
Pubblicato il rapporto finale del Gruppo di studio sulla Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis: da rivedere, benché risalga solo al 2016. Il motivo? Tradurla in sinodalese.
Parole
Editoriali
È venuto alla luce in questi giorni uno dei frutti del cantiere permanente del Sinodo sulla sinodalità, che si sa quando è iniziato ma non quando finisce e soprattutto dove porterà. Per ora il risultato più concreto è che, di qualunque argomento si parli, “non possiamo non dirci sinodali”. Appare questo il motivo per cui uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da papa Francesco in occasione del Sinodo ha partorito la «Proposta di documento orientativo per l’attuazione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis e della Ratio Nationalis in prospettiva sinodale missionaria» intitolata Formare presbiteri in una Chiesa sinodale missionaria. Lo scopo è la revisione di una Ratio che – ammettono gli estensori del rapporto – «è relativamente recente (2016)» ed è «tuttora in fase di ricezione»: già scaduta in soli dieci anni? Eppure «offre importanti accenti nuovi nella prospettiva della Chiesa missionaria e sinodale», malgrado il non trascurabile “difetto” di essere «anteriore al Processo sinodale».
Svelato l’arcano: «anche in rapporto alla formazione del ministero sacerdotale non possono rimanere disattese le istanze emerse dal Processo sinodale e raccolte nel Documento finale dell’Assemblea», tra le quali «l’acquisizione di competenze indispensabili per una Chiesa sinodale» e pertanto occorre attuare la Ratio (universale) e le Ratio (nazionali) «in sintonia con la conversione sinodale missionaria in atto», il fil rouge che percorre le 24 pagine del documento – neanche troppe, ma sufficienti a suscitare lo stesso entusiasmo di certe verbose omelie che spingono a distrarsi guardando gli affreschi della volta e persino le ragnatele degli angoli più reconditi del sacro edificio.
Nulla di nuovo, in fondo si tenta di ridisegnare il prete dai tempi in cui don Camillo si vide arrivare in canonica «un giovanotto magro, vestito di grigio, con occhiali da intellettuale», ovvero don Chichì, mandato ad aggiornarlo e ricordargli che «siamo nel 1966, non nel 1666» (è l’ultimo libro di Guareschi, Don Camillo e i giovani d’oggi). Prima ancora c’era stata l’epopea dei preti-operai, dopo ancora sono venuti i preti influencer, ma ciò che sembra imprescindibile è che i preti siano sinodali e che non siano fermi al pre-2021 (vallo a dire a don Chichì che pensava di essere avanti nel 1966).
Ma cosa dovrebbe fare esattamente il clero dell’era sinodale? «In una Chiesa tutta sinodale i presbiteri occupano quindi un loro specifico e inconfondibile posto», e non si capisce bene dove altrimenti dovessero stare prima. «In una Chiesa sinodale i presbiteri sono quindi chiamati a vivere il proprio servizio “in un atteggiamento di vicinanza alle persone, di accoglienza e di ascolto di tutti”», come se fino a ieri venisse loro raccomandato di stare alla larga dal gregge, ma la tautologia è somma nelle ultime parole della frase: infatti, «in una Chiesa sinodale» devono... «aprirsi a uno stile sinodale».
A questo punto il lettore ha già perso il conto delle ripetizioni di «sinodo», «sinodale» e «sinodalità». Nel documento il termine «sinodo» ricorre 37 volte, «sinodalità» 22 volte, mentre l’aggettivo «sinodale» 72 volte (in sole 24 pagine!). Un caso di scuola, sì, ma linguistica. Qui più che ridisegnare questo o quell’aspetto si tratta di riscrivere la mentalità del mondo cattolico riformulando ogni aspetto della Chiesa «in chiave sinodale» fino a rasentare quell’autoreferenzialità pur criticata.
Saremmo tentati di citare il conte Mascetti, ma ci limitiamo a Orwell e alla Neolingua descritta in 1984 il cui scopo «è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero», al punto che «ogni concetto di cui si possa aver bisogno sarà espresso da una sola parola, il cui significato sarà stato rigidamente definito, priva di tutti i suoi significati ausiliari, che saranno stati cancellati e dimenticati». Per esempio, tra le realtà cancellate e dimenticate dell’identità sacerdotale c’è quella di «essere alter Christus», che Leone XIV ha osato ricordare in una recente lettera al clero spagnolo, facendo sobbalzare dalla sedia anche un vescovo italiano che quelle parole non avrebbe voluto più sentirle. Poco adeguate all’era sinodale?
