venerdì 6 maggio 2016

Istruzioni per non perdere la strada, nel labirinto di "Amoris laetitia"


 
 
dal blog chiesa.espresso.repubblica.it di Sandro Magister

Volutamente scritta in forma vaga, l'esortazione postsinodale consente due vie d'uscita opposte. Un teologo domenicano indica qui quella giusta. Come in un piccolo catechismo, ad uso dei parroci e dei fedeli   


Istruzioni per la lettura dell’esortazione postsinodale "Amoris lætitia"

di Angelo Bellon* O.P.


Nell’esortazione "Amoris lætitia" la questione più controversa è quella relativa alla comunione ai divorziati risposati, che tuttavia non viene mai espressamente menzionata.

Va notato che soprattutto nel capitolo ottavo il linguaggio talvolta è molto sfumato e si può prestare a valutazioni non solo differenti, ma addirittura fra di loro opposte.

Ebbene, proprio in merito a questo capitolo desidero presentare alcune riflessioni generali e poi prendere in considerazione le espressioni più discusse.


CRITERI GENERALI DI LETTURA


1. Il primo criterio di lettura è quello dell’orizzonte nel quale va letta l’esortazione, pena deformarla.

Questo orizzonte l’ha fornito Giovanni Paolo II nell’enciclica "Veritatis splendor", in particolare nella nota 100:

“Lo sviluppo della dottrina morale della chiesa è simile a quello della dottrina della fede. Anche alla dottrina morale si applicano le parole pronunciate da Giovanni XXIII in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962): 'Occorre che la dottrina cristiana nella sua integralità, certa e immutabile, che dev’essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra venerabile dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata'”.

Qui dunque si trova il principio ermeneutico o di interpretazione: i documenti del magistero anche in temi morali vanno interpretati secondo l’ermeneutica della continuità e dell’approfondimento. E non già secondo l’ermeneutica della discontinuità, della rottura o della svolta rispetto al magistero di sempre.

Il progresso della dottrina morale della Chiesa avviene sotto l’azione dello Spirito Santo che gradualmente porta alla conoscenza della verità tutta intera, senza mai contraddire o rinnegare il magistero precedente.

Si tratta dunque di un progresso omogeneo e non dialettico.


2. Fatta questa premessa fondamentale, occorre leggere la "Amoris lætitia" alla luce del magistero precedente perché lo continua e lo approfondisce, come del resto a più riprese viene affermato dall’esortazione stessa, come ad esempio quando dice, al n. 79:

“Perciò, mentre va espressa con chiarezza la dottrina, sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione".

Poiché soprattutto il capitolo ottavo dell’esortazione è stato letto nelle maniere più disparate e contraddittorie, è necessario dire che l’interpretazione esatta, quella indicata dal magistero, è quella data "in meliorem partem", se ci si può esprimere così, e cioè nella linea della continuità.

Anzi, solo questa lettura fa comprendere il testo senza ambiguità e senza contraddizioni.


3. Sicché mentre la lettura "in meliorem partem" non va incontro ad obiezioni che ne sbarrino la strada, quella data "in peiorem partem", e cioè secondo l’ermeneutica della rottura, non porta invece da nessuna parte, anzi va a cozzare contro una miriade di affermazioni del magistero e si rivela inconcludente e sbagliata.


LA GIUSTA INTERPRETAZIONE DI ALCUNE AFFERMAZIONI DELLA "AMORIS LÆTITIA"


1. Il n. 302 dell’esortazione ricorda una grande varietà di motivi da tenere presenti nella valutazione dei singoli casi:

“Riguardo a questi condizionamenti il Catechismo della Chiesa cattolica si esprime in maniera decisiva: 'L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere diminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali' (n. 1735). In un altro paragrafo fa riferimento nuovamente a circostanze che attenuano la responsabilità morale, e menziona, con grande ampiezza, l’immaturità affettiva, la forza delle abitudini contratte, lo stato di angoscia o altri fattori psichici o sociali (n. 2352). Per questa ragione, un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta (Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione sull’ammissibilità alla comunione dei divorziati risposati, 24 giugno 2000, 2)”.

Ebbene, quelli elencati sono tutti motivi per cui un tribunale ecclesiastico può dare e anzi già dà una sentenza di nullità del matrimonio contratto.

Per evitare che all’interno delle comunità cristiane si dica che a un divorziato risposato è stata data l’assoluzione e a un altro no, la cosa migliore è quella di procedere ordinatamente, cioè richiedere una sentenza di nullità del matrimonio ed eventualmente sanare in radice l’unione contratta civilmente.

È questa la prima via suggerita da papa Francesco con la riforma della procedura nelle cause matrimoniali. Tanto più che egli stesso ha chiesto che la sentenza venga data entro un anno, senza lungaggini. Questo è il metodo più ordinato e sicuro.

Al contrario, lasciare tutto alla valutazione non sempre illuminata del parroco o del confessore può rendere insicuri e può causare confusione e malumore nelle comunità. Facilmente si potrebbe argomentare: perché a uno sì e a un altro no?


2. Al n. 299 si legge:

“I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni forma di scandalo”.

Anche questo va sempre tenuto presente. Qualora il sacerdote desse l’assoluzione a un divorziato risposato o a una persona convivente, è necessario ricordare che si può fare la santa comunione solo là dove non si è conosciuti come divorziati risposati o conviventi. Diversamente si genera scandalo tra i fedeli.

La dichiarazione del pontificio consiglio per i testi legislativi del 7 luglio 2000 circa l’ammissibilità alla santa comunione dei divorziati risposati dice infatti:

“Non si trovano in situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non potendo per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – 'soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi' (Familiaris consortio, 84), e che sulla base di tale proposito hanno ricevuto il sacramento della penitenza. Poiché il fatto che tali fedeli non vivono 'more uxorio' è di per sé occulto, mentre la loro condizione di divorziati risposati è di per sé manifesta, essi potranno accedere alla comunione eucaristica solo 'remoto scandalo'”.

"Remoto scandalo" significa che la comunione si può fare privatamente o là dove non si è conosciuti come divorziati risposati o conviventi, evitando così di causare giudizi, confusione, sconcerto e scandalo tra i fedeli.


3. In questa ottica va capito anche quanto si legge al n. 305:

“A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa. Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti”.

Qui implicitamente l’esortazione ribadisce che per accostarsi alla santa comunione è necessario essere in grazia di Dio.

Questa non è una norma umana ma divina, come ricorda la Sacra Scrittura: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno pertanto esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e un buon numero sono morti” (1 Cor 11, 27-30).


4. C'è poi quanto è scritto nella nota 351, a proposito dell'"aiuto della Chiesa" per chi vive in grazia pur "entro una situazione oggettiva di peccato":

“In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti. Per questo, 'ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore' (Evangelii gaudium, 44). Ugualmente segnalo che l’eucaristia 'non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli' (EG 47)”.

Qui il papa non dice "tout court" di dare la santa comunione ai divorziati risposati.

Prevede che coloro che sono pentiti e vivono in grazia, e cioè senza rapporti adulterini o di fornicazione, possano ricevere l’assoluzione e possano partecipare all’eucaristia, anche facendo la santa comunione, sempre 'remoto scandalo'.


5. Anche quando il papa dice che l’eucaristia "non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli" afferma una cosa profondamente vera. Proprio perché siamo tutti deboli, anche se viviamo in grazia di Dio, abbiamo bisogno di fortificarci di questo Pane per sostenerci nel cammino verso il Cielo.

Ma rimane sempre vero che chi è spiritualmente morto, perché si trova in peccato mortale, prima di nutrirsi in maniera salutare di questo cibo, ha bisogno di risuscitare e di ritrovare la vita soprannaturale attraverso la confessione, che dai santi Padri della Chiesa viene definita come un secondo battesimo.

