sabato 10 ottobre 2026

Chi si preoccupa per la rinascita del cattolicesimo in Francia





Un’associazione musulmana è preoccupata per la rinascita del cattolicesimo in Francia


Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli 10 ott 2026



di Léo Kersauzie

“Tra quarantacinque anni la Francia tornerà a essere cattolica e non ci resterà altro che piangere”. Così ha scritto l’organizzazione musulmana Mercy for Humanity France il 26 settembre sul social network X, in reazione alla grande partecipazione di fedeli alla visita di Leone XIV in Francia.

Di fronte al massiccio afflusso di cattolici agli eventi pubblici di Leone XIV in Francia, l’organizzazione musulmana prevede un rafforzamento della Chiesa cattolica. “Sono rattristato da tutto questo entusiasmo per il cattolicesimo; lo prevedo da anni e mi sento come un agente della Cia che assiste impotente alla rinascita dell’Unione Sovietica”, si legge nel messaggio.

Secondo l’associazione musulmana, i cattolici sono molto meglio organizzati e hanno più contatti internazionali rispetto ai musulmani. “Posso accettarlo con spirito sportivo; ciononostante, i cattolici sono molto meglio organizzati e più determinati di noi musulmani, e persino più dei sionisti. Dobbiamo riconoscere la forza del cattolicesimo internazionale”, scrive l’organizzazione.

Mercy for Humanity France
attribuisce in parte la rinascita del fervore cattolico in Europa ai cattolici americani: “I cattolici americani estenderanno ora la loro influenza globale, a scapito dell’egemonia spirituale musulmana nell’Europa occidentale e della lobby sionista”.

In un altro messaggio pubblicato lo stesso giorno, l’amministratore dell’account di Mercy for Humanity France ha spiegato di aver studiato il cattolicesimo negli ultimi anni e di aver raccolto molte informazioni sugli apostolati cattolici americani. Ha concluso affermando di aver compreso rapidamente che la rinascita del cattolicesimo è inevitabile.

Secondo la sua analisi, i cattolici hanno dimostrato maggiore determinazione nella loro opera missionaria, mentre i musulmani sono stati troppo compiacenti. Inoltre si rammarica degli scarsi finanziamenti destinati ai difensori dell’Islam. I musulmani pensavano di aver già vinto, “come gli Stati Uniti negli anni Novanta dopo la Guerra Fredda; ma non avevamo sconfitto il cattolicesimo, solo un cattolicesimo zombificato”.

Secondo L’autore, dagli anni Novanta l’Islam non ha dovuto affrontare una seria concorrenza religiosa in Europa e ha instaurato una sorta di “egemonia spirituale”, ma quest’epoca, avverte, sta volgendo al termine.

L’autore di questi messaggi afferma di aver osservato che i cattolici francesi stanno creando una solida infrastruttura missionaria, ben finanziata, per evangelizzare i musulmani. Secondo i suoi calcoli, i cattolici spendono per questo apostolato almeno venticinque volte di più dei musulmani.

“Questi sono i nostri principali avversari teologici”, scrive prendendo di mira le élite musulmane, che accusa di non fare abbastanza per diffondere l’Islam.

Mercy for Humanity France
è stata fondata nel 2013. La missione di questa associazione è diffondere il messaggio dell’Islam ai non musulmani, e in particolare ai cattolici tradizionalisti. Considera questi ultimi i suoi principali avversari perché rifiutano ogni forma di relativismo religioso.

La persona responsabile dell’account afferma di avere “infinito rispetto per i cattolici, che sono avversari teologici tanto onorevoli quanto formidabili”. L’organizzazione accetta donazioni solo da musulmani.



medias-presse.info






Piazze in ebollizione in Europa



Spagna, Francia e Belgio: piazze piene di manifestazioni violente. Si parte da problemi reali, come casa e scuola, ma l'estrema sinistra, con una forte componente islamica, prende la guida e usa le agitazioni per prendere o mantenere il potere.


FRANCIA, SPAGNA, BELGIO

Un'agitazione islamo-marxista


Luca Volontè, 10-10-2026

Le proteste in diverse città e capitali europee nascono da problemi reali: affitti proibitivi, scuole senza docenti, trasporti costosi, bilanci tagliati. Liquidare ogni manifestante come estremista sarebbe falso, ma riconoscere le ragioni sociali non nasconde la strategia dei partiti della sinistra radicale che entrano nei cortei, ne amplificano le parole d’ordine e trasformano la rabbia in pressione sulle istituzioni. Non serve immaginare una regia internazionale, per altro abbiamo descritto l’iniziativa del Dipartimento di Stato degli USA contro il risorgente terrorismo rosso, anche questa volta basta osservare la convergenza d’interessi fra piazza, sindacati militanti, reti Antifa, gruppi islamisti e falangi rosse decise a conservare o conquistare il governo.

La Spagna offre il caso più trasparente. L’espulsione da casa dell’ottantasettenne María del Carmen Abascal ha acceso una protesta autentica contro affitti e speculazione. Dopo la bocciatura dei decreti sull’emergenza abitativa, Pedro Sánchez ha sciolto le Cortes e convocato le elezioni per il 29 novembre. Lo ha detto apertamente: serve «mobilitare» e ottenere una maggioranza progressista più ampia, una scelta che rappresenta il tentativo di cogliere lo slancio delle proteste, far dimenticare scandali corruttivi e invasione di Ceuta e spostare il voto su un terreno favorevole al Psoe (Partito Socialista spagnolo, ndr). Sánchez vuole cavalcare le piazze, causate dalla sua mancanza di decisioni a favore del diritto alla casa, addossando alle destre la crisi. Il precedente? Mentre si correva la gara ciclistica nazionale, la Vuelta, Sánchez lodò i manifestanti pro-Palestina nonostante il blocco della gara. Tutte conferme del metodo socialista: la piazza è legittima quando rafforza il racconto del governo rosso o lo può aiutare nella conquista del potere. Mercoledì la formazione di sinistra Mas Madrid ha minacciato l’attuale maggioranza e la presidente della Comunità di Madrid, Isabel Ayuso, con parole allarmanti: «Non ci sarà pace in piazza!»

In Francia il collante è ancora più evidente. Le carenze della scuola sono documentate e migliaia di studenti manifestano pacificamente, tuttavia la sinistra di LFI del candidato alla presidenza Jean-Luc Mélenchon si è schierata subito con blocchi, saccheggi, violenze e occupazioni, mentre il governo l’accusa di «strumentalizzare la gioventù». Il quotidiano online Boulevard Voltaire ha raccolto immagini di slogan Antifa, aggressioni, riferimenti jihadisti e adulti estranei agli istituti che ispirano, promuovono e coordinano le violenze. Legittimo e ragionevole il sospetto che quando Mélenchon cavalca anche la rivolta scolastica, in vista del 2027, l’accusa di saldare rabbia sociale, antifascismo militante e comunitarismo islamista diventa verosimile. Quando Mélenchon, giovedì, ha scritto su X che "la Bastiglia è stata ripresa", dopo che gli studenti hanno organizzato grandi manifestazioni in tutto il Paese, incluso un maxi raduno nella famosa place de la Bastille a Parigi, restano ben pochi dubbi sulle sue reali e antidemocratiche intenzioni.

La peste rossa ha raggiunto nei giorni scorsi il Belgio francofono, anche qui vi sono rivendicazioni concrete contro rincari e tagli all’istruzione, ma a Liegi i disordini hanno lasciato vetrine devastate, incendi, saccheggi, agenti feriti e quasi duecento fermi. Ieri altri incidenti violenti a Bruxelles, con una proporzionata e ferma reazione della polizia. Il ministro dell’Interno Bernard Quintin ha parlato di un movimento «di tipo Antifa» infiltrato nelle proteste e di adulti che manipolano minorenni; il capo della polizia ha confermato la presenza crescente di persone estranee alle scuole. Il quotidiano online Brussels Signal ha ricostruito precedenti aggressioni legate alle reti antifasciste locali. Intanto il Ptb, partito marxista di sinistra belga, ha sostenuto la mobilitazione e invitato gli studenti in piazza per il 9 ottobre. La commistione fra protesta, copertura partitica e gruppi organizzati offre alle frange radicali visibilità e protezione narrativa. Per Ptb e socialisti, oggi all’opposizione, la crisi è un’occasione per logorare il governo dei conservatori di De Wever.

Il pericolo non riguarda direttamente l’Italia? Le prime occupazioni scolastiche sono partite con lo slogan «Facciamo come in Francia» e precedono la manifestazione della Cgil del 17 ottobre intitolata non casualmente “La Via Maestra”. Attenzione perché identificare l’antifascismo costituzionale con reti che giustificano intimidazioni, occupazioni e violenza è pericoloso. Il rischio italiano è una nuova divisione del lavoro: i partiti del campo largo a vario titolo legittimano, il sindacato organizza, i collettivi mobilitano, gli Antifa alzano il livello dello scontro e alla fine ciascuno nega responsabilità per gli eccessi violenti. Spagna, Francia e Belgio mostrano che una democrazia può essere condizionata senza assaltare il Parlamento: basta trasformare il disagio in emergenza permanente e la piazza in scorciatoia verso il potere. L’Italia non può permetterlo.






