
di Paolo Gulisano
In questo ottocentesimo anniversario della salita al Cielo di san Francesco d’Assisi, dovremo aspettarci una rinnovata retorica sul Poverello d’Assisi, sul profeta dell’ecologismo, sul santo figlio dei fiori che parlava con gli uccellini e i lupi.
È quindi provvidenziale, per chi vuole invece conoscere il vero san Francesco, la pubblicazione di una biografia scritta anni fa da un figlio di san Francesco, Ilarino Felder: “San Francesco, cavaliere di Cristo” pubblicato dall’editrice Arca di Milano è un libro che espone magistralmente la spiritualità di san Francesco d’Assisi.
Come dice padre Fabiano Montanaro, teologo e profondo conoscitore del santo di Assisi, “l’ideale di san Francesco consiste in queste semplici parole che riassumono tutto: amore e conformità a Cristo povero e crocifisso”. La sua vita fu solo amore e lode di Cristo.
Per mettere in maggior evidenza l’amore di Francesco, l’autore riporta questo passo della biografia “I tre compagni”: “Cominciando dalla sua conversione fino alla morte, egli (Francesco) amò Cristo con tutto il suo cuore, portando incessantemente nella sua memoria il ricordo di lui, lodandolo con le labbra e glorificandolo con buone opere. Così ardentemente e intimamente egli amò il divin Salvatore, che, appena veniva pronunciato il di lui nome, era commosso interiormente e scoppiava nel grido: Cielo e terra dovrebbero chinarsi davanti al Nome del Signore (p. 130)”.
Il libro rivela come Francesco fosse eminentemente l’uomo dell’Eucaristia. La spiritualità di san Francesco consiste nella conformità con Cristo. Ciò viene bene evidenziato dal Felder che scrive: “L’imitazione di Gesù, in ogni circostanza – nel pensare e nel volere, nell’agire e nel rinunciare – fu la pratica energica, ininterrotta e perseverante che caratterizzò la vita del Cavaliere di Cristo di Assisi”.
Cavaliere di Cristo: un titolo quanto mai appropriato. Il figlio di Pietro di Bernardone da giovane aveva sognato di compiere gesta mirabili con la spada e con lo scudo, di far valere i diritti del suo comune contro gli avversari, e poi ancora aveva pensato alle Crociate, a liberare il Santo Sepolcro, ma poi gli orrori della guerra lo avevano portato a scegliere non la spada ma il Crocifisso. Così Francesco restò sempre cavaliere nel cuore, capace di gesti di coraggio come quando abbracciò e baciò il lebbroso. Un gesto di coraggio che soltanto un cuore cavalleresco avrebbe potuto compiere, il gesto di chi non aveva paura del contagio (che differenza con i chierici in fuga davanti al Covid!) e anteponeva a tutto la carità.
“Nelle sue preghiere implorava senza sosta dal Signore la grazia di una carità perfetta: Distacchi, o Signore, te ne prego, l’ardente forza melliflua del tuo amore il mio spirito da tutto ciò che è sotto il cielo, affinché io muoia per amor del tuo amore, tu che hai voluto morire per amor del mio amore (p. 131)”.
Sia nelle cose più grandi che in quelle più piccole, sia nell’intimità dell’anima che negli aspetti esteriori dell’esistenza, “egli cercava di diventare simile al Salvatore e di adempiere il suo Vangelo senza restrizioni, nella lettera e nello spirito (p. 129)”.
L’amore a Dio e al prossimo erano ciò che lo muoveva. Ma l’immagine del Francesco ecologista, animalista? In realtà, ciò che amava era il Creato, riflesso dello splendore del Creatore, non la natura. Il famoso episodio del lupo di Gubbio era avvenuto perché Francesco si stava recando in quella cittadina per visitare gli ammalati, in particolare i lebbrosi, ancora una volta.
