mercoledì 18 gennaio 2023

Ratzinger, moderno Agostino. Come leggere la storia alla luce della vita eterna




Settimo Cielo

di Sandro Magister
, 17 gen 23
*

(s.m.) Nella vita di Joseph Ratzinger c’è molto di simile a quella di Agostino, il dottore della Chiesa da lui più amato. Non per nulla nell’enciclica “Spe salvi” del 2007, la più inconfondibilmente sua, tutta scritta di suo pugno, egli ha raccontato di Agostino proprio ciò che è accaduto anche a lui: il trovarsi inaspettatamente chiamato a governare la Chiesa, invece che dedicarsi a una vita fatta tutta di studi.

“Egli voleva essere solo al servizio della verità, non si sentiva chiamato alla vita pastorale, ma poi capì che la chiamata di Dio era quella di essere pastore tra gli altri, e così di offrire il dono della verità agli altri”: questo disse Benedetto XVI nell’udienza generale di mercoledì 9 gennaio 2008 dedicata al “più grande Padre della Chiesa latina”.

Infatti, anche da vescovo e poi da papa, Ratzinger è sempre rimasto teologo. E la “Spe salvi”, dedicata alla speranza cristiana, è una delle vette del suo insegnamento. A confronto diretto con la cultura moderna. Contro l’illusione che vi sia una soluzione terrena alle ingiustizie del mondo, perché invece – scrisse il papa – proprio “la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna”.

Nel saggio che segue, Roberto Pertici, professore di storia contemporanea all’Università di Bergamo, analizza a fondo la visione della storia che con quell’enciclica Joseph Ratzinger ci ha affidato in eredità. Di cui far tesoro, in questi tempi difficili per l’umanità e per la Chiesa.

Il saggio è stato scritto, in una sua prima stesura, poco dopo l’uscita della “Spe salvi”. Ma è di straordinaria attualità. Eccolo riedito su Settimo Cielo.

Nell’illustrazione: Benozzo Gozzoli, “Agostino insegna a Roma”, 1464.

*

BENEDETTO E LA STORIA




di Roberto Pertici

1. La “Spe salvi”, pubblicata da papa Benedetto XVI il 30 novembre 2007, rappresenta una non piccola novità nel genere “enciclica”, a cui pure appartiene. Lo stile fluido e il confronto serrato ed esplicito con alcuni fra i maggiori rappresentanti della cultura contemporanea, cristiana e non, rinviano alla forte personalità del pontefice. Se talora per le encicliche di precedenti pontificati ci si è potuti porre il problema di chi ne fosse stato il vero estensore, qui siamo di fronte a un testo evidentemente “d’autore”, meditato e scritto dal Ratzinger teologo e pastore. In esso egli intende riproporre con forza la speranza cristiana a un mondo in cui le grandi religioni politiche del Novecento sono “silenzio e tenebre” e nel quale l’unica vera alternativa sembra restare quella dello scientismo nelle sue varie manifestazioni.

Da studioso di storia, mi limiterò a proporre qualche riflessione sulla visione della storia umana che Benedetto manifesta in questo suo scritto. Questo perché credo che la dimensione storica e il problema della “giustizia nella storia” siano centrali nell’enciclica e che ad essi il papa dia una soluzione che rinvia ad alcuni di quelli che, per lui, sono i fondamenti del cristianesimo.

2. Si possono individuare due archetipi nella concezione cristiana della storia. Agostino di Ippona la concepisce come un’eterna lotta fra due “città”, la divina e la terrestre, che sono compresenti e saranno in conflitto sino alla fine dei tempi: esse verranno distinte soltanto al momento del giudizio finale. Questa di Agostino resta la critica più radicale di ogni millenarismo, cioè di tutte quelle concezioni che hanno a più riprese sostenuto che la città divina avrebbe prevalso, in un futuro più o meno prossimo e irrevocabilmente, sulla città terrena e si sarebbe realizzata nel mondo. Agostino nega che l’umanità, gravata dal peccato originale, possa conoscere nella storia un’integrale liberazione dal male: ogni generazione deve così rinnovare la sua battaglia per il trionfo del bene, pur sapendo che quel trionfo non sarà mai definitivo, e che, anzi, potranno aprirsi anche momenti di “ritornante barbarie”. Si tratta di una visione tragica, non consolatoria: “Il mondo è come un torchio che spreme”, dice Agostino. “Se tu sei morchia, vieni gettato via; se sei olio, vieni raccolto. Ma essere spremuti è inevitabile”.

Esiste anche un’altra linea, quella della tradizione escatologica dei primi tempi del cristianesimo, che attendeva una realizzazione storica del regno della giustizia. Essa è ripresa – un secolo prima di Dante – da Gioacchino da Fiore, che previde uno sviluppo provvidenziale del processo storico verso un’età dello Spirito, in cui l’umanità si sarebbe pienamente realizzata. È noto come una serie di studiosi novecenteschi (da Karl Löwith a Eric Voegelin) abbiano visto nel gioachimismo un momento decisivo della storicizzazione dell’escatologia cristiana e, quindi, una premessa delle filosofie della storia ottocentesche.

Benedetto XVI resta nell’ambito di una concezione agostiniana della storia: lo conferma la critica che egli elabora all’idea di progresso, tipico prodotto della modernità. Il papa distingue tra sviluppo materiale (tecnologico, scientifico, economico) e progresso morale. Il primo è innegabile e ha apportato grandi benefici all’uomo, ma presenta anche un volto ambiguo: “Senza dubbio, esso offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male, possibilità che prima non esistevano. Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male” (par. 22). Ma in campo morale? È ipotizzabile qualcosa di simile all’accumulazione di conoscenze che si ha nella scienza, un progresso, come dice Benedetto, “addizionabile”? È possibile costruire sulle scelte etiche fatte dalle generazioni precedenti, darle come irrevocabilmente realizzate e quindi ridurre progressivamente, nel mondo, la possibilità di male, fino a farla scomparire? L’uomo del XXI secolo costituisce un progresso morale rispetto a quello del XVIII, perché ha proclamato la moratoria della pena di morte, predica il rispetto dell’ambiente e l’uguaglianza fra i sessi? Se così fosse anche il cristianesimo sarebbe solo una tappa del cammino dell’umanità, importante quanto si vuole, ma destinato a essere superato da qualcosa di ulteriore, e la meta dell’ “oltre-uomo” predicata, in modi diversi, da Marx come da Nietzsche, avrebbe una sua plausibilità.

Il pontefice, invece, afferma: “Nell’ambito della consapevolezza etica e della decisione morale non c’è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri: in tal caso, infatti, non saremmo più liberi. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio”. Da qui anche la possibilità di regressi morali, in quanto le nuove generazioni possono certamente “attingere al tesoro morale dell’intera umanità, ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali” (par. 24). Non si ha dunque un progresso nella natura umana, essa non può progressivamente liberarsi dai limiti che le sono consustanziali.

Tanto meno l’uomo può sperare che la soluzione della sua esistenza possa prevenirgli dall’esterno, dal mutamento della società. Non che una lotta per una società migliore sia inutile, anzi essa è auspicabile e necessaria, e la politica può contribuire grandemente alla “minimizzazione” del male: soltanto non può distruggerne la radice e risolvere definitivamente il problema della libertà umana. Dice il papa: “Non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. […] Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e per questo motivo esse non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone” (par. 24).

