martedì 7 febbraio 2023

La messa cattolica come mai nessuno l’aveva spiegata. Un inedito di papa Benedetto





Settimo Cielo

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Dei quindici testi scritti da Benedetto XVI dopo la sua rinuncia al papato e pubblicati per suo volere dopo la sua morte, nel volume edito da Mondadori “Che cos’è il cristianesimo. Quasi un testamento spirituale”, quattro sono inediti e tra questi ce n’è uno che si distingue su tutti.

È di 17 pagine e ha per titolo: “Il significato della comunione”. È stato ultimato il 28 giugno del 2018, proprio mentre era in atto uno scontro accesissimo dentro la Chiesa tedesca e tra questa e Roma sulla questione se dare o no la comunione eucaristica anche ai coniugi protestanti, nel caso di matrimoni interconfessionali, con papa Francesco in confusione, ora per il sì e ora per il no, e qualche volta con il sì e il no detti assieme.


In questo suo scritto, Joseph Ratzinger va alla radice della questione. Se anche i cattolici riducono la messa a una cena fraterna, come è per i protestanti, allora tutto è permesso, anche che l’intercomunione – scrive – diventi il suggello politico della riunificazione tedesca dopo il crollo del Muro di Berlino, come effettivamente avvenne “sotto l’occhio delle telecamere”.


Ma la messa non è una cena, anche se nata durante l’ultima cena di Gesù. E neppure è derivata dai pasti di Gesù con i peccatori. È fin dalle origini solo per la comunità dei credenti, sottoposta “a rigorose condizioni di accesso”. Il suo nome vero è “Eucharistia” e al suo centro c’è l’incontro pasquale con Gesù risorto. Più di tanti liturgisti, ne hanno capito l’essenza – nota Benedetto – quei giovani che adoravano in silenzio il Signore nell’ostia consacrata, nelle Giornate Mondiali della Gioventù di Colonia, Sydney e Madrid.

Qui di seguito è riprodotta la prima parte del saggio di Benedetto. Dotto e agile insieme. Con lampi di ricordi personali e con cenni rapidi e suggestivi a questioni come i fondamenti del celibato sacerdotale o il significato del “pane quotidiano” invocato nel Padre nostro.

La pubblicazione è autorizzata da Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency, PNLA - © 2023 Mondadori Libri S.p.A., Milano, e © 2023 Elio Guerriero per la curatela.


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IL SIGNIFICATO DELLA COMUNIONE




di Joseph Ratzinger / Benedetto XVI

Negli ultimi secoli la celebrazione della Cena non ha affatto occupato uno spazio centrale nella vita ecclesiale delle Chiese protestanti. In non poche comunità la Santa Cena veniva celebrata solo una volta l’anno, il Venerdì Santo. […] È evidente che, rispetto a una pratica di questo tipo, la questione dell’intercomunione non ha alcun rilievo. Solo un sensibile conformarsi all’odierna forma di vita comune cattolica può far diventare la questione umanamente urgente.

Nella Chiesa antica, sorprendentemente, la celebrazione quotidiana della Santa Messa fu considerata ovvia molto presto. Per quanto ne so, non ci fu alcuna discussione attorno a questa pratica, che si impose pacificamente. Solo così si può comprendere il motivo per il quale [nel “Pater noster”] il misterioso aggettivo “epiousion” sia stato quasi ovviamente tradotto con “quotidianus”. Per il cristiano, il “supersostanziale” è il quotidianamente necessario. La celebrazione eucaristica quotidiana si rivelò necessaria soprattutto per i presbiteri e i vescovi quali “sacerdoti” della Nuova Alleanza. In questo ebbe un ruolo significativo la forma di vita celibataria. Il contatto diretto, “corporale” con i misteri di Dio già al tempo dell’Antico Testamento aveva avuto un ruolo significativo nell’escludere la pratica coniugale nei giorni in cui il sacerdote competente ne era incaricato. Tuttavia, poiché ora il sacerdote cristiano aveva a che fare con i santi misteri non più solo temporaneamente, ma era responsabile per sempre del corpo del Signore, del pane “quotidiano”, divenne una necessità l’offrirsi completamente a lui. […]

La prassi della ricezione della Comunione fu tuttavia sottoposta per i laici a notevoli evoluzioni. Certo, il precetto domenicale esigeva che ogni cattolico nel giorno del Signore partecipasse alla celebrazione dei misteri, ma la concezione cattolica dell’Eucaristia non includeva necessariamente la ricezione settimanale della Comunione.

Ricordo che nell’epoca successiva agli anni Venti c’erano, per i vari stati di vita nella Chiesa, giorni della Comunione che come tali erano sempre anche giorni della Confessione e venivano con ciò ad assumere una posizione di rilievo anche nella vita delle famiglie. Era precetto confessarsi almeno una volta all’anno e comunicarsi nel tempo di Pasqua. […] Quando il contadino, il capofamiglia, si era confessato, nella fattoria regnava un’atmosfera particolare: tutti evitavano di fare qualcosa che avrebbe potuto agitarlo e mettere così in pericolo la sua condizione di purezza in vista dei santi misteri. In questi secoli, la Santa Comunione non veniva distribuita durante la Santa Messa, ma a parte, prima o dopo la celebrazione eucaristica. […]

Ma sempre ci sono state anche correnti orientate a una Comunione più frequente, più legata alla liturgia, che hanno acquisito forza con l’inizio del movimento liturgico. […] Il Concilio Vaticano II ne ha riconosciuto le buone ragioni e con ciò ha cercato di mettere in rilievo l’interna unità fra celebrazione comune dell’Eucaristia e personale ricezione della Comunione.

Contemporaneamente, soprattutto negli anni della guerra, in campo evangelico si verificò una divisione tra il Terzo Reich e i cosiddetti “deutsche Christen”, i cristiano-tedeschi, da un lato, e la “bekennende Kirche”, la Chiesa confessante, dall’altro. Questa scissione ebbe come conseguenza un nuovo accordo tra i “bekennende Christen”, i cristiani confessanti evangelici, e la Chiesa cattolica. Ne derivò una spinta favorevole alla Comunione eucaristica comune tra le confessioni. In questa situazione crebbe il desiderio di un unico corpo del Signore che oggi, però, rischia di perdere il suo forte fondamento religioso e, in una Chiesa esteriorizzata, è determinato più da forze politiche e sociali che non dalla ricerca interiore del Signore.

In proposito mi torna alla mente l’immagine di un cancelliere cattolico della Repubblica federale il quale, di fronte all’occhio della telecamera e dunque di fronte anche agli occhi di persone religiosamente indifferenti, bevve al calice eucaristico. Quel gesto, poco dopo l’avvenuta riunificazione, apparve come un atto essenzialmente politico nel quale diveniva manifesta l’unità di tutti i tedeschi. Ripensandoci, ancora oggi avverto di nuovo con grande forza lo straniamento della fede che in questo modo ne è derivato. E quando presidenti della Repubblica federale di Germania, che al tempo stesso erano presidenti dei sinodi della loro Chiesa, hanno regolarmente reclamato a gran voce la Comunione eucaristica interconfessionale, vedo come la richiesta di un pane e un calice comune serva ad altri scopi.