Ciò viene messo in evidenza dal Felder nel Capitolo IX, dove leggiamo: “Nessun cavaliere religioso né crociato fu mai così fedele e devoto al Salvatore sofferente quanto Francesco. L’avvenimento del Calvario – gli indicibili dolori, l’abbandono sconsolato, l’agonia tremenda dell’Uomo Dio – scuotevano profondamente la sua interiorità e i suoi sentimenti. Poco dopo che a Spoleto era divenuto vassallo del supremo Signore, gli apparve un dì il Crocifisso. A tale vista l’anima sua si strusse d’amore, e il ricordo della Passione di Cristo s’impresse così profondamente nel suo cuore, che egli in seguito difficilmente poteva pensare alla Croce senza scoppiare in lacrime (p. 134)”.
L’autore asserisce che “tutto il pensare, l’aspirare, l’agire, il pregare, il soffrire e il morire di san Francesco si configura come un’epopea eroica di sconvolgente grandezza. Dalla consacrazione cavalleresca a San Damiano fino alla morte nella Porziuncola, egli servì il suo Signore con una sequela eroica e divenne conforme al Crocifisso sotto ogni aspetto, per quanto ciò sia possibile a un essere mortale. E il Signore crocifisso Gesù Cristo, a sua volta, ricompensò il suo Paladino con amore regale: gli conferì il proprio stemma e lo trasformò nella sua perfetta immagine” (p. 141).
Felder allude alla trasformazione avvenuta in Francesco con l’impressione delle stimmate alla Verna. Descrive dettagliatamente l’episodio, secondo la narrazione fatta dal Celano, da san Bonaventura e in base ad altre fonti (cfr. pp. 137-139).
Un altro stereotipo su di lui è quello della povertà, enfatizzato nel corso di un recente pontificato. Felder spende tutto il capitolo X per provare che san Francesco visse nella povertà più assoluta, per essere il più possibile conforme a Cristo.
L’autore apre il capitolo dicendo: “Come il Cavaliere di Cristo amò il suo Signore, così egli corteggiò anche la sua Signora Povertà. Dal momento in cui divenne vassallo dell’Altissimo, egli cominciò a chiederne la mano (p. 145)”.
Poi racconta: “Il 24 febbraio 1209 Francesco si trovava nella Porziuncola, presente alla santa Messa, e udì proclamare il Vangelo della missione degli Apostoli: Andate e annunziate: il Regno dei Cieli è vicino. Non prendete con voi né oro né argento né altra pecunia nella vostra cintola, nessuna bisaccia, non due tuniche, non scarpe né bastone (p. 145)”.
“Queste parole – continua il Felder – caddero nell’anima di Francesco come una nuova rivelazione (p. 146)”. Poi prosegue riportando testualmente ciò che Francesco disse e fece come conseguenza: “È questo che voglio! È questo che cerco! Questo desidero di fare dal profondo del cuore! esclamò egli altamente giubilando; gettò via bastone e scarpe, prese, invece della cintola di cuoio, una corda e si fece con una rozza stoffa un miserabile vestito (p. 146)”.
L’autore evidenzia che “Francesco esortava senza sosta e con grande insistenza anche i suoi frati a custodire e a tenere in sommo onore la Povertà, perché essa era stata la Sposa del Salvatore. Con questa motivazione infiammava i suoi primi compagni alla rinuncia di tutti i beni terreni, spiegando loro che, così facendo, essi non facevano altro che restituire ogni cosa al legittimo Padrone (p. 159)”.
E rivolgendosi sul letto di morte alle povere Dame, osserva Felder nel Capitolo IX, san Francesco dichiara: “Io piccolo frate Francesco voglio seguire sino alla fine la vita e la povertà del nostro sommo Signore Gesù Cristo e della sua Santissima Madre. E io vi prego, mie Dame, e vi do il consiglio che disponiate la vostra vita sempre conforme a questa vita santissima e alla sua povertà (p.128)”.
Quest’ultima volontà di san Francesco valeva non solo per i suoi seguaci – uomini e donne – di quel tempo, ma vale per quelli di sempre, anche oggi.
La spiritualità di San Francesco consiste nella conformità con Cristo crocifisso.
Ciò viene messo in evidenza dal Felder nel Capitolo IX, dove leggiamo: “Nessun cavaliere religioso né crociato fu mai così fedele e devoto al Salvatore sofferente quanto Francesco. L’avvenimento del Calvario – gli indicibili dolori, l’abbandono sconsolato, l’agonia tremenda dell’Uomo Dio – scuotevano profondamente la sua interiorità e i suoi sentimenti. Poco dopo che a Spoleto era divenuto vassallo del supremo Signore, ‘gli apparve un dì il Crocifisso. A tale vista l’anima sua si strusse d’amore, e il ricordo della Passione di Cristo s’impresse così profondamente nel suo cuore, che egli in seguito difficilmente poteva pensare alla Croce senza scoppiare in lacrime’ (p. 134)”.
