sabato 21 febbraio 2026

LA MALATTIA DI GIACINTA E LA SUA SALITA IN CIELO







20 febbraio SANTA GIACINTA MARTO la piccola pastorella di Fatima.

Racconta suor Lucia di Fatima:

Trascorrevano così i giorni di Giacinta, finché nostro Signore non mandò la polmonite che la gettò a letto, insieme col suo fratellino. Il giorno prima di ammalarsi diceva: 'Mi fa tanto male la testa e ho tanta sete! Ma non voglio bere, per soffrire per i peccatori'.

Tutto il tempo che mi restava libero dalla scuola e da qualche cosetta che mi facevano fare, andavo dai miei compagni. Un giorno passo da loro prima di andare a scuola e Giacinta mi dice: 'Senti! Di' a Gesù nascosto che io gli voglio molto bene e che lo amo molto'. Altre volte diceva: 'Di' a Gesù che gli mando tanti saluti affettuosi'. Se passavo prima dalla sua stanza, diceva: 'Ora va' a vedere Francesco; io faccio il sacrificio di stare qui sola'.

Un giorno sua madre le portò una tazza di latte e le disse di prenderlo. - Non io voglio mamma, - disse allontanando la tazza con la manina. La zia insistette un poco e poi se ne andò dicendo: - Ma non so che cosa devo fare, se tutto ti ripugna.
Appena rimasti soli, le domandai: 'Ma perché disobbedisci così a tua madre e non offri questo sacrificio a nostro Signore?'. All'udire questo, lasciò cadere alcune lacrime, che io ebbi il piacere di asciugare e disse: 'io adesso non mi ero ricordata'. Chiama la madre, le chiede perdono e le dice che prende tutto quello che vuole. La mamma le porta la tazza di latte. Lo prende senza mostrare la minima ripugnanza. Dopo mi dice: 'Se tu sapessi quanto mi è costato a berlo!'.

Un'altra volta mi disse: 'Faccio sempre più fatica a bere latte e brodo; ma non dico niente. Bevo tutto per amore di nostro Signore e del Cuore imma­colato di Maria, la nostra mammina del cielo'.

- Stai meglio? - le chiesi un giorno. - Tu sai bene che non sto meglio - e aggiunse - ho un dolore forte al petto, ma non dico niente. Soffro per la conversione dei peccatori.
Un giorno, arrivata vicino a lei, mi domandò: 'Hai già fatto tanti sacri­fici oggi? Io ne ho fatti tanti. Mia madre è andava via e a me molte volte mi è venuta la voglia dì andare a visitare Francesco, ma non ci sono andata'. La sua salute però migliorò un pochino. Poté alzarsi e passava allora le giornate seduta sul letto del fratellino. 

Un giorno mi fece chiamare perché andassi in fretta da lei. Andai di corsa. La Madonna è venuta a vederci e dice che tra poco verrà a prendere Francesco e a portarlo in cielo. A me ha domandato se volevo convertire an­cora altri peccatori. Le ho detto di sì. Mi ha detto che andrò in un ospedale e che là soffrirò molto. Mi ha detto di soffrire per la conversione dei peccatori, in riparazione dei peccati contro il Cuore immacolato di Maria e per amore di Gesù. Le ho domandato se anche tu venivi con me. Ha detto di no. Questa è la cosa che mi costa di più. Ha detto che veniva mia madre a portarmi e poi resto là da sola. - Rimase pensierosa per un po', poi ag­giunse: - Se tu venissi con me! Quel che mi costa di più è andare senza di te! E forse l'ospedale è una casa molto oscura, dove non si vede niente e io sto li a soffrire da sola! Ma non importa: soffro per amore di nostro Signore, per riparare le offese al Cuore immacolato di Maria, per la con­versione dei peccatori e per il santo Padre.

Quando arrivò l'ora che il suo fratellino partiva per il cielo, lei gli fece le sue raccomandazioni: 'Tanti cari saluti da parte mia a nostro Signore e alla Madonna e digli che soffro tutto quello che vogliono per convertire i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.

Sofferse molto per la morte del fratello. Restava a lungo pensierosa e se le domandavano a che cosa stesse pensando, rispondeva: 'A Francesco. Come mi piacerebbe rivederlo. E gli occhi le si riempivano di lacrime.

Un giorno le dissi: - A te ormai manca poco per andare in cielo. Io invece... - Poverina! - rispose non piangere! Lassù io pregherò molto, mol­to per te. Sai, è la Madonna che vuole così per te. Se avesse scelto me, io sarei contenta, per poter soffrire di più per i peccatori.

Arrivò anche il giorno di andare all'ospedale, dove ebbe a soffrire mol­to davvero. Quando la madre andò a visitarla, le domandò se voleva qualche cosa. Le disse che voleva vedere me. Mia zia, a costo di molti sacrifici, mi ci portò, non appena poté ritornarci. Appena mi vide, mi abbraccio con gioia e chiese alla madre che mi lasciasse li e andasse a fare la spesa.
Le domandai allora se soffriva molto.
- Altro che! Ma offro tutto per i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.
Poi parlò con entusiasmo di nostro Signore e della Madonna e diceva:
- Mi piace tanto soffrire, per amor suo, per fargli piacere. Loro vogliono molto bene a chi soffre per convertire i peccatori.

Il tempo destinato alla visita passò in fretta e mia zia era già tornata a riprendermi. Domandò alla figlioletta se voleva qualche cosa. Chiese che riportasse anche me quando tornasse a vederla. E la mia buona zia, che voleva far piacere alla sua bambina, mi ci portò una seconda volta. La trovai con la stessa gioia di soffrire per amore del nostro buon Dio, del Cuore im­macolato di Maria, per i peccatori e per il santo Padre: era il suo ideale e parlava sempre di questo.

Tornò ancora per qualche tempo alla casa paterna. Aveva nel petto una grande ferita aperta e sopportava la medicazione quotidiana senza un la­mento, senza mostrare il minimo segno di malessere. Ciò che le costava di più erano visite e interviste frequenti di persone che la cercavano e dalle quali ora non poteva nascondersi.

- Offro anche questo sacrificio per i peccatori, - diceva con rassegna­zione. - Oh, se potessi arrivare fino al Cabeco a dire ancora un rosario nella nostra grotta! Ma ormai non ce la faccio più. Quando vai a Cova da Iria, prega per me. Là non ci vado più di sicuro. - E le lacrime le scor­revano sul viso.

Un giorno mia zia mi disse: 'Domanda a Giacinta a che cosa sta pensan­do, quando sta tanto tempo con le mani sulla faccia, senza muoversi. Io gliel'ho domandato, mi ha sorriso, ma non mi ha risposto'. Feci la domanda e mi rispose:
- Penso al Signore, alla Madonna, ai peccatori e a... (accennò ad alcune cose del segreto). Mi piace molto pensare.
La zia mi domandò che cosa aveva risposto la sua bambina e io le dissi tutto con un sorriso. Allora mia zia disse a mia madre, raccontando il fatto: 'Io non capisco. La vita di questi bambini è un enigma'. E mia madre ag­giungeva: 'Quando sono soli, parlano e parlano a non finire e anche sforzan­dosi di ascoltare, non si riesce a capire una parola. Se arriva qualcuno, ab­bassano la testa e non dicono una parola. Non posso capire questo mistero.

La santissima Vergine si degnò di nuovo di visitare Giacinta, per annun­ciarle nuove croci e nuovi sacrifici. Mi dette la notizia e mi diceva: 'Mi ha detto che vado a Lisbona, in un altro ospedale; che non rivedrò più nemme­no i miei genitori; che dopo molto soffrire, morirò sola, ma che non abbia paura, perché verrà Lei là a prendermi per portarmi in cielo'. E piangendo mi abbraccia e diceva: 'Non ti rivedrò mai più. Tu là non verrai a visitarmi. Senti: prega molto per me che muoio sola'.

Nel frattempo, finché non arrivò il giorno di andare a Lisbona, sofferse in modo orribile. Mi abbracciava e diceva piangendo:
- Non ti rivedrò mai più. Né la mamma, né i miei fratelli, né il mio papà! Non rivedrò più nessuno e poi muoio sola sola!
- Non ci pensare - le dissi un giorno.
- Lascia che ci pensi, perché più ci penso, più soffro; e io voglio soffrire per amore di nostro Signore e per i peccatori. E poi non fa niente. La Madonna viene a portarmi in cielo...

A volte baciava un crocifisso, lo abbracciava e diceva:
- O mio Gesù, io vi amo e voglio soffrire molto per amor vostro.
Quante volte diceva:
- O Gesù, ora puoi convertire molti peccatori, perché questo sacrificio è molto grande.
Mi chiedeva a volte:
- E morirò senza rivedere Gesù nascosto? Se me lo portasse la Madonna, quando viene a prendermi!...
Le chiesi una volta:
- Che cosa farai in cielo?
- Amerò molto Gesù, il Cuore immacolato di Maria, pregherò molto per te, per i peccatori, per il santo Padre, per i miei genitori e fratelli e per tutte le persone che mi hanno domandato di pregare per loro.
Quando la madre si mostrava triste a vederla così malata, le diceva:
- Non ti rattristare, mamma. Io vado in cielo. Pregherò molto per te.

Altre volte diceva:
- Non piangere, sto bene.
Se le chiedevano se aveva bisogno di qualche cosa, diceva:
- Tante grazie, non ho bisogno di nulla. - Ma quando se ne andavano aggiungeva – Ho molta sete, ma non voglio bere, offro tutto a Gesù per i peccatori.

Un giorno che mia zia mi faceva delle domande, mi chiamò e mi disse: - Non voglio che tu dica a nessuno che io soffro. Nemmeno a mia madre, perché non voglio che si rattristi.
Un giorno la trovai mentre abbracciava un quadro della Madonna e diceva: - Oh, mammina del cielo, allora devo morire sola sola?

La povera bambina pareva terrorizzata all’idea di morire sola. Per incoraggiarla, le dicevo: - Che cosa t’importa di morire sola, se la Madonna viene a prenderti? – E’ vero, non m’importa niente. Ma non so com’è! A volte non mi ricordo che Lei viene a prendermi. Solo mi ricordo che muoio e tu non sei vicino a me.

E venne alla fine il giorno della partenza per Lisbona. L’addio spezzava il cuore. Mi rimase parecchio tempo abbracciata al collo e diceva piangendo: - Non ci rivedremo mai più. Prega molto per me, finché non andrò in cielo. Lassù, dopo, io pregherò per te. Non dire mai il segreto a nessuno, anche se ti ammazzano. Ama molto Gesù e il Cuore immacolato di Maria e fa molti sacrifici per i peccatori.
Da Lisbona mi mandò ancora a dire che la Madonna era già andata a trovarla, che le aveva detto l’ora e il giorno della sua morte e mi raccomandava di essere molto buona.

Termino così, ecc.mo e rev.mo signor vescovo di raccontare all’E.V rev.ma quello che mi ricordo della vita di Giacinta.

Chiedo al nostro buon Dio che si degni di accettare questo atto di ubbedienza per accendere nelle anime la fiamma d’amore ai Cuori di Gesù e di Maria.

