giovedì 26 marzo 2026

Francia, oltre 21mila catecumeni: una generazione torna a Dio



I dati del 2026 stabiliscono un nuovo record in Francia di catecumeni. I convertiti adulti verranno battezzati nella notte di Pasqua.


Ultimissime

26 Mar 2026

Il sorprendente fenomeno si è ripetuto anche quest’anno.

Era un dato che attendevamo dopo aver parlato più volte dei circa 20mila battesimi adulti nella Pasqua del 2025 (17.800 per la precisione).

In una delle società europee più secolarizzate, la Francia registra quest’anno oltre 21.000 catecumeni attesi nella Veglia pasquale (21.386 per la precisione). Un aumento del 20% circa rispetto all’anno scorso secondo i dati diffusi ieri dalla Conferenza Episcopale francese.


Chi sono i 21mila catecumeni in Francia

Nello specifico, la Chiesa accoglierà 13.234 adulti e 8.152 adolescenti.

Il superamento della soglia dei 20mila era un dato che fino a pochi anni fa sarebbe apparso impensabile.

Particolarmente significativo è il dato della diocesi di Parigi, dove gli adulti battezzati a Pasqua saranno 788, con una crescita del 17% rispetto all’anno precedente. Ma diverse diocesi francesi registrano incrementi a doppia cifra, segno di un fenomeno diffuso su tutto il territorio nazionale.


Il profilo dei nuovi battezzati è altrettanto interessante.

Si tratta in larga parte di giovani tra i 18 e i 25 anni, spesso studenti o giovani professionisti, molti dei quali provengono da contesti non praticanti o privi di educazione religiosa. Non è quindi un ritorno al cattolicesimo, ma una scelta personale e consapevole, maturata in un contesto culturale spesso distante dalla fede.

Due terzi dei neobattezzati sono donne, il 43% ha una tradizione cristiana alle spalle, il 19% non ha un background religioso e il 3% proviene dall’Islam.



Perché le conversioni in età adulta?

Le motivazioni sono molteplici.

Vescovi e osservatori individuano tre fattori principali: esperienze personali di crisi o sofferenza, la ricerca di senso in una società percepita come priva di riferimenti, e il desiderio di una vita più piena e coerente.

A questo si aggiunge un elemento nuovo: il ruolo dei social media, che per molti (l’11% dei catecumeni) rappresenta il primo contatto con contenuti religiosi e testimonianze di fede.


Nel 2016 erano solo 4mila

Il confronto con il passato rende il fenomeno ancora più evidente.

Dieci anni fa i battesimi di adulti erano meno di 4.000 l’anno; oggi sono più che quadruplicati. Tuttavia, questo aumento non compensa il calo generale della pratica religiosa: i battesimi infantili, ad esempio, si sono drasticamente ridotti.

In ogni caso, nel cuore dell’Europa che sembrava aver archiviato la fede, sta emergendo una nuova generazione che non eredita il cristianesimo, ma lo sceglie.

Nei giorni scorsi abbiamo segnalato il numero di catecumeni a Milano e a Londra.





Come mantenere l’etichetta “cattolica” ma stravolgere i contenuti. Nuove cronache dalla chiesa modernista




Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli 26 mar 2026



di Chris Jackson

Il 23 marzo, nei Paesi Bassi, Jan Hendriks (vescovo di Amsterdam) e Titus Frankemölle hanno pubblicato sul “Katholiek Nieuwsblad” un articolo a difesa della libertà di insegnamento. Hanno citato con approvazione l’obiettivo fondamentale numero 38 dell’istruzione cattolica olandese, secondo il quale gli alunni devono imparare ad affrontare con rispetto la sessualità e la diversità, inclusa quella sessuale. Poi è arrivata la concessione chiave: le scuole possono scegliere il proprio approccio, ma “è ovvio” che il risultato dell’istruzione deve essere conforme a tali obiettivi fondamentali.

Ecco come funziona la resa. Invece di partire da Cristo, dalla purezza, dalla castità, dalla natura, dalla famiglia e dai doveri dei genitori di custodire l’innocenza dei figli, il vescovo parte dalle categorie dello Stato e poi chiede un po’ di spazio per decorarle con la carta da parati cattolica. Ecco come funziona la mentalità conciliare oggigiorno. Prima accetta la grammatica morale del nemico, poi contratta sul tono, la pedagogia e l’attuazione.

Certo, le scuole cattoliche dovrebbero insegnare il rispetto per la dignità di ogni persona. Dovrebbero farlo sempre. Ma “rispetto per la persona” non è la stessa cosa di catechizzare i bambini secondo l’ideologia sessuale di uno Stato liberale. Quando un vescovo parla come se il linguaggio della diversità imposto dallo Stato fosse il quadro entro cui le scuole cattoliche devono operare, la battaglia è già persa. La scuola non trasmette più una controcultura orientata alla santità, ma traduce in termini residuali cattolici il vocabolario della convivenza pluralista.

Ecco perché tante scuole “cattoliche” oggi si sentono spiritualmente neutrali, anche quando il crocifisso è ancora appeso al muro. Hanno conservato il simbolo, ma rinunciato alla sostanza.

Pieris e l’antico sogno di battezzare il pluralismo religioso

Padre Aloysius Pieris, scomparso il 22 marzo in Sri Lanka poco prima del suo novantunesimo compleanno, viene ricordato come un costruttore di ponti nel dialogo tra buddisti e cristiani. I resoconti sottolineano che nel 1974 fondò il Tulana Research Centre, fu il primo non buddista a conseguire un dottorato in filosofia buddista presso l’Università di Sri Jayewardenepura, promosse l’armonia interreligiosa e fu autore di opere importanti, tra cui “Una teologia asiatica della liberazione”. AsiaNews osserva inoltre che il suo lavoro suscitò sospetti tra le autorità ecclesiastiche negli anni in cui il dialogo e la teologia della liberazione erano visti con diffidenza.

Bisogna pregare per i morti, ma occorre anche dire la verità sul progetto a cui un uomo ha dedicato la sua vita. “Dialogo” ha a lungo funzionato nella Chiesa moderna come una parola d’ordine e raramente significa “predichiamo Cristo crocifisso a tutte le nazioni”. Di solito significa invece “attenuiamo lo scandalo del dogma, mettiamo tra parentesi le pretese della Chiesa e incontriamo le altre religioni sul piano di una comune aspirazione etica”. In questo sistema, il buddismo diventa un partner spirituale anziché una falsa religione da convertire.

Pieris era ammirato proprio perché incarnava questa transizione. Rappresentava il tipo di ecclesiastico che la Roma moderna ama onorare: colto, con legami internazionali, culturalmente adattabile, politicamente consapevole, interreligioso e saldamente post-dogmatico nel metodo, anche quando non formalmente eretico. Questo modello produce conferenze, centri, riviste, simposi e omaggi. Ma certamente non produce martiri per la regalità esclusiva di Cristo.

Sopprime Maria in nome dell’equilibrio

La nota del 4 novembre del Dicastero per la dottrina della fede, “Mater Populi Fidelis”, afferma che usare “corredentrice” per definire la cooperazione di Maria è “sempre inappropriato” e scoraggia certi usi di “Mediatrice di tutte le grazie” nell’insegnamento e nella liturgia ufficiali.

Teologi e mariologi hanno scritto al cardinale Fernández chiedendo una risposta ufficiale alle loro obiezioni, sostenendo che la nota ometteva, minimizzava o contraddiceva precedenti insegnamenti mariani. Secondo Edward Pentin, Fernández ha informalmente attenuato il linguaggio in alcune dichiarazioni a Diane Montagna, affermando che il titolo non è “sempre inappropriato”, ma dovrebbe essere escluso dai documenti e dalle liturgie ufficiali.

Questo è il metodo Fernández. Prima il Dicastero emana un documento che restringe, raffredda e ridimensiona la devozione ereditata in nome della precisione teologica. Poi, quando si manifesta la resistenza, il prefetto introduce una precisazione non ufficiale tramite un colloquio giornalistico. Quindi la dottrina non viene esattamente corretta, non difesa, non ritrattata. Viene semplicemente resa instabile. Ai fedeli non resta che una nota, un chiarimento, un’atmosfera, un ciclo di notizie e la richiesta di mantenere la calma.

Ciò che colpisce non è solo il contenuto, per quanto sia grave. È il motivo. Perché il Vaticano è così ansioso, ripetutamente, di edulcorare il linguaggio che generazioni di cattolici hanno usato per amore della Madonna? Perché il massimalismo mariano deve essere sempre considerato un elemento da tenere sotto controllo, mentre l’ambiguità ecumenica e il minimalismo dottrinale sono visti come segni di maturità? Perché l’apparato moderno teme di esagerare con Maria, teme l’antica ispirazione cattolica, teme una Chiesa che parla con calore, splendore e fiducia della mediazione, della grazia, della regalità, della comunione tra cielo e terra. Quel tipo di cattolicesimo evidentemente è troppo denso, troppo bello, troppo pre-liberale per essere gestito da burocrati che producono documenti.

Quindi Maria deve essere diminuita, resa più piccola, più accettabile, più “equilibrata”. In altre parole, più utile agli uomini che non pensano davvero come i santi.

“Spiritualità queer” con etichetta cattolica

Il News Center dell’Università Cattolica (?) di San Diego ha pubblicizzato un evento con Juan Reynoso, in programma il 9 aprile, intitolato “Finding Home: LGBTQ+ Journeys of Faith” e descritto come una conferenza sull’intersezione tra fede e identità queer. LifeSite spiega che Reynoso si identifica come narratore “Two-Spirit” e che l’evento è co-sponsorizzato da LGBTQ+ & Allies Commons, Associated Student Government, University Ministries e dal Dipartimento di teologia e studi religiosi.

Osservate la coreografia istituzionale. Si tratta di una università formalmente cattolica che presenta l’alternativa sessuale come un percorso spirituale da esplorare attraverso la scoperta di sé. Un ateneo veramente cattolico la presenterebbe come sintomo di crisi morale e pastorale da affrontare con il pentimento, la grazia e la castità. Il vecchio linguaggio della conversione è stato invece sostituito dal linguaggio terapeutico.

Ma il linguaggio plasma le anime. Nel momento in cui la “fede” viene immaginata come spazio in cui identità queer e spiritualità si interpretano reciprocamente, la Chiesa ha già abbandonato il suo ruolo di maestra. Non sta più trasmettendo un deposito di fede, ma semplicemente ospitando una conversazione. Non è più madre, ma moderatrice.

Ancora una volta si ripete lo schema postconciliare. L’istituzione conserva il nome cattolico perché questo ha ancora prestigio in termini di ex studenti, donatori, memoria sacramentale e architettura. Ma il contenuto intellettuale e morale proviene sempre più dal regime esterno alla Chiesa. L’università diventa una cappella del dissenso, anche se il paesaggio attorno è curato.

Aerei e pace

Il discorso pronunciato da Leone XIV il 23 marzo alla compagnia aerea ITA Airways è stato quel tipo di intervento che suona nobile finché non ci si ferma a chiedersi se sia effettivamente cattolico. Parlando dei voli papali e della missione del pontefice, ha affermato: “Gli aerei dovrebbero essere sempre veicoli di pace, mai di guerra”, aggiungendo che dopo le tragedie del XX secolo i bombardamenti aerei avrebbero dovuto essere banditi per sempre.

Il problema è che la dottrina cattolica non identifica intere categorie di forza militare come intrinsecamente immorali solo perché costituiscono una forma di forza. Il Catechismo afferma esplicitamente che ai governi non può essere negato il diritto alla legittima difesa quando gli sforzi di pace sono falliti, definisce le condizioni tradizionali per la legittima difesa mediante la forza militare e insegna che coloro che servono onorevolmente nelle forze armate contribuiscono al bene comune e al mantenimento della pace.

