martedì 3 dicembre 2024

A Firenze si reinterpreta la Bibbia



"Quattro passi d'inclusione" alla volta, prosegue la via fiorentina all'omosessualismo. Vittima del secondo incontro è il Levitico, abilmente decostruito da don Carrega e suor Giacobbe per dire il contrario di quanto insegna la Chiesa.


Ribaltone dottrinale
Titolo originale: Se la Bibbia non è gay-friendly a Firenze la si reinterpreta


Luisella Scrosati, 02-12-2024

Quattro passi d'inclusione è il titolo scelto dal Centro diocesano di pastorale familiare della diocesi di Firenze (Coordinamento per la pastorale d'inclusione) per una serie di incontri dedicati alla questione della omosessualità. Lo scorso 22 novembre don Gian Luca Carrega, professore di Nuovo Testamento alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale (sezione di Torino), è stato invitato a parlare di Fede, Bibbia e omosessualità; essendo però il sacerdote impossibilitato ad intervenire per ragioni di salute, è stato sostituito nell'esposizione da suor Fabrizia Giacobbe, domenicana, membro dello stesso Coordinamento per la pastorale d'inclusione di Firenze, che ha commentato le slide preparate da don Carrega.

L'intervento si è sostanzialmente proposto di reinterpretare alcuni testi fondamentali che condannano l'omosessualità, per mostrare come in realtà essi sarebbero il frutto di un contesto culturale che ne relativizzerebbe la portata universale e perenne.

Suor Fabrizia Giacobbe ha esposto anzitutto il principio cardine dell'intervento, ossia che i testi biblici “imputati” non devono essere slegati dall'insieme della Scrittura; è necessario dunque offrire un'interpretazione di tali versetti, come di ogni passo delle Scritture, nell'insieme dei testi ispirati. Il principio è corretto ma incompleto, e sarà proprio da questa incompletezza che scaturiranno gravi errori. Questa parzialità dei criteri interpretativi è già piuttosto evidente nel fatto che la suora domenicana si riferisca al documento della Pontificia Commissione Biblica, L'Interpretazione della Bibbia nella Chiesa, solo per richiamare la scorrettezza dell'interpretazione fondamentalista della Bibbia, approccio che, per difendere la verità dell'inerranza e dell'ispirazione delle Scritture, finisce per sacrificarne la dimensione storica, mentre nulla riferisce del medesimo documento relativamente al ruolo del Magistero nell'interpretazione del testo sacro.

L'approccio di don Carrega e suor Giacobbe propone un'analisi dei testi del libro del Levitico che condannano gli atti sodomiti (cf. Lv 18, 22 e Lv 20, 13). La condanna presente in questi testi si baserebbe su tre presupposti che caratterizzano la cultura in cui nasce questo libro biblico: primo, per la Bibbia esistono solo persone eterosessuali, ed in essa non compare invece alcun riferimento all'omoaffettività; pertanto, dal momento che esistono solo persone eterosessuali, i rapporti omosessuali saranno necessariamente connotati come contro natura. Secondo, nella prospettiva di Israele, la fecondità è questione di vita o di morte, perché gli ebrei erano sempre a rischio di estinzione; la sessualità veniva dunque considerata in funzione della procreazione, con la conseguente stigmatizzazione di tutti gli atti non aperti al dono della vita. Infine, la cultura d'Israele considera l'ordine cosmico voluto da Dio, come un ordine che non possiamo in alcun modo modificare.

Il punto decisivo sta nel chiarire se queste connotazioni culturali siano circoscrivibili a quel contesto, relativizzando in questo modo anche la conseguente condanna degli atti omosessuali, oppure se esse, pur trovandosi in un determinato tessuto culturale, abbiano invece valore universale. I relatori sembrano propendere per la prima ipotesi: «le norme che troviamo in Levitico non sono assolute, ma legate ad un contesto preciso». A rinforzo, viene riportata una citazione del libro Il Corpo e la parola della biblista Rosanna Virgili: «La matrice di queste leggi è evidentemente culturale e non naturale. [...] Pericoloso è cambiare questa loro ragione e renderle leggi di natura». La soluzione non può essere però quella di liquidare questi testi, perché altrimenti saremmo noi a stabilire che cosa vale nella Scrittura e cosa no. E dunque? Dunque, la parola magica è sempre la stessa: occorre discernere, capendo che, spiega suor Giacobbe, «a quelle norme corrispondeva un valore a cui noi magari oggi ci atteniamo in altro modo». La religiosa precisa il proprio pensiero richiamando un altro testo, Una futura morale sessuale cattolica, di don Basilio Petrà, nel quale l'autore, secondo la ricostruzione della relatrice, afferma che «come la schiavitù, dall'essere qualcosa di ritenuto naturale è diventata qualcosa di contro natura, forse si può pensare che sia possibile il passaggio contrario per quanto riguarda l'orientamento omoaffettivo», facendo confusione sia sull'insegnamento della Chiesa sulla schiavitù (vedi qui), sia sul fatto che ad essere contro natura, per la dottrina cattolica, sono gli atti omosessuali, non l'orientamento, che è invece disordinato.

Dunque, la via maestra proposta da don Carrega e suor Giacobbe è piuttosto chiara: i testi biblici vanno decostruiti, in modo tale da aderire al “valore” che essi esprimono, ma non alle norme che essi propongono ed evitando soprattutto la trasposizione da norma culturale a norma naturale assoluta. Non v'è dubbio che vi siano alcune norme veterotestamentarie che la Chiesa ha riconosciuto come circoscritte alla phase vetus, che perciò avevano valore come segno e preparazione e non in senso assoluto; tuttavia, ve ne sono altre di cui la Chiesa ha messo in luce la perennità, in quanto espressione della legge naturale. Il punto grave della relazione sta proprio qui: l'aver dimenticato che il lavoro di comprendere quali siano le une e quali le altre è già stato fatto dal Magistero della Chiesa, che è l'unico ad avere «l'ufficio di interpretare la parola di Dio» (Dei Verbum, 10). Questo testo del Vaticano II è citato proprio nel documento della Pontificia Commissione Biblica richiamato da suor Giacobbe, la quale però ha scordato di riferire il passaggio più importante e decisivo del documento, che, poggiando su Dei Verbum, spiega che «in ultima istanza, è il magistero ad avere il compito di garantire l'autenticità dell'interpretazione e di indicare, se il caso lo richiede, che l'una o l'altra interpretazione particolare è incompatibile con l'autenticità del vangelo. Le deviazioni saranno evitate se l'attualizzazione parte da una corretta interpretazione del testo e si effettua nella corrente Tradizione vivente, sotto la guida del magistero della Chiesa».

È stato un uditore presente in sala a ricordare, al momento delle domande, questo principio dimenticato dalla religiosa, sostenendo che il Magistero ha già fatto questo “discernimento” nel Catechismo della Chiesa Cattolica (e non solo), che si pronuncia apertamente sia sugli atti omosessuali che sull'orientamento affettivo omosessuale (cf. §§ 2357-2359). E, aggiungiamo noi, anche sulla correlazione tra sessualità e procreazione.

Richiamo assolutamente corretto, ma che ha irritato non poco don Giovanni Martini, parroco di Santa Maria al Pignone, anch'egli membro del Coordinamento, il quale ha reagito sparando una stupidaggine colossale: «Se è vero che si può interpretare la Scrittura […] quanto più sarà da interpretare il Catechismo della Chiesa Cattolica, che non è ispirato da Dio». Impegnato a sventolare il documento della Pontificia Commissione Biblica con la mano, don Martini non si è accorto che lì dentro c'è scritto il contrario, ossia che il Magistero è il garante dell'interpretazione dei testi ispirati, e che il Magistero non è affatto soggetto ad un processo di infinita auto-interpretazione che porta a ribaltare i propri insegnamenti.