Adesso domando un favore. E’ questo: se V.E. pubblicherà alcune cose di quelle che ho appena finito di raccontare, lo faccia in modo tale che non parli in nessuna maniera della mia povera e miserabile persona. E confesso, ecc.mo e rev.mo signor vescovo, che se venissi a sapere che l’E.V. avrà bruciato questo scritto senza nemmeno leggerlo, sarebbe per me un grande piacere, perché l’ho scritto solo per ubbidire alla volontà del nostro buon Dio, manifestata a me dal volere espresso della V.E. revma.




Fonte web 






Il «clima di violenza» in Francia


Il leader del partito di estrema sinistra in Francia, 
La France insoumise, Jean-Luc Melenchon (foto Ansa)

L'uccisione dell'attivista cattolico di destra a Lione avrà un impatto su equilibri e strategie del campo progressista. La violenza dell'estrema sinistra non si può più negare. Parla François-Xavier Bourmaud (l'Opinion)


Dopo l’omicidio di Quentin Deranque, «Melenchon punta al caos in Francia»


Di Mauro Zanon, 21 Febbraio 2026

Parigi. Il 18 aprile 2002, a pochi giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali, un fatto di cronaca traumatizzò la Francia: un anziano venne aggredito brutalmente nella sua casa di Orléans. Fu il cosiddetto “affaire Paul Voise”, dal nome della vittima delle violenze. Il volto tumefatto di quell’anziano occupò le prime pagine dei giornali francesi e contribuì secondo molti alla sconfitta dell’allora candidato del Partito socialista Lionel Jospin e al passaggio al secondo turno del candidato del Front national Jean-Marie Le Pen.

Il barbaro linciaggio che la scorsa settimana a Lione ha strappato la vita a uno studente cattolico di 23 anni e militante della destra identitaria, Quentin Deranque, rischia come l’“affaire Paul Voise” di avere un impatto sulle prossime elezioni comunali, previste a marzo, e più in generale sulle alleanze tra le forze politiche rappresentate all’Assemblea nazionale.

Melenchon «faccia un esame di coscienza»

Secondo un sondaggio Odoxa per il Figaro, il 76 per cento dei francesi giudica infatti necessario un “fronte repubblicano” per sbarrare la strada alla France insoumise (Lfi) nelle urne, ossia al partito della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon legato a doppio filo con il collettivo antifà Jeune Garde, responsabile del pestaggio di Quentin. La percentuale, secondo l’inchiesta demoscopica di Odoxa, sale all’86 per cento tra i simpatizzanti del Partito socialista (Ps), contrari a qualsiasi alleanza con un partito, Lfi, che ha fatto della violenza verbale il suo marchio di fabbrica.

Ieri il segretario del Ps, Olivier Faure, che fino alle elezioni legislative del 2024 non vedeva incompatibilità in un’alleanza con le truppe mélenchoniste, ha invitato Lfi a farsi «un esame di coscienza», escludendo qualsiasi unione con il partito di Mélenchon a livello nazionale. Raphaël Glucksmann, leader di Place Publique, ha invitato dal canto suo a «porre fine alla brutalizzazione del dibattito pubblico», denunciando «la responsabilità di tutti i leader politici che alimentano l’odio, compresi quelli della France insoumise». È ormai «impensabile» che la sinistra «abbia il minimo dubbio» su una «possibile alleanza» con Mélenchon, ha aggiunto il leader progressista.

Bourmaud: «Ci saranno impatti a lungo termine»

Per François-Xavier Bourmaud, giornalista politico del quotidiano l’Opinion, «rispetto al caso “Paul Voise”, ci sarà probabilmente anche un impatto a lungo termine, non solo immediato. L’omicidio di Quentin rischia di provocare un allontanamento di una parte degli elettori da Lfi. La strategia di Mélenchon si basa sull’avere un nucleo di collaboratori e elettori molto solido, che è il punto forte, e poi ammorbidire il discorso per andare oltre il suo nucleo di fedelissimi. Con il caso Quentin, questa seconda parte, l’apertura, che è la strategia classica di un candidato alle elezioni presidenziali, rischia di essere molto più complicata, perché ciò che è successo è irreparabile. Può quindi avere effetti molto più profondi e duraturi nel tempo», dice a Tempi Bourmaud.

Mélenchon, il líder maximo di Lfi, cerca di negare i legami tra il suo partito e la Jeune Garde. Ma è stato proprio lui a far entrare all’Assemblea nazionale il fondatore della Jeune Garde, Arnault, nonostante il suo cv da picchiatore alle manif dell’ultrasinistra, il suo odio per Israele rivendicato con fierezza e una condanna definitiva nel 2025 per “violenze volontarie in riunione”. Senza contare che uno dei collaboratori di Arnault, Jacques-Élie Favrot, ha partecipato al pestaggio di Quentin ed è ora incriminato per “complicità per istigazione”.

La «responsabilità morale» di Mélenchon

Potrebbe nascere un nuovo “cordone sanitario” anti-Lfi? «Manca più di un anno alle elezioni presidenziali e potrebbero verificarsi altri eventi che potrebbero cambiare la situazione. Ma l’affaire Quentin avrà sicuramente delle ripercussioni sulla strategia di Mélenchon di arrivare al secondo turno, perché probabilmente una parte degli elettori si rifiuterà di votarlo. C’erano già quelli che lo accusavano di antisemitismo e ora ci sono anche quelli che lo accuseranno di aver intrattenuto relazioni chiare e rivendicate con un gruppuscolo di estrema sinistra, la Jeune Garde, che semina violenza nelle strade», spiega a Tempi Bourmaud.

La macroniana Maud Bregeon, portavoce del governo francese, ha denunciato la «responsabilità morale» di Lfi nel «clima di violenza» che la scorsa settimana ha causato la morte di Quentin. «Lfi ha introdotto la violenza all’Assemblea nazionale», sottolinea il giornalista dell’Opinion. «È un partito rivoluzionario, nel senso che l’obiettivo di Mélenchon non è vincere le elezioni presidenziali, ma arrivare al secondo turno contro Marine Le Pen Lui o Jordan Bardella, contro i quali con ogni probabilità perderebbe. Il leader di Lfi punta sul caos che seguirebbe l’ascesa al potere del Rassemblement national per tentare di rovesciare la Quinta Repubblica e instaurare una Sesta Repubblica. In questo senso, il partito di Mélenchon è rivoluzionario, quindi violento», aggiunge Bourmaud.

Favrot escluso dall’Assemblea nazionale

Lunedì la presidente dell’Assemblea nazionale, Yaël Braun-Pivet, ha deciso di sospendere a titolo precauzionale «il diritto di accesso» in aula a Jacques-Élie Favrot, complice dell’«omicidio volontario» di Quentin assieme ad altri sei militanti dell’ultrasinistra lionese. «La sua presenza potrebbe causare problemi di ordine pubblico», ha dichiarato Braun-Pivet. Attraverso un comunicato, l’avvocato di Favrot, Bertrand Sayn, aveva annunciato che il suo assistito «si dimette dalla carica di assistente parlamentare per tutta la durata delle indagini», con un’aggiunta: «Minacciato di morte dall’estrema destra in tutto il Paese e in Europa, non può svolgere correttamente le sue funzioni». Ma difficilmente Favrot tornerà a sedere sui banchi dell’Assemblea nazionale.





venerdì 20 febbraio 2026

Quando la manipolazione del linguaggio maschera la realtà


(Ansa)

L’Assemblea nazionale francese ha ripreso a discutere la creazione del diritto al suicidio assistito, con una votazione prevista per il 24 febbraio su questa riforma che ha avuto un percorso tortuoso

Eutanasia

Houellebcq contro l'eutanasia: «Una perversione delle parole che tradisce l’umanità»



Federica Di Vito, 19 Febbraio 2026

In un intervento lucido e provocatorio, lo scrittore Michel Houellebcq ha espresso la sua ferma opposizione al progetto di legge sull’eutanasia, attualmente in discussione in Francia. Al centro della sua critica non vi è solo l’atto in sé, ma la manipolazione del linguaggio utilizzata per giustificare la norma. Lo scrittore è intervenuto martedì in un dibattito organizzato a una conferenza dall’associazione Les égaux et leurs aidants, sul controverso tema del suicidio assistito, presso la fondazione del Musée social, a Parigi.

Houellebcq esordisce puntando il dito contro la «perversione» del linguaggio presente, a suo dire, nella terminologia scelta dal legislatore, parlando apertamente di un uso improprio dei concetti di fraternità e compassione. «C’è una perversione delle parole alla base: “legge di fraternità”, si sente bene che è una perversione del termine, ma anche “compassione” […] dare la morte per compassione, nutro un dubbio franco e netto».

Secondo lo scrittore, l’ambiguità linguistica serve a mascherare una realtà molto più cruda, distorcendo valori fondamentali. «La dignità è forse la cosa peggiore di tutte. Dalla mia vaga frequentazione della filosofia, avevo capito che la dignità è, quasi per definizione, una cosa che non si può perdere, legata alla qualità dell'essere umano; mentre qui diventa qualcosa che si può perdere, stranamente». Houellebcq rivendica una visione ontologica della dignità: «Ho l’impressione di avere una dignità legata al fatto che sono umano».

L'autore de Le particelle elementari ha messo in discussione anche il consenso popolare, spesso citato dai sostenitori della legge. Analizzando un sondaggio che riportava il 92% di pareri favorevoli, ha sottolineato come la domanda fosse posta in modo da orientare la risposta: «Non è molto sorprendente che ci sia il 92% di sì... ma più il tempo passava e più le persone avevano tempo di rifletterci, più vedevano gli inconvenienti del progetto». Per Houellebcq, è fondamentale che la democrazia non si stacchi dalla realtà profonda dei cittadini: «Bisognerebbe che la rappresentanza nazionale non si discostasse troppo dalla vita delle persone rappresentate; è un male per la democrazia».

Un altro punto cruciale dell’intervento riguarda la figura del medico, che Houellebcq vede come la vittima principale di questa legislazione. Egli richiama il Giuramento di Ippocrate come un pilastro etico che prescinde dalla religione: «Il giuramento di Ippocrate è di una chiarezza esemplare... Ippocrate era quasi contemporaneo di Platone, quindi non era affatto cristiano. L’opposizione [all’eutanasia, n.d.R.] non è una cosa da cattolici, o almeno non particolarmente».

Lo scrittore sottolinea il paradosso in cui verrebbero a trovarsi alcune categorie di medici, citando in particolare i professionisti della salute mentale: «Gran parte del loro lavoro, e la parte più difficile, consiste nell’evitare che i pazienti si suicidino. Se un paziente esprime il desiderio di morire e loro rispondono: “Sì, è una buona idea, ti aiuto io, conosco qualcuno che può occuparsene”, non è così che immaginiamo uno psichiatra».

In conclusione, Houellebcq rivolge un appello ai deputati affinché considerino l’impatto di una legge che, a suo avviso, tradisce il mandato sociale della medicina e la natura stessa della condizione umana: «Se le cose dovessero andare davvero così male per me - il che è del tutto possibile, siamo tutti più o meno a lungo termine degli “eleggibili” - io chiederei compassione prima di tutto... ma non è una cosa che si può legiferare in questo modo».







Nella contesa sulla liturgia è "stallo alla messicana"



L'un contro l'altro armati (di messale) ma paralizzati: nella disputa ai piedi dell'altare, fra i tre o più contendenti nessuno prevale. Difficile chiuderla in un pontificato, ma dopo l'approccio barricadero di Francesco il più pragmatico Leone potrà almeno allentare le tensioni.