Pertanto il sacramento proprio di chi è spiritualmente morto è la confessione. Diversamente si realizza quanto ha detto la Sacra Scrittura: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore” (1 Cor 11, 27).

È per questo che Giovanni Paolo II ha detto nell'enciclica "Ecclesia de Eucharistia", al n. 36:

“A questo dovere richiama l'apostolo con l’ammonizione: 'Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice' (1 Cor 11, 28). San Giovanni Crisostomo, con la forza della sua eloquenza, esortava i fedeli: 'Anch’io alzo la voce, supplico, prego e scongiuro di non accostarci a questa sacra mensa con una coscienza macchiata e corrotta. Un tale accostamento, infatti, non potrà mai chiamarsi comunione, anche se tocchiamo mille volte il corpo del Signore, ma condanna, tormento e aumento di castighi' (Omelie su Isaia 6, 3). In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa cattolica stabilisce: 'Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della riconciliazione prima di accedere alla comunione' (CCC 1385). Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’eucaristia, si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale”.


6. Al n. 298 il papa riconosce che vi sono “divorziati che vivono una nuova unione… consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe”, e che "per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione”.

E nella nota 329 aggiunge: “In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere 'come fratello e sorella' che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, 'non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli' (Gaudium et spes, 51)".

In merito a questa nota che ha attirato l’attenzione di molti va detto:

- primo: il papa ricorda l’insegnamento di "Familiaris consortio" che chiede di non vivere "more uxorio" ma di vivere in castità, come amici e fratelli e sorelle;

- secondo: il papa, pur facendo riferimento al Concilio Vaticano II che parla di intimità coniugale, qui parla solo di intimità. È infatti chiaro che in ogni caso questa non sarebbe coniugale, perché i due non sono marito e moglie.

- terzo: il papa vuol dire che pur “accettando di vivere come fratello e sorella”, se succede che talvolta vadano oltre, si deve usare pazienza ed esortarli a fare quanto dice Paolo VI nella 'Humanae vitae', n. 25: "E se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della penitenza".

Questo significa comprendere "in meliorem partem". Dare un’altra interpretazione significa che il sesto comandamento che vieta i rapporti sessuali tra persone che fra di loro non sono sposate subisca delle eccezioni.

Dice infatti la "Veritatis splendor" al n. 52: “I precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione 'semper et pro semper', senza eccezioni, perché la scelta di un tale comportamento non è in nessun caso compatibile con la bontà della volontà della persona che agisce, con la sua vocazione alla vita con Dio e alla comunione col prossimo. È proibito ad ognuno e sempre di infrangere precetti che vincolano, tutti e a qualunque costo, a non offendere in alcuno e, prima di tutto, in se stessi la dignità personale e comune a tutti”.


7. Nel n. 301 della "Amoris lætitia" si legge:

“La Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti. Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta 'irregolare' vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante”.

A dire il vero questo che "non è più possibile dire" non è mai stato detto né nel magistero né nei manuali di teologia.

Basterebbe ricordare la dichiarazione del 26 aprile 1971 della congregazione per il clero in riferimento al cosiddetto "caso Washington": “Le particolari circostanze che accompagnano un atto umano oggettivamente cattivo, mentre non possono trasformarlo in un atto oggettivamente virtuoso, possono renderlo incolpevole o meno colpevole o soggettivamente giustificabile”.

Il papa si riferisce quindi a qualcosa che può essere stato detto dal prete Tizio o Caio. Qui troviamo il carattere esortativo del documento e il modo colloquiale di esprimersi di papa Francesco. Presa la frase in se stessa, non corrisponde alla realtà, perché quella cosa non è mai stata detta.


8. Analogamente al n. 304 si legge:

“È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano”.

Letta superficialmente quest’affermazione sembra una critica alla morale finora insegnata.

Ma nemmeno questo corrisponde a verità, perché si è sempre insegnato che i criteri per discernere la moralità di un atto sono tre: oggetto (finis operis), intenzione (finis operantis) e circostanze.

Anche qui il papa si riferisce quindi al modo di fare di qualcuno che senza guardare al soggetto e alle circostanze può aver giudicato solo in base alla legge morale. Allora questo, sì, è meschino, anzi è sbagliato.


9. Sempre nel n. 301 il papa scrive:

“Già san Tommaso d’Aquino riconosceva che qualcuno può avere la grazia e la carità, ma senza poter esercitare bene qualcuna delle virtù (Summa Theologiae I-II, 65, 3, ad 2), in modo che anche possedendo tutte le virtù morali infuse non manifesta con chiarezza l’esistenza di qualcuna di esse, perché l’agire esterno di questa virtù trova difficoltà: 'Si dice che alcuni santi non hanno certe virtù, date le difficoltà che provano negli atti di esse, […] sebbene essi abbiano l’abito di tutte le virtù' (ibid., ad 3)”.

In realtà san Tommaso, dopo aver detto che insieme alla grazia vengono infuse anche le virtù morali, scrive: “Talora capita, per una difficoltà nata dall'esterno, che chi possiede un abito provi difficoltà nell'operare, e quindi non senta piacere e compiacimento nell'atto: è il caso di chi avendo l'abito della scienza, per la sonnolenza o per un'infermità, prova difficoltà nell'intendere. Allo stesso modo talora provano difficoltà nell'operare gli abiti delle virtù morali infuse, a causa delle disposizioni contrarie lasciate dagli atti precedenti. La quale difficoltà non capita ugualmente nelle virtù morali acquisite: poiché mediante l'esercizio degli atti, col quale vennero acquistate, furono tolte anche le disposizioni contrarie” (ibid., ad 2).

E nell’ad 3: “Si dice che alcuni santi non hanno certe virtù, date le difficoltà che provano negli atti di esse, per il motivo indicato sopra; sebbene essi abbiano l'abito di tutte le virtù”.

Ebbene, qui san Tommaso vuol dire che alcuni esercitano malamente una determinata virtù o non la esercitino affatto (ad esempio: la devozione o il raccoglimento nella preghiera) a motivo delle disposizioni lasciate dalle azioni precedenti (ad esempio: l’essere afflitti o contrariati per una brutta notizia o per una grossa discussione. Allora, come emerge dall’esperienza, si prega male, con poco raccoglimento e con molte distrazioni).

Ma un conto è esercitare male una virtù o non esercitarla affatto, per cui si ha poco merito o non si merita niente.

Un altro conto invece è compiere un peccato grave contrario a quella virtù. Col peccato si demerita sempre e si offende il Signore.

Tra l’altro per san Tommaso se un singolo atto contrario a una virtù acquisita non fa perdere tale virtù perché l’atto contrasta la virtù ma non l’abito (sicché se uno si ubriaca una volta non si può dire che ha perso la virtù della sobrietà), tuttavia vi farebbe eccezione la lussuria: "Sed actu luxuriae castitas per se privatur”: Ma con un atto di lussuria la castità viene meno di per se stessa (Summa Theologiae in II sent., d. 42, q. 1, a. 2, ad 4).

Per cui interpretando "in meliorem partem" questo n. 301 dell’esortazione si può dire che i divorziati risposati, anche se vivono come fratello e sorella, dovendo stare insieme a motivo della presenza dei figli, non esercitano nel migliore modo la castità.

Ma se con questo testo si volesse dire che vivono in grazia anche se hanno rapporti sessuali sarebbe completamente sbagliato, perché è contrario non solo all’insegnamento di san Tommaso, ma a quello di Dio e della Chiesa.

*

Interpretati così, i punti più scottanti dell’esortazione non fanno difficoltà. Mentre molte difficoltà nascono da una lettura diversa.

Va considerato infine che questa esortazione è tutta permeata da un clima di accoglienza e di misericordia. Questo è lo stile che le si è voluto dare.
E ne va tenuto conto.