Clima, gender e vita: il progetto totalitario di questa Unione può essere fermato




Di seguito l’articolo di Martina Pastorelli apparso sul quotidiano La Verità del 28 novembre scorso in cui viene presentato il 16mo Rapporto dell’Osservatorio dal titolo “Finis Europae: un epitaffio per il vecchio continente?” (edizioni Cantagalli). Il Rapporto può essere acquistato scrivendo qui: acquisti.ossvanthuan@gmail.com




Di Martina Pastorelli, 3 Dic 2024

Per l’Europa dei popoli inascoltati e sorvegliati, della burocrazia asfissiante, delle politiche green suicide e dell’immigrazione fuori controllo, vergognosa della civiltà da cui proviene e promotrice di culture transumane che ne delineano un tratto sempre più anticristiano, si sta avvicinando la fine? 

L’impressione che il Vecchio Continente, sempre più incline a scherzare col fuoco della terza guerra mondiale come in preda a un cupio dissolvi, stia vivendo una fase terminale si rafforza di giorno in giorno e il prossimo ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, che fa presagire l’avvio di una relazione conflittuale su più fronti tra Washington e Bruxelles, non potrà che aggravare il declino da tempo in corso.

Alla diagnosi delle sue cause si dedica l’ultimo Rapporto dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa. “Finis Europae: un epitaffio per il Vecchio Continente?” (ed. Cantagalli) è un’opera corale firmata da accademici, giornalisti, studiosi e due ecclesiastici – gli arcivescovi Crepaldi (fondatore dell’Osservatorio) e Jędraszewski di Cracovia – che fotografa con spietata chiarezza la crisi sociale, economica, politica, e prima ancora spirituale, in atto.




La premessa è che nell’Unione Europea la democrazia è una finzione, il “governo” una governance co-gestita da tre grandi soggetti (gli attori del Deep State europeo, i rappresentanti dei governi nazionali, la nomenclatura corporativa dell’Unione formata da personaggi spesso bocciati nei rispettivi Paesi e riciclati), tanto che a decidere sulle questioni imposte da una certa Agenda come imprescindibili – Great Reset, Green Deal e transizione digitale – non sono i popoli ma i potentissimi attori dello Stato profondo, Forum di Davos e Fondazioni globaliste in primis

Questa chiave di lettura da cui parte il Rapporto, aiuta a comprendere la palese illogicità e il misterioso autolesionismo delle attuali politiche comunitarie: come spiega il geografo Gianfranco Battisti, l’attuale diseconomia europea nasce da una dipendenza energetica che ha cause politiche: è stata di recente acuita dalla guerra d’Ucraina – in seguito alla quale “abbiamo assistito allo scippo (da parte degli Stati Uniti, ndr) del mercato europeo, del quale stanno facendo le spese sia la Russia che l’Europa” – ma ha radici più profonde, che risalgono al dopoguerra, quando l’alleanza tra le grandi compagnie petrolifere impedì la ricerca e la conseguente messa in produzione delle risorse presenti nel sottosuolo europeo per garantire l’egemonia americana sul globo. 

Con la UE in ostaggio del capitale finanziario globalizzato e l’aumento dei prezzi del gas “il conto maggiore lo pagheranno i tedeschi, ma essendo la Germania la locomotiva economica d’Europa, alla fine il danno – che sarà incalcolabile – investirà tutti noi.” 

Tale scenario è aggravato dal conflitto agrario in corso, che vede le lobby dei grandi proprietari – alleati all’industria di trasformazione – indirizzare la politica agricola comunitaria in modo da eliminare dal mercato i piccoli coltivatori. 

Una vera e propria “corsa alla terra” che viene mascherata ricorrendo al pretesto della sostenibilità e degli altri elementi del Green Deal europeo (strategia sulla biodiversità, rinaturalizzazione dei fiumi, pratica della paludicultura, ecc) ma che nasconde volontà di dominio: “se i piani in atto andranno avanti” scrive Battisti “la UE rischia di perdere la sua autonomia alimentare, trovandosi alla mercè delle multinazionali dell’agricoltura.” 

Proprio le politiche “verdi” del Green Deal, che poggiano su traballanti premesse (“la tesi del Riscaldamento Globale Antropogenico, ricorda il giornalista Riccardo Cascioli, “è fortemente discussa sul piano scientifico ma è stata adottata per motivi ideologici e interessi economico-finanziari”) e che comportano decisioni inutili e dannose (delocalizzando la produzione per ridurre le emissioni “la UE sta finanziando con le proprie importazioni l’industria fortemente emissiva di Paesi come la Cina”) rischia di diventare la strada che porterà l’Europa alla rovina, rendendola financo più esposta alle conseguenze degli eventi avversi climatici. 

La gestione UE è pessima pure sul fronte delle politiche sociali: il Rapporto denuncia un immigrazionismo fondato su una “disastrosa accoglienza di chi ci odia”, di cui ripercorre le tappe storiche l’analista del mondo islamico Lorenza Formicola, e mette il dito su due piaghe che contribuiscono, letteralmente, alla scomparsa della civiltà europea: la denatalità e l’odio verso la vita.

Quest’ultimo ha portato alla costituzionalizzazione dell’aborto in Francia ed è probabile – prevede il giurista Mauro Ronco – che “la strategia di Macron, corrispondente a interessi che dominano larga parte della politica sanitaria e demografica delle istituzioni internazionali, avrà ricadute importanti su molti Paesi.” Un primo assaggio si è già avuto con l’approvazione della risoluzione per inserire il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. 

Come non bastasse la sempre più elevata mortalità provocata dall’interruzione volontaria delle gravidanze, che resta la prima causa del suo inverno demografico, sull’Europa aleggia lo spettro della crescente diffusione dell’eutanasia: sulle cause di tanta tanatofilia si sofferma il bioeticista Tommaso Scandroglio, per il quale il processo verso l’estinzione prima culturale e poi biologico dell’Europa si è compiuto in precise fasi storiche (Umanesimo, Protestantesimo, Rivoluzione francese, fino al razionalismo e al Comunismo): “l’attuale rivoluzione” scrive Scandroglio “è in interiore homine ossia, defunta la fede, si attacca la lex naturalis.” Di qui la denatalità figlia del neomaltusianesimo, l’aborto e l’eutanasia.

Rientra in questo attacco all’uomo il progetto di un nuovo ordine mondiale che comprende anche il controllo sanitario, avente per fulcro l’OMS (e i suoi padroni privati) e imperniato su quello che il patologo Paolo Bellavite definisce ‘vaccinismo’, “una ideologia menzognera e ingannatrice” che a partire da un’idea apparentemente logica – la stimolazione del sistema immunitario mediante antigeni che simulano agenti microbici – degenera in “fede cieca e indiscutibile, sostenuta da interessi politici e commerciali”, e che in Italia si è concretizzato nella introduzione della legge Lorenzin e nei decreti di Draghi sull’obbligo di vaccinazione Covid. 

L’esaltazione della scienza nell’organizzazione della società è peraltro uno degli aspetti tipici di una società totalitaria che lo storico Christophe Reveillard ritrova in questa Unione Europea la quale, sulla scia del modello americano, fa ricorso al “management delle masse come strumento per condurle all’accettazione della coercizione sociale e morale.” Un progetto di controllo e sorveglianza dei popoli che è parte integrante del famigerato Great Reset del WEF, di cui l’economista Maurizio Milano descrive nel Rapporto contenuti e obiettivi.

In tutto questo disfacimento, materiale e morale, non sembra stagliarsi la Chiesa d’Europa, che al contrario risulta così allineata ai poteri da convergere con essi su temi caldi come il gender, il clima, il vaccinismo. Oltre a prestare “un servizio di ‘cappellania’ all’UE”, sostiene la giornalista Luisella Scrosati, “la posizione dei vescovi nei confronti dell’Unione appare sempre più marcatamente come un servizio di anestesia nei confronti dei popoli, per evitare, con motivazioni vagamente religiose, che essi colgano che si tratta a tutti gli effetti di un sistema oligarchico che esiste per promuovere il noto Nuovo Ordine Mondiale, anticristico nella sua essenza.”