Ciò non giustifica i bombardamenti indiscriminati. Lo stesso Catechismo condanna gli atti di guerra volti alla distruzione indiscriminata di intere città o vaste aree con i loro abitanti. Ma è proprio questo il punto. La teologia morale cattolica fa delle distinzioni. Giudica l’oggetto, l’intenzione, i mezzi, la capacità di discernimento, la proporzionalità, l’autorità e la necessità. Non parla come se l’aereo in sé fosse diventato moralmente sospetto perché l’uomo moderno è addolorato per la guerra. La retorica di Leone annulla questa distinzione, riducendola a uno slogan umanitario. Parla come se lo scandalo fosse che le minacce provengono “dal cielo”, piuttosto che l’uso ingiusto della forza contro gli innocenti.

È un modo di parlare molto moderno. È emotivo, dà visibilità, esprime ansia verso la tecnologia. Suona umano. Ma è anche superficiale. Un aereo da combattimento può essere usato giustamente o ingiustamente, come l’artiglieria, la fanteria, le navi o qualsiasi altro strumento di forza. Sostenere il contrario significa scivolare verso un pacifismo blando mascherato da serietà morale.

Anche questo discorso si inserisce in un quadro più ampio. Gli uomini che ora governano la Chiesa sono indulgenti verso le false religioni, indulgenti verso la rivoluzione sessuale, indulgenti verso il riduzionismo teologico, ma improvvisamente intransigenti quando si tratta di denunciare i mezzi con cui le nazioni si difendono. Non sono in grado di gestire un dipartimento di teologia universitario, ma sanno fare la morale sugli aerei di fronte ai dirigenti delle compagnie aeree.

Il regime sa sempre come applaudire le cose sbagliate

Mettendo a confronto tutte le vicende raccontate, difficile ignorare il problema più profondo. La Chiesa moderna plaude a tutto ciò che abbassa il livello della dottrina e innalza quello del sentimento. Loda il rispetto quando dovrebbe insegnare la castità. Loda il dialogo quando dovrebbe predicare la conversione. Loda le sfumature quando dovrebbe difendere la devozione. Loda il senso di appartenenza quando dovrebbe chiamare i peccatori al pentimento. Loda la pace con formule così vaghe e teatrali da finire per appiattire l’insegnamento sulla guerra giusta in una poltiglia morale.

Ecco perché i fedeli continuano ad avere la sensazione che sebbene l’istituzione sia ancora in piedi la fede si stia sgretolando sotto i loro occhi. La scuola resta. L’università resta. I centri dei gesuiti restano. Il dicastero resta. Il papato resta. I cartelli sono ancora tutti lì. Ma lo spirito che anima tutte queste realtà è cambiato.

Come si chiama una chiesa che cita lo Stato sulla diversità sessuale, celebra la sintesi religiosa, ridimensiona la dottrina mariana, promuove la spiritualità queer e parla di forza militare come farebbe il cappellano di una Ong? La si chiama per quello che è: una chiesa di ponti. Ponti verso lo Stato. Ponti verso altre religioni. Ponti verso la rivoluzione sessuale. Ponti verso i giornalisti. Ponti verso un’opinione rispettabile. Ponti ovunque. Ma quasi da nessuna parte ormai si ritrova l’antico istinto cattolico che faceva dire, chiaramente e senza scuse: questo è vero, questo è falso, questo porta a Cristo, questo allontana da Lui.

bignodernism






mercoledì 25 marzo 2026

Papa: «Generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al Vetus Ordo»



Papa Leone XIV - imagoeconomica

Leone XIV invita a ricucire le divisioni sulla liturgia promuovendo una “generosa inclusione” dei fedeli legati al Vetus Ordo, nel solco del Concilio Vaticano II e dopo le tensioni tra Summorum Pontificum e Traditionis Custodes


Messa in latino


Lorenzo Bertocchi, 25 Marzo 2026

Nel solco di una linea che punta esplicitamente alla ricomposizione delle tensioni interne alla Chiesa, Papa Leone XIV interviene sulla delicata questione liturgica, invitando a una “generosa inclusione” dei fedeli legati alla forma tradizionale della Messa. Il passaggio, contenuto in un messaggio ai vescovi francesi riuniti in assemblea plenaria a Lourdes (24-27 marzo 2026) e firmato dal cardinale Pietro Parolin, rappresenta uno dei segnali più chiari del nuovo pontificato.

Una “ferita” nella Chiesa

Il Papa non nasconde la preoccupazione: “È preoccupante che nella Chiesa continui ad aprirsi una ferita dolorosa riguardante la celebrazione della Messa, sacramento stesso dell’unità”. Una diagnosi netta, che riconosce come il tema liturgico sia diventato negli ultimi anni un punto di frattura tra sensibilità ecclesiali diverse.

Il riferimento esplicito è alla crescita delle comunità legate al Vetus Ordo, cioè alla liturgia precedente alla riforma del Concilio Vaticano II. Di fronte a questa realtà, Leone XIV non propone né una chiusura né un ritorno indistinto al passato, ma un cambio di sguardo: maggiore comprensione reciproca e accoglienza “nella carità e nell’unità della fede”.

Dal Summorum Pontificum a Traditionis Custodes

Per comprendere la portata dell’intervento, è necessario collocarlo nel contesto degli ultimi due decenni.

Nel 2007, Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum aveva liberalizzato l’uso della liturgia tridentina, definendola “forma straordinaria” del rito romano. L’intento era favorire la riconciliazione interna alla Chiesa e offrire spazio a sensibilità diverse, senza mettere in discussione la riforma conciliare.

Questa apertura è stata significativamente ridimensionata nel 2021 da Papa Francesco con il motu proprio Traditionis Custodes, che ha riportato sotto un controllo più stretto l’uso del rito preconciliare, affidandone la regolamentazione ai vescovi e sottolineando l’unicità della lex orandi espressa dal rito riformato.

Il provvedimento di Francesco nasceva dalla preoccupazione che l’uso del Vetus Ordo fosse talvolta accompagnato da atteggiamenti di rifiuto del Concilio Vaticano II. Tuttavia, in diversi contesti ecclesiali, ha anche contribuito ad acuire tensioni e incomprensioni.

Il tentativo di Leone XIV

È in questo scenario che si inserisce la posizione di Leone XIV. Il Papa non mette in discussione il quadro normativo ereditato, né le “linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di Liturgia”, ma invita a un’applicazione pastorale che eviti esclusioni e contrapposizioni.

La richiesta di “soluzioni concrete” che consentano una “generosa inclusione” appare come un tentativo di superare una stagione segnata da polarizzazioni, senza tornare semplicemente indietro. Piuttosto, si tratta di ricucire il tessuto ecclesiale, riconoscendo che la diversità liturgica, se vissuta nella comunione, può essere una ricchezza e non una minaccia.

Un pontificato orientato all’unità

Il passaggio si inserisce coerentemente nella linea che sembra caratterizzare l’inizio del pontificato di Leone XIV, eletto nel conclave del maggio 2025: una forte attenzione all’unità della Chiesa, intesa non come uniformità, ma come comunione riconciliata.

Non a caso, il Papa parla della Messa come “sacramento stesso dell’unità”, indicando implicitamente che proprio sul terreno liturgico si gioca una delle sfide più delicate per la Chiesa contemporanea.

Il messaggio ai vescovi francesi, dunque, non è solo un intervento circoscritto a una situazione nazionale segnata da tensioni sul tema della liturgia tridentina, ma assume un valore più ampio: è un invito a tutta la Chiesa a uscire da logiche contrappositive e a ritrovare, anche nella pluralità delle forme, una comune appartenenza ecclesiale.

In questo senso, la “generosa inclusione” evocata dal Papa si configura come una possibile chiave per riaprire un dialogo che negli ultimi anni si era progressivamente irrigidito.




Vita religiosa: in Germania è ormai quasi scomparsa





Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli 25 mar 2026



In Germania la vita religiosa è sull’orlo della scomparsa. Negli ultimi ventitré anni il numero di persone consacrate si è gradualmente ridotto quasi a zero, senza contare che metà dei monaci e l’80% delle suore hanno più di 65 anni.

Il declino della vita religiosa sembra irreversibile. Alla fine del 2025, in un paese di 85 milioni di abitanti, si contavano poco più di diecimila membri di ordini e congregazioni religiose.

Al 31 dicembre 2025, in Germania risiedevano 11.797 religiosi e religiose, 831 in meno (6,6%) rispetto all’anno precedente (12.628), secondo i dati recentemente pubblicati dalla Conferenza dei superiori maggiori tedeschi.

Il numero di religiose è in forte calo: 7,4% in un solo anno, tra il 2024 e il 2025, passando da 9.467 a 8.770, mentre il numero di religiosi è diminuito del 4,2%, raggiungendo quota 3.027 (rispetto ai 3.161 del 2024).

Di conseguenza, il numero di religiose è diminuito del 70% dal 2002: 20.203 unità, rispetto alle 28.973 di fine 2002. Questa tendenza è proseguita negli ultimi anni e non sembra destinata a rallentare.

Inoltre, se confrontiamo i dati attuali con quelli della metà del XX secolo, il declino è ancora più significativo. Nel 1965 in Germania c’erano circa centomila suore di vari ordini e congregazioni. Negli ultimi sessant’anni, il numero di suore tedesche è diminuito di oltre il 90%.

A questo crollo numerico si aggiunge il notevole invecchiamento di coloro che rimangono. Tra i religiosi maschi, circa la metà ha più di 65 anni (48,6%). Alla fine del 2025, in Germania c’erano 3.027 religiosi maschi, di cui 2.313 sacerdoti, 21 diaconi e 54 studenti di teologia.

I benedettini contavano il maggior numero di religiosi maschi (467), seguiti da francescani (416) e gesuiti (183).

L’81% delle suore tedesche ha più di 65 anni. Alla fine del 2025 erano distribuite in 795 comunità monastiche (rispetto alle 883 del 2024). I gruppi più numerosi erano gli ordini religiosi benedettini, francescani e vincenziani.

In poco più di un decennio la vita religiosa sarà praticamente scomparsa in Germania. Ma questi dati non sembrano impressionare i vescovi tedeschi, determinati a proseguire sulla via sinodale, che non farà altro che accelerare e completare la totale scomparsa della vita religiosa.

fsspx.new






Il libro sulla Messa tradizionale che ha interessato il Papa





Chiesa cattolica | CR 1943



di Giulio Ginnetti 25 Marzo 2026

Il 5 marzo 2026, Papa Leone XIV ha concesso un’udienza privata a due autori di un importante studio di un fenomeno che ha attirato crescente attenzione sia mediatica sia accademica: la presenza e la vitalità dei fedeli legati alla liturgia tradizionale in latino: il volume di Stephen Bullivant e Stephen Cranney, Trads: Latin Mass Catholics in the United States (Tradizionalisti: la messa in latino cattolica negli Stati Uniti), che sarà pubblicato il prossimo novembre dalla prestigiosa Oxford University Press e che il Papa ha probabilmente avuto il privilegio di leggere in anteprima.

L’opera si fonda su un’ampia indagine empirica che combina dati quantitativi e qualitativi, con l’obiettivo di delineare il profilo dei cattolici che frequentano la Traditional Latin Mass (TLM), Rito Romano antico. Fin dalle prime pagine, i due autori chiariscono l’intento del loro lavoro: «Questo libro nasce dall’esigenza di comprendere, con strumenti empirici, chi siano i cattolici che partecipano alla Messa in latino negli Stati Uniti, andando oltre impressioni aneddotiche e rappresentazioni mediatiche» (pp. 2-3), cioè offrire un’analisi fondata su evidenze piuttosto che su impressioni. Bullivant e Cranney aggiungono un punto metodologico decisivo: «Finora, gran parte delle discussioni sulla Messa tradizionale si è svolta senza dati affidabili; il nostro obiettivo è colmare questa lacuna» (p. 3). Un altro passaggio importante riguarda la sorpresa iniziale dei ricercatori: «Molti dei risultati che presentiamo mettono in discussione le aspettative comuni, in particolare per quanto riguarda l’età, la composizione familiare e il livello di coinvolgimento religioso dei partecipanti» (p. 5).

