
di Investigatore Biblico
Pochi fedeli sanno che la Cei 2008, per il Nuovo Testamento, ha adottato come testo greco di base il Nestle-Aland, cioè un’edizione critica protestante. Negli ambienti accademici questo dato è noto; lo riporto anch’io, seppur in modo narrativo, nel mio libro “La Bibbia come Dio comanda”. Resta però una domanda scomoda: perché una scelta così decisiva non viene rivelata e soprattutto spiegata e motivata con chiarezza al popolo cattolico?
Talvolta una scelta apparentemente tecnica rivela un mutamento più profondo, quasi un piccolo spostamento d’asse, che nel tempo finisce per incidere sulla coscienza ecclesiale più di molte dichiarazioni solenni. La questione del testo-base adottato dalla Bibbia Cei 2008 per il Nuovo Testamento appartiene, a mio giudizio, a questa specie di eventi silenziosi. Non si tratta di una disputa per specialisti chiusi nelle loro collazioni manoscritte, né di una pedanteria d’apparato. Si tratta di domandarsi quale Nuovo Testamento sia stato consegnato alla Chiesa italiana nel suo uso ordinario, e da quale tradizione critica esso derivi.
La documentazione ufficiale è chiara. Nei criteri della revisione si legge esplicitamente: «Per il Nuovo Testamento, l’aver adottato come edizione critica di base il testo del Nestle-Aland…» (leggete a pagina 36). La medesima impostazione è confermata dalla documentazione vaticana, dove si afferma che per il Nuovo Testamento il riferimento della revisione è il Nestle-Aland. Non siamo dunque nel campo delle impressioni o delle ricostruzioni polemiche; siamo davanti a una dichiarazione programmatica della stessa autorità che ha curato la nuova edizione.
Che cos’è, allora, il Nestle-Aland? È l’edizione critica del Nuovo Testamento greco divenuta, nel mondo contemporaneo, la più influente e la più diffusa negli studi accademici. La sua origine e la sua genealogia scientifica appartengono alla grande filologia tedesca moderna, nata e sviluppata in ambiente protestante. Ripeto: protestante! Dire questo non significa ridurre il Nestle-Aland a un oggetto di propaganda confessionale, né negarne il valore scientifico. Sarebbe sciocco. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorarne la matrice storica, metodologica e culturale. Il Nestle-Aland è, storicamente e accademicamente, un prodotto della critica testuale protestante moderna, non della tradizione cattolica.
Qui conviene subito introdurre il confronto con il Merk. Il testo di Augustinus Merk, gesuita, è una classica edizione critica cattolica del Nuovo Testamento greco-latino. Anch’esso è un testo scientifico, anch’esso conosce limiti, opzioni, punti discutibili; non va assolutizzato né mitizzato. E tuttavia esso appartiene alla grande impresa della filologia neotestamentaria cattolica, cioè a quel tentativo di esercitare la critica del testo senza recidere il legame con la ricezione ecclesiale, con la tradizione latina, con l’orizzonte patristico e con la sensibilità propria della Chiesa cattolica. Il Merk, insomma, può essere carente in diversi punti, ma resta un testo nato in casa cattolica.
La differenza, allora, non è banale. Da una parte abbiamo un’edizione critica cattolica, il Merk, con i suoi limiti ma con una precisa collocazione ecclesiale; dall’altra abbiamo il Nestle-Aland, scientificamente prestigioso, ma nato nell’alveo della critica protestante. Quando la Cei 2008 decide di assumere come base il Nestle-Aland, essa non compie soltanto una scelta neutra di laboratorio. Compie una scelta di orientamento. Decide che il testo normativo di riferimento per il Nuovo Testamento, nella grande traduzione ecclesiale italiana, sarà un testo formatosi fuori dalla tradizione cattolica e dentro una genealogia critica protestante. Questo è il dato di fondo, e proprio questo dato autorizza una domanda seria, persino inquietante: che cosa accade a una Chiesa quando smette di tradurre il Nuovo Testamento a partire da un testo cattolico e assume come base un testo di origine protestante?
Naturalmente, una formulazione scientificamente rigorosa deve evitare slogan troppo facili. Ma si può dire qualcosa di molto serio e molto grave: il Nuovo Testamento Cei 2008 è costruito su una base testuale di matrice protestante, non più su una base cattolica come il Merk. E questo mutamento non è accessorio; è strutturale. In tal senso, l’affermazione polemica secondo cui “ci hanno consegnato un Nuovo Testamento protestante” contiene un nucleo reale, che non può essere liquidato con superficialità. Perché qui non è in gioco un dettaglio marginale, ma il fondamento testuale stesso da cui scaturisce la traduzione.