Testimonianza ecclesiale di stampo opposto viene dai due vescovi che hanno contribuito al Rapporto: Mons. Jedraszewski, arcivescovo metropolita di Cracovia, descrive la resistenza della Chiesa in Polonia ai costanti attacchi condotti dalle nuove ideologie totalitarie europee contro di essa e dunque “contro la libertà e identità della stessa nazione, costruita sui valori cristiani” e riprende l’appello di Giovanni Paolo II che nel 1979 chiamava i suoi compatrioti ad “essere forti, con la forza che dà la fede.” 

Mons. Crepaldi, vescovo emerito di Trieste, va al cuore del problema europeo: la sostituzione del Cristianesimo con una cultura irreligiosa e atea che riplasma la realtà e la rimpiazza con la rappresentazione, da cui deriva un ripensamento radicale della vita sociale e politica, che diventa un contratto, “la convergenza delle volontà e utilità dei singoli individui che diventano cittadini per una sorta di investitura da parte del potere”. Si tratta di un problema nato proprio in Europa con l’Illuminismo e per questo, conclude Crepaldi, è proprio qui in Europa, prima che altrove, che bisogna portare avanti una “nuova evangelizzazione”, che però non è una evangelizzazione secondo criteri nuovi ma una ri-evangelizzazione secondo la tradizione cattolica.






Miracolo eucaristico, i fedeli vogliono la verità: esposto in Procura



Svolta nella vicenda del probabile miracolo eucaristico di Savarna: i fedeli depositano un esposto per «offese alla religione mediante vilipendio». Chiesto il sequestro dei campioni già analizzati da cui emersero tracce di sangue, ma che poi sono spariti. «Vogliamo chiarezza sull'accordo di riservatezza tra la Diocesi e l'Ausl e sulla comunicazione via Whatsapp dei risultati».


Ravenna

Ecclesia 


Andrea Zambrano, 03-12-2024

Sulla vicenda del probabile miracolo eucaristico di Savarna, poi occultato dalla diocesi di Ravenna, si accenderanno i fari della Procura. È questo lo sviluppo clamoroso di una vicenda mai chiarita che presenta ancora molti aspetti oscuri dopo che alcuni fedeli della parrocchia ravennate hanno intrapreso la via giudiziaria per fare verità sulla scomparsa di quei campioni di tessuto provenienti da un’Ostia consacrata, già analizzati, dai quali da un primo riscontro di laboratorio emergevano tracce ematiche. Ma dei campioni e della restante parte dell’Ostia non si è più saputo nulla dopo che la Diocesi ha incaricato l’Asl locale di fare accertamenti. Accertamenti che secondo la diocesi avrebbero dato riscontri negativi, anche se di quelle indagini effettuate non si è mai saputo nulla.

Così i fedeli hanno incaricato l’avvocato Francesco Minutillo (del Foro di Forlì) di presentare un esposto per «offese alla religione cattolica mediante vilipendio o danneggiamento di cose sacre», un reato molto particolare che è disciplinato dall’articolo 404 comma II del Codice penale.

Come ha raccontato anche la Bussola, la particola fu rinvenuta il 24 gennaio 2023 tra i banchi dopo la Messa; venne raccolta dalla sagrestana e messa come prescritto dalle norme canoniche nel “purifichino” per poi essere custodita nel sacrario. Ma il 28 gennaio, la particola appariva di colore rossastro e invece che decomporsi, avrebbe mostrato segni ritenuti prodigiosi. Il parroco, don Nicolò Giosuè, allora decise di custodirla presso un convento di suore della zona, ma dopo qualche tempo, non accennando a decomporsi, la portò a Schio nel laboratorio della dottoressa Cristina Antonini, anatomopatologa che condusse le prime indagini arrivando a dire di aver trovato tracce ematiche.

Di più: nel suo referto, dopo aver stabilizzato un campione (vale a dire reso stabile e dunque utilizzabile per successive analisi) vennero trovate tracce di granulociti, globuli rossi e globuli bianchi in condizioni di conservazione ritenute eccezionali. I tessuti, inoltre, non presentavano alcun segno di autolisi o degenerazione idropica, fenomeni che si è soliti attendere dall’immersione in acqua.

Successivamente, il vescovo di Ravenna Lorenzo Ghizzoni si fece consegnare tutto il materiale, sia la restante parte dell’Ostia che il campione dell’incluso stabilizzato e già analizzato in cui era stato riscontrato sangue, per condurre ulteriori indagini affidate alla Ausl Romagna nel laboratorio di Pievestestina. Le indagini avrebbero escluso la presenza di sangue umano, ma l’esito è stato comunicato tramite un messaggio informale via WhatsApp al vescovo e i campioni sarebbero stati distrutti, come riportato dalla Bussola (i cui articoli sono stati inseriti nell’esposto) secondo un accordo di riservatezza tra l’Arcivescovo e il responsabile del laboratorio.

L’esposto solleva l’ipotesi che tali azioni possano configurare il reato di vilipendio o danneggiamento di cose destinate al culto, previsto dall’art. 404 del Codice Penale.

«L’esposto depositato – spiega Minutillo - evidenzia alcune possibili irregolarità legate alla gestione del caso del presunto miracolo eucaristico di Savarna da parte dell’Arcivescovo Lorenzo Ghizzoni. Se fosse confermata la distruzione o dispersione di un’ostia consacrata e dei relativi campioni biologici, si tratterebbe di un episodio grave, potenzialmente configurabile come vilipendio nei confronti di un oggetto di culto centrale nella dottrina cattolica. Ulteriori aspetti meritevoli di approfondimento sono legati alla gestione dei campioni da parte dell’Ausl Romagna, nella persona del Professor Vittorio Sambri. Se fosse effettivamente avvenuta una distruzione dei reperti senza adeguata documentazione o supervisione, ciò potrebbe indicare una violazione dei protocolli di trasparenza e tracciabilità che ci si aspetta in un caso di tale rilevanza».

Ma le opacità non sono finite. «Resta, inoltre, da chiarire – ha concluso il legale - se l’uso di un semplice messaggio WhatsApp per comunicare l’esito delle analisi e la successiva distruzione dei campioni possa essere ritenuto conforme alle procedure istituzionali. L’ipotetica mancanza di una comunicazione ufficiale o di un referto formale ci ha fatto sollevare non pochi dubbi sulla correttezza del processo».

In questo sarà determinante capire i contorni di quell’accordo di riservatezza tra la Diocesi e l’Ausl, «che potrebbe aver limitato la trasparenza su una vicenda che interessa non solo i fedeli, ma l’intera opinione pubblica visto che ad eseguire le analisi è stato un soggetto pubblico. Non ci fermeremo fino a quando non sarà chiarito che fine abbiano fatto i campioni biologici eucaristici. Abbiamo chiesto che vengano sequestrati immediatamente tutti gli eventuali residui ancora disponibili. Si tratterebbe a rigor di logica giuridica di oggetti di culto (è la presenza reale di Gesù Cristo, comunque, perchè provenienti da un'Ostia consacrata e incautamente fatta cadere dopo la Comunione ndr.), simboli centrali della fede cattolica che, come tali, devono essere trattati con rispetto e non certamente come materiale da smaltire, senza trasparenza e rispetto».







lunedì 2 dicembre 2024

Ma ai vescovi interessano quei sei milioni di bambini uccisi?


Ai vescovi non sembrano interessare né i sei milioni di bambini uccisi con l’aborto legale né gli embrioni uccisi con la fecondazione in vitro. Il commento al messaggio della Cei per la Giornata per la Vita.


Il commento

Vita e bioetica


Giacomo Rocchi, 02-12-2024

«Alcune interpretazioni della legge 194/78, che si poneva l’obiettivo di eliminare la pratica clandestina dell’ aborto».