Lettera

Ecclesia 


Aurelio Porfiri, 20-02-2026

Caro direttore,

l'attuale situazione della liturgia sembra somigliare a quella di uno “stallo alla messicana”. Questa espressione, forse coniata nel XIX secolo, indica quella situazione in cui tre o più contendenti si tengono sotto tiro in una situazione di grande tensione, in cui chiunque può essere il vincitore o lo sconfitto.

Certo nel nostro caso non tutti i “concorrenti” sono sullo stesso piano. Ci sono quei liturgisti che vedono la riforma liturgica del Vaticano II come una rottura con il passato, ispirati dall’ermeneutica portata avanti dalla cosiddetta “scuola di Bologna”. Purtroppo, questa interpretazione è da decenni prevalente, pur se essa è intrinsecamente falsa. C’è poi una minoranza che sposa l’ermeneutica della continuità, per cui la riforma liturgica promossa dal Vaticano II non va vista in opposizione alla tradizione liturgica e musicale della Chiesa. Queste persone, spesso malviste, sono voci che gridano nel deserto. Poi abbiamo il mondo tradizionalista, che si affida al rito che ha preceduto la cosiddetta “messa di Paolo VI”. Anch’essa è una minoranza che cerca di ritagliarsi uno spazio in una Chiesa che, a parole, si dice inclusiva.

Purtroppo, la situazione vede i primi mantenere un approccio ideologico alla riforma liturgica che impedisce di vedere i problemi ed ammettere i fallimenti, cosa che rende difficile mantenere un sano dialogo con i sostenitori dell’ermeneutica della continuità e con i tradizionalisti. Tutto viene visto nell’ottica di un approccio che impedisce una valutazione serena dei problemi che pur si sono verificati in questi decenni. Se si ha la possibilità di parlare privatamente con alcuni di questi difensori della situazione attuale, ovviamente si hanno ammissioni sui gravi e irrisolti problemi della liturgia, ma pubblicamente sembra che si debba difendere la linea ufficiale e da quella non ci si può allontanare.

Papa Francesco, che non aveva la liturgia tra le sue priorità, ha un poco rafforzato l’ideologia di queste persone, specie con un discorso del 24 agosto 2017 ai partecipanti alla Settimana Liturgica organizzata dal Centro Azione Liturgica, in cui ha detto: «Dopo questo magistero, dopo questo lungo cammino possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile». Furono «parole chiare e pronunciate con determinazione», come disse il liturgista Corrado Maggioni in un numero della Rivista di Pastorale Liturgica. Certamente, una affermazione impegnativa e che sembra vincolare anche i Papi suoi successori, cosa che sembra quantomeno peculiare, perché non si può escludere che un futuro Pontefice o Concilio voglia promuovere una riforma della liturgia che modifichi in modo significativo la riforma attuale o anche, per assurdo, che ritorni a certe forme rituali precedenti.

Purtroppo questa rigidità da una parte si traduce in rigidità anche in altre parti. È un poco quello che accade nell’ambito geopolitico: se un Paese si riarma, devono farlo anche gli altri. Da quello che mi è sembrato in questi anni, è ovvio che alcuni cercano in tutti i modi di preservare il paradigma postconciliare prendendo la parola “paradigma” nel senso dato da Thomas Kuhn in The Structure of Scientific Revolutions del 1962. Questo tentativo di conservazione porta a tutta una serie di paranoie che investono tutti coloro che discutono la narrativa ufficiale.
Si badi bene: questo paradigma postconciliare non è la riforma liturgica del Vaticano II, ma una deriva della stessa, una interpretazione che molto si è allontanata da quanto i documenti stessi del Concilio suggerivano.

In realtà, se dovessi ben descrivere la situazione attuale la vedrei certamente sotto il segno della paralisi, ed ecco che torna utile l’immagine dello stallo alla messicana. Io non credo che un Papa possa risolvere un problema così radicato nella Chiesa, anche se l’approccio più pragmatico di Leone XIV rispetto a quello barricadero di Francesco può certamente aiutare verso un allentamento della tensione.






giovedì 19 febbraio 2026

La cornice iniziale del risorgimento contro-rivoluzionario



In questo articolo, pubblicato su «Catolicismo» (n° 86, febbraio 1958), il celebre pensatore e leader cattolico brasiliano, analizza la missione di Maria Santissima, a partire dalle grandi apparizioni ed eventi mariani del secolo XIX e XX, nella restaurazione della civiltà cristiana e nella sconfitta della Rivoluzione (nell’accezione dello stesso insigne autore nel suo capolavoro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione). Traduzione di Giovanni Cantoni. Tratto da «Cristianità».


Saggi di Plinio Corrêa de Oliveira


di Plinio Corrêa de Oliveira

Il prossimo 11 febbraio ricorre il centesimo anniversario della prima apparizione della Madonna a Lourdes.

Il fatto, considerato nella semplicità delle sue linee essenziali, non lo ignora nessuno. Inoltre nel 1854 con la Bolla Ineffabilis, il grande Papa Pio IX definiva come dogma l'Immacolata Concezione della Madonna. A Lourdes, nel 1858, dall'11 febbraio al 16 luglio, la Vergine appariva diciotto volte a una figlia del popolo, Bernadette Soubirous, dichiarando di essere l'Immacolata Concezione. Da quel momento ebbero inizio i miracoli. E la grande meraviglia di Lourdes cominciò a splendere dinanzi agli occhi di tutto il mondo, sino ai nostri giorni. Il miracolo che conferma il dogma: ecco in sintesi la relazione tra l'avvenimento del 1854 e quello del 1858.

Secolo XIX: problemi analoghi a quelli odierni

Tuttavia, quel che il grande pubblico conosce meno è il rapporto esistente tra questi due grandi avvenimenti con i problemi della metà del secolo XIX, tanto diversi da quelli di oggi ma nello stesso tempo loro così somiglianti.

Nel definire il dogma dell'Immacolata Concezione, il Papa Pio IX destò in tutto l'orbe civile ripercussioni ad un tempo contrastanti e profonde.

Da un lato, in tanta parte dei fedeli, la definizione del dogma suscitò un immenso entusiasmo. Vedere un Vicario di Gesù Cristo che si ergeva in tutta la pienezza e maestà del suo potere per proclamare un dogma in pieno secolo XIX, equivaleva ad assistere a una sfida ammirevolmente sprezzante e ardita contro lo scetticismo dilagante e che già da allora corrodeva fin dalle fondamenta la civiltà occidentale.

Liberalismo: piaga del secolo XIX

Bisogna poi aggiungere che quel dogma era mariano. Ora il liberalismo, un'altra piaga del secolo XIX, tende per sua natura all'interconfessionalismo, ad affermare tutto quanto le diverse religioni hanno in comune (il che in ultima analisi si riduce a un vago deismo), e a sminuire, se non a rifiutare formalmente, tutto ciò che le separa. Quindi, la proclamazione di un nuovo dogma mariano - precisamente come è avvenuto in certi ambienti con la recente definizione del dogma dell'Assunzione - si presentava agli interconfessionalisti occulti o palesi del 1854 come una seria e inattesa barriera alla realizzazione dei loro disegni.

Il dogma dell'Immacolata Concezione urtava profondamente lo spirito ugualitario della Rivoluzione

Ancor più, il nuovo dogma di suo urtava in profondità lo spirito essenzialmente ugualitario della Rivoluzione che, a partire dal 1789, imperversava dispoticamente in Occidente. Quindi, vedere una semplice creatura innalzata in quel modo al di sopra di tutte le altre, per un privilegio inestimabile, concessole al primo istante della sua esistenza, era qualcosa che non poteva e non può non dispiacere ai figli della Rivoluzione, che proclamavano l'uguaglianza assoluta tra gli uomini come il principio di ogni ordine, di ogni giustizia e di ogni bene. Ai non-cattolici, come pure ai cattolici più o meno contagiati dallo spirito del 1789, doleva di accettare che Dio avesse stabilito con tanto risalto, nel Creato, un elemento di una così marcata disuguaglianza.

Infine, la natura stessa del privilegio è invisa agli spiriti liberali. Se qualcuno ammette il peccato originale, con tutta la sequela di sregolatezze dell'anima e di miserie del corpo che esso cagionò, dovrà accettare che l'uomo ha bisogno di un'autorità, al cui imperio è tenuto a sottomettersi. Ora, la definizione dell'Immacolata Concezione comportava una riaffermazione implicita dell'insegnamento della Chiesa al riguardo.

La Vergine immacolata schiacciò la testa del serpente

Tuttavia, per quanto tutto ciò sia significativo, non consisteva solo in questo quanto oseremmo chiamare il "sale" del glorioso evento della definizione dogmatica. Infatti, è impossibile pensare alla Vergine Immacolata senza nello stesso tempo ricordare il serpente il cui capo Ella schiacciò sotto il calcagno in modo trionfale e definitivo. Lo spirito rivoluzionario è lo spirito proprio del demonio, e sarebbe impossibile, a una persona di fede, non riconoscere la parte che spetta al demonio nella nascita e diffusione degli errori della Rivoluzione, dalla catastrofe religiosa del secolo XVI alla catastrofe politica del secolo XVIII e a tutto quanto ne seguì. Di conseguenza, vedere proclamato in quel modo il trionfo della sua massima, definitiva, inflessibile nemica era, per il potere delle tenebre, la più orribile umiliazione. Donde un frastuono di voci umane e di ruggiti satanici in tutto il mondo, simili a un'immensa e fragorosa tempesta. Al vedere che contro quella tempesta di passioni inconfessabili, di odî minacciosi, di invettive furibonde, si ergeva sola e intrepida la maestosa figura del Vicario di Cristo, priva di tutte le risorse terrene e fidente soltanto nell'ausilio del Cielo, era una fonte, per i veri cattolici, di un giubilo uguale a quello che provarono gli Apostoli nel vedere ergersi, nella tempesta scatenata sul Lago di Genezaret, la figura divinamente virile del Salvatore per dare ordini imperiosi ai venti e al mare: "Venti et mare obœdiunt ei" (Mt. 8,27).

Inizio del crollo della Rivoluzione

Così come dagli Unni si lasciarono sconfiggere o mettere in fuga tutti i generali e governatori dell'Impero Romano, così pure di fronte alla Rivoluzione un numero incalcolabile di coloro che nella società temporale avrebbero dovuto difendere la Chiesa e la Civiltà cristiana, si trovavano nella deplorevole situazione di sconfitti o sbaragliati.

In quella situazione di alta e grandiosa drammaticità, Pio IX, come San Leone Magno, era da solo ad affrontare l'avversario e ad imporgli la ritirata.

Ritirarsi? La proposta sembra sfrontata. Eppure, nulla di più vero. Infatti, a partire dal 1854, la Rivoluzione incominciò a subire le sue grandi sconfitte. È certo che, nelle apparenze come nella realtà, essa continuò a sviluppare il proprio impero sulla terra. L'ugualitarismo, la sensualità, lo scetticismo hanno riportato via via delle vittorie sempre più ampie e radicali. Sorgeva però qualcosa di nuovo. E questa cosa modesta, sotto tono, dall'aspetto insignificante, a sua volta sta crescendo inesorabilmente e è destinata infine a uccidere la Rivoluzione.

