mercoledì 24 aprile 2024

Una lezione per l’oggi. Apertura alla vita e buona morte: la via degli Asburgo




23 APR 2024


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by Aldo Maria Valli



di Eduard Pentin

Furono la fede cattolica e le tradizioni ad aiutare le monarchie asburgiche a godere di matrimoni per lo più stabili e di famiglie numerose e felici, fondamentali per governare i loro regni per più di otto secoli.

Ora, alcuni dei principi in base ai quali vissero e morirono quelle dinastie sono riportati in un libro di Eduard Habsburg-Lothringen, arciduca d’Austria e attuale ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede, discendente diretto dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria (1830-1916).

In questa intervista rilasciata nel giorno in cui è stata presentata l’edizione italiana del suo libro The Habsburg Way.Seven Rules for Turbulent Times (Vivere da Asburgo. Sette regole per tempi difficili), Eduard Habsburg parla di questi e altri principi che ritiene possano essere di insegnamento a tutti in questa nostra epoca travagliata in cui il matrimonio e la famiglia sono particolarmente sotto attacco.

Nel farlo, l’autore ricorda fra l’altro una storia toccante sull’esecuzione della regina asburgica di Francia Maria Antonietta durante la Rivoluzione francese; il contributo dell’imperatore asburgico Carlo V durante la Riforma e l’esempio dell’ultimo principe ereditario dell’Austria-Ungheria, Otto von Habsburg, che resistette ai nazisti. Chiude con le parole di Henry Kissinger sulla dinastia asburgica, pronunciate appena sei settimane prima della sua morte.

Ambasciatore Habsburg, che cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?


Quando la casa editrice Sophia Institute Press mi ha chiesto di scrivere un libro sugli Asburgo, ho pensato: “Preferisco non scrivere un altro libro di storia su questo tema, perché ce ne sono già centinaia, e quindi farò qualcosa di diverso”. Circa un anno prima, in occasione di una mia conferenza sui principi asburgici in un club di Boston, l’organizzatore mi chiese di non limitarmi a parlare della fede cattolica, perché molti degli ascoltatori non sarebbero stati cattolici. Così dovetti dire quali altri aspetti caratterizzano gli Asburgo, e le prime che mi vennero in mente furono, oltre alla fede cattolica, la famiglia e la presenza di molti bambini. Poi, in vista del discorso, feci una lista di dieci caratteristiche, che nel libro ho condensato in sette.


Immaginava che ci sarebbero stati punti in comune con gli Stati Uniti?


In effetti, ciò che mi ha sorpreso molto durante la stesura del libro è stato scoprire che c’erano molti punti in comune tra gli Stati Uniti e alcune idee asburgiche. Ho scoperto, per esempio, che il sistema americano è costruito dal basso verso l’alto, una caratteristica che lo avvicina all’idea di sussidiarietà nell’Impero asburgico e nel Sacro Romano Impero, tema al centro di un capitolo del mio libro.

Ho anche notato che questi sette principi sono scomparsi non solo in gran parte dell’Europa, ma anche in molte parti degli Stati Uniti, quindi ciò che scrivo potrebbe essere utile per fare memoria. Ci sono anche forti legami tra singoli Stati degli Usa e gli Asburgo. Per esempio, il primo governatore del Texas fu messo lì dagli Asburgo spagnoli, quindi mi piace sempre scherzare con i miei amici americani sul fatto che la California, la Florida e il Texas sono antichi territori asburgici.


Potrebbe fare qualche esempio, tratto dal libro, sulla stabilità del matrimonio e una felice vita familiare negli Asburgo?


Rispetto ad altre dinastie che regnarono del XVI secolo, gli Asburgo ebbero molti più figli: in media dai dodici ai sedici, ma in modo assai consapevole, perché non erano il frutto di relazioni adulterine. Non andavano a letto con altre donne, per essere chiari. Sapevano bene che il matrimonio è un sacramento. Erano consapevoli di dover produrre eredi per il trono e, come si diceva una volta, anche delle riserve. L’ultimo imperatore, il beato Carlo, che amò molto la moglie, ebbe otto figli in undici anni di un matrimonio molto cattolico. E ancora oggi noi Asburgo abbiamo famiglie numerose. Non più sedici figli, però alcuni arrivano a cinque, sei, sette figli, e alcuni miei cugini a otto.


Pensa che in definitiva ciò che differenzia gli Asburgo dalle altre monarchie sia la profondità della loro fede?


Sì, gli Asburgo sono stati cattolici dal primo all’ultimo, alcuni un po’ meno, altri un po’ di più, ma costantemente. Nel corso di ben 850 anni le loro famiglie sono state pienamente cattoliche. Se sei cattolico, credi che la relazione coniugale tra un uomo e una donna debba essere aperta alla vita. Credi che avere relazioni extraconiugali o non volere figli vada contro il piano di Dio e sia un peccato. Infine credi che se nel tuo matrimonio qualcosa va storto bisogna andare dritti alla confessione. Tutti questi elementi concorrono a creare matrimoni lunghi e stabili in un’atmosfera di forte apertura alla vita.


A quali altre “vie asburgiche” potremmo attingere oggi per aiutare la società a superare questi tempi confusi?

Suggerisco di sposarsi e di avere molti figli. Penso che questa sia una ricetta valida non solo per la felicità personale di entrambi i coniugi, ma anche per la felicità dei figli: il contributo migliore che si possa dare allo Stato e alla società in cui si vive. Io poi, ovviamente, sostengo la fede cattolica. Credo che essa renda felici, perché è la vera fede. Sì, lo credo.


Pensa anche che avere la vera fede metta tutto nella giusta prospettiva, soprattutto l’essere genitore, perché ti porta a capire che il tuo scopo principale nella vita è aiutare a condurre i tuoi figli in paradiso?

Sì. Certo, non puoi garantire che i tuoi figli vivano la fede come te, ma credo che vivere pienamente la fede cattolica darà ai tuoi figli una buona possibilità. Mio padre diceva sempre che i bambini non fanno quello che tu gli dici, ma quello che tu fai. Se ti vedono pregare e alzarti presto per andare a Messa, anche durante la settimana, lo faranno anche loro. Quindi, vivete una vita cattolica e i vostri figli vivranno così. Volete portarli in paradiso? Sono assolutamente d’accordo. Gli Asburgo sono stati e sono molto, molto seri su questo punto.


Un capitolo del libro, l’ultimo, riguarda il morire bene.


Sì, cerco di far sì che tutti ne siano sempre consapevoli: il momento e il modo in cui moriamo decidono il nostro destino eterno, e dobbiamo prepararci. Tutta la vita è una preparazione alla morte. Gli Asburgo vissero così. Erano perfettamente consapevoli che il modo in cui sarebbero morti sarebbe stato decisivo per la loro eternità, quindi vi si prepararono per tutta la vita. Volevano che quel momento fosse così come dovrebbe essere per un cattolico: con la confessione e i sacramenti, idealmente circondati dalla propria famiglia.


Può raccontare qualche storia di Asburgo che sono morti secondo questi principi?

