mercoledì 4 novembre 2026

Natalità sempre più giù: perché il figlio è visto come accessorio




L’anno scorso il nostro Osservatorio ha pubblicato il suo 17mo Rapporto dedicato alla denatalità con il titolo “La guerra demografica – Ci vogliono estinti!”. Come si vede da questo articolo di Tommaso Scandroglio avevamo visto giusto.

Per il Rapporto 17 VEDI QUI – per il Rapporto 18 VEDI QUI



DiTommaso Scandroglio, 4 novembre 2026

Il Generale Inverno Demografico non molla la presa. Lo confermano i dati dell’Istat sulla natalità pubblicati il 21 ottobre scorso: nel 2025 sono nati 355.772 bambini, il 4% in meno rispetto al 2024. Un decremento costante negli anni. Una fredda coerenza al ribasso. Scende anche il tasso di fecondità: 1,14 figli per donna, sempre più distante dalla soglia del 2,1 indispensabile affinché una nazione non muoia. Sale invece l’età media del primo parto: 32,7 anni. Una delle concause della denatalità: più tardi cerchi un figlio più sarà difficile trovarlo. Le donne straniere figliano più di noi – 1,74 figli a donna, il 53% in più delle colleghe italiche – ma anche loro nel tempo mettono al mondo sempre meno bambini. L’aria mefitica della cultura occidentale sta infettando anche i loro uteri.

Potremmo sciorinare le solite e comunque corrette litanie sulle cause dell’estinzione del popolo italico a favore della sostituzione etnica degli stranieri: l’individualismo, la sovrastima dell’ostacolo economico, l’orientamento anti-vita, la paura del futuro, la mancanza di fede che schiaccia la progettualità a terra, all’immanente, verso una prospettiva senza speranza trascendente, il ricorso all’aborto che ci toglie all’anno circa il 20% della popolazione nascente e così via.

Tutto vero, anzi verissimo. Ma forse alla base di queste cause c’è un minimo comun denominatore, magari non il più importante, però è un fattore che certamente ha un suo peso specifico: per noi, oggi, i figli non sono necessari. È necessario avere un lavoro, trovare – non ci azzardiamo a dire un coniuge – almeno un compagno di vita, avere una casa, stare in salute, fare le vacanze, essere apprezzati, stimati e molto altro. Ma il figlio non è necessario. Non rientra in modo obbligatorio in quel progetto esistenziale che si chiama vita. È certamente bellissimo avere un figlio, ti completa, è appagante, ti cambia la vita, ma rimane un accessorio, una cornice ad un quadro in cui sono dipinti altri soggetti, ma non lui. È un evento accidentale cercato, ma non essenziale. Si può vivere anche senza.

Di contro, nella cultura di una volta e in quella, ancora odierna, ad esempio africana e mediorientale è impensabile non avere figli (ecco perché è impensabile l’omosessualità), perché è impensabile che ci siano cose più importanti della prole. In Occidente la realizzazione personale passa per altre strade, anzi il figlio è una deviazione del percorso, un rallentamento. Bene quindi averlo, il figlio, solo quando ormai sei giunto alla meta: hai conquistato la tua posizione economica e affettiva, hai solide basi che il figlio, almeno così speri, non potrà intaccare più di tanto. Il figlio non è necessario, perché siamo necessari solo noi. La centratura esistenziale è sull’Io e l’altro, figlio compreso, o mi valorizza ed è funzionale a me oppure è il nemico che mi porto in casa. L’espansione dell’ego non tollera limiti, compresi quelli proletari. Quindi, se va bene, il figlio arreda, completa, rifinisce esistenze che hanno già una loro sostanza, un loro significato compiuto. Aggiunge una pagina ad un diario che narrava una storia che aveva già una sua più che dignitosa trama.

Il figlio, poi, non è necessario perché il termine temporale della propria esperienza umana scade con la propria morte. La proiezione dell’esistenza per l’uomo contemporaneo si arresta in modo inevitabile alle soglie temporali del suo ultimo giorno qui sulla Terra. Nel figlio sopravvivrà, semmai e solo, il ricordo dei genitori, ma nulla più. Non interessa più perpetuare se stessi nei cuori dei figli. In passato invece, e nemmeno in un passato troppo remoto, nel figlio scorreva il sangue dei genitori, il figlio era l’estensione temporale delle loro biografie, il figlio era erede di visioni, costumi, spirito dei padri da perpetuare, vincendo così la morte dei propri genitori ed eternandoli, anche se ormai deceduti. La miopia contemporanea invece non riesce a spingere lo sguardo oltre il limitare del camposanto. Dunque se tutto finisce con me, con la mia morte, perché cercare la vita?



(Foto di Kelly Sikkema su Unsplash)




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