domenica 14 novembre 2021

Perché il Concilio Vaticano II non condannò il comunismo






12 Novembre 2021 

Da: Tradizione Famiglia Proprietà


Juan Miguel Montes, direttore dell’Ufficio Tradizione Famiglia Proprietà di Roma, spiega perché il comunismo non fu denunciato al Concilio Vaticano II e quali furono le conseguenze di questo silenzio.


Per molti anni il patto segreto tra Vaticano e URSS per non condannare il comunismo al Concilio Vaticano II è stato considerato una leggenda. Come è stata possibile una cosa così incomprensibile?

Il patto era legato all’impegno di non condannare il comunismo in cambio del permesso a rappresentanti qualificati del Patriarcato di Mosca di partecipare al Concilio. Non sfuggiva a nessuno che all’epoca la Chiesa ortodossa russa era profondamente legata al regime sovietico. Oggi può sembrare incomprensibile, ma nelle grandi manovre geopolitiche di quel difficile periodo della guerra fredda, questo patto aveva molto senso per l’URSS, che era in piena espansione territoriale e culturale. Due blocchi si contendevano l’egemonia mondiale e la Chiesa cattolica aveva un’influenza decisiva sull’opinione pubblica occidentale, molto più grande di quella che ha oggi. Il suo silenzio sul comunismo avrebbe significato una sorta di passaporto per quest’ultimo in modo da poter continuare la forte penetrazione che esso già stava operando attraverso la guerriglia e le guerre nel terzo mondo e, soprattutto nel primo mondo, nel campo della cultura e dell’educazione in generale.


Come nacque questo misterioso patto e su iniziativa di chi venne sviluppato?


Non saprei dire chi disse la prima parola, ma entrambe le parti avevano interesse a farlo. Ho già parlato dell’interesse sovietico. Da parte di ampi settori della Chiesa c’era una mentalità secondo cui la strategia del dialogo avrebbe trovato comprensione nel “buon cuore” degli avversari, e che alla fine essi avrebbero ricambiato tale benevolenza allentando le misure repressive contro i credenti nei paesi dominati dal comunismo ateo. Erano gli anni della famosa “Ostpolitik vaticana”, la cui figura di maggiore spicco divenne il futuro cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli, e che, secondo un altro cardinale, lo slovacco Ján Chryzostom Korec, portò a risultati disastrosi per la Chiesa. Il cardinale Korec arrivò a sostenere che la Chiesa clandestina, che stava fiorendo nella tribolazione, fu “svenduta” dalla Ospolitik vaticana in cambio di “vaghe e incerte promesse da parte dei comunisti”, il tutto, poi, a causa del silenzio sul comunismo da parte del Concilio. Un silenzio che Plinio Corrêa de Oliveira, nella sua nota dichiarazione di resistenza alla Ostpolitik vaticana, definì “enigmatico, sconcertante, sorprendente e apocalitticamente tragico”, e che, per le sue conseguenze pratiche, avrebbe fatto passare il Concilio alla storia come “a-pastorale” per eccellenza.


Quali sono state le conseguenze “a-pastorali” di questo silenzio conciliare nella Chiesa?


Forse la più grave è stata la diffusione della Teologia della Liberazione nelle sue varie componenti: “teologia della lotta di classe”, “teologia del popolo”, “teologia indigenista”, ecc. In paesi fino ad allora massicciamente cattolici, questa predicazione malsana ebbe due effetti: secolarizzò una parte dei fedeli, scambiando il messaggio evangelico di salvezza con un ideale di lotta puramente politica e sociale. D’altra parte – e qui stiamo parlando di milioni e milioni di persone – ha incoraggiato l’emigrazione verso comunità e sette protestanti e neoprotestanti che hanno rapidamente sostituito la Chiesa cattolica romana attraverso l’offerta di soddisfare gli aneliti spirituali di queste moltitudini. Quest’ultimo fatto è stato categoricamente denunciato in Brasile da Papa Benedetto XVI. E pensare che nonostante questa devastazione, c’è chi nella Chiesa di oggi continua a glorificare la teologia della liberazione.


L’URSS ottenne molto, in piena guerra fredda, mentre il Vaticano ottenne molto poco, a parte la presenza degli ortodossi. Non era un patto eccessivamente squilibrato?


