lunedì 13 febbraio 2023

Appello per preghiere e penitenze durante la Quaresima per la libertà della Messa tradizionale





13 febbraio 2023

Indice degli articoli sulla Traditionis custodes e successivi.Appello per preghiere e penitenze durante la Quaresima


Per la libertà della Messa tradizionale
da parte di Una Voce Internazionale


Una Voce Internazionale e altre organizzazioni, gruppi e singole persone che hanno a cuore la Messa latina tradizionale desiderano fare appello a tutti i cattolici di buona volontà affinché offrano preghiere e penitenze durante il tempo di Quaresima, con la seguente speciale intenzione: La libertà della Messa tradizionale.

Non siamo a conoscenza di quanto siano credibili le voci su nuovi documenti della Santa Sede in proposito, ma l’esistenza di quelle voci segnala una situazione di dubbio, conflitto, apprensione, che è gravemente dannosa per la missione della Chiesa.

Invochiamo Nostro Signore, attraverso la sua Beata Madre, affinché renda a tutti i cattolici il diritto e la possibilità di adorare Iddio secondo le venerabili tradizioni liturgiche della Chiesa, in perfetta unità con il Santo Padre e i vescovi di tutta la Chiesa.


Una Voce Internazionale (Foederatio Internationalis Una Voce, FIUV) ita





domenica 12 febbraio 2023

sabato 11 febbraio 2023

Perché teologicamente è corretto pensare che l’Inferno e il Paradiso abbiano una bruttezza e una bellezza tangibili?



Full title: The Assumption of the Virgin Artist: Francesco Botticini Date made: probably about 1475-6


 11 FEBBRAIO 2023


di Corrado Gnerre

Può sembrare strano, ma attraverso l’osservazione di un fiore si può capire come non ci si debba meravigliare delle immagini tradizionali che la dottrina cattolica ha nei secoli offerto sull’aldilà: sul Paradiso, sull’Inferno e sul Purgatorio. Ma non solo la dottrina ufficiale, anche e soprattutto le visioni di molti santi. A proposito dell’Inferno, pensiamo a quella molto celebre raccontata dai Pastorelli di Fatima. Ma ce ne sono tantissime altre. Ne abbiamo pubblicata recentemente una di santa Veronica Giuliani (clicca qui). Famosa è anche quella raccontata da santa Faustina Kowalska nel suo Diario.

Molti oggi (e non solo teologi) storcono il naso nel leggere certe cose e le etichettano come espressioni infantili, eccessivamente terrorizzanti (se si tratta dell’Inferno o anche del Purgatorio) e -secondo loro- teologicamente inattendibili e scorrette.

E invece – se ci si riflette- questo tipo di visioni sono non solo attendibili, ma anche teologicamente corrette. Vediamo perché.

Prima di tutto il modo cattolico di concepire il mondo ultraterreno deve essere nella prospettiva dell’analogia. Certamente non si può concepire questo “mondo” in maniera totalmente univoca, ovvero pensandolo come una semplice prosecuzione di questa vita. E’ l’errore, per esempio, che fa l’Islam che concepisce il Paradiso come un’amplificazione dei piaceri di questa vita. Ma il mondo ultraterreno non può essere concepito nemmeno in maniera totalmente equivoca, cioè come qualcosa di totalmente altro. Questo errore, invece, lo commettono le religioni orientali, in particolar modo il Buddismo, dove il Nirvana vien non-pensato e non-detto, perché sarebbe solo “vuoto”. E sarebbe “vuoto” in quanto implicherebbe una spersonalizzazione totale dell’uomo e quindi il dissolvimento del soggetto che dovrebbe esperirne stato e condizione.

L’analogia cattolica, invece, si pone in una prospettiva intermedia: l’aldilà non è né una semplice continuazione di questa vita, né un qualcosa di totalmente diverso da questa vita.