Nel messaggio per la Giornata per la Vita i vescovi italiani, benché niente affatto obbligati, attesa la natura pastorale del documento, hanno voluto entrare sul tema della legge 194 del 1978 e – perseverando nell’erroneo giudizio sulla legge e addirittura aggravandolo – hanno mostrato la loro piena adesione alla logica abortista.

La domanda brutale che si potrebbe fare agli estensori del documento è: i sei milioni di bambini uccisi ufficialmente nel grembo materno dal 1978 ad oggi sono vittime di una «interpretazione della legge 194» oppure sono morti – crudelmente smembrati o avvelenati – in conseguenza della piena attuazione di quella legge?

E una legge che permette alle donne di uccidere il loro bambino sette giorni dopo aver manifestato la loro intenzione di farlo in un colloquio con un medico, di farlo per qualsiasi motivo, gratuitamente, mentre gli ospedali pubblici sono obbligati ad eseguire l’intervento e, di solito, sono in grado di garantirlo entro qualche settimana, può davvero essere ritenuta soltanto «una legge che si proponeva di eliminare l’aborto clandestino» oppure, piuttosto, una legge che garantisce il diritto all’ aborto legale? A proposito, che i vescovi sappiano: l’aborto clandestino è stato eliminato oppure i sei milioni di bambini uccisi non sono serviti nemmeno a questo?

Come è possibile che i vescovi riescano soltanto a trovare gli elementi positivi in questa legge “integralmente iniqua”? Sì, perché non solo la Legge 194 sarebbe stata scritta (solo) per eliminare la pratica clandestina dell’aborto (senza riuscirci), ma vi sarebbero «disposizioni tese a favorire una scelta consapevole da parte della gestante e a offrire alternative all’ aborto»! Ora: esaltare una «scelta consapevole della gestante» altro non significa che abbracciare il principio di autodeterminazione che è il principio ispiratore delle leggi di aborto: i vescovi sono diventati abortisti? Strano, fra l’altro, che non menzionino l’unica iniziativa che cercava di rendere la donna incinta davvero consapevole: la proposta di legge di iniziativa popolare “Un cuore che batte”, che pure ha raccolto molte firme proprio da cittadini cattolici. Forse che i vescovi hanno paura di sconfessare una ministra che, en passant, l’ha definita una cattiva pratica medica? O forse hanno paura di tutto? E la attività dei Centri di Aiuto alla Vita: i vescovi sembrano “ringraziare” la 194 per la loro opera! Ma i CAV sono nati prima di quella legge e l’aiuto alle gravidanze difficili viene svolto a prescindere da quella legge omicida!

Non basta: ai vescovi non sembrano interessare né i sei milioni di bambini uccisi con l’aborto legale (cui devono aggiungersi i bambini morti per aborto clandestino e gli embrioni uccisi con i cripto aborti derivati dalle pillole dei giorni dopo) né gli embrioni – decine di migliaia! – uccisi con la fecondazione in vitro.

Leggiamo il passo relativo a quelle pratiche: si parla genericamente di una “valutazione morale”, ma non si fa alcun cenno all’ enorme numero di embrioni prodotti per la morte o per il congelamento, previa selezione! Sarà che le legge 40 del 2004 è una legge promossa dal mondo cattolico ufficiale?

Giornata per la vita? La vita di chi? Una “alleanza inclusiva e non ideologica” per sostenere la natalità i vescovi la vogliono fare con coloro che – in piena attuazione delle leggi 194 e 40 - vogliono continuare ad uccidere embrioni e bambini? Per essere inclusivi bisogna tacere la verità?






Il messaggio Cei pieno di luoghi comuni per giustificare l'aborto



Nell'ultimo messaggio della Cei in occasione della prossima Giornata per la vita tutti i luoghi comuni per non combattere l'aborto: dalla clandestinità, alla difesa della 194 fino ai problemi economici. E non affronta il vero problema: la mancanza di fede e di cultura.

Giornata per la vita



Tommaso Scandroglio,  02-12-2024

La Giornata per la vita fu indetta dai vescovi italiani per la prima volta nel febbraio del 1978. Fu pensata perché ormai si era capito che anche l’Italia si sarebbe dotata di una norma che avrebbe legittimato l’aborto. Norma che, infatti, fu approvata il 22 maggio di quello stesso anno. La Giornata per la vita fu pensata come risposta alla 194.

Da allora i messaggi della Cei, negli anni, si sono sempre più scoloriti tanto da non parlar più, a volte, nemmeno di aborto, ma della salute, degli anziani, etc. L’ultimo messaggio è per certi versi simili ai precedenti: si fa cenno ai bambini che muoiono nelle guerre, durante le migrazioni, per fame, per varie malattie, per la povertà. Poi un cenno anche all’inverno demografico e alla sostituzione di specie, ossia si preferiscono gli animali domestici ai bambini.

Il messaggio chiama in causa anche l’aborto? Sì. Vi sono passaggi lodevoli a tal proposito, ma altri per nulla convincenti, come il seguente: «Quando una donna interrompe la gravidanza per problemi economici o sociali (le statistiche dicono che sono le lavoratrici, le single e le immigrate a fare maggior ricorso all’IVG) esprime una scelta veramente libera, o non è piuttosto costretta a una decisione drammatica da circostanze che sarebbe giusto e “civile” rimuovere?».

Non si citano altre motivazioni che inducono la donna ad abortire. Un paio di riflessioni. Secondo una ricerca americana, pare che la motivazione principale per cui non si voglia un figlio è che non lo si vuole (cfr. Le esperienze degli adulti americani che non hanno figli realizzata dal Pew Research Center: qui un approfondimento). È come regalare uno schiaccianoci ad uno a cui non piacciono le noci. Le motivazioni economiche e sociali a cui fa cenno la Cei adombrano il vero motivo per cui si sceglie di abortire: non si comprende la preziosità intrinseca del figlio e dunque la gravità della scelta abortiva. Qui sta il problema, non nei soldi.

Seconda riflessione: addebitare alla società la causa degli aborti è veterocomunismo. Le sovrastrutture sociali sono loro le vere colpevoli, mica la donna e il medico abortista. Invece il problema è il cuore dell’uomo: ad immagine di questo si modellano le società. E nel cuore dell’uomo post-moderno Dio è assente. È la mancanza di fede che uccide i figli nei ventri delle loro madri. A margine: non solo Cristo è assente nei cuori di molti, ma anche nel messaggio della Cei in riferimento all’aborto.

Continuiamo con il messaggio: «Dobbiamo poi constatare come alcune interpretazioni della legge 194/78, che si poneva l’obiettivo di eliminare la pratica clandestina dell’aborto, nel tempo abbiano generato nella coscienza di molti la scarsa o nulla percezione della sua gravità, tanto da farlo passare per un “diritto”». Bene la critica alla qualificazione dell’aborto come diritto, male il riferimento all’aborto clandestino. Questa motivazione, lo sanno anche i paracarri, era solo pretestuosa, uno specchietto per le allodole. Tanto è vero che è ormai è stata abbandonata nelle retorica abortista e sostituita, per l’appunto, dallo slogan “L’aborto è un diritto”. In secondo luogo in nessuna parte della 194 c’è scritto che questa legge è stata pensata per eliminare l’aborto clandestino. In terzo luogo – dato che non ci sono commenti critici a riguardo da parte dei vescovi – pare che il fine di eliminare la clandestinità sia un fine buono per varare una legge abortista, fine da recuperare tenuto conto delle derive massimaliste che vedono nell’aborto un diritto.

Proseguiamo: «Per di più, restano largamente inapplicate quelle disposizioni (cf. art. 2 e 5) tese a favorire una scelta consapevole da parte della gestante e a offrire alternative all’aborto». Intendiamoci bene: tutto quello che si può lecitamente fare per dissuadere una donna dall’abortire è benvenuto, ma indicare la 194 come soluzione all’aborto è come avvalersi dell’aiuto dei mafiosi per stroncare la criminalità organizzata nel nostro Paese.

