domenica 3 marzo 2024

Davvero i bambini salveranno la Corea del Sud e affosseranno l’Egitto?


Sempre di meno, sempre più vecchi. Il tasso di fertilità del Giappone di 1,3 è tra i più bassi dell’Ocse. Solo l’1,24 dell’Italia e lo 0,78 della Corea del Sud sono inferiori (foto Ansa)


La folle corsa della potenza asiatica per aumentare le nascite e quella del paese nordafricano per arrestarle. Crisi demografiche a confronto, tra incentivi, punizioni e l’agognata soglia “magica” dei due figli. Parla Matteo Rizzolli



Bisogna partire da due numeri. Il primo è un numero tanto piccolo ma che dice di un disastro grande, grandissimo: 0,78. Indica il numero di figli per donna in Corea del Sud, quarta potenza economica dell’Asia, e secondo Statistics Korea arriverà a 0,65 entro il 2025. Il più basso dei paesi sviluppati. Gli economisti hanno coniato un termine per i paesi industriali e post-industriali sempre più vecchi e senza bambini: “bombe a orologeria demografica”, paesi in cui sempre meno persone lavoreranno e contribuiranno alla crescita e sempre più persone riceveranno una pensione e richiederanno assistenza sanitaria. Uno spopolamento rapido e inesorabile che non riguarda solo le campagne: a Seoul (dove vive 1 coreano su 5) il tasso di fecondità è già sceso a 0,59.

Il pensiero demografico catastrofista si sarebbe fatto strada negli anni 70 («La battaglia per nutrire l’umanità è persa», scriveva P. R. Ehrlich in The Population Bomb), andando a influenzare il movimento ambientalista e le politiche demografiche in Cina, ma un’agenzia per il controllo delle nascite in Corea del Sud esisteva già nel 1962. Da allora vennero distribuiti contraccettivi, legalizzato l’aborto, «ai genitori che si sterilizzarono furono concessi prestiti favorevoli per la casa e altri incentivi», spiega Louis T. March. «Nel 1983, il governo sospese l’assicurazione sanitaria materna per le donne con tre o più figli e abolì le detrazioni fiscali sull’istruzione per le donne con due o più figli». Quarant’anni dopo la situazione si è completamente ribaltata.



Il nido mezzo vuoto di un ospedale a Seoul, Corea del Sud (foto Ansa)


La corsa folle della Corea del Sud per avere bambini

Proprio come la Cina, anzi ben più della Cina, il governo sta cercando oggi di correre ai ripari con sostegni, incentivi, bonus bebè (circa 2.250 dollari), alloggi agevolati per gli sposi almeno da 20 anni: un investimento totale pari a 286 miliardi di dollari e che ha subito una accelerata particolare dal 2020, da quando cioè per la prima volta nella sua storia la popolazione del paese è diminuita e i decessi hanno superato le nascite. Ma la situazione è così grave (per far fronte alla carenza del personale militare c’è chi avanza l’idea di formare un “esercito senior” per uomini tra i 55 e i 75 anni, o di arruolare le donne) che l’amministrazione di Seoul ha presentato a febbraio un ulteriore piano di “incoraggiamento alla natalità” da 1,35 miliardi di dollari. Prevede sussidi per trattamenti di fertilità, aumento del sostegno alla genitorialità (da 520 a 750 dollari al mese entro l’anno del bambino, 375 dollari dopo il primo compleanno), incentivi alle imprese, buoni babysitter, trasporti per scuole e asili gratuiti, fornitura (nell’ambito di un progetto pilota) di collaboratrici domestiche immigrate.

Il 6 febbraio scorso il colosso delle costruzioni Booyoung Group, con sede a Seul, ha annunciato che premierà ciascun dipendente con 100 milioni di won coreani (75.000 dollari) in contanti ogni volta che avranno un bambino. Pagherà inoltre un totale di 7 miliardi di won coreani (5,25 milioni di dollari) in contanti ai dipendenti che hanno avuto figli dal 2021 ad oggi (circa settanta bambini), «il premio è disponibile per uomini e donne», ha spiegato un portavoce dell’azienda alla Cnn. Di più: a una convention aziendale a inizio mese l’impresa ha offerto a tutti i dipendenti che hanno tre figli la possibilità di scegliere tra ricevere 300 milioni di won coreani (225.000 dollari) in contanti o alloggi in affitto.

Anche la Hynadi Motor ha messo mano al portafoglio per combattere la denatalità, stanziando 14 mila dollari in spese per asili nido e mantenimento fino ai tre anni e bonus nascita pari a 3.750 dollari, stessa cifra dell’impresa dell’acciaio Posco. LG Electronics tra le altre cose offre due anni di congedo di paternità. HamniGlobal, settore edile (che stanzia già, scrive March, «1 milione di won per il primo parto, 2 milioni di won per il secondo, 5 milioni di won per il terzo e 10 milioni di won per il quarto e trattamenti gratuiti per la fertilità) ha annunciato che ogni madre che partorirà un terzo figlio sarà immediatamente promossa alla carica più alta in azienda. Il presidente chiama «eroi» chi decide in quest’epoca di dare alla luce un bambino: i bambini salveranno la Corea del Sud.

L’Egitto premia chi non fa il terzo figlio


Dall’altra parte del mondo, nel continente motore e insieme centro del grande balzo della popolazione terrestre degli ultimi sessant’anni, c’è chi al contrario crede che i bambini affosseranno il paese. Siamo in Egitto,14esimo stato più popoloso della terra, 105,9 milioni di abitanti registrati alla fine del 2023, con un incremento di 750mila persone nel secondo semestre dell’anno (dati Central Agency for Public Mobilization and Statistics). Eppure il tasso di natalità è in calo: negli ultimi cinque anni è sceso da 3,5 a 2,85 figli per donna. Qui il governo ha speso circa 5,2 milioni di dollari all’anno per il controllo delle nascite.


Bambini egiziani festeggiano la fine del Ramadan al Cairo (foto Ansa)

L’ultima di una serie di misure adottate si chiama Strategia nazionale per la popolazione e lo sviluppo (2023-2030) e arriva sei mesi dopo un Progetto nazionale per lo sviluppo della famiglia egiziana che prevede un incentivo annuale per le donne sposate con non più di due figli (importo che sarà cumulato ed erogato dopo i 45 anni). Nel 2020 era stata lanciata la campagna “Etnein Kefaya” (“Due sono abbastanza”) per offrire assistenza finanziaria a coloro che “riuscivano” nella pianificazione familiare. L’obiettivo, a fronte della prospettiva di dover raddoppiare la spesa in progetti infrastrutturali e di sviluppo nei prossimi 30 anni per far fronte all’andamento attuale, è arrivare a ridurre il tasso di natalità a 1,6 nascite per donna. Ed ecco il secondo piccolo, agognatissimo numero.


Matteo Rizzolli: «Egitto e Corea del Sud sono due facce di una stessa medaglia»


Cosa ci dicono Corea del Sud ed Egitto, due paesi in tutto e per tutto agli antipodi? Basterà una “controffensiva politica” fondata su misure demografiche, nataliste o antinataliste a seconda che si guardi alla potenza asiatica o al paese con economia emergente? E l’Italia deve restare a guardare? «Corea del Sud ed Egitto sono due facce di una stessa medaglia», spiega a Tempi Matteo Rizzolli, professore associato di Politica economica alla Lumsa di Roma.

