lunedì 10 agosto 2026

Messa Azteca, Sì! Ma Messa tridentina, No.




lunedì 10 agosto 2026












Cristian Marquant, 8 agosto 2026

È fondamentale comprendere che la riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II, sviluppatasi a partire dal 1964, non è in alcun modo paragonabile alle varie riforme, modifiche, evoluzioni e adattamenti che le liturgie cattoliche hanno subito nel corso dei secoli. La riforma di Paolo VI è unica. Fu una riforma globale: modificò l'intero culto: la Messa, i sacramenti e i sacramentali; fu una riforma radicale: i cambiamenti influenzarono profondamente tutti i suoi aspetti. Inoltre, come ogni processo paragonabile a una rivoluzione, questa riforma non è mai veramente conclusa. Cerca costantemente qualcosa di "più" o di "meglio".

Paolo VI, al momento della pubblicazione dei suoi nuovi libri, potrebbe anche aver creduto di aver completato l'opera di trasformazione, ma avrebbe dimenticato che l'intrinseca malleabilità della sua riforma trascendeva tutti i suoi decreti. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI immaginarono di poter frenare la macchina impazzita e iniettare una dose di classicismo nelle innovazioni, ma nulla di tutto ciò è possibile perché questo processo di riforma, come il cattolicesimo liberale da cui è scaturito, cerca di adattarsi all'era presente, l'era della modernità. E la modernità è in costante movimento. E così anche la riforma.

Una delle parole chiave di questa riforma è inculturazione: la liturgia deve essere indiana in India, africana in Africa, ispirata alla Pachamama in Amazzonia, e così via. Tuttavia, la modernità è globalizzante e unificante, e la diversità vi diventa marginale, semplicemente come un modo per relativizzare l'eredità del passato. Un esempio paradigmatico di questo adattamento marginale, che mira a dimostrare che la lex orandi è fondamentalmente una legge modificabile, è l'inculturazione della liturgia romana nella cultura azteca.




Il 27 giugno, a Los Angeles, dove gran parte della popolazione cattolica è latina di origine o messicana, è stata celebrata una Messa azteca nella Cattedrale di Nostra Signora degli Angeli. Questa Messa combinava testi liturgici, danze, poesie e simboli ispirati alle tradizioni azteche. Ballerini liturgici – sembrava quasi che, accanto ai ministeri di lettore (lettrice) e accolito (accolitessa), si potesse creare un ministero di ballerino (ballerina) – adornati di piume, avanzavano in processione al ritmo di tamburi che suonavano melodie suppostamente indigene accompagnate da testi tratti dalla liturgia. 

Il bollettino ufficiale dell'Arcidiocesi di Los Angeles descriveva questa celebrazione inculturata come "un'esperienza di culto". E tanto meglio se si fossero limitati a piume e danze, senza ripristinare anche i sacrifici umani offerti alle divinità, che rappresentavano la pratica più eclatante di quella liturgia azteca fortunatamente abolita con l'arrivo dei missionari spagnoli che portarono il Vangelo. Per quanto riguarda la scatola di idee dei nostri liturgisti, vorrei citare anche quella di un frate domenicano, professore di teologia dogmatica, il quale credeva che le liturgie germaniche potessero ispirarsi a certe opere wagneriane.

In realtà, la "cultura azteca" odierna non è altro che una ricostruzione folcloristica. E, proprio come il dialogo interreligioso è spesso semplicemente un dialogo con se stessi, condotto attraverso interlocutori che si suppone rappresentino il buddismo, l'induismo, lo shintoismo o l'animismo, come se ciascuna di queste entità, con le sue innumerevoli ramificazioni, fosse un vero insieme religioso distinto, dotato di una sorta di struttura ecclesiastica. In realtà, ripeto, questa inculturazione permette una relativizzazione diversificante.

Inoltre, ci viene detto che la diversità deve essere "aperta" e non "chiusa". "La diversità diventa un problema quando si chiude su se stessa", ha affermato Monsignor Filippo Iannone, Prefetto della Congregazione per i Vescovi e uno dei consiglieri più fidati di Papa Leone XIV, in una recente intervista a Zagabria ([Document] "La diversité devient un mal lorsqu'elle se referme sur elle-même": Monseigneur Filippo Iannone espone le priorità di Leone XIV - Tribune Chrétienne).

Pertanto, questa promozione della diversità non si azzarda a estendersi fino all'ammissione della liturgia tridentina. Questo, ovviamente, significherebbe praticare una "diversità chiusa". Al contrario, l'inculturazione avvenuta il 4 ottobre 2019 nei Giardini Vaticani, in occasione del Sinodo sull'Amazzonia [qui - qui - qui - qui indice], è stata un esempio paradigmatico di "diversità aperta". Si è trattato di un momento di preghiera tra Papa Francesco e membri della Curia con rappresentanti indigeni, presunti seguaci di un culto amazzonico più o meno ecologico. Questo momento di preghiera ha incluso canti e processioni attorno a statuette raffiguranti donne incinte del cosiddetto culto di Pachamama, simbolo di vita, fertilità e Madre Terra.




Care sentinelle parigine che chiedete non la Messa azteca, ma la Messa tridentina, voi lo fate invece con zelanti e vigili preghiere recitando il rosario al numero 10 di rue du Cloître-Notre-Dame, dal lunedì al venerdì, dalle 13:00 alle 13:30, e a Saint-Georges de La Villette, al numero 114 di avenue Simon Bolivar, Mercoledì e venerdì alle 17:00, di fronte a Notre-Dame du Travail, domenica alle 18:15.









Quattro mesi dopo la lettera di Leone XIV ai vescovi francesi, i fedeli del Vetus Ordo continuano a non vedere cambiamenti






INFOVATICANA, 26 luglio 2026


Quattro mesi dopo che papa Leone XIV ha chiesto ai vescovi francesi di cercare «soluzioni concrete» per accogliere con maggiore generosità i fedeli legati al Vetus Ordo, il presidente di Notre-Dame de Chrétienté, Philippe Darantière, ritiene che quell’appello abbia avuto scarse conseguenze pratiche. A suo giudizio, l’applicazione di Traditionis Custodes continua senza cambiamenti sostanziali e molte comunità incontrano ancora difficoltà nello sviluppo della loro vita liturgica e pastorale.In un’intervista concessa al media francese Tribune Chrétienne, Darantière afferma che la responsabilità ricade ora principalmente sui vescovi. «Non siamo più sotto Francesco», sostiene, prima di chiedersi cosa impedisca all’episcopato francese di adottare un atteggiamento più aperto verso i fedeli della liturgia tradizionale in attesa di un’eventuale decisione di Roma.