Ovviamente in tutto questo c’è anche una logica ben precisa. La resurrezione dei corpi implica che l’aldilà non sia solo uno stato dell’anima, ma anche un “luogo”. Analogicamente… ma anche un “luogo”. Certo, è corretto sottolineare che la beatitudine del Paradiso così come la sofferenza nell’Inferno riguardino soprattutto la dimensione spirituale (per esempio la beatitudine sostanziale per il Paradiso e la pena del danno per l’Inferno), ma ciò non toglie che siano presenti anche una beatitudine “sensibile” (beatitudine accidentale) ed una sofferenza “sensibile” (pena del senso).

Detto questo, rimane ancora insoluto il riferimento al fiore dal quale siamo partiti. Che vuol dire che anche osservando un fiore si possono capire le caratteristiche del mondo ultraterreno? Rispondiamo ponendo un’altra domanda: perché un fiore è bello? Botanicamente si può rispondere perché deve attirare le api per l’impollinazione. Ma davvero basta una risposta di questo tipo? E si potrebbe aggiungere un’altra domanda: perché l’intera natura è bella? La risposta sta nel fatto che Dio, che è Somma Bellezza, creando, ha impresso il suo splendore e questo splendore non solo è manifesto, ma mediatamente (cioè come mezzo) deve ricondurre alla Somma Bellezza di Dio stesso. In questo anche un filosofo pagano (ma grande) come Platone ci può insegnare molto. Per diametrum, dicevano i latini (cioè viceversa), quando ci si allontana da Dio, la Bellezza si disperde e subentra la Bruttezza in tutte le sue declinazioni. Bello e Brutto non sono categorie astratte, ma elementi tangibili, che pedagogicamente devono vincolare perché l’uomo è stato voluto da Dio non solo come spirito ma anche come corpo. Tali categorie, metafisicamente fondate (per la Bruttezza indirettamente per rimozione) non si dissolveranno mai, ma subiranno una totale sublimazione.

Ecco perché il Paradiso non solo è il “luogo” della gioia totale, ma anche della Bellezza totale; così l’Inferno non solo è il “luogo” della sofferenza totale, ma anche della Bruttezza totale.





venerdì 10 febbraio 2023

Lourdes e la conversione del Premio Nobel Alexis Carrel





10 FEBBRAIO 2023


di Corrado Gnerre

“Vergine dolce che soccorri gli infelici, proteggimi. Io credo in Te. (…) Il Tuo nome è più dolce del sole del mattino. Prendi Tu il peccatore inquieto dal cuore in tempesta che si consuma nella ricerca delle chimere. Sotto i consigli profondi e duri del mio orgoglio intellettuale giace, ancora soffocato, il più affascinante di tutti i sogni, quello di credere in Te, di amarti come i frati dall’anima candida.” Questa bella preghiera è stata composta da un grande scienziato, il medico francese Alexis Carrel, premio Nobel nel 1912 grazie alla scoperta di un particolare punto di sutura che poi ha permesso la pratica della trasfusione di sangue, pratica che ha salvato e che salva tante vite umane. Il dottor Carrell era agnostico, ma fu convertito grazie ad un viaggio a Lourdes dove poté constatare ciò che egli riteneva inconstatabile.

La vita


Alexis Carrel nacque a Lione nel 1873. La sua famiglia era di commercianti benestanti. Rimasto orfano di padre, a cinque anni lasciò Lione per andare a vivere in campagna con la mamma. Tornò poi a Lione per gli studi liceali e per frequentare la Facoltà di Medicina. Furono propri gli studi universitari a spingerlo ad abbandonare le convinzioni religiose ricevute dall’educazione familiare per abbracciare la filosofia positivista e materialista. Conservò però sempre una forte nostalgia verso le certezze della sua fanciullezza, soprattutto avvertiva l’inquietudine che li procuravano quelle nuove convinzioni positiviste, incapaci di dare una persuasiva risposta al senso della vita e della morte. Lui stesso, dopo la conversione, scrisse di quel periodo parlando di sé in terza persona: “Assorbito dagli studi scientifici, affascinato dallo spirito della critica tedesca, (Carrel) s’era convinto a poco a poco che al di fuori del metodo positivo, non esisteva certezza alcuna. E le sue idee religiose, distrutte dall’analisi sistematica, l’avevano abbandonato, lasciandogli il ricordo dolcissimo di un sogno delicato e bello. S’era allora rifugiato in un indulgente scetticismo…La ricerca delle essenze e delle cause gli sembrava vana, solo lo studio dei fenomeni, interessante. Il razionalismo soddisfaceva interamente il suo spirito; ma nel fondo del suo cuore si celava una segreta sofferenza, la sensazione di soffocare in un cerchio troppo ristretto, il bisogno insaziabile di una certezza.”