La Chiesa è il centro della storia

La Chiesa è, nei piani di Dio, il centro della Storia. È la Sposa Mistica di Cristo, che Egli ama con un amore unico e perfetto, e alla quale volle sottomettere ogni creatura. È chiaro che lo Sposo non abbandona mai la Sposa, e che è sommamente sollecito della sua gloria. Quindi, nella misura in cui il suo elemento umano si mantiene fedele a Nostro Signore Gesù Cristo, la Chiesa non ha nulla da temere. Persino le maggiori persecuzioni serviranno alla sua gloria. E le più insigni onorificenze e i momenti di maggiore prosperità non affievoliranno nel popolo fedele il senso del dovere e l'amore alla Croce. Questo sul piano spirituale.

D’altro canto, sul piano temporale, se gli uomini apriranno la loro anima all'influenza della Chiesa, gli sarà schiusa la via a tutte le prosperità e grandezze. Se invece defezioneranno, si esporranno a tutte le catastrofi ed abominazioni. Per un popolo che arriva ad appartenere al grembo della Chiesa, vi è un solo ordine normale, cioè la civiltà cristiana. E questa civiltà cristiana, superiore a tutte le altre, ha come principio vitale la religione cattolica.

Le condizioni per una Chiesa fiorente

A sua volta, sono tre le condizioni per una Chiesa fiorente, tanto essenziali da superare tutte le altre. Ne ho già parlato molto, ma non sarà mai sufficiente insistere.

Anzitutto, vi è la devozione eucaristica. Nostro Signore presente nel Santissimo Sacramento è il sole della Chiesa. Da Lui ci vengono tutte le grazie. Ma queste devono passare attraverso Maria, poiché Ella è la Mediatrice Universale, per mezzo della Quale andiamo da Gesù, e per la Quale Gesù viene a noi. La devozione mariana intensa, luminosa, filiale è, quindi, la seconda condizione per la fioritura della virtù. Se Nostro Signore nel Santissimo Sacramento è presente, ma non ci parla, la sua voce arriva a mediante il Sommo Pontefice. Di conseguenza, la docilità al Successore di San Pietro è il frutto proprio e logico della devozione alla Sacra Eucaristia e alla Madonna.

Dunque, quando queste tre devozioni fioriscono, prima o poi la Chiesa trionfa. E, a contrario sensu, quando esse sono in declino, prima o poi la civiltà cristiana decade.

L'Immacolata Concezione

Da molto tempo, gli ambienti cattolici d'Europa e d'America venivano corrosi da una vera lebbra, il giansenismo, che mirava precisamente ad indebolire la Chiesa, minando la devozione al Santissimo Sacramento sotto le apparenze di un falso rispetto. Questa eresia esigeva tali disposizioni perché qualcuno si avvicinasse alla Sacra Mensa, che la gente, purtroppo in gran numero a causa della sua influenza, smetteva quasi del tutto di fare la comunione. Su un altro fronte, il giansenismo si faceva promotore di una campagna insistente contro la devozione alla Madonna, che accusava di allontanare da Gesù Cristo, invece di condurre a Lui. Infine, questa eresia muoveva una lotta incessante contro il Papato, e specialmente contro l'infallibilità del Sommo Pontefice.

Dunque, la definizione del dogma dell'Immacolata Concezione fu la prima delle grandi sconfitte subite dal nemico interno. Infatti, nacque da qui un immenso fiume di devozione mariana, che venne ingrossandosi sempre di più. Per provare che tutto ci viene per mezzo di Maria, la Provvidenza volle che fosse mariano il primo grande trionfo.

Lourdes, una stripitosa conferma del dogma

Tuttavia, per glorificare ulteriormente sua Madre, Nostro Signore fece di più. A Lourdes, a strepitosa conferma del dogma, fece quel che mai si era visto prima: impiantò nel mondo il miracolo, come prodotto in serie e su base permanente. Fino ad allora, il miracolo era capitato nella Chiesa sporadicamente. A Lourdes, però, le guarigioni sempre più scientificamente sanzionate e di origine autenticamente soprannaturale si succedono, da cento anni, quasi a getto continuo, a fronte di un secolo confuso e smarrito.

L'infallibilità papale

Da questo braciere di fede, acceso con la definizione dell'Immacolata Concezione, si sviluppò, come una fiammata, un immenso anelito. I migliori, i più dotti, i più qualificati membri della Chiesa desideravano la proclamazione del dogma dell'infallibilità papale. Più di tutti, lo voleva il grande Pio IX. E la definizione di questo dogma fu per il mondo come una sorgente di devozione al Papa, il che significò per l'empietà una nuova sconfitta.

La Sacra Eucaristia


Infine, venne il pontificato di San Pio X, e con esso l'invito alla comunione frequente e persino quotidiana, nonché alla comunione per i bambini. L'era dei grandi trionfi eucaristici incominciò a splendere radiosa, per tutta la Chiesa.

Di conseguenza, l'atmosfera giansenista fu spazzata via dall'interno degli ambienti cattolici. L'epidemia modernista e, più tardi, quella neomodernista non riuscirono ad annullare le grandi vittorie che la Chiesa aveva riportato contro i suoi avversari interni.

Il nemico, più forte che mai


Ma, ci si potrebbe domandare, che risultato ne derivò per la lotta della Chiesa contro i suoi avversari esterni? Non si direbbe che il nemico è più forte che mai, e che ci avviciniamo a quell'era, da tanti secoli sognata dagli illuministi, di un naturalismo scientifico crudo e integrale, dominato dalla tecnica materialista; di una repubblica universale ferocemente ugualitaria, di ispirazione più o meno filantropica e umanitaria, dal cui ambiente viene eliminato ogni residuo di religione soprannaturale? Non si tratta forse di comunismo, non è forse verso questo pericolo che slitta la società occidentale stessa, apparentemente anticomunista, ma che in fondo anch'essa si avvia alla realizzazione di questo "ideale"?

Il mondo intero geme nelle tenebre e nel dolore

È proprio così. Questo pericolo incombe persino più di quanto immaginiamo. Ma nessuno prende in considerazione un fatto di importanza primaria. Ed è che il mondo, mentre si dispone ad essere plasmato secondo questo nefasto disegno, cade sempre più preda di un profondo, immenso, indescrivibile disagio. È un malessere molte volte inconscio, che si presenta vago e indefinito persino quando se ne è consapevoli, ma che nessuno oserebbe contestare. Si direbbe che l'intera umanità sta subendo violenza, come se venisse sospinta in uno stampo inadeguato alla sua misura, e che tutte le sue fibre sane si deformano e resistono. Vi è un'immensa brama di qualcos'altro, che ancora non si sa cos'è. Come sia, c'è un fatto nuovo da quando ebbe inizio, nel secolo XV, il declino della civililtà cristiana: il mondo intero geme nelle tenebre e nel dolore, precisamente come il figliol prodigo quando giunse agli estremi della vergogna e della miseria, lontano dal focolare paterno. Nel momento stesso in cui l'iniquità sembra trionfare, c'è qualcosa di vano nella sua apparente vittoria.

L'esperienza ci mostra che da un simile malcontento nascono le grandi sorprese della Storia. Man mano che le deformazioni si accentueranno, si acuirà il malessere. Chi mai potrà dire quali magnifici sussulti ne potranno scaturire? Nell'estremo del peccato sta molte volte, per il peccatore, l'ora della misericordia divina…

Quindi, questo sano e promettente malessere è, secondo me, un frutto del risorgimento della tempra cattolica dovuta ai grandi avvenimenti che ho già descritto; un risorgimento che si ripercuote in maniera favorevole su quel che rimane come residuo di vita e di salute in tutte le aree culturali del mondo.

La grande conversione

Fu certamente un grande momento, nella vita del figliol prodigo, quello in cui il suo spirito appannato dal vizio acquisì una nuova lucidità, e la sua volontà un nuovo vigore, nel meditare sulla situazione miserabile in cui era caduto e su tutti gli scellerati errori che l'avevano condotto fuori della casa paterna. Toccato dalla grazia, si trovò più chiaramente che mai dinanzi alla grande alternativa: o pentirsi e ritornare, oppure perseverare nell'errore ed accettare le sue conseguenze sino al più tragico finale. Tutto ciò che di buono un'educazione retta aveva seminato in lui, rinasceva meravigliosamente in quel provvidenziale istante. Mentre, di contro, la tirannia delle cattive abitudini faceva sentire tutto il suo peso, più atroce che mai. Ci fu allora lo scontro interno. Egli scelse il bene. E il resto della storia lo conosciamo dal Vangelo.

Non ci staremo forse avvicinando a quel momento? Tutte le grazie accumulate dall'umanità peccatrice con questa rinascita di devozione alla Sacra Eucaristia, alla Madonna e al Papa non produrranno, precisamente nei momenti tragici di una crisi apocalittica che pare inevitabile, la grande conversione?

La lezione di Lourdes

Il futuro lo conosce solo Dio. Tuttavia, a noi, uomini, è lecito ipotizzarlo secondo le regole della probabilità.

Stiamo vivendo una terribile ora di castighi. Ma questa può essere pure una magnifica ora di misericordia, a condizione di rivolgere lo sguardo a Maria, Stella del Mare, che ci guida in mezzo alle tempeste. Nell’arco di cento anni, mossa dalla compassione verso l'umanità peccatrice, la Madonna ci sta ottenendo i più strepitosi miracoli. Questa compassione si sarà esaurita? Avranno forse fine le misericordie di una Madre, anzi, la migliore delle madri? Chi oserebbe affermarlo? Se qualcuno dubitasse, Lourdes gli servirebbe da ammirevole lezione di fiducia. La Vergine Santissima dovrà soccorrerci.

Lourdes e Fatima

Dovrà soccorrerci. Un'espressione in parte vera e in parte falsa. Poiché, infatti, Lei ha già cominciato a soccorrerci. La definizione dei dogmi dell'Immacolata Concezione e dell'infallibilità papale, il rinnovamento della devozione eucaristica hanno il loro seguito nei fasti mariani dei pontificati successivi a San Pio X. La Madonna apparve a Fatima sotto Benedetto XV e precisamente nel giorno in cui Pio XII era consacrato vescovo, il 13 maggio del 1917, ci fu la prima apparizione. Sotto Pio XI, il messaggio di Fatima si diffuse dolcemente, ma decisamente, per tutta la terra. In quella stessa occasione, il 75° anniversario delle apparizioni di Lourdes fu commemorato dal Sommo Pontefice con notevole giubilo, per il tramite del suo legato alle celebrazioni, l'allora Cardinale Pacelli. Il pontificato di Pio XII passò alla storia per la sua definizione del dogma dell'Assunzione e per l'Incoronazione della Madonna come Regina del Mondo. Durante quel pontificato, il Cardinale Masella, tanto caro ai brasiliani, a nome del Papa Pio XII incoronò la statua della Santissima Vergine a Fatima.

Sono luci che, dalla grotta di Massabielle alla Cova da Iria, costituiscono una brillante collana di eventi.