3. L’idea dell’indefinito progresso morale è un parto della modernità. Quindi la critica che ne fa Benedetto XVI comporta, da parte della Chiesa, il ritorno a un atteggiamento polemico verso il mondo e il pensiero moderni, la fine di quell’attenzione ai “segni dei tempi” che fu uno dei portati della svolta conciliare? In effetti, da nessuna parte si è parlato con tanta amichevole insistenza di “mondo moderno”, “pensiero moderno”, “modernità” come nel mondo cattolico degli ultimi decenni.

Ma il pensiero cattolico post-conciliare aveva le sue ragioni: voleva chiudere il tempo delle contrapposizioni, quello in cui all’astrazione “mondo moderno” si era opposta un’altra astrazione, quella di “cristianità”: il vagheggiamento, cioè, di una società organica, fortemente improntata nelle sue istituzioni civili dalla presenza cattolica, che rinviava a un mitico Medioevo da restaurare. Per secoli il pensiero cattolico aveva fatto proprio – avversandolo – l’albero genealogico che il “pensiero moderno” aveva dato di se stesso: dalla riforma protestante all’ Illuminismo alla rivoluzione francese al liberalismo al socialismo al comunismo. Quello che la modernità aveva considerato come un processo di emancipazione, il pensiero cattolico lo considerava come una sequela di tragedie storiche che stava precipitando l’umanità nel baratro. Ne derivava – bisogna sottolinearlo – una presa di distanza anche nei confronti delle istituzioni liberali e dei valori che vi sottostanno: libertà di coscienza, pluralismo religioso, etc.

Ora di tutto ciò nella “Spe salvi” non c’è traccia. È da notare, anzitutto, che Benedetto non condanna la modernità, ma la invita a “un’autocritica […] in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza” (par. 22) e, in questo dialogo, afferma anche l’esigenza di una parallela “autocritica del cristianesimo moderno”. Ma, attenzione! La “modernità” delineata dal pontefice non è quella anatemizzata dal cattolicesimo anti-moderno. Nella sua riflessione sulla storia moderna, la riforma protestante non è nemmeno menzionata e Lutero viene citato una volta sola, per discutere una sua interpretazione di un passo della Lettera agli Ebrei.

Per Ratzinger la “modernità” ha un altro progenitore: Francesco Bacone. È nel suo pensiero – scrive – che le “componenti fondamentali del tempo moderno […] appaiono con particolare chiarezza”. E quali sono? 1) Il carattere non più contemplativo, ma strumentale del sapere, per cui l’uomo, attraverso l’esperimento, riesce a conoscere le leggi della natura e a piegarle al suo volere. 2) La trasposizione di questa conquista sul piano teologico: è con la scienza, non con la fede in Gesù Cristo, che l’uomo riacquista quella signoria sulla natura che il peccato originale gli aveva fatto perdere; di fatto è la scienza che “redime”. 3) La fede diventa, perciò, irrilevante per il mondo e viene relegata nel privato. 4) La speranza cambia natura: la scienza promette un processo continuo di emancipazione dai limiti della vita e un miglioramento, un “progresso” all’infinito della condizione umana. 5) Questo atteggiamento trapassa sul piano politico: come la scienza garantisce il superamento progressivo da ogni dipendenza dalla natura, così appare sempre più necessario emanciparsi da ogni altro condizionamento sociale, politico e religioso. 6) Emerge la prospettiva di una rivoluzione che stabilisca il regno definitivo della ragione e della libertà (par. 17-18).

4. Anche il tema della “negatività” dell’Illuminismo (altro tratto tipico del cattolicesimo anti-moderno) non viene sviluppato dal papa: anzi, egli mette in evidenza che il rapporto di quel pensiero con la rivoluzione francese fu alquanto problematico. “L’Europa dell’Illuminismo – scrive – in un primo momento ha guardato affascinata a questi avvenimenti, ma di fronte ai loro sviluppi ha poi dovuto riflettere in modo nuovo su ragione e libertà”.

Come esempi delle “due fasi della ricezione di ciò che era avvenuto in Francia”, Ratzinger richiama due scritti di Kant, in cui il filosofo rifletteva su quegli avvenimenti. Nel primo, del 1792, Kant guarda con favore alle vicende di Francia e ai provvedimenti di laicizzazione del biennio dell’Assemblea costituente: essi – a suo giudizio – segnano il superamento della “fede ecclesiastica” che viene ormai rimpiazzata dalla “fede religiosa”, vale a dire dalla semplice fede razionale. Ma nel saggio del 1795, il suo giudizio è assai diverso: siamo all’indomani della caduta di Robespierre, l’Europa ha assistito sbigottita alle politiche di scristianizzazione violenta e all’avvento dei culti rivoluzionari: il corrispettivo politico di questa fase è stato il Terrore. Alla mente del filosofo si affaccia un’altra eventualità: che con la fine violenta del cristianesimo si possa verificare “sotto l’aspetto morale, la fine perversa di tutte le cose” (par. 19). È inutile aggiungere come da questo ripensamento sia nato il pensiero liberale dei primi decenni dell’Ottocento.

Il cammino di importanti settori del pensiero moderno è dunque – per Ratzinger – diverso da quella genealogia della modernità contro cui ha polemizzato per secoli la cultura cattolica. Esso si avvia con il primo affacciarsi dello scientismo moderno in Bacone; si sviluppa in alcuni settori più radicali dell’Illuminismo e nel “costruttivismo” antireligioso del Terrore giacobino; sbocca nella “società opulenta” e nelle sue ideologie: scientismo, tecnocrazia, consumismo, edonismo di massa.

In questo cammino, certo, c’è anche Karl Marx, ma l’approccio ratzingeriano al pensiero del rivoluzionario tedesco è tutt’altro che liquidatorio. Per Ratzinger, Marx è – si potrebbe dire – il Bacone del proletariato: “Il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica, da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società ed indica così la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose” (par. 20).

Ma gli esiti delle rivoluzioni comuniste del XX secolo costituiscono anche il primo, vero scacco di questo filone di pensiero post-baconiano e non è uno scacco casuale. Esso deriva dalla logica interna al pensiero marxista: Marx, riducendo l’individuo a una serie di rapporti sociali, era convinto che il mutamento della società, “con l’espropriazione della classe dominante, con la caduta del potere politico e con la socializzazione dei mezzi di produzione”, avrebbe “ipso facto” creato l’uomo nuovo. Dopo una breve fase intermedia di dittatura, sarebbe nata la nuova Gerusalemme, in cui l’uomo sarebbe stato finalmente se stesso. Gli esiti di questo pensiero si sono visti. Il fallimento del marxismo non è stato accidentale: esso è derivato dal suo costitutivo materialismo, dal non aver compreso che “l’uomo non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli” (par. 21).