La storia che vorrei citare, perché la maggior parte delle persone non la conosce, è quella della morte di Maria Antonietta. Molti la conoscono come la regina che diceva alla povera gente di mangiare brioches, cosa che in realtà non fece mai. Il modo in cui morì fu raccontato da una fonte insospettabile: non un fan degli Asburgo, ma il boia di Parigi, Charles-Henri Sanson. Egli riferì che la regina era terribilmente nervosa e ansiosa, e che durante il percorso verso il luogo dell’esecuzione si guardava intorno e osservava le case a destra e a sinistra. Poi passarono davanti a una casa e lei fu totalmente in pace, e si avviò serena verso Place de la Concorde. Ebbene, anni dopo la rivoluzione, questa storia fu spiegata a Sanson da cattolici clandestini. Gli dissero che Maria Antonietta soffriva terribilmente perché il comitato rivoluzionario non voleva permetterle di confessarsi. Le proposero di confessarsi da un prete della rivoluzione, ma se lo avesse fatto sarebbe stata scomunicata, perché quei preti erano a loro volta scomunicati. Lei soffrì terribilmente per questo. Bisogna sapere che in quel tempo se eri un sacerdote, un vero sacerdote fedele a Roma o addirittura un vescovo, e venivi catturato in Francia, subito venivi ucciso. I fedeli cattolici fecero dunque entrare di nascosto il vescovo a Parigi, lo portarono a una finestra che si affacciava lungo la strada del percorso della regina verso l’esecuzione e le fecero sapere di guardare da quella parte: “Il vescovo starà alla finestra e ti darà l’assoluzione in extremis”. Ecco perché lei guardava ansiosa le facciate delle case, e solo quando scorse il vescovo si calmò. Questo vi dà un’idea di quanto fossero importanti per gli Asburgo la fede, i sacramenti, la salvezza eterna e il morire bene.


Passando all’imperatore asburgico Carlo V e alla sua resistenza contro la Riforma, cosa possiamo imparare da lui in termini di lotta al secolarismo oggi, anche all’interno della Chiesa?


Devo dire che sono molto orgoglioso di Carlo V. Era stato appena eletto quando l’intera faccenda di Martin Lutero si abbatté sul Sacro Romano Impero. Era in atto una vera e propria rivoluzione, e uno dei compiti dell’imperatore era quello di mantenere la pace e l’unità all’interno dell’impero. Quindi, come affrontare la questione? Alla Dieta di Worms, la risposta che Carlo V diede direttamente a Lutero fu, fondamentalmente, un appello alla tradizione. Gli disse: “Ascolta, amico, quello che dici è molto bello, ma i miei antenati si sono sempre schierati con la santa Chiesa cattolica romana, con tutti i santi, con gli insegnamenti dei papi e dei concili. Se da un lato ho ciò che la Chiesa ha insegnato per 1500 anni, e so che tutti i miei antenati si sono schierati a favore di questo, e dall’altro ho ciò che dice un monaco tedesco, io so da che parte stare”.

Carlo fu in grado di essere un imperatore cattolico molto chiaro in un periodo estremamente difficile.


Allora, è necessaria una monarchia per combattere le tendenze secolariste?


Credo che dovremmo essere grati per l’esistenza delle monarchie e che, sì, sia la migliore forma di governo. Il motivo è spiegato al meglio dal famoso episodio che vide protagonisti Francesco Giuseppe e Roosevelt e di cui parlo nel libro. Nel 1910, Theodore Roosevelt si recò a Vienna e incontrò il vecchio imperatore Francesco Giuseppe, allora ottantenne. Roosevelt, volendo provocare un po’ l’imperatore, disse: “Mi dica, Vostra Maestà, dato che ci sono le elezioni, la democrazia, i ministri, i primi ministri e i partiti, in che cosa cinsiste il vostro lavoro?”. E Francesco Giuseppe pare abbia risposto: “Il mio compito è proteggere il mio popolo dai suoi politici”. Un monarca costituisce un potere al di sopra e al di fuori della politica di partito, al di sopra e al di fuori del sistema. Non ha l’assillo di dover essere rieletto in quattro anni, e quindi è in grado di vedere oltre, di non prendere decisioni a breve termine.


Pensa che una monarchia, e in particolare una monarchia cattolica, abbia anche un certo ruolo di stabilizzazione spirituale e temporale, che non si ottiene con un presidente?

Sono assolutamente d’accordo. Ed è stato molto bello vedere, nel funerale della regina Elisabetta e nell’incoronazione di re Carlo, gli elementi spirituali essere presenti ovunque e quelli cattolici risplendere.


L’ultimo principe ereditario dell’Austria-Ungheria, Otto von Habsburg (1912-2011), divenne famoso per la sua resistenza al nazismo. Cosa possiamo imparare dal suo esempio?

Beh, il primo esempio che si deve imparare è che bisogna studiare il proprio nemico. Otto era una delle poche persone che avevano comprato e letto il Mein Kampf quando uscì il librò. La maggior parte delle persone lo comprava e lo metteva sugli scaffali, ma nessuno lo leggeva. Lui invece lo lesse davvero. Sapeva quali terribili idee assassine fossero nella testa di quell’uomo che era contro tutto ciò che la famiglia Asburgo rappresentava. Infatti, l’Anschluss dell’Austria, nel 1938, fu chiamata Unternehmen Otto (“Operazione Otto”), perché Hitler lo vedeva come un vero pericolo. Ciò che gli Asburgo fanno sempre è cercare di applicare i loro principi, quelli che espongo nel libro, nel mondo in cui vivono.


Può parlarci del “rituale del bussare” che si svolge al funerale di un sovrano asburgico?

Gli Asburgo prestavano molta attenzione ai funerali perché sapevano che, per dirla in termini cattolici moderni, possono essere un’occasione di evangelizzazione. Volevano dare ai loro sudditi una lezione di umiltà, trasmettendo la consapevolezza che anche l’imperatore è un essere umano peccatore e bisognoso di grazia. Così, quando gli Asburgo morivano, nel corso del funerale erano condotti per le strade di Vienna fino alle porte del Kapuzinergruft, un monastero cappuccino nel centro della città, nella cui cripta gli Asburgo sono stati sepolti dal XVI o XVII secolo. Qui il maestro delle cerimonie bussava alla porta che conduce alla cripta e un monaco dall’interno chiedeva: “Chi è?”. Il maestro leggeva tutti i titoli del defunto, per esempio “Zita, imperatrice d’Austria, regina d’Ungheria, regina di Boemia, regina di Croazia” e via così. E il monaco: “Non la conosciamo”. Il maestro allora bussava una seconda volta, e il monaco: “Chi va là?”. In risposta, il cerimoniere leggeva tutte le conquiste di quel sovrano, tutto ciò che aveva fatto, le guerre combattute, i matrimoni, i figli avuti. E di nuovo la voce dall’interno rispondeva: “Non lo conosciamo”. Allora il cerimoniere bussava per la terza volta e alla solita richiesta, “Chi è?”, rispondeva: “Zita, una povera donna peccatrice”. E a quel punto, la porta finalmente si apriva. È un messaggio che tutti capiscono. Quel morto avrà anche portato una corona, ma alla fine era un peccatore come me e come te, e tutti dobbiamo prepararci alla morte.


Pensa che la monarchia asburgica debba tornare in auge, visto lo stato dell’Occidente e soprattutto dell’Europa?


Possiamo concludere con una citazione di Henry Kissinger. Quando andai a trovarlo, sei settimane prima che morisse, e gli portai il mio libro, mi disse: “Sa, sono molto contento che mi abbia dato il libro sulla sua famiglia, perché credo che gli Asburgo siano la cosa migliore che sia mai accaduta all’Europa, almeno all’Europa centrale”. E aggiunse: “Pur tenendo conto delle debolezze personali di ogni imperatore, si può comunque dire che, nel corso dei secoli, gli Asburgo siano stati la cosa migliore capitata all’Europa. Nel momento in cui sono stati eliminati dall’equazione, sono iniziati tutti i problemi dell’Europa centrale, e non si sono più fermati”.