Certamente, lo era. Oltre alla “strategia del dialogo”, al Vaticano interessava anche un aspetto strettamente religioso: promuovere con le comunità cristiane quello che il cardinale Walter Kasper ha chiamato l’ecumenismo dei cammini paralleli di un’unica “Chiesa di Cristo” che marcia, ognuno per la sua strada, verso la seconda venuta di Nostro Signore Gesù Cristo. Questo ecumenismo dei cammini paralleli doveva sostituire l'”ecumenismo della convergenza” praticato fino ad allora, in cui i cristiani a-cattolici, come si diceva una volta, venivano caritatevolmente invitati a convergere nella Chiesa Cattolica per formare, come dice San Giovanni, “un solo gregge con un solo pastore”.

Ma anche su questo fronte, vediamo un clamoroso fallimento delle illusioni post-conciliari. Mentre le vecchie denominazioni protestanti si stanno muovendo verso la completa autodissoluzione e insignificanza e la grande maggioranza degli ortodossi orientali sono riluttanti a dialogare con Roma, il vasto nuovo mondo dei neo-evangelici e dei pentecostali rimane come unica materia prima per continuare il dialogo ecumenico. Ma questa volta sono gli esponenti cattolici dell’ecumenismo post-conciliare a rifiutarsi di parlare con loro, a causa della loro frequente opposizione a piegarsi ai “segni dei tempi” che vedono nei cambiamenti della società secolarizzata dell’Occidente.


Nella sua opera di riferimento sul Concilio, il professor De Mattei sottolinea che Giovanni XXIII si lasciò manipolare dalla strategia sovietica, che usava il “pacifismo” come argomento principale. L’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII è stata anche controversa perché sembra essere molto simpatica al comunismo e all’URSS. Cosa ne pensa?


Credo che il professor de Mattei abbia ragione. Papa Giovanni XXIII aveva una spiccata capacità di emozionarsi e fu impressionato dai comunisti “di buon cuore”, specialmente da Nikita Khrushchev, che gli inviò un telegramma molto gentile, e furbo, di congratulazioni per il suo ottantesimo anniversario. A questo gesto ne seguirono molti altri, come, ad esempio, la già citata delegazione di ortodossi russi autorizzata dal Partito a venire al Concilio.


Forse la cosa più triste è che questo atteggiamento stupefacente ha quasi completamente minimizzato gli avvertimenti della Beata Vergine a Fatima che la Russia avrebbe diffuso i suoi errori in tutto il mondo. Non crede?


Certo che sì. Suor Lucia di Fatima insisteva che il terzo segreto fosse diffuso nel 1960. Ma come si poteva fare in quel contesto? Lì si parlava di una tremenda persecuzione della Chiesa e questo era legato a ciò che già si sapeva degli “errori della Russia” che si sarebbero diffusi nel mondo. Ora, nel 1960, nonostante l’intensità della guerra fredda guidata dai sovietici, tre figure di spicco irradiavano grande ottimismo, Papa Giovanni, il presidente americano Kennedy e il paffuto e sorridente Krusciov, che, nonostante il suo cordiale telegramma al Papa, aveva brutalmente perseguitato i cattolici in Ucraina durante il suo precedente mandato in quella nazione. Il Messaggio della Madonna a Fatima suonava francamente “stonato” rispetto allo spirito ottimista che la propaganda dei media e i grandi personaggi pubblici dell’epoca volevano rappresentare.


Come hanno potuto essere ignorate le voci di così tanti vescovi di tutto il mondo, specialmente quelli dei paesi che soffrivano le atrocità del comunismo?


Un giorno, tutti noi, davanti al Giudice Divino, sapremo perché cardinali come Mindszenty, Korec, Swiatek, interi episcopati come quello rumeno, ucraino e altri poterono essere abbandonati al loro destino in quegli anni. È vero che negli ultimi decenni, molti esponenti di questo martirio in odium fidei sono stati riconosciuti e sono saliti alla gloria degli altari. Ma molti ancora mancano in quella lista, mentre oggi sembrano favoriti alcuni dubbi martiri della “Teologia della liberazione”, che sono sì morti atrocemente, ma che erano impegnati in cause politiche non strettamente legate alla Fede.








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