martedì 24 febbraio 2026

Il Canada verso i centomila morti per eutanasia. E perfino l’Onu innoridisce






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by Aldo Maria Valli 24 feb 2026

Il Canada sta per causare la morte del suo centomillesimo cittadino nell’ambito del programma di Assistenza medica alla morte, Medical Assistance in Dying (MAiD). Non in guerra. Non su un campo di battaglia. Non in un incidente. No, uccisi da una politica, da un governo che ti vuole morto.

La situazione riflette un fallimento sistemico mascherato da compassione: il suicidio assistito fu presentato come una risorsa limitata, riservata ai malati terminali, un’eccezione “misericordiosa”. Ma questa narrazione è ormai insostenibile: il suicidio assistito è diventato una fine comune per le persone che soffrono di disabilità, isolamento, povertà e problemi di salute mentale.

Di fronte a questa situazione, anche la comunità internazionale sta facendo marcia indietro. Una dichiarazione del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità chiede al Canada di abrogare la Route 2, la procedura legale che consente il suicidio assistito per coloro la cui morte non è ragionevolmente prevedibile. Il comitato ha descritto questa procedura come “estremamente preoccupante”.

L’organizzazione responsabile del monitoraggio del rispetto della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dal Canada nel 2010, sostiene che la legge si basa su “percezioni negative e funzionaliste circa la qualità e il valore della vita delle persone con disabilità”.

Il comitato ha chiesto una correzione completa e concreta: “Per garantire il diritto alla vita delle persone con disabilità”, il Canada deve “abrogare la Route 2 della MAiD, compresa l’estensione del 2027 alle persone la cui unica condizione medica di base è una malattia mentale”.

Inoltre, le Nazioni Unite esortano a non sostenere proposte per l’accesso all’assistenza medica durante il suicidio per i “minori maturi”, a non consentire “richieste anticipate” e a non affrontare con la MAiD carenze sistemiche come povertà, insicurezza abitativa, mancanza di assistenza sanitaria accessibile e di sostegno comunitario.

Mentre il percorso verso la morte è reso più agevole, in Canada le condizioni minime per vivere dignitosamente non vengono garantite. La Route 2 non solo ha ampliato i requisiti di ammissibilità alla MAiD, ma ha anche spostato il criterio verso una logica in cui la disabilità è vista come giustificazione sufficiente.

La MAiD viene presentata come una “scelta”, ma il sostegno necessario per rendere la vita vivibile non è garantito. In una sessione tenutasi a Ginevra, Rosemary Kayess, vicepresidente del Comitato sui diritti delle persone con disabilità, si è chiesta come il Canada non possa ormai considerare la Route 2 una potenziale via verso l’eugenetica.

L’accusa è chiara: quando lo Stato offre la morte più rapidamente di quanto faccia per garantire aiuti; quando normalizza la MAiD e non finanzia alloggi, assistenza sanitaria accessibile, supporto comunitario e risorse per la salute mentale; quando la sofferenza diventa alla fine un biglietto per l’obitorio, “quella non è autonomia di scelta, ma abbandono certificato da moduli di consenso”.

Di conseguenza viene chiesta l’abrogazione della legislazione vigente, l’interruzione della sua espansione e il passaggio a un sostegno efficace per alloggi, assistenza sanitaria accessibile, risorse per la salute mentale, aiuto economico e una reale uguaglianza davanti alla legge. Tuttavia, l’espansione continua e la malattia mentale, come condizione a sé stante pr la MAiD, dovrebbe essere aggiunta ufficialmente entro il 2027.

Il rapporto conclude che continuare su questa strada nonostante un avvertimento così serio è un atto di ostinazione moralmente riprovevole: “Questo è omicidio”. Non solo c’è un mancato adempimento degli obblighi nei confronti delle persone vulnerabili, ma la loro morte viene spacciata per progresso, mentre il numero di decessi sta raggiungendo livelli che potrebbero rendere questo sistema una delle principali cause di mortalità nel Paese.

Se non si eliminano le barriere strutturali (povertà, cure inaccessibili, mancanza di sostegno da parte della comunità), il suicidio assistito – conclude il rapporto – non è protezione, ma agisce come “un cauterio su una gamba di legno”.

LifeNews





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