5. Negli ultimi due secoli l’ateismo ha assunto dimensioni di massa. Ma in molti casi esso non è derivato, almeno inizialmente, da un consapevole materialismo. È stato piuttosto – scrive Benedetto XVI – “un moralismo: una protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale. Un mondo, nel quale esiste una tale misura di ingiustizia, di sofferenza degli innocenti e di cinismo del potere, non può essere l’opera di un Dio buono. Il Dio che avesse la responsabilità di un simile mondo, non sarebbe un Dio giusto e ancor meno un Dio buono. È in nome della morale che bisogna contestare questo Dio. Poiché non c’è un Dio che crea giustizia, sembra che l’uomo stesso ora sia chiamato a stabilire la giustizia” (par. 42).

In questa analisi dell’ateismo come moralismo sono avvertibili echi di certo progressismo cattolico di metà Novecento. Così, anche per Ratzinger, questo ateismo diffuso ha origine da determinati limiti del cristianesimo degli ultimi secoli. Esso si sarebbe atteggiato a religione della salvezza individuale e avrebbe rinunziato a porre su un piano storico universale il problema del significato dell’esistenza e quindi del dolore umano: “Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito” (par. 25, ma anche 22 e 42).

Ecco dunque l’autocritica a cui il papa invita il cristianesimo contemporaneo ed ecco perché la “Spe salvi” ripropone la grande questione dell’”ingiustizia nella storia”. E qui tornano i temi dell’agostinismo ratzingeriano: se “il mondo è come un torchio che spreme”, quale senso dare alle sofferenze di coloro che per millenni sono stati “spremuti”? Le filosofie della storia dei secoli passati ne hanno fatto il “materiale” su cui il progresso costruiva il suo faticoso cammino: l’uomo giunto a perfezione avrebbe dovuto volgere il capo verso di loro e dire: “Noi siamo giunti finalmente alla meta, ma lo siamo anche grazie alle vostre tribolazioni”. Ciò attribuiva un significato meramente strumentale a quelle innumerevoli esistenze, ma si trattava pur sempre di un qualche significato. Ora, con la crisi irreversibile di quelle concezioni storiche, col riconoscimento diffuso che la storia non ha un “senso”, quelle vite rischiano di perdere definitivamente un qualsiasi significato.

La questione che Benedetto pone all’uomo contemporaneo è perciò la seguente: ci dobbiamo rassegnare al fatto che l’ingiustizia abbia l’ultima parola nella storia umana? Che le sofferenze dei secoli passati e del presente siano senza riscatto? È in questa prospettiva che egli torna a parlare con forza del “giudizio finale”, non in un’ottica apocalittico-punitiva, ma come elemento di speranza, che ristabilisca un equilibrio nell’economia della storia del mondo. “Io sono convinto – dice mettendosi in gioco in prima persona – che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna. Il bisogno soltanto individuale di un appagamento che in questa vita ci è negato, dell’immortalità dell’amore che attendiamo, è certamente un motivo importante per credere che l’uomo sia fatto per l’eternità; ma solo in collegamento con l’impossibilità che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola, diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita” (par. 43).

La prospettiva del giudizio finale – il papa insiste anche su questo – non comporta rassegnazione contro le ingiustizie del presente, anzi “chiama in causa la responsabilità” di ciascuno (par. 44), ci spinge a un’etica non piattamente eudemonistica, ma a “preferire, anche nelle piccole alternative della quotidianità, il bene alla comodità, sapendo che proprio così viviamo veramente la vita”. Tale etica “ascetica” ci è talvolta indicata anche da molti buonismi contemporanei: “Ma nelle prove veramente gravi, nelle quali devo far mia la decisione definitiva di anteporre la verità al benessere, alla carriera, al possesso”, insomma quando ne va della vita, “la certezza della vera, grande speranza, di cui abbiamo parlato, diventa necessaria” (par. 39).

La speranza cristiana – nell’enciclica di Benedetto XVI – torna così ad assumere una dimensione anche sovraindividuale, cosmico-storica si potrebbe dire. Essa si presenta come l’unica capace di dare un senso alla storia universale.










martedì 17 gennaio 2023

Aborto e gender, Benedetto e Francesco inconciliabili




Il libro di memorie di monsignor Gänswein, che ricorda gli appunti di papa Ratzinger alle affermazioni di papa Francesco su aborto, contraccezione e omosessualità, conferma la diversa prospettiva dottrinale e pastorale del Papa regnante rispetto all’emerito.


Tommaso Scandroglio, 17-01-2023

Nel recentissimo Nient’altro che la verità, libro in cui il giornalista Saverio Gaeta raccoglie la testimonianza di mons. Georg Gänswein segretario di Benedetto XVI, vi sono alcuni passaggi che confermano come il Papa emerito, relativamente a tematiche eticamente sensibili, fosse in piena sintonia con il Magistero della Chiesa e in significativa distonia con il magistero di Papa Francesco, seppur quest’ultima fosse presentata con estremo garbo e rispetto per il pontefice regnante.

Ad esempio Gänswein racconta che Papa Francesco, successivamente alla pubblicazione della sua lunga intervista a La Civilità Cattolica rilasciata nell’agosto del 2013, chiese un giudizio sulla stessa a Benedetto XVI. Quest’ultimo così rispose: “In realtà sono d’accordo con tutto quanto lei ha detto, ma in due punti vorrei aggiungere un aspetto complementare. Il primo punto concerne i problemi legati all’aborto e all’uso dei metodi contraccettivi. Il secondo punto concerne il problema dell’omosessualità” (p. 245).

Il primo punto riguardava il seguente passaggio dell’intervista di Francesco: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione» (pp. 463-464). E’ noto che papa Francesco percepisce queste tematiche come una spina nel fianco perché creano divisione a motivo della dottrina della Chiesa che è chiarissima su questi aspetti. Meglio quindi non parlarne o, dovendo trattarne, trasformarle da problemi morali in questioni di giustizia sociale (aiuto alle donne con gravidanze indesiderate, accoglienza delle persone omosessuali, educazione all’affettività per le coppie sposate, etc.).

Benedetto XVI, tenuto conto del suo giudizio su queste tematiche (valga la sola citazione del Catechismo della Chiesa Cattolica di cui fu principale artefice), volutamente non prese di petto Francesco, ma scelse più opportunamente la strada, potremmo dire, pedagogica. In merito ad aborto e contraccezione richiamò l’attenzione di Francesco sul fondamento teologico, più che morale o sociale, ricordando che le battaglie intraprese da Giovanni Paolo II a favore della vita erano battaglie prima di tutto a difesa del Creatore della vita, quindi a difesa di Dio (cfr. pp. 245-246).

Sull’omosessualità il Papa Emerito lodò la volontà di Francesco di trovare un “equilibrio tra il rispetto della persona, l’amore pastorale e la dottrina della fede” (p. 246). Però Benedetto volle “aggiungere un aspetto che risulta dai problemi della propaganda pubblica su questo punto. La filosofia del gender che qui è in gioco ci insegna che è la singola persona stessa che si fa uomo o donna. L’essere uomo o donna non è più una realtà della natura che ci precede. L’uomo è un prodotto di se stesso. […] Si tratta di una radicale negazione del Creatore e di una manipo­lazione dell’essere nella quale solo l’uomo è padrone di se stesso. In questa propaganda non ci si interessa per niente del bene delle persone omosessuali, ma di una voluta ma­nipolazione dell’essere e una radicale negazione del Crea­tore. Io so che molte persone omosessuali con queste ma­nipolazioni non sono d’accordo e sentono che il problema della loro vita diventa un pretesto per una guerra ideologica. Perciò, la resistenza forte e pubblica contro questa pres­sione è necessaria” (pp. 246-247).