Infatti gli articoli 2 e 5 sono stati costruiti per essere inefficaci e facilmente aggirabili. Come scrivevamo a suo tempo, illustrando in modo più analitico il contenuto di questi due articoli, «la reale esiguità della portata degli obblighi di legge, l’impossibilità della sanzione in capo agli operatori sanitari che non fanno il loro dovere, il fatto che è il medico abortista a dover dissuadere la donna, fanno sì che la 194 può essere applicata benissimo e nello stesso non inceppare per nulla la macchina abortiva che uccide un bambino ogni cinque minuti. Quindi nella 194 non c’è reale prevenzione all’aborto, non perché gli artt. 2 e 5 vengono applicati male (difetto fenomenologico), ma per intrinseca struttura della 194 (difetto giuridico)».

Dunque per abrogare la 194 non si può far ricorso alla 194. Per combattere l’aborto non ci si può alleare con la 194. Sono evidenti contraddizioni in termini. Ben venga qualsiasi appiglio normativo presente anche nella 194, vedasi l’obiezione di coscienza normata dall’art. 9, ma non è nella 194 la soluzione. La soluzione è nella fede che diventa cultura.





domenica 1 dicembre 2024

Card. Muller: “L’apparente opposizione tra cristianesimo e modernità ha una delle sue origini nel rifiuto della sintesi di Tommaso tra fede e ragione”


Card. Gerhard L. Muller (CNS photo/Paul Haring)


Di seguito l’articolo scritto da Cardinal Gerhard Ludwig Müller, pubblicato a cura di Maike Hickson su Lifesitenews nella traduzione curata da Sabino Paciolla, 1 Dicembre 2024.



La seguente omelia è stata pronunciata il 24 settembre 2024, nell’ambito della conferenza “L ‘Aquinate a 800 anni – ad multos annos” presso la Notre Dame University di South Bend, Indiana.

Del Cardinal Gerhard Ludwig Müller

Tommaso d’Aquino, maestro della verità cattolica

La missione essenziale della Chiesa è quella di annunciare a tutti gli uomini il “Vangelo di Dio… e del suo Figlio… Gesù Cristo, nostro Signore” (Rm 1,1-4).

Affinché possa svolgere la sua missione divina, “lo Spirito guida [la Chiesa] nella via di tutta la verità e che Egli ha unificato nella comunione e nelle opere di ministero, Egli provvede e dirige con i doni gerarchici e carismatici e adorna con i suoi frutti” (Lumen Gentium 4).

È un’espressione della loro costituzione gerarchico-sacramentale quando gli apostoli e i loro successori episcopali eseguono il comando di Gesù, che disse loro con autorità divina: “Andate dunque, fate discepoli tutti i popoli… e insegnate loro a osservare tutti i comandi che vi ho dato” (Mt 28,19).

Allo stesso tempo, la capacità di insegnare è anche uno dei carismi gratuiti attraverso i quali lo Spirito Santo unisce e costruisce l’unico Corpo di Cristo nella diversità dei suoi membri: “Chi è chiamato a insegnare, insegni” (Rm 12,7), dice l’apostolo Paolo ai cristiani di Roma, affinché ciascuno, con il dono assegnatogli, contribuisca a edificare la Chiesa nella carità.

La teologia cristiana è una funzione essenziale della Chiesa del Logos incarnato, sia essa rappresentata da professori nel sacerdozio o da laici. E la teologia non deve mai dimenticare questo duplice riferimento, ossia che è ancorata alla missione di Cristo e della Chiesa apostolica e che può salvarsi dal freddo razionalismo e dal positivismo senza umanità solo se non dimentica il suo elemento carismatico. Nessuno infatti è in grado di dire “Gesù è il Signore” se non nello Spirito Santo… la manifestazione particolare dello Spirito concessa a ciascuno, deve essere usata per il bene generale… (per esempio) il carisma di parlare esprimendo sapienza o esprimendo conoscenza”. (1 Cor 12:3, 7, 8).

La teologia è la terza forma di insegnamento nella Chiesa, dopo la presentazione ufficiale della fede rivelata da parte del Magistero e la sua mediazione catechistica e omiletica nella vita liturgica e sociale dei fedeli. La teologia utilizza metodi scientifici e argomentazioni logiche. Perché chiunque si interroghi sul “Logos/ragione della nostra speranza” (1 Pietro 3,15) merita una risposta razionale.

Questa risposta non deve però sottomettere le verità della rivelazione al potere limitato della ragione naturale. Ma la ragione della fede (ratio fidei) partecipa, attraverso la luce dello Spirito Santo, al Logos di Dio, che in Gesù Cristo è entrato nell’orizzonte della comprensione dell’uomo, lo ha ampliato ed elevato. “Il Verbo era la luce vera, che dà luce a tutti, che illumina ogni uomo… ma a quelli che l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio.” (Giovanni 1:9,12).

San Tommaso d’Aquino, di cui stiamo celebrando gli 800 anni dalla nascita, unisce in modo unico le tre dimensioni dell’insegnamento cristiano, che sono in definitiva tutte unite nella fede infusa dallo Spirito Santo e nella ragione illuminata dallo stesso Spirito. Questo professore di teologia, riconosciuto dalla Chiesa come Doctor communis, era umilmente consapevole che possiamo riconoscere Dio come verità e salvezza dell’uomo nella fede e accettarlo liberamente solo se la nostra ragione è prima di tutto illuminata dallo Spirito Santo. La verità di Dio viene prima accolta da noi, e poi la ragione illuminata dalla fede è in grado di “illuminare i misteri della salvezza nel modo più completo possibile, [affinché] gli studenti imparino a penetrarli più profondamente con l’aiuto della speculazione, sotto la guida di San Tommaso, e a percepirne le interconnessioni” (Concilio Vaticano II, Optatam totius 16).

Tommaso non si vede come un filosofo autonomo che, alla fine del suo pensiero, postula o afferma Dio come idea necessaria della ragione. Si considera piuttosto un “maestro della verità cattolica” (Summa theologiae I. prol.), che presenta l’autorivelazione di Dio come verità e vita di ogni essere umano, e che è diventata realtà storica in Gesù Cristo.

Ma rifiuta anche la dialettica della contraddizione tra Dio e il mondo basata su una teologia della croce o su una filosofia del soggetto che, a causa del peccato o dell’autonomia assoluta della ragione finita, considererebbe l’essenza del cristianesimo come un’opposizione inconciliabile tra natura e grazia, o tra conoscenza razionale e fede, o addirittura, in termini post-cristiani, vedrebbe in questo la base dell’inconciliabilità tra rivelazione e ragione. L’apparente opposizione tra cristianesimo e modernità, nella filosofia e nelle scienze empiriche, ha una delle sue origini nel rifiuto della sintesi di Tommaso tra fede e ragione.

Nelle sue 1800 pagine di storia della filosofia, il filosofo tedesco post-metafisico Jürgen Habermas, della Scuola di Francoforte, in forte accordo con l’enciclica “Fides et ratio” di Papa Giovanni Paolo II, descrive il rapporto tra fede e ragione come l’unico tema che definisce la cultura occidentale, e quindi la civiltà mondiale di oggi. Il rapporto tra ragione e fede è quindi più importante per il destino dell’umanità della neutralità climatica e del total wokeness.

La domanda è quale senso abbia l’esistenza, o se il nulla non sia piuttosto l’inizio senza scopo e la fine senza speranza di tutto. Ma allo stesso tempo, la nostra ragione non è solo la considerazione razionale del dato fisico e psicologico e dei principi metafisici dell’essere e della conoscenza, ma anche l’apertura all’ascolto della Parola. Infatti, attraverso la Parola che era in principio ed è Dio, tutto è nato. E lo stesso Verbo attraverso il quale esiste tutta la creazione ci ha parlato in modo umano, nel suo Figlio Gesù Cristo che ha abitato in mezzo a noi (Giovanni 1:1,14).