L’autore asserisce che “tutto il pensare, l’aspirare, l’agire, il pregare, il soffrire e il morire di san Francesco si configura come un’epopea eroica di sconvolgente grandezza. Dalla consacrazione cavalleresca a San Damiano fino alla morte nella Porziuncola, egli servì il suo Signore con una sequela eroica e divenne conforme al Crocifisso sotto ogni aspetto, per quanto ciò sia possibile a un essere mortale. E il Signore crocifisso Gesù Cristo, a sua volta, ricompensò il suo Paladino con amore regale: gli conferì il proprio stemma e lo trasformò nella sua perfetta immagine” (p. 141).
Il Felder allude alla trasformazione avvenuta in Francesco con l’impressione delle stimmate alla Verna. Descrive dettagliatamente l’episodio, secondo la narrazione fatta dal Celano, da San Bonaventura e in base ad altre fonti (cfr. pp. 137-139).
E aggiunge: “Non pago dei violenti dolori che giorno e notte gli procuravano le piaghe delle mani, dei piedi e del costato, egli anelava a sofferenze ancora maggiori. Gli sarebbe parso indegno di un vero cavaliere portare in sé i segni della croce del suo Signore senza condividere fino in fondo anche il peso della crocifissione. E Dio provvide largamente a questo suo desiderio. Infatti, poco dopo la stimmatizzazione, il suo corpo cominciò a essere afflitto da mali assai più crudeli di quanti ne avesse mai patiti fino ad allora (pp. 139-140)”.
Per concludere, questo libro ci restituisce la fisionomia autentica del Santo, mettendo in evidenza il suo carattere originale, anzi addirittura unico del genere. Un testo fondamentale e indispensabile per capire la spiritualità di San Francesco.
In questo ottocentesimo anniversario della salita al Cielo di san Francesco d’Assisi, dovremo aspettarci una rinnovata retorica sul Poverello d’Assisi, sul profeta dell’ecologismo, sul santo figlio dei fiori che parlava con gli uccellini e i lupi.
È quindi provvidenziale, per chi vuole invece conoscere il vero san Francesco, la pubblicazione di una biografia scritta anni fa da un figlio di san Francesco, Ilarino Felder: “San Francesco, cavaliere di Cristo” pubblicato dall’editrice Arca di Milano è un libro che espone magistralmente la spiritualità di san Francesco d’Assisi.
Come dice padre Fabiano Montanaro, teologo e profondo conoscitore del santo di Assisi, “l’ideale di san Francesco consiste in queste semplici parole che riassumono tutto: amore e conformità a Cristo povero e crocifisso”. La sua vita fu solo amore e lode di Cristo.
Per mettere in maggior evidenza l’amore di Francesco, l’autore riporta questo passo della biografia “I tre compagni”: “Cominciando dalla sua conversione fino alla morte, egli (Francesco) amò Cristo con tutto il suo cuore, portando incessantemente nella sua memoria il ricordo di lui, lodandolo con le labbra e glorificandolo con buone opere. Così ardentemente e intimamente egli amò il divin Salvatore, che, appena veniva pronunciato il di lui nome, era commosso interiormente e scoppiava nel grido: Cielo e terra dovrebbero chinarsi davanti al Nome del Signore (p. 130)”.
Il libro rivela come Francesco fosse eminentemente l’uomo dell’Eucaristia. La spiritualità di san Francesco consiste nella conformità con Cristo. Ciò viene bene evidenziato dal Felder che scrive: “L’imitazione di Gesù, in ogni circostanza – nel pensare e nel volere, nell’agire e nel rinunciare – fu la pratica energica, ininterrotta e perseverante che caratterizzò la vita del Cavaliere di Cristo di Assisi”.
