venerdì 20 febbraio 2026

Nella contesa sulla liturgia è "stallo alla messicana"



L'un contro l'altro armati (di messale) ma paralizzati: nella disputa ai piedi dell'altare, fra i tre o più contendenti nessuno prevale. Difficile chiuderla in un pontificato, ma dopo l'approccio barricadero di Francesco il più pragmatico Leone potrà almeno allentare le tensioni.

Lettera

Ecclesia 


Aurelio Porfiri, 20-02-2026

Caro direttore,

l'attuale situazione della liturgia sembra somigliare a quella di uno “stallo alla messicana”. Questa espressione, forse coniata nel XIX secolo, indica quella situazione in cui tre o più contendenti si tengono sotto tiro in una situazione di grande tensione, in cui chiunque può essere il vincitore o lo sconfitto.

Certo nel nostro caso non tutti i “concorrenti” sono sullo stesso piano. Ci sono quei liturgisti che vedono la riforma liturgica del Vaticano II come una rottura con il passato, ispirati dall’ermeneutica portata avanti dalla cosiddetta “scuola di Bologna”. Purtroppo, questa interpretazione è da decenni prevalente, pur se essa è intrinsecamente falsa. C’è poi una minoranza che sposa l’ermeneutica della continuità, per cui la riforma liturgica promossa dal Vaticano II non va vista in opposizione alla tradizione liturgica e musicale della Chiesa. Queste persone, spesso malviste, sono voci che gridano nel deserto. Poi abbiamo il mondo tradizionalista, che si affida al rito che ha preceduto la cosiddetta “messa di Paolo VI”. Anch’essa è una minoranza che cerca di ritagliarsi uno spazio in una Chiesa che, a parole, si dice inclusiva.

Purtroppo, la situazione vede i primi mantenere un approccio ideologico alla riforma liturgica che impedisce di vedere i problemi ed ammettere i fallimenti, cosa che rende difficile mantenere un sano dialogo con i sostenitori dell’ermeneutica della continuità e con i tradizionalisti. Tutto viene visto nell’ottica di un approccio che impedisce una valutazione serena dei problemi che pur si sono verificati in questi decenni. Se si ha la possibilità di parlare privatamente con alcuni di questi difensori della situazione attuale, ovviamente si hanno ammissioni sui gravi e irrisolti problemi della liturgia, ma pubblicamente sembra che si debba difendere la linea ufficiale e da quella non ci si può allontanare.

Papa Francesco, che non aveva la liturgia tra le sue priorità, ha un poco rafforzato l’ideologia di queste persone, specie con un discorso del 24 agosto 2017 ai partecipanti alla Settimana Liturgica organizzata dal Centro Azione Liturgica, in cui ha detto: «Dopo questo magistero, dopo questo lungo cammino possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile». Furono «parole chiare e pronunciate con determinazione», come disse il liturgista Corrado Maggioni in un numero della Rivista di Pastorale Liturgica. Certamente, una affermazione impegnativa e che sembra vincolare anche i Papi suoi successori, cosa che sembra quantomeno peculiare, perché non si può escludere che un futuro Pontefice o Concilio voglia promuovere una riforma della liturgia che modifichi in modo significativo la riforma attuale o anche, per assurdo, che ritorni a certe forme rituali precedenti.

Purtroppo questa rigidità da una parte si traduce in rigidità anche in altre parti. È un poco quello che accade nell’ambito geopolitico: se un Paese si riarma, devono farlo anche gli altri. Da quello che mi è sembrato in questi anni, è ovvio che alcuni cercano in tutti i modi di preservare il paradigma postconciliare prendendo la parola “paradigma” nel senso dato da Thomas Kuhn in The Structure of Scientific Revolutions del 1962. Questo tentativo di conservazione porta a tutta una serie di paranoie che investono tutti coloro che discutono la narrativa ufficiale.
Si badi bene: questo paradigma postconciliare non è la riforma liturgica del Vaticano II, ma una deriva della stessa, una interpretazione che molto si è allontanata da quanto i documenti stessi del Concilio suggerivano.

In realtà, se dovessi ben descrivere la situazione attuale la vedrei certamente sotto il segno della paralisi, ed ecco che torna utile l’immagine dello stallo alla messicana. Io non credo che un Papa possa risolvere un problema così radicato nella Chiesa, anche se l’approccio più pragmatico di Leone XIV rispetto a quello barricadero di Francesco può certamente aiutare verso un allentamento della tensione.






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