In sostanza, la colossale opera di San Tommaso è una confutazione e un superamento dello gnosticismo e dell’idealismo antico e moderno, che con il suo dualismo metafisico lacera l’essere in una contraddizione dialettica irrisolvibile, e priva gli uomini di ogni speranza di comunione con Dio nella verità e nell’amore, consegnandoci tutti a un nichilismo esistenzialista o cosmologico. La chiave ermeneutica della comprensione cattolica del cristianesimo è l’analogia tra natura e grazia, ragione e fede, volontà e amore.

La fede si basa sull’autorità di Dio che si rivela nella testimonianza viva degli apostoli e della Chiesa. “Tuttavia, la sacra dottrina si serve anche della ragione umana, non certo per dimostrare la fede, perché ciò distruggerebbe la meritevolezza della fede, ma piuttosto per chiarire alcune altre cose che sono trattate in questa dottrina. Infatti, poiché la grazia perfeziona la natura e non la distrugge, la ragione naturale deve servire la Fede, così come l’inclinazione naturale della volontà serve la carità. È per questo che in 2 Corinzi 10,5 l’Apostolo dice: “ricondurre ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo” (Tommaso d’Aquino, Summa theologiae I q. 8 a. 8. ad 2).

Tutte le teologie bibliche, dalla Genesi dell’Antico Testamento a Paolo a Giovanni, partono dalla bontà assoluta della creazione, in cui Dio si rivela come origine e destinazione. Partecipando all’essere e alla vita di Dio, tutto ciò che esiste è in sé unum, verum, et bonum. E nella croce di Gesù, Dio non rivela un dolore dell’alterità che si verificherebbe nell’eterno emergere del Figlio dal Padre e che si manifesterebbe nell’emergere della creazione come una naturale contraddizione tra Dio e il mondo – come insinuerebbe una teologia della croce di stampo gnostico da Lutero a Hegel.

Piuttosto, nella croce di Gesù abbiamo il perdono dei peccati e l’inizio del mondo redento nell’unità nuziale di Cristo e della Chiesa, in attesa della nuova creazione. Nel cristianesimo non c’è spazio per la stanchezza del mondo, il fatalismo e il nichilismo, perché siamo tutti nelle mani di Dio. Come tutti gli uomini e anche i più grandi pensatori, ad eccezione dell’uomo Gesù di Nazareth, il Dio-Logos fatto carne, Tommaso d’Aquino è figlio del suo tempo. Ma nella sua presentazione della verità cattolica e nella sua riflessione sui suoi principi, che si basano sull’intelletto di Dio che si rivela, egli è un eccellente esempio per ogni maestro della fede, sia nell’insegnamento ecclesiastico, sia nell’insegnamento catechistico, sia nella ricerca scientifica, nell’attenzione alle nuove questioni antropologiche e alle progressive scoperte delle scienze empiriche, affinché “si realizzi più profondamente l’armonia della fede e della scienza” nell’unica verità (Concilio Vaticano II, Gravissimum educationis 10).

Ciò che Tommaso intendeva fare con il suo enorme capolavoro, la Summa theologiae, ossia presentare la religione cristiana in modo tale da motivare anche i principianti della scienza sacra, è anche ciò che il Concilio Vaticano II suggerisce agli insegnanti delle università e delle scuole cattoliche. Con Tommaso come maestro e modello, “gli studenti di queste istituzioni vengono plasmati in uomini veramente eccellenti per la loro formazione, pronti ad assumere pesanti responsabilità nella società e a testimoniare la fede nel mondo” (Concilio Vaticano II, Gravissimum educationis 10). Amen.







Giubileo ebraico e giubileo cristiano


Giubileo ebraico e giubileo cristiano

Si avvicina il giubileo. Quest'anno è il "Giubileo della Speranza". Ho ascoltato in Tv mons. Fisichella parlarne come di un pellegrinaggio e una sorta di "conosci te stesso" per capire dove stai andando, Insomma, al solito, il peccato non esiste è stato eliminato dal linguaggio ecclesiale. Non ho tempo e forze per fare osservazioni dettagliate e approfondite e me la cavo proponendo un vecchio documento [qui] da me elaborato in occasione di un'esperienza di anni fa nell'ambito del dialogo ebraico-cristiano con alcune chiose più propriamente cattoliche.

 1 dicembre 2024


a cura di Maria Guarini

(Un documento del SIDIC con alcune chiose più propriamente 'cattoliche')

Introduzione

Una conoscenza più rispettosa ed adeguata del patrimonio comune a cristiani ed ebrei "può aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti della vita della Chiesa".

Questa affermazione dei "Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei e dell'ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica" del 1985 (1,3) vale anche per il Giubileo dell'Anno 2000 indetto da Papa Giovanni Paolo II come "Il Grande Giubileo" (Tertio millennio adveniente, 16) per ricordare i duemila anni dalla nascita di Gesù che i Cristiani riconoscono come il loro Signore e Messia.

Il giubileo così inteso riguarda solo i cristiani di tradizione romana. Tuttavia esso si innesta sul "giubileo ebraico" di cui testimoniano sia la Torah scritta che la Torah orale, E come la Torah orale, attraverso la tradizione rabbinica, ha sviluppato i dati della Torah scritta, adattandoli alle situazioni nuove, così la pratica cristiana dei giubilei "ha inizio nell'Antico Testamento e ritrova la sua continuazione nella storia della Chiesa" (Tertio Millennio Adveniente, 11).

Nel presente documento vengono sottolineati alcuni aspetti del giubileo biblico e, successivamente, il loro sviluppo nella tradizione ebraica e nella tradizione cristiana.
Il Giubileo nella Bibbia

Il testo fondante del giubileo Biblico è Levitico 25,10 "Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia"
È importante sottolineare che la teologia sottesa a questo versetto che fonda l'anno giubilare è legata al sabato e all'anno sabbatico. Quest'ultimo, basato su 25,2 (Quando entrerete nel paese che vi dò, la terra dovrà avere il suo shabbat consacrato al Signore") è nell'arco dei sette anni quello che il giorno sabbatico è nell'arco della settimana. "Esiste un sabato dell'inizio... e un sabato della terra... E come il venerdì sera interrompendo il lavoro quotidiano servendo per un giorno l'Eterno, così in Israele, e solo in Israele, il popolo ebraico ha l'obbligo di restituire la terra a Dio, per significare che, in Israele, la terra appartiene all'Eterno" (Samson Raphael Hirsch, rabbino tedesco del secolo scorso).

Ci sono anche altri testi dell'anno sabbatico (ad es. Esodo 23, 10s e Neemia 10, 32) che, di questa istituzione, mettono in luce soprattutto l'aspetto sociale. Di qui il triplice imperativo dell'anno giubilare: la restituzione delle terre, il condono dei debiti e la liberazione degli schiavi; in una parola si doveva tornare a vivere come fratelli. Questa è la condizione per "abitare la terra" (Levitico 25,18). Diversamente le ingiustizie, le divisioni e le lotte la rendono inabitabile, e la sorte dell'uomo è l'esilio

Nella teologia dell'anno giubilare si concentra una molteplicità di temi biblici e spirituali che da sempre hanno alimentato e continuano ad alimentare la vita del popolo ebraico. Tra i più importanti di questi aspetti sono da ricordare i seguenti:L'impossedibilità della terra: l'affermazione dell'impossibile possesso della terra. Facendo shabbat, la terra si sottrae al possesso dell'uomo, si rifiuta ad un rapporto di sottomissione che sia solo funzionale e contesta la pretesa dell'uomo di ridurla ad oggetto di dominio,
La signoria di Dio: l'affermazione che signore e creatore della terra è Dio che, per questo, non può essere l'uomo. "La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e pellegrini" (Levitico, 25 23): nella terra l'uomo è "forestiero" e "inquilini" nel senso che ne è ospite in quanto ospitato da Dio che ne è l'unico e legittimo proprietario.