Maria Corredentrice, i cardinali Burke e Müller riaprono il dibattito: «Una verità che non può essere taciuta»


Ritratto ad acquerello di Burke e Müller (immagine generata con IA di ChatGPT)





di Sabino Paciolla, 10 ottobre 2026

Il titolo di Corredentrice attribuito alla Vergine Maria torna al centro del dibattito teologico ed ecclesiale. A riaprire una questione che sembrava essere stata chiusa dal Dicastero per la Dottrina della Fede sono stati due cardinali, Raymond Leo Burke e Gerhard Ludwig Müller, intervenuti al convegno internazionale De Maria numquam satis, dedicato al tema della Beatissima Vergine Maria nel dogma e nel culto, svoltosi il 7 e 8 ottobre 2026 presso l’Istituto Patristico Augustinianum di Roma.

Le loro relazioni, pur sviluppando argomentazioni differenti, convergono su un punto essenziale: il titolo di Corredentrice, rettamente compreso, non compromette l’unicità della Redenzione operata da Cristo, ma esprime una verità profondamente radicata nella Sacra Scrittura e nella Tradizione.

La posizione del Dicastero per la Dottrina della Fede

Il 4 novembre 2025, il Dicastero per la Dottrina della Fede aveva pubblicato la nota dottrinale Mater Populi fidelis, dedicata ad alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza.

Il documento non nega affatto la partecipazione singolare della Vergine alla Redenzione. Al contrario, riconosce esplicitamente che Maria ha cooperato all’opera salvifica del Figlio, a partire dal suo libero consenso all’Annunciazione fino alla sua presenza ai piedi della Croce.

La questione riguarda piuttosto l’opportunità teologica e pastorale del titolo di Corredentrice. Al numero 22, la nota afferma:
«Considerata la necessità di spiegare il ruolo subordinato di Maria a Cristo nell’opera della Redenzione, è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria».
Secondo il Dicastero, tale espressione rischia di suggerire un’equiparazione tra Maria e Cristo, oscurando la verità fondamentale secondo cui Gesù è l’unico Redentore e l’unico Mediatore della salvezza. L’utilizzo del titolo richiederebbe inoltre continue spiegazioni per evitare interpretazioni erronee, con il rischio di generare «confusione e squilibrio» nell’armonia delle verità della fede cristiana.

La nota richiama anche le riserve espresse in passato dal cardinale Joseph Ratzinger e da papa Francesco, ribadendo che l’opera redentrice di Cristo è perfetta e non necessita di alcuna integrazione.

La pubblicazione ha suscitato discussioni e polemiche negli ambienti ecclesiali. Da una parte, quanti considerano la decisione un necessario chiarimento per salvaguardare la centralità di Cristo; dall’altra, quanti ritengono che l’esclusione del titolo rischi di impoverire una tradizione teologica sviluppatasi nel corso dei secoli.

È in questo contesto che assumono particolare rilievo le relazioni dei cardinali Burke e Müller.


Il cardinale Burke: Maria è Corredentrice perché partecipa realmente all’opera della salvezza

Nella relazione inaugurale, intitolata Nostra Signora di Guadalupe e il regno di Cristo Re: la missione della Corredentrice e dei corredentori, il cardinale Raymond Leo Burke ha difeso esplicitamente la legittimità del titolo contestato.

Il suo ragionamento parte da un principio fondamentale: Cristo è l’unico Redentore, ma Dio ha liberamente voluto associare le creature alla sua opera salvifica, a cominciare dalla Vergine Maria.

Scrive il cardinale Burke:
La Beata Vergine Maria, Madre di Dio, ha partecipato in modo del tutto unico al Mistero della fede, al Mistero dell’Incarnazione redentrice, ed è giustamente chiamata Corredentrice.
Per chiarire il significato di questa partecipazione, Burke richiama la tradizionale distinzione teologica tra redenzione oggettiva e redenzione soggettiva. La prima riguarda l’acquisizione della salvezza mediante il sacrificio di Cristo; la seconda l’applicazione dei frutti della Redenzione alle singole anime.

Maria, secondo Burke, partecipa in modo unico a entrambe le dimensioni, cosa che non avviene per gli altri cristiani, i quali possono anch’essi cooperare alla diffusione e all’applicazione delle grazie della Redenzione.

Burke precisa:
Allo stesso modo, nella misura in cui uniamo i nostri cuori, insieme al suo Cuore Immacolato, al Sacratissimo Cuore di Gesù, partecipiamo alla missione salvifica di Cristo. E possiamo giustamente essere chiamati corredentori. Nelle parole di san Giovanni, Apostolo ed Evangelista, siamo chiamati ad essere in Cristo «collaboratori della verità». 
Il cardinale insiste particolarmente su un aspetto linguistico: il prefisso co- del termine Corredentrice non indica un’uguaglianza con Cristo, bensì una cooperazione subordinata e interamente dipendente da Lui. Non esistono dunque due redentori posti sullo stesso piano.

A sostegno della propria posizione richiama il capitolo VIII della costituzione conciliare Lumen gentium, che riconosce la cooperazione attiva di Maria all’opera della salvezza, pur senza adottare il titolo di Corredentrice.

Il cardinale ricorda:
Alla fine, il Concilio ha insegnato chiaramente la collaborazione attiva di Maria nell’opera della Redenzione, nei numeri 56-58 e 60-62 della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, ma non ha utilizzato il termine “Corredentrice” per timore che potesse essere frainteso dai non cattolici.
La mediazione della grazia da parte della Madonna deriva dal suo ruolo di Corredentrice. Il termine “Mediatrice” è stato utilizzato una sola volta nel n. 62 di Lumen Gentium, con l’opportuna precisazione che «ciò però va inteso in modo che nulla sia detratto o aggiunto alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico Mediatore»

Cita inoltre san Giovanni Paolo II, che aveva illustrato lo sviluppo storico di questa dottrina, risalendo fino ai Padri della Chiesa.

Per Burke, dunque, l’esigenza di spiegare correttamente un termine non costituisce una ragione sufficiente per abbandonarlo, soprattutto quando esso esprime una verità teologica consolidata.

Egli conclude avvertendo:
A questo proposito, dovremmo stare attenti affinché l’esitazione dovuta al fraintendimento del termine “Corredenitrice” non porti a un indebolimento dell’insegnamento sulla Corredenzione, che si applica, in modo unico, alla Beata Vergine Maria e, in modo comune, a tutti i battezzati. Spero che la mia esposizione abbia chiarito l’importanza dell’insegnamento della Corredenzione per la nostra vita quotidiana in Cristo.
Significativo anche il riferimento alla Vergine di Guadalupe: la sua maternità spirituale e la sua azione nella vita dei fedeli testimoniano, secondo il cardinale, la continuità della missione corredentrice di Maria, che conduce sempre gli uomini a Cristo.


Il cardinale Müller: la cooperazione di Maria appartiene alla verità della Rivelazione


Ancora più esplicita appare la posizione del cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, intervenuto l’8 ottobre con una relazione intitolata La cooperazione della Beata Vergine Maria nella redenzione.

Müller affronta la questione partendo da una distinzione fondamentale tra la concezione cattolica e quella protestante della grazia e della cooperazione umana.

Secondo la dottrina cattolica, spiega, la grazia non annulla la libertà dell’uomo, ma la guarisce, la eleva e la rende capace di collaborare realmente all’azione divina.

Richiamando san Tommaso d’Aquino, il cardinale sottolinea che:
Tommaso d’Aquino sintetizza questo concetto. Egli distingue il livello in cui Dio, per sua natura, agisce da solo e il modo in cui, sul piano della creazione, conferisce all’uomo la grazia della cooperazione, cosicché anche gli uomini possano essere con-causa della redenzione e della giustificazione dei peccatori, fungendo da seconde cause e mezzi della causa prima.
Tale cooperazione non sottrae nulla all’onnipotenza divina, ma ne manifesta la grandezza.

Scrive il cardinale:
Dio non ci esclude dall’opera di redenzione, ma ci include, consentendoci di partecipare e di collaborare all’opera di redenzione e di perfezionamento dell’umanità nella comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito. […] Ciò non deriva da una mancanza di potenza divina, ma dal fatto che Dio si avvale di cause medie per preservare la bellezza dell’ordine nelle cose e anche per comunicare alle creature la dignità della causalità — ut etiam creaturis dignitatem causalitatis communicet.
Maria rappresenta il vertice di questa partecipazione.

Il suo fiat all’Annunciazione non è un semplice assenso passivo, ma un atto libero e personale, mediante il quale Ella coopera alla realizzazione storica dell’Incarnazione e, conseguentemente, della Redenzione.

