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by Aldo Maria Valli 26 mar 2026
di Chris Jackson
Il 23 marzo, nei Paesi Bassi, Jan Hendriks (vescovo di Amsterdam) e Titus Frankemölle hanno pubblicato sul “Katholiek Nieuwsblad” un articolo a difesa della libertà di insegnamento. Hanno citato con approvazione l’obiettivo fondamentale numero 38 dell’istruzione cattolica olandese, secondo il quale gli alunni devono imparare ad affrontare con rispetto la sessualità e la diversità, inclusa quella sessuale. Poi è arrivata la concessione chiave: le scuole possono scegliere il proprio approccio, ma “è ovvio” che il risultato dell’istruzione deve essere conforme a tali obiettivi fondamentali.
Ecco come funziona la resa. Invece di partire da Cristo, dalla purezza, dalla castità, dalla natura, dalla famiglia e dai doveri dei genitori di custodire l’innocenza dei figli, il vescovo parte dalle categorie dello Stato e poi chiede un po’ di spazio per decorarle con la carta da parati cattolica. Ecco come funziona la mentalità conciliare oggigiorno. Prima accetta la grammatica morale del nemico, poi contratta sul tono, la pedagogia e l’attuazione.
Certo, le scuole cattoliche dovrebbero insegnare il rispetto per la dignità di ogni persona. Dovrebbero farlo sempre. Ma “rispetto per la persona” non è la stessa cosa di catechizzare i bambini secondo l’ideologia sessuale di uno Stato liberale. Quando un vescovo parla come se il linguaggio della diversità imposto dallo Stato fosse il quadro entro cui le scuole cattoliche devono operare, la battaglia è già persa. La scuola non trasmette più una controcultura orientata alla santità, ma traduce in termini residuali cattolici il vocabolario della convivenza pluralista.
Ecco perché tante scuole “cattoliche” oggi si sentono spiritualmente neutrali, anche quando il crocifisso è ancora appeso al muro. Hanno conservato il simbolo, ma rinunciato alla sostanza.
Pieris e l’antico sogno di battezzare il pluralismo religioso
Padre Aloysius Pieris, scomparso il 22 marzo in Sri Lanka poco prima del suo novantunesimo compleanno, viene ricordato come un costruttore di ponti nel dialogo tra buddisti e cristiani. I resoconti sottolineano che nel 1974 fondò il Tulana Research Centre, fu il primo non buddista a conseguire un dottorato in filosofia buddista presso l’Università di Sri Jayewardenepura, promosse l’armonia interreligiosa e fu autore di opere importanti, tra cui “Una teologia asiatica della liberazione”. AsiaNews osserva inoltre che il suo lavoro suscitò sospetti tra le autorità ecclesiastiche negli anni in cui il dialogo e la teologia della liberazione erano visti con diffidenza.
Bisogna pregare per i morti, ma occorre anche dire la verità sul progetto a cui un uomo ha dedicato la sua vita. “Dialogo” ha a lungo funzionato nella Chiesa moderna come una parola d’ordine e raramente significa “predichiamo Cristo crocifisso a tutte le nazioni”. Di solito significa invece “attenuiamo lo scandalo del dogma, mettiamo tra parentesi le pretese della Chiesa e incontriamo le altre religioni sul piano di una comune aspirazione etica”. In questo sistema, il buddismo diventa un partner spirituale anziché una falsa religione da convertire.
Pieris era ammirato proprio perché incarnava questa transizione. Rappresentava il tipo di ecclesiastico che la Roma moderna ama onorare: colto, con legami internazionali, culturalmente adattabile, politicamente consapevole, interreligioso e saldamente post-dogmatico nel metodo, anche quando non formalmente eretico. Questo modello produce conferenze, centri, riviste, simposi e omaggi. Ma certamente non produce martiri per la regalità esclusiva di Cristo.
Sopprime Maria in nome dell’equilibrio
La nota del 4 novembre del Dicastero per la dottrina della fede, “Mater Populi Fidelis”, afferma che usare “corredentrice” per definire la cooperazione di Maria è “sempre inappropriato” e scoraggia certi usi di “Mediatrice di tutte le grazie” nell’insegnamento e nella liturgia ufficiali.
