
Accostarsi alle altre religioni senza voler convertire nessuno: le dichiarazioni dell'arcivescovo di Algeri vanno inserite nella progressiva tendenza ecclesiale ad andare incontro al mondo senza che il mondo incontri Cristo. Pur di non fare proselitismo si preferisce non fare nulla.
La polemica
Stefano Fontana, 04-11-2026
Sulle dichiarazioni del cardinale Jean-Paul Vesco, vescovo di Algeri, rilasciate al media cattolico belga CathoBel, si è sviluppato nei giorni scorsi un interessante dibattito. Egli aveva affermato che «una delle sfide, fin dall'indipendenza dell'Algeria, è quella di essere, il più possibile una Chiesa cittadina, che si inserisce nella vita del Paese... Non dobbiamo assolutamente essere una comunità chiusa in se stessa. Non sarebbe la Chiesa. Noi siamo la Chiesa di questo popolo. Non una Chiesa proselitista, non una Chiesa che sta lì per convertire, bensì una Chiesa che aspira a essere una delle componenti di questo popolo».
Successivamente ha aggiunto: «I cristiani dovrebbero accostarsi alle altre religioni con spirito di fratellanza, anziché cercare di ottenere conversioni». Ha quindi concluso dicendo che «i cristiani hanno un'altra carta da giocare, che non è quella di ristabilire un regime di cristianità. Certo, per farlo occorrono dei partner, ma a mio avviso la scommessa da compiere è quella della fraternità. Nei monoteismi, il proselitismo è un veleno, perché implica considerare falsa la religione dell'altro».
In seguito ci sono state delle critiche, soprattutto da parte del vescovo americano Barron, quindi le precisazioni dello staff di CathoBel per chiarire che le citazioni non erano state precise e complete, infine la replica del vescovo di Algeri che ha chiarito, difeso e ribadito le sue affermazioni centrali (si veda qui un riassunto della querelle).
Dal nostro punto di vista l’intera questione va inserita nella progressiva accettazione nella Chiesa del processo di secolarizzazione, che comporta, nei diversi campi e non solo in quello delle relazioni con le altre religioni, una Chiesa che si faccia sempre più invisibile, che ci sia sì ma senza mostrarsi, che parli ma in silenzio, che incontri ma senza essere incontrata, che convinca ma solo “per attrazione”, anche se è impossibile essere attratti da ciò che non si vede.
Il cardinale Vesco ha ragione nel ricordare come una simile posizione sia condivisa oggi dal magistero. Per non andare troppo indietro nel tempo, anche il recente documento vaticano Un cammino di speranza ha invitato i cristiani a dialogare con le altre religioni ma senza fare opera di proselitismo, senza tentare di conquistarli al Vangelo, nemmeno con la semplice proposta. Il dialogo viene privato della missione e in esso la Chiesa dovrebbe semplicemente far parte di una comunità di dialoganti: presente ma nella forma dell’assenza, porsi senza proporsi.
Si tratta di una tendenza generalizzata, di cui abbiamo avuto un prova – anche se in altro contesto – durante il periodo Covid, quando la Chiesa si era nascosta e dimostrata inutile. Non si trattava, in quel caso, di nascondersi nelle relazioni interreligiose, ma di manifestare l’assenza di Dio nella pubblica piazza. Nei due casi l’idea è la stessa: la Chiesa non ha qualcosa di proprio e unico da annunciare sempre e comunque, ma ha davanti a sé delle realtà degne di essere lasciate quali sono. La chiusura dei santuari dedicati alla Madonna della Salute durante il Covid voleva significare che la Chiesa si fermava davanti alla scienza e alla politica, ritenendo offensiva la pretesa di aver qualcosa da dire e da dare nei loro confronti. Nelle varie situazioni di relazione con altre religioni avviene lo stesso: la Chiesa si ferma perché pensa che testimoniare a viso aperto e proclamare davanti a loro il “Dio di Abramo Isacco e Giacobbe”, che è anche il “Dio dei filosofi”, sia irrispettoso, presuntuoso e impositivo.