Scrive il cardinale Müller:
Se Maria, con il suo «Fiat mihi secundum verbum tuum», ha collaborato in modo costitutivo all’Incarnazione, ciò comprende anche – a nome dell’intera umanità – la sua collaborazione alla redenzione attraverso la croce di suo Figlio, accanto al quale ella stava e dove la sua anima fu trafitta da una spada. Infatti il corpo che era appeso alla croce e nel quale Cristo si è offerto al Padre per la salvezza del mondo è lo stesso corpo che è nato da lei per la salvezza del mondo.
E anche nel seguente passo:
«Ecco, io sono la serva del Signore; si compia in me secondo la tua parola», (Lc 1, 38). Maria dichiara la propria disponibilità, nella libertà operata dalla grazia, a mettersi al servizio della volontà salvifica universale di Dio e a collaborare così alla sua realizzazione storica fino alla croce e alla risurrezione di Cristo.
Per questo Müller sostiene che la mariologia costituisce un criterio decisivo per comprendere la stessa antropologia cattolica: la salvezza non elimina la libertà umana, ma la coinvolge pienamente.

È in tale prospettiva che formula una delle affermazioni più significative del suo intervento:
Quando, quindi, Maria viene chiamata «corredentrice» nella pietà e nella teologia cattolica, non si tratta di un’attribuzione fuorviante né di un’esagerazione entusiastica, ma di una verità oggettivamente contenuta nella rivelazione. Tale titolo non deve essere taciuto a causa del rifiuto da parte dei protestanti, i quali, in base alla loro dottrina della giustificazione, intendono la redenzione senza la libera partecipazione dell’uomo e quindi la ridimensionano, ma richiede una spiegazione nel contesto complessivo dell’opera di redenzione divino-umana di Cristo, del Figlio di Dio e di Maria.
Müller contesta inoltre l’idea che il titolo debba essere accantonato per le difficoltà che suscita nel dialogo ecumenico. La risposta, sostiene, non consiste nel tacerlo, ma nello spiegarne adeguatamente il significato.

Il cardinale afferma:
Anche nel dialogo ecumenico non si tratta di un falso irenismo che comprometta la purezza della dottrina cattolica, bensì di una comprensione più profonda del senso originario e della sua corretta formulazione concettuale e linguistica.
Infatti:
Il cattolico, invece, crede che la grazia della redenzione e della giustificazione non solo operi la divinizzazione soprannaturale, ma ripristini anche la natura dell’uomo con le sue facoltà spirituali e morali nella loro bontà originaria rendendo possibile l’amore per Dio sopra ogni cosa e l’amore per il prossimo come per sé stessi
Particolarmente importante è anche la sua argomentazione sullo sviluppo del dogma: il fatto che il termine Corredentrice sia comparso relativamente tardi non dimostra che la realtà teologica espressa da esso sia estranea alla Rivelazione. Anche altre verità cristiane hanno ricevuto una formulazione concettuale precisa soltanto dopo secoli di riflessione.

Infine, il cardinale ricorda che nella teologia cattolica i titoli possono essere attribuiti analogicamente a Cristo e alle creature senza confonderne i ruoli. Cristo è Figlio di Dio per natura, mentre i cristiani diventano figli di Dio per adozione. Analogamente, l’unica mediazione di Cristo non esclude forme subordinate di partecipazione.


Una controversia che rimane aperta

Le relazioni dei due cardinali fanno emergere il nucleo del confronto teologico.

Il Dicastero, pur riconoscendo la singolare cooperazione di Maria, giudica il titolo di Corredentrice inappropriato per il rischio di equivoci cristologici. Burke e Müller, invece, sostengono che la corretta comprensione della subordinazione di Maria a Cristo consenta di conservarlo senza compromettere l’unicità della Redenzione.

Non si tratta, dunque, semplicemente di stabilire se Maria abbia collaborato all’opera salvifica: su questo principio esiste un sostanziale accordo. La divergenza riguarda il significato, la legittimità e l’opportunità dell’espressione che descrive tale collaborazione, nonché il suo rapporto con lo sviluppo della dottrina.

Le posizioni di Burke e Müller non modificano il giudizio espresso dal Dicastero, ma mostrano che la riflessione teologica sul tema è tutt’altro che esaurita.

Rimane una domanda di fondo: è opportuno rinunciare a un titolo teologico per il timore che possa essere frainteso, oppure il compito della teologia consiste proprio nello spiegarne il significato autentico, salvaguardando la ricchezza della Tradizione?

È attorno a questo interrogativo che il convegno romano ha riportato al centro dell’attenzione una delle questioni più delicate della mariologia contemporanea.







venerdì 9 ottobre 2026

Dio sfrattato dal matrimonio


(immagine generata con IA di ChatGPT)



Quando la Chiesa preferisce il manager al Salvatore. Senza Grazia siamo solo soci: l’illusione del consumo affettivo



di Fabio Vessillifero, 9 ottobre 2026

Quando la cronaca vaticana dimentica il cuore del problema

Guardando a come i resoconti informativi raccontano i grandi appuntamenti della Chiesa, si nota subito un dettaglio che lascia un retrogusto amaro. Prendiamo ad esempio il resoconto del convegno promosso da Papa Leone XIV per i dieci anni da Amoris laetitia proposto dall’informatissimo quotidiano internazionale indipendente come Silere non possum. Leggendo quelle righe sembra quasi di scorrere il verbale di un’assemblea aziendale o il programma di un convegno sociologico: si parla di genealogie storiche, di assemblee sinodali, di tappe tematiche che vanno dalle problematiche dei giovani fino alle sfide economiche. Ma ciò che salta agli occhi, o meglio ciò che manca del tutto, è il cuore battente della fede cristiana. Non si trova una parola chiara e fondante sulla Grazia di Dio che sana ed eleva la natura umana, manca il richiamo forte al matrimonio come sacramento ontologico, e non c’è traccia della consapevolezza che, senza una vita cristiana vera e vissuta nei singoli coniugi, la vocazione matrimoniale è semplicemente un’impresa impossibile. Non basta sfiorare questi temi con qualche cenno di circostanza; la realtà soprannaturale dovrebbe essere il punto di partenza originario e il centro propulsore di ogni riflessione, altrimenti qualsiasi bilancio sui documenti ecclesiali si riduce a un esercizio del tutto sterile.

Se togli la Grazia, la fede diventa un faticoso moralismo

La vita cristiana non è una semplice condotta etica, né un manuale di buone maniere o uno sforzo titanico di perfezionamento personale. Essa è, per sua stessa essenza, vita soprannaturale, ovvero la partecipazione reale della creatura alla vita stessa della Trinità mediante la grazia. Quando questo centro fondamentale si smarrisce, la fede viene inesorabilmente degradata a sociologia o a un moralismo estenuante. La natura umana, ferita dal peccato, non può rialzarsi da sola, e la grazia santificante non è un decoro esterno ma una trasformazione profonda dell’anima. Nel matrimonio tra battezzati questo principio diventa drammaticamente concreto: gli sposi non possono amarsi a lungo basandosi unicamente sulle proprie forze umane, destinate inevitabilmente a esaurirsi davanti alle prove della vita, ma hanno bisogno della carità stessa di Cristo infusa nei loro cuori. Pretendere che una coppia viva la fedeltà e l’indissolubilità confidando solo sulla buona volontà o sulle strategie psicologiche significa condannarla al fallimento e a un perenne senso di inadeguatezza, perché la verità di fondo resta sempre la stessa: senza la vita di grazia e il nutrimento dei sacramenti, la vocazione al matrimonio diventa un peso insostenibile.

Il cortocircuito di chi scambia il rimedio con la terapia di supporto

Quando il discorso ecclesiale e la prassi pastorale decidono di concentrarsi sulle categorie di fragilità, cammino e accompagnamento senza ancorarle saldamente alla dimensione soprannaturale, si finisce per cadere in una forma sottile di pelagianesimo. Si chiede in pratica all’uomo di compiere con le sue sole forze ciò che soltanto l’azione di Dio può operare, per poi trovarsi costretti ad abbassare l’asticella della verità evangelica quando ci si rende conto che l’uomo, da solo, non ce la fa. In questo modo si confonde l’anestetico con la cura reale. Il vero rimedio alla fragilità umana non è una rassicurazione sociologica o una gradualità intesa come attenuazione della norma morale, ma il ricorso fiducioso ai mezzi della grazia sacramentale, capaci di curare la natura ferita ed elevarla verso l’alto. Partire dalla sociologia della fragilità anziché dalla realtà oggettiva della Grazia significa ribaltare l’ordine stesso delle cose e dimenticare la frase cardine del Vangelo senza la quale ogni discorso pastorale decade: «senza di Me non potete fare nulla» (Gv15,5).