Fonte: ncregister.com

Nella foto di Edward Pentin, l’ambasciatore Eduard d’Asburgo





L’anticristo secondo santa Ildegarda di Bingen. Un avvertimento per i nostri tempi




24 APR 2024


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by Aldo Maria Valli



di Robert Lazu Kmita

Quale dono ci ha fatto il Cielo con il pontificato di papa Benedetto XVI? Molti potrebbero pensare soprattutto alla lettera apostolica Summorum Pontificum del 2007. In realtà, tale dono potrebbe essere completamente diverso e stupefacente. Mi riferisco alla proclamazione di santa Ildegarda di Bingen Dottore della Chiesa, avvenuta il 7 ottobre 2012. Ma perché mi spingo a dire che un tale evento è un dono celeste?

Se vogliamo comprendere la crisi in cui sono letteralmente immersi il mondo contemporaneo e la Chiesa stessa, il significato delle opere di santa Ildegarda può risultare di cruciale importanza. Lo possiamo capire dal discorso [qui] pronunciato proprio da Benedetto XVI il 20 dicembre 2010 alla Curia romana.

In quell’occasione, nel pieno della lotta contro i gravissimi scandali di abusi sessuali commessi da sacerdoti, il Santo Padre citò una visione descritta da santa Ildegarda in una lettera a Werner von Kirchheim e alla sua comunità sacerdotale, visione che il papa collegò inequivocabilmente allo stato attuale della Chiesa:

Nella visione di sant’Ildegarda, il volto della Chiesa è coperto di polvere, ed è così che noi l’abbiamo visto. Il suo vestito è strappato per la colpa dei sacerdoti. Così come lei l’ha visto ed espresso, l’abbiamo vissuto in quest’anno.

La visione di santa Ildegarda, risalente a ottocento anni fa, fu collegata da papa Benedetto XVI a una situazione che si è verificata negli ultimi cinquant’anni e molto probabilmente, così facendo, il Santo Padre non solo volle sottolineare il ripetersi di un dramma causato dai peccati dei membri degli ordini sacri, ma intese anche richiamare l’attenzione sull’attualità delle visioni di santa Ildegarda. E per questo motivo proclamò la famosa mistica Dottore della Chiesa.

Proprio in quest’ottica, e senza dilungarci in troppi commenti, presenteremo alcuni dei tratti più significativi dell’anticristo così come viene rappresentato in due opere della santa: Scivias, completato probabilmente tra il 1151 e il 1152, e il Liber divinorum operum (Libro delle opere divine), terminato nel 1173. I nostri lettori potranno così valutare se gli scritti di Ildegarda possono davvero essere applicati alla crisi attuale.

In primo luogo notiamo che, riferendosi alla storia universale, santa Ildegarda la decifra in un modo che ricorda san Beda il Venerabile, utilizzando il numero simbolico sette derivato dal Libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo [1]:

In sei giorni Dio compì le sue opere e il settimo giorno si riposò. Che cosa significa? I sei giorni sono sei epoche; e nella sesta epoca sono stati compiuti gli ultimi miracoli nel mondo, poiché Dio ha terminato la sua opera il sesto giorno. Ma ora il mondo è nella settima epoca e si avvicina alla fine dei tempi, come nel settimo giorno (Scivias, p. 498).

Il settimo e ultimo periodo della storia si divide in altre cinque epoche, ognuna delle quali è associata a un animale che ha un significato simbolico: un cane, un leone giallo, un cavallo pallido, un maiale nero e un lupo grigio. Le ultime due bestie rivelano i principali vizi che si diffonderanno nelle ultime due epoche dell’intera storia umana, epoche che si collocano prima della seconda venuta di Gesù Cristo descritta nel capitolo 19 dell’Apocalisse.

Il maiale e il suo colore, il nero, rappresentano i vili vizi sessuali a cui i capi politici ed ecclesiastici (rectores) del mondo si abbandoneranno in una misura mai vista in tutta la storia. Il lupo grigio, il cui colore è un misto di bianco e nero, simboleggia l’astuzia del furto diffuso tra coloro che si depredano a vicenda. Come ladri della stessa banda, si mostreranno amichevoli l’uno con l’altro solo per trovare occasioni di depredazione. In questa atmosfera completamente corrotta di ladrocinio, “l’errore degli errori salirà dall’inferno al paradiso”. E il portatore di questa abominevole dottrina ha un’identità: è l’Anticristo.

“Il figlio della perdizione” (II Tessalonicesi 2:3) non dominerà attraverso la magia e la stregoneria, ma attraverso il potere persuasivo delle sue parole ingannevoli. In sostanza, sarà un manipolatore del linguaggio, e ingannerà i suoi interlocutori in modo paragonabile all’opera del suo maestro, “il padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Questo il primo tratto notevole del nemico di Cristo, come descritto nel Liber divinorum operum [3]:

Ma coloro che sono stati perfezionati nella fede cattolica aspetteranno nella loro profonda angoscia ciò che Dio ha ordinato nella sua volontà. E queste crisi continueranno ad avanzare in questo modo finché il figlio della perdizione non aprirà la bocca per insegnare le sue opinioni contrarie. Ma quando avrà offerto le false parole della sua menzogna, cielo e terra tremeranno insieme” (Liber divinorum operum, pp. 463-464).

La diffusione della perversam doctrinam dell’anticristo porterà alla giustificazione di peccati estremi come la pedofilia e l’incesto. E santa Ildegarda lascia intendere che un numero significativo di battezzati seguirà l’anticristo su questa strada.

Ancora una volta, nell’arco di poche pagine, la diffusione di un falso insegnamento viene sottolineata in modo sempre più netto, contemporaneamente alla descrizione del contenuto di questa dottrina perversa:

L’anticristo sarà effettivamente infuso dal diavolo quando aprirà la bocca per insegnare la perversità, come descritto sopra. Distruggerà tutto ciò che Dio ha stabilito nell’antica e nella nuova legge e affermerà che l’immoralità sessuale e altre cose simili non sono affatto peccati. Affermerà infatti che non è peccato se la carne riscalda la carne, così come non è peccato se una persona si riscalda al fuoco. Affermerà anche che tutti i comandamenti sulla castità sono stati fatti nell’ignoranza, perché se una persona può essere calda e un’altra fredda dovrebbero moderarsi a vicenda con il loro calore e il loro freddo” (Liber divinorum operum, p. 466)

Se riflettiamo su questa citazione, tutto diventa chiaro. Il nucleo degli insegnamenti anticristici riguarda direttamente la legge morale. Più precisamente, il nemico della nostra salvezza postula che ogni tipo di azione che la legge morale e la Tradizione cristiana considerano peccato non lo sia.

Essere “servi del peccato” (Romani 6, 17) è uno stato spirituale che oscura l’intelletto e ostacola il discernimento e senza dubbio questa è una delle cause principali della diffusione di una dottrina anticristiana. Tuttavia, c’è un’altra spiegazione che potrebbe essere ancora più importante: il disprezzo per la Tradizione ascetica e morale degli antenati. Istigati dal falso vangelo dell’anticristo, ecco cosa diranno i suoi seguaci:

Oh, guai ai miserabili che vissero prima di questi tempi! Perché hanno reso la loro vita miserabile con dolori atroci, non conoscendo, ahimè, l’amorevolezza del nostro Dio! (Scivias, p. 504).

Questo modo di pensare antitradizionale si accompagna nelle loro menti a una totale perversione degli insegnamenti teologici e rivelati. L’immagine di Dio, il Creatore dell’universo, viene profondamente distorta. Sono eliminati i riferimenti alla giustizia e all’ira divina. Per coloro che seguono la dottrina dell’anticristo, non solo Dio è esclusivamente “misericordioso”, e dunque non è il vero Dio, ma l’usurpatore cerca di sostituirsi a Dio, ottenendo la gloria e l’adorazione che appartengono solo al nostro Salvatore, Gesù Cristo:

Acquisterà per sé molte persone, dicendo loro di fare la sua volontà (Scivias, p. 504).