__________


*Padre Angelo Bellon, da valente teologo tomista ed evangelizzatore, risponde abitualmente alle domande dei fedeli nel sito amicidomenicani.it







Asia Bibi come Maria Stuarda


 
Giovani donne della minoranza cristiana in Pakistan
in preghiera. Asia Bibi non ha mai ucciso nessuno,
ma per la giustizia del suo paese ha fatto di peggio:
si è macchiata di blasfemia
 
 
 
 

Dieci milioni di pakistani vogliono uccidere la ragazza che da duemilacinquecento giorni vive in carcere con una condanna a morte soltanto perché cattolica e perché aveva sete



 
di Giulio Meotti | 01 Maggio 2016 ilfoglio.it
 
La condanna a morte di Asia Bibi è come la nube tossica di Chernobyl, contamina chiunque gli stia intorno. Dopo il suo arresto, il marito Masih e i figli sono andati a nascondersi e da allora hanno vissuto come cani in fuga, cambiando casa quindici volte nell’arco di cinque anni. Non potevano neppure andare in tribunale per assistere alle udienze del processo alla moglie. Troppo pericoloso. Dal loro villaggio di Ittanwali si sono trasferiti a Lahore, ma anche lì sono stati riconosciuti e minacciati di morte. Per nascondersi, il marito ha dovuto smettere di lavorare. E’ minacciato anche l’avvocato, Saiful Malook .

L’occidente ignavo ha già ucciso Asia Bibi I sostenitori di un gruppo islamico pakistano hanno appena chiesto l’esecuzione immediata di questa donna cristiana che si trova nel braccio della morte da 2.500 giorni. I timori sulla sicurezza di Asia Bibi, la prima donna cristiana in Pakistan condannata all’impiccagione per “blasfemia”, sono cominciati a crescere dopo l’esecuzione di Mumtaz Qadri, l’assassino del governatore musulmano Salman Taseer, ucciso come il ministro cattolico Shahbaz Bhatti per aver parlato a sostegno di Bibi e aver chiesto la riforma della legge sulla blasfemia in Pakistan. Bhatti andò a visitarla più volte dopo la nomina a ministro e ottenne che Asia Bibi cambiasse cella, provvedendo anche a fare installare una telecamera per controllare che non subisse violenze. Un impegno fatale.

Un commando di uomini armati un giorno blocca la macchina di Bhatti, appena uscito dalla casa della madre, e lo uccide in pieno giorno nel cuore di Islamabad. Un’esecuzione preparata da tempo con cura e, soprattutto, effettuata con estrema facilità. Tutti sapevano che, in mancanza di una protezione, la condanna a morte prima o poi sarebbe stata eseguita. A partire dallo stesso Bhatti, che non volle tirarsi indietro abbandonando alla loro sorte i veri “fuori casta” del Pakistan: i cristiani.

Adesso proteste di piazza si susseguono da quando Qadri è stato giustiziato per impiccagione il 29 febbraio 2016, per aver ucciso il suo capo. Dietro le proteste contro Asia Bibi c’è il Jamaat-e-Islami, il più vecchio partito politico islamico del Pakistan, nato con il paese, dopo la divisione del 1947. Un alto funzionario del governo del Punjab ha confidato alla stampa pakistana che la sicurezza della signora Bibi è stata aumentata dopo i rapporti di intelligence secondo cui i gruppi islamisti stanno cospirando per ucciderla dentro al carcere per vendicare l’impiccagione di Qadri. Attivisti e organizzazioni per i diritti umani chiedono che l’appello di Asia Bibi, sempre rimandato, si svolga in cella e fra imponenti misure di sicurezza, perché i timori per la vita della donna sono sempre più fondati. Il trasferimento di Asia Bibi dovrebbe rimanere segreto, perché i fondamentalisti sarebbero pronti a sfruttare qualsiasi opportunità per ucciderla. Per questo andrebbe spostata in elicottero.

Asia Bibi attualmente si trova in una cella da sola ed è controllata a vista da due guardie, mentre due telecamere la riprendono notte e giorno. Le sue compagne di prigionia sono quasi tutte accusate di adulterio. Inoltre il cibo che le viene somministrato è rigidamente controllato. Asia deve prepararsi da mangiare da sola, per evitare che qualcuno la avveleni. Le portano gli alimenti crudi e lei li cucina, nella sua unica gavetta. La vita di Asia Bibi va avanti così da cinque anni.

Persino i secondini la odiano. A svegliarla di soprassalto è sempre Khalil, che apre la porta della cella per portarle il rancio: Khalil le dà il cibo trattandola peggio di un cane. Un giorno sogghigna e le urla in faccia: “Il tuo angelo custode è appena stato assassinato per colpa tua. Finalmente il tuo adorato governatore, Salman Taseer, quel traditore dei musulmani, è affogato nel suo sangue. Per aver preso le tue difese, è stato ammazzato con venticinque pallottole, a Islamabad. Ce lo siamo tolto dai piedi! Hai tutto l’interesse a startene tranquilla!”. Poi la porta della cella si chiude. I secondini si divertono a tormentarla: “Sta’ attenta! Non perché stai chiusa qua dentro sei al sicuro…”.

Nel suo buco senza aperture sul cielo, Asia Bibi non vede né sente ciò che accade fuori. Da quando è in isolamento, Asia Bibi non esce mai dalla cella e nessuno è autorizzato a entrare per pulirla. Deve farlo da sola. La prigione non le dà nessun prodotto per la pulizia. Nella piccola cella, che misura tre metri per due, accanto al letto c’è quella che i secondini, per deriderla, chiamano la “stanza da bagno”. E’ un tubo dell’acqua che sporge dal muro e un buco nel terreno. Ma il buco non è molto profondo e non va a finire da nessuna parte, e Asia non ha niente per coprire i propri escrementi.

Questa “detenuta speciale” deve arrangiarsi anche con i vestiti, lavandoli da sola. Ma nella sua minuscola cella senza finestre né ventilatore non è possibile asciugarli. Il solo punto in cui Asia Bibi può appenderli è il letto, che è anche il solo posto in cui può sedersi, se non vuole sedersi per terra nella polvere. Durante il giorno, dopo avere ben strizzato la veste, la stende sulla branda, lasciando libero un angolino dove sedersi. Ma la notte è costretta a dormirci sopra, non avendo altri posti in cui appenderla. E siccome nella cella fa sempre freddo e c’è umido, Asia finisce per asciugarsi addosso i vestiti.

Nel carcere ogni giorno Asia Bibi sente “una mistura di disinfettante e grasso bruciato”. Quando la convocano in tribunale i suoi passi echeggiano sul pavimento gelido del corridoio, composto da una ventina di celle per lato. Un intonaco giallastro cade a pezzi sul cemento. E’ come la cripta di un cimitero. Dalle spesse porte giunge spesso come una voce d’oltretomba: “Sei fottuta, Asia, è la tua ora. Stai per morire…”. E’ diventata come una cantilena. A oggi pare impossibile fissare la data del prossimo dibattito della Corte suprema sul caso. Si parla di tre anni d’attesa. E molti sono convinti che la posticipazione del suo caso sia voluta dalle autorità pakistane nel tentativo di sovvertire la giustizia attraverso il decesso prematuro della cristiana. Se verrà riconosciuta innocente e riuscirà a lasciare indenne l’aula di tribunale e il carcere, Asia Bibi non continuerà a vivere in Pakistan. E’ comunque condannata a lasciare la sua terra natia.