«La demografia è una delle più dimensioni più importanti della politica, e finalmente, dopo 80 anni di immobilismo, anche l’Italia se ne è accorta. Il rapporto Onu World Population Policies 2021Policies related to fertility aggiornato al 2019 sottolinea che tre quarti dei governi a livello globale hanno adottato politiche in materia di fertilità: di questi, 69 puntano a ridurre i tassi di crescita, come in Egitto, 55 mirano ad aumentarla, come in Corea del Sud. Per struttura e caratteristiche, con un tasso di fecondità leggermente superiore ma pari a 1,2 figli per donna – ben sotto la soglia di sostituzione del 2 – l’Italia condivide il destino della Corea del Sud: entrambi sono paesi sviluppati e dove la famiglia ha un ruolo sociale centrale. In entrambi i genitori sembrano prediligere l’investimento in “qualità” (educazione, amenità, mantenimento fino a ben oltre l’età adulta) rispetto a quello in “quantità” di figli: questo perché il numero di figli che una famiglia decide di avere è il risultato del trade-off tra investimenti che la donna ha deciso di fare per ciascuno di loro: in questo caso pochi figli ai quali destinare più risorse. Al lato opposto troviamo l’Egitto, con un tasso di fecondità del 2,8 che, diciamolo subito, non è un tasso drammaticamente superiore al 2. Questo perché i tassi di fecondità stanno declinando più o meno rapidamente in tutto gli stati più popolosi: pensiamo all’India scesa a 2,1 figli per donna, persino la Turchia di Erdogan che voleva colonizzare l’Europa al grido «fate almeno 5 figli, il futuro è vostro» è crollata sotto il 2».


La soglia “magica” dei due figli


L’Africa, spiega Rizzolli, non è immune del trend: l’Onu ha recentemente rivisto le sue previsioni (2022 Revision of World Population Prospects) a fronte della riduzione del tasso di fecondità in numerosi paesi come la Nigeria, passata da 5,8 a 4,6 figli per donna in soli 5 anni. In Mali, il tasso di fecondità è sceso da 6,3 a 5,7 in 6 anni; in Senegal si arriva a 3,9, in Ghana a 3,8, in Gambia a 4,4. Perfino in Niger, il paese col tasso più alto al mondo, è sceso da 7,6 a 6,2 in meno di dieci anni.

«In altre parole l’Egitto sta accelerando un processo che è già in atto. Il confronto con la Corea del Sud, e con i paesi investiti da un drammatico calo demografico, tuttavia indica un comune denominatore: in tutto il mondo si sta guardando ai due figli come soglia ottimale. Questo numero “magico” ha in sé delle ragioni economiche: semplificando – senza addentrarci nel merito delle conseguenze e considerando a titolo esemplificativo un range che va dall’1,6 -1,7 della Svezia al 2,3-2,4 di alcuni paesi sudamericani – un tasso di fertilità intorno ai due figli non fa paura perché ogni aspetto, positivo o negativo, può essere gestito dal sistema politico ed economico. È quando usciamo da questa forchetta intorno ai due figli che la demografica mette in moto dei meccanismi molto più difficili da controllare».

Solo nel 2020 la fertilità totale cinese era ancora di 1,30, non più bassa di quella di paesi come Italia, Giappone, Spagna e Ucraina. Ora è una delle più basse del mondo: 1,09 figli per donna, contro i 2 dell’India e gli 1,66 degli Stati Uniti (foto Ansa)

Una crescita demografica troppo rapida crea problemi di sviluppo, spiega Rizzolli, anche perché crea un’economia eccessivamente dipendente dal fattore lavoro e con pochi investimenti in capitale. La teoria economica da Adam Smith e Malthus si è da sempre occupata di studiare gli effetti della crescita demografica sulla crescita economica ma «è quando decresciamo rapidamente però che ci troviamo impreparati dal punto di vista della teoria. Il rovesciamento della piramide demografica ci pone problemi nuovi e molto diversi da quelli della crescita, e misure di segno contrario non rappresentano la soluzione».

Lo abbiamo scritto molte volte, la denatalità pone problemi di sostenibilità di welfare, scelte di lungo periodo, «meno persone e più anziane significa costi più alti del lavoro, svalutazione dei risparmi privati (è il caso in Italia del declino della domanda abitativa e con questa del valore degli immobili), diminuzione della domanda interna, perdita degli effetti delle economie di scala, di capacità di profitto, di investimenti. Senza contare la spesa pubblica e i costi legati a pensioni e sanità. Non siamo alle avvisaglie: questi fattori hanno già avuto impatto sull’economia e sulle famiglie italiane».


Incentivi, punizioni e il “caso Israele”

Ecco che allora il tema della crescita sostenibile diventa urgenza politica e al contempo domanda: davvero un sistema di incentivi, dopo anni di politiche antinataliste in Corea, così simili alla dissuasione e coercizione attuata dalla politica del figlio unico in Cina, possono fare la differenza? «Da un certo punto di vista incentivi e punizioni sono due leve simmetriche al fine di modificare i comportamenti. La differenza sostanziale sta nel fatto che lo Stato non spende e non va a perdere soldi sanzionando, come ha fatto la Corea del Sud fino a non molti anni fa, le famiglie che superavano i due figli. D’altro canto non credo affatto che questo moderno sistema “premiante” dell’Egitto, con l’accantonamento di un bonus per chi non fa il terzo figlio, sia risolutivo. Attenzione: io non dico che gli incentivi non servano. Trovo che però in entrambi i casi arrivino tardi e con un timing sbagliato: nel caso della Corea del Sud non mi aspetto nessuna vera inversione di marcia dopo anni di sforzi antinatalisti che hanno plasmato la mentalità di un popolo, nel caso dell’Egitto si sta di fatto assecondando una decrescita che è già stata innescata. Ricordiamoci sempre che c’è solo una differenza di 0,5 figli per donna tra l’Italia – che ripetiamo, sono 80 anni che non interviene con politiche familiari – e i paesi del Nord Europa, con i loro invidiabili servizi ai genitori e incentivi alla natalità».

A interrogare Matteo Rizzolli è un altro modello, che ha sempre rappresentato un’eccezione fra i paesi sviluppati: «Israele è l’unico paese con un’economia moderna, occidentale, a mantenere tassi di fertilità intorno ai 3 figli per donna, il doppio di moltissimi stati simili a lui. E questo a fronte di politiche familiari non particolarmente generose dal punto di vista economico. Non sto parlando degli haredim e delle loro famiglie numerose: anche tra i laici il tasso di fecondità è superiore ai 2 figli».





In Germania le chiese evangeliche corrono verso l’autodistruzione




02 MAR 2024



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by Aldo Maria Valli

Il Sinodo della Chiesa evangelica luterana della Renania, uno dei gruppi religiosi più grandi della Germania, ha deciso di abolire le funzioni domenicali. Ma il tutto, anziché scatenare un terremoto, avviene nel disinteresse generale, come se fosse un fatto normale, da non prendere nemmeno in considerazione.

Non lo scrive un sito tradizionalista, ma il quotidiano Die Welt, sottolineando che la mancanza di interesse attorno alla notizia è la spia dell’indifferenza religiosa raggiunta dai luterani.

“Tutta presa dalla preoccupazione di perdere il contatto con la società moderna, la chiesa sta rinunciando alla sua fede”, afferma Hannah Bethke. “La chiesa evangelica sta sostanzialmente rinunciando a se stessa”.

Certo, gli scandali e il repentino processo di secolarizzazione sono cause evidenti di disaffezione, ma ora siamo di fronte a una chiesa che “in larga misura guida essa stessa la propria scristianizzazione”.

Il fatto che una delle più importanti chiese luterane in Germania stia abolendo le funzioni domenicali, e che tutto ciò avvenga nel disinteresse generale, sta a significare che “la società ha rinunciato alla Chiesa, ma l’amara verità è che anche i protestanti stessi contribuiscono molto a tale rinuncia”.