Sulla situazione attuale della vita eucaristica nella Chiesa cattolica possono bastare alcuni cenni. Un processo di grande portata è la scomparsa quasi completa del sacramento della Penitenza che, a seguito della disputa sulla sacramentalità o meno dell’assoluzione collettiva, in pratica è scomparso in ampie parti della Chiesa, riuscendo a trovare un certo rifugio solo nei santuari. […] Con la scomparsa del sacramento della Penitenza si è diffusa una concezione funzionale dell’Eucaristia. […] Chi è presente alI’Eucaristia intesa puramente come cena riceve ovviamente anche il dono dell’Eucaristia. In una simile situazione di protestantizzazione molto avanzata della comprensione dell’Eucaristia l’intercomunione appare naturale. D’altro canto, però, la comprensione cattolica dell’Eucaristia non è del tutto svanita, e soprattutto le Giornate mondiali della gioventù hanno determinato una riscoperta dell’adorazione eucaristica e così anche della presenza del Signore nel sacramento.

A partire dall’esegesi protestante è andata sempre più affermandosi l’opinione secondo cui l’Ultima Cena di Gesù sarebbe stata preparata dai cosiddetti “pasti con i peccatori” del Maestro e si potrebbe comprendere solo sulla loro base. Ma non è così. L’offerta del corpo e del sangue di Gesù Cristo non si ricollega direttamente ai pasti con i peccatori. Indipendentemente dalla questione se l’Ultima Cena di Gesù sia stata o meno un pasto pasquale, essa si colloca nella tradizione teologica e giuridica della festa di Pesach. Di conseguenza è strettamente collegata alla famiglia, alla casa e all’appartenenza al popolo d’Israele. Conformemente a questa prescrizione, Gesù ha celebrato Pesach con la sua famiglia, vale a dire con gli apostoli, che erano divenuti la sua nuova famiglia. Egli così ottemperava a un precetto per il quale i pellegrini che andavano a Gerusalemme potevano unirsi in compagnie, le cosiddette “chaburot”.

I cristiani continuarono questa tradizione. Essi sono la sua “chaburah”, la sua famiglia, che egli ha formato dalla sua compagnia di pellegrini che con lui percorrono la strada del Vangelo attraverso la terra della storia. Così celebrare l’Eucaristia nella Chiesa antica sin dall’inizio fu collegato alla comunità dei credenti e con ciò a rigorose condizioni di accesso, come è possibile vedere dalle fonti più antiche: “Didachè”, Giustino martire, ecc. Questo non ha nulla a che fare con slogan del tipo “Chiesa aperta” o “Chiesa chiusa”. Piuttosto, il profondo divenire la Chiesa una sola cosa, un corpo unico con il Signore, è premessa affinché essa possa con forza portare nel mondo la sua vita e la sua luce.

Nelle comunità ecclesiali scaturite dalla Riforma le celebrazioni del sacramento si chiamano “Cena”. Nella Chiesa cattolica la celebrazione del sacramento del corpo e del sangue di Cristo si chiama “Eucaristia”. Non si tratta di una distinzione casuale, puramente linguistica. Nella distinzione delle denominazioni si manifesta invece una profonda differenza legata alla comprensione del sacramento stesso. Il noto teologo protestante Edmund Schlink in un discorso molto ascoltato durante il Concilio affermò che egli nella celebrazione cattolica dell’Eucaristia non poteva riconoscere l’istituzione del Signore. […] Egli evidentemente era convinto che Lutero, ritornando alla pura struttura della Cena, avesse superato la falsificazione cattolica e visibilmente ristabilito la fedeltà al mandato del Signore “Fate questo…”.

Non è necessario qui discutere quel che nel frattempo è un dato acquisito, cioè che da una prospettiva puramente storica anche la Cena di Gesù è stata del tutto diversa da una celebrazione della Cena luterana. Giusto è invece osservare che già la Chiesa primitiva non ha fenomenologicamente ripetuto la Cena, bensì, al posto della Cena di sera, ha coscientemente celebrato al mattino l’incontro con il Signore, che già nei primissimi tempi non si chiamava più Cena, ma Eucaristia. Solo nell’incontro con il Risorto nella mattina del primo giorno l’istituzione dell’Eucaristia è completa, perché solo col Cristo vivo si possono celebrare i sacri misteri.

Che cosa è avvenuto qui? Perché la Chiesa nascente ha agito in questo modo? Ritorniamo ancora per un attimo alla cena e alla istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù nel corso della cena. Quando il Signore disse “Fate questo”, egli non intendeva invitare i suoi discepoli alla ripetizione dell’Ultima Cena come tale. Se era una celebrazione di Pesach, è chiaro che, conformemente ai precetti dell’Esodo, Pesach veniva celebrata una volta l’anno e non poteva essere ripetuta più volte durante l’anno. Ma anche indipendentemente da questo, è evidente che non veniva dato il mandato di ripetere l’intera cena di allora, bensì unicamente la nuova offerta di Gesù nella quale, conformemente alle parole istitutive, la tradizione del Sinai si collega con l’annuncio della Nuova Alleanza testimoniato specialmente da Geremia. La Chiesa, che si sapeva vincolata alle parole “Fate questo”, sapeva dunque allo stesso tempo che non era da ripetere la cena nel suo complesso, ma che bisognava estrapolare ciò che era essenzialmente nuovo e che per questo andava trovata una nuova forma complessiva. […]

Già il racconto più antico della celebrazione dell’Eucaristia di cui disponiamo – quello tramandatoci all’incirca nel 155 da Giustino martire – mostra che si era formata una nuova unità che consisteva di due componenti fondamentali: l’incontro con la Parola di Dio in una liturgia della Parola e poi l’”Eucaristia” quale “logiké latreia”. “Eucaristia” è la traduzione della parola ebraica “berakah”, ringraziamento, e indica il nucleo centrale della fede e del pregare ebraico al tempo di Gesù. Nei testi sull’Ultima Cena ci è detto diffusamente che Gesù “rese grazie con la preghiera di benedizione”, e dunque l’Eucaristia, insieme alle offerte del pane e del vino, è da considerarsi il nocciolo della forma della sua Ultima Cena. Sono stati soprattutto J.A. Jungmann e Louis Bouyer a mettere in rilievo il significato della “Eucharistia” quale elemento costitutivo.

Quando la celebrazione della istituzione di Gesù avvenuta nell’ambito dell’Ultima Cena è chiamata Eucaristia, è validamente espressa con tale termine sia l’ubbidienza alla istituzione di Gesù, sia la nuova forma di sacramento sviluppatasi nell’incontro con il Risorto. Non si tratta di una riproduzione dell’Ultima Cena di Gesù, ma del nuovo avvenimento dell’incontro con il Risorto: novità e fedeltà stanno insieme. La differenza fra le denominazioni “Cena” ed “Eucaristia” non è superficiale e casuale, bensì indica una differenza fondamentale nella comprensione del mandato di Gesù.









lunedì 6 febbraio 2023

La strategia che i pro-vita devono imparare dai radicali


I dati presentati dall’Associazione Luca Coscioni certificano il fallimento delle Dat. Ma i radicali, anziché arrendersi, rilanciano: non si accontentano della legge sull’eutanasia che c’è già, ma ne chiedono una ancora più estrema, puntando a scardinare l’art. 580 Cp. Una strategia, da anni, vincente. E da cui i pro-life del “non tocchiamo la 194” dovrebbero imparare.