Uno dei risultati più sorprendenti riguarda proprio questo «l’età, la composizione familiare e il livello di coinvolgimento religioso» (p. 5) di questo gruppo di fedeli. Contrariamente al diffuso cliché di un ambiente nostalgico e anziano, lo studio mostra che i partecipanti alla Messa tradizionale sono mediamente più giovani rispetto ai cattolici praticanti nel rito ordinario. Gli autori osservano infatti che «le congregazioni della Messa in latino sono in modo sproporzionato composte da giovani, con una notevole presenza di famiglie numerose» (p. 21). Questo dato si inserisce in una dinamica più ampia: come evidenziato anche da recenti studi sul cattolicesimo globale, la crescita della Chiesa oggi è trainata soprattutto da comunità giovani, dinamiche e fortemente praticanti.

Accanto alla giovane età, emerge infatti un elevato livello di impegno religioso. I fedeli della TLM partecipano alla Messa con maggiore frequenza, si confessano più regolarmente e mostrano una pratica religiosa intensa. «I loro livelli di impegno religioso superano di gran lunga quelli del cattolico medio negli Stati Uniti» (p. 34). Questo tratto li avvicina ad altre aree di crescita del cattolicesimo contemporaneo, dove la fede non è semplicemente un’identità culturale, ma una scelta vissuta con convinzione.

Le motivazioni che spingono questi fedeli verso la liturgia tradizionale costituiscono un altro punto centrale dell’analisi. Esse non sono riducibili a fattori ideologici, ma affondano le radici in un’esperienza spirituale profonda. «Gli intervistati descrivono frequentemente la Messa tradizionale come più riverente, più trascendente e più centrata su Dio» (p. 47). Il senso del sacro, la bellezza rituale e il silenzio diventano elementi decisivi in un contesto culturale spesso percepito come frammentato e secolarizzato.

A questo si aggiunge il valore della continuità storica. La liturgia tradizionale appare come un ponte tra passato e presente, capace di offrire stabilità in un’epoca segnata dal cambiamento rapido. In questo senso, essa risponde a un bisogno più generale che attraversa la Chiesa globale: quello di radicamento e identità.

Dal punto di vista delle convinzioni religiose, i cattolici della Messa in latino tendono a esprimere posizioni più tradizionali. «I partecipanti alla Messa in latino hanno una probabilità significativamente maggiore di sostenere visioni ortodosse in materia di dottrina e morale» (p. 62). Tuttavia, il gruppo non è monolitico: esistono differenze interne e percorsi personali diversificati, che riflettono la complessità del cattolicesimo contemporaneo.

Un elemento decisivo è la dimensione comunitaria. Le comunità legate alla TLM si configurano spesso come reti coese, caratterizzate da forte partecipazione e sostegno reciproco. «Queste comunità funzionano spesso come reti molto coese di credenze e pratiche condivise» (p. 78). Tale vitalità richiama quanto osservato in altri contesti di crescita ecclesiale: là dove la fede è vissuta comunitariamente e con intensità, essa tende a generare stabilità e continuità. Il rapporto con la gerarchia ecclesiastica resta invece articolato. «Pur identificandosi fortemente come cattolici, alcuni intervistati esprimono preoccupazione per gli sviluppi recenti nella Chiesa» (p. 91). Questa tensione non indica necessariamente rottura, ma piuttosto un coinvolgimento serio e consapevole nella vita ecclesiale.

In prospettiva più ampia, il fenomeno dei cattolici della Messa tradizionale può essere letto alla luce delle trasformazioni globali del cattolicesimo. Studi recenti mostrano che la crescita della Chiesa avviene soprattutto in contesti dove la fede è proposta in modo esigente e chiaramente identitario. In questo senso, anche le comunità tradizionali negli Stati Uniti partecipano di una dinamica più vasta: quella di una “ricomposizione” del cattolicesimo in forme più intenzionali e meno puramente culturali.

Nella parte finale del libro, gli autori tirano le fila dell’analisi collegandola al contesto più ampio del cattolicesimo contemporaneo: «Le comunità della Messa in latino, pur rimanendo numericamente minoritarie, rappresentano una componente vivace e in alcuni casi in crescita del cattolicesimo statunitense» (p. 103). Bullivant e Cranney sottolineano poi il significato sociologico delle comunità tradizionali: «Esse illustrano una forma di appartenenza religiosa più intenzionale, caratteristica delle religioni in contesti secolarizzati» (p. 104). E infine offrono una riflessione più generale sul futuro: «Comprendere questi cattolici non significa semplicemente studiare un fenomeno marginale, ma cogliere alcune dinamiche più ampie che stanno ridefinendo la vita religiosa nel XXI secolo» (p. 105).

Come osservano gli autori, «la crescita delle comunità della Messa in latino può riflettere dinamiche più ampie di differenziazione religiosa in un’epoca secolarizzata» (p. 105). In altre parole, in un contesto in cui la religione non è più socialmente scontata, emergono gruppi più piccoli ma più convinti, capaci di vivere la fede con maggiore intensità.

In definitiva, attraverso un’analisi rigorosa, Stephen Bullivant e Stephen Cranney mostrano come la liturgia tradizionale non sia un semplice ritorno al passato, ma una delle più efficaci forme attraverso cui la fede cattolica si rinnova nel presente.







25 aprile: Annunciazione




Tra gli strumenti di un cammino vi è la borraccia con cui portarsi dietro dell’acqua per idratarsi. Fuor di metafora, ne Il Cammino dei Tre Sentieri la “Borraccia” è la meditazione. I vari “sorsi” sono i punti della meditazione.



L’ACQUA

Affresco “Annunciazione” del Beato Angelico (1387-1455) su un muro di una cella del Monastero di San Marco a Firenze. L’opera risale al periodo tra il 1441 e il 1443.

I SORSI


1. Cari pellegrini, in questa borraccia, l’acqua non è fatta di parole, ma da un’immagine. Si tratta di un’opera del famoso beato Angelico (1395-1455) che ritrae l’avvenimento dell’Annunciazione. Episodio da lui dipinto anche in altre raffigurazioni. In questa opera ci sono tre personaggi: l’arcangelo Gabriele, la Vergine e un frate domenicano (il Beato Angelico era anch’egli frate domenicano) il quale osserva la scena. Si tratta di san Pietro martire (1205-1252), predicatore di Verona ucciso dagli eretici. Tre personaggi, ma se se ne può scorgere anche un quarto, un personaggio che occupa tutto lo spazio: il Verbo incarnato.

2. Se si fa attenzione, si nota che tra l’Angelo e la Vergine c’è una distanza che è sproporzionata alla grandezza dell’intero affresco. Tant’è che se questa distanza fosse stata inferiore, la figura di san Pietro martire si mostrerebbe per intero, cosa che non è. Si può notare, inoltre, che il vuoto tra l’Angelo e la Vergine non solo è il centro ottico dell’affresco (nel senso che lo sguardo dell’osservatore cade prima di tutto lì), ma costituisce un’attrazione anche concettuale. Eppure è un vuoto. E’ un luogo spoglio. Sembra non essere un caso che il Beato Angelico non abbia voluto dipingere neppure una suppellettile sullo sfondo. Al vuoto tra l’Angelo e la Vergine corrisponde il vuoto della parete.

3. A questa dimensione spaziale (il vuoto) si accompagna una dimensione temporale (l’attesa). Il volto dei tre personaggi, pur esprimendo tre stati d’animo diversi (l’Angelo contempla la Vergine, Questa ha lo sguardo basso in segno di umiltà e di consenso e san Pietro contempla la scena), sono tutti e tre accomunati da un senso di tranquilla e serena attesa. In quest’opera ci sono tre punti su cui fondare il nostro esistere: la pienezza, l’attesa e la lotta.

4. Il primo (la pienezza) è capire che la nostra vita non si spiega né si risolve da sé. La vita ha bisogno di una pienezza che la renda ragionevole, giusta e piena di senso. Questa pienezza non può che essere la presenza del Signore in essa. Il Beato Angelico descrive il vuoto tra l’Angelo e la Vergine come già “pieno” del Verbo incarnato. Tant’è che i due sembrano prefigurare la scena della Natività con la Vergine e San Giuseppe ai lati e al centro la mangiatoia con il Divino Bambino.

5. Il secondo (l’attesa) è capire che la nostra vita ha bisogno di essere orientata. Di essere orientata -appunto- nell’attesa. Cioè che tutto il nostro agire, pensare e programmare acquistano significato solo nell’andare verso il completamento dell’Eterno. E il Beato Angelico fa dell’attesa il tratto comune dei tre personaggi.

6. Il terzo (la lotta) è capire che per questa pienezza e per questa attesa bisogna lottare, cioè bisogna essere disposti a tutto, anche a dare la vita. Il Beato Angelico disegna san Pietro da Verona che fu ucciso per annunciare e difendere la Verità della Fede.

Al Signore Gesù

Signore, Tu sei la mia Pienezza.

Tu sei l’unico senso del mio attendere.

Fa che viva e lotti per Te e che per Te possa dare tutto, anche la vita.

Alla Regina dello Splendore

Madre, Tu sei Donna della Pienezza: hai generato l’Infinito.

Tu sei Donna dell’Attesa: nel tuo grembo si è realizzata la Storia.

Pertanto solo con Te si può gustare questa Bellezza.

E, solo al tuo fianco, potrò lottare per difendere questa Bellezza.

Madre, accompagnami nel cammino di questo giorno.







martedì 24 marzo 2026

Cuba sempre al buio. Più che l'embargo, il danno lo fa il comunismo













Cuba è di nuovo, continuamente, al buio. Tre blackout dall’inizio del mese. Rabbia popolare contro il regime comunista. Il governo reprime, ma tratta con gli Usa. E in suo appoggio parte una nuova flottiglia.

COMUNISMO LATINO

Esteri


Stefano Magni, 24-03-2026

Cuba è di nuovo, continuamente, al buio. Tre blackout dall’inizio del mese e il conto non è ancora finito. C’è chi ne fa un ritratto romantico, soprattutto fra gli ammiratori tardivi del castrismo, come Daniel Lambert, ex diplomatico irlandese delle Nazioni Unite che, in visita all’isola rimasta senza corrente scrive su X: “Con L'Avana immersa nell'oscurità totale, c'è una strana bellezza e resilienza nel poter vedere tutte le stelle brillare”. Per i cubani, al contrario, la prospettiva cambia. Non c’è nulla di romantico nel vedere le stelle al buio e mentre il regime addossa la colpa all’embargo Usa e invita alla “resilienza”, la rabbia è indirizzata contro il Partito comunista al potere.

Martedì scorso, 17 marzo, le autorità hanno dichiarato che la causa dell’ultimo blackout che ha colpito l'isola e che interessava i suoi 9 milioni di abitanti fosse ancora sconosciuta: nessuna segnalazione di guasti alle centrali elettriche in funzione. Dal punto di vista del regime comunista guidato da Diaz Canel, il successore dei Castro, la colpa va attribuita unicamente al blocco petrolifero imposto dall’amministrazione Trump, a partire dalla deposizione del dittatore venezuelano Maduro, il principale fornitore straniero di greggio. Circa il 90% del sistema di produzione di energia elettrica di Cuba dipende dal petrolio, e Cuba produce solo il 40% del proprio fabbisogno totale.