La Evangelische Kirche im Rheinland (EKiR), che con quasi due milioni e duecentomila fedeli è la seconda chiesa evangelica della Germania, ha deciso che dal 1° marzo di quest’anno il servizio domenicale potrà essere spostato in un altro giorno della settimana. Non solo. Battesimi, cresime, matrimoni e funerali potranno svolgersi in qualsiasi spazio pubblico e non necessariamente nelle chiese.

Il presidente della Renania, Thorsten Latzel, ha salutato positivamente la decisione come un ritorno alla chiesa delle origini, ma Die Welt non concorda. Secondo il quotidiano, a causa del processo di accettazione del mondo e della mentalità secolarizzata, le chiese protestanti, ormai, si sono quasi completamente annullate, e quest’ultima decisione rischia di decretarne la morte: “Non solo la confessione della fede, ma anche la conoscenza dell’elemento religioso della vita sta diminuendo sempre di più. Ed ecco che, in un momento in cui la chiesa sta diventando sempre più estranea alla gente, i protestanti non riescono a pensare a nulla di meglio che scollegare completamente la società da ciò che è veramente chiesa”.

La chiesa renana non è la sola che sta procedendo rapidamente in quello che il giornale definisce il “processo di autodistruzione”. Nell’Evangelische Kirche in Deutschland, Chiesa evangelica in Germania (EKD), gli sforzi per “aprire la chiesa” al mondo sono tali che ormai ci si chiede “che cosa ci sia in essa di veramente cristiano”.

La “volontà di riforma quasi non religiosa – afferma Die Welt – sembra del tutto priva di speranza: nessuna adesione, nessuna confessione, nessun radicamento cristiano. La cosa principale è allinearsi in qualche modo alla gente. Ma dovrebbe essere questo il futuro della chiesa?”.

Il giornale cita, tra l’altro, l’introduzione dei cosiddetti “matrimoni pop-up“, caratterizzati dal fatto che “le coppie possono sposarsi ed essere benedette in modo spontaneo, all’aria aperta, fuori dall’edificio della chiesa, senza un colloquio preliminare sul matrimonio e senza che ci sia alcun legame visibile con la fede e la chiesa”.

Ormai, è la conclusione, le chiese protestanti “non hanno più nulla di sacro”.



sabato 2 marzo 2024

Monsignor Strickland ai vescovi: “Vi supplico, torniamo a Cristo. Nessun compromesso con il mondo”




02 MAR 2024



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by Aldo Maria Valli

Cari amici di Duc in altum, volentieri ho tradotto questo bellissimo appello che il vescovo Strickland (recentemente misericordiato da Francesco) ha rivolto ai suoi confratelli vescovi di tutto il mondo. La lettera è una summa, tanto sintetica quanto efficace, di tutto ciò che un vescovo deve essere oggi. Niente parole vuote, nessun omaggio al mondo, nessun cedimento al peccato, ma tanta fede in Dio, con la riaffermazione chiara della retta dottrina. Uniamoci al vescovo Strickland e preghiamo per lui.


***

di monsignor Joseph Strickland

Cari fratelli vescovi,

sono costretto a parlare a tutti i miei fratelli vescovi nel mondo, compreso Papa Francesco, Vescovo di Roma. Per molti versi, sono il più piccolo tra voi, ma condivido con voi l’unzione quale successore degli apostoli e la chiamata a custodire il deposito della fede, e vi parlo con questo spirito.

Vi supplico, torniamo a Cristo e alla sua via, e siamo coraggiosi come i nostri predecessori del primo, secondo e terzo secolo, molti dei quali hanno seguito il Signore fino alla morte, portando pesanti croci nel suo nome. Stiamo dalla parte dei nostri fratelli che, nel XX secolo, sono stati abbastanza forti da parlare contro i governanti dispotici, anche se erano una voce minoritaria nel loro tempo. Nel XXI secolo, siamo vigorosi nel far conoscere e proclamare Gesù Cristo come Luce del mondo e Signore della verità. Proclamiamo con profonda convinzione la pienezza del messaggio di Gesù Cristo e resistiamo alla tentazione di condividere solo la parte della sua verità che il mondo accetta per evitare le ire di un mondo che ancora lo odia.

Sosteniamo a gran voce l’inerranza della Sacra Scrittura e proclamiamo che è veramente la parola di Dio, rivelata a noi e trasmessa a noi come un tesoro sacro, che ci conduce dalle tenebre alla luce. Condividiamo la gloriosa Buona Novella che Gesù Cristo è la Sacra Parola incarnata e che la riverenza per la Sua Parola è riverenza per la Sua reale e sacra Presenza tra noi, proprio come Egli ha promesso. Chiediamo un revival eucaristico mondiale che proclami con gioia che Gesù Cristo è veramente presente – Corpo e Sangue, Anima e Divinità – nella Santa Eucaristia in ogni Messa, in ogni tabernacolo e in ogni altare di adorazione eucaristica. Insegniamo alle nostre greggi che tutti i sacramenti sono Gesù Cristo, presente e operante in mezzo a noi, che ci chiama al pentimento, alla guarigione e alla pace e ci rafforza con la grazia santificante affinché possiamo raggiungere i poveri, gli emarginati e i disprezzati per condividere la sua Buona Novella. Aderiamo con coraggio alla nostra fede di sempre, e cioè che Gesù Cristo è l’unica Via, Verità e Vita, inviata a noi dal nostro Padre Celeste. Chiamiamo il mondo all’unico Signore, all’unica Fede e all’unico Battesimo che ci guida attraverso la Sua Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica alla vita eterna con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

Fratelli, siamo forti e chiari riguardo a tutti gli insegnamenti della nostra fede cattolica che parlano della santità della vita dal concepimento alla morte naturale. La Sposa di Cristo proclama la verità che Dio ci ha creati maschio e femmina. La Chiesa, Corpo mistico di Cristo, proclama la verità che il matrimonio è un legame sacro tra un uomo e una donna, impegnato per la vita e aperto ai figli, e questo modello ordinato da Dio guiderà l’umanità fino alla fine dei tempi. Impegniamoci a non permettere mai che chi è coinvolto in un peccato sessuale di qualsiasi tipo a vaghi nell’oscurità di uno stile di vita peccaminoso. Siamo la Chiesa che accoglie tutti, ma non abbandona mai nessuno al peccato e alle vie oscure del mondo. Spalanchiamo le porte della Chiesa di Cristo e accogliamo tutti nel sacro cammino della grazia e della vita, insegnando che l’amore sacrificale che Cristo modella per noi è l’unico vero amore.

Fratelli, che la nostra vocazione a pascere e nutrire il gregge del Signore non cada mai nel compromesso con un mondo che tenta di sminuire la forza e il vigore del Vangelo e di rendere la nostra fede irrilevante e vuota. Cristo ci ha chiamati a essere nel mondo ma non del mondo. Resistiamo alle correnti del nostro tempo che cercano di creare un mondo a nostra immagine e di eliminare Dio dal suo posto al centro della creazione. Resistiamo a quelle voci, che troppo spesso provengono anche dall’interno della Chiesa stessa, che ci invitano ad abbandonare la verità proclamata da Gesù Cristo, cercando invece di stravolgere, alterare e aggiornare questa verità fino a renderla irriconoscibile e non più radicata nella realtà.

Dobbiamo riconoscere che siamo sull’orlo di una devastazione che il mondo non ha mai visto. Apriamo gli occhi sulle forze del male che portano divisione e oscurità, anche se affermano di offrire una nuova via per l’umanità. Abbiamo l’audacia di dire no a queste tendenze che cercano di cancellare Dio e di annientare il nostro diritto, datoci da Dio, di scegliere il bene e il male nella libertà e nell’autonomia personali. Diciamo semplicemente no alle voci che sussurrano la detronizzazione di Dio e cercano di installare uno Stato globale al Suo posto.