FLOP DELLE DAT
EDITORIALI

Tommaso Scandroglio, 06-02-2023

Flop delle Dat. Questa la sintesi, dal suono fumettistico-onomatopeico, dei dati presentati dall’Associazione Luca Coscioni in merito a quanti italiani hanno sottoscritto le Disposizioni anticipate di trattamento, documento disciplinato dalla Legge 219/17. Flop perché solo 185.500 italiani, dall’inizio del 2018 ad oggi, hanno redatto le proprie Dat, ossia solo 4 italiani su 1.000. Banale a dirsi, i radicali sono su tutte le furie perché, per loro, l’autonomia decisionale del singolo è da incensare solo quando coincide con i loro desiderata, che nel caso specifico significa eutanasia. Quando invece i cittadini liberamente scelgono di non sottoscrivere nessun contratto di morte, ecco che s’inalberano e sono pronti a bacchettare quelle mani che si sono rifiutate di firmare la propria condanna a morte.

Naturalmente strepitano perché questo strumento non è conosciuto abbastanza, perché, se lo fosse, riempiremmo felicemente molte fosse di altrettanti nostri connazionali. Poi, come spesso avviene, i radicali, laddove c’è una sconfitta, non si chiudono a riccio difendendo con i denti il terreno conquistato, ma fanno l’opposto, ossia colgono l’occasione per rilanciare: che il Parlamento approvi una legge sull’eutanasia perché, secondo le loro stime, se ci fosse tale legge ben il 4% degli italiani si toglierebbe la vita anzitempo. Ciò detto, i radicali sanno bene che una legge sull’eutanasia c’è già, è appunto la legge 219/17. Solo che loro vogliono ampliare le modalità eutanasiche non contemplate da quella norma, come ad esempio il suicidio assistito.

A margine: i politicanti sedicenti cattolici o sedicenti pro-life imparino da costoro. Cappato & Co. non argomentano così: c’è l’art. 580 del Codice penale che sanziona il suicidio assistito; tale reato rimarrà per sempre ed è irrealistico pensare il contrario; ergo, per volere l’abrogazione di questo illecito, difendiamo il reato ed esclamiamo ad ogni piè sospinto “Il 580 non si tocca!”, anche perché se lo modificassimo ne potrebbe uscire una norma ancor più restrittiva. Bensì hanno costruito diversi casi giudiziari e, infine, grazie alla vicenda di Dj Fabo sono arrivati alla Consulta che ha dato loro ragione e che ha chiesto al Parlamento di legiferare in materia. Conclusione: prima o poi avremo una norma che legittimerà l’aiuto al suicidio. Imparino dunque dal nemico coloro i quali dicono “Non tocchiamo la 194!” e nello stesso tempo “Siamo contro l’aborto!”.

Torniamo al flop delle Dat. L’insuccesso, perlomeno attuale, di questo strumento di morte ha sicuramente varie cause. Forse le due principali sono le seguenti: una certa mentalità eutanasica non è ancora penetrata nel profondo della coscienza collettiva e, in specie, tra il personale sanitario; sicuramente, come indicato dai radicali, se il fronte pro-choice avesse fatto maggiore propaganda, oggi le Dat sarebbero state più conosciute.

La prima motivazione, però, ci pare abbia un peso specifico maggiore, come ha sottolineato Paolo Gulisano da queste stesse colonne. Seppur la cultura di morte sia ormai pervasiva, quando l’italiano medio si trova faccia a faccia con una patologia molto seria, in genere lotta con tutte le proprie fibre contro la morte. Le Dat poi sono state pensate più per i sani che per i moribondi. Ma i primi poco ragionano sul loro ultimo tratto di vita. Se da una parte, come accennato, la società è innervata da molti fenomeni necrofori - aborto, morti per fecondazione artificiale, droghe, decessi familiari chiamati divorzi - su altro fronte la morte è fenomeno ostracizzato, esorcizzato, escluso dalla prospettiva di molti. Si è coscienti che si morirà, ma di certo non domani. Dunque si comprende bene perché pochi prendano in mano carta e penna per pensare alla propria morte, per redigere una Dat. Il flop attuale è in perfetta sintonia con il flop registrato una dozzina di anni fa quando spuntarono i primi registri comunali dei testamenti biologici. Tanto i politici di estrazione levantina si sforzarono allora per creare questi registri, quanto i cittadini non ne vollero sapere.

Se questa analisi fosse corretta, andrebbe a comprovare che leggi come la n. 219/17, che ha legittimato l’eutanasia in modo ancor più estensivo, sono calate dall’alto e non rispondono a nessuna esigenza della base. Sono imposte, non volute. Altro caso è la Legge Cirinnà sulle unioni civili, snobbate proprio dai gay a cui era rivolta. Queste sono leggi che rappresentano uno strumento per diffondere una certa cultura rivoluzionaria, leggi volute da oligopoli tecnocratici per orientare la coscienza collettiva, la quale, se rimane impermeabile ai suoi contenuti, deve essere stimolata opportunamente, come suggerito da Marco Cappato, affinché ogni pecorella smarrita finisca nel recinto del politicamente corretto o, come in questo, caso nella fossa del cimitero.






domenica 5 febbraio 2023

La perla preziosa: purificazione della Beata Vergine Maria

 










 












 



A cura dell'Associazione Madonna dell'Umiltà 


Oggi 5 febbraio con la Dominica in Septuagesima, inizia il Ciclo di Pasqua





domenica 5 febbraio 2023

Secondo il calendario liturgico tradizionale, con la S. Messa di oggi, inizia il Tempo di Settuagesima che avvia il secondo ciclo dell'anno ecclesiastico, quello di Pasqua, che si sviluppa attorno alla Passione ed alla Risurrezione del nostro Salvatore.
Per disseppellire i tesori della nostra fede che uno strumento come il blog inghiotte inesorabilmente, oggi vi ripropongo due testi: Il primo di dom Prosper Guéranger sull'inizio del ciclo pasquale con la Storia completato dal Commento e la spiegazione della Domenica di Septuagesima. Il secondo è un richiamo alla Musica sacra che vi si collega.
Si tratta di un breve articolo di Mattia Rossi che ci mostra come il gregoriano, “canto della Chiesa” è realmente incarnazione sonora della Parola di Dio, suono dell’Invisibile, epifania sonora del Verbo, splendida preziosa veste di una liturgia insostituibile, che modella sulla stessa melodia alcuni tratti significativi dei cantici della penitenza e dell'attesa con quelli della gioia pasquale. Così come arricchisce di sonore correlazioni parti diverse che si richiamano e arricchiscono vicendevolmente nel corso dell'intero Anno Liturgico. Esempio fra tanti: esiste un fil rouge che collega tra loro i brani di ispirazione battesimale [Se ne può cogliere un assaggio qui: Prospettiva battesimale della Quaresima e della Pasqua nella liturgia romana]. All'apparenza semplici sfumature, ma in realtà frutto di profondità spirituali inesorabilmente perdute nel Novus riformatore. 
(M.G.)



Storia del tempo di Septuagesima

Il Tempo di Settuagesima - nel quale la miseria e la gravità del peccato invocano la redenzione divina - ci prepara alla Quaresima anche coi segni liturgici. Il colore dei paramenti è già il viola ed i canti di gioia (Gloria in excelsis e Alleluia) sono soppressi. Tre sono le domeniche del Tempo di Settuagesima:
Dominica in Septuagesima
Dominica in Sexagesima
Dominica in Quinquagesima 
Esse designano non la settimana, ma la decina in cui cade ciascuna domenica.