Il Regno del Cuore immacolato di Maria

Questo articolo si ferma a Fatima. Nelle sue apparizioni la Madonna prospettò perfettamente l'alternativa. O ci convertiamo, oppure si abbatterà un tremendo castigo. Ma, infine, nel mondo sarà instaurato il Regno del Cuore Immacolato. In altri termini, in qualsiasi modo, con maggiori o minori sofferenze per gli uomini, il Cuore di Maria trionferà. Il che vuol dire, insomma, che in sintonia con il Messaggio di Fatima, i giorni del dominio dell'empietà sono contati. La definizione del dogma dell'Immacolata Concezione non ha segnato altro che l'inizio di un a serie di eventi destinata a condurci al Regno di Maria.



Attribuzione immagine: Di Dennis Jarvis from Halifax, Canada - France-002009 - Our Lady of Lourdes, CC BY-SA 2.0, Wikimedia.







Dio, creatore della bellezza, deve essere glorificato con la bellezza. Ecco perché la liturgia deve essere ordinata, precisa e… bella


La Liturgia Tradizionale è il Paradiso in terra.

“Il Rito Tradizionale della Messa impone la cura, l’ordine. Impone la bellezza. Non così il Rito riformato negli anni ’60. Infatti, non casualmente, in questo rito avvengono tutti gli abusi possibili e immaginabili… perfino quelli inimmaginabili. Trionfa la sciatteria, la scompostezza e la bruttezza”.
Luigi C.





Il Cammino dei Tre Sentieri, 16-02-2026

1. Dio è l’essere perfettissimo. E’ l’Assoluto. Dunque ha tutte le virtù al grado massimo. Dio è pertanto massimamente Vero, massimamente Buono e massimamente Bello. E’ l’Assoluto della Bellezza. Tutto ciò che di bello vi è nella natura partecipa della bellezza di Dio. Nulla può essere bello che non provenga da Dio e non si fondi sulla di Lui bellezza.

2. Dio creatore richiede che in Lui tutto venga ricapitolato, ciò perché solo in Dio tutto ha significato e perché tutto deve ritornare a Lui, essendo Egli l’elargitore di ogni dono.

Anche la bellezza gli è dovuta. Per Dio occorre produrre cose belle. Pensare di offrire a Dio ciò che non è bello, è blasfemo. Se a coloro che ci sono cari cerchiamo di dare il meglio, a maggior ragione dobbiamo dare il meglio a Dio. Ciò vale per l’arte, ma vale anche per la vita. La nostra anima deve essere bella per Dio. Quando si riceve Dio in Corpo, Sangue, Anima e Divinità nell’Eucaristia bisogna essere in stato di grazia, perché Dio non può venire accolto nel marciume del peccato. Dio somma purezza deve essere accolto nella purezza.

3. E ciò vale anche per la liturgia e per i luoghi e le cose della liturgia. San Francesco d’Assisi, che pur pretendeva la massima povertà per i suoi frati, affermava che le chiese, per l’incommensurabile Mistero che in esse si realizza, dovrebbero essere broccate di oro e di argento. E ci teneva che tutto ciò che è necessario per la celebrazione del Santo Sacrificio fosse ordinato e pulito. E’ vero che la liturgia non è opera dell’uomo, ma è pur vero che essa, voluta da Dio, è riprodotta dall’uomo, in questo caso dal sacerdote alter-Christus. Ebbene, costui non può permettersi alcuna sciatteria. Deve impegnarsi perché la liturgia sia ordinata, precisa e bella. Sì, bella! Bella non secondo il mondo, ma secondo i canoni della sacralità eterna e divina. Si era nel 1913, quindi in un tempo in cui non si facevano abusi liturgici eppure Gesù così disse a san Pio da Pietrelcina. Il Santo Cappuccino lo racconta a padre Agostino di San Marco in Lamis: “(Gesù) si allontanò da quella turba di sacerdoti con una grande espressione di disgusto sul volto, gridando: ‘Macellai!’” (Epistolario, I, 123).

4. Il Rito Tradizionale della Messa impone la cura, l’ordine. Impone la bellezza. Non così il Rito riformato negli anni ’60. Infatti, non casualmente, in questo rito avvengono tutti gli abusi possibili e immaginabili… perfino quelli inimmaginabili. Trionfa la sciatteria, la scompostezza e la bruttezza.





mercoledì 18 febbraio 2026

Messa delle Ceneri in San Vitale a Pistoia








 

Mercoledì delle Ceneri






Introito

(Sapienza 11,24; 11,24; 11,27)

Tu hai pietà di tutti, o Signore, e non odii nulla di quanto hai fatto: dissimuli i peccati degli uomini per indurli a convertirsi: e perdoni loro, perché Tu sei il Signore Dio nostro.

(Salmo 56,2)

Abbi pietà di me, o Dio, abbi pietà di me: poiché in Te confida l’anima mia.

Colletta

Concedi, o Signore, ai tuoi fedeli: che questo tempo venerando, consacrato ai digiuni, venga da loro accolto con la debita pietà e trascorso con la ferma devozione.

Epistola


(Gioele 2,12-19)

Queste cose dice il Signore: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nelle lacrime, nei sospiri. Lacerate i vostri cuori e non le vostre vesti; tornate al Signore, Dio vostro, che è benigno e misericordioso, paziente e ricco di clemenza, e ci pensa molto avanti di castigare. Chi sa che non cambi e perdoni, e non lasci dietro a sé la benedizione per il sacrificio e la libazione al Signore Dio vostro? Suonate la tromba in Sion, pubblicate il digiuno, convocate l’adunanza, radunate il popolo, purificate la riunione, convocate gli anziani; fate venire i fanciulli e i lattanti, lo sposo novello lasci il suo letto e la novella sposa il suo talamo. Tra il vestibolo e l’altare i sacerdoti, ministri del Signore, piangano, e dicano: Perdona, Signore, perdona al tuo popolo, non abbandonare la tua eredità all’obbrobrio, non la rendere serva delle nazioni; che non si dica fra i popoli: Dov’è il loro Dio? Il Signore ha mostrato zelo per la sua terra ed ha perdonato al suo popolo. Il Signore ha risposto e ha detto al suo popolo: Ecco che io vi manderò il frumento, il vino e l’olio, e ne avrete in abbondanza. e non vi farò più essere l’obbrobrio delle genti; dice il Signore onnipotente.

Graduale

(Salmo 56,2; 56,4)

Abbi pietà di me, o Dio, abbi pietà di me: poiché in Te confida l’anima mia. Dal cielo manderà a liberarmi, svergognando coloro che mi inculcavano.

Tractus

(Salmo 102,10)

Signore, non ci retribuire secondo i peccati che abbiamo commessi, né secondo le nostre iniquità.

(Salmo 78,8-9)

Signore, non Ti ricordare delle nostre passate iniquità: ci prevenga prontamente la tua misericordia, perché siamo divenuti oltremodo miserabili (ci si inginocchia). Soccorrici, o Dio nostra salvezza: e a gloria del tuo nome, o Signore, liberaci; e perdona i nostri peccati per il tuo nome.

Vangelo

(Matteo 6,16-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Quando digiunate, non prendete un’aria melanconica, come gl’ipocriti, che sfigurano la loro faccia per mostrare alla gente che digiunano. In verità vi dico che han già ricevuto la loro mercede. Ma tu, quando digiuni, profumati il capo e la faccia, affinché non alla gente appaia che tu digiuni, ma al tuo Padre, che è nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Non vogliate accumulare tesori sulla terra, dove la ruggine e la tignola consumano e i ladri scassinano e rubano; ma fatevi dei tesori nel cielo, dove né ruggine né tignole consumano, dove i ladri né scassinano né rubano. Perché dove è il tuo tesoro, quivi è anche il tuo cuore.

Meditazione

1. Blaise Pascal dice che chi non riesce a vivere tranquillo, da solo, nella propria stanza, non potrà mai trovare il vero senso della vita. Gesù nel Vangelo di oggi ci ricorda che ognuno di noi è tenuto a pregare Dio nel “segreto”. Cioè non solo senza che il mondo se ne accorga, ma anche senza che il mondo ne possa essere “scandalizzato”.

2. E qui si verifica un paradosso: il mondo pensa di essere sempre in compagnia, ma invece è terribilmente solo. Al contrario, chi vive da solo la compagnia di Dio, abbraccia davvero tutti.

3. Si è soli quando non si è a servizio degli altri, anche se si è fisicamente accanto agli altri. Si è invece in compagnia anche se si è fisicamente da soli, ma si è davvero a servizio degli altri. Questo perché tale condizione ci fa essere vicini a Dio, il quale abbraccia davvero tutti. Si tratta, insomma, di abbracciare gli altri, abbracciando Dio.

4. Con Dio si arriva a reggere l’universo intero. Con Dio anche i più piccoli sacrifici diventano determinanti per le sorti della Storia. Ricordiamolo in questo tempo di Quaresima.

Alla Regina dello Splendore

Madre, accompagnami in questi giorni di “deserto”.

La tua vicinanza mi sia da forza per poter perseverare. Regina dello Splendore, guidami nel cammino della vita.








UN OMICIDIO CHE INTERROGA SULLA VIOLENZA DELLA SINISTRA





EDITORIALI

Quentin Deranque, il giovane cattolico ucciso dalla Sinistra



di Giuseppe Canisio, 18 feb 2026

La morte di Quentin Deranque, avvenuta a soli ventitré anni, non è soltanto l’ennesimo fatto di cronaca nera da archiviare sotto la voce “scontri politici”, ma una ferita profonda che interroga la coscienza morale di una società sempre più incapace di distinguere tra il dissenso legittimo e la disumanizzazione dell’avversario.

Quentin è stato ucciso a Lione dopo un pestaggio brutale da parte di un gruppo di individui incappucciati, rimasti per giorni senza nome e senza volto, in un clima di violenza che ha mostrato quanto fragile sia ormai il confine tra militanza ideologica e odio puro.

La ricostruzione dei fatti parla di un’aggressione avvenuta nei pressi della facoltà di Scienze Politiche, durante una conferenza pubblica della deputata Rima Hassan, esponente di La France insoumise, contesto già carico di tensione e di polarizzazione.

Quentin non era lì per cercare lo scontro, né per imporre con la forza le proprie idee.

Secondo le testimonianze, era presente tra un gruppo di amici che avevano deciso di accompagnare alcune giovani del collettivo femminista identitario Némésis, temendo possibili aggressioni da parte di militanti antagonisti di estrema sinistra.

Quelle paure si sono rivelate tragicamente fondate. Le prime a essere colpite sono state due ragazze, finite a terra sotto i colpi, e subito dopo Quentin, che avrebbe cercato di frapporsi per difenderle.

Circondato da almeno sei aggressori, è stato colpito con ferocia, soprattutto alla testa. Quando è stato trovato, era ancora cosciente, ma già in condizioni gravissime. Ricoverato in coma, è morto due giorni dopo, senza più riprendere conoscenza.

Ridurre Quentin alla categoria di “militante nazionalista”, “di estrema destra” (come ha fatto la stampa di regime, cartacea e online, italiana), non solo è intellettualmente scorretto, ma moralmente ingiusto.

È una semplificazione che cancella la complessità di una persona reale, trasformandola in un’etichetta ideologica funzionale a giustificare, o almeno relativizzare, la violenza subita.

È vero che in passato era stato vicino a Action Française, e successivamente al gruppo Audace di Lione, ma questa era solo una dimensione della sua vita, e neppure la più profonda.