Teologi e mariologi hanno scritto al cardinale Fernández chiedendo una risposta ufficiale alle loro obiezioni, sostenendo che la nota ometteva, minimizzava o contraddiceva precedenti insegnamenti mariani. Secondo Edward Pentin, Fernández ha informalmente attenuato il linguaggio in alcune dichiarazioni a Diane Montagna, affermando che il titolo non è “sempre inappropriato”, ma dovrebbe essere escluso dai documenti e dalle liturgie ufficiali.
Questo è il metodo Fernández. Prima il Dicastero emana un documento che restringe, raffredda e ridimensiona la devozione ereditata in nome della precisione teologica. Poi, quando si manifesta la resistenza, il prefetto introduce una precisazione non ufficiale tramite un colloquio giornalistico. Quindi la dottrina non viene esattamente corretta, non difesa, non ritrattata. Viene semplicemente resa instabile. Ai fedeli non resta che una nota, un chiarimento, un’atmosfera, un ciclo di notizie e la richiesta di mantenere la calma.
Ciò che colpisce non è solo il contenuto, per quanto sia grave. È il motivo. Perché il Vaticano è così ansioso, ripetutamente, di edulcorare il linguaggio che generazioni di cattolici hanno usato per amore della Madonna? Perché il massimalismo mariano deve essere sempre considerato un elemento da tenere sotto controllo, mentre l’ambiguità ecumenica e il minimalismo dottrinale sono visti come segni di maturità? Perché l’apparato moderno teme di esagerare con Maria, teme l’antica ispirazione cattolica, teme una Chiesa che parla con calore, splendore e fiducia della mediazione, della grazia, della regalità, della comunione tra cielo e terra. Quel tipo di cattolicesimo evidentemente è troppo denso, troppo bello, troppo pre-liberale per essere gestito da burocrati che producono documenti.
Quindi Maria deve essere diminuita, resa più piccola, più accettabile, più “equilibrata”. In altre parole, più utile agli uomini che non pensano davvero come i santi.
“Spiritualità queer” con etichetta cattolica
Il News Center dell’Università Cattolica (?) di San Diego ha pubblicizzato un evento con Juan Reynoso, in programma il 9 aprile, intitolato “Finding Home: LGBTQ+ Journeys of Faith” e descritto come una conferenza sull’intersezione tra fede e identità queer. LifeSite spiega che Reynoso si identifica come narratore “Two-Spirit” e che l’evento è co-sponsorizzato da LGBTQ+ & Allies Commons, Associated Student Government, University Ministries e dal Dipartimento di teologia e studi religiosi.
Osservate la coreografia istituzionale. Si tratta di una università formalmente cattolica che presenta l’alternativa sessuale come un percorso spirituale da esplorare attraverso la scoperta di sé. Un ateneo veramente cattolico la presenterebbe come sintomo di crisi morale e pastorale da affrontare con il pentimento, la grazia e la castità. Il vecchio linguaggio della conversione è stato invece sostituito dal linguaggio terapeutico.
Ma il linguaggio plasma le anime. Nel momento in cui la “fede” viene immaginata come spazio in cui identità queer e spiritualità si interpretano reciprocamente, la Chiesa ha già abbandonato il suo ruolo di maestra. Non sta più trasmettendo un deposito di fede, ma semplicemente ospitando una conversazione. Non è più madre, ma moderatrice.
Ancora una volta si ripete lo schema postconciliare. L’istituzione conserva il nome cattolico perché questo ha ancora prestigio in termini di ex studenti, donatori, memoria sacramentale e architettura. Ma il contenuto intellettuale e morale proviene sempre più dal regime esterno alla Chiesa. L’università diventa una cappella del dissenso, anche se il paesaggio attorno è curato.
Aerei e pace
Il discorso pronunciato da Leone XIV il 23 marzo alla compagnia aerea ITA Airways è stato quel tipo di intervento che suona nobile finché non ci si ferma a chiedersi se sia effettivamente cattolico. Parlando dei voli papali e della missione del pontefice, ha affermato: “Gli aerei dovrebbero essere sempre veicoli di pace, mai di guerra”, aggiungendo che dopo le tragedie del XX secolo i bombardamenti aerei avrebbero dovuto essere banditi per sempre.