Se contempliamo l’oceano di peccati in cui è immerso il mondo di oggi, ci rendiamo conto che questa è la spiegazione più profonda e coerente della situazione. Incoraggiare gli abitanti del mondo postmoderno a seguire il corso della loro vita, soddisfacendo costantemente la propria volontà, è il motore che guida il declino rapido e crudo della nostra cultura e civiltà occidentali.

L’aspetto più interessante delle visioni e degli insegnamenti di santa Ildegarda sull’anticristo è anche il più sorprendente. Così sorprendente che persino la stessa santa sembra aver paura di dirlo esplicitamente: l’anticristo è, formalmente parlando, cristiano.

Nell’ambito della vita ecclesiastica, il risultato della politica dell’anticristo è registrato da santa Ildegarda quando menziona “i grandi scismi che verranno con il figlio della perdizione” (Scivias, p. 510). La sua capacità di ingannare e manipolare attraverso il potere delle parole, generando un’illusione che vela le menti di coloro che lo ascoltano, è così grande che molti cattolici lo seguiranno. Di conseguenza, i suoi insegnamenti eretici provocheranno scismi che separeranno lui e i suoi seguaci dalla vera Chiesa.

Lungi dall’essere considerato, come vediamo in altri santi Padri e Dottori, un rappresentante di una religione diversa dal cristianesimo, l’anticristo è certamente un membro formale della Chiesa. E non sembra essere un membro ordinario. Se consideriamo gli scismi menzionati nelle profezie citate, sembra essere un gerarca di alto rango. In ogni caso, l’identità cristiana dell’anticristo è chiaramente evidente nella parte più raccapricciante della visione:

E vidi di nuovo la figura di una donna che avevo visto prima di fronte all’altare che sta davanti agli occhi di Dio; stava nello stesso posto, ma ora la vedevo dalla vita in giù. E dalla vita fino al luogo che indica la femmina, aveva varie macchie squamose; e in quest’ultimo luogo c’era una testa nera e mostruosa. Aveva occhi di fuoco, orecchie come quelle di un asino, narici e bocca come quelle di un leone; spalancava le guance e batteva terribilmente i suoi orribili denti color ferro. E dalla testa fino alle ginocchia la figura era bianca e rossa, come se fosse stata contusa da molte percosse; e dalle ginocchia fino ai tendini dove si univano ai talloni, che apparivano bianchi, era coperta di sangue. Ed ecco! Quella testa mostruosa si mosse dal suo posto con un sussulto così forte che la figura della donna fu scossa in tutte le sue membra. Una grande massa di escrementi aderì alla testa; essa si sollevò su una montagna e cercò di salire fino all’altezza del cielo. Ed ecco che all’improvviso arrivò un fulmine, che colpì quella testa con una forza così grande che essa cadde dal monte e abbandonò il suo spirito nella morte” (Scivias, p. 493).

La Chiesa stessa è dunque rappresentata attraverso l’icona di una donna maestosa, nella cui area specificamente femminile risiede una testa mostruosa che simboleggia l’anticristo. Ogni dettaglio di questa testa abominevole è significativo. Le orecchie dell’asino indicano l’ostinazione con cui si aggrapperà ai propri insegnamenti eretici, la “dottrina perversa” che diffonderà. Le narici e la bocca del leone alludono sia alla ferocia demoniaca con cui farà a pezzi la fede ortodossa sia alla violenza fisica e spirituale con cui perseguiterà i veri cristiani. L’ascensione al cielo indica il suo orgoglio, che raggiungerà proporzioni inimmaginabili. La violenza interna – la donna è scossa in tutte le membra – indica la separazione (o l’esclusione?) dalla Chiesa che avverrà attraverso gli scismi in cui attirerà i suoi seguaci (la massa di escrementi che aderisce alla testa mostruosa).

Non abbiamo voluto descrivere tutti i dettagli delle visioni di santa Ildegarda di Bingen sull’anticristo. Il nostro obiettivo era quello di evidenziare solo alcuni punti particolarmente significativi, che riassumiamo come segue:

La dottrina anticristica (la teologia perversa)

Il potere ingannatore dell’anticristo mira a un obiettivo preciso: sostituire l’autentico Vangelo di nostro Signore, Gesù Cristo, con un anti-Vangelo che giustifica soprattutto i peccati sessuali. Un aspetto chiave della dottrina perversa dell’anticristo è la distorsione degli insegnamenti teologici su Dio. Proponendo un’immagine di Dio da cui sono assenti la giustizia e la punizione divine (immagine attraverso la quale può attirare un gran numero di adepti cristiani), in realtà sostituisce se stesso al Creatore supremo.

Scismi


La diffusione della dottrina perversa dell’anticristo porterà ad alcuni scismi, che culmineranno in un grande scisma finale che separerà l’anticristo e i suoi adepti dalla Chiesa.

Origini cristiane


L’anticristo è di origine cristiana. Inoltre, la sua capacità di provocare scismi all’interno del corpo ecclesiastico suggerisce la sua appartenenza alla gerarchia ecclesiastica.

Alla fine, non possiamo che invitarvi a rileggere e meditare i testi di santa Ildegarda, tenendo ben a mente le parole del Vangelo del nostro Re e Salvatore, Gesù Cristo: “Chi ha orecchie per intendere, intenda” (Matteo 11:15).

_____________

[1] Utilizzo la traduzione di Madre Columba Hart O.S.B. e Jane Bishop, Scivias, New York, Paulist Press, 1990.

[2] Cito la traduzione di Nathaniel M. Campbell, St. Hildegard of Bingen, Book of Divine Works, The Catholic University of America Press, 2018.




martedì 23 aprile 2024

Campagna Internazionale per la piena Libertà della Liturgia Tradizionale




Pubblicato da Marco Tosatti 22 Aprile 2024

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, riceviamo, e portiamo alla vostra attenzione questo comunicato di Renaissance Catholique, che condividiamo in pieno. Buona lettura e diffusione.


§§§



Lutetiae parisiorum, die XXI mensis aprilis, dominica III post Pascha


Campagna internazionale per la piena libertà della liturgia tradizionale


Essere cattolici nel 2024 non è facile. In Occidente continua una massiccia scristianizzazione, tanto che il cattolicesimo sembra scomparire dalla scena pubblica. D’altra parte, il numero dei cristiani perseguitati per la loro fede continua a crescere. Per di più, la Chiesa sembra essere colpita da una crisi interna, che si riflette in un declino della pratica religiosa, in un calo delle vocazioni sacerdotali e religiose, in una minore pratica sacramentale e persino in dissensi tra sacerdoti, vescovi e cardinali, che ieri sarebbero stati impensabili. Ebbene: tra gli elementi che possono contribuire alla rinascita interna della Chiesa e alla ripresa del suo sviluppo missionario, c’è innanzitutto la celebrazione santa e dignitosa della sua liturgia, alla quale l’esempio e la presenza della liturgia romana tradizionale possono dare un potente aiuto.

Nonostante tutti i tentativi che sono stati fatti per eliminarla, soprattutto durante l’attuale pontificato, la liturgia tradizionale continua a vivere, a diffondersi, a santificare il popolo cristiano che la pratica. Produce evidenti frutti di pietà, vocazioni e conversioni. Attira i giovani, è all’origine della fioritura di molte opere, soprattutto scolastiche, e si accompagna ad un solido insegnamento catechistico.

Nessuno può negare che essa sia un vettore di conservazione e di trasmissione della fede e della pratica religiosa in un periodo indebolimento del credere e di emorragia dei credenti. Questa messa, in virtù della sua venerabile antichità può vantarsi di aver santificato tante anime nel corso dei secoli. In seno ad altre forze vive che ancora si manifestano nella Chiesa, questa forma di vita cultuale attira l’attenzione per la salda struttura conferitale dalla continuità della lex orandi.