Cinque anni dopo Traditionis Custodes


Il responsabile di Notre-Dame de Chrétienté, associazione che organizza ogni anno il massiccio pellegrinaggio tradizionale da Parigi a Chartres e che fa parte della Unione Lex Orandi, assicura che il bilancio dei cinque anni trascorsi dalla pubblicazione di Traditionis Custodes resta negativo.

Secondo quanto spiega, in diverse diocesi francesi sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pietro sono stati allontanati dai loro apostolati e numerose comunità hanno perso non solo la celebrazione quotidiana della Messa secondo il Messale del 1962, ma anche altre attività pastorali come la catechesi degli adulti, conferenze o gruppi scout. A ciò si aggiungono, afferma, le restrizioni imposte a diversi pellegrinaggi tradizionali e le difficoltà che continuano a incontrare iniziative come Nosto Fe per far riconoscere la propria identità liturgica.

Pur riconoscendo che esistono diocesi in cui questi fedeli sono pienamente integrati, come Bordeaux o Versailles, ritiene che si tratti ancora di casi eccezionali nel panorama francese.

«Non abbiamo visto cambiamenti»

Interrogato sulla lettera inviata lo scorso 18 marzo dal cardinale Pietro Parolin a nome di Leone XIV, Darantière lamenta che, quattro mesi dopo, non percepisca un cambio di atteggiamento da parte dell’episcopato francese. Ricorda che, dopo l’ultima assemblea plenaria tenutasi a Lourdes, diversi vescovi hanno dato per scontato che l’applicazione di Traditionis Custodes sarebbe rimasta invariata.

Ciononostante, valuta positivamente l’iniziativa di mons. Philippe de Cagny, vescovo di Évreux e responsabile della Liturgia nella Conferenza Episcopale Francese, di avviare una riflessione su questioni come la Tradizione, il senso del sacro o la cristianità. A suo giudizio, il dialogo è necessario perché esiste una profonda reciproca ignoranza tra l’episcopato e le comunità legate al Vetus Ordo.

La contraddizione dopo le consacrazioni di Écône

Darantière si riferisce anche alle consacrazioni episcopali celebrate dalla Fraternità San Pio X a Écône lo scorso 1° luglio e al successivo appello dei vescovi francesi affinché i loro fedeli tornino alla piena comunione con la Chiesa.

A suo giudizio, quel messaggio perde forza mentre molti cattolici pienamente uniti a Roma che partecipano abitualmente alla liturgia tradizionale continuano a incontrare ostacoli per integrarsi normalmente in alcune diocesi. «Come si può comprendere quell’invito se chi è già in piena comunione continua ad avere difficoltà a trovare il proprio posto?», viene a dire.

In questo contesto, sostiene che solo un gesto esplicito di Leone XIV permetterà di chiudere definitivamente questa fase. Come possibili vie di soluzione ricorda le proposte formulate recentemente da diverse personalità della Chiesa: il recupero della commissione Ecclesia Dei, difesa dal cardinale Gerhard Müller; la revisione di Traditionis Custodes, richiesta dal cardinale Kurt Koch; o la creazione di una struttura ecclesiastica specifica per i fedeli legati alla liturgia tradizionale, proposta dal padre Marie-Michel de Blignières.

«Venite e vedete»

Come messaggio rivolto ai vescovi francesi, Darantière li invita a conoscere personalmente la realtà di queste comunità. «Venite e vedete», riassume, spiegando di aver già invitato un vescovo a presiedere l’adorazione al Santissimo che chiuderà il pellegrinaggio di Chartres a Pentecoste 2027.

A suo giudizio, gran parte dei pregiudizi verso i fedeli del Vetus Ordo nascono dall’identificare la ricezione del Concilio Vaticano II con l’accettazione della successiva riforma liturgica. Difende che le comunità tradizionali ricevono il Concilio «alla luce della Tradizione della Chiesa» e sostiene che la vera sfida non è l’esistenza di gruppi dinamici legati alla liturgia tradizionale, bensì una determinata interpretazione del cosiddetto «spirito del Concilio», che, secondo quanto afferma, ha contribuito all’allontanamento di numerose generazioni dalla fede.

Darantière conclude riprendendo l’invito formulato da Leone XIV nella sua lettera del 18 marzo, in cui il Papa chiedeva a tutti di guardarsi «con una comprensione maggiore della sensibilità dell’altro». Per il presidente di Notre-Dame de Chrétienté, questo cambio di sguardo è il primo passo affinché la diversità liturgica possa essere vissuta nell’unità della Chiesa e affinché i vescovi francesi diano una risposta efficace all’appello del Pontefice.







Bugnini, la Messa e il dialogo ecumenico: quanto pesò il confronto con le altre confessioni cristiane?


Immagine generata con l’IA di ChatGPT






di Giuseppe Russo, 10 agosto 2026

Da anni, negli ambienti cattolici più critici nei confronti della riforma liturgica, circola una frase attribuita ad Annibale Bugnini: «Abbiamo adeguato la liturgia cattolica a quella protestante». La formula è efficace, ma presenta un problema decisivo: non risulta essere una citazione letterale di Bugnini.

Questo, però, non significa che la questione storica sottesa a quella formula sia priva di fondamento. Al contrario, merita di essere affrontata con maggiore precisione e senza slogan.

La domanda non è se Bugnini abbia dichiarato di voler rendere protestante la liturgia cattolica. Non lo possiamo sostenere sulla base di quella frase. La questione è piuttosto un’altra: quanto il nuovo clima ecumenico abbia influito sui criteri della riforma liturgica e quanto alcune scelte abbiano modificato la percezione della fede cattolica nella celebrazione.

È una distinzione importante, perché permette di uscire tanto dalla polemica quanto dalla difesa pregiudiziale della riforma.


Bugnini e la riforma liturgica

Annibale Bugnini fu una delle figure centrali della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II. Segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, ebbe un ruolo significativo nell’elaborazione concreta dei nuovi libri liturgici.

Non sarebbe tuttavia corretto attribuire a lui personalmente l’intera riforma.

La riforma liturgica fu il risultato di un processo molto più ampio, maturato attraverso il movimento liturgico, la riflessione teologica e patristica del Novecento, il Concilio Vaticano II e le successive decisioni della Santa Sede.