Il problema è che la dottrina cattolica non identifica intere categorie di forza militare come intrinsecamente immorali solo perché costituiscono una forma di forza. Il Catechismo afferma esplicitamente che ai governi non può essere negato il diritto alla legittima difesa quando gli sforzi di pace sono falliti, definisce le condizioni tradizionali per la legittima difesa mediante la forza militare e insegna che coloro che servono onorevolmente nelle forze armate contribuiscono al bene comune e al mantenimento della pace.
Ciò non giustifica i bombardamenti indiscriminati. Lo stesso Catechismo condanna gli atti di guerra volti alla distruzione indiscriminata di intere città o vaste aree con i loro abitanti. Ma è proprio questo il punto. La teologia morale cattolica fa delle distinzioni. Giudica l’oggetto, l’intenzione, i mezzi, la capacità di discernimento, la proporzionalità, l’autorità e la necessità. Non parla come se l’aereo in sé fosse diventato moralmente sospetto perché l’uomo moderno è addolorato per la guerra. La retorica di Leone annulla questa distinzione, riducendola a uno slogan umanitario. Parla come se lo scandalo fosse che le minacce provengono “dal cielo”, piuttosto che l’uso ingiusto della forza contro gli innocenti.
È un modo di parlare molto moderno. È emotivo, dà visibilità, esprime ansia verso la tecnologia. Suona umano. Ma è anche superficiale. Un aereo da combattimento può essere usato giustamente o ingiustamente, come l’artiglieria, la fanteria, le navi o qualsiasi altro strumento di forza. Sostenere il contrario significa scivolare verso un pacifismo blando mascherato da serietà morale.
Anche questo discorso si inserisce in un quadro più ampio. Gli uomini che ora governano la Chiesa sono indulgenti verso le false religioni, indulgenti verso la rivoluzione sessuale, indulgenti verso il riduzionismo teologico, ma improvvisamente intransigenti quando si tratta di denunciare i mezzi con cui le nazioni si difendono. Non sono in grado di gestire un dipartimento di teologia universitario, ma sanno fare la morale sugli aerei di fronte ai dirigenti delle compagnie aeree.
Il regime sa sempre come applaudire le cose sbagliate
Mettendo a confronto tutte le vicende raccontate, difficile ignorare il problema più profondo. La Chiesa moderna plaude a tutto ciò che abbassa il livello della dottrina e innalza quello del sentimento. Loda il rispetto quando dovrebbe insegnare la castità. Loda il dialogo quando dovrebbe predicare la conversione. Loda le sfumature quando dovrebbe difendere la devozione. Loda il senso di appartenenza quando dovrebbe chiamare i peccatori al pentimento. Loda la pace con formule così vaghe e teatrali da finire per appiattire l’insegnamento sulla guerra giusta in una poltiglia morale.
Ecco perché i fedeli continuano ad avere la sensazione che sebbene l’istituzione sia ancora in piedi la fede si stia sgretolando sotto i loro occhi. La scuola resta. L’università resta. I centri dei gesuiti restano. Il dicastero resta. Il papato resta. I cartelli sono ancora tutti lì. Ma lo spirito che anima tutte queste realtà è cambiato.
Come si chiama una chiesa che cita lo Stato sulla diversità sessuale, celebra la sintesi religiosa, ridimensiona la dottrina mariana, promuove la spiritualità queer e parla di forza militare come farebbe il cappellano di una Ong? La si chiama per quello che è: una chiesa di ponti. Ponti verso lo Stato. Ponti verso altre religioni. Ponti verso la rivoluzione sessuale. Ponti verso i giornalisti. Ponti verso un’opinione rispettabile. Ponti ovunque. Ma quasi da nessuna parte ormai si ritrova l’antico istinto cattolico che faceva dire, chiaramente e senza scuse: questo è vero, questo è falso, questo porta a Cristo, questo allontana da Lui.
