Articolo scritto da Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog.
Leonardo Lugaresi
Come si fa a vivere da cristiani in un mondo non cristiano? Nei primi secoli i nostri padri questo problema se lo ponevano continuamente, e l’hanno affrontato con tanto impegno che, poco alla volta, pur tra mille errori e contraddizioni, sono riusciti ad ‘impregnare di Cristo’ – se mi passate l’espressione – la società in cui vivevano. Proseguendo col linguaggio da imbianchini, potremmo dire che ‘diedero una bella mano di cristianesimo’ sul muro del mondo (o per meglio dire della parte di mondo in cui vivevano). Oggi sulle pareti di ‘casa nostra’ (o per meglio dire quella che ci eravamo abituati a concepire come casa nostra) quell’intonaco cristiano si è quasi completamente scrostato, ma non importa: non spetta a noi conoscere i tempi e i momenti (At 1,7) e dunque chissà quante ‘mani di cristianesimo’ sul muro dell’umanità si dovranno dare, prima che attacchi veramente. Se mai accadrà, perché come è noto, Cristo ha ipotizzato che, quando il figlio del padrone tornerà a chiudere il cantiere, potrebbe trovare un mezzo disastro (Lc 18,8).
Comunque, i nostri vecchi lavorarono bene. Certo, si resta sconcertati se si pensa a quanto ci misero a ‘cristianizzare’ il loro mondo e quanto poco c’è voluto perché tutto quel gran lavoro andasse in malora nel nostro. Tanto più se si fa caso al paradosso aggiuntivo che proprio là dove sembrava essercene di più, di ‘intonaco cristiano’, la caduta è stata più massiccia e repentina: basti pensare a come si sono ridotti l’Irlanda o il Quebec, paesi in cui sessant’anni fa la Chiesa sembrava fosse tutto e ora non è più niente. L’impressione è quella di una fatica di Sisifo. Tanto per fare un solo esempio: secoli e secoli di duro lavoro per insegnare agli uomini il matrimonio (quello vero: indissolubile ed elevato alla dignità di sacramento da Nostro Signore Gesù Cristo), e poi sono bastati pochi anni, almeno qui in Italia, perché quasi scomparisse dall’orizzonte comune, ridotto a sottospecie minoritaria di una variante minoritaria della ‘convivenza’. Non esagero: nel mio comune, che ha 95.000 abitanti, ci sono stati solo 226 matrimoni nel 2025 (erano 270 nel 2023), e di essi solo 42 sono stati celebrati in chiesa (erano 83 nel 2023!).
Non importa, ripeto: il cantiere della Chiesa resta aperto a tempo indeterminato e il punto, oggi come un tempo, è solo quello di lavorare bene, costruendo ‘a regola d’arte’, anche tra le macerie. Come fecero i cristiani di allora, quando erano poche decine o poche centinaia di migliaia in tutto l’impero romano, ad adempiere al mandato di testimoniare Cristo «fino agli estremi confini della terra» (At 1,8)? Andarono dappertutto, parlarono con chiunque, senza confondersi mai con nessuno, senza mai conformarsi al mondo (Rm 12,2). Muovendosi in un mondo totalmente pagano, non praticarono affatto quella ‘cultura della separazione’ con cui i giudei osservanti si difendevano dalla contaminazione, ma stettero sempre bene attenti a non cadere in forme di ‘apostasia pratica’. Il mondo ha i suoi idoli, anzi ne è pieno: allora come oggi, il primo problema del cristiano è dunque come ‘stare al mondo’, ma senza idolatria.
Il cristiano può condividere con gli altri uomini quasi tutto ciò che esiste al mondo, dando semmai ai pagani l’esempio di un ‘uso giusto’ dei loro stessi beni, ma da una cosa deve con assoluta certezza astenersi: il culto ad altri ‘dèi’, in qualunque forma, anche indiretta, esso si realizzi. Non può quindi partecipare, mai, ai riti di altre religioni. Nella vita quotidiana di una città dell’impero romano l’applicazione di questo principio poneva continui problemi, a volte non facili da risolvere, perché si trattava di capire ogni volta se e quanto le pratiche sociali fossero ascrivibili ad una modalità di culto degli dèi. Un grande scrittore cristiano dei primi secoli (a mio avviso il più geniale tra i padri latini fino ad Agostino), Tertulliano, scrisse addirittura un trattatello, intitolato appunto De idololatria, per dirimere alcune delle questioni che i cristiani del suo tempo si ponevano. Le soluzioni specifiche che propone sono senz’altro discutibili, ma il criterio no. Ben prima e ben più autorevolmente di lui, del resto, San Paolo l’aveva illustrato con molta chiarezza in 1 Cor 8,1-13, rispondendo alla domanda: “si può mangiare la carne degli animali sacrificati agli idoli?”. È noto che, nella pratica dei sacrifici pagani, agli dèi si sacrificava soltanto una parte delle vittime – il sacrificio integrale, cioè l’olocausto, era piuttoso un’eccezione che la regola. Quel che non andava in fumo a beneficio degli dèi, cioè normalmente le parti più pregiate, veniva venduto (e costituiva così un’entrata non disprezzabile per l’amministrazione dei templi). Possono i cristiani nutrirsi di quella carne lì? Per quanto mi riguarda sì, risponde Paolo, perché è evidente che sono solo bistecche: «noi sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo e che non c’è alcun dio, se non uno solo» (1 Cor 8,4). Ma poiché se le mangio rischio di scandalizzare qualche mio fratello nella fede che non ha ancora raggiunto tale certezza, certamente me ne astengo, e non solo per non disgustarlo. C’è infatti un rischio ancor più grave: «Se uno infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest’uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto!» (1 Cor 8, 10-11). Attenzione, perché qui c’è un passaggio cruciale: quello stesso gesto che a te, che sai le cose, non fa danno perché comprendi perfettamente che non ha alcun senso religioso e non è in alcun modo una partecipazione indiretta al culto sacrificale pagano, se compiuto per imitazione da un cristiano meno provveduto di te, che ti fraintende e pensa che in fondo certi atti di culto difformi dall’unico culto dell’unico vero Dio si possono compiere senza pericolo, diventa un male oggettivo. Un grande male che la tua spensierata autosufficienza infligge a uno «per il quale Cristo è morto».
Provate ora ad applicare questa mens, questo modo attento e rigoroso di pensare alle cose, al comportamento di quei cristiani (laici, preti, vescovi e cardinali) che oggigiorno partecipano con disinvoltura ad ogni sorta di riti religiosi, forse col retropensiero – se si può dire così – che “tanto Dio è sempre lo stesso per tutti e ogni maniera di venerarlo in fondo va bene”. Così prendono parte, ad esempio, all’iftar del ramadan forse pensando che sia in sostanza la stessa cosa che andare a mangiare una sera qualsiasi a casa di amici o vicini musulmani o invitarli a casa propria. Si chiedono, costoro, quale sia il senso cristiano di una scelta del genere? Che cosa comunichi, e come possa essere interpretata (religiosamente e non solo sul piano delle relazioni sociali) dall’altra parte, e che effetto possa fare, in casa nostra, sui fedeli – in particolare su quei ‘deboli’ di cui Paolo si preoccupava tanto e che oggi sembra normale disprezzare?
Ci pensano, a quello che fanno?
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