Decide di andare a Lourdes


In quegli anni, negli ambienti medici, si discuteva molto di Lourdes e dei suoi miracoli. C’era chi ci credeva e c’era chi era profondamente scettico. Nel 1894, il famoso scrittore Emile Zola, dopo esser stato a Lourdes e pur essendo stato testimone di fatti inspiegabili, aveva scritto un libro in cui negava decisamente la veridicità delle apparizioni.

Anche Carrel, nel suo positivismo, era convinto che quelli di Lourdes fossero solo sedicenti “miracoli”, in realtà guarigioni frutto di autosuggestione. Volle però andare a constatare di persona e, nel 1902, partecipò come medico ad un pellegrinaggio, occasione che gli fu offerta da un collega che aveva dovuto rinunciare all’ultimo momento. Da questo viaggio venne fuori un libro che ebbe il titolo di Viaggio a Lourdes.

L’incontro con Marie Ferrand


Alexis Carrel era in incognito. Solo pochi conoscevano la sua identità. Voleva solo constatare e aiutare qualche malato. Nel suo scompartimento giaceva una giovane donna, Marie Ferrand (chiamata così nel libro, ma in realtà si chiamava Marie Bailly). Era gravissima: ventre gonfio, pelle lucida, costole sporgenti, addome teso da materia solide, sacca di liquido che occupava la regione ombelicale, febbre alta, gambe gonfie, cuore veloce. Si trattava di peritonite tubercolare. Dolori tremendi! Il dottor Carrel le praticò un’iniezione di morfina. “Avete ancora i genitori?” le domandò. “No, sono morti di tubercolosi da alcuni anni.” Rispose la donna. Dall’età di quindici anni, ella era tubercolotica. I medici che la tenevano in cura dicevano che ormai era all’ultimo stadio. Ella però, pur sentendosi alla fine, era convinta che la Vergine, a Lourdes, le avrebbe concesso qualcosa d’importante: se non la guarigione, almeno la forza per morire in pace.

Il dialogo con un amico credente


Arrivato a Lourdes, Carrel incontrò un suo vecchio compagno di collegio, nel suo libro-diario ne riporta solo le iniziali: A.B. Gli chiese: “Sai se qualche malato è guarito, stamane, nelle piscine?” A.B. rispose: “No, nessuno. Però vidi un miracolo davanti alla grotta. Una suora che camminava con le stampelle. Arrivò, si fece una gran segno di croce, bevve l’acqua della fonte miracolosa…Subito il suo viso s’illuminò, buttò via le stampelle, corse agile alla Grotta, gettandosi in ginocchio davanti alla Vergine…Era guarita.” “La sua guarigione –commentò Carrel- è un caso interessante di autosuggestione!” L’amico ribatté: “Quali sono le guarigioni che, se le constatassi, ti farebbero riconoscere l’esistenza del miracolo?” Il medico rispose: “La guarigione improvvisa di una malattia organica. Una gamba tagliata che rinasce. Un cancro scomparso, una lussazione congenita che improvvisamente guarisce. Allora sì che crederei!..Se mi fosse concesso di vedere un fenomeno tanto interessante, tanto nuovo, sacrificherei tutte le teorie e le ipotesi del mondo. Ma non il minimo timore di arrivare a questo…C’è una ragazza, Marie Ferrand, presso la quale mi hanno chiamato dieci volte ed è in pericolo di vita. E’ tisica, ha una peritonite tubercolare all’ultimo stadio. E’ in uno stato pietoso. Temo che mi muoia tra le mani. Se questa ammalata guarisce, sarebbe veramente un miracolo. Io crederei a tutto e mi farei frate.”