Certo, quando le è stato dato un qualche spazio vitale, o meglio lo si è tollerato, si è troppo spesso ripreso con una mano ciò era stato concesso con l’altra; tuttavia, senza riuscire a farla scomparire.

A partire dalla grande depressione verificatasi subito dopo il Concilio, si è tentato a più riprese di far rivivere la pratica religiosa, di aumentare il numero delle vocazioni sacerdotali e religiose e di preservare la fede del popolo cristiano: tutto, tranne che permettere “l’esperienza della tradizione”, e dare una possibilità alla cosiddetta liturgia tridentina. Tuttavia, oggi il buon senso ci richiede urgentemente di permettere a tutte le forze vive della Chiesa di vivere e prosperare, e in particolare a questa, che gode di un diritto più che millenario.

Intendiamoci: questo appello non è la richiesta di nuova tolleranza, come nel 1984 o nel 1988, e nemmeno del ripristino dello status concesso nel 2007 dal Motu Proprio Summorum Pontificum, che in linea di principio riconosceva un diritto, ma di fatto è stato ridotto a un sistema di permessi concessi con parsimonia.

Da semplici laici, non spetta a noi giudicare il Concilio Vaticano II, la sua continuità o discontinuità con l’insegnamento precedente della Chiesa, la validità o meno delle riforme che ne sono scaturite, e così via. D’altra parte, dobbiamo difendere e trasmettere gli strumenti con cui la Provvidenza ha permesso a un numero crescente di cattolici di mantenere la fede, di progredire in essa o di scoprirla. In ciò, la trascendenza, la bellezza, l’atemporalità e la certezza dottrinale della liturgia tradizionale giocano un ruolo essenziale. Per questo chiediamo semplicemente, in nome della vera libertà dei figli di Dio nella Chiesa, che venga riconosciuta la piena e completa libertà della liturgia tradizionale, con il libero uso di tutti i suoi libri, in modo che, senza ostacoli, nel rito latino, tutti i fedeli possano beneficiarne e tutti i chierici possano celebrarla.



Jean-Pierre Maugendre, Direttore Generale di Renaissance catholique, Parigi



Questo appello non è una petizione da firmare, ma un messaggio da diffondere, eventualmente da riprendere in qualsiasi forma sembri opportuna, e da portare a conoscenza ed illustrare ai cardinali, vescovi e prelati della Chiesa universale.

Si Renaissance catholique a l’initiative de cette campagne, c’est uniquement pour se faire l’interprète d’un large désir en ce sens qui se manifeste dans l’ensemble du monde catholique. Cette campagne n’est pas la sienne, mais celle de tous ceux qui y participeront, la relayeront, l’amplifieront, chacun à leur manière.




Quel legame tra la scomparsa dell’autorità e l’abolizione del castigo eterno




23 APR 2024

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by Aldo Maria Valli

Famiglia, scuola, religione, politica, vita sociale, cultura. Qualunque sia l’ambito sotto osservazione, emerge un dato saliente: la scomparsa dell’autorità. Un fenomeno che Hannah Arendt studiò e mise in relazione profonda e diretta con ciò che per lei caratterizza veramente la modernità: la scomparsa dell’idea di castigo eterno.

***



di Robert Lazu Kmita

“L’autorità è scomparsa dal mondo moderno”. L’autrice di questa affermazione è la filosofa tedesco-americana Hannah Arendt, una delle menti più brillanti del pensiero filosofico e politico del XX secolo.

Di fronte all’orribile prospettiva dello sterminio della propria nazione per mano di Adolf Hitler e dei suoi scagnozzi, l’allieva di Martin Heidegger e Karl Jaspers dedicò la parte più significativa della sua opera a spiegare l’emergere di quel mostro impensabile che fu il totalitarismo.

Per chiarire come siano stati possibili abomini politici come il bolscevismo e il nazismo, la Arendt propone una spiegazione specifica nel suo articolo L’autorità nel XX secolo, pubblicato nel 1956:

L’ascesa dei movimenti fascisti, comunisti e totalitari e lo sviluppo dei due regimi totalitari, quello di Stalin dopo il 1929 e quello di Hitler dopo il 1938, avvennero sullo sfondo di un crollo più o meno generale, più o meno drammatico, di tutte le autorità tradizionali. In nessun caso questo crollo fu il risultato diretto dei regimi o dei movimenti stessi, ma sembrò che il totalitarismo, sotto forma sia di regimi che di movimenti, fosse il più adatto a trarre vantaggio da un’atmosfera politica e sociale generale in cui la validità dell’autorità stessa era radicalmente messa in dubbio.

Questa la convinzione, esposta in modo più dettagliato, anche nella monografia Le origini del totalitarismo. Per dimostrarlo, l’autrice parte dalle fondamenta della società umana di ogni epoca: la famiglia e la scuola, istituzioni che vengono minate dal crollo di quel potere invisibile che ne è alla base: l’autorità. Ancora più concretamente, la Arendt afferma che, nel contesto della cultura moderna, osserviamo impotenti “la graduale disgregazione dell’unica forma di autorità che esiste in tutte le società storicamente conosciute, l’autorità dei genitori sui figli, degli insegnanti sugli allievi e, in generale, degli anziani sui giovani”. E non si tratta di un fenomeno accidentale e parziale. No, si tratta di una distruzione totale di qualsiasi tipo di autorità che inizia con l’autorità dei genitori sui figli e che alla fine porta “persino all’abbandono di ovvie necessità naturali”.

Analizzando il contesto americano, verso il quale manifestò un costante scetticismo che fu accolto con alcune reazioni critiche (tra cui l’etichetta di “antifemminista”), la Arendt mostrò che anche il cosiddetto “neoconservatorismo”, molto dinamico sia a livello culturale che educativo, “fa appello a uno stato d’animo e a un’inquietudine che sono risultati diretti dell’eliminazione dell’autorità dal rapporto tra giovani e anziani, insegnante e allievo, genitori e figli”. La conclusione sorprendente che l’autrice trae in tutta la sua opera è che il mondo moderno ha rovinato qualsiasi istituzione basata sull’autorità.

Arendt osserva che l’erosione dell’autorità ha le sue radici nella storia stessa della modernità. Così, nel saggio del 1956 già citato, si chiede retoricamente: “Chi può negare… che la scomparsa di praticamente tutte le autorità tradizionalmente stabilite sia stata una delle caratteristiche più spettacolari del mondo moderno?”. Se seguiamo il filo storico di quegli eventi che la Arendt considera responsabili della nascita della modernità, tra cui la riforma protestante e la filosofia errata di autori come Thomas Hobbes, non possiamo fare a meno di notare che tutti poggiavano su premesse profondamente anti-tradizionali. La Arendt non si tira indietro nella sua critica a queste rivoluzioni:

Fu un errore di Lutero pensare che la sua sfida all’autorità temporale della Chiesa e il suo appello al giudizio individuale non guidato avrebbero lasciato intatte la tradizione e la religione. Così come fu un errore di Hobbes e dei teorici politici del XVII secolo sperare che l’autorità e la religione potessero essere salvate senza la tradizione. Così come, infine, fu l’errore degli umanisti pensare che sarebbe stato possibile rimanere all’interno di una tradizione ininterrotta della civiltà occidentale senza religione e senza autorità.

Naturalmente, la scomparsa dell’autorità non è un fenomeno che si è verificato da un giorno all’altro. Al contrario, si tratta di un lungo processo storico che si dipana attraverso una serie di eventi importanti. Per comprendere la natura e le conseguenze di questo processo, dobbiamo prima capire il punto chiave della prospettiva di Arendt.