Il grande inganno di mettere le scienze umane sul trono

Guardando alla struttura dei discorsi e dei resoconti di certi incontri ecclesiali, emerge chiaramente come la griglia di lettura della realtà sia ormai presa in prestito quasi del tutto dalle scienze umane, come la sociologia, la psicologia e la demografia. L’analisi della crisi matrimoniale non muove più dalla perdita del senso del sacro o dall’allontanamento dalla vita sacramentale, ma dai condizionamenti ambientali, dall’instabilità economica, dai mutamenti culturali o dalla difficoltà di comunicazione. Persino l’efficacia della pastorale viene ridotta a una questione di impatto linguistico e ricettività psicologica, spostando il baricentro dall’efficacia dell’annuncio evangelico alla capacità comunicativa. La fragilità stessa diventa un puro dato empirico ed esistenziale da accogliere emotivamente, piuttosto che una ferita della natura che necessita della Redenzione. Quando le scienze umane smettono di essere un utile strumento ausiliario per diventare il criterio primario d’interpretazione, il matrimonio rischia di essere trattato come una complessa struttura relazionale da sostenere con sostegni sociali, perdendo di vista il mistero sacramentale da cui trae vita.

Il Verbo si è fatto carne, non il contrario

Si tenta spesso di giustificare questo approccio che parte dal basso invocando il mistero dell’Incarnazione, ma un’analisi teologica rigorosa mostra come l’Incarnazione stessa smentisca l’idea che le scienze umane possano fare da punto di partenza autonomo. Il movimento del mistero incarnatorio è rigorosamente dall’alto verso il basso: è il Verbo trascendente che assume la carne per sanarla ed elevarla, non è la natura umana che si divinizza da sola. Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo (GS n. 22) , il che significa che il primo dato non è ciò che l’uomo dice di sé attraverso la sociologia, ma la Rivelazione del disegno di Dio sull’uomo. Separare l’umanità assunta dal Verbo che la assume conduce a un “incarnazionismo” puramente orizzontale, un’ideologia che usa il pretesto della carne per sacralizzare l’umano così com’è, dimenticando che la carne senza lo Spirito non giova a nulla (Gv 6,63). Le scienze umane possono descrivere come le persone vivono oggi, ma non possono definire ciò che è giusto né possiedono le chiavi per guarire l’anima. Se l’analisi sociologica detta l’agenda teologica, si confonde la materia del ministero con il suo principio motore, finendo per adeguare l’insegnamento evangelico alle sole possibilità della natura ferita.

La fotografia di un mondo che ha paura di dire “per sempre”

Se ci chiediamo quale sia la visione della coppia che ci consegnano le scienze umane, ci troviamo davanti a un quadro estremamente lucido ma drammaticamente desolante. La sociologia descrive la trasformazione della famiglia da istituzione fondata sul patto e sulla continuità a luogo fluido dei soli affetti e della realizzazione individuale, dove la relazione resta in piedi solo finché soddisfa i bisogni emotivi del momento. Ci si trova così immersi nella frammentazione delle forme familiari, nella reversibilità dei legami e nel rifiuto di scelte definitive, mentre la psicologia mette in luce il paradosso di un uomo contemporaneo che desidera disperatamente l’intimità ma ha il terrore della vulnerabilità e dell’impegno a lungo termine. A tutto questo si aggiungono l’isolamento del nucleo familiare e le pressioni economiche che frenano la natalità. 

Ma occorre fare un passo in più ed essere spietatamente lucidi: le scienze umane contemporanee non sono osservatrici neutrali della realtà, ma sono esse stesse strutturate e direzionate dall’ingegneria sociale. Quest’ultima elabora e impone precisi modelli di società e di famiglia confezionati su misura per le esigenze del capitalismo predatorio. A questo sistema economico e finanziario serve infatti un individuo perfettamente atomizzato, sradicato da ogni appartenenza culturale, religiosa e identitaria, privo di legami stabili e comunitari, perché un uomo solo, fluido e privo di radici è un consumatore infinitamente più manipolabile, flessibile e dipendente dal mercato. Le scienze umane finiscono così per normalizzare ed esaltare questa fluidità affettiva, trasformando un progetto di de-costruzione dell’umano in una presunta conquista di libertà. Esse sono formidabili nel diagnosticare e accompagnare questi sintomi esterni, ma proprio per la loro natura e per la loro subalternità ideologica non possono offrire alcuna guarigione: registrano l’incapacità dell’uomo di vivere legami eterni e ne legittimano lo sradicamento, ma non hanno la forza, né la volontà, di donargli la Grazia che sola rende possibile l’amore vero e la stabilità del vincolo.

L’amnesia storica sulla rivoluzione che ha liberato le donne

In questo scenario si finisce per dimenticare una verità storica e teologica fondamentale: è stata proprio la Chiesa, attraverso la Grazia di Dio e l’aiuto dei sacramenti, ad elevare l’uomo, a trasformare il matrimonio nella monogamia e a donare un’incomparabile dignità alla donna garantendo l’indissolubilità del vincolo. Nel mondo antico la donna era subordinata e il matrimonio era un accordo patrimoniale o patriarcale dove il ripudio era la norma. Il Cristianesimo ha portato una rivoluzione inaudita imponendo il libero consenso di entrambi i coniugi, stabilendo una reciprocità di doveri che scardinava il dominio maschile e innalzando il matrimonio a Sacramento. Se la Grazia di Dio è stata capace di spezzare e plasmare la durezza di cuore millenaria e diamantina dei popoli pagani (Zc 7,12), riplasmando da cima a fondo un’intera civiltà, per quale assurdo motivo oggi ci si convince che non possa fare lo stesso con il cuore dell’uomo contemporaneo? L’indissolubilità non è nata come una catena, ma come lo scudo che proteggeva l’anello più debole e i figli dall’abbandono. Oggi purtroppo ci si lascia condizionare dalla narrazione laicista che dipinge la Chiesa come una struttura oppressiva, e per un complesso d’inferiorità si preferisce adottare il vocabolario sociologico dell’empatia e dell’inclusione invece di rivendicare con orgoglio la portata liberatoria del dogma e della Grazia.

Dal dominio dell’uomo al patto tra due egoismi


Questa dimenticanza della Grazia ha prodotto sotto i nostri occhi una mutazione spaventosa della vita di coppia. Nelle società precristiane l’egoismo si manifestava come dominio asimmetrico dell’uomo sulla donna, usata come oggetto. Oggi, conquistata la pari dignità sul piano civile ma svuotatala della dimensione spirituale, l’amore coniugale è diventato un contratto affettivo ed economico in cui gli interessi dell’uno devono semplicemente combaciare con gli interessi dell’altro. Si tratta di un accordo di reciproca convenienza, un’operazione finanziario-affettiva fondata sulla logica del calcolo dove è del tutto assente la dimensione della gratuità e del dono di sé. Quando la convenienza viene meno o subentra la prova, il contratto si scioglie e le coppie si sfaldano per poi ricomporsi altrove con estrema facilità. Di fronte a questo caos e a questa forma di disumanizzazione, la Chiesa non dovrebbe limitarsi ad ascoltare o a registrare il dato con atteggiamento sociologico, ma dovrebbe avere il coraggio profetico di denunciare questo atteggiamento perverso e porsi in una posizione fortemente critica per mettere in guardia i propri fedeli.

Quando il calcolo degli interessi distrugge ogni legame

Riflettendo su questo impoverimento delle relazioni, torna alla mente con straordinaria attualità la lezione filosofica di Antonio Rosmini. Nelle sue opere, Rosmini ha mostrato come una società che sostituisce la Giustizia e il Diritto naturale con l’utilitarismo e il calcolo degli interessi sia inevitabilmente destinata alla dissoluzione. Quando si confonde il bene morale oggettivo con l’utile personale o la ricerca del piacere, la virtù cessa di essere un valore in sé e la persona umana smette di essere considerata come un fine, riducendosi a mero strumento. L’utile, per sua natura, è divisivo e particolare: se la società e la famiglia si fondano unicamente sull’interesse reciproco, l’altro non è più un fratello o un compagno di vita, ma un socio temporaneo o un concorrente. Non appena il calcolo dà saldo negativo, il vincolo si spezza. Senza il richiamo a ciò che è invisibile, eterno e gratuito, il calcolo degli interessi non unisce le persone, ma si limita a organizzare la loro reciproca competizione, condannando i legami affettivi e la stessa civiltà al collasso morale.

Il rischio di trasformare la Chiesa in un’azienda di servizi

La domanda di fondo diventa allora ineludibile: la Chiesa oggi vuole farsi davvero voce del Creatore e del Maestro, oppure preferisce cedere alla tentazione del management aziendale? Sempre più spesso si nota l’adozione di un linguaggio e di un’impostazione che sembrano presi in prestito dalle scienze dell’organizzazione: la conversione diventa un cambio di paradigma, la grazia si riduce a una risorsa da gestire, la comunione si trasforma in networking e la verità viene sostituita dalla ricerca del consenso e dalla facilitazione dei processi. Si finisce per misurare l’efficacia della missione con i criteri dell’efficienza burocratica e del gradimento pubblico, trasformando i pastori da maestri della fede in manager dell’ascolto e della mediazione sociale. Ma la Chiesa non è un’agenzia no-profit, e la sua fecondità non è legata alla bontà delle sue strategie di comunicazione, bensì alla santità dei suoi membri e alla fedeltà intatta alla Parola di Dio.