Intanto gli islamisti si portano avanti con il lavoro. E’ stata appena alzata la taglia sulla testa di Asia Bibi a cinquanta milioni di rupie (quattrocentomila euro). Il suo avvocato le ha spiegato che molti cristiani accusati di blasfemia non fanno in tempo neppure ad arrivare in giudizio, perché vengono uccisi nella loro cella prima ancora di potersi presentare al processo. Da qui l’esigenza di una taglia. Qualcuno ha paragonato la sorte di questa piccola donna pakistana a quella di Maria Stuarda, la regina inglese condannata a morte perché cattolica in un paese che aveva scelto la fede protestante. Asia Bibi non ha mai ucciso nessuno. Ma per la giustizia del suo paese ha fatto di peggio: si è macchiata di blasfemia.Il crimine dei crimini, l’oltraggio più assoluto. La si accusa di aver parlato male del Profeta. Un’accusa con cui si può togliere di mezzo chiunque, quali che siano il suo credo religioso, il suo status, la sua ricchezza o le sue idee. Il tribunale di Nankana non si è limitato a gettarla in una cella umida e fredda, le ha anche tolto il diritto di vedere i cinque figli.

I delinquenti, gli assassini, gli stupratori sono trattati meglio di chi è accusato d’avere “insultato il Corano” o Maometto. Fra le molte persone uccise a causa di questa legge vi fu un altro Bhatti, il giudice islamico Arif Iqbal Bhatti, che avendo prosciolto due cristiani falsamente accusati di blasfemia venne assassinato da fanatici islamici nel 1996. I due cristiani vennero bruciati vivi davanti all’Alta corte di Lahore dove affrontavano il processo per blasfemia. Il giudice di Asia Bibi è avvertito. Guai ad assolverla! Secondo i media nazionali, dieci milioni di pakistani sarebbero quindi pronti a uccidere Asia Bibi con le proprie mani. Ma qual è la sua vera colpa? Aver bevuto dell’acqua proveniente da un pozzo di alcune donne musulmane usando il loro bicchiere, quando c’erano quaranta gradi di temperatura. Condannata a morte perché aveva sete. Perché ha usato lo stesso bicchiere delle musulmane.

“Sei solo una lurida cristiana” le dicono. “Hai contaminato la nostra acqua. Cagna, lo sai almeno che Gesù è un bastardo, perché non ha un padre legittimo? Maometto sì che aveva un padre che lo ha riconosciuto. Si chiamava Abdullah. Ti dice qualcosa, Abdullah? Gesù è impuro, come te”. Asia commette l’affronto di ribattere: “Non è vero”. Le donne la aggrediscono: “Puoi fare solo una sola: convertirti all’islam per riscattarti dalla tua sozza religione”. Asia fa un profondo respiro per riempirsi i polmoni di coraggio e replica: “Non voglio convertirmi. Io credo nella mia religione e in Gesù Cristo. E perchè dovrei essere io a convertirmi e non voi?”.

Il suo destino è segnato. L’8 novembre 2010, dopo appena cinque minuti di camera di consiglio, la sentenza si abbatte su di lei come un fulmine. Asia Noreen Bibi, ai sensi dell’articolo 295 del codice pakistano, viene condannata alla pena capitale per impiccagione. La folla esulta per il verdetto. Asia scoppia a piangere. Di fianco a lei ci sono due poliziotti visibilmente soddisfatti.

Fuori i manifestanti acclamano il giudice Naveed Iqbal. “A morte, a morte! Allah akbar!”. Nei giorni successivi 50 mila persone a Karachi e in 40 mila a Lahore scendono per strada per brandire un’immagine di Asia Bibi con la corda al collo. Per questa donna minuta e coraggiosa nessuno in Europa è sceso per strada chiedendone la liberazione. Per lei non si scrivono editoriali. E neppure Papa Francesco si è speso troppo.

L’emblema di questa reticenza è nei dodici secondi del faccia a faccia che il Papa ha avuto in piazza San Pietro, il 15 aprile di un anno fa, col marito e la figlia più piccola di Asia. Francesco appena sfiora i due. Benedetto XVI aveva invocato pubblicamente che ad Asia Bibi fosse restituita la vita e la libertà. Adesso su questa regina pakistana vige soltanto un silenzio mortale. Ma lei, come Maria Stuarda, cui nessuno poteva togliere il sangue reale e la religione cattolica, non abiurerà e continuerà a lottare finché avrà respiro, anche se la terranno rinchiusa in quella fossa. La guerra contro i “blasfemi” ha riverberi profondi anche in Europa, dove non si contano più casi di giornalisti, vignettisti e scrittori minacciati di morte per lo stesso “crimine” di Asia Bibi: l’offesa all’islam, vera o presunta. La liberazione e il riscatto in nome della verità di questa madre analfabeta non riguarda soltanto il lontano Pakistan o i suoi derelitti cristiani. Riguarda tutti noi.










 

giovedì 5 maggio 2016

Il messaggio "scandaloso" di Fatima

 

 


A Fatima si sono aperti i cieli e ne è discesa luce sulla terra. Come mai, dunque, la Chiesa si mostra tardiva nell'accogliere quei moniti celesti, nel consacrarsi fattivamente al modello del cuore senza macchia? Pio XII e Paolo VI hanno evidentemente aderito alla rivelazione di Fatima ma i loro collaboratori non appaiono affatto unanimi: la maggior parte di loro tace e non incoraggia davvero con l'insistenza pastorale che sarebbe necessaria l'accoglienza del messaggio di Fatima.
Perché? Questa devozione provoca forse qualche imbarazzo nei sacerdoti d'oggigiorno? Proprio così. Eccone i motivi.

Il primo motivo d'imbarazzo proviene dalla strana pedagogia della Madonna.
La Madonna ha insegnato ai tre bambini di Fatima ad espiare per i peccatori ma per spingerli su questa strada sapete cosa ha fatto? Ha mostrato loro l'Inferno. Non sto qui ora a ricamare l'impressionante descrizione che i bambini hanno poi riferito. Basterebbe guardare le due foto scattate lo stesso giorno in cui ai tre pastorelli fu mostrato l'Inferno: in una sono ritratti i bambini prima dell'apparizione, nell'altra dopo l'apparizione. Sono foto d'un'eloquenza impressionante.
La Madonna ha messo i bambini davanti alla realtà estrema: l'umanità va verso il baratro più atroce.
Questa pedagogia estremista non piace a molti preti post-conciliare i quali non parlano mai dell'inferno facendo perfino venire l'idea che essi non vi credano affatto.
La Madonna con questa sua pedagogia ha mostrato di ritenere che la buona educazione si ottiene mostrando non solo il positivo e il giusto, il sorriso del cielo, ma anche il male e precisamente l'estremo del male, l'orrore dell'inferno, in modo che il male sia svelato nel suo autentico volto disumano e così sia privato di ogni scusa e attenuante. È la stessa pedagogia di Gesù che ha parlato dell'inferno molte volte ricorrendo ad immagini terrificanti e svelando altresì l'abbruttimento in cui l'angelo dell'inferno schiavizza gli uomini. Questa pedagogia cristiana però non è condivisa da molti preti di oggi, i quali ascoltano nuovi maestri di logica e di psicologia. Non si può parlare di Fatima senza ribadire il dogma dell'inferno e così molti sacerdoti non parlano neppure di Fatima.
In sostanza la Madonna con la visione dell'inferno ha inteso dire: per mali estremi occorrono estremi rimedi. Invece gli educatori di oggi sono spesso dei medici pietosi che curano il cancro del peccato con pannicelli caldi. Caldeggiano, sì, voglio dire, la solidarietà verso i peccatori, ma non intendono affatto spingere all'eroica espiazione per i peccati. Perciò Fatima non fa per loro.