bignodernism
by Aldo Maria Valli 26 mar 2026
di Chris Jackson
Il 23 marzo, nei Paesi Bassi, Jan Hendriks (vescovo di Amsterdam) e Titus Frankemölle hanno pubblicato sul “Katholiek Nieuwsblad” un articolo a difesa della libertà di insegnamento. Hanno citato con approvazione l’obiettivo fondamentale numero 38 dell’istruzione cattolica olandese, secondo il quale gli alunni devono imparare ad affrontare con rispetto la sessualità e la diversità, inclusa quella sessuale. Poi è arrivata la concessione chiave: le scuole possono scegliere il proprio approccio, ma “è ovvio” che il risultato dell’istruzione deve essere conforme a tali obiettivi fondamentali.
Ecco come funziona la resa. Invece di partire da Cristo, dalla purezza, dalla castità, dalla natura, dalla famiglia e dai doveri dei genitori di custodire l’innocenza dei figli, il vescovo parte dalle categorie dello Stato e poi chiede un po’ di spazio per decorarle con la carta da parati cattolica. Ecco come funziona la mentalità conciliare oggigiorno. Prima accetta la grammatica morale del nemico, poi contratta sul tono, la pedagogia e l’attuazione.
Certo, le scuole cattoliche dovrebbero insegnare il rispetto per la dignità di ogni persona. Dovrebbero farlo sempre. Ma “rispetto per la persona” non è la stessa cosa di catechizzare i bambini secondo l’ideologia sessuale di uno Stato liberale. Quando un vescovo parla come se il linguaggio della diversità imposto dallo Stato fosse il quadro entro cui le scuole cattoliche devono operare, la battaglia è già persa. La scuola non trasmette più una controcultura orientata alla santità, ma traduce in termini residuali cattolici il vocabolario della convivenza pluralista.
Ecco perché tante scuole “cattoliche” oggi si sentono spiritualmente neutrali, anche quando il crocifisso è ancora appeso al muro. Hanno conservato il simbolo, ma rinunciato alla sostanza.
Pieris e l’antico sogno di battezzare il pluralismo religioso
Padre Aloysius Pieris, scomparso il 22 marzo in Sri Lanka poco prima del suo novantunesimo compleanno, viene ricordato come un costruttore di ponti nel dialogo tra buddisti e cristiani. I resoconti sottolineano che nel 1974 fondò il Tulana Research Centre, fu il primo non buddista a conseguire un dottorato in filosofia buddista presso l’Università di Sri Jayewardenepura, promosse l’armonia interreligiosa e fu autore di opere importanti, tra cui “Una teologia asiatica della liberazione”. AsiaNews osserva inoltre che il suo lavoro suscitò sospetti tra le autorità ecclesiastiche negli anni in cui il dialogo e la teologia della liberazione erano visti con diffidenza.
Bisogna pregare per i morti, ma occorre anche dire la verità sul progetto a cui un uomo ha dedicato la sua vita. “Dialogo” ha a lungo funzionato nella Chiesa moderna come una parola d’ordine e raramente significa “predichiamo Cristo crocifisso a tutte le nazioni”. Di solito significa invece “attenuiamo lo scandalo del dogma, mettiamo tra parentesi le pretese della Chiesa e incontriamo le altre religioni sul piano di una comune aspirazione etica”. In questo sistema, il buddismo diventa un partner spirituale anziché una falsa religione da convertire.
Pieris era ammirato proprio perché incarnava questa transizione. Rappresentava il tipo di ecclesiastico che la Roma moderna ama onorare: colto, con legami internazionali, culturalmente adattabile, politicamente consapevole, interreligioso e saldamente post-dogmatico nel metodo, anche quando non formalmente eretico. Questo modello produce conferenze, centri, riviste, simposi e omaggi. Ma certamente non produce martiri per la regalità esclusiva di Cristo.
Sopprime Maria in nome dell’equilibrio
La nota del 4 novembre del Dicastero per la dottrina della fede, “Mater Populi Fidelis”, afferma che usare “corredentrice” per definire la cooperazione di Maria è “sempre inappropriato” e scoraggia certi usi di “Mediatrice di tutte le grazie” nell’insegnamento e nella liturgia ufficiali.