Importanza di questo tempo.


Il Tempo di Settuagesima abbraccia la durata delle tre settimane che precedono immediatamente la Quaresima e costituisce una delle parti principali dell'Anno Liturgico. È suddiviso in tre sezioni ebdomadarie, di cui solamente la prima porta il nome di Settuagesima; la seconda si chiama Sessagesima; la terza Quinquagesima.
È chiaro che questi nomi esprimono una relazione numerica come la parola Quadragesima, donde deriva la parola Quaresima. La parola Quadragesima sta ad indicare la serie dei quaranta giorni che dobbiamo attraversare per arrivare alla festa di Pasqua.
Le parole Quinquagesima, Sessagesima e Settuagesima ci fanno quasi vedere tale solennità in un lontano ancora più prolungato; però non è meno importante il grande oggetto che comincia ad assillare la santa Chiesa, la quale lo propone ai suoi figli quale mèta verso cui devono ormai tendere tutti i loro desideri e tutti i loro sforzi.
Orbene, la festa di Pasqua esige per preparazione quaranta giorni di raccoglimento e di penitenza. È il tempo più propizio, il mezzo più potente che adopera la Chiesa per ravvivare nel cuore e nello spirito dei fedeli il sentimento della loro vocazione. Nel loro più alto interesse, essi non devono lasciar passare questo periodo di grazie, senz'averne approfittato per il rinnovamento dell'intera loro vita. Perciò conveniva disporli a questo tempo di salute, ch'è di per se stesso una preparazione, affinché, spegnendosi a poco a poco nei loro cuori i rumori del mondo, fossero più attenti al grave monito che la Chiesa farà loro, imponendo la cenere sul capo.

Origine.


La storia della Settuagesima è intimamente legata a quella della Quaresima. Infatti fin dal V secolo cominciava la sesta domenica prima di Pasqua, che corrisponde alla prima domenica dell'attuale Quaresima, e comprendeva i quaranta giorni che vanno fino al Giovedì Santo, considerato dall'antichità cristiana come il primo Mistero pasquale. La domenica non si digiunava; di conseguenza non v'erano, propriamente parlando, che 34 giorni di digiuno effettivo (36 col Venerdì e il Sabato Santo). Ma il desiderio d'imitare l'intero digiuno del Signore portò le anime ferventi ad anticiparlo.

Quinquagesima.


Questa usanza si vede apparire la prima volta nel V secolo; tanto che san Massimo di Torino, nel Sermone 26°, pronunciato forse nel 451, la biasima e ricorda che la Quaresima comincia la domenica di Quadragesima. Ma siccome in seguito essa si andava molto diffondendo tra i fedeli, verso il 465, nel Sermone 36°, l'approva.
Nel VI secolo san Cesario d'Arles, nella sua Regola per le Vergini, fa cominciare il digiuno una settimana prima della Quaresima. Dunque è certo che, almeno nei monasteri, la Quinquagesima esiste fin d'allora. Il Primo Concilio d'Orléans (511) ordina ai fedeli di osservare prima di Pasqua la Quadragesima e non la Quinquagesima, per "mantenere - dice il canone 26° - l'unità delle usanze". Il primo e secondo Concilio d'Orange (511 e 541) combattono il medesimo abuso e proibiscono di digiunare prima della Quadragesima. L'autore del Liber Pontificalis, intorno al 520, segnala l'usanza d'anticipare la Quaresima d'una settimana, ma sembra che fosse ancora poco diffusa.
 
Sessagesima.


In seguito, il periodo consacrato al digiuno venne ancora anticipato di un'altra settimana, che si aggiunse alla Quinquagesima e si chiamò Sessagesima. La prima menzione si riscontra nella Regola di san Cesario, scritta per i Monaci prima del 542. Ugualmente ne parla il IV Concilio d'Orléans, nel 541, ma solo per proibire le anticipazioni del digiuno.

Settuagesima.


Finalmente, verso la fine del VI secolo o il principio del VII, apparve a Roma la Settuagesima, come se ne fa menzione nelle Omelie di san Gregorio Magno (594-604). Le osservanze liturgiche raggiunsero a poco a poco prima l'Italia del Nord, con Milano, poi, per l'influsso dei Carolingi, tutta l'Europa occidentale. L'Inghilterra le ricevette alla fine del VII secolo e l'Irlanda soltanto dopo il IX.
Però, se il digiuno era ormai osservato durante le settimane di Quinquagesima e di Sessagesima, sembra che al momento della sua istituzione, la Settuagesima non fosse che una celebrazione liturgica senza digiuno; mentre nel IX secolo i Concili Carolingi lo prescrivono formalmente.
 
Soppressione dell'Alleluia.


Sappiamo da Amalario, che, dall'inizio del IX secolo, alla Settuagesima si sospendeva l'Alleluia e il Gloria in excelsis Deo. Anche i monaci si conformarono a quest'uso, sebbene la Regola di san Benedetto formulasse una disposizione contraria. Secondo alcuni fu san Gregorio VII (1073-1085) che, alla fine dell'XI secolo, soppresse l'officiatura alleluiatica, in uso fino allora, alla domenica di Settuagesima.
Si tratta delle antifone alleluiatiche delle Lodi, che san Gregorio VII avrebbe sostituite con quelle dell'ufficio della domenica di Settuagesima, fornendo quest'ultima di nuove antifone. Tale fatto è attestato dall' Ordo Ecclesiae Lateranensis del XII secolo. È dunque da ritenere che fu quel Papa ad anticipare la soppressione dell'Alleluia al sabato avanti la Settuagesima (Mons. Callewaert, Sacris erudiri, p. 650). Così questo tempo dell'Anno Liturgico, dopo vari esperimenti, finì per stabilirsi definitivamente. Fondato sull'epoca della festa di Pasqua è, per ciò stesso, soggetto a ritardo o ad anticipo, secondo la mobilità di quella festa. Il 18 gennaio e il 22 febbraio vengono chiamati chiave della Settuagesima, perché la domenica che porta questo nome non può essere collocata né prima del 18 gennaio, né dopo il 22 febbraio. 

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale -Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 415-417
10.
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Commento e spiegazione della Domenica di septuagesima

Il peccato e le sue conseguenze


La Santa Chiesa oggi c’invita a ricordare insieme con lei la storia della caduta del nostro progenitore. Una simile rovina già ci mostra l’epilogo della vita mortale. del Figlio di Dio fatto uomo, il quale si degnò addossarsi l’espiazione della prevaricazione originale e di tutte le colpe future. Per essere in grado d’apprezzarne il rimedio, è necessario che guardiamo in fondo la piaga. Perciò dedicheremo l’intera settimana a meditare la gravità del primo peccato e il cumulo delle sventure che attirò sull’umanità.


Una volta la Chiesa leggeva nel Mattutino di questa domenica il racconto di Mosè che preparava tutte le generazioni a questo grande avvenimento. L’attuale Liturgia rimanda questa lettura al Mattutino del Mercoledì di questa settimana, mentre i giorni che lo precedono sono consacrati ai sei giorni della creazione. Tuttavia è bene che ce ne occupiamo ugualmente subito, perché è la storia più importante ed è la base di tutti gl’insegnamenti della settimana.

