mercoledì 18 febbraio 2026

UN OMICIDIO CHE INTERROGA SULLA VIOLENZA DELLA SINISTRA





EDITORIALI

Quentin Deranque, il giovane cattolico ucciso dalla Sinistra



di Giuseppe Canisio, 18 feb 2026

La morte di Quentin Deranque, avvenuta a soli ventitré anni, non è soltanto l’ennesimo fatto di cronaca nera da archiviare sotto la voce “scontri politici”, ma una ferita profonda che interroga la coscienza morale di una società sempre più incapace di distinguere tra il dissenso legittimo e la disumanizzazione dell’avversario.

Quentin è stato ucciso a Lione dopo un pestaggio brutale da parte di un gruppo di individui incappucciati, rimasti per giorni senza nome e senza volto, in un clima di violenza che ha mostrato quanto fragile sia ormai il confine tra militanza ideologica e odio puro.

La ricostruzione dei fatti parla di un’aggressione avvenuta nei pressi della facoltà di Scienze Politiche, durante una conferenza pubblica della deputata Rima Hassan, esponente di La France insoumise, contesto già carico di tensione e di polarizzazione.

Quentin non era lì per cercare lo scontro, né per imporre con la forza le proprie idee.

Secondo le testimonianze, era presente tra un gruppo di amici che avevano deciso di accompagnare alcune giovani del collettivo femminista identitario Némésis, temendo possibili aggressioni da parte di militanti antagonisti di estrema sinistra.

Quelle paure si sono rivelate tragicamente fondate. Le prime a essere colpite sono state due ragazze, finite a terra sotto i colpi, e subito dopo Quentin, che avrebbe cercato di frapporsi per difenderle.

Circondato da almeno sei aggressori, è stato colpito con ferocia, soprattutto alla testa. Quando è stato trovato, era ancora cosciente, ma già in condizioni gravissime. Ricoverato in coma, è morto due giorni dopo, senza più riprendere conoscenza.

Ridurre Quentin alla categoria di “militante nazionalista”, “di estrema destra” (come ha fatto la stampa di regime, cartacea e online, italiana), non solo è intellettualmente scorretto, ma moralmente ingiusto.

È una semplificazione che cancella la complessità di una persona reale, trasformandola in un’etichetta ideologica funzionale a giustificare, o almeno relativizzare, la violenza subita.

È vero che in passato era stato vicino a Action Française, e successivamente al gruppo Audace di Lione, ma questa era solo una dimensione della sua vita, e neppure la più profonda.

Quentin era innanzitutto un giovane studente di Matematica e Data Science, appassionato di lettura, sportivo, dedito al jogging e alla boxe non come forma di aggressività, ma come disciplina personale.

Chi lo frequentava lo descrive come una persona calma, riflessiva, incapace di gesti violenti. La sua famiglia ha ricordato che aveva sempre sostenuto l’attivismo pacifico e che non era mai stato coinvolto in scontri in precedenza.

Il suo nome non compariva in alcun dossier di radicalizzazione violenta, né di destra né di altro genere. Eppure è morto come se fosse un nemico da eliminare.

Ma soprattutto, Quentin era un convertito. La sua fede cattolica non era un ornamento culturale né una bandiera identitaria, ma una scelta esistenziale che aveva progressivamente trasformato il suo modo di vivere.

Frequentava regolarmente la parrocchia di Saint Georges, partecipava alla Messa, cantava nel coro, studiava il canto gregoriano, serviva alla mensa dei poveri con il gruppo Saint-Martin.

Aveva persino convinto il padre ad avvicinarsi alla fede, condividendo con lui un cammino spirituale che era diventato il centro della sua vita.

Non cercava visibilità, non ostentava la sua religiosità: la viveva nel silenzio delle opere, nel servizio concreto, nella preghiera quotidiana.

Il parroco che lo conosceva bene, padre Laurent Spriet, lo ha definito un pacifista, una persona mite, profondamente coinvolta nella carità verso i più fragili.

Non un estremista, ma un giovane che cercava senso, ordine, verità in un mondo che gli appariva sempre più caotico.

Anche il Corriere della Sera ha riportato le sue parole, sottolineando come Quentin fosse conosciuto soprattutto per il suo impegno tra i poveri, non per la sua militanza politica.

La sua morte assume così un significato che va oltre la cronaca. Non è solo un caso di violenza politica, ma il simbolo di una società che ha smarrito il rispetto per la persona concreta, sostituendolo con la logica della demonizzazione.

Quando l’avversario diventa una caricatura ideologica, tutto diventa possibile: anche colpirlo in sei contro uno, anche lasciarlo a terra sanguinante, anche trasformare una divergenza di opinioni in una condanna a morte di fatto.

I giovani del pellegrinaggio di Chartres, legati a Notre-Dame de Chrétienté, hanno ricordato Quentin con parole semplici ma potentissime, citando il Vangelo di Giovanni: “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”.

Lo hanno descritto come vice capo del capitolo di Lione, fedele della sua parrocchia, servitore dei poveri nelle fredde notti francesi, non come un combattente, ma come un cristiano. Non come un agitatore, ma come un giovane che cercava di vivere il Vangelo nella concretezza della vita quotidiana.

La violenza che lo ha ucciso non è solo fisica, ma anche simbolica. È la violenza di un sistema mediatico che seleziona cosa dire e cosa tacere, che insiste sulle etichette politiche e ignora la dimensione spirituale, che parla di “scontri” per evitare la parola “assassinio”.

È la violenza di una cultura che tollera l’odio quando proviene da certi ambienti ideologici, che giustifica implicitamente l’aggressione se la vittima non rientra nel perimetro delle simpatie dominanti.

Ricordare Quentin nella sua interezza, come giovane credente, studente, volontario, figlio, amico, significa opporsi a questa logica disumanizzante. Significa restituire un volto a chi è stato ridotto a simbolo, una storia a chi è stato trasformato in slogan.

La sua fede non può essere liquidata come folklore reazionario, così come la sua morte non può essere archiviata come incidente di percorso nella lotta politica. Quentin non è morto per uno scontro casuale, ma per l’odio ideologico di chi non tollera la semplice esistenza dell’altro.

La sua vita breve ma intensa rimane così una testimonianza silenziosa: di un cristianesimo vissuto senza clamore, di una giovinezza che cercava la verità più che il potere, di una società che ha bisogno urgente di riscoprire il valore sacro di ogni persona, anche – e soprattutto – quando non la pensa come noi.

Ricordare Quentin non è solo un atto di memoria, ma un gesto di giustizia. Perché finché il suo nome sarà pronunciato come quello di un “militante” e non come quello di un uomo, la violenza che lo ha ucciso non avrà davvero fine.







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