Teologi e mariologi hanno scritto al cardinale Fernández chiedendo una risposta ufficiale alle loro obiezioni, sostenendo che la nota ometteva, minimizzava o contraddiceva precedenti insegnamenti mariani. Secondo Edward Pentin, Fernández ha informalmente attenuato il linguaggio in alcune dichiarazioni a Diane Montagna, affermando che il titolo non è “sempre inappropriato”, ma dovrebbe essere escluso dai documenti e dalle liturgie ufficiali.
Questo è il metodo Fernández. Prima il Dicastero emana un documento che restringe, raffredda e ridimensiona la devozione ereditata in nome della precisione teologica. Poi, quando si manifesta la resistenza, il prefetto introduce una precisazione non ufficiale tramite un colloquio giornalistico. Quindi la dottrina non viene esattamente corretta, non difesa, non ritrattata. Viene semplicemente resa instabile. Ai fedeli non resta che una nota, un chiarimento, un’atmosfera, un ciclo di notizie e la richiesta di mantenere la calma.
Ciò che colpisce non è solo il contenuto, per quanto sia grave. È il motivo. Perché il Vaticano è così ansioso, ripetutamente, di edulcorare il linguaggio che generazioni di cattolici hanno usato per amore della Madonna? Perché il massimalismo mariano deve essere sempre considerato un elemento da tenere sotto controllo, mentre l’ambiguità ecumenica e il minimalismo dottrinale sono visti come segni di maturità? Perché l’apparato moderno teme di esagerare con Maria, teme l’antica ispirazione cattolica, teme una Chiesa che parla con calore, splendore e fiducia della mediazione, della grazia, della regalità, della comunione tra cielo e terra. Quel tipo di cattolicesimo evidentemente è troppo denso, troppo bello, troppo pre-liberale per essere gestito da burocrati che producono documenti.
Quindi Maria deve essere diminuita, resa più piccola, più accettabile, più “equilibrata”. In altre parole, più utile agli uomini che non pensano davvero come i santi.
“Spiritualità queer” con etichetta cattolica
Il News Center dell’Università Cattolica (?) di San Diego ha pubblicizzato un evento con Juan Reynoso, in programma il 9 aprile, intitolato “Finding Home: LGBTQ+ Journeys of Faith” e descritto come una conferenza sull’intersezione tra fede e identità queer. LifeSite spiega che Reynoso si identifica come narratore “Two-Spirit” e che l’evento è co-sponsorizzato da LGBTQ+ & Allies Commons, Associated Student Government, University Ministries e dal Dipartimento di teologia e studi religiosi.
Osservate la coreografia istituzionale. Si tratta di una università formalmente cattolica che presenta l’alternativa sessuale come un percorso spirituale da esplorare attraverso la scoperta di sé. Un ateneo veramente cattolico la presenterebbe come sintomo di crisi morale e pastorale da affrontare con il pentimento, la grazia e la castità. Il vecchio linguaggio della conversione è stato invece sostituito dal linguaggio terapeutico.
Ma il linguaggio plasma le anime. Nel momento in cui la “fede” viene immaginata come spazio in cui identità queer e spiritualità si interpretano reciprocamente, la Chiesa ha già abbandonato il suo ruolo di maestra. Non sta più trasmettendo un deposito di fede, ma semplicemente ospitando una conversazione. Non è più madre, ma moderatrice.
Ancora una volta si ripete lo schema postconciliare. L’istituzione conserva il nome cattolico perché questo ha ancora prestigio in termini di ex studenti, donatori, memoria sacramentale e architettura. Ma il contenuto intellettuale e morale proviene sempre più dal regime esterno alla Chiesa. L’università diventa una cappella del dissenso, anche se il paesaggio attorno è curato.
Aerei e pace
Il discorso pronunciato da Leone XIV il 23 marzo alla compagnia aerea ITA Airways è stato quel tipo di intervento che suona nobile finché non ci si ferma a chiedersi se sia effettivamente cattolico. Parlando dei voli papali e della missione del pontefice, ha affermato: “Gli aerei dovrebbero essere sempre veicoli di pace, mai di guerra”, aggiungendo che dopo le tragedie del XX secolo i bombardamenti aerei avrebbero dovuto essere banditi per sempre.