L’autorità è necessariamente legata ad altri due valori cardine: la religione e la tradizione. Questa “trinità” rappresenta l’eredità che la Chiesa cattolica romana ha ricevuto dalla tradizione romana: “Grazie al fatto che la fondazione della città di Roma si è ripetuta nella fondazione della Chiesa cattolica, anche se, naturalmente, con un contenuto radicalmente diverso, la trinità romana di religione, autorità e tradizione ha potuto essere ripresa dall’era cristiana”.

Questa assimilazione della sostanza stessa dell’autorità romana da parte della Chiesa cattolica la spinge a dire che “finora un’istituzione autenticamente autoritaria è riuscita a sopravvivere all’assalto dell’età moderna, la Chiesa cattolica”. Ma il punto principale è che il fondamento più forte per la manifestazione e la conservazione dell’autorità è la religione.

Senza giri di parole, con un linguaggio concettuale preciso, l’autrice critica l’errore dei pensatori liberali (e oggi anche dei “conservatori”) che confondono, da un lato, il governo tirannico con il governo autoritario e, dall’altro, l’uso legittimo della forza con qualsiasi forma di violenza. Con precisione, spiega la differenza essenziale tra questi elementi:

La differenza tra tirannia e governo autoritario è sempre stata che il tiranno governa secondo la propria volontà e il proprio interesse, mentre anche il governo autoritario più draconiano è vincolato dalle leggi. I suoi atti sono controllati da un codice che o non è stato creato dall’uomo, come nel caso della legge di natura o dei Comandamenti di Dio o delle idee platoniche, o almeno non da coloro che sono effettivamente al potere. La fonte dell’autorità nel governo autoritario è sempre una forza esterna e superiore al suo stesso potere; è sempre questa fonte, questa forza esterna che trascende il regno politico, da cui le autorità traggono la loro “autorità”, cioè la loro legittimità, e contro cui il loro potere può essere controllato.

Ecco la radice della differenza tra un leader autoritario e un tiranno. Il primo, che governa sotto la guida di un potere basato su un insieme di principi “trascendenti”, è quindi in possesso di una legittimità che il secondo, che agisce seguendo solo la propria volontà e i propri interessi personali (o familiari), non avrà mai. In una parola, la fonte di ogni forma legittima di autorità è sempre superiore alla volontà individuale di chi la esercita.

Ma cosa spinge un leader a seguire una costellazione trascendente di valori (come i dieci comandamenti)? La risposta proposta da Hannah Arendt è a dir poco sorprendente: la paura del castigo eterno, ovvero dell’inferno. Questo è il fondamento ultimo e assoluto del principio tradizionale e religioso dell’autorità. Senza questa paura “metafisica”, basata sull’esistenza dell’inferno descritta da Platone nella Politeia (solitamente ed erroneamente tradotto come La Repubblica), o dal Vangelo di san Luca nella parabola del ricco e di Lazzaro, la scomparsa dell’autorità è inevitabile. Così è stato possibile far emergere i terrificanti regimi dittatoriali del XX secolo. È stato possibile sterminare milioni di persone senza che nessuno o qualcosa potesse impedire questi atti di genocidio. Come scrive la Arendt, “la paura dell’inferno non è più tra i motivi che potrebbero impedire o stimolare le azioni di una maggioranza”. Quasi a voler sottolineare l’eccezionale importanza di questa idea, l’autrice scrive ancora:

Comunque sia, il fatto è che la conseguenza più significativa della secolarizzazione dell’età moderna potrebbe essere l’eliminazione dalla vita pubblica, insieme alla religione, dell’unico elemento politico della religione tradizionale, la paura dell’inferno. Noi che abbiamo dovuto assistere a come, durante l’era di Hitler e Stalin, una criminalità del tutto nuova e senza precedenti, quasi incontrastata nei rispettivi Paesi, abbia invaso il regno della politica, dovremmo essere gli ultimi a sottovalutare la sua influenza “persuasiva” sul funzionamento della coscienza.

In effetti, di fronte alle più terribili manifestazioni del potere arbitrario durante tutta l’epoca del cosiddetto “mito del progresso”, nessuno dei pensatori che hanno cercato di proporre spiegazioni pertinenti ha potuto evitare la religione. Questo perché nulla è più evidente, nel contesto della vita politica, delle conseguenze disastrose della secolarizzazione, compresa la separazione tra Chiesa e Stato. La scomparsa della paura dell’inferno, ci dice Arendt, porta direttamente all’istituzionalizzazione dell’immoralità e alla trasformazione della volontà deviata di un Hitler o di uno Stalin in politica di Stato, da eseguire con automi che li seguono ciecamente lungo il sentiero della distruzione.

I testi di Hannah Arendt sono caratterizzati da una comprensione profondamente metafisica, e persino teologica, della storia. La discesa della modernità si spiega in ultima analisi solo con il suo allontanamento dall’ideale cristiano di autorità. Da queste prospettive deriva una conclusione semplice ma profonda: senza il ripristino delle convinzioni immutabili, eterne e rivelate della tradizione giudaico-cristiana nell’anima dei cittadini, nessuna leadership politica esistente sarà in grado di risolvere saggiamente crisi come quella che attualmente affligge l’Occidente.

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Traduzione e riduzione dell’articolo Hannah Arendt and the Disappearance of Authority

europeanconservative.com



Grazie alla giornalista Incoronata Boccia! “Colpevole” di aver detto la verità




22 APR 2024


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by Aldo Maria Valli




di Martino Mora

“Abbiamo paura di dire che l’aborto è un delitto”. Così ha affermato Incoronata Boccia, vicedirettrice del Tg1, in una trasmissione televisiva.

La giornalista ha detto la verità. E dire la verità, nel regno attuale della menzogna, ha un prezzo immediato da pagare. Il centrosinistra liberal, intollerante come sempre, ha chiesto immediatamente il suo licenziamento dal Tg1. Il centrodestra l’ha invece difesa in nome della libertà di opinione (ripetendo però il solito mantra: “La 194 non si tocca”).

Meglio di niente, si dirà. La Boccia non è stata lasciata sola. Meglio una cattiva difesa che nessuna difesa (e a Milano si dice “piutost che nient l’é mei piutost”).

Ciò nonostante nessun esponente politico le ha dato ragione apertamente. Affermare, come hanno fatto gli esponenti politici dei partiti di centrodestra, che la Boccia ha il diritto di esprimere liberamente il suo pensiero, come sancisce la Costituzione, è il minimo sindacale. È un principio che vale a prescindere, si dica una cosa giusta o sbagliata. È come dire: Incoronata Boccia può avere detto una stupidaggine, lasciamole il diritto di dirla.

La giornalista però non ha detto stupidaggini: ha detto la verità. E non andrebbe difesa in nome della libertà di opinione (doxa), ma in nome della verità (aletheia). In nome della legge naturale e quindi della verità. E la verità ha diritti superiori a quella dell’opinione. L’uomo infatti non può vivere sommerso nello Stige della menzogna, senza aspirare al bene e senza dire la verità. E dire la verità riguardo all’aborto è dire che esso sopprime una vita umana.

La società aperta, liberalcapitalista, è una trappola mortale per la verità e per ogni principio superiore al materialismo egoico che essa diffonde.

La sinistra liberal odia la verità, la vita, il giusto, il bene. La “destra” liberale la relativizza, riducendola a opinione personale. Sono due versioni diverse dello stesso corrosivo soggettivismo, nemico della verità. Quello isterico, feroce, apertamente odioso (della sinistra) o quello più subdolo, moderato e insidioso (della destra).

