giovedì 12 febbraio 2026

Tanti giovani senza Cristo. Nessuna meraviglia: è l’esito di due “pastorali” sbagliate






di Corrado Gnerre

1. Può un cattolico ritenere di poter raggiungere la piena felicità senza Cristo? La risposta è più che ovvia: no. Lo dice stesso Gesù quando indica se stesso come Via, Verità e Vita (Giovanni 14). Attenzione: non come una via, una verità ed una vita, bensì come la Via, la Verità e la Vita. Via, Verità e Vita che hanno un ben preciso significato e soprattutto esprimono la realizzazione, cioè la strada vera per raggiungere la Verità, che, unica, può far conquistare la pienezza della Vita che è la comunione con Dio. Senza Cristo, tutto questo non sarebbe possibile. D’altronde la felicità non è altro che la piena soddisfazione di ogni umano desiderio (così san Tommaso definisce il Paradiso), dunque è il raggiungimento del vero fine dell’uomo.

2. Tutto questo però è tristemente sparito dalla pastorale contemporanea, dove compaiono due posizioni entrambe errate.Una indica la felicità possibile in un efficientismo senza Cristo; l’altra in un incontro unicamente sentimentale ed emotivo con Cristo. In realtà tanta l’una quanto l’altra posizione sono conseguenze di un allontanamento dall’autentica Verità Cattolica; il che vuol dire che sono un allontanamento da ciò che può essere definito come “intelligenza della fede”.

3. Da una parte la convinzione che l’uomo possa darsi ciò che non ha. Papa Francesco così disse ai giovani thailandesi nel novembre del 2019: “Non passare la tua vita seduto sul divano! Vivi la vita, costruisci la vita, fai, vai avanti! Vai sempre avanti nel cammino. Impegnati. E avrai una felicità straordinaria.” Da queste parole si evince che lo sforzo debba essere individuale e che tutto sommato la vita si giochi in una capacità volontaristica. E’ questo -ahinoi- il senso anche di tanti sacerdoti che s’impegnano con zelo nell’ambito di problematiche “umane” e “terrene”, ma poi questo stesso zelo (che dovrebbe essere perfino maggiore) non si esprime nell’impegno per la salvezza delle anime.

4. L’altra posizione è l’approccio unicamente sentimentale a Cristo. Si parla di Cristo senza però sapere davvero chi è. Soprattutto senza preoccuparsi di offrire autentiche ragioni della fede in Lui. Da qui l’attacco continuo (quasi ossessivo) a qualsiasi impostazione apologetica. Credere, insomma, in Cristo, senza capirne il perché. Fare dell’esperienza non l’esito del riconoscimento della vero, bensì il criterio del vero. Per la serie non è la verità a dover garantire l’esperienza, bensì è l’esperienza a dover garantire la verità.

5. Ma -dicevamo- queste due pastorali sono due rami che dipartono dallo stesso tronco. Il tronco di una volontà senza ragione. Il tronco di un fallimentare immanentismo in cui rimangono solo volontà e sentimento e scompaiono le ragioni della fede, in cui rimane solo l’uomo e scompare Dio, in cui rimane solo lo sforzo umano e scompare la Croce.






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