Cavaliere di Cristo: un titolo quanto mai appropriato. Il figlio di Pietro di Bernardone da giovane aveva sognato di compiere gesta mirabili con la spada e con lo scudo, di far valere i diritti del suo comune contro gli avversari, e poi ancora aveva pensato alle Crociate, a liberare il Santo Sepolcro, ma poi gli orrori della guerra lo avevano portato a scegliere non la spada ma il Crocifisso. Così Francesco restò sempre cavaliere nel cuore, capace di gesti di coraggio come quando abbracciò e baciò il lebbroso. Un gesto di coraggio che soltanto un cuore cavalleresco avrebbe potuto compiere, il gesto di chi non aveva paura del contagio (che differenza con i chierici in fuga davanti al Covid!) e anteponeva a tutto la carità.
“Nelle sue preghiere implorava senza sosta dal Signore la grazia di una carità perfetta: Distacchi, o Signore, te ne prego, l’ardente forza melliflua del tuo amore il mio spirito da tutto ciò che è sotto il cielo, affinché io muoia per amor del tuo amore, tu che hai voluto morire per amor del mio amore (p. 131)”.
Sia nelle cose più grandi che in quelle più piccole, sia nell’intimità dell’anima che negli aspetti esteriori dell’esistenza, “egli cercava di diventare simile al Salvatore e di adempiere il suo Vangelo senza restrizioni, nella lettera e nello spirito (p. 129)”.
L’amore a Dio e al prossimo erano ciò che lo muoveva. Ma l’immagine del Francesco ecologista, animalista? In realtà, ciò che amava era il Creato, riflesso dello splendore del Creatore, non la natura. Il famoso episodio del lupo di Gubbio era avvenuto perché Francesco si stava recando in quella cittadina per visitare gli ammalati, in particolare i lebbrosi, ancora una volta.
Ciò viene messo in evidenza dal Felder nel Capitolo IX, dove leggiamo: “Nessun cavaliere religioso né crociato fu mai così fedele e devoto al Salvatore sofferente quanto Francesco. L’avvenimento del Calvario – gli indicibili dolori, l’abbandono sconsolato, l’agonia tremenda dell’Uomo Dio – scuotevano profondamente la sua interiorità e i suoi sentimenti. Poco dopo che a Spoleto era divenuto vassallo del supremo Signore, gli apparve un dì il Crocifisso. A tale vista l’anima sua si strusse d’amore, e il ricordo della Passione di Cristo s’impresse così profondamente nel suo cuore, che egli in seguito difficilmente poteva pensare alla Croce senza scoppiare in lacrime (p. 134)”.
L’autore asserisce che “tutto il pensare, l’aspirare, l’agire, il pregare, il soffrire e il morire di san Francesco si configura come un’epopea eroica di sconvolgente grandezza. Dalla consacrazione cavalleresca a San Damiano fino alla morte nella Porziuncola, egli servì il suo Signore con una sequela eroica e divenne conforme al Crocifisso sotto ogni aspetto, per quanto ciò sia possibile a un essere mortale. E il Signore crocifisso Gesù Cristo, a sua volta, ricompensò il suo Paladino con amore regale: gli conferì il proprio stemma e lo trasformò nella sua perfetta immagine” (p. 141).
Felder allude alla trasformazione avvenuta in Francesco con l’impressione delle stimmate alla Verna. Descrive dettagliatamente l’episodio, secondo la narrazione fatta dal Celano, da san Bonaventura e in base ad altre fonti (cfr. pp. 137-139).
Un altro stereotipo su di lui è quello della povertà, enfatizzato nel corso di un recente pontificato. Felder spende tutto il capitolo X per provare che san Francesco visse nella povertà più assoluta, per essere il più possibile conforme a Cristo.
L’autore apre il capitolo dicendo: “Come il Cavaliere di Cristo amò il suo Signore, così egli corteggiò anche la sua Signora Povertà. Dal momento in cui divenne vassallo dell’Altissimo, egli cominciò a chiederne la mano (p. 145)”.
Poi racconta: “Il 24 febbraio 1209 Francesco si trovava nella Porziuncola, presente alla santa Messa, e udì proclamare il Vangelo della missione degli Apostoli: Andate e annunziate: il Regno dei Cieli è vicino. Non prendete con voi né oro né argento né altra pecunia nella vostra cintola, nessuna bisaccia, non due tuniche, non scarpe né bastone (p. 145)”.