Incoronata Boccia è meritevole di aver detto, anche con un certo sprezzo del pericolo, la verità sull’aborto.

Non una qualsiasi opinione, bensì la verità. Per questo dobbiamo ringraziarla.





lunedì 22 aprile 2024

LA REINCARNAZIONE E' INCOMPATIBILE CON IL CRISTIANESIMO (E CON LA RETTA RAGIONE)




BastaBugie n.869 del 17 aprile 2024


Induisti e buddisti credono nella metempsicosi (reincarnazione), ma basta ragionare e questa credenza crolla rovinosamente (VIDEO: Budda in fila indiana)




di Giacomo Samek Lodovici

Uno dei pilastri del buddismo e dell'induismo è costituito dalla dottrina della reincarnazione o metempsicosi, una concezione antichissima (sostenuta anche da molti filosofi, per esempio da Platone), professata anche da diversi occidentali, persino cristiani o cattolici. In realtà, però, questa dottrina è incompatibile con quella cristiana, per vari motivi.

Per il reincarnazionismo:
1) l'anima (da intendersi come io consapevole e volontario) preesiste al corpo e discende successivamente in un corpo;

2) il soggetto coincide con la sua sola anima ed il corpo è solo un contenitore dell'anima (dualismo antropologico;

3) alla morte del corpo l'anima sopravvive e si reincarna varie volte in altri corpi;

4) solo dopo alcune reincarnazioni l'anima riceve definitivamente un premio o una punizione per come si è comportata, si libera finalmente dell'ultimo corpo e non ne assume più nessuno.

Per il cristianesimo:

1) l'anima non preesiste al corpo: nello stesso momento in cui avviene il concepimento di un nuovo corpo essa viene da Dio creata ed infusa in esso;

2) il soggetto è un'unione di anima e corpo;

3) alla morte del corpo l'anima sopravvive, ma non si reincarna in nessun corpo, bensì vive in uno stato di separazione dal corpo; solo alla fine del mondo l'anima si riunisce per sempre all'unico corpo (glorioso nel caso del beato) a cui era stata unita (resurrezione della carne;

4) alla morte del corpo l'anima riceve subito e definitivamente da Dio un premio (il Paradiso, preceduto o no dal Purgatorio) o una punizione (l'Inferno).


ALCUNE CRITICHE ALLA REINCARNAZIONE

Chiarite queste differenze, vediamo adesso alcune critiche filosofiche alla reincarnazione (altre si possono trovare nei testi citati in bibliografia).

Nel reincarnazionismo il soggetto coincide con la sua sola anima ed il corpo è solo un contenitore dell'anima. Tuttavia, se rifletto su me stesso, percepisco che il mio corpo e la mia anima sono profondamente compenetrati, interagiscono intimamente, percepisco che io sono una sintesi di anima e corpo. Vediamolo.

La mia anima agisce sul mio corpo, l'interiorità determina l'esteriorità. Ad esempio, pensiamo all'effetto placebo: se sono malato e un medico mi dà dell'acqua zuccherata, facendomi credere che mi sta somministrando una medicina, a volte io guarisco, o comunque miglioro, perché l'aspettativa e la fiducia di guarire, nutrite dalla mia anima, si riproducono sul mio corpo. Similmente, alcune malattie corporee sono una somatizzazione di fenomeni psichico-spirituali.

Il dualista antropologico può ribattere che anche un contenitore viene modificato dalle condizioni del contenuto: per esempio una bottiglia di vetro viene scaldata/ raffreddata se l'acqua che contiene è calda/fredda. Sennonché, l'anima non solo agisce sul corpo, ma altresì traspare attraverso il corpo: se sono interiormente triste, allegro, ecc., l'espressione corporea del mio viso lo manifesta, a meno che io non dissimuli. Anzi, perfino quando cerchiamo di dissimulare le nostre emozioni, alcune microespressioni facciali (che pochi sanno notare) trapelano lo stesso (cfr. K. Oatley, Breve storia delle emozioni, il Mulino 2007, p. 176). Ancora, spesso, almeno ad una certa età, i lineamenti del viso e lo sguardo manifestano se una persona è particolarmente buona/ malvagia. Ora, è vero che anche un contenitore fa trasparire le condizioni del contenuto, per esempio una bottiglia di vetro fa trasparire le condizioni dell'acqua che essa contiene, ma può farlo solo se essa è trasparente, mentre il corpo non è trasparente, bensì opaco, è un po' come una bottiglia di vetro nero.

Inoltre, il mio corpo agisce sulla mia anima: le sue condizioni si riverberano su di essa. Ad esempio, se il mio corpo è ferito o è accarezzato la mia anima ne risente. Più in generale, il corpo, che è sessuato, determina non solo l'aspetto fisico, ma anche la personalità, il carattere, l'emotività, il modo di reagire, il modo di ragionare, ecc., che negli uomini sono generalmente diversi da quelli delle donne.
Il dualista antropologico anche qui può ribattere che anche le condizioni di un contenitore incidono sul contenuto: se una bottiglia di vetro riceve calore dall'esterno lo trasmette all'acqua che c'è dentro di essa e la scalda. Ma se una bottiglia viene rigata/accarezzata l'acqua non ne risente, mentre se il mio corpo viene rigato-ferito/accarezzato la mia anima ne risente.


VARIANTI DEL REINCARNAZIONISMO

In alcune varianti del reincarnazionismo anima e corpo sono come prigione (corpo) e prigioniero (anima).
Ora, questa variante comporta di nuovo i problemi già segnalati, ed inoltre ne comporta un altro. Infatti, l'anima è capace, almeno in certi casi, di dirigere- governare il corpo: decido di alzare un braccio e lo alzo, decido di alzarmi e mi alzo, ecc. Ma, allora, come può il prigioniero dirigere e governare la prigione?

Nel reincarnazionismo l'anima perde la conoscenza delle esistenze precedenti quando scende nel corpo; ma, poi, è proprio il corpo che, attraverso l'esperienza, le fa acquisire le nuove conoscenze. In tal modo, il corpo è ciò che fa perdere la conoscenza e ciò che la fa acquisire, il che è problematico quanto l'esistenza di una matita che lascia dei segni sulla carta e che inoltre li cancella (una matita non può cancellarli in quanto matita, bensì solo se ad essa è attaccata una gomma).

In alcune versioni del reincarnazionismo l'anima umana si reincarna anche in corpi animali o vegetali o inorganici per espiare una colpa commessa nelle esistenze precedenti.
Se scendendo in tali esseri non umani l'anima perde consapevolezza, insorge un nuovo problema. Infatti, l'espiazione richiede afflizione, ma non ci può essere afflizione se non c'è consapevolezza: io non espio alcunché se qualcuno mi commina una punizione che non mi accorgo affatto di scontare.
Se invece scendendo nei corpi l'anima conserva la consapevolezza, il problema non c'è, ma se ne aggiunge un altro, perché è già problematico affermare che animali, vegetali e corpi inorganici hanno consapevolezza.

Nota di BastaBugie: nel seguente video dal titolo "Budda in fila indiana" (durata: 1 ora e 27 minuti) si può vedere la conferenza del 21 aprile 2017 di Padre François Dermine su yoga, meditazione zen e molto altro sul buddismo.


https://www.youtube.com/watch?v=f_wwWewF6Yw

Titolo originale: Reincarnazione, qualche critica
Fonte: Timone, settembre-ottobre 2010
Pubblicato su BastaBugie n. 869



domenica 21 aprile 2024

Il voto del Parlamento Europeo e le conseguenze del rifiuto della legge morale






ABORTO | CR 1843

17 Aprile 2024

di Fabio Fuiano

Lo scorso 11 aprile il Parlamento Europeo a Bruxelles, sulla scorta di quanto avvenuto in Francia il 4 marzo scorso, ha votato, con 336 voti a favore e 163 contrari, una Risoluzione che punta ad inserire l’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

A differenza della decisione francese, quella europea probabilmente rimarrà probabilmente lettera morta, in quanto la modifica necessita del consenso unanime dei 27 paesi dell’Unione Europea, in cui alcuni Paesi limitano ancora per legge la pratica abortiva, ed altri sono guidati da governi conservatori, che difficilmente aderirebbero alla Risoluzione di Bruxelles.