Fratelli, tutto è possibile con Dio e la sua misericordia è sempre attenta a concederci nuove opportunità per passare dalle tenebre alla luce. Non è troppo tardi, ma il tempo è breve per metterci all’opera. Prendiamo insieme il mantello che abbiamo ricevuto alla nostra consacrazione episcopale e annunciamo nuovamente Gesù Cristo!

Siamo pastori!

Fonte: bishopstrickland.com





Morte cerebrale e organi, un appello confuta gli attuali criteri



I criteri per la morte cerebrale oggi in uso non danno la certezza della morte ed «è quindi sbagliato rimuovere organi da pazienti dichiarati morti utilizzando questi criteri inadeguati». L’appello dei Cattolici uniti.


L’INIZIATIVA

VITA E BIOETICA 


Tommaso Scandroglio, 02-03-2024

Joseph Eble, medico e presidente dell’Associazione Medica Cattolica della Tulsa Guild, John Di Camillo, esperto di etica del Centro Nazionale Cattolico di Bioetica, e Peter Colosi, professore di filosofia all'Università Salve Regina, sono i tre autori di un appello dal titolo Cattolici uniti sulla morte cerebrale e la donazione di organi: un invito all'azione, pubblicato il 27 febbraio scorso e sottoscritto da 151 professionisti provenienti dai più diversi ambiti: da quello sanitario a quello teologico, da quello filosofico a quello bioetico, etc.

In esso si può leggere che «il concetto di morte cerebrale è stato controverso sin dalla sua introduzione nel 1968. Si sostiene che la morte si verifica quando il cervello non funzioni più. Secondo l’UDDA (Uniform Determination of Death Act) del 1981, una legge modello adottata dalla maggior parte degli stati degli Stati Uniti, una persona è legalmente morta se c’è “la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero cervello”». Nel dicembre del 2019 è stata proposta una modifica di questa legge affinché si potesse dichiarare morta anche la persona con qualche funzione cerebrale attiva, in aderenza a quanto avviene nella prassi, sebbene la legge prescriva altro. Nel luglio del 2023 la Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti (USCCB) e il Centro Nazionale Cattolico di Bioetica (NCBC) hanno pubblicato un documento in cui si affermava che «le linee guida cliniche sviluppate dall’American Academy of Neurology e da altri soggetti non valutano la funzione neuroendocrina, consentendo così che ai pazienti con funzionamento dell’ipotalamo sia attribuita la morte cerebrale completa». A seguito di questa presa di posizione e di molte altre critiche provenienti dal settore scientifico e bioetico, la proposta di modifica della legge del 1981 fu accantonata.

Ma nel dicembre del 2023 l’American Academy of Neurology (AAN) ha pubblicato delle nuove linee guida – linee guida seguite in tutti gli USA – in cui si accetta di considerare clinicamente morta una persona sebbene il suo ipotalamo funzioni ancora. Come accennato, questa svolta va a registrare nero su bianco quanto già avviene nelle corsie di ospedale.

Secondo gli autori di questo appello, l’84% dei pazienti dichiarati cerebralmente morti negli ultimi dieci anni aveva conservato le funzioni dell'ipotalamo. E così concludono: «In poche parole, gli attuali criteri per la morte cerebrale, ampiamente utilizzati, non forniscono la certezza morale (prudenziale) della morte. […] È quindi sbagliato rimuovere organi da pazienti dichiarati morti utilizzando questi criteri inadeguati». Il documento ci informa che il 70% dei donatori statunitensi viene dichiarato morto utilizzando i criteri adottati dall’AAN, con tutti i rischi annessi.

Considerato tutto ciò, i tre autori indicano alcune azioni concrete per i cattolici statunitensi, tra cui ricordiamo: rifiutare lo status di donatore e, qualora si fossero redatte delle direttive anticipate di trattamento, inserire il rifiuto alla donazione degli organi. Ai politici, tra gli altri suggerimenti, l’appello chiede che sia permessa l’obiezione di coscienza per gli operatori sanitari in merito agli attuali criteri per determinare la morte cerebrale. Ai cattolici impegnati e ai sacerdoti si chiede, tra le altre cose, di «ribadire con fermezza l'insegnamento della Chiesa sulla necessità della certezza morale della morte come condizione per il prelievo di organi vitali, [e di] ribadire con fermezza l'insegnamento della Chiesa sulla legittimità di rifiutare o ritirare mezzi straordinari di conservazione della vita». Meglio sarebbe stato far riferimento a «mezzi non proporzionati» – espressione adottata nei più recenti documenti del Magistero – piuttosto che a «mezzi straordinari» perché esistono mezzi straordinari assolutamente efficaci nel curare, ossia assolutamente proporzionati per gli scopi terapeutici.

Nel comunicato stampa che accompagna l’appello si può leggere, poi, che «alcuni cattolici ritengono che la morte cerebrale rappresenti la vera morte quando si verifica la cessazione completa e irreversibile di ogni attività cerebrale, spesso chiamata morte cerebrale totale. Altri sostengono che la morte cerebrale non rappresenti la vera morte». Questo appello, però, mette d’accordo tutti perché le attuali linee guida per determinare la morte di una persona non sono accettabili anche da coloro i quali sostengono che la morte della persona avviene con la cessazione totale e irreversibile delle funzioni cerebrali, dato che, come appuntato, per le attuali linee guida tale completa cessazione delle funzioni cerebrali non è criterio necessario per determinare la morte cerebrale di un paziente.

Il comunicato stampa accenna quindi ad una divisione all’interno del mondo cattolico – e non solo all’interno di questo – tra coloro che sostengono che il criterio della cessazione definitiva e integrale delle funzioni cerebrali sia il criterio decisivo per dichiarare morta una persona e coloro i quali invece sostengono che tale criterio non sia sufficiente. La questione, tra gli altri percorsi argomentativi, si risolve partendo dalla comprensione di cosa sia l’essere umano vivente. Quest’ultimo può essere definito come un organismo attivo che appartiene alla specie umana. Ma cosa significa “organismo”? Per la Treccani “organismo” «è qualsiasi essere vivente, che sia dotato di una propria struttura cellulare specifica e che sia costituito da un insieme di organi tali da renderlo capace di vivere autonomamente, cioè di conservare la propria forma e di riprodursi». La definizione si può esprimere in termini ancor più sintetici così: l’organismo è un tutto organizzato, un essere le cui parti sono integrate tra loro. Quando questa integrazione cessa, non abbiamo più un organismo (vivente), ma un cadavere (se parliamo della persona umana) o una carogna (se parliamo di un animale). Quindi, quando cessa l’organizzazione interna, ossia la sua integrazione, abbiamo la morte dell’organismo.

Da qui la domanda: chi presiede l’organizzazione di questo tutto? Fino a poco tempo fa si pensava che fosse il cervello. Morto il cervello si credeva che fosse morta la persona. Ma, ed è questo lo snodo cruciale, si è verificato empiricamente – verifiche accertate in letteratura scientifica – che vi erano pazienti con cerebro non più funzionante, ma i cui organi, ovviamente sostenuti dall’intervento medico, continuavano ad integrarsi tra loro. Ma se c’è integrazione, seppur deficitaria dell’organo del cervello, c’è organismo. In breve, ciò che rileva per dichiarare morta una persona è la dis-integrazione degli organi, la mancanza del coordinamento tra gli stessi. Laddove ci sia questo coordinamento, sebbene il cervello non sia più funzionante, abbiamo ancora un organismo vivo. Tanto vivo che in letteratura si contano alcuni casi di donne gravide dichiarate cerebralmente morte ma capaci ancora di mettere al mondo il loro figlio. E un cadavere non può partorire [per approfondire R. De Mattei (a cura di), Finis vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, Rubbettino Editore].