Quentin era innanzitutto un giovane studente di Matematica e Data Science, appassionato di lettura, sportivo, dedito al jogging e alla boxe non come forma di aggressività, ma come disciplina personale.

Chi lo frequentava lo descrive come una persona calma, riflessiva, incapace di gesti violenti. La sua famiglia ha ricordato che aveva sempre sostenuto l’attivismo pacifico e che non era mai stato coinvolto in scontri in precedenza.

Il suo nome non compariva in alcun dossier di radicalizzazione violenta, né di destra né di altro genere. Eppure è morto come se fosse un nemico da eliminare.

Ma soprattutto, Quentin era un convertito. La sua fede cattolica non era un ornamento culturale né una bandiera identitaria, ma una scelta esistenziale che aveva progressivamente trasformato il suo modo di vivere.

Frequentava regolarmente la parrocchia di Saint Georges, partecipava alla Messa, cantava nel coro, studiava il canto gregoriano, serviva alla mensa dei poveri con il gruppo Saint-Martin.

Aveva persino convinto il padre ad avvicinarsi alla fede, condividendo con lui un cammino spirituale che era diventato il centro della sua vita.

Non cercava visibilità, non ostentava la sua religiosità: la viveva nel silenzio delle opere, nel servizio concreto, nella preghiera quotidiana.

Il parroco che lo conosceva bene, padre Laurent Spriet, lo ha definito un pacifista, una persona mite, profondamente coinvolta nella carità verso i più fragili.

Non un estremista, ma un giovane che cercava senso, ordine, verità in un mondo che gli appariva sempre più caotico.

Anche il Corriere della Sera ha riportato le sue parole, sottolineando come Quentin fosse conosciuto soprattutto per il suo impegno tra i poveri, non per la sua militanza politica.

La sua morte assume così un significato che va oltre la cronaca. Non è solo un caso di violenza politica, ma il simbolo di una società che ha smarrito il rispetto per la persona concreta, sostituendolo con la logica della demonizzazione.

Quando l’avversario diventa una caricatura ideologica, tutto diventa possibile: anche colpirlo in sei contro uno, anche lasciarlo a terra sanguinante, anche trasformare una divergenza di opinioni in una condanna a morte di fatto.

I giovani del pellegrinaggio di Chartres, legati a Notre-Dame de Chrétienté, hanno ricordato Quentin con parole semplici ma potentissime, citando il Vangelo di Giovanni: “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”.

Lo hanno descritto come vice capo del capitolo di Lione, fedele della sua parrocchia, servitore dei poveri nelle fredde notti francesi, non come un combattente, ma come un cristiano. Non come un agitatore, ma come un giovane che cercava di vivere il Vangelo nella concretezza della vita quotidiana.

La violenza che lo ha ucciso non è solo fisica, ma anche simbolica. È la violenza di un sistema mediatico che seleziona cosa dire e cosa tacere, che insiste sulle etichette politiche e ignora la dimensione spirituale, che parla di “scontri” per evitare la parola “assassinio”.

È la violenza di una cultura che tollera l’odio quando proviene da certi ambienti ideologici, che giustifica implicitamente l’aggressione se la vittima non rientra nel perimetro delle simpatie dominanti.

Ricordare Quentin nella sua interezza, come giovane credente, studente, volontario, figlio, amico, significa opporsi a questa logica disumanizzante. Significa restituire un volto a chi è stato ridotto a simbolo, una storia a chi è stato trasformato in slogan.

La sua fede non può essere liquidata come folklore reazionario, così come la sua morte non può essere archiviata come incidente di percorso nella lotta politica. Quentin non è morto per uno scontro casuale, ma per l’odio ideologico di chi non tollera la semplice esistenza dell’altro.

La sua vita breve ma intensa rimane così una testimonianza silenziosa: di un cristianesimo vissuto senza clamore, di una giovinezza che cercava la verità più che il potere, di una società che ha bisogno urgente di riscoprire il valore sacro di ogni persona, anche – e soprattutto – quando non la pensa come noi.

Ricordare Quentin non è solo un atto di memoria, ma un gesto di giustizia. Perché finché il suo nome sarà pronunciato come quello di un “militante” e non come quello di un uomo, la violenza che lo ha ucciso non avrà davvero fine.







martedì 17 febbraio 2026

Vescovo Strickland: “Essere sé stessi”, la grande menzogna




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by Aldo Maria Valli 17 feb 2026

Viviamo nel mito dell’autodeterminazione. Un vero e proprio dogma laicista. Non essere sé stessi è il grande peccato, il più grave e imperdonabile.

Questo il tema di una riflessione del vescovo Strickland sulla quale meditare.


***

di monsignor Joseph E. Strickland

Viviamo in un mondo in cui l’autodeterminazione è considerata sacra. Ci viene insegnato, costantemente, che realizzazione significa decidere da soli chi siamo, cosa facciamo e fino a che punto chiunque – Dio incluso – può spingersi. Una visione che non è rimasta fuori dalla porta della chiesa, ma vi è entrata ormai pienamente. E così oggi la menzogna più pericolosa non viene gridata dalle strade. Viene sussurrata nel cuore del credente.

La menzogna è semplice: credere di appartenere a sé stessi. Forse non lo diciamo apertamente, ma lo viviamo. La mia vita. Il mio corpo. La mia verità. Il mio cammino. Il mio discernimento. Parliamo come se Dio desse suggerimenti e noi ci riservassimo il diritto di rifiutare. Ma nessuno nella Scrittura incontra Dio e ne mantiene il controllo. Quando Dio entra in una vita, l’autodeterminazione finisce.

Abramo non negozia sul punto in cui fermare l’obbedienza. Pietro non pone limiti a quanto lontano si spingerà la sequela. Maria non chiede revisioni. Nessuno di loro dice: “Vediamo come si concilia questo con i miei piani”. Dicono di sì. Altrimenti se ne vanno.

Ed è questo che rende il Vangelo pericoloso. Perché non coesiste con l’autonomia. La sostituisce.

Oggi l’autonomia è spesso trattata come qualcosa di innocuo: semplice indipendenza, semplice maturità, semplice responsabilità personale. Ma l’autonomia non è neutrale. L’autonomia è una rivendicazione teologica.

Dire “Io appartengo a me stesso” significa dire qualcosa su Dio. Significa dire che l’autorità di Dio è condizionata, che i suoi comandamenti sono negoziabili, che la sua volontà è soggetta a revisione.

D’altra parte, è stata la prima tentazione. Sarete come dei. Non tanto immorale, quanto indipendente, autosufficiente. E ogni generazione trova un nuovo modo per abbellire questa bugia in modo che appaia ragionevole.

La nostra attuale versione della bugia sembra illuminata. Sembra compassionevole. Sembra psicologicamente informata. Ma è sempre la stessa menzogna.

Il cattolico moderno raramente rifiuta Cristo in modo assoluto. Piuttosto, si riserva silenziosamente il diritto di prevalere su di lui. Lo seguirà finché l’obbedienza non gli costerà la comodità. Fino a quando non gli costerà la reputazione. Fino a quando non gli costerà il controllo. Fino a quando non toccherà il corpo. E poi, all’improvviso, si invoca la coscienza. Si cita il discernimento. Si sottolinea la complessità.

Ma ascoltate attentamente. Nel momento in cui l’obbedienza diventa condizionata, Cristo non è più il Signore. A quel punto, è solo un consigliere.

Se vuoi sapere cosa crede veramente qualcuno riguardo a Dio, non iniziare da ciò che dice. Inizia da ciò che fa. Che fa con il suo corpo. Perché il corpo è il luogo in cui la teologia smette di essere astratta. Il corpo è il luogo in cui autonomia e Vangelo si scontrano.

Ecco perché il mondo è ossessionato dal corpo e infuriato contro l’insegnamento morale cristiano. Non perché la Chiesa sia crudele, ma perché la Chiesa si rifiuta di riconoscere che il corpo sia nostra proprietà.

Ogni discussione morale sul corpo si conclude con la stessa domanda: a chi appartieni? Se il tuo corpo ti appartiene, il sacrificio è facoltativo. Se il tuo corpo appartiene a Cristo, l’obbedienza è inevitabile. Ecco perché la Croce è offensiva. Non perché sia ​​violenta, ma perché afferma una pretesa.

Abbiamo imparato a resistere a Dio con gentilezza. Non ci infuriamo contro di lui. Non lo rinneghiamo apertamente. Semplicemente rimandiamo l’obbedienza a tempo indeterminato. Diciamo cose come: “Non sono ancora pronto”, oppure “Non è lì che mi sento chiamato”, oppure “Devo pregare di più per questo”. E la preghiera diventa una tattica dilatoria. Lo chiamiamo discernimento, ma in realtà è preservazione.

Vogliamo un cristianesimo che ci salvi senza reclamarci, che ci perdoni senza comandarci, che ci conforti senza crocifiggerci. Ma questo cristianesimo non esiste.

L’autonomia sembra più sicura dell’obbedienza perché promette controllo. Promette che la sofferenza sarà limitata, che la perdita sarà gestibile, che Dio non chiederà troppo. Ma questa promessa è falsa. L’autonomia non elimina la sofferenza. Rende solo la sofferenza priva di significato. Quando appartieni a te stesso, il dolore non ha scopo. È solo interruzione, solo furto, solo ingiustizia. Quando invece appartieni a Cristo, anche la sofferenza è accettata. Anche le ferite hanno un senso.

Ecco perché ci opponiamo a essere posseduti. Non perché Dio sia crudele, ma perché abbiamo paura di ciò che potrebbe fare con noi. Temiamo l’oscurità. Temiamo la perdita. Temiamo di essere spesi invece che preservati. E così ci aggrappiamo a noi stessi. Ma l’ironia è questa: il peso più estenuante nasce dal fingere di appartenere a sé stessi.

Parliamo della Croce come se fosse solo un simbolo di compassione. È questo, ma è di più. La Croce è una transazione. Un acquisto. La Scrittura non dice che sei stato ispirato da un prezzo. Dice che sei stato comprato a un prezzo. Comprato!

Questo linguaggio offende le orecchie moderne perché contraddice l’autonomia. Ma è il linguaggio del Vangelo. Gesù Cristo non è morto per restituirti la vita. È morto per prenderla nelle sue mani. Il che significa questo: il tuo tempo non è tuo. Il tuo corpo non è tuo. I tuoi progetti non sono tuoi. Il tuo futuro non è tuo. La tua sofferenza non è tua.

Niente è più neutrale. Tutto è rivendicato. Seguire Cristo non è un processo di autorealizzazione. È un processo di espropriazione. Non perché Dio ti disprezzi, ma perché ti ama troppo per lasciarti sovrano di te stesso. La domanda non è se Cristo abbia il diritto di chiedere tutto. L’unica domanda è se smetteremo di fingere il contrario. Perché il Vangelo non chiede: “Quanto sei disposto a dare?”. Chiede: “Ti arrenderai?”. E la resa non avviene a pezzi.

“Non appartieni a te stesso” suona come una minaccia per un mondo ossessionato dalla libertà. Ma è l’unica frase che davvero libera. Perché se non appartengo a me stesso non devo salvarmi. Non devo giustificarmi. Non devo controllare i risultati. Non devo portare il peso insopportabile dell’autorealizzazione. Se non appartengo a me stesso, la mia vita non è un progetto. È un’offerta.