Il secondo motivo d'imbarazzo proviene dal fatto che la sopravvissuta veggente di Fatima, Lucia, oggi suora carmelitana, ha avuto successive rivelazioni celesti per le quali essa ha trasmesso rimproveri molto severi ai sacerdoti. In data 10 gennaio 1940 la sopravvissuta di Fatima informò il Cardinale Patriarca di Lisbona su ciò che insegnavano alcune di tali rivelazioni. Ecco cosa si legge, fra l'altro, nella sua lettera: «Nostro Signore... si lamenta... in special modo della tepidezza, della indifferenza e della vita troppo comoda della maggioranza dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose». Testualmente: della maggioranza. Da notare: il lamento è in un contesto di gravi profezie che investono il problema della pace. Il 4 maggio 1943 Suor Lucia scrisse ad un qualificato religioso queste parole: « ho dovuto, per ordine di sua ecc.za rev.ma, manifestare all'arcivescovo di Valladolid un breve messaggio di Nostro Signore... Dio desidera che i vescovi della Spagna si riuniscano in ritiro e stabiliscano una riforma per il popolo, il clero e gli ordini religiosi; che alcuni conventi e molti membri di... capito?... Se i signori vescovi della Spagna non daranno retta, la Russia sarà ancora una volta la frusta con cui Dio li punisce ». Abbastanza chiaro, mi pare, nonostante l'interrogazione apparentemente sibillina.

C'è un altro documento che dimostra l'atteggiamento vivacemente critico della veggente di Fatima nei confronti dei sacerdoti e del modo con cui essi adempiono alla loro missione. Si tratta di una lettera inviata ad una consorella in data 16 settembre 1970. In essa suor Lucia non afferma di trasmettere il contenuto di qualche speciale visione, però si esprime con sorprendente energia e convinzione trattando, d'altronde, un argomento che è al centro delle apparizioni di Fatima: il Rosario. Il riferimento polemico alla attuale classe sacerdotale è trasparente: « Il Rosario è l'orazione dei poveri e dei ricchi, dei sapienti e degli ignoranti; portar via alle anime questa devozione, sarebbe come portargli via il pane spirituale di ogni giorno. Il Rosario alimenta la piccola fiamma della fede che ancora non si è spenta del tutto in molte coscienze. Anche per quelle anime che pregano senza meditare, il semplice atto di prendere la corona per pregare è già un ricordo di Dio, del soprannaturale. Il semplice ricordo dei misteri di ogni decade sostiene nelle anime il lucignolo ancora fumigante. Perciò il demonio gli ha fatto tanta guerra! Il peggio è che è riuscito ad illudere e ad ingannare anime piene di responsabilità per la carica che occupano! ... Sono ciechi!... E vogliono appoggiarsi al Concilio e non vedono che il Sacro Concilio ha ordinato che siano conservate le pratiche che nel corso degli anni sono state adottate in onore della immacolata Vergine Madre di Dio e che la recita del santo Rosario o di una sua terza parte è una delle principali tra quelle che, tenendo conto di ciò che è stato ordinato dal Sacro Concilio e dal Sommo Pontefice, siamo obbligati a conservare ».

Inutile ricordare qui i ripetuti inviti di Giovanni Paolo II a mantenere e ravvivare la pratica del Rosario. Purtroppo più in basso non si è avuto lo stesso sentimento e il Rosario è in disuso, spesso è appena tollerato. Per Lucia di Fatima la cosa è di un'estrema gravità perché la Madonna ha condizionato la pace alla conversione dei popoli e la conversione è frutto di un ripensamento dei misteri divini. Per facilitare a tutti tale ripensamento la Vergine ha raccomandato il Rosario, ma forse questa Celeste Signora non ha frequentato i modernissimi corsi di pastorale post-conciliare.
Fatto sta che le Chiese e le famiglie cattoliche in cui si recita il Rosario sono ormai poche. Anche per questo il messaggio della Madonna di Fatima sarebbe un rimprovero per molti sacerdoti dediti ad altre occupazioni da loro giudicate più importanti. E perciò essi della Madonna di Fatima non parlano.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Lutero e gli innovatori dei nostri tempi

 
 
 
 
 
Quando, nella Santa Cena, Gesù ha istituito il Sacerdozio, lo ha istituito per il Sacrificio, il Sacrificio della Croce, poiché questo Sacrificio è la sorgente di tutti i meriti, di tutte le grazie, di tutti i Sacramenti: e' la sorgente di tutta la ricchezza della Chiesa. Questo dobbiamo ricordarcelo, avere sempre presente questa realtà: realtà divina.

Dunque è il Sacrificio della Croce che si rinnova sui nostri altari e il Sacerdozio è in rapporto, in relazione essenziale con il Sacrificio. Non si comprende il Sacerdozio senza il Sacrificio, poiché il Sacerdozio è fatto per il Sacrificio. Potremmo anche dire: è l'Incarnazione di Gesù Cristo attraverso i secoli: usque ad finem temporum il Sacrificio della Messa verrà offerto.
Se Gesù Cristo ha voluto questo Sacrificio, Egli ha voluto anche esserne la Vittima, se dunque è il Sacrificio della Croce che continua, Egli ha voluto che la Vittima sia sempre la stessa, che sia Egli stesso la Vittima. Per essere la Vittima, Egli deve essere presente, realmente presente sui nostri altari. Se Egli non è presente, se non vi è la Presenza reale sui nostri altari, non c'è la Vittima, non c'è il Sacerdozio. Tutto e' unito: Sacerdozio, Sacrificio, Vittima, Presenza Reale, dunque: Transustanziazione.

Questo è il "cuore" del tesoro - il più grande, il più ricco - che Nostro Signore abbia dato alla Sua Sposa, la Chiesa, e a tutta l'umanità. E così possiamo comprendere come Lutero quando ha voluto trasformare, cambiare questi principi, abbia cominciato dall'attaccare il Sacerdozio: come fanno i modernisti. Poiché Lutero sapeva bene che se il Sacerdozio sparisse, non ci sarebbe più il Sacrificio, non ci sarebbe più la Vittima, non ci sarebbe più niente nella Chiesa, non ci sarebbe più la fonte di grazie.
 
Come ha fatto Lutero per dire che non ci sarebbe stato più? Ha detto: "Non c'è differenza fra i preti e i laici. Il Sacerdozio è universale". Sono queste le idee che propagava. Diceva inoltre che ci sono tre muri che circondano la Chiesa per difenderla: il primo muro è questa differenza fra i preti e ì laici. "L'affermazione che il Papa, i vescovi, i preti, i religiosi compongono lo stato ecclesiastico, mentre i principi, i signori, gli artigiani, i contadini compongono lo stato secolare, è una pura invenzione e una menzogna"- dice Lutero. Questa differenza fra i preti e i laici è dunque un'invenzione e una menzogna. Ecco le parole di Lutero: "In verità tutti i cristiani appartengono allo stato ecclesiastico". Non c'è’ differenza, c'è soltanto la differenza della funzione, del servizio. Tutti i fedeli hanno il Sacerdozio, insieme al carattere battesimale; tutti i cristiani sono preti, e i preti non hanno un carattere speciale, non esiste un Sacramento speciale per i preti, ma il loro carattere sacerdotale deriva dal carattere del Battesimo.

Così si spiega anche questa laicizzazione dei preti: non vogliono più avere un abito particolare, non vogliono più essere distinti dai fedeli, perché tutti sono preti e perché i fedeli debbono scegliere i loro preti, eleggere i loro preti.
Questi furono i principi di Lutero, che prosegue: "Se un Papa o un vescovo dà l'unzione, fa delle tonsure, ordina, consacra o dà un abito differente ai laici o ai preti, crea degli imbroglioni". Tutti sono consacrati preti dal Battesimo: i progressisti dei nostri tempi non sono degli innovatori!