La stessa Sacrosanctum Concilium indicò con chiarezza i criteri della revisione: un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale; la conservazione della sostanza dei riti; la semplificazione di alcune strutture; una maggiore ricchezza nell’uso della Sacra Scrittura e una partecipazione più piena, consapevole e attiva dei fedeli.

Il Concilio, inoltre, non dispose l’abbandono del latino. Al contrario, stabilì che l’uso della lingua latina fosse conservato nei riti della Chiesa latina, prevedendo però la possibilità di un più ampio impiego delle lingue volgari, in particolare nelle letture, nelle monizioni e in alcune parti della celebrazione, secondo le norme stabilite.

Questo particolare è importante perché impedisce di attribuire al Concilio ciò che il Concilio non disse.

Bugnini fu dunque un protagonista decisivo di quel processo, ma non può essere trasformato nel suo unico autore o nel suo unico responsabile.


Il nuovo clima ecumenico

Il Vaticano II diede nuovo impulso e una forma conciliare più esplicita al cammino ecumenico della Chiesa cattolica.

La ricerca dell’unità dei cristiani divenne una delle grandi preoccupazioni ecclesiali e il dialogo ecumenico entrò in modo più esplicito nella vita della Chiesa.

Anche la riflessione liturgica fu coinvolta in questo processo.

Nel lavoro del Consilium furono presenti anche osservatori appartenenti ad altre tradizioni cristiane. Il dato è storicamente significativo, ma deve essere interpretato correttamente.

Gli osservatori non cattolici erano, appunto, osservatori. Non avevano un’autorità decisionale sulla riforma della liturgia cattolica e non possono essere considerati coautori del nuovo Messale.

In una risposta pubblicata su Notitiae nel 1974, la posizione espressa dal Consilium fu che il loro ruolo era quello di osservatori e che non intervenivano nelle discussioni formali. Questo dato va però distinto dalle testimonianze relative ai momenti informali di confronto: la loro presenza non autorizza comunque a considerarli autori o responsabili delle scelte della riforma.

La loro presenza testimonia dunque il clima di confronto ecumenico nel quale la riforma maturò, non una presunta regia protestante della riforma. È una distinzione fondamentale.


La frase di Bugnini che va rimessa nel suo contesto

Il punto più delicato riguarda una frase realmente scritta da Bugnini nel 1965 e successivamente divenuta oggetto di numerose citazioni polemiche.

Nel suo articolo dedicato alle nuove orazioni del Venerdì Santo, pubblicato su L’Osservatore Romano il 19 marzo 1965, Bugnini spiegava la revisione della preghiera per l’unità dei cristiani.

Nel commentare quella modifica, richiamava il desiderio di favorire il cammino verso l’unione dei cristiani separati e spiegava che questo aveva comportato anche la disponibilità a compiere sacrifici, rimuovendo ciò che poteva costituire un ostacolo o una difficoltà.

È questo il passaggio da cui, negli anni successivi, è nata una versione molto più radicale della frase, secondo la quale Bugnini avrebbe voluto eliminare dalla liturgia cattolica tutto ciò che poteva essere una «pietra d’inciampo» per i protestanti.

Ma questa formulazione non può essere presentata come una citazione letterale di Bugnini. Soprattutto, ne perde il contesto.

Bugnini non stava proponendo in quel testo un programma generale per «protestantizzare» la Messa. Stava spiegando una modifica della preghiera del Venerdì Santo nel contesto del cammino ecumenico. Questo non rende irrilevante la sua affermazione. Al contrario, la rende interessante. Perché mostra che la sensibilità ecumenica poteva entrare concretamente nel discernimento relativo ai testi liturgici. Ed è proprio questo il dato storico che merita di essere discusso.


Riformare una preghiera non significa cambiare la fede

La modifica della preghiera per l’unità dei cristiani va compresa alla luce del nuovo linguaggio ecumenico del Concilio.

Il superamento di espressioni percepite come polemiche o offensive nei confronti degli altri cristiani non significa, di per sé, rinunciare alla dottrina cattolica.

La riforma liturgica non ha modificato la dottrina cattolica sull’Eucaristia, sul sacrificio della Messa, sulla presenza reale di Cristo o sul sacerdozio ministeriale.

La stessa normativa liturgica della Chiesa continua ad affermare esplicitamente che la Messa è il memoriale sacramentale del sacrificio di Cristo, che Cristo è realmente presente nell’Eucaristia e che il sacerdote esercita il proprio ministero in persona Christi.

Pertanto, parlare semplicemente di «Messa protestante» è teologicamente improprio.

Ma proprio qui comincia la questione più interessante.


La forma della liturgia trasmette la fede


La liturgia non è soltanto un contenitore neutro nel quale viene inserita una dottrina.

Parole, gesti, silenzi, orientamenti, simboli, tempi e spazi della celebrazione contribuiscono a esprimere e a trasmettere ciò che la Chiesa crede.

Il Concilio stesso, quando parla della riforma della Messa, non pensa a una semplice operazione estetica. Chiede che la struttura dei riti renda più chiaramente manifesta la natura e il fine delle singole parti, che siano semplificate le duplicazioni e che sia conservata la sostanza dei riti.

Chiede inoltre una maggiore ricchezza nell’uso della Sacra Scrittura e una partecipazione più piena dei fedeli.

Sono principi pienamente cattolici.

Ma proprio perché la liturgia forma la sensibilità religiosa, ogni modifica della forma celebrativa può avere conseguenze sul modo in cui la fede viene percepita e vissuta.

È questo il punto sul quale la discussione dovrebbe concentrarsi.


Somiglianza non significa derivazione


Dopo la riforma, alcuni aspetti della celebrazione cattolica possono apparire più vicini, almeno esteriormente, a quelli presenti in diverse tradizioni protestanti: l’uso ordinario delle lingue volgari, una maggiore evidenza della proclamazione biblica, la partecipazione più visibile dell’assemblea e una maggiore semplificazione rituale.

Ma sarebbe storicamente scorretto definire questi elementi semplicemente «protestanti».

La lingua volgare non appartiene al protestantesimo.

La centralità della Sacra Scrittura non appartiene al protestantesimo.

La partecipazione dei fedeli non appartiene al protestantesimo.

E neppure la semplificazione rituale è, in sé, una caratteristica protestante.

Molte di queste istanze erano già presenti nel movimento liturgico cattolico e furono recepite, con forme e limiti precisi, dal Concilio Vaticano II.