Ciononostante, la proposta ha una gravissima portata simbolica nel momento in cui si agita lo spettro di una guerra universale. Come non notare la coincidenza tra l’approvazione o la proposta di leggi esplicitamente contrarie alla legge naturale e divina e la deflagrazione di continui conflitti che minacciano di coinvolgere direttamente l’Europa e l’Occidente?

L’accostamento non è temerario. Ogni colpa morale ha terribili conseguenze e ciò vale per gli individui come per i popoli. La Chiesa lo ha sempre affermato nel suo insegnamento. Ci limitiamo a ricordare alcune parole del papa Pio XII, il quale si trovò durante il proprio pontificato alle prese con la devastante Seconda Guerra Mondiale.

Il 20 ottobre 1939, venne pubblicata l’enciclica Summi Pontificatus che, se riletta oggi, suona come un messaggio di tremenda attualità (Insegnamenti Pontifici, a cura dei Monaci di Solesmes, Edizioni Paoline, vol. 5, pp. 255-262).

Il Pontefice esordisce denunciando il cammino che conduce all’indigenza spirituale e morale dei tempi presenti, ovvero «i nefasti sforzi di non pochi per detronizzare Cristo, il distacco dalla legge della verità, che egli annunziò, dalla legge dell’amore, che è il soffio vitale del suo regno». Non si può negare che «il riconoscimento dei diritti regali di Cristo e il ritorno dei singoli e della società alla legge della sua verità e del suo amore sono la sola via di salvezza».

È di fronte alle apocalittiche previsioni di sventure imminenti e future, affermava Pio XII, che «consideriamo Nostro dovere elevare con crescente insistenza gli occhi e i cuori di coloro, in cui resta ancora un sentimento di buona volontà verso l’Unico da cui deriva la salvezza del mondo, verso l’Unico, la cui mano onnipotente e misericordiosa può imporre fine a questa tempesta, verso l’Unico, la cui verità e il cui amore possono illuminare le intelligenze e accendere gli animi di tanta parte dell’umanità, immersa nell’errore, nell’egoismo, nei contrasti e nella lotta, per riordinarla nello spirito della regalità di Cristo».

Papa Pacelli prosegue affermando che il tempo presente «aggiungendo alle deviazioni dottrinali del passato nuovi errori, li ha spinti a estremi, dai quali non poteva seguire se non smarrimento e rovina. Innanzitutto è certo che la radice profonda e ultima dei mali che deploriamo nella società moderna sta nella negazione e nel rifiuto di una norma di moralità universale, sia della vita individuale, sia della vita sociale e delle relazioni internazionali; il misconoscimento cioè, così diffuso ai nostri tempi, e l’oblio della stessa legge naturale». Essa «trova il suo fondamento in Dio, creatore onnipotente e padre di tutti, supremo e assoluto legislatore, onnisciente e giusto vindice delle azioni umane».

La dottrina della Chiesa, osserva Pio XII, aveva dato all’Europa una coesione tale da pervenire ad un grado di progresso che la rese maestra di altri popoli e continenti. Ma cosa accadde quando essa si distaccò da tale dottrina? Ecco la risposta del Papa: «quando Gesù venne crocifisso, «si fece buio per tutta la terra» (Mt 27,45): spaventoso simbolo di ciò che avvenne e continua ad avvenire spiritualmente dovunque l’incredulità, cieca e orgogliosa di sé, ha di fatto escluso Cristo dalla vita moderna, specialmente dalla vita pubblica, e con la fede in Cristo ha scosso anche la fede in Dio. I valori morali, secondo i quali in altri tempi si giudicavano le azioni private e pubbliche, sono andati, per conseguenza, come in disuso; e la tanto vantata laicizzazione della società, che ha fatto sempre più rapidi progressi, sottraendo l’uomo, la famiglia e lo Stato all’influsso benefico e rigeneratore dell’idea di Dio e dell’insegnamento della Chiesa, ha fatto riapparire anche in regioni, nelle quali per tanti secoli brillarono i fulgori della civiltà cristiana, sempre più chiari, sempre più distinti, sempre più angosciosi i segni di un paganesimo corrotto e corruttore».

Quanto più questo è vero oggi, in una società pagana che sacrifica gli innocenti sull’altare della tanto decantata “autodeterminazione”. In effetti, aggiungeva il Papa, probabilmente molti nell’allontanarsi dalla dottrina di Cristo, «non ebbero piena coscienza di venire ingannati dal falso miraggio di frasi luccicanti, che proclamavano simile distacco quale liberazione dal servaggio in cui sarebbero stati prima ritenuti; né prevedevano le amare conseguenze del triste baratto tra la verità, che libera, e l’errore, che asservisce; né pensavano che, rinunziando all’infinitamente saggia e paterna legge di Dio, all’unificante ed elevante dottrina di amore di Cristo, si consegnavano all’arbitrio di una povera mutabile saggezza umana: parlarono di progresso, quando retrocedevano; di elevazione, quando si degradavano; di ascesa alla maturità, quando cadevano in servaggio; non percepivano la vanità d’ogni sforzo umano per sostituire la legge di Cristo con qualche altra cosa che la uguagli: “divennero fatui nei loro ragionamenti” (Rm 1,21)».

Parole più attuali che mai. Ed ecco l’esito: la guerra. Infatti, «affievolitasi la fede in Dio e in Gesù Cristo, e oscuratasi negli animi la luce dei princìpi morali, venne scalzato l’unico e insostituibile fondamento di quella stabilità e tranquillità, di quell’ordine interno ed esterno, privato e pubblico, che solo può generare e salvaguardare la prosperità degli stati».

Tutti possono vedere l’abisso degli errori allora denunciati dal Papa e le loro conseguenze. Sono cadute le illusioni di un progresso indefinito e «ciò che appariva esternamente ordine, non era se non invadente perturbamento: scompiglio nelle norme di vita morale, le quali si erano staccate dalla maestà della legge divina e avevano inquinato tutti i campi dell’umana attività».

Nell’Allocuzione all’ambasciatore d’Italia del 1° marzo 1943 (Ivi, p. 364), Pio XII riprendeva questo tema, ribadendo «l’assoluta necessità, per la pacifica convivenza delle Nazioni, di quei principi e valori morali, promananti dalla verità eterna, alla luce dei quali una filosofia, che fa gettito del pensiero giuridico fondato sulla legge morale, appare priva di solido e razionale appoggio e non degna di appagare, vincere e sopravvivere». E proseguiva: «i popoli della terra espiano al presente ciò in cui errarono i loro pensatori e maestri. Dagli errori teorici e dalle passioni accese, ecco nascere i tragici traviamenti e le sciagure dell’oggi. Ogni pietra miliare di queste false vie è segnata da distruzioni, lagrime e sangue». Tuttavia, non si deve abbandonare la speranza, in quanto «da così profonde amarezze sorge anche in tutte le genti civili, che anelano alla tranquillità nell’ordine, l’ansia e la brama del ritorno alle verità abbandonate o misconosciute». La tranquillità nell’ordine, che è la pace di Cristo, fondata sulla legge del Vangelo, è l’unica alternativa alla guerra, che nasce dal disordine morale degli uomini.