Avviene l’inspiegabile

Nella Sala dell’Immacolata (riservata ai malati più gravi) tutto era pronto per la funzione presso le piscine. Il dottor Carrel si avvicinò al lettino della “sua” ammalata, Marie Ferrand. La visitò rapidamente: il cuore stava per cedere, era alla fine. Il medico le praticò un’iniezione di caffeina, poi disse ai presenti senza farsi sentire dall’ammalata: “E’ una peritonite polmonare all’ultimo stadio. Figlia di genitori morti di tubercolosi in giovane età, è tisica dall’età di 15 anni. Può darsi che viva ancora per qualche giorno, ma è finita.” Anche un altro medico confermò la diagnosi nefasta di Carrel.

Alla piscina non fu possibile immergere Marie Ferrand. Le fecero alcuni lavaggi al ventre. La portarono davanti alla Grotta. L’aspetto della donna era sempre cadaverico. Erano circa le 14.30. Carrel osservava il volto dell’ammalata: gli parve più normale, meno livido. Gli sembrava di avere un’allucinazione, continuò ad osservarla. Le contò le pulsazioni. La respirazione sembrava rallentata. Il volto di Marie Ferrand continuava a cambiare. I suoi occhi sembravano catalizzati verso la Grotta. C’era in lei un sensibile miglioramento, non lo si poteva negare. Lo stupefacente, però, avveniva adesso: Carrel vide a poco a poco la coperta abbassarsi al livello del ventre. Il gonfiore spariva. Si sentì impallidire. Alle 15 la tumefazione era ormai scomparsa. Carrel credeva d’impazzire. Si avvicinò alla donna, ne osservò la respirazione, guardò il collo. Il cuore batteva regolarmente. Le domandò: “Come vi sentite?” Marie rispose sottovoce: “Benissimo. Non sono molto in forze, ma sento che sono guarita.” Carrel così ha scritto, sempre parlando di se stesso in terza persona: “Il medico non parlava più; non pensava più. Il fatto inatteso era totalmente contrario a tutte le previsioni, che egli credeva di sognare…Si alzò, traversò le file serrate dei pellegrini, i quali gridavano invocazioni che egli a stento sentiva, e se ne andò. Erano circa le 16. Quel ch’era accaduto era la cosa impossibile, la cosa inattesa, il miracolo.”

L’inizio di una nuova vita

Marie Ferrand, guarita, fu portata all’ospedale diretto dal dottor Boissaire, lo scienziato che difendeva la veridicità di Lourdes. Carrel tornò a visitarla e dovette constatarne la inspiegabile guarigione. Lo stesso fecero altri medici. Marie era felice e diceva: “Andrò dalle suore di San Vincenzo, loro mi accoglieranno e io assisterò i malati.” Carrel era commosso. Uscì dall’ospedale. Era ormai notte. Si recò alla Basilica e vi entrò. Scorse il suo amico A.B. e cominciarono a parlare. Mentre il medico fissava la statua dell’Immacolata, l’amico gli chiese: “Sei convinto, ora, filosofo incredulo?” Carrel si limitò a rispondere: “Una giovane moribonda è stata guarita sotto i miei occhi in pochi istanti. E’ una cosa meravigliosa, è un miracolo.” A.B. concluse ironizzando: “Ma non è meno vero che ora sei obbligato a vestire il saio! Addio.”