La popolazione inizia a non credere più alla versione ufficiale. Lo scorso fine settimana, centinaia di manifestanti, al grido di “Libertà! Libertà!” hanno sfidato la polizia e marciato sul commissariato di Morón, una città di circa 70mila abitanti, nella regione nord-orientale di Cuba, dopo più di 30 ore di blackout. I manifestanti hanno poi marciato verso le sedi del Partito Comunista al potere, secondo quanto riportato dal governo cubano e confermato da alcuni video circolati sui social media. I residenti hanno lanciato pietre contro l'edificio e hanno tentato di incendiarlo. Altri si sono arrampicati sul secondo piano e hanno gettato in strada carte e mobili, che poi hanno dato alle fiamme.

Secondo Cubalex, un'organizzazione statunitense per i diritti umani, le proteste politiche sono aumentate da 31 a gennaio a 60 a febbraio e a 130 nella prima metà di marzo. Inutile il tentativo di regime di censurare la protesta. Yoani Sanchez, una delle più note blogger dissidenti cubane, è riuscita comunque a diffondere le immagini. Per questo, da una settimana, è sotto stretta sorveglianza, praticamente condannata agli arresti domiciliari, con un agente della polizia politica che staziona davanti alla porta del suo condominio.

Ha ragione il regime a parlare di crisi causata dal blocco americano? O hanno ragione i dissidenti a dar la colpa al regime comunista stesso? La storia recente dà ragione ai dissidenti. Gli abitanti dell'isola sono infatti costretti a sopportare lunghe interruzioni di corrente da anni, da ben prima del blocco petrolifero imposto da Trump. I lunghi blackout sono causati dall'obsolescenza della rete elettrica cubana, dovuta alla mancanza di investimenti. La maggior parte delle centrali elettriche a Cuba è in funzione da circa quarant'anni senza un'adeguata manutenzione e senza investimenti. Le autorità cubane si stanno ora concentrando sul funzionamento di piccole centrali elettriche non collegate alla rete nazionale, che forniscono energia elettrica direttamente ai cosiddetti "centri vitali" come ospedali, impianti di trasformazione alimentare e infrastrutture di telecomunicazione.

Sicuramente il blocco di Trump e soprattutto la fine dei rifornimenti petroliferi dal Venezuela hanno sensibilmente peggiorato la situazione. Da quando è iniziata l’attuale crisi petrolifera, le lezioni universitarie sono state sospese e il trasporto pubblico drasticamente ridotto. La maggior parte del turismo si è fermata, con le compagnie aeree che hanno sospeso i voli per mancanza di carburante per aerei. Gli ospedali hanno sospeso tutti gli interventi chirurgici tranne quelli di emergenza e gli agricoltori hanno faticato a portare al mercato le loro colture.

La classe dirigente cubana reprime la protesta e invita alla resilienza, all’interno. Ma all’estero dialoga con gli Usa. Colloqui riservati con l’amministrazione Trump sarebbero in corso nell’isola caraibica di St. Kitts. Díaz-Canel ha avviato il rilascio di un gruppo di 51 prigionieri cubani, molti dei quali attivisti e manifestanti incarcerati, come segno di buona volontà.

Dall’altra parte della barricata, invece, è l'estrema sinistra americana (ed un pezzo di quella europea) che solidarizza con il regime, dimostrandosi più realista del re. Come per Gaza, è salpata una nuova flottiglia di barche, con aiuti umanitari a bordo: la “Nuestra America convoy”, salpata dal Messico lo scorso 20 marzo. Paradossalmente ad animare la flottiglia e a solidarizzare con l’isola caraibica rimasta priva di petrolio è proprio Greta Thunberg. La stessa che aveva dedicato una vita a lottare contro i combustibili fossili. Almeno, in un momento di realismo, si deve essere resa conto che senza petrolio si muore.






domenica 22 marzo 2026

Teofantasie vaticane sulla questione femminile





by Aldo Maria Valli, 21 mar 2026


A proposito di un documento del Dicastero per la dottrina della fede


di Martin Grichting

Con l’approvazione di papa Leone XIV, il 10 marzo 2026 la Santa Sede ha pubblicato un documento inquietante dal titolo «La partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa». Il documento è a cura del Dicastero per la dottrina della fede.

Non si tratta di stabilire se i laici possano esercitare la potestà di governo nella Chiesa. Come già indica il titolo, questo tema viene piuttosto considerato dal punto di vista della possibilità che le donne possano esercitare la potestà di governo. Non si cerca quindi un approfondimento teologico riguardante la missione dei laici. Si tratta piuttosto dell’intenzione di concedere alle donne una presunta «giustizia di genere». Ciò dimostra già che l’interesse non è teologico, ma ideologico. Un criterio estraneo alla questione è la motivazione del tentativo di modificare la dottrina della Chiesa.

Il documento non è solo sconcertante, ma è anche rivelatore. Infatti, in passato è stato più volte affermato che la nomina di una «prefetta» del Dicastero per i religiosi costituisse un caso eccezionale. Il papa, in quanto detentore della suprema autorità primaziale, le avrebbe conferito tale incarico in modo unico. Questo procedimento non sarebbe quindi applicabile alle diocesi e alle parrocchie. Ora, nel documento si sottolinea più volte che l’operato del papa costituisce un «modello» per la Chiesa universale (Seconda Parte, II, nn. 20, 25 e 28 b.). Si tratterebbe di attuare qualcosa di simile nelle Chiese particolari, ad esempio attraverso «delegati» episcopali equivalenti al vicario generale. La rassicurazione secondo cui si tratterebbe solo del caso speciale della Curia romana è stata quindi una fake news.

Il verdetto è inequivocabile: il Dicastero per la dottrina della fede prende le distanze dal Concilio Vaticano II e fa un passo indietro rispetto ad esso. L’ultimo Concilio ha risolto la questione, già in sospeso sin dal Concilio di Trento, relativa alla natura teologica della consacrazione episcopale. E con ciò ha chiarito nella sua funzione di Magistero anche la questione della possibilità di conferire la potestà di governo ai laici. Secondo il chiarimento fornito dall’ultimo Concilio, il vescovo non è il sacerdote giuridicamente perfezionato, poiché questi avrebbe già ricevuto la pienezza del sacramento dell’ordine. È invece la consacrazione episcopale stessa a conferire la pienezza del sacramento dell’ordine. E con l’ufficio di santificare essa trasmette anche gli uffici di insegnare e di governare («Lumen gentium», n. 21). Il sacramento dell’ordine conferisce quindi una «ontologica partecipazione» ai sacri uffici. Papa Paolo VI lo ha chiarito nella «Nota explicativa praevia», che è parte integrante della LG (n. 2). Il governo della Chiesa trova quindi il suo fondamento nel sacramento e viene concretizzato in un secondo momento dal diritto, in quanto il papa assegna a un vescovo, e il vescovo a un sacerdote, tramite strumenti giuridici, un compito concreto in cui essi esercitano il loro dono sacramentale, compreso quello del governo. Ai laici, e non solo alle donne, manca quindi il presupposto decisivo per esercitare la potestà di governo.

Se si esamina ora il documento del Dicastero per la dottrina della fede, la situazione diventa bizzarra. La sua pubblicazione avviene nel contesto di un «Sinodo dei vescovi». La forma più alta di sinodalità è tuttavia un concilio ecumenico, ma il Concilio Vaticano II non viene nemmeno citato dal Dicastero nel testo principale relativo alla questione della «Potestas sacra» (Seconda Parte, II). Ciò avviene solo nell’Appendice V. Ma ciò non ha alcuna ripercussione sul discorso del Dicastero. Anzi, la dottrina del Concilio viene definita dal Dicastero come «linea di pensiero» e come «punto di vista» degli autori (Appendice V, nn. 18‒20). Il Concilio Vaticano II si trova quindi, secondo il Dicastero per la dottrina della fede, allo stesso livello delle opinioni delle scuole teologiche.

Dopo che il magistero del Concilio Vaticano II è stato di fatto dichiarato in questo modo non più vincolante, si pone la questione di come si possa giustificare il fatto che i laici possano esercitare la potestà di governo. Contrariamente al Concilio Vaticano II, il Dicastero per la dottrina della fede non vede più l’abilitazione a farlo esclusivamente nel sacramento dell’ordine, ma anche nel battesimo e nei carismi dello Spirito Santo.

Si sostiene che già il battesimo crei una «capacitas» per esercitare la potestà di governo (Seconda Parte, II, n. 23 e Appendice V, n. 20). Attraverso l’incarico giuridico conferito dall’autorità, i laici avrebbero poi ricevuto la «habilitas» per l’esercizio di un ufficio. La stessa «habilitas» veniva conferita ai chierici attraverso il sacramento dell’ordine. Questi giochi di parole non possono nemmeno essere definiti distinzioni sofistiche. Si tratta di pura teofantasia. Infatti, l’affermazione secondo cui già il battesimo creerebbe il fondamento per ricevere la potestà di governo è un’invenzione «ex nihilo», per la quale non vi è alcun punto di appoggio nella dottrina della Chiesa.

Per il Dicastero per la dottrina della fede, il fondamento dell’argomentazione non è più la dottrina della Chiesa, ma il protestantesimo. Lo adatta per giungere al risultato desiderato. Già Martin Lutero, nel suo scritto «An den christlichen Adel deutscher Nation» (Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca) del 1520, aveva dichiarato: «Chiunque sia uscito dal battesimo può vantarsi di essere già stato ordinato sacerdote, vescovo e papa, anche se non è dato a chiunque esercitare tale ministero» («D. Martin Luthers Werke», Weimar 1888, vol. 6, p. 408). In effetti, secondo la «logica» del Dicastero per la dottrina della fede, un laico potrebbe esercitare l’ufficio del parroco, del vicario generale, del vescovo, del prefetto di curia e del papa, semplicemente tramite un incarico giuridico. E se si vuole o si deve sostenere che, in base all’«Ordinatio sacerdotalis» (1994), alle donne continui ad essere impedito il ricevimento del sacramento dell’ordine, esse potrebbero avvalersi di un vicario o di un vescovo ausiliare per far svolgere i compiti cultuali del loro ufficio. Ciò non cambierebbe nulla alla loro autorità di governo. Infatti, il Dicastero per la dottrina della fede ha chiarito – come esposto – che la «potestas sacra» è una sola e ovunque la stessa, sia per il Papa che per il vescovo diocesano. Anche la distinzione della «potestas sacra» in «propria» e «vicaria» è una mera distinzione di diritto canonico. Esiste una sola «potestas sacra». E non si dovrebbe dire, tra l’altro, che non abbiamo già avuto tutto questo. 

Nel Medioevo, come è noto, si verificò il grave abuso per cui numerosi vescovi esercitavano la potestà di governo senza essere stati ordinati sacerdoti o vescovi. Il Dicastero per la dottrina della fede sembra rimpiangere quei tempi in cui la dottrina sull’ufficio episcopale non era ancora stata sufficientemente chiarita. L’unica novità sarebbe solamente che, in base al parere del Dicastero, ora potrebbero esserci anche vescovi laici donne, in extremis persino una papessa laica. Non sarebbe una piccola ironia se un monaco agostiniano del XXI secolo completasse in questo senso l’opera di un monaco agostiniano del XVI secolo.

Non meno assurda è la seconda variante proposta dal Dicastero per la dottrina della fede: i carismi sarebbero il fondamento che consente ai laici di esercitare la potestà di governo: «Accanto alla via sacramentale e distinta da quest’ultima, vi è la via carismatica che può essere percorsa in modo fruttuoso per aprire nuovi spazi di partecipazione per i fedeli laici, e per le donne in particolare». I laici possono quindi esercitare la potestà di governo sulla base dei doni dello Spirito Santo (Seconda Parte, II, n. 25). Il carisma dello Spirito Santo conferisce loro questa capacità, indipendentemente dal sacramento dell’Ordine.

