
di Stefano Fontana, 26-02-2026
Per comprendere il significato politico del termine laicità dal punto di vista della dottrina cattolica occorre riferirsi alla relazione tra natura e sopra-natura, quindi tra ragione e fede, politica e religione. La politica appartiene al piano naturale, essa è l’arte e la scienza del bene comune temporale. La politica è un atto della ragione – la “ragione politica” appunto – che riguarda la moralità, ossia l’ordinabilità al fine, delle azioni comunitarie, non solo individuali ma anche sociali. Poi c’è il piano soprannaturale della fede. La rivelazione di Dio in Cristo non solo ha annunciato i fini ultimi della vita degli uomini, ma ha anche illuminato principi regolativi della vita sociale. La Chiesa e la religione cristiana hanno anche un ruolo storico e pubblico e quindi anche politico. La ragione è in grado di conoscere con le proprie forze i principi del diritto naturale che guidano la politica, così rimanendo sul suo proprio piano naturale, ma anche la fede nella rivelazione si occupa, dal suo punto di vista, del diritto naturale e della legge morale naturale, che non sono temi esclusivi della ragione. Insegnando che Dio è il Creatore della natura, la fede ci dice che la natura è come una lingua che esprime un ordine oggettivo e dei fini da raggiungere anche nella vita politica. La fede così conferma e rafforza il riferimento della politica ai principi della legge naturale. Oltre a ciò, va anche osservato che Dio ha voluto rivelare anche principi di ordine naturale, come i Comandamenti, e non solo verità soprannaturali e inaccessibili alla ragione umana. Questo perché, essendo essi importanti per la salvezza, voleva che fossero accessibili facilmente a tutti. Comprendiamo così che ambedue gli ordini, naturale e soprannaturale, riguardano la vita politica e la comunitaria degli uomini, naturalmente secondo due strade distinte. La politica è una dimensione che riguarda la ragione e anche la fede, la comunità politica ma anche la Chiesa. La cosa risulta evidente se pensiamo che ogni fedele cattolico è anche cittadino di una comunità politica. Egli vive due dimensioni distinte ma non opposte, tanto è vero che può impegnarsi in ambedue in modo coerente, in una unità di vita, anzi, proprio questo gli viene richiesto dalla sua stessa fede.
Stabilito questo, si tratta ora di vedere quale debba essere il rapporto tra le due dimensioni della ragione politica e della fede religiosa previsto dal concetto di laicità politica. Torno a dire che se non si accetta l’esistenza di ambedue le dimensioni il problema della laicità non si pone: la laicità è infatti un certo tipo di rapporto tra l’una e l’altra. Se la dimensione religiosa viene negata e combattuta, allora la laicità consisterà nel creare uno spazio politico neutro dal quale estromettere la religione, ogni religione. Il caso storico più famoso di questa soluzione è la legge sulla laicità approvata in Francia nel 1905, conseguenza dell’ideologia giacobina. La religione viene qui intesa come pericolosa perché ritenuta intenzionata ad imporre nello spazio pubblico delle verità assolute in contrasto con lo spirito di ricerca e di dialogo della ragione politica laicamente intesa. Questa posizione mostra però subito la sua contraddizione interna. L’atto di espellere la religione dalla pubblica piazza non può non assumere la forza di un’altra religione, altrettanto assoluta delle religioni da combattere, anche se di segno diverso. La laicità diventa allora una fede intollerante e perfino violenta. Se si considera violenza appendere il crocefisso in un’aula scolastica, altrettanto violenta dovrebbe essere ritenuto il toglierlo. La laicità, così, nega se stessa perché diventa una nuova religione.
Essa viene anche perduta se, al contrario, nello spazio si ammettono tutte le religioni come prodotti esposti sullo scaffale di un supermercato. In questo caso la politica considera le religioni come tutte uguali, quindi anche come tutte diverse, ossia né vere né false, prive di verità. L’indifferentismo religioso è una forma di ateismo, ossia di negazione della religione. Anche in questo caso non si dà vera laicità e, nell’apparente riconoscimento della libertà di religione, si impone la “religione” dell’indifferentismo religioso.