La Misericordia e la sua nemesi, il misericordismo. Verso la Pasqua con Santa Faustina Kowalska



“Il misericordismo, intendendo abolire la terza opera di misericordia spirituale – ammonire i peccatori! – non ha nulla di umile, caritatevole, buono! È solo una robusta tela di ragno per mosche di primo pelo.”


Di Redazione Blog di Sabino Paciolla, 2 Marzo 2024



di Occhi Aperti!*

È del grande Hipponensis la salvifica affermazione: “La simulazione dell’umiltà è peggiore della superbia”; mentre a San Gregorio Magno appartiene la famosa locuzione latina: “Corruptio optimi pessima”.

Se è vero, com’è vero, che ciò che era ottimo, una volta corrotto, è pessimo e che la falsificazione della virtù è peggiore del vizio stesso, si può esordire sul misericordismo stabilendo fin da subito che è una devianza – oggi davvero à la page – rispetto al vero attributo divino della Misericordia; una devianza assai funzionale al fine di erigere un concetto artificiale, surrogato, al posto dell’originario.

Ogni ideologia nasce, infatti, come illusione per depistare dalla realtà o, meglio, per sostituirsi ad essa. E non fa specie che ogni campo di grano abbia la sua specifica zizzania, ognuna strumentale a uno scopo recondito, che cela i suoi veri approdi e, anzi, dissuade dal cercarli infondendo certa antropocentrica fiducia in un sentire collettivo – spersonalizzante e apparentemente privo di responsabilità -, anziché nella verità oggettiva, l’unica in grado di fare di noi dei soggetti donanti e non solo riceventi.

La verità, infatti, anche la più piccola, ha il potere di generare una sorta di processo catartico in chi la accoglie senza pregiudizio alcuno. E pertanto limitato sia quel lavacro rigenerante che si fa largo nel nostro schema mentale, esso ne principia l’erosione. Ed è solo questa, infine, talvolta lenta ma inesorabile nei puri di cuore, a garantirci la decostruzione di una falsa identità – che ingannandoci, di solito, ci mitizza – a favore di quell’unicum che ognuno di noi è, a Sua immagine e somiglianza.

Nella libera ricerca e adesione al pensiero che Dio ha avuto per noi ab aeterno, ritroviamo la perfetta conformità rispetto a ciò che siamo chiamati ad essere: la vita offerta, che dà senza pretesa alcuna di prendere, che si dona senza attendersi nulla in cambio sulle orme di Cristo, è l’unica vita guadagnata! Ed è l’unica vita che salva! Chi si salva, in Cristo, salva!

È curioso, ma parallelamente all’erezione del totem misericordista, – non sfugga! -, si erge quello del politicamente corretto, che in realtà lo precede e lo svezza, e che potremmo definire come una nuova barbarie giudicata indispensabile per una convivenza fintamente democratica o, come direbbe il giornalista Giulio Meotti, “una neolingua dall’alfabeto inclusivo, portatrice di un nuovo terrorismo morale e intellettuale” [1].

Il brillante pensatore Marcello Veneziani ha magistralmente sintetizzato il monstrum descrivendolo come “il moralismo in assenza di morale, il razzismo etico in assenza di etica, il bigottismo in assenza di religione” [2].

Dunque, qualcosa che, già intuitivamente, va ben oltre il buonismo, che supera le infinite maschere dell’ipocrisia e della doppiezza per consegnarsi all’Olimpo antropocratico, così ambìto da chi schifa l’immortalità beata che Cristo ci ha guadagnato a prezzo del Suo sangue.

Il misericordismo, dunque, che è fondamentalmente un’eresia ad altissimo indice glicemico, è altresì il frutto maturo di quel riduzionismo antimetafisico così simile al conformismo nichilista del politically correct. Ma se il conformismo di un tempo era un conformismo delle risposte, direbbe il politologo e filosofo Augusto Del Noce, oggi la novità è che esso censura le domande! O forse, più verosimilmente, entrambe. Si fa largo così il pensiero unico anticristico.

Ma, addentrandoci per gradi in una analisi di natura più spirituale, tanto teoricamente imperfetta quanto utile al quotidiano, potremmo dire che il misericordismo sta all’inclusione secondo precetti umani, proprio quanto la Misericordia sta all’esclusione secondo precetti divini. Intendendo con ciò sottolineare l’inclusività come tratto distintivo. Una inclusività che, guarda caso, esclude la distinzione tra bene e male; una inclusività che giudica discriminatorio ogni criterio di discernimento e che sottende quella dittatura del relativismo, punto nodale del lungimirante pontificato ratzingeriano. Una inclusività allergica alla verità che, per sua divina natura, è tutt’altro che inclusiva. Solo il relativista è l’inclusivo per eccellenza [3] mentre la Verità mette con le spalle al muro, costringe a una scelta, non conosce appiattimento, non è asservita né addomesticabile ed esige una corresponsione incapace di accomodamenti di sorta. Per questo la Verità ha i suoi dogmi – basti pensare ai Novissimi, Morte Giudizio Inferno Paradiso – mentre il relativismo sorge fiero come monolite antidogmatico per antonomasia. Ed è proprio la negazione di questo suo malcelato fondamento granitico ad essere rivelativa del suo parassitare la menzogna (che non è sempre la completa negazione della verità [4]).

Ciò che Papa Benedetto XVI ha combattuto con forza e sapienza, come un “leone” – disse don Roberto Regoli in una intervista a Rainews.it [5], oggi sembra essersi insediato in Vaticano come nuovo “fumo di satana”, entrato non attraverso qualche fessura ma per quel manifesto cipiglio relativista che, in modo sempre più dispotico, ha fatto accomodare il misericordismo sul trono.

Un misericordismo che censura tutto ciò che è tradizione, ovvero tutto ciò che ha o mostra di avere radici profonde: l’autorità morale della Chiesa si è fatta da parte – meglio, è stata strategicamente messa da parte – per ingenerare un processo di “parlamentarizzazione” che impedisca di individuare una gerarchia, decentrando sempre più a favore di tutte le periferie, incluse le chiese locali (la chiesa tedesca, a un passo dallo scisma fattivo, è un esempio delle conseguenze). Ma la Chiesa di Cristo non è, e giammai potrà essere, una democrazia.

Allora è chiaro quanto la crisi interna attuale sia artatamente indotta, giacché il caos è funzionale a quel sovvertimento che si vorrebbe “normativo” e che, lungi dall’essere un sano e naturale sviluppo, intende darsi autonomia e indipendenza rispetto a quella unità e continuità peculiari della Chiesa di Cristo, a cui avevano alacremente lavorato e il papa polacco e quello tedesco. Per questo oggi non dovrebbe stupire più di tanto la feroce critica e le subdole illazioni all’indirizzo di entrambi, né i vari tentativi di manipolare i loro magisteri per forzarli in nuovi contesti, confacenti a chi vorrebbe giustificare il cambio di passo additando in un finto precedente la genesi di odierne manovre.

L’assurdità è che quella chiesa (il minuscolo è obbligatorio) “proletaria” tanto auspicata, quella “chiesa del popolo”, oggi trovi proprio nel suo promotore numero uno – figlio devoto della Teologia della Liberazione più marxista – forse il più autoritario e il meno autorevole dei Papi.