In sintesi Benedetto XVI bacchettò Francesco non volendo però dare l’impressione di bacchettarlo. Ciò che per Francesco era secondario e che risultava critico a motivo del giudizio netto della dottrina, per Benedetto era essenziale ed era questione che trovava la sua soluzione sul piano dottrinale e quindi pastorale, una pastorale che è l’applicazione dei principi indicati dalla dottrina e non ne è la fonte, come invece indicano gli scritti e i discorsi di Papa Francesco.

Il libro, dunque, conferma ormai un dato di fatto: l’orientamento dottrinale e pastorale di Benedetto non solo era differente da quello di Francesco, ma antitetico su più aspetti, al netto della dovuta riverenza che il primo promise al secondo una volta divenuto Papa emerito. Ne è prova, sempre in ambito morale, la reazione di Benedetto alla notizia che Francesco non volle mai rispondere ai famosi dubia dei cardinali Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner che riguardavano, alla fine, l’esistenza o meno dei mala in se, ossia l’esistenza o meno di azioni sempre intrinsecamente malvagie. Ricorda il suo segretario: “Benedetto restò soltanto umanamente sorpreso per l’as­senza di qualsiasi cenno di replica da parte del Pontefice, nonostante Francesco normalmente si mostrasse disponi­bile a incontrare e a parlare con chiunque” (p. 283).

Sullo stesso tema, che in positivo è quello dei principi non negoziabili (espressione coniata dallo stesso Papa Benedetto), Gänswein rammenta lo stupore del Papa emerito quando Francesco in un’intervista al Corriere della Sera dichiarò che non comprendeva la natura di simili principi (da lui definiti valori): “il 5 marzo 2014 Benedetto lesse sul «Corriere della Sera» l’intervista di Ferruccio De Bortoli a Papa Francesco e si chiese cosa il Pontefice non avesse compreso quando, rispondendo alla domanda sui «valori non negoziabili soprattutto in bioetica e nella morale sessuale», aveva dichiarato: «I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano esser valori negoziabili». Senza permettersi di esprimere un giudizio, a livello personale il Papa emerito intese però quell’affermazione come un cam­biamento di rotta e una velata critica nei riguardi del pre­cedente comportamento di Giovanni Paolo II e suo, come se volesse dire che si può negoziare su tutto” (p. 294).

La lettura del libro di Gänswein conferma quindi che la prospettiva morale e teologica tra i due papi era e rimane insanabile. L’umiltà e la devozione mostrata da Benedetto verso Francesco non deve quindi trarre in inganno perché, anche regnante Francesco, il Papa emerito, quando ebbe occasione di pronunciarsi su alcune tematiche, assunse posizioni che oggettivamente non sono conciliabili con le prospettive di fondo del magistero di Francesco.







domenica 15 gennaio 2023

Maria, a Cana, associata all'opera del Figlio




domenica 15 gennaio 2023

Bernardo di Chiaravalle diceva: "De Maria numquam satis". Il Vangelo di oggi ci offre spunti di meditazione che ci aiutano a porci con sempre maggior fiducia sotto la sua protezione (Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei genetrix...). Vi invito a consultare la nota e a non perdervi altre luci da uno scritto prezioso [qui].

Maria, a Cana, associata all'opera del Figlio



Un protestante ha detto che la Madonna alle nozze di Cana non ha mediato perché nessuno glielo ha chiesto. Incredibile, come si possa essere così ciechi. Da una parte c'erano gli sposi che erano rimasti senza vino e dall'altra c'era Gesù che poteva risolvere il problema. Maria dunque ha mediato tra Gesù e gli sposi senza che nessuno glielo chiedesse perché ha visto il bisogno, ma il fatto che nessuno glielo abbia chiesto non significa che non abbia mediato. Quanto più medierà se qualcuno gli chiede qualcosa, tant'è vero che la Madonna è la Mediatrice universale di tutte le grazie.

---

Di più; Maria non ha chiesto esplicitamente a Gesù di trasformare l'acqua in vino ma ha esposto a Gesù un bisogno sapendo che Gesù poteva risolverlo.---

Di più; Gesù ha detto: "Che ho io da fare con te, o donna?" nel senso che, come dice sant'Agostino, Gesù è Dio e la Madonna è creatura. Creatura si, ma eccelsa fra tutte le creature, sublime, Immacolata, piena di grazia, sempre Vergine, che non ha rifiutato nulla a Dio e quindi Gesù non rifiuterà nulla a lei che è sua Madre, Madre di Dio; anche se "Non ancora è venuta la mia ora". Cioè l'ora non era giunta di manifestarsi facendo miracoli ma cambia "la sua ora" perché sua Madre glielo ha, non esplicitamente, chiesto.
Questo miracolo, tra l'altro, manifesta quanto sia potente l'intercessione della Madonna, al punto da far cambiare i piani di Gesù. Gesù è onnipotente perché è Dio, la Madonna è onnipotente, non per natura, ma per grazia, nel senso che può ottenere da Dio tutto quello che chiede.---

Di più; la Madonna non lo ha certo fatto presente a Gesù perché Lei stessa volesse bere ma per gli altri.---
Di più; dicendo: "fate quello che vi dirà" ci fa capire l'importanza di seguire la parola di Gesù.
---

Di più; per l'intervento di Maria: "Così Gesù diede inizio1 ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui."---

Di più; con questo miracolo fatto per la mediazione di Maria, Gesù transubstanziando la sostanza dell'acqua in quella del vino mostra che potrà transubstanziare la sostanza del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue, pur sotto le specie del pane e del vino che poi, con i miracoli eucaristici, mostrerà, anche visibilmente, che effettivamente sono il suo Corpo ed il suo Sangue.----

Questo miracolo delle nozze di Cana, che si commemora la seconda Domenica dopo l'Epifania, è così ricco di insegnamenti sul ruolo della santa Vergine, e non solo, che bisogna proprio essere accecati dall'eresia per non vederlo. (Franco Toscano)_______________________________
Nota di Chiesa e post-concilio

1. "Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui" (Gv 2,11) Il termine usato da Giovanni, non a caso, è ἀρχὴν e non possiamo fare a meno di collegarlo con Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος del Prologo (In principio era il Verbo), che ci rimanda direttamente al Bereshit (בראשית in ebraico) il grande In principio della Genesi...
Inoltre le 6 giare (6 come i giorni della creazione) non sono di terracotta (materiale comunemente usato) ma di pietra: sulla pietra è stata scritta la legge di Dio. Di esse Giovanni esplicita il contenuto «due/tre» metrète, che corrisponde a quello delle מִקְוֶה mikvà pl. mikva'ot, le vasche usate per il bagno rituale purificatorio. Cana è parte di un processo che abbraccia tutta la storia di Israele e tutta la storia di Dio. Ed è quell'acqua della purificazione che Gesù trasforma in vino. A Cana non si consuma solo un matrimonio, ma si rinnova la creazione dell’universo, simboleggiato nel vino nuovo, quello della nuova creazione che ora ha avuto un nuovo inizio, in cui la purificazione è associata al sangue del Figlio. E dunque il vino è quello dei tempi messianici, quello che poi Gesù transustanzia nella quarta coppa del Cenacolo per anticipare il Calvario...






