giovedì 12 marzo 2026

Card. Sarah: “L’Occidente è stato ferito da un orgoglio particolare: quello di credersi così maturo da non aver più bisogno di Dio”


Card. Robert Sarah (foto via Napa Institute)

L’articolo pubblicato su InfoCatólica, nella traduzione da curata da Sabino Paciolla (12 marzo 2026). 





Il cardinale Robert Sarah ha risposto alle critiche mosse dal quotidiano francese La Croix al suo ultimo libro, 2050, in un’intervista pubblicata sul Journal du Dimanche (JDD) [estratto da Le Salon Beige]. Non essendo stato interpellato dal quotidiano che lo aveva criticato, il cardinale guineano ha scelto questo settimanale per esporre il suo pensiero sui grandi temi affrontati nell’opera: la centralità di Dio nel discorso ecclesiale, la permanenza della morale cristiana e le differenze di sensibilità religiosa tra l’Africa e l’Occidente.

Lei afferma che «le grandi linee della teologia, i fondamenti della fede, non devono scomparire di fronte alle mode passeggere o alle opinioni del momento», e sono proprio queste grandi linee che affronta nel suo libro. Allora, quale posto devono occupare «il clima, le migrazioni e le esclusioni», come si chiede La Croix: «Non come temi politici, ma come luoghi teologici»?

Queste realtà sono gravi. Riguardano vite umane, quindi riguardano il cuore della Chiesa. Ma diventano problematiche quando oscurano la centralità di Dio e il discorso ecclesiale sembra non avere altro orizzonte che l’agenda temporale. Sì, si può parlare di «luoghi teologici», a una condizione: che questi luoghi siano illuminati dalla fede e non siano usati come sostituti della fede. Il povero non è solo un caso sociale: è il volto di Cristo. Lo straniero non è prima di tutto un espediente politico: è un fratello che Dio affida alla nostra carità. Il creato non è un idolo verde: è un dono, affidato all’uomo perché lo conservi con gratitudine. Ma se si parla del clima senza parlare del Creatore, se si parla di migrazioni senza parlare della dignità soprannaturale dell’uomo, se si parla di esclusioni senza parlare del peccato e della redenzione, allora si trasforma la Chiesa in un’agenzia morale. La Chiesa non è mai più utile al mondo che quando si dona completamente a Dio.

Nel suo libro ricorda che «la verità del Vangelo non è relativa né adattabile ai costumi dell’epoca». Come spiega che alcuni desiderino che la Chiesa evolva, in particolare per quanto riguarda la morale cristiana?

L’uomo moderno teme la verità quando questa lo obbliga. Preferisce una morale «fluida», senza confini, in cui la coscienza diventa la misura ultima. Ma la coscienza non è un dio: deve essere formata dalla verità. La morale cristiana non è un catalogo di divieti. È la traduzione concreta di un mistero: Dio ha creato l’uomo; Dio lo ha redento; Dio lo chiama alla santità. La complementarità tra uomo e donna non è una costruzione culturale: è inscritta nella creazione ed elevata dal sacramento. Il rispetto per la vita, dal suo concepimento fino alla sua morte naturale, non è un’opinione: è il riconoscimento che la vita è un dono. Il celibato sacerdotale, nella Chiesa latina, non è una tecnica di gestione: è un segno escatologico, una disponibilità totale, un amore indiviso. Coloro che vogliono adattare il Vangelo ai costumi dell’epoca confondono la misericordia con la rinuncia. La misericordia solleva il peccatore, non rinomina il peccato.

Questa tentazione di «modellare la Chiesa su misura delle contingenze storiche» è più significativa in Occidente, scrive lei, a differenza del continente africano, che si riconosce più umilmente come erede del deposito della fede da trasmettere. Come comprendere queste diverse posizioni?

L’Occidente è stato ferito da un orgoglio particolare: quello di credersi così maturo da non aver più bisogno di Dio. Ha sostituito l’eredità con la sfiducia, la tradizione con il sospetto, l’autorità con la contestazione permanente. Vuole reinventare ciò che ha ricevuto. In Africa, nonostante le debolezze e le difficoltà, spesso rimane una coscienza più semplice: siamo eredi. Abbiamo ricevuto la fede come un tesoro. Un tesoro non si «modernizza»: si custodisce, si trasmette, lo si fa fruttificare. La vera umiltà consiste nell’accettare che la verità ci precede. Ciò non significa che l’Africa sia immune dalle tentazioni. Ma l’atteggiamento fondamentale è diverso: in Occidente si vuole negoziare con la fede; in Africa la si riceve.






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