Il problema è che la dottrina cattolica non identifica intere categorie di forza militare come intrinsecamente immorali solo perché costituiscono una forma di forza. Il Catechismo afferma esplicitamente che ai governi non può essere negato il diritto alla legittima difesa quando gli sforzi di pace sono falliti, definisce le condizioni tradizionali per la legittima difesa mediante la forza militare e insegna che coloro che servono onorevolmente nelle forze armate contribuiscono al bene comune e al mantenimento della pace.
Ciò non giustifica i bombardamenti indiscriminati. Lo stesso Catechismo condanna gli atti di guerra volti alla distruzione indiscriminata di intere città o vaste aree con i loro abitanti. Ma è proprio questo il punto. La teologia morale cattolica fa delle distinzioni. Giudica l’oggetto, l’intenzione, i mezzi, la capacità di discernimento, la proporzionalità, l’autorità e la necessità. Non parla come se l’aereo in sé fosse diventato moralmente sospetto perché l’uomo moderno è addolorato per la guerra. La retorica di Leone annulla questa distinzione, riducendola a uno slogan umanitario. Parla come se lo scandalo fosse che le minacce provengono “dal cielo”, piuttosto che l’uso ingiusto della forza contro gli innocenti.
È un modo di parlare molto moderno. È emotivo, dà visibilità, esprime ansia verso la tecnologia. Suona umano. Ma è anche superficiale. Un aereo da combattimento può essere usato giustamente o ingiustamente, come l’artiglieria, la fanteria, le navi o qualsiasi altro strumento di forza. Sostenere il contrario significa scivolare verso un pacifismo blando mascherato da serietà morale.
Anche questo discorso si inserisce in un quadro più ampio. Gli uomini che ora governano la Chiesa sono indulgenti verso le false religioni, indulgenti verso la rivoluzione sessuale, indulgenti verso il riduzionismo teologico, ma improvvisamente intransigenti quando si tratta di denunciare i mezzi con cui le nazioni si difendono. Non sono in grado di gestire un dipartimento di teologia universitario, ma sanno fare la morale sugli aerei di fronte ai dirigenti delle compagnie aeree.
Il regime sa sempre come applaudire le cose sbagliate
Mettendo a confronto tutte le vicende raccontate, difficile ignorare il problema più profondo. La Chiesa moderna plaude a tutto ciò che abbassa il livello della dottrina e innalza quello del sentimento. Loda il rispetto quando dovrebbe insegnare la castità. Loda il dialogo quando dovrebbe predicare la conversione. Loda le sfumature quando dovrebbe difendere la devozione. Loda il senso di appartenenza quando dovrebbe chiamare i peccatori al pentimento. Loda la pace con formule così vaghe e teatrali da finire per appiattire l’insegnamento sulla guerra giusta in una poltiglia morale.
Ecco perché i fedeli continuano ad avere la sensazione che sebbene l’istituzione sia ancora in piedi la fede si stia sgretolando sotto i loro occhi. La scuola resta. L’università resta. I centri dei gesuiti restano. Il dicastero resta. Il papato resta. I cartelli sono ancora tutti lì. Ma lo spirito che anima tutte queste realtà è cambiato.
Come si chiama una chiesa che cita lo Stato sulla diversità sessuale, celebra la sintesi religiosa, ridimensiona la dottrina mariana, promuove la spiritualità queer e parla di forza militare come farebbe il cappellano di una Ong? La si chiama per quello che è: una chiesa di ponti. Ponti verso lo Stato. Ponti verso altre religioni. Ponti verso la rivoluzione sessuale. Ponti verso i giornalisti. Ponti verso un’opinione rispettabile. Ponti ovunque. Ma quasi da nessuna parte ormai si ritrova l’antico istinto cattolico che faceva dire, chiaramente e senza scuse: questo è vero, questo è falso, questo porta a Cristo, questo allontana da Lui.
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