Ma, come raramente i popoli andrebbero indentificati coi loro governi, così non si dovrebbe mai confondere la più alta gerarchia cattolica con tutta la Chiesa. La crisi oggi è grave e si direbbe al suo stadio terminale, ma forse potrebbe riguardare più la “psiche” della Chiesa che il suo “cuore”, più l’Istituzione che l’Anima. È vero, il battito sembra venir meno ognor di più, ma alla Sposa di Cristo non verrà meno la sua linfa vitale, che ancora scorre grazie a quei cattolici disinteressati a protagonismi di sorta perché davvero impegnati in un cammino di santità, molti dei quali mai conosceremo i nomi.

La risurrezione del corpo ecclesiale sarà il frutto della perseveranza di quei pochi nella retta fede, considerando attentamente che la fede sta all’anima quanto la verginità sta al corpo. La fede retta è perciò garanzia di integrità morale e di uno spirito non contaminato dalle eresie del mondo e dalle sue parabole. La fede retta implica un perdurare in quella vera obbedienza che garantisce la continuità necessaria al sussistere della Chiesa nella Storia, una continuità rivelativa della Comunione dei Santi in essere. La fede retta non si inganna e non inganna, perché non procede in modo soggettivo ma si innesta nella Vite che è Cristo, rendendo noi Suoi veri tralci.

Per questo il misericordismo si dà un gran daffare a corrompere quel che resta del Cattolicesimo, dapprima procedendo con stratagemmi a detrimento della fede. Una volta indebolita questa, lo scudo certo non reggerà e ogni dardo infuocato di relativismo giungerà a segno [6]. Dunque, scimmiottare la Divina Misericordia, il più grande attributo di Dio, è strumento privilegiato per dirottare le anime all’immanente, distogliendole dal trascendente e dal destino eterno che attende ogni uomo, indipendentemente dalle sue convinzioni.

La realtà non muta in base a come la percepiamo e non sussiste a seconda di ciò che uno crede!

Così, se oggi la Chiesa ha perso quella sua primigenia prospettiva verticale per accasciarsi mollemente sui cuscini di una antropocentrica orizzontalità incapace di cielo e di vette, questo non ridurrà giammai la natura del più grande attributo di Dio – la Misericordia – a vaso di pandora, leggendario contenitore di tutti i mali che, magicamente, un cattolicesimo farlocco e adulterato minimizzerebbe a misura di ciascuno. Lo scettro misericordista non ha alcun potere di rendere inoffensivo il male né può addomesticare il leone ruggente che va in giro cercando chi divorare (1Pt 5,8). Ma – ahinoi – può però dare al male nomi benevoli, a noi accettabili e familiari a causa dell’affezione disordinata alle nostre cattive inclinazioni: questo è più che sufficiente per dare l’allarme e tener desti gli animi su tale sottovalutato pericolo. Il misericordismo, intendendo abolire la terza opera di misericordia spirituale – ammonire i peccatori! – non ha nulla di umile, caritatevole, buono! È solo una robusta tela di ragno per mosche di primo pelo.

Sull’altro piatto della bilancia, sta la Misericordia.

La Divina Misericordia – diciamolo subito – in alcun modo offende la sempre Divina Giustizia, che è una faccia della medesima medaglia. Dio si commuove sin nelle viscere per la Sua creatura, tanto da sacrificare il Suo Unigenito pur di redimerla, ma proprio in grazia dell’Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione della Seconda Persona della Santissima Trinità, non può agire su chi si sottrae al corso salvifico dell’operato di Cristo.

Se è vero che la Divina Misericordia è un mare senza sponde, è altrettanto vero che il libero arbitrio esclude qualunque tipo di coercizione da parte di Dio. Egli non forza alcuno ad amarLo né ad accogliere la Verità, che è Cristo, il Suo Verbo incarnato. Così, il fiat della creatura è tale solo se emesso volontariamente, in totale libertà e consapevolezza. D’altronde la Misericordia ha le sue leggi, in primis una illimitata fiducia nella insondabile Bontà di Dio, una fiducia che mai deve venire meno e che neppure il peccato più nero dovrebbe poter affievolire. Nel caso, attrizione e/o contrizione condurranno ad un vero pentimento e a un’umile, conseguente richiesta di perdono che dispone ad accettare le condizioni di Dio.

Ma riguardo alla verità, ascoltiamo cosa insegna a tal proposito l’illustre teologo Romano Guardini:


“La verità rappresenta la base dell’esistenza e il pane dello spirito; eppure, nell’ambito della storia umana essa è superata dalla potenza. La verità vale; la potenza costringe. Alla verità fa difetto la forza immediata, e ciò tanto più quanto più essa è nobile. Le verità limitate hanno ancora forza in quanto sono convalidate dall’istinto e dalla necessità: basta pensare a quelle che toccano le nostre esigenze immediate dell’esistenza. Quanto più elevato è il grado a cui la verità appartiene, tanto più fragile è la sua forza nell’indurre ad una convinzione immediata; tanto più lo spirito deve schiudersi in libertà. Quanto più la verità è nobile, tanto più facilmente può venir messa da parte da realtà banali o posta in ridicolo; tanto più deve fondarsi esclusivamente sulla bellezza spirituale.”

Parole profondissime che attuano in chi le accoglie una subitanea capacità di discernere. Romano Guardini le scrisse nel suo capolavoro, “Il Signore”. Esse ci dicono quanto sia necessario il libero arbitrio per accogliere la Verità, che è foriera della Divina Misericordia come l’alba lo è del giorno.

A questo punto è pur necessario riflettere succintamente sulla missione di Giovanni Battista, precursore di Cristo. Fu voce di uno che grida nel deserto, voce di verità che anticipava l’avvento della Misericordia fatta carne. Ma voce di verità che indicava nella conversione l’unico modo per attingere alla salvezza. E fu ucciso proprio per non aver rinunciato – soprattutto di fronte ai potenti di quell’epoca – al suo mandato di “preparare la via del Signore”. La sua vox clamantis predicava un battesimo di conversione! Il cammino quaresimale è proprio questo.

Verità e Misericordia sono pertanto strettamente correlate: adombrare l’una, implica conseguentemente immobilizzare l’altra.

Pertanto, la paralisi del più grande attributo di Dio dipende da noi, non da Dio, il quale è sempre pronto a soccorrere un cuore contrito e affranto (Sal 51,19). Il pentimento, dunque, è la condizione sine qua non. Una condizione preparatoria, che ci dispone secondo la volontà di Dio.

Ma la più qualificata ad intervenire sul tema della Divina Misericordia è colei che fu designata da Cristo stesso ad essere Apostola della Divina Misericordia, Santa Faustina Kowalska, la quale, nel suo Diario intimo [7] annota diversi colloqui avuti con Gesù, in più momenti della sua vita religiosa. Ecco alcuni stralci:


“Le fiamme della Misericordia Mi divorano; voglio riversarle sulle anime degli uomini. […]

La sfiducia delle anime Mi strazia le viscere. Ancora di più Mi addolora la sfiducia delle anime elette. Nonostante il Mio amore inesauribile non hanno fiducia in Me. Nemmeno la Mia morte è stata sufficiente per loro. Guai alle anime che ne abusano! […]

Desidero che tutto il mondo conosca la Mia Misericordia. Desidero concedere grazie inimmaginabili alle anime che hanno fiducia nella Mia Misericordia. […]

In ogni anima compio l’opera della Misericordia e più è grande il peccatore, tanto maggiori sono i diritti che ha alla Mia Misericordia. Chi confida nella Mia Misericordia non perirà, poiché tutti i suoi problemi sono Miei ed i nemici s’infrangeranno ai piedi del Mio sgabello. […]

Scrivi queste parole, figlia Mia, parla al mondo della Mia Misericordia. Che conosca tutta l’umanità la Mia insondabile Misericordia. Questo è un segno per gli ultimi tempi, dopo i quali arriverà il giorno della giustizia. Fintanto che c’è tempo ricorrano alla sorgente della Mia Misericordia, approfittino del Sangue e Acqua scaturiti per loro. […]

Le anime periscono nonostante la Mia dolorosa Passione. Concedo loro l’ultima tavola di salvezza, cioè la festa della Mia Misericordia, poiché è vicino il giorno terribile, il giorno della Mia giustizia. […]” [8]

Dice la Santa:

“Dio è amore, la Misericordia la Sua azione, nell’amore ha il suo inizio, nella Misericordia la sua manifestazione. Ovunque io guardi, tutto mi parla della Sua Misericordia, anche la stessa giustizia di Dio mi parla della Sua infinita Misericordia, poiché la giustizia deriva dall’amore.”

