
Seppur ignari, la melodia o il rumore delle nostre scelte si riverberano già ora nell’Aldilà. Il “là” diviene calco del “qua”. Ogni nostra più piccola azione produce un’eco che si spinge oltre le porte della morte e viene udito da Dio.
Tommaso Scandroglio, 02-11-2026
Passiamo tutta la vita a prepararci alla morte, che lo vogliamo o no. Seppur ignari, la melodia o il rumore delle nostre scelte si riverberano già ora nell’Aldilà. Il “là” diviene calco del “qua”. Calco fedele, fedelissimo. Ogni nostra più piccola azione produce un’eco che si spinge oltre le porte della morte e viene udito da Dio.
In questo preciso senso, noi ogni giorno viviamo la nostra morte, costruiamo l’esito fausto o infausto della nostra vita futura nel regno delle luci più abbaglianti o in quello delle ombre più fitte.
E così la nostra eternità continua a modificarsi incessantemente quanto il nostro ondeggiare qui sulla terra tra le due sponde del bene e del male. L’esistenza postuma già ora si modella e si rimodella senza sosta e con precisione millimetrica, matematica - «perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati» - quasi fosse l’impronta digitale ultraterrena dei nostri peccati e dei nostri scarsi meriti. Il perpetuo moto delle nostre vite forma e deforma in modo ugualmente incessante la nostra condizione dopo il sepolcro e proprio la morte interrompe quel movimento perenne per cristallizzarlo per sempre. Identico a sé in un tempo ormai senza più tempo.
La vita dopo la morte assume l’identico volto della vita prima della morte, è la copia fedele in quanto a pene e premi dei nostri squallidi tradimenti e delle nostre incrollabili fedeltà, delle nostre bassezze ferine e delle nostre altezze eroiche, delle nostre banali vogliuzze e delle nostre trascendenti aspirazioni, delle grette mediocrità e delle magnanime nobilità che abitano il cuore minuscolo di queste formiche che siamo noi. Noi così indaffarati e nevrotici nell’inseguire l’ora, il nunc, ma spesso inconsapevoli che quell’ora ha già il volto del sempre, del semper. Il transeunte s’etterna, direbbe Dante, l’accidentale diventa essenziale e l’insignificante incidente nel tempo senza fine. L’attimo si estende già nell’infinito, laddove abita Dio.
È dunque qui che attimo dopo attimo intessiamo o un sudario per gli inferi o una bianca veste per l’empireo. Foggia, colore, spessore di entrambi sono decisi qui, anche senza che ne siamo consapevoli. Ma l’incoscienza raramente porta buoni frutti.
E così siamo già eterni, non solo perché non moriremo mai, ma perché il destino finale ed imperituro è l’esito autentico dei sospiri e delle lacrime e dei tormenti e delle gioie e dei pentimenti che stiamo già vivendo nell’ora presente, stretti in questa esistenza così corruttibile, così guasta. Il senso del nostro agire si perpetua, continua senza sosta oltre il nostro cadavere, si libra al di sopra delle nostre carni in putrefazione. La perfezione della morte sta anche in questo: sigilla per sempre, in modo assoluto, compiuto e definitivo la nostra esistenza passata e nulla più di meritorio o di deplorevole si potrà aggiungere. Ciò che è stato scritto, rimarrà scritto per sempre.
Già ora scontiamo o guadagniamo l’eternità.
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