Carrel rimase solo e fu allora che pronunziò quelle parole che abbiamo posto all’inizio: “Vergine dolce che soccorri gli infelici, proteggimi. Io credo in Te…”

Il medico positivista, diventato credente, dedicò poi l’intera sua vita alla scienza (come abbiamo già detto, fu insignito del Nobel nel 1912) e a propagare la devozione alla Vergine di Lourdes. In tarda età fu ingiustamente accusato di collaborazionismo con il governo filonazista di Vichy. Fu un’accusa che lo prostrò molto e lo condusse, il 5 novembre 1944, ad un infarto che gli fu fatale.

A lui si deve una famosa frase che esprime bene il realismo cristiano e l’umiltà che dovrebbe contrassegnare ogni ricerca scientifica: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità.”







giovedì 9 febbraio 2023

SOSTA: Siamo 8 miliardi. E allora?




8 FEBBRAIO 2023


di Diego Torre

Thomas Robert Malthus nel suo Saggio sul principio della Popolazione denunciava l’angosciante pericolo che l’aumento della popolazione avrebbe superato le necessarie risorse della produzione alimentare, provocando una drammatica crisi globale. Correva l’anno 1798 e sulla terra c’era un miliardo di uomini. Questa leggenda ebbe seguaci illustri, come i fautori di una “selezione” della specie umana Charles Darwin e Alfred Russel Wallace, e raccolse grande fortuna sino ai giorni nostri.

Infatti per i maltusiani poco conta che all’aumento della popolazione mondiale corrisponda invece un generale benessere. Valga per tutto la scomparsa delle grandi carestie che hanno afflitto soprattutto l’Africa fino agli anni ’70 del secolo scorso.

Secondo i dati di Our World In Data dal 1820 al 2018, il Prodotto interno lordo globale medio pro capite è aumentato di quasi 15 volte, contro una crescita di 8 volte della popolazione mondiale, e le nere previsioni del reverendo anglicano sono state così smentite.

Eppure il suo pensiero è servito ai tanti fautori dell’eugenetica, della limitazione delle nascite e agli apologeti di aborto ed eutanasia.

E serve ancora! L’ONU ci ha informato che a novembre 2022 abbiamo toccato la cifra di 8 miliardi. Appellandosi al diabolico mix di paura ed egoismo, riparte il vecchio slogan: siamo troppi, dobbiamo diminuire! E quindi ben vengano contraccezione, aborto, sesso fluido ed eutanasia. Sentiremo ancora tante volte questo ritornello, ripetuto dai cultori dello scarto e della morte.

Questo non significa che non esistano condizioni di povertà anche grave; ma esse sono dovute alle guerre, all’inefficienza delle classi dirigenti di alcune nazioni o al sostanziale egoismi dei paesi ricchi. La colpa non è certo del creato, che grazie alla tecnologia è diventato sempre più generoso nel soddisfare il fabbisogno umano. E neanche del Creatore. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?” (Mt 6,26). Non dovremmo dubitare della Sua capacità di provvedere alla creazione, né del Suo amore per l’uomo.

Ma c’è un altro aspetto che sfugge al grande pubblico; eppure è una realtà che stiamo vivendo proprio nei paesi più sviluppati. Il crollo delle nascite si accompagna infatti ad una crescente crisi economica. Quando nascono i figli, c’è sviluppo, maggiore PIL, nuovi fabbisogni proiettati al futuro, potenziamento dello stato sociale e maggiore assistenza agli anziani. E’ l’esperienza storica che in Italia venne chiamata appunto “miracolo economico”, iniziata nel dopoguerra e culminata con il record di nascite del 1964 di un milione di italiani. Oggi ne nascono appena 400.000; 250.000 in meno dei morti: un popolo che si avvia all’estinzione.

Sempre che si sia ancora in tempo per rimediare, questa dovrebbe essere l’urgenza più urgente della politica italiana, la quale invece continua imperterrita a ripetere lo stolido mantra della Legge 194 che “non si tocca”.