Questo tema apre un ampio campo che si estende fino alla teologia trinitaria. Se si prende ancora sul serio il «Filioque» del Credo, è chiaro che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio e non agisce accanto a quest’ultimo né indipendentemente da esso. La Congregazione per la dottrina della fede ha quindi ricordato alcuni fatti elementari nel documento «Iuvenescit Ecclesia» del 2016: «In realtà, ogni dono del Padre implica il riferimento all’azione congiunta e differenziata delle missioni divine: ogni dono viene dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. (…). Per questo lo Spirito Santo non può in alcun modo inaugurare una economia diversa rispetto a quella del Logos divino incarnato, crocifisso e risorto. Infatti, tutta l’economia sacramentale della Chiesa è la realizzazione pneumatologica dell’Incarnazione. (…). Il legame originario tra i doni gerarchici, conferiti con la grazia sacramentale dell’Ordine, e i doni carismatici, liberamente distribuiti dallo Spirito Santo, ha pertanto la sua radice ultima nella relazione tra il Logos divino incarnato e lo Spirito Santo, che è sempre Spirito del Padre e del Figlio. Proprio per evitare visioni teologiche equivoche che postulerebbero una “Chiesa dello Spirito”, diversa e separata dalla Chiesa gerarchica-istituzionale, occorre ribadire come le due missioni divine si implichino vicendevolmente in ogni dono elargito alla Chiesa. In realtà, la missione di Gesù Cristo implica, già al suo interno, l’azione dello Spirito» (n. 11).

Non esiste quindi una «via carismatica» «accanto» e «distinta» dalla «via sacramentale», per quanto riguarda l’essenza della Chiesa, il Corpo di Cristo, e il suo governo radicato nel sacramento. Con la sua affermazione contraria, il Dicastero per la dottrina della fede contraddice sé stesso. Ciò che propone di recente è pura teofantasia.

La negazione della dottrina della Chiesa secondo cui il governo nella Chiesa è trasmesso sacramentalmente e solo in secondo luogo richiede una più precisa definizione giuridica non è nuova. Ciò si riflette negli scritti di Joseph Ratzinger degli anni Settanta del XX secolo. Ma è chiaro che coloro che considerano il Concilio Vaticano II solo come un’espressione di opinione non vincolante provano una vera e propria repulsione fisica nel recepire il futuro papa Benedetto XVI. Si può quindi cercare di venir loro incontro in un altro modo. Alla seconda edizione del «Lexikon für Theologie und Kirche» sono stati aggiunti, dopo il Concilio, tre volumi supplementari contenenti i testi conciliari. Si è colta l’occasione per coinvolgere come commentatori alcuni dei principali consultori del Concilio Vaticano II. La LG 21 è stata commentata da Karl Rahner. Egli ha definito il fatto che con il sacramento dell’ordine viene conferito anche l’ufficio di governare come un «progresso teologico (…) rispetto alla teologia delle usuali scuole teologiche». E proseguì: «La legittima distinzione tra potestas ordinis e potestas iurisdictionis veniva infatti comunemente interpretata nel senso che la potestas ordinis fosse conferita mediante l’ordinazione sacramentale, mentre la potestas iurisdictionis fosse conferita originariamente ed esclusivamente tramite la missio canonica da parte del papa o di altri detentori del potere sovrano. L’unità intrinseca dei due poteri e, di conseguenza, l’ultima comunanza della loro essenza non risultavano così evidenti. La Costituzione [LG. n. 21] afferma ora (utilizzando lo schema dei tre uffici) che tutti e tre i munera (sanctificandi, docendi, regendi [= governo]) sono conferiti dalla stessa ordinazione». E Rahner riassumeva: «È quindi chiara l’unità di tutte le potestà ministeriali nella Chiesa, il radicamento sacramentale e la natura pneumatica di tutte le potestà (quindi anche di quelle giuridiche!). Anche la dottrina e il diritto sono “spirituali” e hanno nella Chiesa il loro fondamento nella grazia, che si manifesta sacramentalmente» («Lexikon für Theologie und Kirche», 2ª ed., Friburgo – Basilea – Vienna 1966, volume supplementare I, pp. 219 sgg., sottolineatura nell’originale).

Chi invece rifiuta il Concilio Vaticano II trasforma la Chiesa in una macchina giuridicamente ordinata, che funziona come un’impresa industriale e come lo Stato. Essa possiede inoltre una dimensione cultuale. Per questo motivo esistono due ordini di governo nella Chiesa. Gli uni agiscono in nome del gerarca che li ha legalmente incaricati. Gli altri agiscono in virtù del sacramento dell’ordine «in persona Christi». Fatti che dividono la Chiesa in questo senso, la desacralizzano, la riducono a ente giuridico e la secolarizzano, sono stati creati sotto papa Francesco, analogamente ai gravi abusi del Medioevo che sfociarono nella Riforma. Allora come oggi si tratta quindi della stessa cosa: quando si sopprime la natura sacramentale della Chiesa, la si secolarizza. Come possono le persone vedere ancora l’opera divina in una Chiesa secolarizzata? I credenti tra loro la cercheranno anche oggi altrove.

La suprema autorità della Chiesa sta già segando il ramo su cui è seduta in questo senso. Ma non è tutto. Infatti, alla luce delle manipolazioni fondamentali descritte, la dottrina della fede appare come una pasta modellabile che può essere plasmata secondo le esigenze del momento. Le conseguenze finali non sono la giuridicizzazione, la desacralizzazione e la secolarizzazione della Chiesa. Ma si invia il seguente segnale: siamo noi i padroni sulla vostra fede (2 Cor 1,24). La dottrina deve servire a scopi estranei alla Chiesa, come la «giustizia di genere». A tal fine viene modellata. Herbert Haag ha scritto un libro: «Addio al diavolo. Meditazioni teologiche». Il governo supremo della Chiesa sta attualmente scrivendo un’opera molto più fondamentale: «Addio a Dio. Manipolazioni genderiste». Perché se la Chiesa si contraddice su questioni centrali della fede, tutto è in discussione. E lo spirito tanto invocato è ormai solo lo spirito dei padroni.

Il Dicastero per la dottrina della fede ha confermato la validità della tesi di Carl Schmitt: «È sovrano chi decide sullo stato di emergenza». Infatti, l’immagine del papa delineata dal Dicastero corrisponde a questo: egli può fare e non fare ciò che vuole. È il sovrano incontrastato, a cui non importa nemmeno la dottrina di un concilio ecumenico. Il diritto del più forte trionfa sulla fede. «Si veut le roi, si veut la loi» (Se lo vuole il re, lo vuole la legge). Così il giurista Antoine Loysel (1536-1617) ha sintetizzato l’assolutismo monarchico francese. Questo principio dovrebbe ora essere anche la nuova forma suprema di sinodalità.






Domenica di Passione ("Iúdica me")


Domenica di Passione



domenica 22 marzo 2026



Oggi, se udirete la voce del Signore, non indurite i vostri cuori.

Intróitus

Ps. 42, 1-2 - Iúdica me, Deus, et discérne cáusam meam de gente non sancta: ab hómine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus, et fortitúdo mea. Ps. 42, 3 - Emítte lucem tuam et veritátem tuam: ipsa me deduxérunt, et adduxérunt in montem sanctum tuum, et in tabernácula tua.
(Omíttitur: Glória Patri…)
Ps. 42, 1-2 - Iúdica me, Deus … Introito
Sal. 42, 1-2 - Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: liberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza. Sal. 42, 3 - Manda la tua luce e la tua verità: esse mi guidino al tuo santo monte e ai tuoi tabernacoli.
(Si omette il: Gloria al Padre…)
Sal. 42, - Fammi giustizia, o Dio

L’insegnamento della Liturgia

La santa Chiesa comincia oggi il Mattutino con queste gravi parole del Re Profeta. Una volta i fedeli si facevano un dovere d’assistere all’ufficiatura notturna, per lo meno le Domeniche e le Feste, perché ci tenevano a non perdere nessun insegnamento della Liturgia. Ma dopo tanti secoli la casa di Dio non fu più frequentata con quell’assiduità che formava la gioia dei nostri padri; e un po’ alla volta anche il clero cessò di celebrare pubblicamente gli uffici che non erano più seguiti. All’infuori dei Capitoli e dei Monasteri, non si sente più risuonare il coro così armonioso della lode divina, e le meraviglie della Liturgia non sono più conosciute dal popolo cristiano che in una maniera imperfetta.

Lamento del Signore

Questo è un motivo per noi di presentare all’attenzione dei lettori alcuni tratti dell’Ufficio, che altrimenti sarebbero per loro come se non esistessero. Che cosa c’è oggi di più adatto a commuoverli dell’avvertimento che la Chiesa prende da David per rivolgerlo a noi, e che ripeterà ogni mattina fino al giorno della Cena del Signore? Peccatori, ci dice, oggi che cominciate a sentire la voce gemebonda del Redentore, non siate così nemici di voi stessi da lasciare i vostri cuori nell’ostinazione. Il Figlio di Dio sta per darvi l’ultima e più viva dimostrazione di quell’amore che lo portò dal cielo sulla terra; s’avvicina la sua morte; è pronto il legno per l’immolazione del nuovo Isacco; rientrate in voi stessi e non permettete che il vostro cuore, emozionato forse per un istante, ritorni alla sua consueta durezza. Sarebbe il più grande pericolo. Questi anniversari hanno l’efficacia di rinnovare le anime, le quali cooperano con la loro fedeltà alla grazia che ricevono; ma aumentano l’insensibilità di coloro che li lasciano passare senza convertirsi. “Se oggi dunque udrete la voce del Signore non indurite i vostri cuori” (Sal. 94, 8).

Ultimi giorni della vita pubblica di Gesù

Durante le precedenti settimane abbiamo visto crescere ogni giorno più la malizia dei nemici del Salvatore. Li irrita la sua presenza e la sua stessa vista; si ha quasi la sensazione che l’odio ch’essi comprimono nei loro cuori non aspetti che il momento per esplodere. La bontà e la dolcezza di Gesù continuano ad avvicinare a lui le anime semplici e rette; mentre l’umiltà della sua vita e l’inflessibile purezza della sua dottrina allontanano sempre più il Giudeo superbo che sogna un Messia conquistatore, ed il Fariseo che non teme di travisare la legge per farla strumento delle sue passioni. Tuttavia Gesù continua l’opera dei miracoli; i suoi discorsi sono impressi di nuova forza; con le profezie minaccia la città ed il famoso tempio del quale non rimarrà pietra su pietra. I dottori della legge, almeno, potrebbero riflettere, esaminare queste opere meravigliose che rendono testimonianza al Figlio di David, e rileggere tanti oracoli divini che si compirono in lui fino a questo momento con la massima fedeltà. Ahimé! anche questi oracoli stanno per compiersi fino all’ultimo iota. David ed Isaia non predissero un apice delle umiliazioni e dei dolori del Messia, che questi uomini accecati non s’affrettassero a realizzare.