Dal libro del Genesi (Gen 3,1-19)

Ora il serpente era il più astuto di tutti gli animali della terra che il Signore aveva fatti. Ed esso disse alla donna: “Perché Dio v’ha comandato di non mangiare del frutto di tutte le piante del paradiso?” E la donna gli rispose: “Del frutto delle piante che sono nel paradiso ne mangiamo; ma del frutto dell’albero che è nel mezzo del paradiso Dio ci ordinò di non mangiarne, e di non toccarlo, ché forse non s’abbia a morire”. Ma il serpente disse alla donna: “No, voi non morrete. Anzi Dio sa bene che , in qualunque giorno ne mangerete, si apriranno i vostri occhi, e sarete come Dei, avendo la conoscenza del bene e del male”. Or la donna, vedendo che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi e bello all’occhio e gradevole all’aspetto, lo colse e ne mangiò e ne diede al suo marito, che ne mangiò.


Allora si apersero gli occhi ad ambedue, ed essendosi accorti d’esser nudi, cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. Ed avendo udito la voce del Signore Dio che passeggiava nel fresco del paradiso al fresco della sera, Adamo con la sua moglie si nascose dal cospetto del Signore Dio in mezzo agli alberi del paradiso. E il Signore Dio chiamò Adamo e gli disse: “Dove sei?” Ed egli rispose: “Ho sentito nel paradiso la tua voce, ed avendo paura, perché nudo, mi son nascosto”. E Dio gli disse: “Chi ti ha fatto conoscere d’essere nudo, se non l’aver mangiato il frutto del quale ti avevo comandato di non mangiare?”. Adamo rispose: “La donna che mi desti per compagna mi ha dato il frutto e io ne ho mangiato”. E il Signore Dio disse alla donna: “Perché hai fatto questo?”. Ed essa rispose: “Il serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato”.

Allora il Signore Dio disse al serpente: “Perché hai fatto questo, sei maledetto fra tutti gli animali e le bestie della terra, tu striscerai sul tuo ventre e mangerai terra tutti i giorni della tua vita. Ed io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua progenie e la progenie di lei; essa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. E alla donna disse: “Io moltiplicherò i tuoi affanni e le tue gravidanze: con dolore partorirai i tuoi figlioli, sarai sotto la potestà del marito, ed egli ti dominerà”. Ad Adamo poi disse: “Perché hai dato ascolto alla voce della tua moglie, ed hai mangiato del frutto del quale io t’avevo comandato di non mangiare, la terra è maledetta per causa tua, con fatica ne trarrai il nutrimento per tutti i giorni della tua vita. Essa ti produrrà triboli e spine, e tu mangerai l’erba dei campi. Col sudore della tua fronte mangerai il pane, finché non tornerai nella terra dalla quale fosti tratto; perché tu sei polvere, e in polvere ritornerai”.


Ecco la terribile pagina della storia umana, che sola può spiegare la condizione attuale dell’uomo sulla terra e per mezzo della quale noi impariamo come comportarci con Dio. Ne faremo l’oggetto principale delle nostre riflessioni nei prossimi giorni. Frattanto veniamo alla spiegazione della Liturgia odierna.

Messa

La Stazione è, a Roma, in S. Lorenzo fuori le Mura.

Gli antichi liturgisti notavano la relazione esistente fra il giusto Abele, il cui sangue sparso dal fratello forma l’oggetto d’un Responsorio dell’odierno Mattutino, e il Martire sulla tomba del quale la Chiesa Romana apre la Settuagesima.
EPISTOLA (1Cor 9,24-27; 10,1-15). – Fratelli: Non sapete che nelle corse dello stadio corrono sì tutti, ma uno solo ottiene il premio? Anche voi correte in modo da ottenerlo. Tutti i lottatori si sottopongono a ogni sorta di astinenze, e lo fanno per una corona corruttibile; ma noi lo facciamo per ottenere una corona eterna. Io poi corro in questa maniera e non come a caso: così combatto, non come chi batte l’aria: ma tratto duramente il mio corpo e lo costringo a servire, affinché dopo aver predicato agli altri, non diventi reprobo io stesso. Non voglio lasciarvi ignorare, o fratelli, che i padri nostri furono tutti sotto la nuvola, e tutti attraversarono il mare, e tutti furon battezzati per Mosè nella nube e nel mare, e tutti mangiarono dello stesso cibo spirituale, e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale (bevevano alla pietra spirituale che li accompagnava, e questa pietra era Cristo). Ma non in gran numero di essi Dio si compiacque.Coraggio e generosità

L’energica parola dell’Apostolo raddoppia la nostra emozione al pensiero dei grandi eventi che si collegano a questo giorno. Il mondo è un’arena dove tutti dobbiamo correre; ma il premio sarà di coloro che corrono agili e liberi. Guardiamoci quindi da tutto ciò che potrebbe ritardare la nostra corsa e farci perdere la corona. Non illudiamoci: non v’è nessuna sicurezza per noi, finché non saremo arrivati al termine. È stata forse la nostra conversione più sincera di quella di san Paolo, e le nostre opere più sante e meritorie delle sue? Tuttavia egli confessa che non s’è spento nel suo cuore il timore di divenire reprobo per cui castiga il suo corpo e lo tiene schiavo.


Allo stato attuale l’uomo non ha più quella retta volontà di Adamo prima del peccato, che del resto ne seppe usare così male: una tendenza fatale ci trascina verso l’abisso, al punto che possiamo conservare l’equilibrio solo sacrificando il corpo allo spirito. Sembra, questa una dottrina dura ai più, tanto che molti non giungeranno al traguardo, né potranno aver parte alla ricompensa loro destinata. Come gli Israeliti di cui parlava l’Apostolo, essi meriteranno d’essere seppelliti nel deserto e non vedranno mai più la terra promessa. Eppure s’erano realizzate sotto i loro occhi le stesse meraviglie di cui furono testimoni Giosuè e Caleb; ma non esiste rimedio che possa guarire l’indurimento d’un cuore che si ostina a riporre ogni speranza nelle cose presenti, come non si rivelassero ad ogni momento vane e pericolose.

Se invece il nostro cuore confida in Dio e si conforta pensando che non mancherà il suo aiuto a chi l’implora, non s’arresterà mai la corsa del nostro pellegrinaggio e giungeremo felicemente alla mèta. Gli occhi del Signore sono sempre rivolti a chi lavora e soffre (Dal Graduale della Messa).

VANGELO (Mt 20,1-16). – In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: È simile il regno dei cieli a un padrone che allo spuntar del giorno uscì a prendere ad opera dei lavoratori per la sua vigna. E pattuito coi lavoratori un denaro al giorno, li mandò alla sua vigna. Ed uscito verso l’ora terza, vide altri stare sulla piazza sfaccendati, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna e vi darò quel che sarà giusto. E quelli andarono. Di nuovo uscì verso l’ora sesta e nona, e fece lo stesso. Uscito poi verso l’undecima, trova altri sfaccendati, e dice loro: Perché vene state tutto il giorno qui senza far nulla? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli a loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta poi la sera, il padrone della vigna dice al suo fattore: Chiama i lavoratori e paga loro la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi. Essendo dunque venuti quelli dell’undecima ora, ebbero un denaro per uno. Venuti poi anche i primi, pensavano di ricevere di più: ma ebbero anch’essi un denaro per uno. E, presolo, mormoravano contro il padrone, dicendo: Questi ultimi han fatto un’ora sola, e li hai trattati come noi che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo. Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto: non hai pattuito con me per un denaro? Piglia il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. E non posso fare del mio quel che voglio? È forse maligno il tuo occhio perché io son buono? Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi. E molti sono i chiamati, pochi gli eletti.La chiamata delle nazioni

Notiamo la grande importanza di cogliere il senso giusto di questo brano evangelico e valutarne i motivi per cui la Chiesa ce lo propone in questo giorno.