Ritrovare il coraggio del soprannaturale per non lasciare l’uomo da solo

Ciò che manca del tutto in una visione manageriale e sociologica della fede è proprio la dimensione soprannaturale. Manca la vera diagnosi sul Peccato originale e attuale, sostituito dalla più comoda categoria di “fragilità”, con la conseguenza che non si avverte più il bisogno della Redenzione e del perdono, ma soltanto di supporto emotivo e accompagnamento. Manca la concezione della Fede come adesione forte a una Verità Rivelata che precede l’uomo e non può essere rinegoziata in base alle opinioni delle assemblee. E infine manca il primato del Culto, dell’Adorazione e della Croce, dimenticando che un’ora di preghiera silenziosa o un sacramento celebrato con fede cambiano il mondo molto più di mille tavoli di lavoro o resoconti di sintesi. Per tornare a essere la voce del Creatore, la Chiesa deve ritrovare la fiducia nella potenza propria della Grazia, abbandonando la paura di risultare impopolare. Soltanto annunciando con franchezza la verità sul matrimonio e offrendo i mezzi per viverla, la Chiesa può davvero salvare l’uomo contemporaneo dal caos dell’utilitarismo e regalargli la speranza di un amore eterno.











Quando la legge non è una sola, unica e uguale per tutti


Preghiera dell'Eid al Adha (foto Ansa)

A Padova apre la Camera arbitrale per la giustizia coranica. L'Ucoii frena e rivendica la legge dello Stato. Il caso inglese e i precedenti sull'arbitrato privato che spalanca le porte alle giurisdizioni ombra. Rassegna ragionata dal web


No, non si può sottovalutare un “tribunale” islamico che applica la sharia in Italia


Di Caterina Giojelli, 09 ottobre 2026

Scrive Giulia Sorrentino sul Giornale:

«A Padova è nata la Camera Arbitrale Islamica Italiana, un’associazione costituita il 3 marzo 2026 in via Armistizio 13 (dove si trova una palazzina di due piani color giallo sbiadito con la facciata scrostata) che punta espressamente alla comunità musulmana dell’intero Paese. Non è un progetto circoscritto al Veneto: lo statuto parla della “comunità islamica italiana”, consente l’apertura di sezioni e sedi secondarie e il regolamento stabilisce addirittura Milano come sede dell’arbitrato quando non venga individuata diversamente. Sul proprio sito l’organismo si presenta con uno slogan molto chiaro: “La vostra via alla Giustizia Islamica in Italia”».

Leggere la presentazione per comprendere che al di là del minimalismo immobiliare non si sta parlando di una associazione di quartiere.


***


Scrive Roberta Polese sul Corriere del Veneto:

«Non è quindi un tribunale ma un ente privato che, si legge nel sito, “fornisce una piattaforma per risolvere controversie civili e commerciali in conformità con i principi della Shari’a, ossia la legge Islamica”. Le aziende estere che operano con l’Italia, e che si avviano a creare un qualsiasi contratto, possono indicare la camera arbitrale come “risolutrice delle controversie” prima di avviare una qualsiasi trattativa commerciale. La sede di questa camera arbitrale islamica è a Padova, il fondatore è un avvocato iscritto all’ordine degli avvocati di Padova, Omar Vanin, docente a contratto di Diritto Internazionale all’Università di Padova. La camera arbitrale islamica è stata fondata a marzo, ma pochi giorni fa Francesco Minutillo, avvocato di Forlì, membro dell’assemblea nazionale di Futuro Nazionale, ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Padova».


***

Dice Omar Vanin, fondatore e legale rappresentante della Camera arbitrale islamica italiana, a Telenuovo, sempre ripreso dal Corriere:

«È verissimo, alcune norme dell’ordinamento sharaidico non sono compatibili, e infatti non trovano cittadinanza in un arbitrato […] Camere arbitrali come questa ci sono da anni in Inghilterra, Francia, Germania, credo che l’esposto del collega prenda le mosse da un pregiudizio islamofobo e che non si sia compreso veramente fino in fondo di cosa ci occupiamo qui».


***

Pregiudizio? Sul caso è intervenuta anche l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, che ha invitato i fedeli musulmani a diffidare dell’arbitrato islamico perché in Italia la giustizia è una sola ed è quella dello Stato. Scrive Giulio Isola su Avvenire:

«L’Ucoii ha parlato di “sedicente Camera Arbitrale Islamica Italiana”, che si propone di risolvere controversie civili e commerciali “in conformità ai principi della Shari’a”. Si tratta di “un’iniziativa nata in modo del tutto autonomo, promossa da soggetti sconosciuti alle comunità islamiche italiane e privi di qualsiasi mandato da parte loro – si sottolinea in una nota -. Nessuna delle realtà associative, dei centri islamici e delle moschee che l’Ucoii rappresenta sul territorio nazionale ha promosso, sostenuto o riconosciuto questa iniziativa, né è stata consultata”. L’Ucoii ha anche ribadito che in Italia la giustizia “è amministrata dai tribunali della Repubblica, nel rispetto della Costituzione e delle leggi dello Stato. È un sistema che garantisce pienamente i diritti di tutti i cittadini e i residenti, musulmani compresi, e che non ha bisogno di strutture parallele”. Azioni come quelle intraprese a Padova “non possono essere accettate dai musulmani italiani”».


***

Se non ci pensa l’Ucoii ad ammorbidire la pillola e difendere la creatura di Vanin dagli “attacchi della destra” ci pensa Laura Berlinghieri sulla Stampa:

«Nel Veneto che battaglia contro la costruzione di una moschea per le sue decine di migliaia di residenti di religione musulmana – si stima che siano tra i 150 e i 170 mila – nasce una Camera arbitrale islamica. L’istituzione è stata creata nel marzo scorso, a Padova. Ma è la politica a essersene accorta adesso, con la sua inevitabile scia di polemiche, e poi di interrogazioni ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, fino agli esposti in procura […] Le ragioni della creazione di questa nuova istituzione attengono a un piano più profondo, che riguarda piuttosto i principi delle persone di fede musulmana. Su tutti: la riservatezza, qui garantita alle parti nella fase del componimento della lite. “Questo preserva la dignità e la reputazione delle parti, un valore fondamentale nell’Islam, specialmente in questioni familiari o sensibili”, si legge ancora nel sito. E poi il mantenimento dei legami comunitari; perché “l’obiettivo è la risoluzione, incoraggiando spesso la conciliazione (Sulḥ), come raccomandato dal Corano, per mantenere l’armonia e i rapporti tra le parti”. Infine, il controllo del processo, fino alla “scelta della legge applicabile”. Spiegazioni insufficienti per larga parte della politica».

Dal vittimismo delle moschee mandate a monte alla celebrazione della “riservatezza”. Per non dire dell’”armonia” altrove tradotta in “sottomissione silenziosa”.

***

Quanto alle camere arbitrali che «ci sono da anni» nel resto del continente — e che l’avvocato padovano cita con così disinvolta disinvoltura —, conviene rispolverare quanto scriveva Leone Grotti su Tempi:

«In Inghilterra esistono un centinaio di corti della sharia, che approvano ogni giorno poligamia, mutilazioni genitali, ripudio della moglie, prevenzione dei matrimoni misti e accettazione delle violenze domestiche. Oltre a questi tribunali paralleli esistono una vasta rete di “consigli” informali islamici, che operano esternamente alle moschee, occupandosi di divorzi e custodia dei figli. La Bbc ha documentato ampiamente come in queste corti i valori e le leggi britanniche vengano violati ogni giorno, eppure sono tollerati grazie al British Arbitration Act, che le classifica come “tribunali arbitrali”. Ma come ricordato dal Daily Telegraph, “i tribunali islamici si fondano sul rifiuto del principio di inviolabilità dei diritti umani, dei valori di libertà e di uguaglianza che sono alla base delle democrazie europee”. Nel 2013, il decano delle corti islamiche Suhaib Hasan, filmato di nascosto dalla Bbc, dichiarava: “La sharia viene applicata ampiamente in Gran Bretagna tutti i giorni”. Questo è così vero che nel 2014, la Law Society (che rappresenta gli avvocati inglesi), ha pubblicato sul suo sito una “guida sharia friendly” destinata agli avvocati per redigere un perfetto testamento islamico. Che si basa sul principio (illegale in Gran Bretagna) che gli uomini ricevano il doppio delle donne, in quanto superiori, e sul divieto per i non musulmani di ereditare alcunché».