Ostinazione della sinagoga e del peccatore

In essi dunque si compì il detto: “Chi avrà sparlato contro il Figlio dell’Uomo sarà perdonato, ma chi avrà sparlato contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questa vita né in quella futura” (Mt. 12, 32). La sinagoga corre verso la maledizione. Ostinata nel suo errore, non vuole ascoltare né vedere più niente; ha falsificato a suo piacimento la propria sentenza, ha spento in sé la luce dello Spirito Santo; e la vedremo scendere, di gradino in gradino, sulla china dell’aberrazione, fino all’abisso. Triste spettacolo al quale assistiamo spesso, anche ai nostri giorni, nei peccatori che, a forza di resistere alla luce di Dio, finiscono per assopirsi nelle tenebre! E non ci stupisce di ravvisare in altri uomini i tratti che osserviamo negli autori del dramma che sta per compiersi. La storia della Passione del Figlio, di Dio ci fornirà più d’una lezione sui segreti del cuore umano e delle sue passioni. Né potrebbe essere altrimenti: perché ciò che avviene a Gerusalemme si rinnova nel cuore dell’uomo peccatore. Questo cuore è un Calvario, sul quale, secondo l’espressione dell’Apostolo, Gesù Cristo è molte volte crocifisso. La stessa ingratitudine, lo stesso acciecamento, la stessa follia; con la differenza che il peccatore, quando è schiarito dai lumi della fede, sa chi mette in croce; mentre i Giudei, come dice anche San Paolo, non conoscevano come noi questo Re di gloria (I Cor. 2, 8) che fu confitto in croce. Seguendo perciò la narrazione dei fatti evangelici che giorno per giorno ci verranno messi sotto gli occhi, la nostra indignazione contro i Giudei si rivolga anche contro noi stessi e i nostri peccati. Piangiamo sui dolori della vittima, noi, che con le nostre colpe abbiamo reso necessario un tal sacrificio.

Il ritiro di Gesù

In questo momento, tutto c’invita alla tristezza. Perfino la croce sull’altare è nascosta dietro un velo, e le immagini dei Santi sono coperte; “la Chiesa è in attesa della più grande sciagura. Non attira più la nostra attenzione sulla penitenza dell’Uomo-Dio; solo trema al pensiero dei pericoli che lo circondano. Leggeremo fra poco nel Vangelo che il Figlio di Dio stava per essere lapidato come un bestemmiatore; ma non essendo ancora giunta l’ora sua, dovette fuggire e nascondersi. Un Dio nascondersi, per evitare la collera degli uomini! Quale capovolgimento! È forse debolezza, o timore della morte? Sarebbe una bestemmia il solo pensarlo, mentre presto lo vedremo manifestarsi apertamente dinanzi ai suoi nemici. Si sottrasse in quel momento alla rabbia dei Giudei, perché non s’era ancora adempiuto in lui tutto ciò ch’era stato predetto. Del resto, non è sotto una pioggia di pietre ch’egli dovrà spirare, ma sull’albero della maledizione, che d’ora in poi diventerà l’albero della vita.

Adamo e Gesù

Umiliamoci nel vedere il Creatore del cielo e della terra sottrarsi alla vista degli uomini per non incorrere nella loro rabbia. Pensiamo al giorno del primo peccato, quando Adamo ed Eva colpevoli pure si nascosero nel vedersi nudi. Gesù è venuto per garantire loro il perdono; ed ecco che anche lui si nasconde, non perché sia nudo, Lui che per i Santi è la veste della santità e dell’immortalità, ma perché s’è fatto debole, per dare a noi la forza. I nostri progenitori si sottrassero agli sguardi di Dio; Gesù si nasconde agli occhi degli uomini; ma non sarà sempre così. Verrà il giorno in cui i peccatori, nel vedere chi oggi sembra fuggire, rivolgeranno le loro implorazioni alle rocce e alle montagne e le supplicheranno di cadere sopra di loro per scomparire dalla sua vista; ma questa loro brama rimarrà sterile, e loro malgrado “vedranno il Figlio dell’uomo venir sulle nubi del cielo con gran potenza e gloria” (Mt. 24, 30).
Questa Domenica è chiamata Domenica di Passione, perché oggi la Chiesa comincia ad occuparsi espressamente dei patimenti del Redentore. È detta anche Domenica Judica, dalla prima parola dell’Introito della Messa; e infine della Neomenia, cioè della nuova luna, perché la Pasqua cade sempre dopo la luna nuova, la quale serve a fissare tale festa.

Nella Chiesa greca questa Domenica non ha altro nome che quello di Quinta Domenica dei santi digiuni.
La Stazione, a Roma, è nella Basilica di S. Pietro. L’importanza di tale Domenica, che non cedeva a nessuna festa, per quanto solenne, esigeva che la funzione avesse luogo nel più augusto tempio della città eterna.

Messa

EPISTOLA (Ebr. 9, 11-15). 

Fratelli; Cristo venuto come pontefice dei beni futuri, attraversando un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè non di questa creazione, non col sangue dei capri e dei vitelli, ma col proprio sangue entrò una volta per sempre nel Santuario, dopo aver ottenuta la redenzione eterna. Or se il sangue dei capri e dei tori e la cenere di vacca, aspergendo gl’immondi, li santifica quanto alla purità della carne, quanto più il sangue di Cristo che per lo Spirito Santo ha offerto se stesso immacolato a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, per servire a Dio vivo? E per questo Egli è mediatore d’una nuova alleanza, affinché, interposta la sua morte per redimere le prevaricazioni avvenute sotto la prima alleanza, i chiamati ricevano la promessa dell’eterna eredità di Gesù Cristo nostro Signore.

La salvezza nel sangue d’un Dio

Solo col sangue l’uomo può essere riscattato. La divina maestà offesa non si placherà che per lo sterminio della creatura ribelle, il cui sangue sparso sulla terra con la propria vita renderà testimonianza del suo pentimento della sua profonda umiliazione dinanzi a colui contro il quale s’è ribellata. Altrimenti la giustizia di Dio dovrà essere compensata con l’eterno supplizio del peccatore. Tutti i popoli lo hanno compreso, dal sangue degli agnelli di Abele fino a quello che colava a fiotti nelle ecatombi della Grecia e nelle innumerevoli immolazioni con le quali Salomone inaugurò la dedicazione del suo tempio. Nondimeno Dio disse: “Ascolta, o popolo mio, che vo', parlarti, o Israele, che ti ho da avvertire: Io sono Dio, il tuo Dio. Non ti rimprovererò per i tuoi sacrifici: i tuoi olocausti mi stan sempre davanti. Non ho bisogno di prendere i vitelli della tua casa, né dal tuo gregge i capri, perché mie son le fiere dei boschi, il bestiame che pascola sui monti e i bovi. Conosco tutti gli uccelli dell’aria, e la bellezza dei campi è la mia disposizione. Dato che avessi fame, non verrei a dirlo a te, perché mio è l’universo e tutto ciò che contiene. Mangerò forse carni di tori e berrò sangue di capri?” (Sal. 49, 7-13). Così Dio ordina sacrifici cruenti, ma dichiara che non sono niente ai suoi occhi. Vi è forse una contraddizione? No: Dio vuole che l’uomo comprenda che non può essere riscattato che col sangue, e che nello stesso tempo il sangue degli animali è troppo grossolano per operare un tale riscatto. Sarà allora il sangue dell’uomo a placare la divina giustizia? Non basta: perché il sangue dell’uomo è impuro e macchiato; ed anche se fosse puro, sarebbe impotente a risarcire l’oltraggio fatto a un Dio. Occorre il sangue d’un Dio; e Gesù viene a spargere il suo.

In lui sta per realizzarsi la più grande figura dell’antica legge. Una volta l’anno, infatti, il pontefice entrava nel Santo dei Santi ad intercedere per il popolo. Penetrava oltre il velo, e si trovava al cospetto dell’Arca santa; ma gli era concesso tale favore solo a condizione d’entrare in quel sacro asilo recando fra le mani il sangue della vittima da lui immolata. In questi giorni il Figlio di Dio, il Pontefice per eccellenza, sta per fare ingresso in cielo, e noi pure vi entreremo dietro a lui; ma per far questo dovrà presentarsi col sangue nelle mani, e questo sangue non può essere che il suo. Così lo vedremo adempiere questa divina volontà. Apriamo dunque le nostre anime, affinché questo sangue, come ci ha detto l’Apostolo, “purifichi la nostra coscienza dalle opere di morte, per servire a Dio vivo”.

VANGELO (Gv. 8, 46-59). 

In quel tempo: Gesù diceva alla turba dei Giudei: Chi di voi mi potrà convincere di peccato? Se io dico la verità perché non mi credete? Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio. Per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio. Replicarono i Giudei: Non diciamo con ragione che tu sei un Samaritano e indemoniato? Gesù rispose: Io non sono indemoniato, ma onoro il Padre mio e voi mi vituperate. Ma io non cerco la mia gloria, c’è chi ne prende cura e ne giudica. In verità, vi dico: chi osserva i miei comandamenti non vedrà morte in eterno. Gli dissero allora i Giudei: Ora vediamo bene che tu sei posseduto da un demonio. Abramo è morto, così pure tutti i profeti e tu dici: Chi osserva i miei comandamenti non vedrà morte in eterno.

Sei forse tu da più del padre nostro Abramo, il quale è morto? Ed anche i Profeti sono morti. Chi credi mai tu di essere? Gesù rispose: Se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla: vi è a glorificarmi il Padre mio, il quale voi dite che è il vostro Dio; ma non lo avete conosciuto. Io sì che lo conosco, e se dicessi che non lo conosco, sarei, come voi, bugiardo. Ma io lo conosco ed osservo le sue parole. Abramo, vostro padre, sospirò di vedere il mio giorno: lo vide e ne tripudiò. Gli opposero i Giudei: Non hai ancora cinquant’anni e hai veduto Abramo? Gesù rispose loro: In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse nato, io sono. Dettero allora di piglio alle pietre per tirarle contro di lui, ma Gesù si nascose, ed uscì dal tempio.Indurimento dei Giudei.

Come si vede, la rabbia dei Giudei è giunta al colmo, e Gesù è costretto a dileguarsi davanti a loro. Fra poco lo faranno morire; ma come è differente la loro sorte dalla sua! Per obbedienza ai decreti del Padre celeste, e per amore degli uomini, egli si darà nelle loro mani, ed essi lo metteranno a morte; ma uscirà vittorioso dalla tomba, salirà al cielo e andrà a sedersi alla destra del Padre. Essi invece, sfogata la loro rabbia, s’addormenteranno senza rimorso fino al terribile risveglio che sarà loro preparato. Naturalmente è fatale la condanna di questi uomini. Guardate con quale severità parla loro Gesù: “Voi non ascoltate la parola di Dio, perché non siete da Dio”. Ma vi fu un tempo ch’essi erano da Dio: perché il Signore dà a tutti la sua grazia; ma essi frustrarono questa grazia, ed ora si agitano fra le tenebre, e non vedranno più la luce che hanno disprezzata.

“Voi dite che il Padre è vostro Dio; ma non lo avete conosciuto”. Misconoscendo il Messia, la sinagoga è arrivata al punto di non conoscere più lo stesso Dio unico e sovrano, del cui culto andava così fiera; se infatti conoscesse il Padre, non rigetterebbe il Figlio. Mosè, i Salmi, i Profeti sono per lei lettera morta; perciò questi libri divini passeranno presto nelle mani d’altri popoli, che sapranno leggerli e comprenderli. “Se dicessi di non conoscere il Padre, sarei, come voi, bugiardo”. Nella durezza del linguaggio di Gesù s’intravide già l’ira del giudice che verrà nell’ultimo giorno a fracassare a terra la testa dei peccatori. Gerusalemme non ha conosciuto il tempo della sua visita; il Figlio di Dio è venuto da lei, ed essa osa dirlo “posseduto dal demonio”. Rinfaccia al Figlio di Dio, al Verbo eterno che dimostra la sua origine divina coi più strepitosi miracoli, che Abramo ed i Profeti sono da più di lui. Incredibile accecamento che proviene dalla superbia e dalla durezza del cuore! Venuta la Pasqua, questi uomini mangeranno religiosamente l’agnello figurativo; e sanno che quest’agnello è simbolo che si deve realizzare. Il vero agnello sarà immolato proprio dalle loro mani sacrileghe, e non lo riconosceranno; il sangue sparso per loro perciò non li salverà. La loro sventura ci porta col pensiero a tanti peccatori induriti, per i quali la Pasqua di quest’anno sarà sterile di conversione come quella degli anni precedenti. Raddoppiarne le nostre preghiere per loro e domandiamo che il sangue divino ch’essi mettono sotto i piedi non gridi un giorno contro di loro dinanzi al trono del Padre celeste.