Perciò la somiglianza di alcune forme non dimostra una derivazione protestante.

La domanda più seria è un’altra: nel passaggio dalla liturgia precedente a quella riformata, è cambiato anche l’equilibrio con cui le diverse dimensioni della fede cattolica vengono percepite nella celebrazione?


Il problema dell’equilibrio

La Messa è certamente assemblea.

Ma non è soltanto assemblea.

È Parola.

È Eucaristia.

È comunione.

È rendimento di grazie.

È sacrificio.

È adorazione.

È presenza del Signore.

La normativa liturgica della Chiesa presenta la celebrazione eucaristica come azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, riaffermandone contemporaneamente il carattere sacrificale, la presenza reale di Cristo e la specificità del sacerdozio ministeriale.

Il problema, dunque, non è stabilire se una singola modifica sia «cattolica» o «protestante».

Il problema è capire quale immagine complessiva della Messa emerga dall’insieme delle modifiche e, soprattutto, dalla loro concreta attuazione pastorale.

È possibile che una riforma pensata per favorire la partecipazione venga vissuta, in alcuni contesti, come protagonismo dell’assemblea.

È possibile che una maggiore comprensibilità trasformi talvolta la liturgia in una semplice spiegazione didattica.

È possibile che l’accento sulla dimensione comunitaria finisca, in alcune celebrazioni, per oscurare il senso dell’adorazione e del mistero.

Ma queste conseguenze non possono essere automaticamente attribuite al testo della riforma.

Occorre distinguere la riforma liturgica dalla sua applicazione concreta.


L’ecumenismo può essere un criterio della liturgia?


È qui che la questione diventa realmente teologica.

Il dialogo ecumenico è un bene. La ricerca dell’unità dei cristiani appartiene alla missione della Chiesa.

Ma l’ecumenismo non può consistere semplicemente nel rendere le diverse confessioni sempre più simili tra loro.

L’unità cristiana non nasce dalla cancellazione delle differenze, ma dalla verità.

Per questo, quando una forma liturgica viene modificata anche per evitare un ostacolo nel rapporto con altri cristiani, è legittimo domandarsi che cosa sia stato rimosso e perché.

Se si elimina un’espressione puramente polemica o legata a un determinato contesto storico, il cambiamento può essere pienamente comprensibile.

Se invece si attenua un elemento che esprime una verità essenziale della fede cattolica, la questione diventa molto più delicata.

La domanda non è dunque se la liturgia debba essere ecumenica.

La domanda è: fino a che punto un criterio ecumenico può incidere sulla forma della preghiera della Chiesa senza alterarne l’identità teologica?

Questa domanda non accusa nessuno. Ma è una domanda che merita di essere posta.


Bugnini fu dunque un «protestantizzatore»?


La risposta più seria è che non abbiamo bisogno di questa definizione.

Non disponiamo della famosa dichiarazione secondo cui Bugnini avrebbe voluto «adeguare la liturgia cattolica a quella protestante». Attribuirgliela come citazione letterale sarebbe metodologicamente scorretto.

Abbiamo invece un documento del 1965 nel quale Bugnini, parlando della revisione della preghiera del Venerdì Santo per l’unità dei cristiani, riconosce esplicitamente che il desiderio di favorire il cammino verso l’unità aveva comportato anche la disponibilità a rimuovere ciò che poteva costituire un ostacolo. È un dato importante.

Ma non dimostra da solo che la riforma della Messa sia stata progettata per diventare protestante. Dimostra piuttosto che la sensibilità ecumenica era presente nel processo di riforma e poteva incidere anche sulle scelte relative ai testi liturgici.

Da qui inizia una discussione legittima, che non può essere risolta né con lo slogan della «protestantizzazione» né con l’affermazione opposta secondo cui ogni critica alla riforma sarebbe soltanto nostalgia.


La domanda che resta

Forse, dopo più di cinquant’anni, dovremmo smettere di discutere soltanto attraverso slogan.

Non serve dire: «Bugnini ha protestantizzato la Messa».

Ma non serve neppure sostenere che ogni critica alla riforma sia frutto di nostalgia o di incomprensione. La domanda vera è un’altra: la riforma liturgica, pur conservando la dottrina cattolica, ha mantenuto anche nella forma celebrativa quell’equilibrio tra mistero, sacrificio, adorazione, Parola, comunione e partecipazione che appartiene alla tradizione della Chiesa?

È una domanda legittima e merita di essere affrontata con la storia, con i documenti e con la teologia.

Qui entra in gioco un principio antico e fondamentale della tradizione cristiana: lex orandi, lex credendi. La formula esprime il profondo rapporto tra la preghiera della Chiesa e la sua fede: la Chiesa celebra ciò che crede e, nello stesso tempo, attraverso ciò che celebra, forma i suoi fedeli nella fede.

La liturgia, dunque, non è semplicemente il modo in cui celebriamo ciò che crediamo.

È anche uno dei modi attraverso cui impariamo a credere.

Ed è proprio per questo che una riforma liturgica non riguarda soltanto parole, gesti, rubriche o modalità celebrative. Quando cambia il modo in cui la Chiesa prega, può cambiare anche il modo in cui i suoi fedeli percepiscono, comprendono e vivono ciò che la Chiesa crede.

È questa, forse, la questione più profonda che la riforma liturgica ci consegna ancora oggi.

Non se Bugnini fosse o non fosse un «protestantizzatore».

Ma se, nel desiderio legittimo di rinnovare la liturgia e di favorire anche il cammino ecumenico, si sia conservato pienamente quell’equilibrio attraverso il quale la liturgia cattolica non soltanto esprime la fede della Chiesa, ma continua anche a formare quella fede nel cuore delle generazioni.







Riferimenti essenziali:Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, 4 dicembre 1963.
Annibale Bugnini, «Le nuove orazioni del Venerdì Santo», L’Osservatore Romano, 19 marzo 1965.
Notitiae, 95-96 (1974), sul ruolo degli osservatori non cattolici nel Consilium.
Paolo VI, Discorso ai partecipanti alla VII sessione plenaria del Consilium, 13 ottobre 1966.
Institutio Generalis Missalis Romani.
Benedetto XVI, Summorum Pontificum, 7 luglio 2007.






domenica 9 agosto 2026

Il grande inganno. Novus Ordo, non la “Messa del Concilio”, ma di Paolo VI



Il Ritus Modernus (definizione del grande liturgista e maestro di Ratzinger, Mons Gamber) NON è la Messa del Concilio Vaticano II, dove è sempre stata celebrata la Messa di sempre. E non è neppure la Messa della Sacrosanctum Concilium che, di fatto, scrive il contrario di quanto fatto dal NOM di Paolo VI e di Bugnini.
Luigi Casalini





Don Francesco D’Erasmo*, 08-08-2026

Pochi giorni fa parlando con un ecclesiastico di rilievo, sono rimasto davvero senza parole.