***

Un quadro confermato anche dalle inchieste più recenti. Come quella pubblicata lo scorso maggio da Gbnews sui «controversi servizi legali» basati sulla Sharia, o come l’inchiesta della National Secular Society raccontata da Gian Micalessin sul Giornale:

«Centomila matrimoni celebrati secondo il rito musulmano. E ben 85 tribunali islamici pronti non solo a ratificarli, ma anche a scioglierli. Il tutto in base alle approssimative leggi del Corano fissate nel sesto secolo dopo Cristo. È la drammatica situazione di un Regno Unito dove all’interno delle comunità musulmane la giurisprudenza degli imam ha ormai sostituito quella di Sua Maestà».


***

Il primo tribunale basato sui precetti dell’Islam è entrato in funzione d’oltremare nel lontano 1982. Un precedente inquietante, ricorda Micalessin, dato che il suo fondatore, Haitham al-Haddad è stato, nel 2021, uno dei primi rappresentanti delle comunità islamiche inglesi a volare in Afghanistan per rendere omaggio al ricostituito Emirato talebano:

«Ma il peggio l’ha fatto in Inghilterra visto che i tribunali degli imam si sono moltiplicati a dismisura sostituendo all’interno di molte comunità musulmane quelli di Stato. Fino a diventare l’istituto preferito per la celebrazione dei matrimoni e la determinazione del divorzio. L’incontrollata diffusione di questo diritto alternativo finisce con l’attirare molti musulmani residenti in America o Oltremanica, ma pronti a volare su Londra per convolare a nozze secondo le regole del Profeta. L’attività incontrollata dei tribunali della sharia cozza, però, contro tutte le regole del diritto occidentale perché – spiega Stephen Evans responsabile della National Secular Society – mina il principio fondamentale di una sola e unica legge uguale per tutti. E calpesta i diritti di donne e figli. In base al Corano ad un marito basta infatti pronunciare tre volte la parola «divorzio» per ripudiare la consorte. Per non parlare della poligamia dilagante conseguenza della consuetudine che permette all’uomo di sposare quante donne riesce a mantenere. Ma violazioni altrettanto gravi del diritto minacciano le figlie a cui spetta, secondo l’Islam, la metà dell’eredità riconosciuta ai figli maschi. Per non parlare delle violenze familiari fuori controllo conseguenza dalle regole che impediscono a chiunque di giudicare la violenza esercitata dal coniuge maschio nel contesto familiare».

E non si creda che sia solo un’ossessione britannica. A Stoccolma, dal 2025, la Walving-Lundberg Business Court offre una divisione arbitrale dedicata alla Sharia, arrivando ad annunciare la prima “Sharia court” indipendente svedese. In Austria, una controversa sentenza ha sdoganato la validità di contratti privati regolati dal diritto islamico. Una crepa dopo l’altra nel muro dell’ordinamento statale, mentre in Francia e Germania la tenuta laica viene costantemente messa alla prova dalle giurisdizioni ombra delle banlieue, pur avendo sempre resistito al riconoscimento formale del diritto religioso nella vita pubblica. Ecco il punto. Chi liquida la Camera arbitrale islamica di Padova come un’innocua stravaganza per dirimere litigi tra mercanti dimentica come comincia e come va a finire: da Malmö a Marsiglia le enclave crescono laddove la legge dello Stato tace e l’autorità religiosa soppianta la giurisdizione laica. L’Italia non è speciale, né immune. Non sottovalutare la portata di un “non tribunale della sharia” disconosciuto anche dall’Ucoii sarebbe una tara della destra?







Leone XIV e l’Illuminismo


(Rue Montorgueil, di Monet, Pubblico dominio, wikicommons)



Leone XIV e l’Illuminismo: io e Fabio Vessillifero



Di Stefano Fontana, 9 Ottobre 2026

Fabio Vessillifero ha firmato un articolo pubblicato da Sabino Paciolla nel proprio blog a commento di un mio intervento su un passaggio dedicato all’Illuminismo del discorso di Leone XIV durante il suo recente viaggio in Francia. Si trattava di un breve video-editoriale, della serie che il nostro Osservatorio pubblica nel proprio canale YouTube ogni venerdì alle ore 12,00. Quindi una cosa breve. In seguito, sono ancora intervenuto sullo stesso tema in un articolo scritto per la Nuova Bussola Quotidiana, dove ho potuto fare qualche ulteriore osservazione. In questi luoghi ho espresso le mie critiche alle affermazioni con cui Papa Leone esaltava l’Illuminismo per le sue conquiste di civiltà e per i valori contenuti nel motto “libertà, uguaglianza e fraternità”, da lui collegati geneticamente col Vangelo. Ringrazio per l’interesse riservatomi e colgo l’occasione di esprimere qualche altra mia considerazione.

L’aspetto centrale della tesi/Vessillifero mi sembra la seguente (ma invito a leggere il suo articolo perché le sintesi tradiscono sempre): assumendo una “prospettiva decantata dal tempo”, il Papa “rifiuta di farsi imbrigliare nelle logiche dello scontro dialettico” e preferisce “guardare ai valori etici formalizzati nel presente per mostrare che essi, seppur declinati nel linguaggio secolare, mantengono una aspirazione autentica che trova la sua unica radice solida nel Vangelo”. Di questo tipo erano stati anche gli approcci di San Paolo all’Areopago di Atene e dei primi cristiani che rispettavano l’ordine civile ma “si rifiutavano di bruciare l’incenso davanti alla sua statua”. Leone “parla la lingua del suo interlocutore per stabilire un canale di comunicazione tentando di risignificare e purificare quei concetti alla luce della Rivelazione”. Il risultato positivo è la contrapposizione a tutti evidente tra le “piazze in fiamme” e l’ordine pacifico della grande folla accorsa a incontrare Leone durante il suo viaggio.

La virulenza distruttiva di quelle idee è veramente stata “decantata dal tempo”? Questo è un punto meritevole di discussione. L’aborto in Costituzione in Francia, la blasfema “Ultima Cena” alle Olimpiadi francesi del 2024, la società della corruzione sono veramente meno violente e distruttive delle ideologie ottocentesche sorte dall’illuminismo? Oppure, con l’abbandono di alcune strutture pesanti e fattasi impalpabile, più penetrante e pervasiva, quella mentalità produce oggi più danni di allora? L’idea che quei principi abbiamo trovato col passare del tempo forme di moderazione e compatibilità col cristianesimo è molto diffusa nella Chiesa e, in un certo senso, era stata richiamata anche da Benedetto XVI nel discoro alla Curia romana del 2025. Ma è veramente così? Abbandonando l’idea di rivoluzione, quelle idee sono diventate più rivoluzionarie e non meno, più essenziali, si potrebbe dire, nella loro carica rivoluzionaria. Ora, nessuno si aspettava dal Papa un attacco frontale, che oggi verrebbe chiamato “ideologico” e nemico del dialogo, ai principi su cui si costituisce la Francia attuale e per di più davanti ai rappresentanti delle sue istituzioni, ma nemmeno una esaltazione condensata in cinque righe senza la minima articolazione del discorso, senza nessuna sfumatura che permettesse comunque di dire quanto andava detto, per non lasciare campo libero solo a quanto non andava detto. Anche perché quando il Papa parla, parla non solo a chi ha di fronte, ma sempre anche al suo popolo, che non va indotto in confusione.

I valori cristiani sono stati secolarizzati. Su questo non c’è dubbio e infatti c’è una letteratura immensa. Ma il processo della loro secolarizzazione non si ferma perché la rivoluzione non cessa fino a che sia rimasto qualcosa da rivoluzionare, compresa la versione secolarizzata del cristianesimo. Serve a poco, o è addirittura controproducente, collocarsi sui valori secolarizzati pensando che essi contengano ancora qualche riflesso del cristianesimo da sviluppare; essi, nel frattempo sono già scivolati verso una nuova fase più radicale della loro secolarizzazione. Il processo non si inverte fissandosi su una sua fase intermedia per fargli recuperare i giusti punti di partenza che ha sfruttato travisandoli, ma riproponendo nella loro completezza quei punti di partenza. Non conviene approvare la triade libertà-uguaglianza-fraternità come richiamo, per quanto ormai lontano, del loro significato cristiano che si spera di far rivivere. La versione secolarizzata dei tre concetti, anche se deriva dal cristianesimo, ormai con esso non ha più niente a che fare e procede per la sua strada fino alla estenuazione woke. È la vecchia illusione che ci sia una laicità che non divenga laicismo, una secolarizzazione che non divenga secolarismo. Come si può “purificare” quei concetti alla luce della Rivelazione, se essi derivano dalla negazione della Rivelazione? Sarà piuttosto il caso di riformularli come vanno formulati, ossia nella loro pienezza.