C'è un nuovo libro sui Sacramenti, uscito a Parigi nel gennaio di quest'anno, sotto l'autorità dell'Arcivescovo, il Cardinale Marty. E' uscito in questi giorni: gli autori hanno scoperto otto sacramenti, non più sette, perché l'ottavo sacramento è la professione religiosa. Si dice chiaramente in questo libro che tutti i fedeli sono preti e che il carattere del prete viene dal carattere del Battesimo. Gli autori hanno dovuto leggere Lutero, divenuto per essi un Padre della Chiesa.

Lutero ha fatto ancora un altro passo avanti, dopo la soppressione del Sacerdozio. Non ha più creduto né alla Transustanziazione, né al Sacrificio. Afferma chiaramente che la Messa non è un Sacrificio, ma è una Comunione. Possiamo chiamare la Messa: Comunione, Cena, Eucaristia, tutto meno che Sacrificio; di conseguenza non c'è più Vittima, né Presenza Reale, ma solamente una presenza spirituale, un ricordo o una Comunione. Per questa ragione Lutero ha sempre combattuto le Messe private; è questo uno dei primi provvedimenti presi, perché una Messa privata non è una Comunione, mentre è necessario che i fedeli comunichino tra loro. Dunque la Messa privata non è conforme alla verità e quindi bisogna sopprimere tutte le Messe private.

Lutero chiamava l'Eucarestia "Sacramento del pane". "L'Eucarestia, diceva, è divenuta una deprecabile corruzione. Questa "corruzione" della Messa è dovuta al fatto di averla trasformata in un Sacrificio". Dobbiamo constatare che oggi non si parla più di Sacrificio della Messa nei bollettini diocesani o parrocchiali, ma di Eucarestia, di Comunione, di Cena. Quale singolare avvicinamento alle tesi di Lutero!
 
Lo stesso Lutero, ha ancora fatto una distinzione fra gli scopi del Sacrificio della Messa. Ha detto che uno dei fini della Messa è di rendere grazie a Dio. L'Eucarestia è un "Sacrificium laudis", ma non un Sacrificium expiationis, quindi non un Sacrificio di espiazione, ma di lode, di Eucarestia. Ed e' per questo che se certi protestanti parlano ancora di Sacrificio, non lo intendono certo nel senso di un Sacrificio espiatorio che rimette i peccati: mentre questo è uno dei fini principali del Sacrificio della Messa. Vediamo come Lutero ha iniziato la sua nuova Messa, la sua riforma. La prima Messa evangelica fu attuata nella notte dal 24 al 25 dicembre 1521. In questa prima Messa evangelica, dopo la predica sull'Eucarestia, è stata presentata la comunione sotto le due specie, come obbligatoria, e la confessione come inutile, essendo sufficiente la fede. Poi Karlstadt, suo discepolo, si è presentato all'altare in abiti secolari, ha recitato il Confiteor, ha iniziato la Messa di prima, ma solamente fino al Vangelo; infatti l'Offertorio e l'Elevazione sono stati soppressi e questo dimostra che tutto quello che significava l'idea del Sacrificio è stato soppresso. Alla consacrazione è seguita la Comunione e molti assistenti avevano bevuto e mangiato e anche preso dell'acquavite prima di comunicarsi e hanno dato la comunione sotto le due specie, e il pane in mano.

Una delle ostie sfugge e cade sul vestito di un fedele. Un prete la raccoglie; un'altra cade in terra e Karlstadt dice ai laici di raccoglierla e siccome si rifiutano, per rispetto o per timore, dice: "Resti pure dove si trova, poco importa, purché non ci si cammini sopra". Poco dopo la raccoglie lui stesso. Numerose persone erano contente della novità e molti erano quelli che venivano ad assistere a questa nuova Messa evangelica perché una parte era detta in lingua tedesca ed essi dicevano che la comprendevano meglio. E i monasteri cominciarono a vuotarsi. Lutero aveva dichiarato: "Conserverò il mio abito e le mie abitudini di monaco". Alcuni monaci restarono in convento, ma la maggior parte uscì e si sposò. Una grande anarchia regnava fra i preti. Ognuno diceva la Messa come voleva. Il Consiglio non sapeva più che cosa fare e prese la risoluzione di stabilire una nuova liturgia, di non lasciar più la piena libertà e di mettere un po' di ordine. La maniera di dire la Messa doveva essere la seguente: l'Introito, il Gloria, l'Epistola, il Vangelo, il Sanctus; poi avrebbe dovuto seguire una predica. L'Offertorio e il Canone erano soppressi e il prete recitava l'istituzione della Cena. La diceva ad alta voce, in tedesco e dava la Comunione sotto le due specie. Poi veniva l'Agnus Dei e il Benedicamus Domino, per terminare. Lutero inoltre dice: "Le Messe e le Vigilie sono finite. L'Ufficio sarà invece mantenuto come il Mattutino, le Ore, i Vespri, e Compieta, ma solamente l'Ufficio feriale. Non si festeggerà' più un Santo che non sia espressamente nominato nelle Scritture". Ha dunque cambiato completamente il Calendario...

Un ultimo esempio è quello delle parole della consacrazione del pane: "Hoc est Corpus meum quod pro vobis tradetur". Lutero ha, anche lui, aggiunto queste ultime parole, perché, precisamente, queste parole sono quelle della Cena. Riteneva infatti che la Cena non fosse un Sacrificio, ma un pasto.


Ora il Concilio di Trento dice esplicitamente: Chi afferma che la Cena non è un Sacrificio sia anatema. La Cena fu un Sacrificio. E la nostra Messa è la continuazione della Cena, perché la Cena fu un Sacrificio. Vi si nota già la separazione anticipata del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo. Il Sacrificio era significato da questa separazione, ma Lutero afferma: "No, la Cena non e' un Sacrificio", ed è per questo che noi dobbiamo ripetere solo le parole che Nostro Signore ha detto nella Cena. Cioè: "Hoc est Corpus meum quod pro vobis tradetur", che sarà offerto per voi sulla Croce.
 
Lutero, nel gennaio 1526, faceva stampare un nuovo rituale per le cerimonie della Messa. Nella sua mente voleva la libertà totale. Diceva: "Se fosse possibile vorrei dare la libertà totale ai preti di fare il rito che essi vogliono; ma allora nasce il pericolo di abuso, occorre stabilire dei regolamenti". Ma la sua idea era la libertà totale e anche l'uguaglianza fra i preti e i fedeli. E così tutti i fedeli erano preti e potevano anche essi avere delle idee per creare le forme del culto. Allora tutti insieme: Quelli che sono preti, quelli che hanno una funzione speciale, quelli che sono scelti fra i fedeli, tutti insieme possono fare prova di creatività del culto.

Ma siccome tutto ciò era un po' difficile, perché causava troppo disordine, allora ha scritto un rituale. Diceva inoltre: "L'uso del latino è facoltativo". Non era assolutamente contro il latino, voleva anzi che i bambini imparassero il latino. Ma diceva pure: "Il desiderio dei laici ordinari di avere una Messa in tedesco è perfettamente legittimo". Tuttavia ci sono delle persone che vengono in Chiesa per vedere del nuovo, per vedere delle cose nuove, ma questi non sono veramente cristiani, sono dei curiosi come saremmo noi se andassimo dai Turchi o dai pagani.

"La domenica ha luogo la Messa". Ma Lutero mantiene il nome di Messa con un po' di ripugnanza. I paramenti sacri e i ceri sono ancora mantenuti provvisoriamente. Si comincia con l'Introito in tedesco, poi il Kyrie, poi una Colletta cantata dal celebrante, rivolto ancora verso l'altare, non verso il popolo. Ma per l'Epistola e il Vangelo, cantati in tedesco, ci si svolgerà verso il popolo e allora tutti cantano il Credo in lingua volgare.
 