E le offerte non vengono gestite. Vengono deposte sull’altare.

Quindi la domanda non è se credi in Cristo. La domanda è più semplice e anche più difficile: chi ti possiede? Perché qualsiasi cosa tu rifiuti di cedere è ciò che ti possiede ancora. E Cristo non si contenderà il posto in una vita che insiste nel rimanere sovrana.

Lui aspetta. Non perché non abbia autorità, ma perché l’amore non forza mai. Eppure, la richiesta rimane valida.

Se ti stai chiedendo cosa succederà dopo una gravidanza indesiderata, non devi preoccuparti. Quella vita non è tua, non puoi scartarla o ridefinirla. Non è un’interruzione. Non è un errore. Appartiene a Dio prima ancora di appartenere a te. Affidala a lui!

Se ti stai interrogando sulla confusione, sull’identità, sulla pressione di ridefinire il tuo corpo in modo che corrisponda ai tuoi sentimenti, non devi farlo. Il tuo corpo non è materia prima da inventare. Non è un problema da risolvere. È un dono già reclamato. Offrilo a Dio.

E se ti stai interrogando sul tuo matrimonio, se ti stai chiedendo se ti è permesso andartene, se sei giustificato ad andartene, se la tua infelicità ti dà il permesso di infrangere ciò che un tempo avevi promesso, non devi chiedertelo. Il tuo matrimonio non è un contratto di convenienza. Non è sostenuto dai sentimenti. Non si dissolve per una delusione. Non appartiene solo a te.

Ciò che è stato unito davanti a Dio non può essere disfatto semplicemente perché è diventato pesante, doloroso o solitario. Le difficoltà non cancellano un voto. La sofferenza non invalida automaticamente la fedeltà. Affidalo a Dio.

Se ciò a cui stai ponendo fine è l’abuso – vero abuso, violenza, coercizione, degradazione, distruzione della tua dignità – allora non è di questo che sto parlando. Dio non ti ordina mai di sottometterti al male. Non santifica mai il male. Non ti chiede mai di rimanere dove la tua vita, la tua sicurezza o la tua anima vengono violate.

L’abuso non è una croce da sopportare. È un peccato da fermare. Cercare la sicurezza non è un fallimento nella fede. Nominare l’abuso non è tradimento. Abbandonare il pericolo non è disobbedienza. Anche questo appartiene a Dio.

Ma la difficoltà non è abuso. L’infelicità non è sinonimo di ingiustizia. E il disagio da solo non è il permesso di annullare ciò che è stato promesso a Dio. Quindi dobbiamo dire la verità con chiarezza, senza confusione e senza paura.

Dona a Dio ciò che è ferito. Dona a Dio ciò che è rotto. E non confondere mai l’amore con il silenzio di fronte al male.

Dio non chiama perché è facile. Chiama perché è necessario.

Non ti viene chiesto di sentirti pronto. Non ti viene promesso conforto. Non ti viene garantita la chiarezza prima dell’obbedienza. Ti viene chiesto di arrenderti. Affidati a Dio.

E se vi state chiedendo se vi è permesso dire di no – a una vocazione, a un sacrificio, a una missione che sembra troppo costosa, troppo nascosta, troppo pubblica, troppo impegnativa – semplicemente dovete smetterla di chiedervelo.

Il discepolato non si basa sulle preferenze. Si basa sull’obbedienza. Ciò che Dio ti chiede non è arbitrario. È preciso. Affidalo a Dio.

E se ti stai chiedendo se aggrapparsi sia più sicuro che lasciare andare, se il controllo sia più saggio della fiducia, se trattenere qualcosa ti proteggerà, non devi chiedertelo. Niente a cui ti aggrappi ti salverà. Niente di ciò a cui ti arrendi è perduto. Affidati a Dio.

Perché, in fin dei conti, non si tratta di perdita. Si tratta di verità. Non sei mai stato destinato a portare te stesso. Non sei mai stato destinato a essere artefice della tua salvezza. Non sei mai stato destinato ad appartenere a te stesso.

Sei stato comprato. Sei stato rivendicato. Sei stato amato a un prezzo che non hai fissato e che non potevi pagare. E la libertà che stai cercando non la troverai mai stringendoti forte. La troverai solo lasciando andare.

Quindi smettetela di negoziare. Smettetela di rimandare. Smettetela di fingere di possedere ciò che vi è già stato dato.

Metti la tua vita sull’altare: il tuo corpo, il tuo futuro, le tue ferite, le tue paure, il tuo sì, la tua croce.

Questa non è una sentenza di sconfitta. È l’inizio di tutto!

pillarsoffaith





Minoranze organizzate controllano maggioranze disorganizzate







Islamizzazione dell’Europa. A che punto siamo?



Di Paolo Piro, 16 feb 2026

“Sentiamo il rumore del muro che crolla

ma non quello dell’edera che si insinua,

si radica, fessura e frattura”.


Yusuf al-Qaradawi, esponente di rilievo della Fratellanza Musulmana, nel 2007 in una intervista all’emittente televisiva Al-Jazeera affermò che l’islam avrebbe nuovamente volto le sue mire di conquista verso l’Europa: “La conquista di Roma, la conquista dell’Italia e dell’Europa. Questo significa che l’Islam tornerà in Europa ancora una volta. Si può dire che questa conquista si farà attraverso una guerra? No, non è necessario. Esiste la conquista pacifica, e la conquista pacifica è uno dei principi di questa religione. Prevedo che l’Islam tornerà in Europa senza ricorrere alla spada. Questo sarà fatto attraverso la predicazione e le idee”. 

L’eminente teologo musulmano puntualizzò che si sarebbe trattato del terzo tentativo. Il primo si era consumato ad opera dei Saraceni fra il VII e l’XI secolo, vanificato da Carlo Martello a Poitiers nel 743 e a Tourtour nel 973 dal Duca Guglielmo; il secondo, ad opera degli Ottomani, si infranse nelle acque di Lepanto nel 1571 e sotto le mura di Vienna l’11 settembre del 1783, grazie al Re di Polonia Giovanni III Sobieski. Il terzo tentativo, questa terza aggressione dell’Islam verso l’Europa, sottolineò al-Qaradawi, non userebbe la spada ma la demografia, la predicazione e la battaglia culturale attraverso l’espansione della presenza musulmana con le sue moschee e le sue comunità parallele, alimentate dagli immigrati. Lo stesso Erdogan, aspirante Califfo neo-ottomano, nel 1997, fece suo un brano del poeta nazionalista turco Ziya Gökalp “Le moschee sono le nostre caserme, i minareti le nostre baionette, le cupole i nostri elmi e i credenti i nostri soldati”.

Intanto, il mondo islamico tesse la sua nahda (il risveglio) come definita da Jamal al-Din al-Afghānī, fra i più grandi riformatori dell’islam del XIX secolo, la trama di un risveglio che la Fratellanza Musulmana dal Maghreb, Jamaat dalla regione indiana ed altre realtà nel mondo tessono dal 1922, data della fine del califfato ottomano. In tale contesto si consuma la contesa per la conquista della leadership nella ummah. il contenzioso ha tre pretendenti, gli ayatollah di Teheran i Sauditi di Ryad e il leader turco di Ankara con le varianti, pro-tempore, dell’Isis e di altre sigle. Tutti consci che non basta vincere la battaglia per la supremazia politica e quella del confronto con l’occidente ma occorre, per avocare a sé il titolo di Califfo, possedere le chiavi del luogo sacro islamico per eccellenza, La Mecca. Il che vorrebbe dire, almeno per due dei tre aspiranti, ricevere le chiavi dai sauditi, con le buone o con le cattive. L’ultima volta, nel 1500, cinquant’anni dopo che Maometto II aveva conquistato Costantinopoli, il sultano Selim II marciò con le sue truppe alla volta de La Mecca, allo Sceriffo, che ne deteneva le chiavi, non rimase che consegnarle nelle mani del capo ottomano che, così, acquisiva il titolo di vicario di Maometto (Califfo), guida suprema della Nazione Giusta, la Ummah.

Le sorti di questa vicenda, cioè il terzo tentativo di conquista musulmana, passano per l’Europa, una realtà di difficile definizione. È l’Europa a 27 della Unione Europea? Oppure quella dall’Atlantico agli Urali di woytilana memoria? Oppure l’Europa di una cristianità che non c’è più e che, comunque, continua a costituire, sul piano culturale e spirituale, l’unica vera identità a cui gli europei possono fare riferimento? Risposta difficile perché, oggi, l’Europa rischia sempre più di ridursi ad una espressione geografica intesa come estrema propaggine continentale dell’Asia che si distende verso l’Atlantico.

L’Unione Europea spende il meglio di sé per rendersi insignificante, collabora con il Consiglio d’Europa che comprende 46 Paesi fra i quali la Turchia e si occupa di diritti umani. Il Consiglio, nel 2010, ha votato la risoluzione 1743 che recita “Vogliamo rendere chiaro che l’Islam è parte della Civiltà Europea, che non è una importazione recente, ma ha radici che risalgono a 13 secoli”. Per non farci mancare niente nel 2014 è stata istituita la “Giornata mondiale contro l’Islamofobia” e ogni anno è pubblicato un rapporto che rende edotti sugli episodi islamofobici e la diffusione di quello che viene passato per un diritto umano, cioè “essere musulmani”, come se qualcuno mettesse in dubbio tale libertà. Non esiste, invece, un rapporto annuale sugli istituzionalizzati abusi contro i diritti umani nei paesi dove vige la sharia.

L’Europa dei 27 conta 450milioni di abitanti fra i quali 30milioni di musulmani, poco meno del 7%. Numeri approssimativi dal momento che mancano cifre esatte e in alcuni Paesi, come la Francia, vige il divieto di condurre contabilità inerenti la diffusione di religioni, etnie e quanto altro andrebbe contro l’etos dei “diritti”. Le proiezioni sul futuro dell’Europa, nella prospettiva di alta immigrazione parlano, per il 2050, di 70milioni di musulmani, a fronte di un tragico ed inesorabile declino demografico che riguarda soprattutto la componente autoctona europea. In Italia e Spagna la percentuale di muslim tocca il 5%, nel Regno Unito il 6,5%, in Germania il 7%, in Francia e Belgio il 10%, paesi come la Svezia, la Danimarca, l’Olanda hanno percentuali fra 5 e l’8%. 