Anzitutto consideriamo le circostanze nelle quali il Salvatore pronuncia tale parabola e il fine istruttivo che in essa ci viene esplicitamente dichiarato. Si tratta di avvertire i Giudei che s’avvicina la fine della loro legge, la quale deve lasciare il posto alla legge cristiana, e di disporli ad accogliere favorevolmente l’idea che i Gentili saranno chiamati a stringere alleanza con Dio. Difatti la vigna di cui si parla è la Chiesa, nei suoi differenti aspetti, dall’inizio del mondo fino al giorno in cui il Signore s’abbassò a venire in mezzo agli uomini e costituì, in una forma visibile e permanente, la società dei credenti in lui. L’alba di questo mondo era durata da Adamo fino a Noè; l’ora terza si estese da Noè ad Abramo; l’ora sesta cominciò da Abramo e giunse fino a Mosè; l’ora nona fu l’epoca dei Profeti, fino all’avvento del Signore. Finalmente l’ora undecima, quando cioè il mondo sembrava volgere alla completa rovina, apparve il Messia. Le più grandi misericordie furono riservate a questa ultima età, nella quale la sua salvezza doveva estendersi ai 

Gentili per mezzo della predicazione degli Apostoli.

Con quest’ultimo mistero Gesù vuol confondere la superbia dei Giudei e far notare l’invidia dei Farisei e dei Dottori della Legge vedendo estendersi, fino alle nazioni pagane, l’adorazione del Padre: il che apparve chiaramente dalle rimostranze egoistiche degli operai invitati per primi, al Padre di famiglia. Ma la loro ostinazione sarà debitamente punita, perché Israele che lavorava prima di noi sarà riprovato per la durezza del suo cuore, e noi Gentili ch’eravamo gli ultimi, diventeremo i primi figli del Padre, perché saremo membri della Chiesa Cattolica, Sposa del Figlio di Dio.
La vocazione d’ogni uomo

Questa è l’interpretazione che fanno della parabola i santi Padri, specialmente sant’Agostino e san Gregorio Magno. Ma l’insegnamento del Salvatore contiene senza dubbio un altro importante significato, non meno sottolineato dall’autorità dei due santi Dottori, e consiste nella chiamata che Dio rivolge a ciascuno di noi per invitarci a meritare il Regno eterno con la fatiche di questa vita.


Il mattino fu la nostra infanzia. L’ora terza, secondo il costume antico di contare, è quella della prima ascesa del sole verso il cielo, cioè l’età della giovinezza. L’ora sesta, mezzogiorno, è l’età virile. Finalmente l’undecima, che precede di pochi istanti il tramonto, è la vecchiaia. Il Padre di famiglia chiama operai a tutte le ore, ed essi devono rispondere non appena odono la sua voce; non è lecito ai primi chiamati attardarsi al lavoro, col pretesto che ci andranno a una seconda chiamata del Padrone: chi li assicura che vivranno fino all’ultima ora? quando sarà l’ora terza, può uno presumere di arrivare anche alla sesta ora? Il Signore chiamerà alle ultime ore di lavoro i superstiti di questo mondo; ma non s’è mai impegnato a rinnovare l’invito a chi una volta lo rifiutò.
Preghiamo
Esaudisci, Signore, le preghiere del tuo popolo e fa’ che noi giustamente afflitti per i nostri peccati, siamo misericordiosamente liberati a gloria del tuo nome.
(da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 427-431)

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La domenica di Septuagesima

di Mattia Rossi



San Pio X, nel suo Catechismo Maggiore, trattando delle domeniche di settuagesima, sessagesima e quinquagesima, precisa: “La Chiesa dalla domenica di settuagesima fino al sabato santo tralascia nei divini uffici l’Alleluia, che è voce di allegrezza, ed usa paramenti di color violaceo, che è color di mestizia, per allontanare con questi segni di tristezza i fedeli dalle vane allegrezze del mondo ed insinuare ad essi lo spirito di penitenza”.
E questo è immediatamente percepibile dall’introito di settuagesima: “Circumdederunt me gemitus mortis, dolores inferni circumdederunt me: et in tribulatione mea invocavi Dominum, et exaudivit de templo sancto suo vocem meam” (Mi circondano gemiti di morte e i dolori dell’inferno, in mezzo alla tribolazione ho invocato il Signore ed Egli, dal suo tempio santo, ha esaudito la mia preghiera).
Non passa, né potrebbe passare, inosservato il pesante allargamento iniziale su “gemitus” (pes quadrato + bivirga episemata). Ma nemmeno sfugge la correlazione che questa prima domenica penitenziale ha con la quaresima e, in particolare, con l’introito della III che, oltre a un medesimo impianto musicale, con il testo dell’introito di settuagesima, fa quasi a specchio: “Oculi mei semper ad Dominum quia ipset evellet de laqueo pedes meo : respice in me, et miserere mei, quoniam unicus et pauper sum ego”.
Come ben insegna sempre Pio X, poi, dalla settuagesima l’Alleluia viene sostituito dal Tractus.1 E in questa prima domenica, in questo inizio di cammino che condurrà alla Passione, ma anche alla Risurrezione, oltre ai richiami quaresimali, troviamo anche il rimando alla Pasqua.
Il tratto, appunto, con un testo fortemente drammatico come il “De profundis”, è modellato sulla stessa melodia dei cantici (tratti) della Veglia pasquale. Nell’inizio della penitenza è già racchiuso, quasi in guisa di assaggio, il gusto melodico proprio della Pasqua.


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1. Nella messa latina sono così denominati (anche in forma italiana, tratto) alcuni brevi versetti (dai Salmi) che, prima della riforma liturgica conseguente al Concilio Vaticano II, si recitavano o cantavano nei giorni di penitenza (quaresima, tempora, vigilie, messa dei defunti, ecc.) di seguito al graduale in luogo dell’Alleluia. Il tractus, una delle forme più antiche del canto liturgico gregoriano, consentiva anche l’ornamento di vocalizzi; nella messa era originariamente recitato da un solo cantore, senza interruzioni (tractim) del coro.




sabato 4 febbraio 2023

«Pell, santo per i nostri tempi, ha subito una moderna crocifissio»



Migliaia di fedeli hanno partecipato ai funerali del cardinale a Sydney, mentre pochi attivisti Lgbt gli auguravano l'inferno. L'ex premier Tony Abbott: «Soldato della verità». Il segretario personale di Pell: «Leone della Chiesa»


Leone Grotti
03/02/2023
Chiesa

«Questo funerale è più un tributo gioioso a un grande eroe che un triste addio a un grande amico». Così l’ex premier australiano Tony Abbott ha parlato del cardinale George Pell a migliaia di cattolici riuniti ieri nella cattedrale di St Mary’s a Sydney per i suoi funerali. «È il più grande cattolico che l’Australia abbia mai avuto e uno dei figli più importanti di questo paese».