Fonte


sabato 14 gennaio 2023

“Più un’anima è santa, più esercita un profondo influsso nella Chiesa”






“Più un’anima è santa, più esercita un profondo influsso nella Chiesa”. Queste parole sono di padre Gabriele di Santa Maria Maddalena (1893-1953), scritte nel suo Intimità Divina. Dicono una cosa vera. Dinanzi ai problemi della Chiesa, che in questi tempi sono quelli che sono, sono ovviamente doverosi tutti gli sforzi che si devono fare sul piano dell’apostolato e della denuncia (cosa che come C3S ci sforziamo indegnamente di fare); ma ancor più bisogna santificarsi. Perché tutti gli sforzi di apostolato a nulla servono se non si sostanziano nella vita interiore.

Padre Gabriele di Santa Maria Maddalena così scrive:

Gesù ci ha salvati non solo con l’attività esterna di predicazione, di educazione, d’istituzione e di amministrazione dei sacramenti, ma anche con l’obbedienza e il silenzio della sua vita nascosta, con la preghiera di cui tante volte ci parla espressamente il Vangelo e soprattutto col sacrificio della Croce, nel quale culminò tutta la sua opera redentrice (…). In prima linea sta quindi il cosiddetto “apostolato interiore” della preghiera e dell’immolazione; su questo poi si fonda l’apostolato esterno dell’azione, che trae la sua forza e la sua efficacia dal primo.

Quanto più la nostra azione parteciperà a quel che di più profondo e fecondo è nell’opera di Cristo, tanto più sarà efficace; questo si raggiunge appunto mediante la preghiera e il sacrificio abbracciato con generosità e costanza in unione al sacrificio di Cristo, per la salvezza delle anime. Ecco perché la Chiesa -pur riconoscendo l’urgenza dell’apostolato esterno- continua a volere ed a sostenere quelle forme di vita contemplativa che si dedicano all’apostolato interiore (…).

L’ideale apostolico deve spingere l’anima ad abbracciare con piena generosità una vita di continua immolazione nascosta, onde farne un potente mezzo di salvezza per i fratelli, e deve, d’altra parte, spronarla a progredire rapidamente nel cammino della santità per diventare presto tale da ottenere da Dio tutte quelle grazie che desidera per la Chiesa. (…) Più un’anima è santa, più esercita un profondo influsso nella Chiesa.







venerdì 13 gennaio 2023

Le assurdità del «nuovo paradigma» moral





Di Silvio Brachetta, 13 GEN 2023

È nota la deriva della teologia morale, specialmente nell’ultimo decennio, secondo cui si tende ad approvare quella che appare una «morale della situazione» a favore di chi compie «atti intrinsecamente cattivi». Il male della contraccezione e della fecondazione artificiale, ad esempio, viene così depotenziato, apportando giustificazioni al trasgressore. Si tratta del «nuovo paradigma» morale, proposto dal Card. Walter Kasper e confermato da Papa Francesco in Amoris Laetitia.

“Noi non proponiamo affatto – dicono in sostanza i promotori del «nuovo paradigma» – una sorta di «morale della situazione», apertamente riprovata tra l’altro da Giovanni Paolo II nella Veritatis Splendor, ma ci limitiamo a constatare la debolezza dell’uomo peccatore e diciamo a fin di bene, in quanto preoccupati della sua (e nostra) salvezza eterna, che la portata morale degli «atti intrinsecamente cattivi» dev’essere valutata non solo sull’oggetto della trasgressione, ma anche sulla disposizione spirituale soggettiva del trasgressore”.

Il discorso sembra filare, anche perché sull’importanza delle disposizioni soggettive si era espresso positivamente anche san Tommaso d’Aquino. Da quello che insegna Tommaso, specialmente nelle questioni 72, 74 e 88 della Summa Theologiae (I-II), il Concilio di Trento afferma ciò che si legge al n. 1857 del Catechismo della Chiesa Cattolica: «È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso».

Tutto questo è giusto, ma c’è un ‘però’. Un grande ‘però’, che viene sistematicamente estromesso dai moralisti del «nuovo paradigma»: la missione di Gesù Cristo e della sua Chiesa è quella di dare consapevolezza (conoscenza, ragione) e orientare il consenso (volontà) del peccatore verso il bene, non verso il male. La natura del peccato dev’essere valutata dal confessore, dopo il delitto e a suffragio del peccatore, non dal predicatore, che deve invece porre l’attenzione solo sulla materia grave ed eccitare, di conseguenza, il pentimento del peccatore.

Se, ad esempio, il confessore rende consapevole l’adultero del peccato d’adulterio, il peccatore non sarà più giustificato in futuro e il peccato veniale – venuta meno una delle condizioni (piena consapevolezza) – sarà di certo mortale. Questo quanto alla ragione. Quanto alla volontà, il penitente ha l’obbligo di «fuggire le occasioni prossime di peccato», veniale e mortale: non di fuggire il peccato, ma le «occasioni». E le occasioni si fuggono con un atto della volontà, che il peccatore pentito può e deve eccitare verso il bene.

Se questo non accade, la grazia non può né manifestarsi, né agire sul penitente. Viene meno, così, la giustificazione e la conseguente salvezza. La questione non è di poco conto, ma è alla base del cosiddetto «discernimento», tanto chiamato in causa, quanto ignorato dei pastori.

È assurdo, inoltre, pensare che da una situazione di peccato non si possa uscire. Tramite la grazia, il penitente trova sempre una strada per abbandonare il male e per fare il bene. La grazia serve proprio a questo: rendere possibile quello che non si comprende o si reputa impossibile.

Il «nuovo paradigma» morale cancella la speranza nella grazia e getta il penitente nella convinzione assurda di ritenersi inadatto alla conversione, per via di un ostacolo che non riesce a superare. Ma non lo può superare proprio perché il neo-moralismo pastorale lo ha convinto che ci sono situazioni di peccato insuperabili. Nel lungo periodo, il penitente è danneggiato dalla disperazione e si rassegna a ritenersi incapace di comprendere Dio e di volere il bene.

Il Decalogo diventa il codice delle «regole» di un Dio sadico, che si è divertito a pretendere qualcosa di non realizzabile dall’uomo. C’è il rischio di una deriva protestante, per cui l’uomo tende sempre più a considerare se stesso irrimediabilmente cattivo e peccatore, volgendo la speranza di salvezza alla sola fede.

Gesù Cristo insegna ben altro: si può e si deve uscire da qualunque situazione di peccato, con l’ausilio necessario della grazia, che proprio Lui è venuto a portare. Non c’è altro motivo che giustifichi l’istituzione dei sacramenti, senza i quali non è possibile la salvezza. Le attenuanti servono all’avvocato, in sede di giudizio, non all’imputato prima del delitto.

Silvio Brachetta








giovedì 12 gennaio 2023

Restrizioni alla Liturgia Tradizionale: le preoccupazioni del Card. Burke e di Mons. Schneider




Traduzione di un articolo di Edward Pentin, su National Catholic Register NCR (QUI).