Stava per scassinare il tabernacolo ma è stato fermato. Dalla statua di Maria





 7 Febbraio 2023 

di Redazione Tempi


Le cronache a volte ci consegnano episodi apparentemente minori, che tuttavia dicono molto dell’uomo e anche della capacità di Dio di parlare al suo cuore. Uno di questi sembra essere quello di tale Jerrid Farnam, 32 anni, di Sallisaw, in Oklahoma, il quale esattamente un mese fa, ad inizio gennaio, ha pensato bene di far irruzione in un monastero benedettino, quello che si trova a Subiaco, nella contea di Logan, in Arkansas. L’intento dell’uomo era essenzialmente vandalico. Infatti, Farnam aveva con sé una mazza e stava devastando la chiesa dell’abbazia.

Secondo quanto ricostruisce il National Catholic Register, l’intruso – dopo aver già danneggiato l’altare di marmo della chiesa – stava per iniziare a scassinare il tabernacolo dov’è custodita l’eucaristia. A quel punto, però, qualcosa ha fermato Farnam, facendolo desistere dal suo intento: lo sguardo di una statua che lo stava fissando dall’alto, quella della Vergine Maria. La stessa abbazia, in comunicato, ha affermato che l’uomo si era avvicinato al tabernacolo ed aveva rimosso un valo che lo proteggeva prima di «essere interrotto».

Alla fine, Farnam – che ora è accusato di ben sette reati – è stato arrestato lo stesso giorno e tre delle antichissime reliquie (attribuite a san Bonifacio, san Tiberio e san Benedetto da Norcia, risalenti a molti secoli fa) che comunque era riuscito a prendere sono state trovate nel suo camion. Scampato pericolo, dunque, per l’abbazia fondata nel 1878 e che, riferisce la Catholic News Agency, attualmente ospita una comunità di 39 monaci benedettini.

In questa fase, presso il monastero sono in corso dei lavori dei riparazione dei danni che comunque il folle gesto del vandalo ha comportato. Ma il fatto che Farnam, come lui stesso ha riferito alla polizia, non sia riuscito a portare a termine il suo progetto di devastazione non già perché fermato da qualche monaco o da qualche sorvegliante, bensì dallo sguardo di Maria, ecco, getta su questo episodio una luce nuova. E conferma che davvero non è mai troppo tardi, agli occhi di Dio, per smettere di fare il male. Anche quando si stanno compiendo le peggiori profanazioni 

(Fonte Foto: Facebook)




mercoledì 8 febbraio 2023

Sul fallimento totale dell’ermeneutica della continuità




08 FEB 2023

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by Aldo Maria Valli

Renaissance catholique

Negli ultimi tempi si è parlato molto di Benedetto XVI. Se la grande stampa ha ricordato che quando era il garante della dottrina gli fu attribuito il titolo di Panzer Kardinal, i media più conservatori lo hanno salutato come l’architetto della pacificazione liturgica, l’uomo che ebbe il merito di pubblicare il motu proprio Summorum Pontificum. Ma forse si dimentica che con la sua morte si è voltata una pagina della storia della Chiesa, poiché con lui è scomparso l’ultimo grande protagonista del Vaticano II. Nessuno degli ultimi sei padri conciliari sopravvissuti, su duemilacinquecento, ebbe un ruolo paragonabile a quello di Ratzinger. Egli partecipò ai lavori come perito teologico dell’arcivescovo di Colonia, Joseph Frings, e in molte occasioni prestò la sua penna all’importante prelato. Con Joseph Ratzinger è scomparso anche l’ultimo cardinale nominato sotto Paolo VI, una figura chiave che prese parte alle grandi decisioni papali dell’ultimo mezzo secolo, uno dei protagonisti più eminenti della Chiesa contemporanea, il cui ruolo fu di applicare le decisioni dei padri conciliari e di interpretarle.