Preghiamo

Riguarda propizio, o Dio onnipotente, la tua famiglia; affinché sia sostenuta nel corpo per tua bontà e sia custodita nell’anima per la tua grazia.



(da: P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. - I. Avvento. Natale. Quaresima. Passione, trad. it. P. GRAZIANI, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 638-644.)






sabato 21 marzo 2026

ONU. Pro Vita Famiglia: Italia affossa definizione biologica di genere



Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia.


Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, riceviamo dagli amici di Pro Vita & famiglia questo messaggio che portiamo alla vostra attenzione. L’ennesima delusione di questo governo…. Buona lettura e condivisione.

§§§




COMUNICATO STAMPA


 Tajani riferisca subito



Pro Vita & Famiglia esprime sdegno e rammarico per l’ennesimo voto pro gender della delegazione italiana alla Commissione ONU sullo Status delle Donne (CSW70) che si è conclusa oggi a New York. «L’Italia ha vergognosamente votato sì alla proposta del Belgio di non intervenire – quindi de facto di boicottare e affossare – su un’altra proposta, quella degli USA, dal titolo “Protezione di donne e ragazze attraverso una terminologia appropriata” che non chiedeva nulla di nuovo né di assurdo, ma anzi di ovvio, ovvero che la parola «genere» venisse interpretata nel senso scientifico, naturale e biologico del termine e nel senso che fu concordato a Pechino nel 1995, quando 189 paesi – tra cui la stessa Italia – la sottoscrissero» dichiara Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia.

«Questo secondo voto, dopo quello del 9 marzo scorso, quando l’Italia si è accodata all’approvazione del documento finale che parla di aborto come “diritto”, di donne trans equiparate alle vere donne e di finanziamenti a lobby Lgbt e transfemministe, conferma che è in atto un tradimento da parte del Governo, sulla scena internazionale, a discapito degli italiani, che nel 2022 hanno votato una maggioranza conservatrice, che si è sempre detta pronta a difendere la famiglia, la vita e la donna, ma che invece non ha avuto questo coraggio all’ONU. Ci aspettiamo chiarimenti immediati da parte del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che aveva la diretta responsabilità di indicare le linee guida alla delegazione italiana e al quale avevamo già chiesto spiegazioni con una PEC formale rimasta senza risposta», conclude Brandi.




Fonte

Tu che tipo di cattolico vuoi essere? Noi abbiamo già scelto… speriamo di riuscirci




Offriamo una tipologia di “cattolici” da cui è nostra intenzione smarcarci. Alla fine indicheremo quella autentica, che ci sforzeremo (non sarà facile) di seguire.




Il cattolico progressista

E’ colui che crede che la Rivelazione s’identifichi con la Storia, anzi afferma che la Storia è la Rivelazione. Nulla è definito né definitivo. Ciò che contraddistingue la Chiesa non è l’appartenenza ad una verità metastorica, perenne ed immutabile, bensì ad un “popolo in cammino”. Da qui la convinzione che la verità possa contraddirsi nel tempo, così come si contraddice la Storia. Ma è un “cattolico” che di fatto taglia il ramo su cui è seduto: se la Chiesa poteva sbagliare in passato, perché dovrebbe avere ragione adesso?

Il cattolico idolatrico della Tradizione

Crede che la Tradizione sia tutto. Considera la Tradizione non solo come fonte remota (il che è giusto), ma anche come fonte prossima della Rivelazione, mettendola, di fatto, al posto del Magistero. Non è raro che in nome del suo tradizionalismo si lasci andare ad un linguaggio irriverente nei confronti delle legittime autorità della Chiesa, cadendo in una palese contraddizione perché è ugualmente tradizione avere rispetto per le legittime autorità.

Il cattolico tradizionalista estetizzante

E’ colui che ama la Tradizione per un motivo puramente “estetico”. Afferma, per esempio, la bellezza della Liturgia Tradizionale, non perché questa sia pienamente rispondente alla Verità Cattolica, quanto perché è più bella, confondendo pertanto l’effetto con la causa.

Il tradizionalista cattolico

Il tradizionalista cattolico non è il cattolico tradizionalista. E’ colui che crede nel valore strumentale del cattolicesimo. Questo, il cattolicesimo, deve servire solo come mezzo per coltivare le proprie affezioni passatiste e tradizionaliste. Il tradizionalista cattolico di fatto trasforma la fede in una “ideologia”.

Il cattolico normalista

Il suo motto è: “Va tutto bene, madama la marchesa!” Guarda l’albero, ma non i frutti. Se i frutti sono amari o bacati dal verme, dice che sono ugualmente buoni. Cerca di convincersene. Li mangia e dice a se stesso: sembrano brutti, ma sono buoni! Fuor di metafora: per il cattolico normalista la crisi della Chiesa è solo un’illusoria impressione.

Il cattolico “benedettiano”

E’ il cattolico un po’ complottista. Per lui le dimissioni di papa Benedetto XVI sarebbero stata una farsa. Questi sarebbe stato costretto a dimettersi e quindi sarebbe rimasto Lui il vero Papa. E’ un cattolico che ingenuamente non coglie la contraddizione: con questi argomenti non difende papa Benedetto XVI, bensì lo svaluta. Se Benedetto XVI fosse stato costretto a dimettersi, perché non ha resistito usque ad mortem com’era suo dovere?

Il cattolico fallibilista

E’ colui che crede che il Papa sia una sorta di optional: c’è o non c’è, è la stessa cosa. Da qui il suo livellamento democraticista: ciò che conta è la base dei fedeli, la “Chiesa siamo noi!”. L’autorità è bene che non esista in quanto errato retaggio del passato. E’, insomma, il cattolico alla Jesus Christ Superstar: figuriamoci se un Gesù anarcoide e proto-rivoluzionario avrebbe pensato ad un capo per la Chiesa!

Il cattolico infallibilista

E’ colui che crede che il Papa non possa dire mai cose sbagliate. Da qui la possibilità di due derive diametralmente opposte: l’acritica accettazione o il sedevacantismo. L’acritica accettazione: tutto ciò che dice il Papa va accettato sempre e comunque. Il sedevacantismo: dal momento che il Papa non può mai sbagliare, eventualmente dovesse affermare cose errate, vuol dire che il Papa non è più Papa.

Il cattolico conservatore “ratzingheriano”

E’ il cattolico “ammalato di “ermenutica”, precisamente di “ermeneutica della continuità”. Parte da un presupposto giusto: la verità non può contraddirsi, dunque non possono contraddirsi nemmeno gli insegnamenti magisteriali. Ma quando poi dovessero individuarsi delle contraddizioni, fa sforzi da “ernia mentale” pur di far quadrare il cerchio e scorgere continuità anche dove l’evidenza dimostra il contrario.

Il cattolico conservatore “ratzingheriano” ribelle

E’ il cattolico che non ha paura di parlare. Vuole denunciare la crisi della chiesa, ma pretende di salvare -anzi enfatizza!- teologi e correnti teologiche che sono state cause della crisi stessa. Insomma, pensa ingenuamente che la crisi sia iniziata solo negli ultimi quattro anni.

Il cattolico per cui “Dio non è cattolico”

E’ il cattolico che crede che Dio sia al di sopra del cattolicesimo stesso. Tutto sommato è convinto che l’essere cattolico abbia solo un valore contestuale e transitorio, riducendolo a pura etichetta. Ma non si accorge di una palese contraddizione: Se Dio non è cattolico, perché allora gli uomini dovrebbero esserlo?

Il cattolico moderato

Crede che siano da evitare sempre e comunque le radicalizzazioni. Finisce con l’essere radicale…nel non essere mai radicale. Non ricerca l’equilibrio, ma il compromesso, che è un’altra cosa. L’equilibrio è la constatazione di ciò che è l’essenza della Verità, è la via di mezzo tra due beni. Il compromesso è cercare un punto intermedio tra il bene e il male. Per cui se la scelta è tra uccidere dieci persone o una, il cattolico moderato –paradossalmente- ne uccide cinque.

Il cattolico moderato di temperamento o di interesse

Può capitare che il cattolico moderato non sia mosso dal “dogma” della moderazione, quanto da meri elementi temperamentali o utilitaristici che lo portano a non prendere decisioni coraggiose e posizioni precise.

Il cattolico autoreferenziale

Il suo credo è trasversale. Va dove ti porta non la fede, ma l’interesse. Se si toccano i prìncipi, si può discutere e negoziare la Verità; ma se si tocca la propria dignità, no. E’ giusto che si combatta, che si rivendichi, che si reagisca quando entrano in gioco le cose che si fanno: Perché a quel dibattito è stato invitato lui e non io? Perché mi hanno dato questa parrocchia, quando meritavo altro? Perché si è parlato di quel libro, e non del mio?…

Il cattolico archeologista

E’ colui che crede che la Chiesa vera sia quella delle origini e non quella che la Tradizione ha costruito e ha abbellito nei secoli. Per lui è necessario la purezza delle origini. Anche se -per esempio- si guarda bene a rispolverare per sé il durissimo stile penitenziario che si praticava e si imponeva in quei tempi. Rimpiange l’epoca pre-costantiniana e perfino le persecuzioni. Non manca di pensare che tutto sommato il Cristianesimo sia una sorta di appendice dell’Ebraismo, fino ad arrivare alla convinzione che il Cattolicesimo così come è, sarebbe una sorta di “invenzione” di san Paolo.

Il cattolico obbedientista

E’ colui che crede che essere cattolico voglia dire obbedire sempre e comunque. Non solo alle leggi disciplinari, come è giusto che sia, ma su tutto. Per cui se dovesse venire un ordine confliggente con la Legge Divina (esempio: Comunione ai divorziati risposati), obbedisce. Il suo argomento è che i Santi hanno sempre obbedito. Giusto, ma sulle cose disciplinari o quando veniva toccata la propria persona. San Pio da Pietrelcina impedì ad alcuni suoi figli spirituali di andare a protestare dal Papa per avergli inflitto provvedimenti disciplinari restrittivi. Ma i Santi non hanno mai agito in tal modo su ciò che toccasse la legge Divina. Sant’Atanasio continuò a predicare e a resistere come Dio voleva che continuasse.

Il cattolico disobbedientista

Tutto ciò che dice papa Caio o monsignor Tizio è da criticare e obliare. Se per esempio papa Caio dice delle cose giuste e parla da Pietro, proprio perché le ha dette lui o monsignor Tizio, che non vanno a genio, non bisogna dirlo o farlo sapere. Il cattolico disobbedientista cade pertanto in una sorta di paranoia: se papa Caio dice qualcosa di errato, apriti cielo! Se dice qualcosa di giusto, apriti cielo! ugualmente, perché l’avrà detto per chissà quali fini…

Il Cattolico della Tradizione o semplicemente: il Cattolico

Il Cattolico della Tradizione si definisce così perché non crede né nella Chiesa del passato né nella Chiesa del presente, o del futuro, ma nella Chiesa di sempre.

Crede che Cristo sia sempre lo stesso, ieri, oggi, sempre.

Il Cattolico della Tradizione crede in ciò che la Chiesa ha sempre affermato. Si rimette alla regola di San Vincenzo da Lerino (V secolo): cioè si rimette a ciò che è stato creduto dappertutto, sempre e da tutti. E se c’è una novità eretica che tenta di contaminare l’intera Chiesa, sceglie, tra l’antico e il nuovo, l’antico (cioè ciò che è stato già definito) e che non può essere alterato da nessuna nuova menzogna.