Nel caso del Covid si pensava che la Chiesa fosse stata costretta dalle circostanze a sparire, mentre era stata essa ad approfittare delle circostanze per fare quanto da tempo la nuova teologia aveva in mente di fare. Nel caso dei rapporti con le altre religioni si pensa che la Chiesa sia costretta a sparire a causa di una situazione che non le permette di essere se stessa – in questo caso quella dell’Algeria islamica – mentre è essa che approfitta delle circostanze per fare quanto la nuova teologia da tempo suggerisce di fare.
Lo scopo che la nuova teologia propone da molto tempo è di accettare fino in fondo la secolarizzazione, vale a dire un mondo maturo, plurale, bastante a se stesso, da accettare così come è, senza più pretese di conversione. Questa tendenza la si nota oggi da molti sintomi, e non solo dalle parole del cardinale Vesco: l’integrazione di tutti secondo lo spirito della nuova sinodalità, lo schiacciamento dell’etica cristiana senza riserve nel contesto delle situazioni di vita, la tendenza a parlare sempre dell’uomo e del mondo e non di Dio, la estroversione di una Chiesa chiamata sempre e solo a guardare al di fuori. La Chiesa non deve conquistare il mondo – si dice – ma servirlo … fino a rendersi assente e inutile se il mondo secolarizzato non ne ha più bisogno.
A ben vedere si tratta di convinzioni che vengono da lontano. Già nel 1965 Harvey Cox scriveva che «in Gesù Dio insegna all’uomo a procedere senza di lui, a divenire maturo, libero dalle esigenze infantili, pienamente umano». Prima di lui ci aveva pensato Dietrich Bonhoeffer: «Il nostro diventare adulti ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio: vivere come persone che senza Dio fanno fronte alla vita. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona». Nel 1967 Karl Rahner scriveva che la Chiesa «deve vedere il mondo profano come un interlocutore libero in un dialogo aperto, imparare anzi a vedere se stessa come una parte genuina di tale mondo, che collabora dall’interno della sua storia – che Dio solo guida – senza essere per questo semplicemente la rappresentante di Dio nel suo seno».
La strada della Chiesa assente è stata tracciata da decenni. Da questi presupposti tanti atteggiamenti di oggi: la religione del silenzio, l’insofferenza per la rigidità della dottrina, un cristianesimo problematico e non più dogmatico, la indistinzione tra sacro e profano, la Chiesa per gli altri, in uscita, per il mondo. La Chiesa della rinuncia.
Successivamente ha aggiunto: «I cristiani dovrebbero accostarsi alle altre religioni con spirito di fratellanza, anziché cercare di ottenere conversioni». Ha quindi concluso dicendo che «i cristiani hanno un'altra carta da giocare, che non è quella di ristabilire un regime di cristianità. Certo, per farlo occorrono dei partner, ma a mio avviso la scommessa da compiere è quella della fraternità. Nei monoteismi, il proselitismo è un veleno, perché implica considerare falsa la religione dell'altro».
In seguito ci sono state delle critiche, soprattutto da parte del vescovo americano Barron, quindi le precisazioni dello staff di CathoBel per chiarire che le citazioni non erano state precise e complete, infine la replica del vescovo di Algeri che ha chiarito, difeso e ribadito le sue affermazioni centrali (si veda qui un riassunto della querelle).
Dal nostro punto di vista l’intera questione va inserita nella progressiva accettazione nella Chiesa del processo di secolarizzazione, che comporta, nei diversi campi e non solo in quello delle relazioni con le altre religioni, una Chiesa che si faccia sempre più invisibile, che ci sia sì ma senza mostrarsi, che parli ma in silenzio, che incontri ma senza essere incontrata, che convinca ma solo “per attrazione”, anche se è impossibile essere attratti da ciò che non si vede.