Siamo così introdotti a prendere atto – onde evitare illusioni di sorta – in cosa possa consistere la Giustizia divina che incombe sugli impenitenti, su coloro, cioè, che si auto-escludono dalla comunione con Dio e con i Beati. Ascoltiamo Santa Faustina, che così scrive nel suo Diario:

“Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell’inferno. È un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande.

Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l’anima ma non l’annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall’ira di Dio; la quinta pena è l’oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie.

Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l’eternità.

Scrivo questo per ordine di Dio affinché nessun’anima si giustifichi dicendo che l’inferno non c’è, oppure che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell’inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l’inferno c’è. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno.”

I misericordisti, per esempio?!

Ironia a parte, dopo aver preso coscienza di quanto la Santa si premura di trasmetterci secondo la volontà di Dio, non solo possiamo avere certezza del fatto che l’inferno sia tutt’altro che vuoto ma che il misericordismo è forse il più pericoloso, forte e subdolo tentacolo del Nemico giurato della nostra salvezza. Chiunque lo diffonde e lo difende, sia col nome al secolo di politically correct che col suo nome religioso di misericordismo, serve i piani dell’antico Avversario. Con volontà di dolo o senza, poco cambia.

Si spera che almeno i Confessionali, soprattutto in tempo quaresimale e contrariamente a certe malsane direttive di perdonare sempre e comunque – vale a dire anche in assenza di pentimento e buoni propositi, non siano trasformati in scranni per l’esercizio narcisistico di un misericordismo vuoto, sterile e letale; non siano utilizzati per colloqui di natura psicologica o per intavolare vaghi e generici discorsi che mai affrontano l’abisso di male in cui si trovano i più lontani e ignari, ma siano veri troni di Misericordia da cui i Sacerdoti, come canali di grazia, amministrino con zelo, sapienza e coscienza, il Sangue e l’Acqua sgorgati dal costato di Cristo per una vera Misericordia redimente, a soccorso di tutti quei penitenti sinceri e collaborativi; giammai per una falsa pietà incapace di incidere la ferita purulenta, rendendola così verminosa e sempre più difficilmente curabile, dunque mortale.

In fondo, la Misericordia di Dio ha due mani: con la paterna ci corregge, ci redarguisce, ci guida con fermezza; con la materna addolcisce le nostre afflizioni e dispensa quell’amore incapace di menzogna che ci lega a Dio infallibilmente. Il misericordismo, invece, mani non ha! È solo una musica incantatrice che il vecchio, vendicativo Pifferaio di Hamelin si diletta a suonare.



(*Occhi Aperti! è uno pseudonimo di una persona realmente esistente)

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Note:

[1] “I nuovi barbari. In Occidente è vietato pensare (e parlare)?” – Giulio Meotti, ed. Lindau, 2023

[2] https://storiainrete.com/politicamente-corretto-unanalisi-e-qualche-rimedio-anche-per-la-storia/

[3] Nota bene: per assurdo, esiste anche un relativismo esclusivista da ravvisarsi in quel massimalismo legalista che insorge per contrapporsi al minimalismo morale ma che, essendone una costola, pur all’estremo opposto vagheggia il possesso unico dell’ortodossia a prezzo di un abbandono pratico, giammai discusso o teorizzato, del fatto universale cattolico – universale non solo per Cristo ma, in virtù di questo, perchè diametralmente opposto all’accidente settario e fazioso in cui nascono eresie, scismi e apostasie; universale in quanto radicalmente antidolatrico.

[4] “La verosimiglianza è un qualcosa d’intermedio tra verità e bugia. E’ qui che l’inganno trova compimento”. Frase molto esplicativa, tratta dal libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione” di Stefano Nasetti (Ed.2018)

[5] https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Benedetto-XVI-Un-grande-padre-della-Chiesa-moderna-3fca9147-9c45-4341-9ec2-3f906a6d1d1c.html

[6] Lettera agli Efesini 6,10-18

[7] “Diario. La misericordia divina nella mia anima” – Santa Faustina Kowalska, Libreria Editrice Vaticana

[8] Nota bene: la Festa della Divina Misericordia (domenica in albis) è una festa mobile che cade sempre la prima domenica dopo Pasqua. E’ stata istituita da San Giovanni Paolo II nel 2000, durante la canonizzazione di Santa Faustina. Il Santo Papa polacco morì proprio dopo i primi vespri di questa festa, il 2 aprile 2005. Quest’anno cadrà il 7 Aprile, data ideale per le confessioni generali, come ben si evince leggendo un poco più sotto. Gesù disse a Santa Faustina: “Desidero che la festa della Misericordia sia di riparo e di rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. L’anima che si accosta alla confessione e alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto”. E ancora Gesù le disse: “Desidero concedere la remissione totale alle anime che si accostano alla confessione e alla santa Comunione nel giorno della Festa della Mia Misericordia”. Benchè non esista alcun automatismo a garantirci di alcunchè, appare chiara la volontà di Dio nel concederci una grazia del tutto simile a quella del battesimo, in cui non solo vengono cancellate le colpe ma anche le pene ad esse collegate. Qualcosa di davvero straordinario, come ben ci attesta il Secondo Teologo Censore degli scritti di Santa Faustina. E’ bene anche ricordare che la Festa della Divina Misericordia è sempre preceduta da una novena molto bella e significativa che inizia il Venerdì Santo e che è contenuta nel Diario di Santa Faustina, novena poi diffusa e praticata in tutta la Chiesa, così come la recita, alle ore 15, della Coroncina della Divina Misericordia.





venerdì 1 marzo 2024

Il mese di San Giuseppe: preghiera e litanie





1 Marzo 2024 


Preghiera a San Giuseppe Patrono della Chiesa Universale


A Voi o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il Vostro patrocinio, dopo quello della Vostra SS. sposa. Deh! Per quel sacro vincolo di carità che Vi strinse all’Immacolata Vergine Madre di Dio; e per l’amore paterno che portaste al fanciullo Gesù, riguardate, Ve ne preghiamo, con occhio benigno, la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e col Vostro potere ed aiuto sovvenite ai nostri bisogni.

Proteggete, o provvido custode della divina Famiglia l’eletta prole di Gesù Cristo; cessate da noi, o padre amantissimo, cotesta peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assisteteci propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre o nostro fortissimo protettore; e come un tempo scampaste dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendete la Santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità, estendete ognora sopra ciascuno di noi il vostro patrocinio, acciocché col vostro esempio e mercé il vostro soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l’eterna beatitudine in cielo. 

