoli decisi a contrapporre al disordine la ferma fedeltà al “Missale romanum” di Pio XII. Tanto più, dunque, regnavano da una parte l’arbitrio e il disordine, quanto più, dall’altra, si induriva il rifiuto di ogni sviluppo, nonostante le esperienze positive già fatte con le riforme di Pio XII. In tal modo, anche la riforma del messale di Paolo VI – che pure non mancava di difetti – incontrò critiche e resistenze. E sebbene tali obiezioni fossero spesso motivate, esse non erano tuttavia giustificate. Il “Novus ordo” era stato promulgato dal papa: pur con le critiche legittime, doveva essere accolto nell’obbedienza.
L’apostolo Paolo scrive che Cristo “si fece obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”, e con la sua morte Egli ha redento il mondo. Se dunque nella celebrazione eucaristica è reso presente l’obbedire fino alla morte di Cristo, questa celebrazione non può avvenire nella disobbedienza.
E tuttavia che cosa avvenne? Per alcuni le riforme non erano sufficienti: essi continuarono con la loro liturgia su quaderni ad anelli, frutto di creatività individuale. Altri, per contro, opposero la fedeltà alla “Messa di sempre”, dimenticando – o ignorando – che il rito della Santa Messa si è sviluppato e trasformato lungo i secoli, assumendo forme diverse sia in Oriente che in Occidente, secondo i rispettivi contesti culturali. In verità, l’unica “Messa di sempre” si riduce alle parole della consacrazione, peraltro tramandate con formulazioni differenti nei Vangeli e in Paolo. Questa, e solo questa, è la “Messa di sempre”. Là dove non si voleva prenderne coscienza si sono schierate le parti e la lotta continua fino ai nostri giorni.
Non bisogna tuttavia dimenticare che la liturgia autentica, celebrata con coscienza in nome della Chiesa, è in molti luoghi una realtà pacifica e quotidiana. Resta però la domanda: come è stato possibile uno sviluppo conflittuale così lacerante? Uno sguardo alla storia rivela qualcosa.
Le battaglie combattute dopo il Concilio di Trento non riguardavano la natura della Santa Eucaristia. Il nuovo “Missale romanum” di Pio V venne introdotto gradualmente nei vari paesi, da ultimo nella Francia della fine del XIX secolo, senza provocare conflitti, mentre antichi riti locali, come l’ambrosiano a Milano, o propri degli ordini religiosi continuavano senza difficoltà.
Fu solo agli inizi del XX secolo, nel contesto del modernismo, che riemerse la disputa sul sacrificio della Messa, ora però non tanto sul rito quanto piuttosto sull’essenza del sacrificio stesso. Lo scoppio della prima guerra mondiale, con le sue sconvolgenti conseguenze per l’Europa, impedì una soluzione adeguata, lasciando covare la questione irrisolta sotto traccia. E negli anni successivi il movimento liturgico, importante nel dopoguerra, si occupò anch’esso – salvo eccezioni – non dell’essenza, quanto piuttosto dell’esecuzione della liturgia, in particolare del sacrificio della Messa da parte della comunità dei fedeli. La presa del potere da parte delle dittature comuniste, fasciste e nazionalsocialiste, seguita poi dalla seconda guerra mondiale con le sue conseguenze, impedì ancora una soluzione definitiva.
Fu Pio XII che, nel mezzo dei problemi del dopoguerra e consapevole delle questioni irrisolte relative al santo sacrificio della Messa, riprese l’argomento nella sua enciclica “Mediator Dei” del 1947: ribadì e chiarì il dogma del Concilio di Trento e infine fornì indicazioni per una degna celebrazione liturgica.
Eppure, le controversie non cessarono, anzi: esse si accesero nuovamente non tanto sul rito, quanto di nuovo sulla natura del sacrificio eucaristico. L’enfasi eccessiva – fino alle vera e propria assolutizzazione – del carattere conviviale della Santa Messa condusse, e conduce ancora, a gravi abusi liturgici, talora perfino blasfemi. Abusi nati da fraintendimenti fondamentali del mistero dell’Eucaristia.
A ciò si aggiunge il fatto che dipende quasi sempre dai singoli sacerdoti se la Santa Messa viene celebrata secondo il “Novus ordo” osservato scrupolosamente o se viene dato libero sfogo alle idee soggettive dei celebranti. I casi in cui le autorità episcopali sono intervenute contro gli abusi sono stati piuttosto rari. Non si è ancora compreso a sufficienza che questa dissoluzione dell’unità liturgica è frutto di incertezza o addirittura di perdita della fede autentica e costituisce una minaccia per l’unità stessa nella fede.
È dunque necessario – se si vogliono evitare o sanare fratture fatali dell’unità ecclesiale – giungere a una pace, o almeno a una tregua, sul fronte liturgico. Ecco perché vale riprendere il titolo del celebre romanzo pacifista di Bertha von Suttner, pubblicato dal 1889 in 37 edizioni e 15 traduzioni: “Die Waffen nieder!”: abbassate le armi !
Questo significa anzitutto disarmare il linguaggio, quando si parla di liturgia. Allo stesso modo, sarebbe necessario evitare ogni tipo di accusa reciproca. Nessuna delle due parti dovrebbe mettere in dubbio la serietà delle intenzioni dell’altra. In breve: occorre esercitare tolleranza ed evitare la polemica. Entrambe le parti dovrebbero garantire una liturgia che rispetti scrupolosamente le rispettive norme. L’esperienza mostra che tale ammonimento vale non solo per i novatori, ma anche per i sostenitori della “Messa antica”.
Entrambi gli schieramenti dovrebbero studiare con imparzialità il capitolo II della costituzione conciliare “Sacrosanctum concilium” e valutare alla sua luce gli sviluppi successivi. Risulterebbe allora evidente quanto la prassi postconciliare si sia allontanata dalla costituzione, alla quale, non va dimenticato, aderì anche l’arcivescovo Marcel Lefebvre.
Solo così, nel silenzio e con grande pazienza, si potrà lavorare a una riforma della riforma, che corrisponda realmente alle disposizioni della “Sacrosanctum concilium”. Potrà allora giungere il momento in cui verrà presentata una riforma capace di onorare le istanze di entrambe le parti.
Ma fino ad allora, ancora una volta, per l’amor di Dio: “Abbassate le armi!”

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