Questi ultimi tre Paesi vivono una drammatica situazione sul fronte della sicurezza pubblica, grazie a decenni di maggioranze governative a trazione “Verde” che hanno promosso l’accoglienza senza limiti di immigrati fra i quali molti musulmani. Un welfare oltremodo generoso ha fatto accorrere stranieri da ogni parte del mondo, ha trasformato l’identità di queste nazioni diventate l’emblema del multiculturalismo e del suo fallimento. C’è chi afferma che quello di Stoccolma sia uno Stato fallito, famoso negli anni ’70 del XX secolo per sua maestà il Re che andava sul bus senza scorta, come segno di una democrazia compiuta, oggi interi quartieri sfuggono al controllo delle forze dell’ordine, lo Stato non ha più giurisdizione su di essi. In molti Paesi europei sono sorte società parallele, enclave, dove vige la sharia oppure, come nel Regno Unito, dove si sono insediate diverse ShariaCourt, enti che amministrano la giustizia, valutano divorzi ed eredità secondo il Corano e, infine, interi quartieri del tutto islamizzati come Molenbeek e Schaerbeek in Belgio, Lavapiès in Spagna oppure Marsiglia dove i musulmani puntano a quota 50% della popolazione e la città è definita “città algerina per eccellenza”. In Germania e Regno Unito, le autorità consentono la Sharia Police, ronde che redarguiscono per strada le donne vestite in modo non consono. Non si può dimenticare che le autorità inglesi, nel 2019, negarono l’asilo ad Asia Bibi, la donna cristiana pakistana accusata nel suo paese, di blasfemia. Londra, evidentemente, temeva di non essere in grado di contenere la piazza musulmana.

L’espansione islamica in territorio europeo conta grandi moschee come quella di Roma, Strasburgo o Est London, e quelle simboliche di Poitiers, dedicata ai “martiri saraceni” di Carlo Martello o Cordoba ex capitale dell’emirato di Andalusia, inoltre esistono innumerevoli luoghi di culto che ogni venerdì accolgono milioni di fedeli. In Italia se ne contano circa 1.200, in Germania 2.500, in Spagna 2.000, in Francia 3.000, numeri approssimativi che offrono l’idea del processo di espansione in corso, finanziato da miliardi di petroldollari investiti da Qatar, Arabia Saudita, Emirati e Turchia, un fenomeno avallato dagli stati nazionali anche perché i fondi giungono in Europa unitamente all’avvio di affari e lucrosi investimenti di altro genere. Sarebbe complesso descrivere la progressiva penetrazione turca nei Balcani che ha visto con la guerra in Bosnia Erzegovina del 1992-95, accorrere mujahidin (combattenti islamici) da tutto il mondo e i croato-cattolici diventare piccola minoranza.

Il fenomeno dell’islamizzazione europea si intreccia con quello migratorio, la Germania è la patria delle Ong che incoraggiano ed incentivano l’immigrazionismo promuovendo una cultura multiculturalista che, nonostante il fallimento dei modelli di integrazione anglosassone e di assimilazione francese, continua ad essere alimentata da investimenti su migliaia di progetti come fa, ad esempio, la Migration Hub Network di Berlino, apice del “volontariato” pro migrazioni.

A Bruxelles la popolazione musulmana ha raggiunto il 26%, così come a Birmingham e Rotterdam, ad Anversa il 17, a Manchester il 16, all’Aia il 15, a Vienna e Colonia il 12 e così via. Osservando le dinamiche di espansione dell’Islam si può affermare che al 5% la presenza islamica genera società parallele (enclave), al 10% nascono partiti islamici, al 20% l’islamizzazione è conclamata, oltre, si può ipotizzare lo scontro armato per la sottomissione dell’intera società e, al 70% la dhimmitudine, la sottomissione di cristiani ed ebrei che diventano cittadini di serie “b”.

Il politologo Gaetano Mosca scrive “Minoranze organizzate controllano maggioranze disorganizzate, prive di identità, obiettivi, modelli, senza una visione del mondo, di Dio, dell’uomo” qualcosa di simile è avvenuto durante la rivoluzione di ottobre nel 1917, quando Lenin prese il potere. “I muslim hanno fervore e convinzione, sono convinti della giustezza della loro causa, hanno disciplina” e, soprattutto, hanno un progetto politico, la Ummah. L’uomo europeo mostra di non avere più nulla di tutto questo. Pare non nutrire più convinzioni, ideali, giuste cause per cui vivere e per cui morire.

Mentre il fenomeno che è stato sommariamente decritto continua a lievitare, in Europa, a Roma batte ancora un cuore universale che parla di fede e di speranza, di ideali, di un passato e di un presente che potrebbero costituire il materiale di costruzione per un nuovo futuro. Se le genti d’Europa guardassero a Roma si riapproprierebbero della Speranza, la capacità di pensare e realizzare un grande ideale, un grande progetto, trovando nella cristianità di ieri l’ispirazione per una cristianità di domani, facendo di quel passato il proprio futuro, diverso, migliore e più perfetto di quello che fu, sia nella Fede che nella Carità unico baluardo di fronte ad un Islam che cresce e conquista.



(Foto di Nils Huenerfuerst su Unsplash)





La fuga dall’allarmismo climatico continua


Un cartello che chiede "Giustizia climatica" mostrato durante 
una manifestazione dei Fridays for future a Berlino in occasione
dei 10 anni degli accordi di Parigi sul clima,
 il 12 dicembre 2025 (foto Ansa)

I leader che un tempo si affidavano alla retorica delle emissioni zero ora parlano di sicurezza energetica e crescita economica. E la gente si è stufata di previsioni apocalittiche non basate su dati reali.



Di Bjørn Lomborg, 16 febbraio 2026

Che differenza può fare un solo anno. La spinta, un tempo dominante, a rimodellare radicalmente la società per scongiurare una catastrofe climatica si è sgretolata. Basta guardare a Davos, il grande palcoscenico a lungo monopolizzato dall’attivismo climatico: quel consenso è stato abbandonato proprio da chi lo aveva sostenuto con maggiore forza.

Il segnale è emblematico: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non ha menzionato nemmeno una volta la transizione climatica nel suo intervento a Davos del 2026, dopo averla posta al centro assoluto dei suoi discorsi negli anni precedenti.

Anche Canada e progressisti americani cambiano linea

Ma non si tratta solo dell’Europa. Il premier canadese Mark Carney, che un tempo invocava «un impegno globale per le emissioni zero» per affrontare quello che definiva una «minaccia esistenziale», oggi ammette che l’«architettura della risoluzione collettiva dei problemi» sostenuta a lungo dalle élite del World Economic Forum — e che includeva anche i vertici Onu sul clima — si è «indebolita». In patria, promette ora di trasformare il Canada in una «superpotenza energetica».

Negli Stati Uniti, persino i politici democratici hanno smesso di porre il cambiamento climatico al centro della loro agenda, spostando l’attenzione su accessibilità economica, prezzi bassi dell’energia e sollievo immediato per famiglie e imprese. Zohran Mamdani, socialista democratico e nuovo sindaco di New York, ha condotto la sua campagna sui rincari di cibo e affitti, parlando a malapena di clima.

I “meriti” di Trump e la noia dell’allarmismo climatico

Questo cambiamento globale non è dovuto soltanto all’elezione di Donald Trump. Sono gli elettori stessi a essersi stancati dell’allarmismo climatico incessante, costringendo molte voci dell’attivismo a moderare i toni. Gridare all’apocalisse non porta più dividendi politici.

Altre questioni sono diventate molto più importanti, e in tutto il Nord globale le persone leggono e seguono sempre meno notizie sul cambiamento climatico. Anche i media ne parlano di meno: secondo un’analisi del Washington Post, il 2025 ha registrato il numero più basso di citazioni mediatiche del clima da marzo 2022.

Gli strateghi politici arrivano persino a sconsigliare l’uso dell’espressione “cambiamento climatico”, perché «quando i leader pronunciano quelle parole, gli elettori provano sensazioni negative».

Una correzione di rotta che indica come media e politici di sinistra stanno finalmente raggiungendo l’opinione pubblica, che colloca il clima in basso nella scala delle priorità, persino rispetto ad altre questioni ambientali. Un sondaggio globale del Pew Research Center pubblicato lo scorso agosto mostra, in tutti i paesi ad alto reddito, un calo della percezione del cambiamento climatico come minaccia grave negli ultimi anni.

Questa ricalibrazione riguarda persino gruppi di pressione e osservatori, che hanno abbandonato il catastrofismo aggressivo. Questo arretramento è positivo per politiche sensate, perché l’approccio allarmista si basava su una serie di travisamenti persistenti. Prendiamo l’affermazione secondo cui gli eventi estremi, a causa del clima, ci avrebbero resi drasticamente più vulnerabili. Non è vero.

La grande balla della Cina “green”

I morti causati da disastri legati al clima — tempeste, alluvioni, siccità e incendi — sono diminuiti nettamente nell’ultimo secolo. Nell’ultimo decennio si sono registrati alcuni dei livelli più bassi di sempre, nonostante la popolazione mondiale si sia quadruplicata. Negli anni Venti del Novecento il bilancio globale medio era vicino a mezzo milione di morti l’anno; l’anno scorso è stato inferiore a diecimila: una riduzione di oltre il 97 per cento.

Questo progresso è il risultato di sistemi di allerta migliori, infrastrutture più solide, una risposta ai disastri più efficace e, soprattutto, di una maggiore ricchezza che rende possibili queste protezioni. L’adattamento attraverso l’innovazione si è dimostrato molto più efficace delle restrizioni guidate dalla paura.

Un’altra grande mistificazione è l’idea che la Cina stia diventando rapidamente “verde”. In realtà, la Cina dipende in modo massiccio dai combustibili fossili, come tutti gli altri. Mezzo secolo fa, il 40 per cento dell’energia cinese proveniva da rinnovabili — quando la popolazione era povera e si affidava a legna e sterco. Con l’aumento della ricchezza, i combustibili fossili sono arrivati a coprire il 92 per cento dell’energia nel 2011, e nel 2023 — ultimo anno con dati disponibili — erano ancora all’87 per cento.

Il fallimento della transizione energetica

Gli impegni ambiziosi presi in una serie di vertici climatici per dirottare enormi flussi finanziari verso i paesi poveri per progetti verdi si sono rivelati illusori. Attivisti e politici chiedevano trasformazioni immediate e radicali dell’intera economia, insistendo che solo cambiamenti massicci avrebbero evitato il disastro. Hanno invocato trilioni di dollari da spostare dalle tasche dei contribuenti e dai settori tradizionali verso le rinnovabili. Quelle grandi visioni si sono sgonfiate, e il capitale privato si è quasi del tutto ritirato di fronte a rischi elevati e rendimenti incerti. Ciò che veniva presentato come un’inevitabile ondata di finanza sostenibile oggi appare più come una breve parentesi.

L’Europa offre l’avvertimento più chiaro dello scontro tra idealismo e realtà. La celebrata transizione energetica tedesca è stata un caso da manuale di decisioni sbagliate, enormemente costose, guidate dalla paura climatica. Oggi il cancelliere Friedrich Merz ammette che la Germania ha realizzato «la transizione energetica più costosa dell’intero mondo».

Gran parte dei costi deriva dalla chiusura prematura delle centrali nucleari, che erano affidabili, a basse emissioni e già completamente ammortizzate. Al loro posto, i decisori politici hanno aumentato la dipendenza da carbone e gas, facendo salire le emissioni e facendo impennare i prezzi dell’elettricità. Merz riconosce ora che «abbandonare il nucleare è stato un grave errore strategico».

Il passaggio dall’esagerazione a un realismo più sobrio tra i leader riuniti a Davos rappresenta almeno un progresso. Riflette la consapevolezza che le tattiche basate sulla paura hanno prodotto distacco dell’opinione pubblica, cattive politiche e reazioni politiche negative. Ora dobbiamo concentrarci su ciò che funziona davvero. Per il momento, significa garantire energia sicura e a basso costo per sostenere la prosperità, mentre innoviamo per un futuro più verde.