R. Così Sia.


Ind. 3 a.; 7 a. al mese di ottobre, dopo la recita del rosario; 7 a. quals. mercoledì; plen. s.c. (solite condizioni) p.t.m. (se si recita ogni giorno per un mese intero).


Litanie di San Giuseppe

Kyrie, eleison,
Christe, eleison
Kyrie, eleison,
Christe, audi nos,
Christe, exaudi nos,
Pater de coelis Deus, miserere nobis
Fili Redemptor mundi Deus,
Spiritus Sancte Deus,
Sancta Trinitas, unus Deus,
Sancta Maria, ora pro nobis
Sancte Joseph
Proles David inclyta,
Lumen Patriarcharum
Dei Genitricis Sponse,
Custos pudice Virginis,
Fili Dei nutricie,
Christi defensor sedule,
Almae Familiae praeses,
Joseph justissime,
Joseph castissime,
Joseph prudentissime,
Joseph fortissime,
Joseph oboedientissime,
Joseph fidelissime,
Speculum patientiae,
Amator paupertatis,
Exemplar opificum,
Domesticae vitae decus,
Custos Virginum,
Familiarum columen,
Solatium miserorum
Spes aegrotantium,
Patrone morientium,
Terror daemonum,
Protector Sanctae Ecclesiae,
Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, parce nobis, Domine,
Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, exaudi nos, Domine,
Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis.
Ora pro nobis, Sancte Joseph
Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

OREMUS

Deus qui ineffabili providentia beatum Joseph sanctissimæ Genitricis tuæ sponsum eligere dignatus es: præsta quæsumus, ut quem protectorem veneramur in terris, intercessorem habere mereamur in coelis. Qui vivis, ecc.



Il Sacro Manto a San Giuseppe



Il Sacro Manto è un particolare omaggio reso a San Giuseppe, per onorare la Sua persona e per meritare il Suo patrocinio. Si consiglia di recitare queste orazioni per 30 giorni consecutivi, in memoria dei trent’anni di vita vissuti da San Giuseppe in compagnia di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Sono senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a San Giuseppe. Santa Teresa d’Avila (1515 – 1582) ha lasciato scritte queste parole illuminanti: “Chi vuol credere, faccia la prova, affinché si persuada.”






Francia, anche il Senato dice sì all’aborto in Costituzione



Dopo il voto dell’Assemblea Nazionale, pure il Senato francese dà il via libera all’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione. Esultano Macron e gruppi abortisti. E i vescovi lamentano l’attacco alla vita.


TEMPI BUI




Luca Volontè, 01-03-2024

È arrivato anche il secondo sì all’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione francese. Dopo il terribile voto favorevole dell’Assemblea Nazionale di fine gennaio scorso (493 voti a favore, 30 contrari e 23 astensioni), il via libera del Senato di mercoledì 28 febbraio, con 267 favorevoli e 50 contrari, ha rappresentato la fase finale di questa tragica decisione promossa dal presidente Emmanuel Macron fin dallo scorso anno.

E così, lo stesso Macron ha voluto assumersi la paternità piena dell’obiettivo raggiunto, ribadendo il proprio impegno «a rendere irreversibile la libertà delle donne di abortire, sancendola nella Costituzione. Dopo l’Assemblea nazionale, il Senato ha compiuto un passo decisivo, di cui mi compiaccio». Lo stesso Macron ha già convocato per lunedì 4 marzo il Parlamento in seduta comune, che si riunirà a Versailles per sancire definitivamente, con un voto congiunto, l’aborto nella Costituzione. Sarà necessaria una maggioranza di tre quinti, già ampiamente raggiunta nelle prime due votazioni.

La Francia di Macron sta dunque per diventare il primo Paese in Europa, ma anche nel mondo, a inserire l’aborto, cioè la liberalizzazione dell’omicidio dell’innocente, nella propria Costituzione. Ma è anche, per bocca dello stesso Macron, il primo Paese che dovrebbe “riarmarsi” demograficamente, fare più figli, per evitare la crisi incombente. Siamo alla schizofrenia.

Tornando all’aborto in Costituzione, la legge era stata presentata dal Governo francese, su spinta del presidente della Repubblica lo scorso ottobre, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti, nel giugno 2022, aveva annullato la sentenza Roe contro Wade. La maggioranza del Senato, viste le dichiarazioni contrarie del suo presidente Gérard Larcher e nonostante sia composta da conservatori e destre, ha sostenuto la proposta del governo e delle sinistre. Le multinazionali dell’aborto si sono dette molto soddisfatte. «Si tratta di una decisione storica, per la Francia, ma anche per l'Europa e il mondo. Un anno e mezzo dopo l’annullamento della Roe contro Wade da parte della Corte Suprema americana, la vittoria francese è un messaggio chiaro e ottimista alla comunità internazionale: l’aborto è una libertà fondamentale», ha affermato in un comunicato stampa il dottor Alvaro Bermejo, direttore generale della International Planned Parenthood Federation (IPPF). Anche la responsabile di un’altra multinazionale dell’aborto che opera in Europa, Leah Hoctor, direttrice regionale senior per l’Europa del Centro per i diritti riproduttivi, si è detta ampiamente soddisfatta per la decisione francese.

Il ministro francese per l’Eguaglianza di genere e la diversità, Aurore Bergé, ha già auspicato che il passo compiuto da Parigi possa essere accolto e imitato da molti altri Paesi europei: ciò è in linea con l’auspicio tremendo di inserire l’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, espresso da Macron il 19 gennaio 2022 nel suo discorso di apertura del semestre di presidenza francese del Consiglio europeo. Allora, contro l’obbrobriosa proposta, i vescovi cattolici europei (Comece) reagirono con un durissimo comunicato, ricordando che non esiste un diritto all’aborto in alcun trattato o convenzione internazionale. E in modo simile hanno reagito nei giorni scorsi sia il Vaticano che l’arcivescovo di Lione, Olivier de Germay, e l’ex arcivescovo di Parigi, Michel Aupetit.

Monsignor de Germay punta il dito contro «la successione di leggi cosiddette sociali approvate in Francia negli ultimi decenni» e il «triste record di 234.300 aborti in Francia nel 2023, quando la tendenza è in calo ovunque in Europa». Monsignor Aupetit, esperto di questioni bioetiche, ha affidato ai social il suo duro commento: «L’aborto nella Costituzione. La clausola di coscienza dei caregiver è respinta. La legge si impone alla coscienza che obbliga ad uccidere. La Francia ha toccato il fondo. È diventato uno Stato totalitario».

Dura anche la Conferenza episcopale francese che in un comunicato di ieri 29 febbraio ha ribadito che l'aborto «rimane un attacco alla vita nella sua fase iniziale, non può essere visto solo dal punto di vista dei diritti delle donne (…). La Conferenza episcopale sarà attenta al rispetto della libertà di scelta dei genitori che decidono, anche in situazioni difficili, di tenere il proprio figlio e della libertà di coscienza dei medici e di tutto il personale sanitario, di cui saluta il coraggio e l'impegno». Invece della coerenza con le sue stesse promesse fatte a tutti i francesi lo scorso 16 gennaio, riguardanti l’impegno a un forte «riarmo demografico» del Paese e il sostegno a famiglie e donne per la nascita di un maggior numero di figli, Macron ha temuto le critiche delle femministe ed è evidentemente tornato ad abbracciare le lobby abortiste, sperando di erodere consensi alle sinistre e contrastare così il consenso crescente dei partiti di destra in vista delle elezioni europee.

Terribili giravolte, quelle di Macron, fatte sulla pelle dei più deboli. E ora il presidente francese sembra propenso anche a legalizzare il suicidio assistito. L’unico a riarmarsi sulle piazze di tutta la Francia, grazie a Macron, è il boia.