domenica 15 febbraio 2026

La forma canzone (e canzonetta) nella liturgia




Certe canzoni delle Messe parrocchiali fanno stomacare qualsiasi giovane (o vecchio) e allontanano dalle nostre chiese (guardate l’età media dei fedeli oggi, che forse erano giovani… nel ’68 con le “messe beat“).
“Ne concludo, dunque, che prima ci libereremo della canzone (e della canzonetta) nella liturgia, con tutto ciò che si porta dietro in termini di strumenti, “ritmi”, e soprattutto degrado intellettuale, e prima potremo fare qualche passo avanti”.

Luigi C.





Carlo Demartini, Aurelio Porfiri, 3 feb 2026

Apprendo che un noto portale di musica liturgica ha dedicato un numero alla forma canzone nella liturgia.

L’analisi prende in esame l’argomento da diversi punti di vista, e non senza competenza e precisione.

Mi si permettano, tuttavia, alcune considerazioni.

1) definendo “canzone” un brano con una struttura strofa-ritornello su testo originale, ma escludendo la forma antifona-versetto (che non è la stessa cosa…) su testo biblico o liturgico, vi rientrano numerosi inni popolari e devozionali che la tradizione ci consegna, anche nelle comunità più piccole;

2) prima della riforma, a dette “canzoni” non veniva riservato uno spazio nella liturgia, bensì nelle processioni, o nelle pie devozioni;

3) la riforma non ha “sdoganato” questa forma in modo esplicito: si parla di “canto popolare” già in Pio X, ma non vi sono riferimenti specifici ad una forma musicale in SC, in MS, in OGMR: nemmeno lo studio in esame, in realtà, presenta fonti bibliografiche più autorevoli di questo o quel “repertorio”;

4) molti personaggi di spicco di una certa “fazione” ripetono con insistenza che, prima della riforma, la maggior parte delle forme musicali si siano appiattite sul mottetto… c’è del vero, anche se oggi assistiamo all’appiattimento della maggior parte delle forme sulla canzone: il Gloria è una canzone, il Sanctus una canzone, il communio una canzone, e così via (quello non andava bene, ma questo sì?), mentre le forme corrette, mai abolite, sono in realtà quelle del canto gregoriano: antifona, versetto, litania, inno, e così via;

5) a partire dal primo post Concilio, la canzone sembrava la chiave per penetrare con efficacia nel mondo giovanile (ma, soprattutto, per vendere spartiti e audiocassette… boccaccia mia…): forse per un po’ è stato così, ma questa convinzione ha abbassato di molto la qualità delle proposte, e ben presto la canzone è diventata prima canzonetta, e poi parodia di essa, con contenuti testuali e musicali imbarazzanti, che nessuno, al di fuori di determinati contesti, prenderebbe in minima considerazione;

6) appurato che il mondo giovanile, quando va bene, le “canzoni di chiesa” le dileggia tra una bestemmia e l’altra, e appurato che oggi per “canzone” si intende ben altro (vedasi la diffusione della trap e similari), è evidente che questa strategia, magari foriera di facili consensi all’inizio, abbia fallito miseramente;

7) esclusi dunque i giovani (anagraficamente parlando), eccetto forse i pochi polli da batteria indottrinati in oratorio, a praticare la forma canzone nella liturgia sono rimasti i giovani di allora, che anagraficamente non lo sono più: tuttavia, il servizio nazionale per la pastorale giovanile ha pubblicato, ancora in tempi recenti, una raccolta di canzoni ad uso dei vari raduni… operazione che trovo poco utile, visto che coloro che utilizzano quel materiale hanno fin troppe fonti (spesso discordanti tra loro) a cui attingere, e non mi sembra il caso di “ufficializzare” una approvazione di certa roba, per quanto io voglia pensare che una (più o meno competente) “scrematura” sia stata fatta.

Ne concludo, dunque, che prima ci libereremo della canzone (e della canzonetta) nella liturgia, con tutto ciò che si porta dietro in termini di strumenti, “ritmi”, e soprattutto degrado intellettuale, e prima potremo fare qualche passo avanti.






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