Fatto sta che la «conversione sinodale» è riuscita a superare persino quella «ecologica» che pure impazzava dai tempi di Laudato si’. Ma anch'essa sarà scalzata dalla prossima rivoluzione delle parole e chissà quale altra conversione ci verrà predicata.
Editoriali
Stefano Chiappalone, 07-03-2026
Svelato l’arcano: «anche in rapporto alla formazione del ministero sacerdotale non possono rimanere disattese le istanze emerse dal Processo sinodale e raccolte nel Documento finale dell’Assemblea», tra le quali «l’acquisizione di competenze indispensabili per una Chiesa sinodale» e pertanto occorre attuare la Ratio (universale) e le Ratio (nazionali) «in sintonia con la conversione sinodale missionaria in atto», il fil rouge che percorre le 24 pagine del documento – neanche troppe, ma sufficienti a suscitare lo stesso entusiasmo di certe verbose omelie che spingono a distrarsi guardando gli affreschi della volta e persino le ragnatele degli angoli più reconditi del sacro edificio.
Nulla di nuovo, in fondo si tenta di ridisegnare il prete dai tempi in cui don Camillo si vide arrivare in canonica «un giovanotto magro, vestito di grigio, con occhiali da intellettuale», ovvero don Chichì, mandato ad aggiornarlo e ricordargli che «siamo nel 1966, non nel 1666» (è l’ultimo libro di Guareschi, Don Camillo e i giovani d’oggi). Prima ancora c’era stata l’epopea dei preti-operai, dopo ancora sono venuti i preti influencer, ma ciò che sembra imprescindibile è che i preti siano sinodali e che non siano fermi al pre-2021 (vallo a dire a don Chichì che pensava di essere avanti nel 1966).
Ma cosa dovrebbe fare esattamente il clero dell’era sinodale? «In una Chiesa tutta sinodale i presbiteri occupano quindi un loro specifico e inconfondibile posto», e non si capisce bene dove altrimenti dovessero stare prima. «In una Chiesa sinodale i presbiteri sono quindi chiamati a vivere il proprio servizio “in un atteggiamento di vicinanza alle persone, di accoglienza e di ascolto di tutti”», come se fino a ieri venisse loro raccomandato di stare alla larga dal gregge, ma la tautologia è somma nelle ultime parole della frase: infatti, «in una Chiesa sinodale» devono... «aprirsi a uno stile sinodale».
A questo punto il lettore ha già perso il conto delle ripetizioni di «sinodo», «sinodale» e «sinodalità». Nel documento il termine «sinodo» ricorre 37 volte, «sinodalità» 22 volte, mentre l’aggettivo «sinodale» 72 volte (in sole 24 pagine!). Un caso di scuola, sì, ma linguistica. Qui più che ridisegnare questo o quell’aspetto si tratta di riscrivere la mentalità del mondo cattolico riformulando ogni aspetto della Chiesa «in chiave sinodale» fino a rasentare quell’autoreferenzialità pur criticata.
Saremmo tentati di citare il conte Mascetti, ma ci limitiamo a Orwell e alla Neolingua descritta in 1984 il cui scopo «è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero», al punto che «ogni concetto di cui si possa aver bisogno sarà espresso da una sola parola, il cui significato sarà stato rigidamente definito, priva di tutti i suoi significati ausiliari, che saranno stati cancellati e dimenticati». Per esempio, tra le realtà cancellate e dimenticate dell’identità sacerdotale c’è quella di «essere alter Christus», che Leone XIV ha osato ricordare in una recente lettera al clero spagnolo, facendo sobbalzare dalla sedia anche un vescovo italiano che quelle parole non avrebbe voluto più sentirle. Poco adeguate all’era sinodale?
Fatto sta che la «conversione sinodale» è riuscita a superare persino quella «ecologica» che pure impazzava dai tempi di Laudato si’. Ma anch'essa sarà scalzata dalla prossima rivoluzione delle parole e chissà quale altra conversione ci verrà predicata.
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