Poi c’è la questione dei primi cristiani. La tesi/Vessillifero sostiene che i primi cristiani non hanno rigettato tutto, ma hanno accettato l’autorità e le leggi del tempo, rifiutandosi però di adorare l’imperatore. Questo sarebbe anche il metodo di Papa Leone: non condannare ma accogliere e far lievitare. Questo discorso oblia la grande differenza tra allora e adesso. Nella società precristiana di allora vigevano ancora principi e regole di morale naturale che nel diritto romano erano evidenti, insieme naturalmente a molte inadeguatezze. Allora si poteva accettare la dimensione secolare nella misura in cui era governata da principi di diritto naturale. Adesso non è più così, perché siamo in una fase postcristiana nella quale la secolarizzazione del Cristianesimo ha trascinato con sé anche la secolarizzazione della secolarità, diventando non solo postcristiana ma anche postsecolare. Mi sono permesso di far presente questo aspetto anche in una mia recensione al bel libro di Leonardo Lugaresi “Vivere da cristiani in un mondo non cristiano”.

Il punto centrale allora è come affrontare i principi della modernità nella loro valenza di natura atea. Parlare all’uomo moderno con la sua lingua “per stabilire un canale di comunicazione” significa anche utilizzare la concettualità atea della modernità teoretica, come per esempio la sua concezione di libertà, uguaglianza e fraternità? Non mi sembra che Leone XIV nelle cinque righe di quel discorso parigino abbia tenuto conto di questo problema, ma l’abbia voluto superare considerandolo una “prospettiva decantata dal tempo”. Considerare superato non vuol dire però avere risolto.







giovedì 8 ottobre 2026

Quale letizia nell’Amoris Laetitia? Il dramma di una Chiesa che offre consolazione dove Cristo prometteva salvezza







di Fabio Vessillifero, 8 ottobre 2026

La trappola del provvisorio e l’audacia dell’«una volta per tutte»

Il punto di partenza di questa riflessione è un testo di straordinaria profondità, a lungo rimasto inedito e sconosciuto: l’omelia pronunciata dal Papa emerito Benedetto XVI il 4 ottobre 2015 nella cappella del monastero Mater Ecclesiae, proprio nel giorno in cui si apriva a Roma la seconda sessione del Sinodo sulla Famiglia. In quel discorso, Papa Ratzinger sceglie di non addentrarsi nelle polemiche e nei dettagli delle discussioni politiche o disciplinari del momento, ma decide di andare direttamente al cuore e al fondamento della questione, ponendo una domanda semplice e radicale: che cos’è l’essere umano? 

Attraverso una lettura sapiente delle prime pagine della Genesi, il Papa emerito ricorda che l’uomo non è un individuo isolato o un atomo a se stante, ma è una creatura strutturalmente fatta per la relazione, creata a immagine e somiglianza di un Dio che è Egli stesso Trinità e Amore. In questa prospettiva, sia la vocazione al matrimonio sia la scelta del celibato sacerdotale condividono la medesima radice profonda: la bellezza della definitività. Riconoscere che la vera libertà non consiste nel mantenere tutte le porte aperte per sempre, ma nell’avere l’audacia di donarsi “una volta per tutte”, è l’unica via che permette all’uomo di maturare. Come affermava Benedetto XVI in quell’omelia: «Il celibato implica per prima cosa l’audacia, il coraggio della definitività: una volta per tutte mi decido, mi do per sempre al Signore e rimango a sua disposizione. Riconosco che io sono libero, ma solo nella volontà di Dio trovo me stesso e per sempre, e solo in questo vincolo, che è per sempre, posso veramente crescere e maturare». È l’unica via per uscire dalla prigione dell’egoismo contemporaneo, che trasforma la vita in un continuo consumo di esperienze passeggere.

La verità senza la clava: la lezione dimenticata di Ratzinger

Per comprendere appieno la posizione di Joseph Ratzinger, è necessario tuttavia evitare il rischio di ridurla a un’astratta teoria filosofica o a una rigida difesa d’ufficio della dottrina. Già durante i lunghi anni trascorsi come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede al fianco di San Giovanni Paolo II, il Cardinale Ratzinger aveva contribuito in modo determinante alla stesura dell’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio del 1981. In quel documento, la Chiesa dimostrava già un’immensa sensibilità e una grande attenzione verso la concretezza della vita reale e verso le ferite delle persone. Nel celebre numero 84 di quell’esortazione, il Magistero chiedeva ai pastori di distinguere con cura le diverse situazioni dei divorziati risposati, senza cedere a giudizi affrettati: «I pastori devono sapere che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido». La Chiesa invitava caldamente questi fedeli a rimanere dentro la comunità cristiana, a pregare, ad ascoltare la Parola di Dio e a educare i figli nella fede. Tuttavia, pur spalancando le porte dell’accoglienza e della comprensione umana, Ratzinger e Giovanni Paolo II mantenevano un punto fermo non negoziabile: l’impossibilità di accedere alla Comunione sacramentale per chi viveva in una nuova unione senza la decisione di vivere nella continenza. Questa scelta non nasceva da una volontà di punire o di escludere, ma dalla consapevolezza che l’Eucaristia è il segno visibile dell’amore indissolubile di Cristo per la Chiesa, e che non si può ricevere il corpo di Cristo 
se la propria forma di vita reale si trova in una contraddizione oggettiva con quell’unione per sempre. 

L’«ospedale da campo» e il rischio della colpa cancellata per decreto

A questa visione, fortemente ancorata alla verità del matrimonio e alla coerenza dei segni sacramentali, si è sovrapposta negli anni successivi la prospettiva di Papa Francesco, culminata nel 2016 con la pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia. Il baricentro del discorso pastorale subisce qui uno spostamento decisivo. L’attenzione di Bergoglio si concentra sull’esistenza ferita dell’uomo contemporaneo, sommerso da condizionamenti psicologici, sociali e culturali che spesso gli impediscono di realizzare pienamente l’ideale del matrimonio cristiano. Invece di partire dalla struttura metafisica dell’essere umano e dalla norma morale, Amoris Laetitia sceglie di partire dalla fragilità reale delle persone, proponendo la Chiesa non come un tribunale che applica leggi astratte, ma come un “ospedale da campo” chiamato a curare e ad accompagnare tutti. È in questo contesto che si apre la possibilità, per chi si trova in una seconda unione, di accedere in certi casi all’aiuto dei Sacramenti e alla Comunione, giungendo ad affermare nella nota 351: «In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti. Per questo “ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura ma il luogo della misericordia del Signore” […] Analogamente segnalo che l’eucaristia “non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli”». L’argomento centrale di questo approccio consiste nello spostare l’attenzione dalla colpa oggettiva alla responsabilità soggettiva: se una persona, a causa della sua debolezza o delle sue complesse vicende familiari, non è pienamente consapevole o libera, la sua colpa morale potrebbe essere attenuata, permettendole così di vivere in grazia di Dio anche dentro una situazione matrimoniale irregolare.

Come si piegano i barbari: la forza eversiva della Liturgia

Mettendo a confronto queste due impostazioni, si nota chiaramente la nascita di una tensione profonda all’interno della prassi della Chiesa: da un lato vi è l’approccio metafisico e teologico di Benedetto XVI, che individua nella verità sull’uomo l’unica vera cura per la crisi del nostro tempo; dall’altro vi è l’approccio esistenziale e pedagogico di Papa Bergoglio, che cerca di avvicinare la norma alle concrete possibilità dell’uomo ferito. Tuttavia, quando il dibattito rischia di ridursi a uno scontro tra rigidità e misericordia, la lezione del Beato Antonio Rosmini offre una chiave di lettura illuminante per ritrovare il vero motore della storia cristiana. Nella prima piaga del suo celebre scritto Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, Rosmini si interroga su come la Chiesa antica sia riuscita nell’impresa straordinaria di convertire i popoli barbari, trasformando società violente, poligame e basate sulla sopraffazione in una civiltà capace di rispetto e di amore. La risposta del grande filosofo roveretano è folgorante: ciò che ha dato ai barbari la forza di cambiare vita non è stata una complessa teoria filosofica, e nemmeno un accomodamento morale verso i loro vizi, ma è stata la potenza reale, ontologica e viva del Sacro Culto e dei Sacramenti. Come scrive infatti Rosmini: «La religione cristiana fu quella che incivilì i popoli barbari […] e la fonte prima di questo incivilimento fu la partecipazione del popolo al pubblico culto, e segnatamente alla Messa e ai Sacramenti, laddove s’attingeva quella grazia che forma il cuore nuovo e lo spirito nuovo». 

Ma questa forza del Sacramento non appartiene soltanto al passato: essa è l’unica capace di guarire e trasformare anche l’uomo contemporaneo. L’uomo di oggi si sente colto, intelligente, sviluppato, emancipato e all’avanguardia; eppure, dietro questa patina di sofisticata cultura, nasconde spesso la medesima incapacità di amare, la stessa fragilità morale e la medesima violenza relazionale dei barbari di un tempo. È, a ben vedere, un “barbaro raffinato”, che ha smarrito gran parte della propria umanità e del senso del sacro. Nessun compromesso pastorale, né alcuna teoria sociologica possono risanare questo vuoto: solo la grazia del Sacramento, quando la Liturgia è compresa e vissuta, ha il potere di penetrare nella carne e nello spirito dell’uomo di oggi, risanare la sua natura ferita e donargli la forza sovrumana di spezzare l’egoismo e accedere a una vita nuova.