La gratuità: l'affermazione che, se l'uomo vive in una terra che non è la sua ma di Dio, egli vive in forza di una gratuità o grazia che è l'amore disinteressato di Dio: "La terra produrrà frutti, voi ne mangerete a sazietà e vi abiterete tranquilli. Se dite: Che mangeremo il settimo anno, se non semineremo e non raccoglieremo i nostri prodotti?, io disporrò in vostro favore un raccolto abbondante per il sesto anno ed esso vi darà frutti per tre anni" (Levitico 25, 19-21).

La giustizia: L'affermazione che, se la terra è dono di Dio al bisogno umano, essa è di tutti e per tutti e che ogni volontà umana di accaparramento che neghi o arresti questa destinazione universale è peccato contro Dio e contro il prossimo. La giustizia, cuore del messaggio biblico e soprattutto profetico, è riconoscere l'amore gratuito di Dio nel mondo e assecondarlo facendo di esso il principio del proprio agire e del proprio essere. Per questo, secondo i profeti, è "dalla giustizia", cioè dall'agire giusto, che fiorisce "la pace", la pienezza dei beni per tutta l'umanità (cfr Isaia 32, 15-20).

La fine delle disuguaglianze e delle ingiustizie: l'affermazione che, essendo la terra di Dio, in essa dovranno essere superate tutte le forme di sfruttamento, quelle che riguardano i beni della terra e soprattutto quelle che riguardano l'uomo nei confronti dell'altro uomo.

Il perdono: l'affermazione secondo cui l'anno giubilare richiama ed esige il perdono, coincidendo il suo inizio con la celebrazione di yom kippur, la grande festa della riconciliazione: "Al decimo giorno del settimo mese... nel giorno dell'espiazione, farete squillare la tromba per tutto il paese" (Levitico 25, 9), L'anno giubilare istituisce la possibilità di un nuovo inizio, perché spezza non solo il determinismo delle sperequazioni sociali ma quello della stessa colpa.


La tromba shofar con cui si annunciava questo anno particolare era un corno d'ariete, in ebraico Yobel. Il termine, da cui deriva la parola Giubileo, nel linguaggio scritturistico inizialmente indicava l'ariete o il caprone, poi il corno del caprone e infine la tromba fatta con il corno stesso.
Preghiera del mitzvah recitata ascoltando il suono dello shofar

 

Baruch attah, Adonai elohenu, melech haolam, ahsher kidshanu bemitzvotav vtzevanu lishmoah kol shofar

Benedetto sei Tu, Signore Dio nostro, Re dell'universo,
che ci fai santi con le mitzvot e ci chiami
ad ascoltare il suono dello shofar

La celebrazione di quest'anno comportava, tra l'altro, la restituzione delle terre agli antichi proprietari, la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi e il riposo della terra.La reintegrazione del mondo o realizzazione messianica: l'affermazione secondo cui l'anno giubilare richiama l'instaurazione dell'era messianica, in cui cesseranno tutte le sofferenze e le violenze. Se per un verso questa epoca acquista i tratti di un futuro sempre più lontano, scandito sul ritmo dei millenni ai quali seguirà l'anno giubilare del cinquantesimo millennio, per l'altro più propriamente essa coincide con il ritorno alle origini, con il realizzarsi della terra del progetto di Dio.Il Giubileo nella tradizione ebraica

Dall'epoca postbiblica in poi, la tradizione rabbinica ha ripreso e discusso le leggi riguardanti l'anno sabbatico e l'anno giubilare ma, ritenendole un tutt'uno, le ha pensate attuabili non fuori bensì solo nella terra d'Israele. Le istanze etiche e sociali sottostanti ad esse sono rimaste però fondamentali per l'ebraismo della diaspora.

Nella terra d'Israele si è continuato ad osservare l'anno sabbatico, ma, per la situazione politica e le difficoltà concrete, i rabbini ne hanno semplificato le norme, considerandole di origine non biblica ma talmudica. Nell'ultimo secolo, da quando gli ebrei hanno ripreso a lavorare la terra, si è tornati di nuovo alla pratica dell'anno sabbatico, anche se solo da parte di una piccola minoranza. Per quanto riguarda l'anno giubilare si discute se, dall'epoca del Secondo Tempio in poi, sia stato mai osservato.

Il Giubileo cristiano

La tradizione neotestamentaria sembra riconoscere e accogliere la pratica del giubileo ebraico e vede realizzati di suoi contenuti nelle "parole" e nelle "opere" di Gesù che si presenta come Colui che porta a compimento l'antico Giubileo, essendo venuto a predicare l'anno di grazia del Signore (Isaia). Egli, entrando un giorno nella Sinagoga di Nazareth e richiesto di commentare il brano della Torah che era stato appena proclamato, riferisce a sé le parole di Isaia, presentandosi come l'inviato da Dio nel quale l'ideale giubilare comincia a concretizzarsi: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia nel Signore" (Luca 4, 18-19).

Nel corso del primo millennio, non ci sono tracce, nella chiesa, di pratica giubilare. Il giubileo così come oggi è celebrato risale a Bonifacio VIII nel 1300 e fu incentrato soprattutto intorno alla pratica del pellegrinaggio con cui i cristiani - i cosiddetti romei - si recavano a Roma per visitare la tomba degli apostoli e invocare il perdono dei peccati. Il pellegrinaggio è metafora del vero "cammino dell'uomo", per sua natura viator, in cerca di se stesso, del suo 'dove', della sua casa, che non sempre è dove egli si trova con il corpo, ma dove il desiderio del suo cuore lo attrae e lo conduce.

Possiamo dire che, per analogia, nella Chiesa Cattolica è detto Giubileo l'Anno Santo istituito da Bonifacio VIII con cadenza secolare. Clemente VI stabilì che il Giubileo si celebrasse ogni 50 anni a partire dal 1350. Nel 1470 Paolo II decretò infine che l'Anno Santo ordinario cadesse ogni 25 anni. I Giubilei sinora celebrati sono stati 120: 25 ordinari e 95 straordinari. Quello del Duemila sarà il ventiseiesimo ordinario. Per la Chiesa cattolica il Giubileo è un anno di grazia, legato alla concessione dell'indulgenza plenaria, cioè alla remissione dei peccati e alla liberazione dalle pene. Il Giubileo indica anche gioia, perché la Chiesa gioisce della salvezza che viene concessa da Dio agli uomini che si pentono e che, confessati e comunicati, pregano nelle quattro basiliche maggiori di Roma, secondo le intenzioni del Pontefice. Il Giubileo del Duemila si celebrerà a Roma, nelle chiese locali e a Gerusalemme, la Città Santa per eccellenza.

Dal 1300 il poi questa pratica si è ripetuta con regolarità più o meno costante, differenziandosi e distanziandosi dalla concezione ebraica e privilegiando gli aspetti delle "indulgenze" e del pellegrinaggio. Tra tutti quelli del passato, il "Grande Giubileo" dell'anno 2000 indetto da Giovanni Paolo II riveste particolare importanza, soprattutto per la volontà di conversione e autocritica con cui la chiesa cattolica si prepara a celebrarlo: "Essa non può varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi" (Tertio Millennio Adveniente, 33).
Il Giubileo è fatto per aiutare questa rinascita spirituale, altrimenti potrebbe esaurirsi in un inutile quanto futile turismo religioso. Sta ai credenti viverlo in modo che ciò non accada.