Ancora oggi, anche sacerdoti e vescovi, e purtroppo perfino cardinali, pur avendo studiato, alcuni addirittura fino al dottorato, alcuni ricoprono o hanno ricoperto gli incarichi più delicati nella Chiesa, eppur ignorano – o fingono di ignorare, loro lo sanno, io no-, le cose più elementari che io, già giovane seminarista, non potevo ignorare.
E su questa “ignoranza”, che a sua volta viene insegnata, come errore, vengono costruite opinioni che si diffondono capillarmente in tutto il corpo ecclesiale, e vengono di fatto trasformate in dogmi, perché chi non le ripete pedissequamente viene perseguitato come nemico della Chiesa e del papa.

Tali errori grossolani e gravi, voglio qui denunciare, perché se li tacessi me ne farei complice.

1 – La Messa di Paolo VI (promulgata il 3 aprile 1969) sarebbe la Messa del Concilio Vaticano II (d’ora in avanti CVII).

Non c’è niente di più falso!

La Costituzione Sacrosantum Concilium del Concilio Vaticano II infatti si limita a dare delle indicazioni. Il concilio si è concluso nel 1965, e i Padri Conciliari non hanno promulgato alcun Messale!

Ci sono studi molto approfonditi sulle problematiche della Messa di Paolo VI, ma la questione fondamentale è proprio questa: che non è la Messa del Concilio, è la Messa di Paolo VI!

Le famose critiche di Ottaviani e Bacci mettono in evidenza alcuni problemi oggettivi della nuova versione della Messa di Rito Latino.

Gli studi di molteplici autori evidenziano le problematiche della Commissione Bugnini, e l’azione perversa di costui nel manipolare la Commissione e il Papa, prima che la Messa fosse promulgata.

Ma ripeto, e non sarà mai abbastanza: la Messa di Paolo VI semplicemente non è stata promulgata dal Concilio Vaticano II, ma da un papa, successivamente.

Da questa menzognera identificazione vengono poi tratte altrettanto erronee e menzognere nefaste conclusioni: la più evidente è che, chi osserva aspetti problematici del nuovo Rito della Messa, sarebbe automaticamente per ciò stesso critico nei confronti del CVII.

Anche questo è una colossale menzogna, basata appunto sulla tale falsa premessa.

E qui vediamo il grande paradosso. Tanto la Fraternità San Pio X (FSSPX) – che si presenta come l’unica difensora della tradizione-, come i suoi nemici, cadono nella stessa diabolica identificazione.

Gli uni per accusare il Concilio Vaticano II di ogni male che essi vedono nella Chiesa, e particolarmente nella forma in cui la Santa Messa viene celebrata. Gli altri nel ritenere che chi preferisce celebrare il Rito Apostolico come è sempre stato celebrato nella Chiesa Latina sia automaticamente un ribelle nemico del Concilio Vaticano II.

Rimango veramente allibito dal fatto che anche un cardinale che difende la celebrazione della Santa Messa Apostolica afferma che sia auspicabile tornare al “Summorum Pontificum” chiedendo che coloro che celebrano la Santa Messa nel Rito Apostolico siano chiamati a giurare una accettazione del CVII.

Ciò è abominevole per due motivi: uno, che così si trasforma il CVII in un Superdogma, facendo della sua accettazionne supina la condizione unica della appartenenza alla Chiesa Cattolica (e perché allora è stato ripudiato il giuramento antimodernista per iniziare il CVII?). Il secondo motivo è che con questa condizione premessa alla possibilità di celebrare il Sacro Rito come la Santa Chiesa lo ha sempre celebrato, si abolisce il contenuto stesso di Summorum Pontificum, che mette in evidenza che tale rito non può essere mai da nessuno messo “fuori legge”, e si afferma come implicazione indiretta e necessaria che la sua celebrazione sarebbe da sola un atto di rifiuto del CVII.

La seconda grande menzogna che attanaglia ecclesiastici anche molto formati e investiti delle più alte cariche, è che la Messa di Paolo VI giustificherebbe e promuoverebbe per se stessa gli abusi che molti commettono nel celebrarla, e le successive innovazioni “liturgiche” ad essa aggiunte posteriormente.

Anche qui noi vediamo che nella struttura stessa della Messa, e nelle norme con cui è stata promulgata, oltre che nelle decisive precisazioni fatte ufficialmente dalla Santa Sede, specialmente nella Istruzione Redemptionis Sacramentum del 23 aprile 2004, tali identificazioni vengono esplicitamente smentite.

Non è vero che la distribuzione della Comunione sulla Mano, la distribuzione della Comunione da parte di laici, o peggio di laiche, la presenza di ministri liturgici laici, o addirittura donne, l’introduzione di musiche diverse dal gregoriano, la banalizzazione della Messa, la trasformazione dell’altare in una mensa, la direzione della Messa verso il popolo, e tanti altri abominii appartengano di per sé alla Messa di Paolo VI. Non c’è usa sola prova del contrario!

Anche da questa abominevole menzogna viene tratta una serie di conseguenze altrettanto abominevoli e ingannevoli: prima fra tutte che chi si oppone a tutte queste forme di profanazione del Santo Sacrificio sarebbe per se stesso contrario alla Messa di Paolo VI.

No!

Chi si oppone alle profanazioni non è contrario alla Messa di Paolo VI, ma è a favore del Sacro Rispetto e della giusta e doverosa Adorazione di Dio, presente veramente e realmente nel Santo Sacrificio e nelle Sacre Specie!

Se qualcuno per strada aggredisce una mamma, e il figlio presente si scaglia contro l’aggressore, forse qualcuno è così pazzo da accusare il figlio di aver aggredito tale aggressore?

Perché allora ci si scandalizza dei cattolici che si scagliano contro chi manca di rispetto o addirittura profana il Santo Sacrificio e le Sacre Specie, accusandolo di mancare di rispetto ai Ministri Sacri, se sono questi ultimi che commettono questi abomini o li favoriscono?