Il Sacramento non è una medaglia: la Grazia come chirurgia dell’anima

Questa intuizione di Rosmini si sposa in modo perfetto con l’insegnamento classico di San Tommaso d’Aquino sulla natura della Grazia e dei Sacramenti. Per l’Aquinate, la Grazia non si limita a coprire le nostre colpe o a consolarci nelle nostre debolezze, ma possiede la capacità reale di trasformare sia l’intelligenza sia il cuore della persona umana. L’intelligenza, illuminata dalla fede, torna a vedere la bellezza della verità e del bene; il cuore, risanato dalla carità divina, riceve la forza necessaria per compiere ciò che con le sole forze umane sarebbe del tutto impossibile. Come formula sinteticamente Tommaso nella Summa Theologiae: «Gratia non tollit naturam, sed perficit» – La grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona (STh I, q. 1, a. 8, ad 2). E aggiunge, parlando dell’efficacia dei riti sacri: «Sacramenta novae legis causant gratiam per modum instrumenti» – I sacramenti della nuova legge causano la grazia come strumenti vivi e reali della virtù di Cristo (STh III q.62). I Sacramenti non sono semplici simboli psicologici o gesti d’accoglienza sociale, ma sono veri e propri strumenti attraverso i quali la vita stessa di Cristo si comunica all’uomo per guarirlo e per elevarlo. Senza l’azione di questa Grazia sacramentale, chiedere all’uomo di vivere la fedeltà e il sacrificio diventa una pretesa insostenibile; ma, allo stesso tempo, offrire i Sacramenti senza pretendere una reale conversione della vita significa svuotare i Sacramenti della loro stessa forza di guarigione, riducendoli a una sterile consolazione.

Il valore del “no”: la Comunione spirituale come martirio silenzioso

Questa comprensione del Sacramento permette anche di smontare un grande equivoco molto diffuso nel dibattito attuale, secondo il quale chi non può accostarsi alla Comunione sacramentale sarebbe del tutto privo della grazia di Dio o escluso dall’amore della Chiesa. In realtà, proprio il Concilio di Trento, nella XIII sessione (capitolo 8), ha formulato una dottrina organica ed esaustiva distinguendo tre modi precisi di accostarsi al Sacramento dell’Eucaristia. Il primo modo è quello di chi riceve il Sacramento solo sacramentalmente: è il caso dei peccatori che ricevono l’ostia con il corpo ma, trovandosi in stato di peccato mortale e privi delle dovute disposizioni dell’anima, non ne traggono alcun frutto spirituale, compiendo anzi un sacrilegio. Il secondo modo è quello di chi riceve l’Eucaristia solo spiritualmente: sono coloro che, spinti da un vivo desiderio e da una fede operante nella carità, si cibano con l’intenzione e con il cuore di quel Pane celeste e, pur senza consumarlo fisicamente, ne percepiscono pienamente il frutto e la grazia divina. Il terzo modo, infine, è quello di chi riceve il Sacramento sacramentalmente e spiritualmente insieme: sono coloro che accostano le debite disposizioni dell’anima all’atto fisico dell’eucaristia, unendo l’ostia visibile al frutto interiore. Come insegna chiaramente il testo tridentino: «Quanto all’uso di questo santo sacramento, i nostri padri rettamente e sapientemente distinsero tre modi di riceverlo. Insegnarono infatti che alcuni lo ricevono solo sacramentalmente, come i peccatori; altri solo spiritualmente, e cioè quelli che, mangiando col desiderio quel pane celeste loro proposto, con la fede viva “che opera per mezzo della carità”, ne sentono il frutto e l’utilità; i terzi poi lo ricevono sacramentalmente e spiritualmente insieme: e sono quelli che prima provano e preparano se stessi». Un fedele divorziato risposato che, per rispetto verso la verità del sacramento del matrimonio e per obbedienza alla parola di Gesù, riconosce il proprio stato oggettivo e sceglie di non accostarsi a ricevere il pane consacrato, si pone esattamente nella seconda categoria. Egli non compie un gesto di esclusione passiva, ma un grandissimo atto di fede, di rispetto e di amore. Riconoscere il proprio limite e offrire a Dio la sofferenza di non potersi comunicare significa vivere un’esperienza di profonda purificazione e di elevazione spirituale. Questo sacrificio, vissuto nella preghiera e nel desiderio sincero di Dio, attira sull’anima una pioggia di Grazia autentica, e diventa al contempo una testimonianza luminosa per tutta la comunità cristiana, ricordando a tutti quale sia la grandezza e la maestà dell’Eucaristia.

L’ombra di Lutero: quando la misericordia dispera della Redenzione

La scelta di scavalcare questa via di purificazione per concedere l’Eucaristia a chi rimane in una situazione di peccato oggettivo finisce per rivelare, a un’analisi teologica più profonda, un involontario ma drammatico pessimismo nei confronti dell’essere umano e una latente mancanza di fede nella forza della Grazia. Sostenere che l’uomo contemporaneo è talmente debole, condizionato e fragile da non poter proprio fare a meno di vivere nell’adulterio o nell’infedeltà significa in fondo disperare della Redenzione di Cristo. È come affermare che il Vangelo sia un ideale troppo alto per la gente comune, e che la Grazia di Dio non abbia più la capacità di rendere l’uomo capace di fedeltà e di castità. Si compie così un passaggio che ricorda da vicino la celebre formula di Martin Lutero sull’uomo simul iustus et peccator, cioè l’idea che l’essere umano rimanga sostanzialmente peccatore nel suo agire concreto e che la Grazia si limiti a perdonarlo senza trasformare realmente la sua vita. Ma la fede cattolica, definita con forza al Concilio di Trento (Canone 18 sulla giustificazione), ha sempre insegnato la reale possibilità di osservare la legge divina: «Se qualcuno dice che i comandamenti di Dio sono impossibili da osservare anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia: sia anatema». La grazia rende l’uomo davvero capace di una vita santa.

Il pessimismo dell’Amoris Laetitia: una consolazione a buon mercato

Alla luce di questo percorso, ci si deve chiedere con grande onestà che cosa rimanga della vera “gioia” proclamata nel titolo di Amoris Laetitia. Se la letizia che si offre all’uomo è soltanto il sollievo psicologico di sentirsi dire che Dio lo comprende e lo accetta anche se rimane nella sua situazione di peccato, ci troviamo di fronte a una gioia ridotta, a una consolazione che rischia di accontentarsi della debolezza anziché guarirla. La vera Laetitia cristiana, quella che risuona nelle pagine del Vangelo e nella testimonianza dei santi, non è la rassegnazione di chi si sente dire che non può cambiare, ma è la gioia travolgente della liberazione, la gioia di chi sperimenta che la Grazia di Cristo ha spezzato le catene dell’egoismo e ha reso possibile l’impossibile. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù non nasconde la verità alla donna adultera, ma le indica la via della salvezza: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). La vera carità non consiste nell’abbassare la misura della verità per adattarla ai nostri difetti, ma nel donare all’uomo la forza divina per salire verso la verità.

Il bacio e la resa: la tentazione eterna del Grande Inquisitore

Il cerchio di questa riflessione si chiude così in modo quasi profetico attraverso la celebre pagina del Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. In quel racconto, il vecchio Inquisitore rimprovera Gesù ritornato sulla terra, accusandolo di aver preteso troppo dagli uomini, di aver proposto loro una legge evangelica troppo alta e inaccessibile: «Tu avevi una stima troppo alta dell’uomo, perché essi sono schiavi e ribelli […] Se tu l’avessi stimato meno, gli avresti chiesto meno, e questo sarebbe stato più vicino alla carità, perché il suo fardello sarebbe stato più leggero». L’Inquisitore si vanta di essere stato più misericordioso di Cristo, perché ha corretto il Vangelo, ha accettato l’uomo nella sua mediocrità, gli ha condonato l’incapacità di fare il bene e gli ha offerto una felicità a buon mercato. L’atteggiamento di una pastorale che, per pura ansia di accoglienza, rinuncia alla forza esigente della Verità e alla potenza trasformante dei Sacramenti rischia di ripetere esattamente la logica del Grande Inquisitore. Mostrare una misericordia che prescinde dalla conversione significa trattare l’uomo come una creatura incapace di grandezza, privandolo della sua dignità più alta. La risposta di Cristo all’Inquisitore è un bacio silenzioso, un gesto d’amore che ricorda che la vera carità non risiede nella condiscendenza che lascia l’uomo nel suo limite, ma nello sguardo divino che crede nella sua capacità di risorgere e di diventare santo.