Il discorso di Tony Abbott ai funerali


Ricordando la fede profonda, la vivacità intellettuale, la lingua sincera e tagliente e la capacità di riformare la Chiesa di Pell, l’ex premier ha sottolineato come le posizioni controcorrente del cardinale, sempre in linea con il magistero della Chiesa cattolica, gli hanno attirato uno stuolo di nemici, molti dei quali ieri hanno manifestato nel parco di fronte alla cattedrale augurandogli candidamente di «andare all’inferno».

Citando la definizione che una volta il prelato diede del movimento climatico catastrofista («ha le caratteristiche di una pseudo-religione di basso livello e non particolarmente esigente»), Abbott ha aggiunto che Pell è stato «martirizzato» perché ha sempre avuto il coraggio di dire «la impopolare e sgradita verità».


La persecuzione del cardinale

L’ex premier ovviamente non poteva non affrontare la persecuzione giudiziaria subita dal cardinale in vita. Pell, infatti, è stato accusato di aver molestato sessualmente due minorenni nella sacrestia della cattedrale di Melbourne al termine della Messa nel 1996, condannato in primo e secondo grado, pur in assenza di prove, costretto a passare 404 giorni in carcere da innocente e infine prosciolto da tutte le accuse dall’Alta corte australiana.


«Non è possibile onorare il cardinale senza fare qualche riferimento alla sua persecuzione. Pell è diventato il capro espiatorio [dei peccati] della Chiesa stessa. Non avrebbe mai dovuto essere indagato in assenza di una denuncia. Non avrebbe mai dovuto essere accusato in assenza di prove e non avrebbe mai dovuto essere condannato in assenza di un caso plausibile, come l’Alta Corte ha fatto notare in modo così clamoroso. Ma se fosse morto in carcere, senza la giustizia resagli dall’Alta Corte, quello di oggi sarebbe stato un evento molto diverso, anche se la sua innocenza sarebbe rimasta tale, per quanto conosciuta soltanto da Dio».


La «moderna crocifissione di Pell»


Il «grande trionfo» di Pell, ha proseguito Abbott, «non è aver assunto cariche ecclesiastiche più alte di qualunque altro australiano, ma di aver conservato la fede in circostanze nelle quali avrebbe dovuto gridare: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”. Non soccombere alla rabbia, all’autocommiserazione o alla disperazione, come quasi chiunque altro avrebbe fatto, e aver invece accettato questa moderna crocifissione, camminando umilmente sulle orme di nostro Signore: questa è l’eroica virtù che fa di Pell, a mio avviso, un santo per i nostri tempi».
Riferendosi poi alle grida e agli insulti dei manifestanti contro il cardinale, che si udivano fin dentro la cattedrale durante il funerale, l’ex premier ha commentato: «Mentre sento le grida, “il cardinale Pell dovrebbe andare all’inferno”, mi viene in mente: “Almeno ora credono nell’aldilà”. Potrebbe essere il primo miracolo di san George Pell».


«Pell è stato un leone della Chiesa»


Al termine del suo discorso, Abbott ha ricordato Pell come un «soldato della verità». Parole che richiamano quelle usate dal segretario personale del cardinale, Joseph Hamilton, che denunciando «lo tsunami di odio» riversato contro Pell in Australia, lo ha definito un «lieve mormorio» rispetto alla cascata di bene e lodi arrivate dalla Chiesa di tutto il mondo.

«Perché – ha detto – la stragrande maggioranza della famiglia cattolica globale guarda al nostro cardinale come a un leone della Chiesa, un magnete per le vocazioni, un vescovo confessore e un vero sacerdote cardinale. E adesso siamo riuniti per fare per lui ciò che i cristiani hanno fatto fin dai primi secoli, intonare canti, ascoltare le scritture, udire la testimonianza dei padri della Chiesa e pregare per il riposo della sua anima».





venerdì 3 febbraio 2023

La Giornata per la Vita all’indomani di una infausta scelta politica







Di Stefano Fontana, 2 FEB 2023

Domenica 5 febbraio si terrà la Giornata della Vita. In Italia, quest’anno la scadenza capita all’indomani di una infausta scelta politica. Il parlamento italiano, compresa quindi la maggioranza di governo, ha votato un ordine del giorno che blinda, blocca, surgela, crioconserva… dite come volete – la legge 194 che permette l’aborto di Stato nel nostro Paese. L’approvazione di quell’ordine del giorno rende quella legge intoccabile. Nelle settimane precedenti c’erano stati alcuni tentativi legislativi di modificarla da parte dei disegni di legge Gasparri (Forza Italia) e Menia (Fratelli d’Italia). Iniziative di questo genere non saranno più possibili, almeno in questa legislatura e a meno di un ripensamento della maggioranza oggi difficile da prevedere. Ne abbiamo già parlato sia noi [QUI] sia Tommaso Scandroglio in un articolo su La Nuova Bussola Quotidiana che il nostro Osservatorio approva in pieno [QUI]. Paradossalmente ciò avviene mentre i Vescovi pubblicano un documento non generico, come altri emessi negli ultimi anni, ma che ritorna a parlare di “cultura della morte”, un linguaggio wojtyliano di cui si erano perse le tracce [QUI].

Si può legittimamente dire che si tratta della scelta politica peggiore compiuta dopo l’approvazione della 194, sia perché ne blocca ogni modifica, sia soprattutto perché non lascia più aperta nessuna strada politica per la sua abolizione. Anche questa volta i deputati e i ministri “cattolici” si sono adeguati. Inoltre, nel cosiddetto mondo cattolico attivo nella società civile sono emerse forti critiche a chi segnalava la gravità della scelta politica fatta.

Se questa volontà della nuova maggioranza fosse stata detta prima delle elezioni, certamente alcuni voti sarebbero mancati all’appello, tanti o pochi che fossero. La posizione assunta dalla maggioranza è quindi criticabile prima di tutto sul piano strettamente politico. C’erano molte strade diverse da battere: opporsi e vincolare addirittura il voto con la fiducia, dissociarsi dalla mozione e rivendicare la propria libertà d’azione, contrattare per una mozione che non comportasse la blindatura della legge e così via. È stato un atto assolutamente impolitico, di rinuncia e di abbandono delle proprie prerogative politiche.

Ci sono state, dicevo, critiche cattoliche alle critiche da noi mosse alla sciagurata decisione parlamentare. Per esempio, si è detto che la pubblica opinione del nostro Paese è a favore dell’aborto di Stato e, quindi, è nella società e nella cultura che si deve intervenire e non sul piano politico. Per intervenire con efficacia però sulla cultura occorre avere delle idee chiare da proporre, negando gli aspetti fondamentali del problema non si incide. E aspetto fondamentale del problema è che la 194 è una legge ingiusta, che non può essere accettata. Prescindendo da questo che tipo di azione culturale si riesce a fare, se non una azione indebolita e confusa? E se dichiara che la 194 è ingiusta quando si fanno gli interventi culturali, come spiegare che non si dice più lo stesso quando si tratta del livello politico che, infine, è quello decisivo? I cattolici spesso dicono che la legge 194 è sbagliata ma che andrebbe meglio applicata. Con queste contraddizioni che azione culturale si pretende di fare? E poi: da quando l’azione culturale a difesa della vita si deve fermare nell’anticamera della politica, quando il suo scopo è proprio cambiare le cose tramite la politica? Vogliamo limitarci per sempre a vendere primule per la vita, contenti di così poco?