Dobbiamo ripetere forse la domanda di Gesù: “È più grande l’offerta, o l’altare che rende sacra l’offerta?” (Mt 23, 19ss)

È più degno di rispetto il Signore Dio, presente sull’altare, o il ministro che gli deve rendere culto?

E vorrei, di tutte le cose citate velocemente, ricordare la norma esplicita ribadita da Redeptionis Sacramentum: “Se c’è pericolo di profanazione non sia distribuita la Comunione sulla mano dei fedeli” (RS 92). Essendo il celebrante l’unico responsabile della Santa Comunione durante la Celebrazione della Santa Messa, è totalmente falso che il sacerdote sia sempre obbligato a dare la Comunione sulla mano a chi la richiede!

Oltretutto è ricordato evidentemente in tale documento e in tutta la tradizione della Chiesa che il sacerdote non è obbligato a dare la Comunione a chi vive in una situazione di contraddizione con la fede cattolica pubblicamente nota.

Che la Santissima Vergine, sposa dello Spirito Santo, possa far sì che questo testo aiuti coloro che senza colpa a causa di questi errori “erano tenuti in schiavitù” (Eb 2,15), specialmente quando sono sacerdoti, tenuti lontano, da una formazione deformante, dalla verità del Sacro Magistero.

Amen.



*Sacerdote Cattolico

Fatima, 7 agosto 2026, san Gaetano Confessore.





“Ora et labora” allunga la vita: lo studio sui monaci cattolici



Una ricerca austriaca indaga l’aspettativa di vita maggiore nei monaci. Perché l'”ora et labora” funziona? Le risposte del demografo Marc Luy.


Ultimissime


Redazione UCCR 08 ago 2026

Vivere in monastero fa bene anche alla salute.

È quanto emerge da una ricerca di lungo periodo condotta dall’Istituto di Demografia dell’Accademia austriaca delle scienze e coordinata dal demografo Marc Luy.

Secondo i risultati, i monaci appartenenti a comunità religiose cattoliche vivono mediamente circa cinque anni in più rispetto a coloro che conducono una vita al di fuori dei monasteri.


In monastero si riduce divario uomini-donne

Il dato è particolarmente interessante perché riduce quasi completamente il tradizionale divario di longevità tra uomini e donne.

Nella popolazione generale, infatti, le donne hanno un’aspettativa di vita sensibilmente superiore. In Austria, per esempio, per i bambini maschi nati nel 2025 è stata stimata un’aspettativa di 80,15 anni, contro gli 84,6 delle bambine.

Tra i moanci, invece, la differenza si riduce a circa un anno.


Perché l'”ora et labora” funziona


Si prevedono battute e facili obiezioni: vivono di più perché non fanno nulla di stressante, si limitano a pregare tutto il giorno.

In realtà, secondo il demografo autore dello studio, la spiegazione per questo elemento non è in un singolo fattore, ma nella combinazione di condizioni che caratterizzano la vita monastica.

Un ritmo quotidiano stabile, tempi dedicati al lavoro e alla preghiera, una chiara missione spirituale, un’alimentazione regolata, la meditazione e una rete sociale costante. Insomma, comportamenti salutari.

La comunità svolgerebbe inoltre una funzione paragonabile, sotto alcuni aspetti, a quella di una sana e stabile relazione familiare: eventuali problemi fisici o psicologici vengono individuati più facilmente e i membri si sostengono reciprocamente.


Le disuguaglianze sociali si azzerano

Un altro risultato riguarda il livello di istruzione.

Al contrario di quanto accade nella popolazione generale, a trarre il maggior vantaggio dalla vita religiosa sarebbero gli uomini con un’istruzione più bassa.

Questo perché nel monastero tendono a ridursi le differenze sociali normalmente associate alla salute: alimentazione, assistenza medica e condizioni di vita sono infatti molto più uniformi.

Una ricerca pubblicata nel 2024 sul “Journal of Health and Social Behavior” ha approfondito proprio l’assenza di significative disuguaglianze socioeconomiche nella mortalità dei monaci cattolici.


Fede e benessere


Il punto, sottolinea lo stesso prof. Luy, «non è che i monaci adottino questo stile di vita per vivere più a lungo. Si tratta piuttosto di un effetto collaterale».

In altre parole, il motto benedettino “ora et labora” non è e non è nato per essere una ricetta per l’immortalità, ma -coincidenza vuole- alcune delle sue caratteristiche coincidono con ciò che la ricerca demografica considera favorevole a un invecchiamento più lungo.

E, soprattutto, più sano.






sabato 8 agosto 2026

Quando i principi della Chiesa non parlano più latino




sabato 8 agosto 2026






Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Rorate caeli. La trascuratezza del latino è uno degli aspetti più devastanti dell'attuale grave crisi nella (non della) Chiesa.




David Berger*

Si dice che oltre due terzi dei membri del Collegio cardinalizio abbiano una conoscenza scarsa o nulla del latino. A prima vista, questo potrebbe sembrare poco più di una curiosità per gli studiosi di lettere classiche. In realtà, tuttavia, potrebbe rivelare una delle crisi più profonde che la Chiesa cattolica si trova ad affrontare oggi. Perché quando la Chiesa perde la lingua in cui la sua fede, la sua liturgia e il suo diritto canonico sono stati espressi per secoli, inevitabilmente inizia a perdere l'accesso diretto alla propria tradizione.

Dopo mesi di ricerche, il giornalista vaticanista Francesco Capozza del quotidiano Il Tempo è giunto a una conclusione sconcertante : oltre il 65% dei cardinali attuali non possiede una conoscenza significativa del latino. Chi conosce il lavoro di Capozza sa che non è incline al sensazionalismo. Da anni è considerato uno dei corrispondenti vaticani più informati d'Italia, le cui valutazioni si sono ripetutamente dimostrate affidabili. Le sue scoperte indicano un problema che si è sviluppato silenziosamente per decenni e le cui conseguenze stanno diventando impossibili da ignorare.

Non si tratta di nostalgia per una presunta età dell'oro, né è semplicemente una preoccupazione di coloro che sono legati alla liturgia romana tradizionale. La vera questione è ben più fondamentale. Può la Chiesa preservare la sua unità quando molti dei suoi più alti pastori non comprendono più la lingua in cui la sua teologia, il suo diritto canonico e il suo magistero sono stati formulati per oltre un millennio? Molto prima che queste cifre allarmanti diventassero note, il classicista tedesco Hans-Lothar Barth aveva già individuato il cuore del problema.