***

Il cardinale Burke e il vescovo Schneider ribadiscono le preoccupazioni per le restrizioni alla liturgia tradizionale. Il cardinale e il vescovo hanno offerto i loro commenti per una conferenza che l'autore ha tenuto recentemente a Londra.




Edward Pentin, National Catholic Register NCR, 4 Novembre 2022


CITTA' DEL VATICANO -

Il cardinale Raymond Burke ha messo in dubbio le basi degli sforzi guidati dal Papa per limitare e infine eliminare la Messa latina tradizionale, mentre il vescovo Athanasius Schneider ha detto che il "tesoro millenario" non può essere distrutto, in quanto opera dello Spirito Santo.

Il cardinale e il vescovo hanno gentilmente condiviso i loro commenti nell'ambito di una conferenza che ho tenuto alla Latin Mass Society di Londra il 21 ottobre.

Mentre si aggravano le preoccupazioni per le nuove restrizioni del pontificato sulla liturgia tradizionale, il cardinale Burke ha detto che "nella misura in cui la ragione e la sana teologia prevalgono, la salvaguardia e la promozione dell'Usus Antiquior [l'antica liturgia in uso prima delle riforme del 1970] continuerà".
Il prefetto emerito della Segnatura Apostolica ha affermato che ciò avviene "nonostante le difficoltà e persino le persecuzioni" ispirate da Traditionis Custodes (Custodi della Tradizione), la lettera apostolica di Papa Francesco del 2021 emanata motu proprio (decreto) che limita la liturgia antica, e dai Responsa ad Dubia, le linee guida sull'attuazione del decreto emanate cinque mesi dopo.

Ma il cardinale Burke ha sottolineato che come "motu proprio", Traditionis Custodes non ha forza sufficiente perché ha autorità solo nella misura in cui è fondata su giusti motivi. Ha aggiunto che le motivazioni del decreto, e la lettera che lo accompagna scritta da Papa Francesco ai vescovi, "non sono vere e giuste" se prese insieme, e ne ha fornito le ragioni.


La prima, ha detto, è che "semplicemente non è vero" che la liturgia riformata è l'unica forma valida del Rito Romano. Ha sottolineato che, come hanno riconosciuto Papa S. Paolo VI, Papa S. Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, l'Usus Antiquior non è mai stato "soppresso" e, di fatto, ha continuato ad essere celebrato fin dai tempi della promulgazione del Messale di Papa S. Paolo VI.


Il cardinale Burke ha affermato che è "contrario alla ragione e alla sana teologia liturgica affermare che una forma del Rito Romano celebrata ininterrottamente per circa 15 secoli non è più una forma valida del Rito Romano".


Ha anche contestato l'affermazione dei documenti secondo cui coloro che assistono alla liturgia tradizionale rifiutano il Concilio Vaticano II e sono divisivi perché si considerano gli unici veri cattolici - cosa che ha respinto come falsa, ad eccezione di alcuni "estremisti" che hanno tali opinioni, proprio come "ci sono estremisti in qualsiasi gruppo".


Al contrario, ha detto che è evidente, anche per coloro che non sono attratti dalla liturgia tradizionale, che i fedeli che ne sono attratti sono "nutriti spiritualmente da essa, che sono devoti nel loro culto e nella loro pratica della fede. Sono anche fedeli ai loro vescovi e al Santo Padre".


"Per questo motivo", ha aggiunto, "sono stati comprensibilmente feriti dalla durezza dei documenti in questione, dal fatto che il documento Traditionis Custodes è entrato in vigore immediatamente e dall'applicazione dei documenti da parte di alcuni vescovi senza alcun riguardo per il bene delle anime".


Ha anche detto che "purtroppo, alcuni hanno concluso erroneamente che non c'è casa per loro nella Chiesa".


Il cardinale Burke ha detto che il loro dolore è "comprensibilmente intensificato" quando vedono "un'aperta deviazione da ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato da parte del Cammino Sinodale Tedesco e di altri individui e gruppi dissidenti, mentre essi vengono trattati come dannosi per la Chiesa a causa del loro profondo apprezzamento della Liturgia Romana classica".


"La situazione è totalmente confusa e divisiva", ha detto.


Il cardinale Burke ha anche alluso ai risultati del sondaggio della Congregazione per la Dottrina della Fede su cui si basava apparentemente Traditionis Custodes, affermando che non era una base giustificata per queste misure perché i risultati del sondaggio "non sono mai stati resi pubblici, e diverse persone fidate che hanno visto i risultati o, almeno, alcuni dei risultati, affermano che sono favorevoli alla continuazione della disciplina stabilita da Summorum Pontificum".


Ma il cardinale Burke ha evidenziato un altro "difetto procedurale fondamentale nella promulgazione di Traditionis Custodes", ovvero il fatto che la maggior parte di coloro che ne sono interessati non sono stati consultati prima della sua promulgazione - cosa che, ha detto, va contro le Regulae Iuris [Norme di diritto].


Per quanto riguarda i Responsa ad Dubia, il cardinale Burke ha detto che hanno solo la forza della legge a cui si riferiscono, ma i Responsa vanno oltre Traditionis Custodes e, addirittura, presumono di cambiare la legge universale della Chiesa - ad esempio, per quanto riguarda la legge sulla binazione (celebrare la Messa due volte nello stesso giorno).


Un ulteriore problema per il Vaticano, ha detto, è che il Dicastero per il Culto divino si sta appropriando di competenze che appartengono al vescovo diocesano e sono sotto la sua giurisdizione.


Il cardinale ha detto che ci sono molte altre serie difficoltà con i Responsa ad Dubia, che derivano dal fatto che sono stati sviluppati e promulgati senza una consultazione abbastanza adeguata. "Si può solo sperare che i vescovi la interpretino secondo i principi perenni del diritto canonico, specialmente il principio che la cura delle anime è la legge suprema", ha detto.


Il punto di vista del vescovo Schneider



Nei suoi commenti sulla situazione, il Vescovo Ausiliare Athanasius Schneider di Astana, in Kazakistan, ha incoraggiato con forza vescovi, sacerdoti e fedeli a mantenere l'attaccamento e la fedeltà all'antica liturgia che, ha detto, "è un tesoro di tutta la Chiesa, anche per la sua vitalità".


Essendo un dono inestimabile per la Chiesa, ha detto che bisogna trovare un modo "per difendere questo tesoro e trasmetterlo alla prossima generazione, per amore della Santa Madre Chiesa e anche per il nostro amore per l'onore della sede apostolica".


"È una cosa molto grave", ha aggiunto il vescovo Schneider. "È stato un tentativo di distruggere in parte la tradizione liturgica. Nessun Papa in 2.000 anni, e nessun concilio, aveva osato riformare un rito venerabile e provato; nessuno oserebbe fare questo a qualcosa che si è dimostrato così venerabile e che porta frutti".


"Per queste ragioni", ha detto il vescovo Schneider, "vescovi, sacerdoti e fedeli devono rimanere fedeli a questo grande tesoro della Chiesa". Se non lo fanno, e collaborano all'applicazione di queste misure restrittive, allora stanno causando "un danno spirituale alla Chiesa, perché perdere un tale tesoro santificato dai santi per così tanti anni sarebbe un danno evidente per il bene spirituale della Chiesa e per le anime".