"Il celebrante pronuncerà una parafrasi del Pater, un'esortazione alla Comunione, poi seguirà la Consacrazione. Sarà cantata in tedesco con queste parole: "Nostro Signore Gesù Cristo, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, rese grazie e lo spezzò e lo presentò ai suoi discepoli e disse: "Prendete e mangiate, questo e’ il mio Corpo che è offerto per voi". Hoc est Corpus meum quod pro vobis tradetur - queste sono le parole esatte -"Fate questo, ogni volta lo farete, in mia memoria". Nella stessa maniera prese anche il calice, dopo che ebbe mangiato e disse: "Prendete e bevete tutti, questo è il calice, un nuovo Testamento nel mio Sangue che è versato per voi per la remissione dei peccati". Non ha detto pro vobis et pro multis, ha fatto sparire le parole pro multis e anche mysterium fidei.
Mysterium fidei e pro multis sono spariti. ".....Che è versato per voi per la remissione dei peccati; fate questo tutte le volte che berrete questo calice in memoria di me". Queste le parole che Lutero diceva essere la Consacrazione...

Dopo l'Elevazione, che Lutero ha mantenuto fino al 1542, veniva la Comunione nella mano. Un'ultima orazione - la Colletta - terminava la Messa, come il Postcommunio dei cattolici. 

Evidentemente Lutero non ha accettato il Celibato, ed ha votato contro i voti religiosi. Voleva la fine di queste usanze della Chiesa. Poi una cosa assai curiosa è che ebbe sempre un pò paura delle riforme che aveva fatto. I suoi discepoli andavano avanti più velocemente di lui, mentre egli era sempre un po' timoroso. Diceva ai suoi discepoli: "Io condanno la nuova pratica di dare l'Eucarestia da mano a mano, come pure l'uso inconsiderato della Comunione sotto le due specie". Questo nei primi tempi, poi accettò; ma nel primo momento gli sembrava che la Comunione nella mano non fosse una buona cosa.

E dopo aver detto che la Confessione non era più necessaria, anche per chi aveva gravi peccati, ha esitato e diceva: "La confessione è buona, ma se il Papa mi chiedesse di confessarmi, io non lo farei, io non voglio farlo, ma io non voglio nemmeno che qualcuno mi proibisca questa confessione segreta. Io non permetterei a nessuno di sopprimermi questa confessione segreta. Io non la lascerei per tutti i tesori della terra, perché io so quanta forza e consolazione mi ha dato....."
 
Lutero era roso dai rimorsi, ma tuttavia era divorato dal bisogno di fare del nuovo, di cambiare tutto, di andare contro il Papa, contro la Chiesa romana, contro il dogma. Egli ha perciò continuato la sua riforma.

Tutto l'Offertorio esprime con chiarezza ciò che facciamo. L'Offertorio è una definizione del Sacrificio della Messa. Per questo Lutero era contrario all'Offertorio, perché era troppo evidente e per questo ha fatto i cambiamenti nel Canone, per non chiarire se era un racconto o una azione. E noi, invece sappiamo che la Consacrazione è un'azione sacrificale.
Noi sappiamo, che nei nostri antichi Messali, prima del Communicantes, è scritto infra actionem, per cui non è un racconto, né un memoriale, un semplice memoriale. E' un'azione, una azione sacrificale...
 
 
 
 
 
 
 
 


mercoledì 4 maggio 2016

Inizia oggi la novena alla Madonna di Farima

 
 



clicca sotto per trovare la novena online:
http://rosarioonline.altervista.org/





Vogliamo rendere l’Eucarestia “utile”, ma la via verso Dio è l’oblazione di noi stessi

 

Ordinazione sacerdotale di Tomas Tyn per le mani di Paolo VI (29-VI-1975).
Ordinazione sacerdotale di Tomas Tyn per le mani di Paolo VI (29-VI-1975).

Dall’omelia di Padre Tomas Tyn, OP, presso la Parrocchia San Giacomo fuori le Mura – Bologna, 1 giugno 1986, festa del Corpus Domini.
 
 
di Padre Tomas Tyn, OP
 
[…] cari fratelli, allora cerchiamo di pensare le cose di Dio non già alla luce umana, alla luce della nostra profana meschinità. Cerchiamo, cari fratelli, di pensare alle cose di Dio così come Iddio vuole che la nostra mente pensi a Lui e cioè alla luce di Dio stesso, illumina nos, Domine, et videbimus lumem, alla tua luce, o Signore, vedremo la luce.
 
Cari fratelli, vedete, senza polemica, questo pericolo non è così lontano da noi come potrebbe sembrare. Pensate, proprio quando volevo preparare questa omelia, nella presentazione della festa di oggi, (?…) si dice: “la festa odierna deve indurci a riflettere soprattutto sul significato dell’Eucaristia per la nostra vita di impegno verso gli altri”. E qui mi cascano le braccia, cari fratelli.
Oh, non che ci sia qualcosa di sbagliato, no. Certo, l’Eucaristia ci sprona anche, anche, non c’è dubbio, a pensare agli altri. L’Eucaristia è sacramento per eccellenza della carità, della condivisione di tutti i beni, dell’attenzione nell’amore, perché l’amore è sempre attento, quell’attenzione e quella necessità per tutti. L’Eucaristia è la capacità di avere certo il Cristo tra noi.
 
P. Tomas Tyn OP 1950-1990
P. Tomas Tyn OP (1950-1990)
Ma, cari fratelli, non capovolgiamo l’ordine dei valori, non diventiamo soggettivisti, non diventiamo (?…) luterani, capite miei cari, vedete, perché l’eresia è sempre in agguato. Scusatemi, sono figlio di San Domenico, un sospetto di eresia mi è venuto, ma penso non senza ragione. Vedete, alle cose di Dio non bisogna pensare con la mentalità triste del mondo moderno che pensa solo alle cose utili, quindi, quando pensa all’Eucaristia, non pensa a quello che è, quel grande augusto sacramento, la presenza del Dio vivente, la sua dimora, la sua tenda in mezzo a noi. Ma si chiede: che cosa è l’Eucaristia per me? Per me! Oh no, cari fratelli! Proprio qui noi ci sbarriamo la strada per la vera comprensione dei misteri divini! Dinanzi a Dio la via buona è proprio quella, proprio quella che non si chiede che cosa significa “per me”, ma la via buona è quella che si chiede che cosa è in se stessa. Ma pensate un po’, cari fratelli, i Santi in cielo, che vedono il Corpo del Signore, ma pensate che cosa si chiedono. Che cosa significa per me? No. Loro si inabissano nella visione del Dio Onnipotente, del Dio Eterno, del Dio vivente. E così dobbiamo fare anche noi.
 
Vedete, la via verso Iddio conduce tranquillamente attraverso l’oblazione, la dimenticanza, persino all’annientamento di noi stessi. Non c’è altra via. Vedete cari, allora che cosa possiamo fare? Chiediamoci, veramente, non che cosa significa l’Eucaristia per noi o per gli altri: questo è da protestante. Il Signore, con la sua sovrana e divina generosità, ci dice: cercate prima il regno dei cieli e la sua giustizia e tutto il resto, tutto il resto, anche la giustizia sociale vi sarà data in sovrappiù, ma prima di tutto cercate il regno dei Cieli. Vedete, miei cari, allora bisogna veramente pensare anzitutto alle cose divine. (?…). Allora dimentichiamo noi stessi, pensiamo a quel grande sacramento, all’Eucaristia. […]
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

martedì 3 maggio 2016

Divorziati "risposati", il giudizio è sullo stato di vita Non tocca ai preti giudicare l'anima dei fedeli


 
 
Divorziati risposati
 
di Stephan Kampowski*
03-05-2016
Nell’ottavo capitolo della sua esortazione post-sinodale Amoris laetitia Papa Francesco riflette sul tema dell’accompagnamento, del discernimento e dell’integrazione (AL 291-312). Si tratta indubbiamente del capitolo più discusso nel dibattito pubblico.