“Queste parole – continua il Felder – caddero nell’anima di Francesco come una nuova rivelazione (p. 146)”. Poi prosegue riportando testualmente ciò che Francesco disse e fece come conseguenza: “È questo che voglio! È questo che cerco! Questo desidero di fare dal profondo del cuore! esclamò egli altamente giubilando; gettò via bastone e scarpe, prese, invece della cintola di cuoio, una corda e si fece con una rozza stoffa un miserabile vestito (p. 146)”.
L’autore evidenzia che “Francesco esortava senza sosta e con grande insistenza anche i suoi frati a custodire e a tenere in sommo onore la Povertà, perché essa era stata la Sposa del Salvatore. Con questa motivazione infiammava i suoi primi compagni alla rinuncia di tutti i beni terreni, spiegando loro che, così facendo, essi non facevano altro che restituire ogni cosa al legittimo Padrone (p. 159)”.
E rivolgendosi sul letto di morte alle povere Dame, osserva Felder nel Capitolo IX, san Francesco dichiara: “Io piccolo frate Francesco voglio seguire sino alla fine la vita e la povertà del nostro sommo Signore Gesù Cristo e della sua Santissima Madre. E io vi prego, mie Dame, e vi do il consiglio che disponiate la vostra vita sempre conforme a questa vita santissima e alla sua povertà (p.128)”.
Quest’ultima volontà di san Francesco valeva non solo per i suoi seguaci – uomini e donne – di quel tempo, ma vale per quelli di sempre, anche oggi.
La spiritualità di San Francesco consiste nella conformità con Cristo crocifisso.
Ciò viene messo in evidenza dal Felder nel Capitolo IX, dove leggiamo: “Nessun cavaliere religioso né crociato fu mai così fedele e devoto al Salvatore sofferente quanto Francesco. L’avvenimento del Calvario – gli indicibili dolori, l’abbandono sconsolato, l’agonia tremenda dell’Uomo Dio – scuotevano profondamente la sua interiorità e i suoi sentimenti. Poco dopo che a Spoleto era divenuto vassallo del supremo Signore, ‘gli apparve un dì il Crocifisso. A tale vista l’anima sua si strusse d’amore, e il ricordo della Passione di Cristo s’impresse così profondamente nel suo cuore, che egli in seguito difficilmente poteva pensare alla Croce senza scoppiare in lacrime’ (p. 134)”.
L’autore asserisce che “tutto il pensare, l’aspirare, l’agire, il pregare, il soffrire e il morire di san Francesco si configura come un’epopea eroica di sconvolgente grandezza. Dalla consacrazione cavalleresca a San Damiano fino alla morte nella Porziuncola, egli servì il suo Signore con una sequela eroica e divenne conforme al Crocifisso sotto ogni aspetto, per quanto ciò sia possibile a un essere mortale. E il Signore crocifisso Gesù Cristo, a sua volta, ricompensò il suo Paladino con amore regale: gli conferì il proprio stemma e lo trasformò nella sua perfetta immagine” (p. 141).
Il Felder allude alla trasformazione avvenuta in Francesco con l’impressione delle stimmate alla Verna. Descrive dettagliatamente l’episodio, secondo la narrazione fatta dal Celano, da San Bonaventura e in base ad altre fonti (cfr. pp. 137-139).
E aggiunge: “Non pago dei violenti dolori che giorno e notte gli procuravano le piaghe delle mani, dei piedi e del costato, egli anelava a sofferenze ancora maggiori. Gli sarebbe parso indegno di un vero cavaliere portare in sé i segni della croce del suo Signore senza condividere fino in fondo anche il peso della crocifissione. E Dio provvide largamente a questo suo desiderio. Infatti, poco dopo la stimmatizzazione, il suo corpo cominciò a essere afflitto da mali assai più crudeli di quanti ne avesse mai patiti fino ad allora (pp. 139-140)”.
Per concludere, questo libro ci restituisce la fisionomia autentica del Santo, mettendo in evidenza il suo carattere originale, anzi addirittura unico del genere. Un testo fondamentale e indispensabile per capire la spiritualità di San Francesco.
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