Un’evoluzione innegabile


Tuttavia, un certo disagio emerse a un certo punto all’interno di questo lungo percorso che portò Benedetto XVI dall’iniziale entusiasmo per l’aggiornamento negli anni Sessanta alla consapevolezza degli eccessi post-conciliari negli anni Novanta e Duemila. In origine, l’uomo che emerse dall’oscurità per diventare il braccio destro del riformista cardinale Frings aspirava a un cambiamento nella Chiesa. In particolare, scrisse al cardinale Ottaviani una lettera fortemente critica nei confronti del funzionamento del Sant’Uffizio e una bozza di testo conciliare sulle fonti della Rivelazione, che preparò con padre Karl Rahner. Collaborò con i padri Yves Congar e Hans Küng nella redazione di Concilium prima di entrare nel comitato di Communio, riviste d’avanguardia particolarmente critiche nei confronti della Curia. Fu persino chiamato da Küng a insegnare per qualche tempo all’Università di Tubinga.

È evidente che negli anni Sessanta e Settanta ci fu una rottura nella vita di Joseph Ratzinger, e non è un caso che l’uomo che fu un riformatore sia stato poi percepito come un conservatore. All’inizio desideroso di aprire la Chiesa al mondo, cercò in seguito di limitare i danni nati da questo orientamento, fino a condannare, a nome della Congregazione per la dottrina della fede, alcuni dei suoi colleghi teologi. Egli stesso confidò nelle sue varie opere di essere stato scosso dalla crisi del 1968, quando molti dei suoi compagni di viaggio si persero nei meandri dell’eterodossia.


Il resto della vita di Benedetto XVI fu impegnato nel riparare i danni del progressismo più radicale. La carica di prefetto del dicastero erede del Sant’Uffizio lo spinse a mettere in guardia dagli errori del tempo presente, così non esitò a denunciare che nella seconda metà del XX secolo lo spirito del mondo si impadronì delle file cattoliche. Nel 1983 pubblicò una dichiarazione di condanna della massoneria e l’anno successivo un’istruzione che mise in guardia dalle pericolose deviazioni della teologia della liberazione. Nel 2000, con la dichiarazione Dominus Iesus, ricordò che “così come c’è un solo Cristo, esiste un solo suo Corpo, una sola sua Sposa: una sola Chiesa cattolica e apostolica” (n. 16) contrastando direttamente le aperture della dichiarazione conciliare Nostra aetate.

Un Concilio sbagliato?


Per quanto oneste siano state le sue osservazioni sui frutti del periodo postconciliare, il coinvolgimento di Joseph Ratzinger nei lavori del Concilio e l’autorità del Vaticano II resero impossibile per lui interrogarsi a fondo in proposito. Per mettere d’accordo passato e presente, sviluppò dunque la tesi del Concilio tradito, un Concilio le cui intenzioni buone erano state deviate, un Concilio che non volle i danni che ne seguirono ma fu dirottato dai media. Questa la spiegazione che più volte presentò nei suoi interventi.

Probabilmente non tenne sufficientemente conto del fatto che le riforme del Vaticano II sono state attuate non dai giornalisti ma, all’interno delle diocesi, dai vescovi che sapevano bene che cosa avevano votato nell’aula conciliare.


In un certo senso, questa visione ricorda la tesi liberale che predominò nella storiografia della Rivoluzione francese nel XIX secolo, a opera di François Auguste Mignet o Adolphe Thiers. La loro idea era che la Rivoluzione, buona agli inizi e virtuosa nelle intenzioni, era infine degenerata con il Terrore perché le masse popolari avevano tradito i nobili ideali delle élite borghesi. Le scuole repubblicane e controrivoluzionarie contrastarono questa visione sottolineando che la Rivoluzione costituiva un blocco le cui sanguinose conseguenze erano in atto già dall’estate del 1789. Certo, il Vaticano II non versò sangue come la ghigliottina, ma il cardinale Suenens, figura eminente del Concilio, secondo il quale “il Concilio fu il 1789 della Chiesa”, non negherebbe l’analogia con la Révolution.


Sembra però che ora il successore di Benedetto XVI stia dando una risposta netta all’equilibrismo di Ratzinger, tutto teso ad armonizzare le diverse scuole di pensiero.