Una verità immutabile richiede un linguaggio immutabile

Per la Chiesa cattolica, il latino non è mai stato semplicemente una reliquia storica. È la lingua ufficiale della Chiesa stessa. Per quasi due millenni, la legislazione papale, il diritto canonico e i testi autorevoli del Magistero sono stati promulgati in latino. C'è una ragione profonda per questo.

Una lingua che non si evolve più conserva una precisione teologica che nessuna lingua moderna potrà mai eguagliare. Il suo vocabolario non è soggetto alle mode ideologiche o ai cambiamenti semantici che continuamente rimodellano le lingue viventi. Proprio perché i suoi significati rimangono stabili, il latino è unicamente capace di esprimere verità immutabili con chiarezza e permanenza.

Giovanni XXIII espresse questo principio con notevole forza nella sua Costituzione Apostolica Veterum Sapientia. Il latino, scrisse, possiede una dignità, una stabilità e un'universalità che lo rendono singolarmente adatto a manifestare l'unità della Chiesa. Appartiene, per così dire, alla natura stessa della Chiesa cattolica perché non appartiene a nessuna nazione in particolare, pur rimanendo ugualmente accessibile a tutti.

È opportuno ricordare che il Concilio Vaticano II non ha mai abbandonato questa convinzione. Al contrario. La Sacrosanctum Concilium afferma esplicitamente che "l'uso della lingua latina deve essere conservato nei riti latini". Allo stesso tempo, il Concilio ha insistito affinché seminaristi e clero fossero adeguatamente preparati a comprendere e utilizzare correttamente il latino. I Padri conciliari non hanno mai immaginato una Chiesa in cui vescovi e sacerdoti non sarebbero più stati in grado di leggere i propri documenti ufficiali nella lingua originale. Al contrario, tale competenza è stata semplicemente data per scontata.

Perdere l'accesso diretto alle fonti della fede

Gli sviluppi degli ultimi decenni rappresentano dunque una profonda sorpresa. In molti seminari, il latino è stato ridotto a poco più di una materia di facciata. I candidati spesso ricevono solo un breve corso introduttivo, senza mai acquisire la capacità di leggere documenti papali, testi conciliari o gli scritti dei Padri e Dottori della Chiesa in lingua originale.

La perdita va ben oltre l'educazione classica. Ciò che sta scomparendo è l'accesso immediato alle fonti stesse della teologia cattolica.

La teologia si fonda sulla precisione concettuale. San Tommaso d'Aquino comprese che anche il minimo cambiamento terminologico poteva alterare profondamente la comprensione della dottrina. Termini come gratia, persona, substantia, natura o caritas possono essere solo approssimati nelle lingue moderne. Ogni traduzione contiene inevitabilmente un elemento di interpretazione. È proprio per questo che la Chiesa ha sempre redatto i suoi testi dottrinali definitivi in ​​una lingua il cui significato rimane stabile nel corso dei secoli.

L'importanza di questo principio divenne particolarmente evidente con la pubblicazione della prima enciclica di Papa Leone XIV. Per la prima volta nella storia moderna, un documento papale così fondamentale non apparve inizialmente come testo latino autorevole, ma fu pubblicato simultaneamente in diverse lingue moderne. Sebbene ciò possa sembrare pratico, solleva importanti questioni ermeneutiche.

Si è subito acceso un dibattito su alcune espressioni chiave, non ultima la parola "umanità". Si riferisce alla specie biologica, alla famiglia umana, alla totalità del genere umano o alla comune natura umana su cui si fonda l'intero edificio del diritto naturale? Le diverse versioni linguistiche suggeriscono inevitabilmente sfumature differenti. Un originale latino autorevole avrebbe quantomeno fornito un unico punto di riferimento normativo per l'interpretazione.

Un'espressione della cattolicità della Chiesa

In un'epoca in cui i fondamenti stessi dell'antropologia cristiana sono sempre più messi in discussione dall'ideologia di genere, dal transumanesimo e dai rapidi sviluppi tecnologici, la precisione concettuale è tutt'altro che un lusso accademico. Essa determina il modo in cui l'insegnamento della Chiesa viene compreso e, in definitiva, come viene vissuto.

Papa Benedetto XVI ha ripetutamente insistito sul fatto che la Chiesa può preservare la propria identità solo rimanendo radicata nella memoria viva della propria tradizione. Nell'Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, ha espressamente incoraggiato sia i sacerdoti che i fedeli laici a familiarizzare con i principali testi liturgici in latino. Per Benedetto, il latino non è mai stato fine a se stesso, bensì espressione visibile della cattolicità della Chiesa, della sua unità attraverso i secoli, le culture e le nazioni.

Questa prospettiva è stata spesso dimenticata nei dibattiti contemporanei. Il latino viene talvolta liquidato come un ostacolo al rinnovamento pastorale o come una reliquia superflua di un'epoca passata. Eppure la storia suggerisce proprio il contrario. Nel corso dei secoli, il latino è servito come lingua comune attraverso la quale vescovi, teologi, canonisti e missionari di ogni continente hanno potuto comunicare tra loro senza privilegiare alcuna nazione o cultura in particolare.

L'universalità della Chiesa ha sempre trovato una delle sue espressioni più tangibili in questo linguaggio comune.

Una lingua che appartiene a ogni cattolico

Vista in quest'ottica, la scoperta di Francesco Capozza non dovrebbe essere considerata una curiosità, bensì un monito.

Una Chiesa i cui più alti funzionari non possiedono più una conoscenza pratica della propria lingua ufficiale perde inevitabilmente uno dei principali strumenti della propria autocomprensione teologica. Diventa sempre più dipendente dalle traduzioni, dalle tradizioni linguistiche nazionali, dalle scuole teologiche concorrenti e, in ultima analisi, dalle mode intellettuali del momento.

Paradossalmente, il latino possiede una libertà che le lingue moderne non possono vantare. A differenza dell'inglese, del francese, dello spagnolo o di qualsiasi altra lingua contemporanea, non è la lingua di una superpotenza politica o economica. Non appartiene in via esclusiva a nessuna nazione. Un cardinale africano, un vescovo asiatico, un teologo europeo e un sacerdote latinoamericano si incontrano tutti sullo stesso terreno linguistico. Il latino non è mai stato, quindi, uno strumento di dominio culturale. Al contrario, ha a lungo rappresentato uno dei segni più evidenti dell'universalità della Chiesa.