Come è facile capire, la laicità non viene adeguatamente fondata nemmeno se tra la ragione politica e la fede religiosa si ritiene esserci una completa identità. La religione islamica, per esempio, non ammette una legittima autonomia della sfera politica e giuridica rispetto alla religione perché ritiene che la vita politica dipenda direttamente dai decreti di Dio da applicare alla lettera, che non esista una morale naturale o una prudenza politica guidata dalla coscienza personale. Anzi, su vari punti, la moralità politica in una società islamica contrasta con alcuni principi della ragione naturale. L’origine dell’autorità politica, i rapporti di questa con l’autorità religiosa, il senso della legge, l’uguaglianza in dignità tra tutti gli uomini: in questi e in altri campi si nota una discordanza tra la ragione politica naturale e i dettami della religione islamica..
La laicità non è possibile quindi se la si intende come spazio neutro da assoluti religiosi, né come spazio indifferente agli assoluti religiosi, né come identificazione tra la politica e una religione. Si apre così la strada per un’altra visione della problematica che sia capace di conciliare la legittima autonomia della ragione politica con una relazione non generica o indifferente con le religioni. Questa via è quella proposta dalla civiltà cristiana, e in particolare dalla dottrina politica cattolica. Dico cattolica perché il protestantesimo tende a separare ragione e fede, e quindi anche politica e religione, spingendo per una secolarizzazione della politica, vale a dire per una sua emancipazione totale dalla religione; il cristianesimo ortodosso, da parte sua, tende ad una identificazione stretta tra politica nazionale e religione nazionale.
Secondo la visione cattolica, la ragione politica ha una sua autonomia che la mette in grado di arrivare da sola alle proprie verità naturali su cui basarsi. Che la società si fondi sulla famiglia e il matrimonio oppure che l’educazione dei figli sia responsabilità dei genitori, che i doveri vengano prima dei diritti e li legittimino o che il bene comune sia un concetto morale e non solo politico … tutte queste, e molte altre, sono verità politiche che la ragione conosce da sola. Per questo a legittimare l’autorità politica non è direttamente la religione, ma il diritto naturale, ossia il servizio che essa rende al bene comune. Cosa che non accade, invece, nei regimi integralisti dove l’autorità politica coincide con quella religiosa, né nelle società laicizzate dove l’autorità politica si ritiene impropriamente legittimata dal semplice voto. Ciò che lega una comunità è il fine comune fatto proprio dai suoi membri. Anche una bada di ladri si trova in questa situazione ma non è una comunità. Il fine deve essere buono. Una comunità è tale prima di tutto sul piano morale.
Si tratta però di vedere se questo sia sufficiente. Se lo fosse, allora la politica non avrebbe bisogno della religione e la natura della sopra-natura, sicché il tema della laicità non si porrebbe nemmeno o sarebbe risolto come nei casi che abbiamo escluso. La verità è che la natura non basta a se stessa e i fini naturali non hanno la capacità di orientare l’agire umano evitando la ricerca di interessi di parte. La natura e la morale pretendono una assolutezza che non sono in grado di darsi da sé. Il bene comune ha delle componenti che la ragione umana riesce a conoscere, ma senza l’aiuto della rivelazione lo fa solo in modo incerto, e l’uomo, una volta conosciuti, non riesce ad esservi coerentemente fedele. Del resto, il fine della politica è comunque un fine intermedio e non il fine ultimo, dato che il piano politico non ha carattere di assolutezza. Anche la politica, quindi, rimanda ad altro da sé per la propria completezza e i suoi fini rimandano a Dio come fine ultimo.
La ragione politica ha quindi bisogno della religione, ma di quale religione? Abbiamo già osservato che molte religioni negano addirittura le possibilità di una ragione politica. Essa ha bisogno di quella fede religiosa che non pretende che essa diventi fede ma le chiede di essere politica fino in fondo. Chiamiamo questa religione con l’espressione religio vera: si dice vera perché pone alla ragione politica la propria verità, la chiama a confrontare le sue verità con le proprie per verificare che non si contraddicono ma si completano, e così facendo richiama la ragione politica alla sua stessa verità. Questa religione è il cristianesimo cattolico, l’unica fede religiosa che possa svolgere questo compito. In questo modo si ha la vera laicità, che non si trasformerà in laicismo o in integralismo religioso come capita in tutti gli altri casi. Sembra una assurdità sostenere che la politica è veramente laica quando accetta l’aiuto pubblico e non solo privato da parte di singoli credenti, di una religione, come è appunto il cristianesimo cattolico. Una cosa è certa: la ragione politica stessa può condurre questo ragionamento e arrivare a queste conclusioni con le sue proprie forze, a patto che non si sia già separata dall’orizzonte della religio vera. La politica non salva se stessa e, quando prova a farlo, si condanna.
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