Un’opera di giustizia incompleta


All’interno dell’opera di conciliazione attuata da papa Ratzinger troviamo anche il desiderio di riparare alla condanna dei tradizionalisti. Dopo aver partecipato ai colloqui tra la Santa Sede e l’arcivescovo Lefebvre, egli si sforzò, fin dall’inizio del pontificato, di revocare le condanne che gravavano sia sulla Messa tridentina sia sulla Fraternità San Pio X. Disapprovava la mano pesante con cui erano stati imposti i divieti e c’era in lui una preoccupazione di giustizia secondo cui era necessario un risarcimento. “Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso”: così scrisse ai vescovi di tutto il mondo (Lettera in occasione della pubblicazione di Summorum Pontificum).

Per quanto riguarda la questione liturgica, si può addirittura affermare che questo fu il punto rispetto al quale avviò la retromarcia più marcata. Nella lettera del 2003 al dottor Heinz-Lothar Barth spiegò che l’accostamento di due riti poteva essere solo temporaneo e che alla fine si sarebbe dovuti tornare alla tradizione del rito antico, come se si fosse reso conto, senza dichiararlo esplicitamente, dei limiti della riforma: “Credo tuttavia che, a lungo termine, la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per I vescovi e per i preti è difficile da gestire in pratica. Il rito romano del futuro dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato. Esso potrebbe assumere qualche elemento nuovo che si è sperimentato valido…”.



Resta comunque un mistero il motivo per cui Benedetto XVI non si preoccupò mai di celebrare la Messa tradizionale da papa. Se lo avesse fatto, avrebbe confermato le sue intenzioni.

Circa gli altri temi su cui il Concilio ha innovato, come i fini del matrimonio, la collegialità, la libertà religiosa e l’ecumenismo, Benedetto XVI avallò le riforme fino a perseguire il dialogo interreligioso e non esitando a rinnovare il famoso incontro di Assisi, pur giudicato una delle espressioni più discutibili del pontificato del suo predecessore. Sul tema dei principi fondanti della cattolicità, egli giustificò l’abolizione degli Stati cattolici, voltando le spalle al principio della regalità sociale di Cristo così come era stato inteso per quindici secoli. Eppure è proprio questo principio degli Stati cristiani che in origine ci consentì di uscire dall’epoca delle persecuzioni, di evangelizzare il mondo, di costruire campanili in tutti i villaggi nati sotto il dolce giogo del cristianesimo. Ed è proprio la sua abolizione che sta dando origine a un relativismo segnato da una generalizzata scristianizzazione delle società e da una galoppante disaffezione per le chiese. Mantenendo vivi e attivi i principi del Concilio, c’è quindi motivo di temere che le loro conseguenze più disastrose, come le abbiamo viste negli ultimi sessant’anni, continueranno a operare all’interno della Chiesa.



Per quanto riguarda gli sforzi di conciliazione, la risposta è stata data da papa Francesco stesso. Chiedendo l’abbandono completo del messale tradizionale nel prossimo futuro, e convocando un sinodo sulla sinodalità per rendere impossibile il ritorno al passato, l’attuale pontefice vuole distruggere definitivamente il principio dell’ermeneutica della continuità che è fallito il giorno in cui Benedetto XVI vi ha rinunciato. Invece di cercare tale continuità, l’attuale papa sta facendo leva sulla rottura, che sta diventando percepibile in tutti i settori della Chiesa. Tutto ciò che è radicato nella tradizione viene deriso, presentato come sclerotico, accusato di clericalismo, immobilismo e “indietrismo”. E tutti i cambiamenti e gli sconvolgimenti sono giustificati non certo in nome della Tradizione della Chiesa, sinonimo di permanenza, ma in nome del Vaticano II, simbolo di creatività.

È questa epoca di tabula rasa, iniziata sessant’anni fa, che deve essere interrotta. Ora non resta che pregare affinché un papa, definitivamente liberato dal Concilio e dalle questioni a esso legate, sia in grado di scrivere una nuova pagina della Chiesa, riaffermando i principi eterni del cattolicesimo.

Fonte: renaissancecatholique.fr