Questo include il rifiuto dello stile di culto versus populum (rivolto verso il popolo) e della Comunione in mano. "Questo non è mai stato cattolico", ha detto. "È uno stile protestante e deve essere abbandonato". Egli è fermamente convinto che se ciò venisse fatto, non ci sarebbero più guerre liturgiche, entrambe le forme sarebbero in qualche modo vicine l'una all'altra, e col tempo lo diventerebbero sempre di più, trasmettendo così ciò che tutti i papi e i santi ci hanno trasmesso nella Santa Liturgia.


Ritiene inoltre che i fedeli dovrebbero fare pressione sui loro vescovi e sulla Santa Sede per unificare il lezionario e il calendario liturgico (la Messa latina tradizionale e la Messa riformata hanno letture e calendari liturgici diversi).


Alla domanda se pensava che ci potesse essere un dialogo con il Papa e con il cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, per raggiungere questo obiettivo, ha detto di non essere ottimista perché nell'attuale Vaticano anche alcuni vescovi proibiscono la celebrazione della Messa versus Deum ("di fronte a Dio"). Ha definito questo divieto "grave", e quindi ritiene che non ci siano le basi per discutere la questione fondamentale di cosa sia la Santa Messa.


Il vescovo Schneider ha detto che per coloro che spingono la riforma liturgica, la Messa è un incontro incentrato sulla comunità, mentre per i cattolici tradizionali è l'adorazione della Santissima Trinità. La Messa è innanzitutto il sacrificio del Golgota nella forma sacramentale, ma per quelli nel Vaticano, ha detto, è più importante l'elemento del banchetto, che secondo il vescovo Schneider è protestante e luterano e non appartiene alla tradizione apostolica. Questo, ha aggiunto, è particolarmente chiaro nella lettera apostolica del Papa Desiderio Desideravi del 2022 sulla formazione liturgica.


"Questo è molto grave", ha detto. Alla domanda su come il Vaticano possa avere un'immagine più chiara dei cattolici tradizionali, in modo che non vengano erroneamente definiti "estremisti", ha risposto che tale terminologia è abusiva e ingiusta.


"Forse devono applicare queste parole a se stessi", ha detto. "Non sono forse estremisti quando perseguitano senza pietà un così antico tesoro della Chiesa? Non è forse estremista anche questo? Quindi applicano il loro comportamento agli altri. La loro è un'ideologia per ripetere una nuova forma di comprensione protestante, e questo sta minando l'immutabile prova cattolica del carattere sacrificale della Messa e soprattutto del carattere adorativo della Santa Messa".


La situazione potrebbe peggiorare? "Tutto è nelle mani della Provvidenza", ha risposto il vescovo Schneider. "Anche se Dio permette una tale persecuzione di questo tesoro della Chiesa, lo permette per un bene più grande, perché la nostra fede sia purificata, ripulita, e la verità sia sempre più visibile dopo questa crisi". Ha detto che "la bellezza del carattere sacrificale, adorativo e immutabile della Messa e della liturgia dovrebbe essere sempre più evidenziata in modo che in futuro nessun Papa oserà mai più fare una tale rivoluzione - non in modo così drasticamente rivoluzionario".


"Certo", ha aggiunto, "la Chiesa può fare dei cambiamenti, ma non in modo drastico e rivoluzionario".


Ha poi fatto notare che se, come insiste questo pontificato, le riforme liturgiche dopo il Vaticano II non sono state una rivoluzione ma in continuità con la Tradizione, "allora perché perseguitano la forma tradizionale?". Se il Novus Ordo è solo un'altra forma della Tradizione, ha chiesto, allora perché devono perseguitare l'altra forma, che è anch'essa tradizione?


Il vescovo Schneider ha detto che, secondo lui, questo dimostra che il loro "concetto di Messa è in qualche modo contrario a ciò che esprime la forma tradizionale della Messa, e questa forma tradizionale della Messa li disturba, o mette in discussione la loro nuova comprensione ideologica della Messa, che è in contrasto con il senso perenne della Chiesa".


Il vescovo Schneider ha concluso esprimendo fiducia nel fatto che "nessun Papa, nessun vescovo, nessun dicastero vaticano riuscirà a eliminare un tesoro millenario". Lo Spirito Santo, ha aggiunto, "non lo permetterà e anche dopo Traditionis Custodes, lo Spirito Santo sta ora risvegliando una nuova ondata di amore per la liturgia tradizionale nelle nuove generazioni".


"Questo è un fatto che dimostra che è opera dello Spirito Santo", ha detto, "e dimostra che non possono combattere contro l'opera dello Spirito Santo".


"Vorrei dire al Santo Padre, ai cardinali a Roma, al Dicastero per il Culto Divino, ai vescovi diocesani: Non osate combattere contro l'opera dello Spirito Santo".








Cardinale George Pell: Il piano per il “Sinodo sulla sinodalità” è un “incubo tossico”, e il documento è una “effusione di buona volontà New Age”

Cardinale George Pell



Di Sabino Paciolla, 12 |Gennaio 2023

Rilancio da The Spectator. Ecco l’articolo nella mia traduzione.


Poco prima di morire, martedì scorso, il cardinale George Pell ha scritto il seguente articolo per The Spectator, in cui denunciava i piani del Vaticano per il suo prossimo “Sinodo sulla sinodalità” come un “incubo tossico”. L’opuscolo prodotto dal Sinodo, che si terrà in due sessioni quest’anno e l’anno prossimo, è “uno dei documenti più incoerenti mai inviati da Roma”, afferma Pell. Non solo è “intessuto in un gergo neo-marxista”, ma è “ostile alla tradizione apostolica” e ignora i principi fondamentali del cristianesimo come la fede nel giudizio divino, il paradiso e l’inferno.

Il cardinale di origine australiana, che ha sopportato la terribile prova del carcere nel suo Paese d’origine per false accuse di abusi sessuali prima di essere assolto, non è stato altro che coraggioso. Non sapeva che stava per morire quando ha scritto questo pezzo; era pronto ad affrontare la furia di Papa Francesco e degli organizzatori quando è stato pubblicato. Invece, la sua morte improvvisa potrebbe aggiungere ulteriore forza alle sue parole quando il Sinodo si riunirà il prossimo ottobre.

Damian Thompson

***


Card. George Pell

Il Sinodo dei vescovi cattolici è ora impegnato nella costruzione di quello che considera il “sogno di Dio” della sinodalità. Purtroppo questo sogno divino si è trasformato in un incubo tossico, nonostante le buone intenzioni professate dai vescovi.

Hanno prodotto un opuscolo di 45 pagine che presenta il resoconto delle discussioni della prima fase di “ascolto e discernimento”, tenutasi in molte parti del mondo, ed è uno dei documenti più incoerenti mai inviati da Roma.

Mentre ringraziamo Dio che il numero di cattolici in tutto il mondo, specialmente in Africa e in Asia, sta aumentando, il quadro è radicalmente diverso in America Latina, con perdite a favore dei protestanti e dei secolaristi.

Senza ironia, il documento si intitola “Allargate lo spazio della vostra tenda”, con l’obiettivo di accogliere non i nuovi battezzati – coloro che hanno risposto alla chiamata a pentirsi e a credere – ma chiunque sia interessato ad ascoltare. I partecipanti sono invitati ad essere accoglienti e radicalmente inclusivi: “Nessuno è escluso”.