Il Cattolico della Tradizione non riduce la fede ad ideologia, perché afferma che Dio è tutto; e che la vocazione primaria di ognuno è rendere gloria a Dio, non alle proprie idee o a propri gusti.

Il Cattolico della Tradizione ricerca l’equilibrio e non il compromesso. L’equilibrio tra ciò che è bene, mai il compromesso tra il bene e il male.

Il Cattolico della Tradizione è moderato nella difesa di se stesso e nelle difesa delle sue cose, ma è radicale nella difesa dei prìncipi.

Il Cattolico della Tradizione si rivolge con il rispetto dovuto alle legittime autorità della Chiesa. Non negando, qualora fosse necessario, un richiamo pubblico -ma rispettoso- quando possa essere messa in pericolo la fede e la salvezza delle anime.

Il Cattolico della Tradizione ubbidisce nelle leggi disciplinari, ma, con dolore e decisione rivendica il dovere di “disobbedire” se le direttive che riceve andassero a compromettere la Legge di Dio, perché convinto che bisogna ubbidire prima a Dio e poi agli uomini.

Il Cattolico della Tradizione segue la Liturgia Tradizionale non perché più bella, ma perché pienamente rispondente alla Verità Cattolica. Ne sottolinea sì la bellezza, ma come effetto e non causa della sua cattolicità.

Il Cattolico della Tradizione afferma la Verità sempre e comunque, indipendentemente dal giudizio del Mondo.

Il Cattolico della Tradizione si fa guidare dalla Madre Celeste, tenendosi stretto a Lei per trovare la forza necessaria e seguire il sentiero giusto.

Il Cammino dei Tre Sentieri ha fatto la sua scelta. Vuole appartenere a quest’ultima categoria di cattolici, che poi sono i veri cattolici.

Ma non basta scegliere una volta per tutte. Occorre pregare quotidianamente per esserlo sempre. Il pericolo di rientrare negli altri “modelli” è sempre in agguato. Per tutti. Anche per noi.






venerdì 20 marzo 2026

La Chiesa dell’Amoris Laetitiae e il mondo della Tradizione


12 marzo 2026: un fulmine ha colpito la Basilica di San Pietro
Ecco il video: https://www.facebook.com/share/r/1NSE9bKXpR/


ARTICOLO TRIARII


di Massimo Viglione, 20-03-2026


Il giorno di san Giuseppe Leone XIV ha reso pubblico un Messaggio di celebrazione per il decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitiae di Francesco.

Questo breve documento è una celebrazione acritica dell’Amoris laetitiae, che viene presentata come un “luminoso esempio”, un “messaggio di speranza”, qualcosa di cui “rendere grazie a Dio”, un “insegnamento prezioso”. Anzi, Leone ha anche convocato per il prossimo ottobre i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per progettare la nuova dottrina ecclesiastica – sempre nell’ormai immancabile spirito sinodale, nuova struttura sovversiva dell’attuale Chiesa conciliare – in materia morale alla luce appunto del dettato dell’Amoris laetitiae.

Nel documento di Leone, i passi che aprono alla mutazione della dottrina di sempre e anche al rinnegamento e sovvertimento del Vangelo stesso e quindi dell’insegnamento di Gesù Cristo sull’indissolubilità del matrimonio – indissolubilità che comporta consequenzialmente l’impossibilità all’accesso all’Eucarestia per i divorziati risposati e per le coppie di fatto (di qualsiasi natura e genere siano), non vengono neanche nominati.

E, siccome chi tace acconsente, di fatto vengono accettati come sono. Tradotto: Leone XIV ha fatto propria la rivoluzione a-morale, anti-evangelica e contraria alla legge naturale, di Bergoglio.

Del resto, nello scorso autunno le sue aperture, a dir poco incredibili e sconvolgenti, all’ideologia omosessualista erano già testimonianza inequivocabile della posizione rivoluzionaria di Leone XIV, che solo i finti ciechi che si fanno ciechi potevano fingere di non vedere. Su questo punto specifico, ci permettiamo di far notare come Prevost sia andato oltre Bergoglio.

Il mondo conservatore sta commentando con il solito imbarazzato disappunto questo ultimo documento di Leone XIV, borbottando la solita fraseologia rituale (“inopportuno”, “equivoco”, ecc.), prendendo le distanze, ma alla fine di fatto accettando la realtà per quella che è. Del resto, questo è esattamente il ruolo del mondo conservatore (non solo cattolico): quello di cercare di frenare la Rivoluzione, o di avanzare alcune proteste per la troppa precipitazione, ma al contempo di garantire ogni forma di potere costituito perché possa sempre e comunque portare avanti la Rivoluzione stessa. Quindi, nulla di nuovo sotto al sole: quello che vale nella società, in politica, vale anche nel mondo della Chiesa, fra i cattolici: i conservatori protestano e obbediscono e in questo modo garantiscono la Rivoluzione.

Occorre invece prendere atto che la Rivoluzione del Concilio Vaticano II, con il suo famoso “spirito” della “Nuova Pentecoste” che ha preso il posto del vero unico Spirito Santo, per l’edificazione della “Nouvelle Église” conciliare, procede senza intoppi, sotto la guida dei vari pontefici conciliari che si susseguono. Dopo più di sessant’anni, è impossibile non vederlo.

E se con Bergoglio era più che lecito porsi la questione della legittimità del suo pontificato (per la mai chiarita e pesantissima ambiguità della rinuncia di Benedetto XVI, per i dubbi sulla correttezza dell’elezione di Bergoglio e, soprattutto, per le eresie alla fede da lui pervicacemente insegnate pubblicamente senza alcun ravvedimento nemmeno dinanzi ai Dubia presentati dai cardinali), con Prevost tutto questo, alla luce di quanto ne sappiamo, non può essere fatto valere.

Pertanto, occorre prendere atto che la Cattedra di Pietro celebra e avalla il rinnegamento del Vangelo e della legge naturale. Perché questo è l’Amoris Laetitiae.

Naturalmente, ora si scateneranno i soliti conservatori (e non solo) a distinguere fra insegnamento dogmatico del pontefice e opinione personale del “privato dottore”: senza entrare in queste inveterate discussioni senza soluzione pratica, notiamo solo che, nei fatti, quanto detto nell’Amoris laetitiae è divenuto prassi nella Chiesa conciliare. E ora è pure confermato, e anzi celebrato e programmato per il futuro, anche dal pontefice successore di colui che ha scritto l’Amoris Laetitiae.

Tutto il resto, sono chiacchiere. Questi sono i fatti.

Anzi, possiamo aggiungerne ancora uno, solo per restare al presente immediato. Ormai, dopo che Monsignor Carlo Maria Viganò, sempre il 19 marzo, ha reso noto il suo reiterato tentativo di essere ricevuto da Leone XIV per chiarire la propria posizione, possiamo dirlo: Leone XIV, dopo aver dato all’arcivescovo un appuntamento (con sei mesi di attesa), pochi giorni prima lo ha annullato, senza rinnovare la sua disponibilità all’incontro.

Sulla scia sempre di Bergoglio con il suo “todos, todos, todos”, anche Prevost, che ha ribadito più volte la sua apertura a tutti, intende todos solo per eretici, apostati, sodomiti, genderisti, pagani, esponenti di tutte le altre religioni… ma non certo per i cattolici legati alla Tradizione di sempre. Con loro, non c’è dialogo alcuno.

Anche per quanto concerne le prossime consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X, la cui gerarchie avevano richiesto udienza presso il pontefice, abbiamo visto che è stato loro concessa un’udienza dal Prefetto della Congregazione della Fede, ma senza – come ovvio che fosse – risultato concreto alcuno e sempre sotto la minaccia, apertamente ribadita, della scomunica latae sententiae.

Con il mondo della Tradizione non si dialoga, e se si dialoga, lo si fa pro forma.

A coloro che vivono immersi impenitentemente, e anzi, rivendicandolo come un diritto indiscutibile e pure imponibile al prossimo, nel “peccato che grida vendetta al cospetto di Dio”, si spalancano le porte, perfino gettando la spugna sulla concessione dei sacramenti.

Per coloro che testimoniano la fede di sempre, sforzandosi di vivere seguendo il Vangelo e la legge naturale, che combattono la buona battaglia andando ogni giorno contro il mondo e contro la Rivoluzione anti-umana e pagandone l’alto prezzo, non c’è pietà. Le porte si chiudono, in piena coerenza con il todos bergogliano.

Cosa resta da fare? Inutile litigare su questioni irrisolvibili (“è papa”, “non è papa”, ecc.). Occorre solo seguire il monito lucidissimo dell’ultimo grande santo della Chiesa di sempre: come disse san Pio da Pietrelcina, “quando verranno quei giorni”, resta solo da seguire il Vangelo, la dottrina e il Magistero di sempre, la Tradizione e la legge naturale, frequentando i sacramenti da sacerdoti degni e fedeli, che non sono molti, ma non mancano affatto.

Questo possiamo e dobbiamo fare: restare uniti nella Chiesa di sempre, con la Messa di sempre, seguendo la dottrina di sempre e sostenendo il clero fedele e coerente.

Senza dare spazio ai soliti manipolatori d’anime e divisori interni del mondo della Tradizione, che gettano fango e odio e calunnie per ragioni squisitamente personali (invidie irrisolte, rancori del passato, gelosie, indicibili interessi economici o di carriera, frustrazioni psicologiche), giocando sulla ingenua devozione dei semplici che non riescono a distinguere la verità nella sua pienezza. Tutti costoro risponderanno a Dio del loro operato (e delle loro calunnie e maldicenze, del loro spirito manipolatore e divisorio).

Perché solo Dio può risolvere la immensamente rovinosa e tragica situazione della sua Chiesa. È la “sua” Chiesa, infatti, non appartiene a nessun altro, nemmeno ai papi, che sono i servi del Padrone. E solo il “padrone del campo” può salvare il suo campo, facendo giustizia dei servi infedeli. Noi che siamo gli invitati, dobbiamo andare e restare nella fedeltà all’unico Padrone di sempre e nell’unica Chiesa di sempre, perché “nessun servo è più del suo padrone” (Mt, 10,24), e chi segue il servo infedele, tradisce il Padrone giusto e immutabile nella sua Giustizia e Verità.

Auspichiamo quindi che il mondo della Tradizione, nei giorni sempre più neri (anche nel senso meteorologico del concetto) che viviamo, nella Chiesa come nella società, sappia ritrovare unità di intenti e d’azione, smettendola di “scomunicare” pateticamente e odiosamente gli altri. “Scomuniche” che poi, nella quasi totalità delle volte, si traducono sempre in calunnie o al massimo soggettive e interessate interpretazioni della realtà, che è sempre molto più complessa di come viene descritta.

Questi sono i giorni della fedeltà irriducibile (al Padrone del campo) e della speranza oltre ogni speranza. I giorni che ci richiedono il massimo sforzo per l’unità.

Standoci dentro, in questo mondo, da 35 anni, e conoscendo benissimo gli uomini (chierici e laici) che ne fanno parte (almeno qui in Italia) e le nostre miserie, ridicole pretese e patetiche incostanze, sappiamo perfettamente che questo è solo un pio desiderio irrealizzabile senza la grazia divina. Ma noi lo abbiamo scritto invocando la grazia divina su tutti. Perché ognuno si faccia carico della propria responsabilità nei giorni più terribili della storia della Chiesa e della società umana. A partire da chi scrive.

E perché “nulla è impossibile a Dio”, per l’uomo che ha fede e sinceramente ama e cerca solo la Verità e il Bene. Sono i giorni della speranza eroica in Dio, signore unico della storia e della Chiesa, garante eterno della Verità immutabile e gestore infallibile e onnipotente della sua Chiesa.

Altro che Amoris Laetitiae.



Fonte