La perdita del latino indebolisce anche la continuità con l'immenso patrimonio teologico della Chiesa. I Padri della Chiesa, gli scolastici medievali, i grandi concili, le costituzioni papali, il diritto canonico, la liturgia romana e innumerevoli classici spirituali sono accessibili principalmente attraverso le traduzioni. Per quanto eccellenti possano essere queste traduzioni, esse inevitabilmente mediano anziché riprodurre il testo originale. Qualcosa di essenziale viene sempre filtrato attraverso il giudizio dei traduttori e degli editori.

La conseguenza è sottile ma profonda. La Chiesa perde gradualmente l'abitudine di pensare nella stessa lingua in cui si è forgiata gran parte della sua tradizione dottrinale. Col tempo, la riflessione teologica stessa rischia di allontanarsi sempre più dai propri fondamenti.

Forse è giunto il momento di riconsiderare l'avvertimento di Papa San Giovanni XXIII. Egli era convinto che la Chiesa non avrebbe garantito il proprio futuro abbandonando le tradizioni, ma riscoprendone il valore duraturo. Tale convinzione si applica non meno al linguaggio.

Quando la Chiesa perde il latino, perde molto più di un vocabolario o di un sistema grammaticale. Rinuncia all'accesso diretto a un patrimonio intellettuale e spirituale che ha plasmato la civiltà cristiana per quasi due millenni. Una Chiesa che conosce le proprie fonti solo attraverso le traduzioni diventa inevitabilmente più dipendente dai presupposti di ogni epoca che passa.

La questione sollevata dalla ricerca di Capozza non è dunque se il latino debba tornare di moda. La vera questione è se la Chiesa possa trasmettere fedelmente ciò che essa stessa ha ricevuto, qualora coloro a cui è affidata la custodia di tale eredità non abbiano più accesso diretto alla lingua in cui gran parte di essa è stata tramandata.

Il linguaggio della Chiesa non è solo un mezzo di comunicazione, ma anche un custode della memoria. E una Chiesa che perde la memoria rischia, prima o poi, di perdere anche la chiarezza della propria voce.






*David Berger (nato nel 1968) ha conseguito il dottorato in filosofia (Dr. phil.) e in teologia (Dr. theol.) prima di insegnare per molti anni presso un'istituzione pontificia a Roma. Ha pubblicato numerosi saggi sulla filosofia e la teologia medievale. Dal 2016 è redattore del blog Philosophia Perennis e lavora come giornalista freelance. La sua opera in lingua inglese Thomas Aquinas and the Liturgy è stata pubblicata da Ave Maria Press.



Canada: proposta sul NEJM per donare gli organi durante l’eutanasia, senza attendere la morte






di Sabino Paciolla 8 agosto 2026

Un articolo pubblicato nel numero di luglio 2026 del New England Journal of Medicine ha riacceso il dibattito bioetico sul programma canadese di eutanasia (MAiD), proponendo che i pazienti ammessi al programma possano morire direttamente attraverso il prelievo dei propri organi, senza attendere che venga prima dichiarato il decesso.

Di questa proposta ne parla un articolo pubblicato da InfoCatolica.

La regola messa in discussione


Gli autori — tra cui i medici canadesi Carter Winberg e Ian Ball — partono da un problema tecnico: attendere la morte del donatore prima del prelievo lascia gli organi per minuti senza flusso sanguigno, riducendone la vitalità per il trapianto. Di fronte alle lunghe liste d’attesa, propongono di abolire la cosiddetta “regola del donatore deceduto” (dead donor rule), che oggi impone una sequenza rigorosa: prima la certificazione della morte, poi l’intervento chirurgico. Valerie Hudson, della Texas A&M University, ricorda che alterare questa sequenza ha un nome preciso nella storia della medicina: vivisezione, pratica giudicata crimine di guerra dopo le atrocità naziste.

Dal protocollo attuale alla “morte per donazione”

Oggi il paziente riceve l’iniezione letale, si attendono cinque minuti di “non contatto” dopo l’arresto cardiaco, e solo allora si procede al prelievo. La nuova proposta è radicalmente diversa: il paziente verrebbe portato direttamente in sala operatoria, sedato, e l’intervento chirurgico stesso causerebbe la morte tramite il prelievo degli organi vitali. Secondo gli autori, questo permetterebbe di ottenere organi (compresi i cuori, oggi quasi impossibili da donare dopo il MAiD) con una vitalità paragonabile a quella dei donatori con morte cerebrale.

Il consenso come giustificazione


Per gli autori, se il paziente ha scelto liberamente l’eutanasia, la differenza tra morire pochi istanti prima o durante il prelievo non avrebbe rilevanza etica: conterebbe solo il rispetto della sua decisione autonoma. Hudson osserva che la logica è internamente coerente, ma la definisce comunque “una giustificazione della vivisezione”.

Le reazioni dei bioeticisti

La bioeticista Lainie Friedman Ross ha definito la proposta un chiedere ai chirurghi di portare in sala una persona viva e uscirne con una morta — a suo giudizio, un vero e proprio omicidio. Kerry Bowman, dell’Università di Toronto, teme invece pressioni indirette: molti pazienti che avviano il percorso MAiD poi rinunciano, ma se hanno già discusso della donazione potrebbero sentirsi obbligati a proseguire. Bowman segnala anche la fragilità psicologica di chi chiede l’eutanasia, spesso convinto di essere un peso per gli altri, in un contesto dove la generosità del donatore viene socialmente premiata.

I numeri del Canada


Il Canada è il primo Paese al mondo per donazioni di organi dopo l’eutanasia: 136 casi tra il 2019 e il 2021, con 41 solo nel 2021 (contro 20 in totale tra Belgio, Paesi Bassi e Spagna). Il programma MAiD è cresciuto costantemente: dai 1.018 decessi del 2016 (meno dell’1% dei decessi nazionali) ai 16.500 del 2025 (oltre il 5%). Dal marzo 2027 sarà incluso l’accesso per malattie mentali, con un ulteriore aumento atteso.

Un sistema di incentivi “perverso”

Hudson denuncia una struttura di incentivi problematica in un sistema sanitario pubblico: chi sceglie di morire fa risparmiare risorse allo Stato, mentre chi sceglie di vivere non riceve un’assistenza equivalente. Per la studiosa, la legalizzazione dell’eutanasia nel 2016 ha eroso la capacità del Canada di opporsi eticamente a proposte come questa.