In particolare merita un chiarimento il tema del discernimento proposto dal documento. Il Papa osserva, in un passo ormai tanto citato, che i fedeli incontrano numerose difficoltà e che vi sono fattori attenuanti a causa dei quali «non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta ‘irregolare’ vivano in stato di peccato mortale» (AL 301). Qui si deve rilevare che questo insegnamento non è affatto nuovo. Piuttosto si tratta di un aspetto acquisito della tradizione e del magistero della Chiesa. In realtà non si è mai potuto dire quello che Francesco afferma di non poter dire più. Scrive infatti San Giovanni Paolo II in Ecclesia de Eucharistia: «Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza» (n. 37).

Proseguendo, là dove il Santo Padre fa osservare che il «discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita» (AL 303), il testo avrebbe forse potuto essere più chiaro. Infatti ciò che deve essere oggetto di discernimento non è del tutto chiaro. Francesco sta forse chiedendo ai pastori d’anime di discernere (e “discernere” in realtà è sinonimo di “giudicare”) lo stato di grazia dei fedeli? Sarebbe veramente una novità, e per giunta profondamente ironica: significherebbe che proprio il Papa che ha pronunciato la frase memorabile: “Chi sono io per giudicare?” inviterebbe ora i sacerdoti della Chiesa a emettere sul conto dei loro fedeli penitenti quel tipo di giudizio che il dottore comune della Chiesa, San Tommaso d’Aquino, definiva «avventato».

Per Tommaso le condizioni del "giudizio avventato" sono numerose, e una di esse è che la persona «presuma di giudicare su cose nascoste che solo Dio ha il potere di giudicare» (Commento sull’epistola di Paolo ai Romani, II, 1, 176). Spiega l’Aquinate che mentre Dio «ci ha affidato il giudizio sulle cose esterne […] ha riservato a se stesso quelle interne» (Commento al Vangelo di Matteo, VII, 1). San Tommaso parla così dell’impossibilità di giudicare dell’altrui stato di grazia. Il Concilio di Trento parla addirittura dell’impossibilità di giudicare del proprio stato di grazia, quando afferma: «Nessuno può sapere con certezza di fede, libera da ogni possibilità di errore, di aver ottenuto la grazia di Dio» (Decreto sulla giustificazione, capitolo 9). Finora, insomma, la Chiesa ha sempre lasciato a Dio il discernimento dello stato di grazia della persona, che rientra fra le “cose interne”, e si è invece limitata a giudicare della condotta esteriore o degli stati oggettivi di vita.

Pertanto la prassi della Chiesa di non ammettere i divorziati “risposati”  all’Eucaristia – a meno che non diano segni obiettivi di pentimento (la risoluzione di vivere nell’astinenza) per aver contratto tale unione – non equivale al giudizio che costoro vivono in stato di peccato mortale. È un giudizio sul loro stato di vita – che è in contraddizione oggettiva con il mistero dell’unione fedele di Cristo con la Sua Chiesa che si celebra nell’Eucaristia – e non un giudizio sulla loro anima, le cui condizioni Dio solo conosce.

Ma se un giudizio negativo sullo stato di grazia di un fedele è avventato, perché non dovrebbe essere avventato anche un giudizio positivo in merito? Su quale base un sacerdote dovrebbe essere in grado di discernere che persone abitualmente e pubblicamente infedeli al proprio coniuge vivono ciò malgrado in grazia di Dio? Come misurare il peso delle possibili circostanze attenuanti, del condizionamento sociale, delle limitazioni psicologiche? Non è stato finora inventato lo strumento per misurare empiricamente la presenza o l’assenza della grazia, né è ancora possibile stabilire caso per caso la misura di libertà con cui ognuno commette un’azione gravemente sbagliata.

Ciò che la Chiesa può giudicare è l’azione stessa. Può affermare che se le persone commettono certi tipi di azioni – adulterio, omicidio, rapina a mano armata, tortura, pedofilia – con sufficiente consapevolezza e con una misura ragionevole di libertà, allora tale azione farà loro perdere l’amicizia di Dio, perché azioni del genere contraddicono radicalmente l’essere stesso di Dio in quanto Sposo fedele della Chiesa, Amante della vita e Protettore dei piccoli. In altre parole, quelle persone commettono un peccato mortale. Ecco tutto ciò che i pastori d’anime devono sapere e possono sapere. Che poi l’adultero, l’omicida o il torturatore fosse in retti sensi quando ha commesso l’atto, che fosse veramente separato da Dio nella misura in cui era pienamente presente a se stesso nel commettere un’azione invisa a Dio, questo lo sa solo Dio. Il sacerdote nel confessionale discerne l’azione, Dio discerne il cuore.

Qualcosa di analogo va detto circa il discernimento delle situazioni di vita. Solo Dio sa fino a che punto la persona sia responsabile di essere entrata in una determinata situazione. Il sacerdote nel confessionale può sapere soltanto che una data situazione di vita – per esempio l’appartenenza a un’organizzazione terroristica – è oggettivamente contraria al piano di Dio per quella persona, al suo essere chiamata a diventare amica di Dio. Se io sono capace di effettuare scelte, se ho il dominio sulle mie azioni e se sono in grado di assumermi la responsabilità della mia vita, allora dovrò scegliere fra essere amico degli assassini oppure amico di Dio: come si può essere amico di un padre e al tempo stesso amico di coloro che ne uccidono i figli? La tensione è oggettiva.

Ebbene, vi è una tensione oggettiva anche fra il voler celebrare il mistero della fedeltà del Signore alla sua sposa e l’essere in una situazione in cui si è abitualmente e pubblicamente infedeli al proprio coniuge. È pensabile che in ambedue i casi, e di fatto in ogni «situazione oggettiva di peccato», una persona possa vivere «in grazia di Dio», amare e «anche crescere nella vita di grazia e di carità» (AL 305)? Il Papa è assai radicale quando risponde affermativamente: possono esservi «condizionamenti e fattori attenuanti» (AL 305) a causa dei quali le persone non sono libere e pertanto non sono responsabili. Ma sarà impossibile che un’altra persona umana misuri, discerna o giudichi il grado di libertà con cui qualcuno è coinvolto in una tale situazione oggettiva di peccato.

Di conseguenza, le parole del Santo Padre sul discernimento non possono essere interpretate come invito a discernere lo stato di grazia dei singoli fedeli, per poi, in caso di un discernimento positivo, poter ammettere alla comunione le persone in situazioni oggettive di peccato. Il Papa chiederebbe qualcosa di impossibile (cfr. il Concilio di Trento) e contraddirebbe se stesso («Chi sono io per giudicare?»). Perciò il discernimento deve essere inteso non come un giudizio sullo stato di grazia ma piuttosto come l’aiuto «a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti» (AL 305), cominciando senz’altro con il discernimento della verità della propria situazione davanti a Dio.

Nel caso dei divorziati “risposati” implicherebbe concretamente la verifica dell’esistenza o meno di un legame matrimoniale (cioè, il matrimonio era valido?) e l’accertamento di eventuali ragioni che esonerano dall’«obbligo della separazione» (cfr. Familiaris consortio 84; AL 298). Poi comporterebbe la ricerca di vie per aiutare gli interessati a vivere secondo la verità della loro relazione. Occorre il discernimento anche per trovare modi di integrazione che non si accontentino dello stato di peccato ma che esprimano una fiducia nella grazia operosa di Dio e nella capacità dell’uomo di rispondere ad essa, indirizzandola a un autentico cammino di crescita che abbia come fine la ricostituzione della persona alla pienezza della vita che il Signore ci offre.





* Professore di Antropologia Filosofica presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, Roma






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