Il cardinale Vesco ha ragione nel ricordare come una simile posizione sia condivisa oggi dal magistero. Per non andare troppo indietro nel tempo, anche il recente documento vaticano Un cammino di speranza ha invitato i cristiani a dialogare con le altre religioni ma senza fare opera di proselitismo, senza tentare di conquistarli al Vangelo, nemmeno con la semplice proposta. Il dialogo viene privato della missione e in esso la Chiesa dovrebbe semplicemente far parte di una comunità di dialoganti: presente ma nella forma dell’assenza, porsi senza proporsi.
Si tratta di una tendenza generalizzata, di cui abbiamo avuto un prova – anche se in altro contesto – durante il periodo Covid, quando la Chiesa si era nascosta e dimostrata inutile. Non si trattava, in quel caso, di nascondersi nelle relazioni interreligiose, ma di manifestare l’assenza di Dio nella pubblica piazza. Nei due casi l’idea è la stessa: la Chiesa non ha qualcosa di proprio e unico da annunciare sempre e comunque, ma ha davanti a sé delle realtà degne di essere lasciate quali sono. La chiusura dei santuari dedicati alla Madonna della Salute durante il Covid voleva significare che la Chiesa si fermava davanti alla scienza e alla politica, ritenendo offensiva la pretesa di aver qualcosa da dire e da dare nei loro confronti. Nelle varie situazioni di relazione con altre religioni avviene lo stesso: la Chiesa si ferma perché pensa che testimoniare a viso aperto e proclamare davanti a loro il “Dio di Abramo Isacco e Giacobbe”, che è anche il “Dio dei filosofi”, sia irrispettoso, presuntuoso e impositivo.
Nel caso del Covid si pensava che la Chiesa fosse stata costretta dalle circostanze a sparire, mentre era stata essa ad approfittare delle circostanze per fare quanto da tempo la nuova teologia aveva in mente di fare. Nel caso dei rapporti con le altre religioni si pensa che la Chiesa sia costretta a sparire a causa di una situazione che non le permette di essere se stessa – in questo caso quella dell’Algeria islamica – mentre è essa che approfitta delle circostanze per fare quanto la nuova teologia da tempo suggerisce di fare.
Lo scopo che la nuova teologia propone da molto tempo è di accettare fino in fondo la secolarizzazione, vale a dire un mondo maturo, plurale, bastante a se stesso, da accettare così come è, senza più pretese di conversione. Questa tendenza la si nota oggi da molti sintomi, e non solo dalle parole del cardinale Vesco: l’integrazione di tutti secondo lo spirito della nuova sinodalità, lo schiacciamento dell’etica cristiana senza riserve nel contesto delle situazioni di vita, la tendenza a parlare sempre dell’uomo e del mondo e non di Dio, la estroversione di una Chiesa chiamata sempre e solo a guardare al di fuori. La Chiesa non deve conquistare il mondo – si dice – ma servirlo … fino a rendersi assente e inutile se il mondo secolarizzato non ne ha più bisogno.
A ben vedere si tratta di convinzioni che vengono da lontano. Già nel 1965 Harvey Cox scriveva che «in Gesù Dio insegna all’uomo a procedere senza di lui, a divenire maturo, libero dalle esigenze infantili, pienamente umano». Prima di lui ci aveva pensato Dietrich Bonhoeffer: «Il nostro diventare adulti ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio: vivere come persone che senza Dio fanno fronte alla vita. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona». Nel 1967 Karl Rahner scriveva che la Chiesa «deve vedere il mondo profano come un interlocutore libero in un dialogo aperto, imparare anzi a vedere se stessa come una parte genuina di tale mondo, che collabora dall’interno della sua storia – che Dio solo guida – senza essere per questo semplicemente la rappresentante di Dio nel suo seno».
La strada della Chiesa assente è stata tracciata da decenni. Da questi presupposti tanti atteggiamenti di oggi: la religione del silenzio, l’insofferenza per la rigidità della dottrina, un cristianesimo problematico e non più dogmatico, la indistinzione tra sacro e profano, la Chiesa per gli altri, in uscita, per il mondo. La Chiesa della rinuncia.
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