Chiosa:
[Purtroppo viviamo in una temperie ecclesiale che sembra aver perso le giuste coordinate perché ricorre il refrain della Misericordia sganciata dalla Giustizia. Dichiara Bergoglio (in un'omelia del 15 marzo 2015):
"l`amore di Gesù è" un «amore che va oltre la giustizia», va "oltre quell’atteggiamento così diffuso tra i dottori della legge, tra certi uomini di religione. Quelli di duemila anni fa e quelli di oggi."…
Ma va chiarito. L'amore di Gesù va oltre la giustizia, come assunto è vero. Perché mentre eravamo peccatori, è morto per noi, per salvarci.

cfr Romani 5,6 "Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. 7 Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. 8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi."

Ma dopo averLo incontrato, accolto, accettata in noi la Sua opera di Redenzione, siamo chiamati a camminare nella Giustizia (secondo le dottrine divine). Misericordia e Giustizia vanno insieme.
Romani 6,13 "non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio."

C'è dunque un prima e un dopo nella vita del credente. Ma non esiste che Dio non chiederà conto sia ora sia al Giudizio finale del nostro operato. Infatti lo Stesso che oggi è Salvatore, affinché ci ravvediamo, domani, dopo averci concesso un tempo per ravvederci, crescere nella fede, santificarci e portare frutto, sarà Giudice.

E avremo sempre bisogno del Suo Amore e della Sua Misericordia senza aver presunzione di salvarci per chissà quali meriti propri, questo rimane vero; ma dobbiamo pur far di tutto con l'aiuto di Grazia, Sacramenti e opera dello Spirito Santo nei cuori per uscire dalla vita vecchia di peccato, e mettere a frutto la misericordia ricevuta con una vita santificata.

Piovono bordate fin dal Trono più alto sull’"atteggiamento così diffuso tra i dottori della legge, tra certi uomini di religione. Quelli di duemila anni fa e quelli di oggi", tornano le allusioni ai farisei riferite a chi oggi difende la dottrina a l'aggancio della pressi alla verità. Ma il problema dei farisei non era essere attaccati alle discipline, ma di averne inventate altre diverse da quelle loro comandate: "Invano mi rendono un culto che è un precetto di uomini"; Gesù nei Vangeli cita Isaia, non per condannare la disciplina sacra, ma la falsificazione della dottrina.

Ricordo anche due passi che non negano la Misericordia di Dio, ma fanno luce sulla parte più ingannevole del cuore umano che suppone sempre di ricevere Misericordia comunque all'infinito, anche se calpesta il Sacrificio più grande e se si rende colpevole di tradimenti reiterati con leggerezza, e senza impetrare l'assistenza della grazia per esserne preservato.
Siracide 5,5 Non esser troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato.

Isaia 30,1 Guai a voi, figli ribelli - oracolo del Signore - che fate progetti da me non suggeriti, vi legate con alleanze che io non ho ispirate così da aggiungere peccato a peccato.
La Misericordia, insomma, non si dà sempre e comunque, specie se non c'è vero ravvedimento. La Misericordia, inoltre, è in funzione della santificazione, non è liceità a far come ci pare in eterno, convinti che Dio ci perdona all'infinito. Mi auguro che prima o poi nell'età attuale qualcuno ancora abbia gli attributi per farlo presente, ne va della rovina di milioni di anime. -ndr]

Cosa si può fare insieme

Data la comune radice biblica dell'anno giubilare, è auspicabile che, come cristiani ed ebrei, nonostante le profonde differenze nel modo di intenderlo, collaboriamo insieme in vista di un mondo più giusto. Pertanto, anche se si tratta di una iniziativa cristiana della Chiesa romana, la celebrazione del giubileo può essere arricchita dalla presenza dei fratelli ebrei invitati a parteciparvi come ospiti privilegiati, insieme ai rappresentanti delle altre religioni. Ci si potrà interrogare e confrontare su temi di comune interesse per la fede in Dio e la salvezza degli esseri umani.

Chiosa:
[Questo auspicio reca le tracce delle 'storture' conciliari della libertà di religione e del dialogo ad ogni costo. Circa altre fedi, che non conoscono il perdono è un discorso irrealistico e dunque improprio e improponibile.
Riguardo agli ebrei, non è stato mai "rimosso l'ostacolo": il riconoscimento di Gesù Cristo, Salvatore e Redentore nostro. E dunque si realizzerebbe una pseudo-compartecipazione, un ritualismo sterile e una forma di sincretismo; perché la radice è comune ma, a partire dal giudaismo talmudico, le due fedi divaricano. (vedi) -ndr]
Tracce di riflessione
Il futuro delle religioni - o, piuttosto, della fede praticata dalle diverse tradizioni religiose - nel trionfo della secolarizzazione e della tecnologia informatica.Chiosa

[Tuttavia nessun falso ecumenismo e nessun improprio dialogo inter-religioso, che può veder dialogare le culture e non le fedi, potrà farci rinnegare la nostra identità di corpo mistico di Cristo che non fa di noi cristiani "una delle diverse tradizioni religiose", ma ci inserisce nell'universalità de la Catholica, nella quale sono tutti i tesori di grazia per la storia di salvezza nostra e del mondo intero -ndr].
L'ingiusta distribuzione delle risorse nel mondo e la divisione scandalosa tra paesi ricchi e paesi poveri. Nasce da lontano; ma piuttosto che discutere sulle cause, che più o meno tutti conosciamo, da cosa possiamo partire, oggi, per promuovere una maggiore equità, che nasce dall'attenzione agli altri, che non sia animata da motivi utilitaristici?
Il dominio dell'uomo sulla natura e le vie di difesa e salvaguardia del creato, che è la sua "casa" e il 'luogo' del suo vivere, agire, esprimersi: come custode e ordinatore, o come 'colui che si appropria'?
La violenza umana e le tecniche nel senso di progetti concreti e attualizzabili di soluzione dei conflitti con il contributo specifico della tradizione ebraico-cristiana alla costruzione della pace.
I diritti delle minoranze e il loro rapporto con la maggioranza. Identità e rispetto o omologazione, confusione e oblio delle proprie radici?
Il rispetto della vita e i problemi etici riguardanti la bio-ingegneria genetica. Studio, ricerca volte al bene comune o manipolazione profanatrice?

Chiosa:
[A tutte queste domande i cristiani hanno "la risposta": accogliere la Redenzione già operata al Signore che è l'unico Atto divino-umano capace di rimuovere le radici di ogni ingiustizia. Inoltre, recuperando il rapporto autentico col Creatore, tutti gli ambiti del nostro essere nel mondo si articolano di conseguenza. Certo si può collaborare a livello sociale; ma avendo ben presenti le peculiarità che fanno del cristiano un figlio di Dio, nel Figlio diletto che ha inaugurato la Creazione Nuova. -ndr]

Piste operativeLa Bibbia insegna che i beni del mondo non ci appartengono perché ci sono affidati da Dio: quali le conseguenze nel nostro modo di servircene?
Il termine "liberazione" può avere significati diversi: quali le accezioni più significative per noi oggi, sia individualmente che collettivamente, per "liberarci" e "liberare"? Da cosa dobbiamo essere liberati, perché e per chi?
In cosa consiste oggi la giustizia sociale? Dove individuare le forme di ingiustizia sociale nella società, nella Chiesa, nel quartiere, nella parrocchia, nell'ambiente di lavoro e in famiglia, ma - prima di tutto - in quale dei nostri atteggiamenti interiori? Alcune proposte concrete per cui "fare giustizia" almeno ad una persona o con cui calarsi in una situazione specifica.
L'anno giubilare è legato al sabato, al giorno di riposo che ci libera dal lavoro e dal "voler fare" volontaristico, che non nasce da una vero ascolto della Volontà del Padre, ma dalle nostre velleità di attivismo ed efficientismo legate, in fondo, solo all'affermazione della nostra persona e non dall'essere una persona-al-servizio-di-Dio. Come celebrare meglio la domenica e i giorni festivi per essere veramente liberi: per noi, per gli altri e per il Signore?Fonte: SIDIC (Service International Documentation Judeo-Chretienne) - 

Aggiornamenti a cura di Maria Guarini