Il documento non esorta nemmeno i partecipanti cattolici a fare discepoli tutti i popoli (Matteo 28:16-20), tanto meno a predicare il Salvatore a tempo e fuori tempo (2 Timoteo 4:2).

Il primo compito di tutti, e in particolare degli insegnanti, è quello di ascoltare nello Spirito. Secondo questo recente aggiornamento della buona novella, la “sinodalità” come modo di essere della Chiesa non è da definire, ma solo da vivere. Essa ruota attorno a cinque tensioni creative, che partono dall’inclusione radicale e si dirigono verso la missione in uno stile partecipativo, praticando la “corresponsabilità con altri credenti e persone di buona volontà”. Vengono riconosciute le difficoltà, come la guerra, il genocidio e il divario tra clero e laici, ma tutto può essere sostenuto, dicono i Vescovi, da una vivace spiritualità.

L’immagine della Chiesa come una tenda in espansione con il Signore al centro proviene da Isaia, e il punto è sottolineare che questa tenda in espansione è un luogo dove le persone sono ascoltate e non giudicate, non escluse.

Leggiamo quindi che il popolo di Dio ha bisogno di nuove strategie: non litigi e scontri, ma dialogo, dove si rifiuta la distinzione tra credenti e non credenti. Il popolo di Dio deve ascoltare, insiste, il grido dei poveri e della terra.

A causa delle divergenze di opinione sull’aborto, la contraccezione, l’ordinazione delle donne al sacerdozio e l’attività omosessuale, alcuni hanno ritenuto che non si possano stabilire o proporre posizioni definitive su questi temi. Questo vale anche per la poligamia e per il divorzio e il nuovo matrimonio.

Tuttavia, il documento è chiaro sul problema particolare della posizione inferiore delle donne e sui pericoli del clericalismo, anche se viene riconosciuto il contributo positivo di molti sacerdoti.

Che cosa si deve fare di questo potpourri, di questa effusione di buona volontà New Age? Non è una sintesi della fede cattolica o dell’insegnamento del Nuovo Testamento. È incompleto, ostile in modi significativi alla tradizione apostolica e non riconosce da nessuna parte il Nuovo Testamento come Parola di Dio, normativa per tutti gli insegnamenti sulla fede e sulla morale. L’Antico Testamento è ignorato, il patriarcato è rifiutato e la Legge mosaica, compresi i Dieci Comandamenti, non è riconosciuta.

Inizialmente si possono fare due considerazioni. I due sinodi finali che si terranno a Roma nel 2023 e nel ’24 dovranno chiarire il loro insegnamento sulle questioni morali, poiché il Relatore (capo redattore e responsabile) cardinale Jean-Claude Hollerich ha pubblicamente rifiutato gli insegnamenti fondamentali della Chiesa sulla sessualità, con la motivazione che essi contraddicono la scienza moderna. In tempi normali questo avrebbe significato che la sua permanenza come Relatore era inopportuna, anzi impossibile.

I sinodi devono scegliere se essere servitori e difensori della tradizione apostolica in materia di fede e morale, o se il loro discernimento li costringe ad affermare la loro sovranità sull’insegnamento cattolico. Devono decidere se gli insegnamenti fondamentali su cose come il sacerdozio e la morale possono essere parcheggiati in un limbo pluralista in cui alcuni scelgono di ridefinire i peccati al ribasso e la maggior parte accetta di differire rispettosamente.

Al di fuori del Sinodo, la disciplina si sta allentando – soprattutto nell’Europa del Nord, dove alcuni vescovi non sono stati rimproverati, anche dopo aver affermato il diritto di un vescovo a dissentire; un pluralismo de facto esiste già più ampiamente in alcune parrocchie e ordini religiosi su questioni come la benedizione dell’attività omosessuale.

I vescovi diocesani sono i successori degli apostoli, il maestro principale in ogni diocesi e il fulcro dell’unità locale per il loro popolo e dell’unità universale intorno al Papa, il successore di Pietro. Fin dai tempi di Sant’Ireneo di Lione, il vescovo è anche il garante della continua fedeltà all’insegnamento di Cristo, la tradizione apostolica. Sono governatori e talvolta giudici, oltre che insegnanti e celebratori di sacramenti, e non sono solo fiori da parete o timbri di gomma.

“Allargare la tenda” è consapevole dei difetti dei vescovi, che a volte non ascoltano, hanno tendenze autocratiche e possono essere clericalisti e individualisti. Ci sono segni di speranza, di leadership efficace e di cooperazione, ma il documento sostiene che i modelli piramidali di autorità dovrebbero essere distrutti e che l’unica autorità genuina viene dall’amore e dal servizio. La dignità battesimale deve essere enfatizzata, non l’ordinazione ministeriale e gli stili di governo devono essere meno gerarchici e più circolari e partecipativi.

I principali attori in tutti i sinodi (e concili) cattolici e in tutti i sinodi ortodossi sono stati i vescovi. In modo dolce e cooperativo questo dovrebbe essere affermato e messo in pratica nei sinodi continentali, in modo che le iniziative pastorali rimangano nei limiti della sana dottrina. I vescovi non sono lì semplicemente per convalidare il giusto processo e offrire un “nihil obstat” a ciò che hanno osservato.

Nessuno dei partecipanti al sinodo, laici, religiosi, sacerdoti o vescovi, è ben servito dal fatto che il sinodo decida che non è permesso votare e che non si possono proporre proposte. Trasmettere al Santo Padre solo il parere del comitato organizzatore, affinché faccia ciò che decide, è un abuso della sinodalità, una messa in disparte dei vescovi, ingiustificata dalle Scritture o dalla tradizione. Non è un processo regolare e può essere manipolato.

Con un margine enorme, i cattolici che praticano regolarmente il culto in tutto il mondo non approvano i risultati dell’attuale sinodo. Né c’è molto entusiasmo ai livelli più alti della Chiesa. Il protrarsi di riunioni di questo tipo approfondisce le divisioni e pochi furbi possono sfruttare il disordine e la buona volontà. Gli ex anglicani tra noi hanno ragione a individuare la confusione crescente, l’attacco alla morale tradizionale e l’inserimento nel dialogo di un gergo neo-marxista sull’esclusione, l’alienazione, l’identità, l’emarginazione, i senza voce, l’LGBTQ, nonché lo smantellamento delle nozioni cristiane di perdono, peccato, sacrificio, guarigione, redenzione. Perché il silenzio sull’aldilà, sulla ricompensa o sulla punizione, sulle ultime quattro cose: la morte e il giudizio, il paradiso e l’inferno?

Finora il cammino sinodale ha trascurato, anzi declassato il Trascendente, coperto la centralità di Cristo con appelli allo Spirito Santo e incoraggiato il risentimento, soprattutto tra i partecipanti.

I documenti di lavoro non fanno parte del magistero. Sono una base di discussione, che deve essere giudicata da tutto il popolo di Dio e soprattutto dai vescovi con e sotto il Papa. Questo documento di lavoro ha bisogno di cambiamenti radicali. I vescovi devono rendersi conto che c’è del lavoro da fare, in nome di Dio, prima e non dopo.



Fonte