Si dirà: ma il Nestle-Aland è oggi usato anche da studiosi cattolici, e perfino da documenti o strumenti ecclesiali. È vero. Ma proprio questo rende la questione più delicata, non meno. Il problema non è la spendibilità accademica del Nestle-Aland, che nessuno nega, bensì il fatto che una Chiesa abbia accettato di lasciarsi determinare, nel suo testo-base, da una linea critica non nata in sé stessa. La ricezione può essere larga, la fortuna editoriale indiscutibile, la competenza dei curatori alta; ma la genealogia resta quella. E quando una genealogia cambia, cambia anche il modo di ascoltare e di capire. Non sempre subito, non sempre in modo clamoroso, ma realmente.
Per questo il ricorso precedente a un testo come il Merk aveva un significato che oggi appare sottovalutato. Non garantiva la perfezione. Non immunizzava da errori. Non rendeva automaticamente cattolica ogni opzione esegetica. Ma custodiva almeno un principio di continuità simbolica e metodologica: il Nuovo Testamento della Chiesa cattolica veniva letto, stabilito e offerto a partire da un’edizione critica cattolica. Oggi questo non avviene più. E dire che la questione sarebbe irrilevante significa non comprendere che, nella vita della Chiesa, anche le mediazioni filologiche hanno un peso spirituale. La Scrittura non arriva mai “nuda”; arriva sempre attraverso una forma di trasmissione. E la forma conta.
Da qui derivano anche conseguenze traduttive concrete. Lo stesso documento Cei mostra che l’adozione del Nestle-Aland ha comportato cambiamenti significativi in punti non secondari. Non si tratta dunque di una scelta senza effetti. Anzi, proprio il fatto che il nuovo testo-base produca nuove traduzioni dimostra che il passaggio non è ornamentale ma sostanziale. È precisamente per questo che la critica alle rese della Cei 2008 non può essere trattata come nostalgia o come fastidio marginale: essa tocca il rapporto tra il testo critico assunto e la lingua concreta consegnata ai fedeli.
A questo punto il giudizio deve restare fermo e sobrio insieme. Il Merk è anch’esso, come si è detto, un testo non privo di limiti; nessun serio studioso dovrebbe idealizzarlo. Ma il suo limite non cancella il suo statuto ecclesiale. Era almeno un testo cattolico. Il Nestle-Aland, invece, per quanto imponente e spesso utile, non lo è per origine. Perciò la decisione della Cei 2008 segna davvero una soglia: da un Nuovo Testamento fondato, almeno in linea di principio, su un’edizione critica cattolica, si è passati a un Nuovo Testamento fondato su un’edizione critica protestante. Questo è il punto essenziale. E questo è il dato che rende legittima una critica radicale alla nuova impostazione.
Che poi a tale mutamento si accompagni, in non pochi casi, una traduzione debole, opaca o discutibile, è una questione che merita di essere esaminata con pazienza e rigore, luogo per luogo, versetto per versetto. Non basta lamentarlo: bisogna provarlo. Ed è precisamente questa l’utilità di un lavoro sistematico che affronti gli errori di resa della Cei 2008 non sul piano dell’impressione, ma dell’argomentazione documentata. In questa prospettiva si comprende l’importanza del volume La Bibbia come Dio comanda, che si propone di mostrare, con analisi puntuali, quanto e come la Cei 2008 presenti problemi di traduzione che non possono essere minimizzati. Se il testo-base è mutato e se molte scelte traduttive risultano infelici, allora diventa necessario offrire ai lettori uno strumento critico capace di orientare il giudizio.
Quanto al silenzio della Cei davanti a domande rivolte su questi temi, sarebbe improprio trasformarlo senz’altro in prova di una colpa o di una intenzione. Ma è lecito osservare che, quando le questioni sollevate toccano il fondamento stesso delle scelte testuali e traduttive, il silenzio istituzionale non aiuta la chiarezza ecclesiale. In materie così gravi, una risposta franca gioverebbe a tutti: a chi critica, a chi difende, e soprattutto ai fedeli, che hanno diritto di sapere quale testo del Nuovo Testamento venga loro consegnato e per quali ragioni.
Alla fine, la questione torna alla sua semplicità austera. Non si tratta di nostalgia per un passato idealizzato, né di polemica confessionale fine a sé stessa. Si tratta di fedeltà. Se la Cei 2008 ha adottato come base il Nestle-Aland, allora la Chiesa italiana ha ricevuto un Nuovo Testamento il cui fondamento critico non è più cattolico, ma protestante per origine e per scuola. Questa non è un’invettiva: è un fatto storico-editoriale. Le conseguenze di quel fatto possono essere discusse; ma il fatto resta. E proprio perché resta, esso chiede di essere guardato senza infingimenti. A volte le svolte più profonde si annunciano con parole apparentemente innocue in una pagina di criteri editoriali. Poi, col tempo, ci si accorge che in quelle parole era già contenuto un cambio di respiro. E la Chiesa, quando cambia il suo respiro nell’ascolto della Scrittura, non cambia mai in una cosa piccola.
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