Un altro argomento sollevato è che oggi abbiamo un ministro per la famiglia tra i migliori che mai ci siano stati e una maggioranza di governo a favore della famiglia come non mai prima. Le polemiche contro l’approvazione della mozione che blinda la 194 dividerebbero e indebolirebbero, favorendo gli avversari della vita. Ma al governo e al ministro della famiglia non si chiedeva di dichiarare la volontà di abolire la 194, si chiedeva che l’avessero in testa e nel cuore. Allora, occupandosi di quoziente familiare e di assegno unico, avrebbero saputo che si trattava di passaggi tattici importanti ma non strategici, perché la strategia vuole andare fino in fondo, vuole vincere la guerra e non solo qualche battaglia. Invece di perseguire strategicamente l’abolizione della 194 senza dirlo (non dire una verità non significa dire una bugia) hanno finito per dichiarare che non intendono assolutamente abolirla. Quindi tutti i loro interventi tattici hanno rivelato la propria limitatezza di interventi tattici, privi di prospettiva. Vogliamo dire che abbiamo il ministro e il governo migliori per la vita che ci siano mai stati? Diciamolo, ma sul tema della vita mancano di prospettiva.

Un ultimo argomento è stato quello relativo alla prudenza. Data la situazione, cambiare la 194 vorrebbe dire peggiorarla. Ma la virtù della prudenza non comporta l’indecisione sui principi, la circospezione esasperata, l’indietreggiare nella lotta. Significa lavorare nelle situazioni per trarne il maggior bene possibile. Il maggior bene possibile, non l’applicazione, nei suoi supposti aspetti positivi, di una legge ingiusta.

Stefano Fontana







giovedì 2 febbraio 2023

Biotestamento: poche richieste, un "radicale" insuccesso





A 5 anni dall'introduzione solo lo 0,4% degli italiani ha depositato le Dat (Disposizioni anticipate di trattamento). L'Associazione Luca Coscioni non si arrende ai fatti e affina le armi della propaganda per convincere il restante 99,6% di italiani che, evidentemente, non vogliono morire ma farsi curare.




MINCULFLOP
EDITORIALI

Paolo Gulisano, 02-02-2023

Il 22 dicembre del 2017 il governo, guidato allora da Gentiloni e con ministro della Salute Beatrice Lorenzin, emanava la Legge 219 sul "testamento biologico": questa legge, accolta al tempo con grande entusiasmo dagli ambienti più laicisti, intendeva garantire ad ogni cittadino italiano – dunque non soltanto i malati, ma anche le persone ancora sane – la volontà di essere curato o meno, quando fosse necessario.

Oggi, a distanza di 5 anni, si sente il lamento dell'Associazione Luca Coscioni: da un monitoraggio da essa effettuato solo lo 0,4% degli italiani ha depositato le Dat (Disposizioni anticipate di trattamento) con cui si ha la possibilità di indicare le proprie volontà in merito al fine vita, ovvero la possibilità che venga praticata una forma di eutanasia. Sono solo 185.500 gli italiani che sono ricorsi ai “benefici” di tale legge. Cosa significa? Che tutti gli altri 60 milioni non hanno la preoccupazione di evitare il cosiddetto “accanimento terapeutico”. Vogliono invece essere curati, se malati, al meglio possibile.

Il gigantesco flop di questa legge dimostra chiaramente come determinate questioni sanitarie, enfatizzate da media compiacenti, non trovino nessuna corrispondenza nella realtà. La gente non vuole “morire meglio”: vuole vivere meglio. Le dimensioni ridottissime del numero di chi è interessato ad accedere a un certo tipo di servizio rivela l’assoluta inconsistenza di ipotetiche esigenze che nascondono solo visioni ideologiche ostili alla vita.

Eppure, questi ambienti non si arrendono neppure di fronte all’evidenza dei fatti. Se la realtà non corrisponde con le teorie – diceva Lenin – tanto peggio per la realtà. E così l’Associazione resa famosa dalle iniziative di Marco Cappato ha giustificato il numero irrilevante di adesioni con la mancanza di propaganda, che a suo dire dovrebbe essere un onere del Ministero della Salute, che dovrebbe promuovere a spese dei contribuenti campagne di comunicazione.

In assenza di iniziative governative, l’Associazione ha deciso di prendere l’iniziativa, lanciando una campagna informativa, con un video narrato da Giobbe Covatta dal titolo Il biotestamento spiegato agli adulti per illustrare l'importanza del testamento biologico e offrire tutte le informazioni per poterlo fare subito. Inoltre Cappato ha annunciato di voler fare pressioni sul ministro Schillaci per sensibilizzarlo sui temi del fine vita, intesi come “diritti umani”. Questa iniziativa è impressionante perché giunge dopo un triennio che ha visto morire decine di migliaia di persone per scelte quantomeno discutibili sulla gestione dell’epidemia. Evidentemente non sono sufficienti per una certa cultura di morte.

La richiesta di aumentare le DAT, nonostante il disinteresse pressoché totale nei confronti della scelta dell’eutanasia, viene dall’esigenza di diffondere ulteriormente una cultura di morte, magari partendo da casi particolari, dai casi limite che Cappato e soci sono abilissimi a portare sul palcoscenico mediatico. Tuttavia oggi il problema va ben al di là del pur doveroso riconoscimento di dolorose situazioni personali. Esso si pone anche sul piano culturale, sociale e politico, dove presenta il suo aspetto più sovversivo nella tendenza a interpretare le scelte contro la vita come legittime espressioni della libertà individuale, da riconoscere e proteggere come veri e propri diritti.

In questo modo giunge ad una svolta dalle tragiche conseguenze un lungo processo storico, che dopo aver scoperto l'idea dei «diritti umani» - come diritti inerenti a ogni persona e precedenti ogni Costituzione e legislazione degli Stati - incorre oggi in una sorprendente contraddizione: proprio in un'epoca in cui si proclamano solennemente i diritti inviolabili della persona e si afferma pubblicamente il valore della vita, lo stesso diritto alla vita viene praticamente negato e conculcato, in particolare nei momenti più emblematici dell'esistenza, quali sono il nascere e il morire.

Da un lato, le varie dichiarazioni dei diritti dell'uomo e le molteplici iniziative che ad esse si ispirano dicono l'affermarsi a livello mondiale di una sensibilità morale più attenta a riconoscere il valore e la dignità di ogni essere umano in quanto tale, senza alcuna distinzione di razza, nazionalità, religione, opinione politica, ceto sociale. Dall'altro lato, a queste nobili proclamazioni si contrappone purtroppo, nei fatti, una loro tragica negazione. Questa è ancora più sconcertante, anzi più scandalosa, proprio perché si realizza in una società che fa dell'affermazione e della tutela dei diritti civili il suo obiettivo principale e insieme il suo vanto.

È chiaro che, con tali presupposti, non c'è spazio nel mondo per chi, come il nascituro o il morente, è un soggetto strutturalmente debole. Ogni volta che la libertà si chiude persino alle evidenze primarie di una verità oggettiva, è la legge del più forte a imporsi, diventando criterio di scelta e di azione nei rapporti interpersonali e nella convivenza sociale.