sabato 4 maggio 2024

Il vento del compromesso col mondo soffia sulla Settimana sociale di Trieste









Di Silvio Brachetta, 2 MAG 2024

A Trieste c’è la febbrile preparazione della 50a Settimana sociale dei cattolici in Italia, dal 3 al 7 luglio prossimi, sotto la guida del Vescovo locale mons. Enrico Trevisi. Il titolo ha un sapore laico: “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”.

E il Vescovo finora si è attenuto rigorosamente al tema. La parola «democrazia» è onnipresente e centrale in ogni iniziativa collegata all’evento. All’emittente locale tergestina (Telequattro) hanno trasmesso quattro puntate del programma “Piazze della democrazia”. E già la Cattedra di San Giusto si è esaurita nei consueti quattro appuntamenti semestrali: “La democrazia alla prova del futuro”, “La democrazia alla prova dell’economia”, “La democrazia alla prova della pace”, “La democrazia alla prova delle città”.

Ignorata la Dottrina sociale della Chiesa

Dove si vuole andare a parare? Lo spiega don Stefano Stimamiglio, attuale direttore di Famiglia Cristiana, invitato a Trieste da mons. Trevisi e intervistato su “I media: ostacolo o risorsa per la partecipazione democratica?”. Anche in questo caso, nessun rischio di andare fuori tema.

Secondo don Stefano, le Settimane sociali dei cattolici (da Toniolo in poi) sono questo: un «incontro importante, che viene fatto ogni due anni, in cui la Chiesa italiana fa una riflessione sul vivere comune, sul vivere – in questo caso – democratico». Non è proprio così. Le Settimane sociali, fondate dal beato Giuseppe Toniolo, sono «riunioni di studio per far conoscere ai cattolici il vero messaggio sociale cristiano», ovvero una guida all’azione dei cattolici nella società. Non una riflessione generica sul vivere comune o sul vivere democratico, ma sul vivere comune illuminato dalla Dottrina sociale della Chiesa, illuminato da Gesù Cristo.

Il card. Pietro Maffi (1858-1931), arcivescovo di Pisa, alla Prima Settimana sociale del 1907, fu ancora più chiaro. I cattolici – disse – sono chiamati «per procurare ed assicurare a noi ed ai nostri fratelli il pane del corpo, il pane della giustizia, il pane della carità, il pane della verità, il pane della virtù e il pane infinito delle anime», sull’esempio di Gesù Cristo, che ha moltiplicato i pani e i pesci per i discepoli e per i seguaci.

Don Stefano Stimamiglio, durante l’incontro, non si è mai riferito ad alcunché di religioso, né alla Dottrina sociale, completamente assente nel suo discorso, né ad un accenno generale alla necessità di una qualsiasi dottrina. È mancato ogni riferimento alla questione della verità, alla trascendenza, alla virtù personale e sociale, alla carità o a una qualunque caratteristica peculiare del cattolicesimo.

Il compromesso come processo irreversibile

Nelle Settimane sociali, almeno fino al secondo dopoguerra, la Dottrina sociale è sempre rimasta al centro, come insegnamento, non come principio ispiratore. Dall’inizio del XX secolo, si è discusso di movimento cattolico, di educazione e scuola, di organizzazione sindacale, di mondo del lavoro, di famiglia, di cultura, dello Stato nella dottrina cristiana e pure di democrazia. Ma di nessuna di queste tematiche se n’è fatto un assoluto o l’approdo definitivo del cristianesimo, come invece sembra accadere a Trieste.

Ne fa invece un assoluto il direttore di Famiglia Cristiana, che riassume il dramma della nostra epoca negli effetti: l’estinguersi della partecipazione alla cosa pubblica, mediante votazione democratica. Infatti – dice – «abbiamo questo tesoro, che è la Costituzione, e dobbiamo difenderlo da tutti i punti di vista». Non abbiamo come tesoro il Vangelo, che non cita mai, ma la Costituzione.

Gli apostoli sono rimpiazzati dai «padri costituenti», i quali «hanno concepito una costituzione che ha retto ottant’anni e che aveva un elemento in comune, che non era la fede – fede sì o fede no (da quando è caduto questo famoso non expedit[1] della Chiesa) –, ma era il bene comune, cioè il maggior bene possibile date le risorse disponibili». C’è quindi, secondo Stimamiglio, una Chiesa prima del non expedit (fino al 1919), fondata sulla fede e nemica della democrazia partecipata, e una Chiesa post non expedit, dove s’è imposta «la forma di partecipazione alla cosa pubblica che più ha a cuore la persona umana, senza essere confessionali».

Questo è il peccato mortale della Chiesa: essere confessionale. E la Chiesa, prima del 1919, «è passata per delle fasi in cui ha combattuto la democrazia»: considerava cioè la democrazia – afferma convinto don Stefano – «come una negazione quasi del principio teologico per cui tutto deriva da Dio e la verità non può essere oggetto di compromesso nell’arena politica». Caduto il Fascismo, la Chiesa è finalmente scesa al compromesso col mondo e si è democratizzata mediante un processo irreversibile.

Non poteva poi mancare, durante l’intervista, l’elogio della Rivoluzione francese, altro elemento che divide la storia in un ‘prima’ peggiore e in un ‘dopo’ migliore. Durante l’Ancien Régime[2], osserva l’intervistato, «il potere era incarnato dal monarca», «la partecipazione era zero e la gestione del potere politico era nelle mani di uno o di pochi». Per fortuna, la «Rivoluzione francese ha fatto fare un salto» e «la partecipazione al voto è un po’ aumentata», fino al Novecento.

Il popolo, nella società cristiana, è sempre stato coinvolto e partecipe


Il primo ad essere in disaccordo completo con questo schemino – per nulla originale, ma ripetuto senza modifiche dai democratisti contemporanei – è proprio il Toniolo e, con lui, tutti i Pontefici delle encicliche sociali. In Toniolo, la democrazia ha poco o nulla a che fare con le elezioni o la partecipazione ai suffragi universali[3]. Anzi, Toniolo (a differenza di don Stimamiglio) non parla neppure di democrazia, ma sempre e solo di «democrazia cristiana» e – sempre e solo – di un concetto politico per nulla applicabile al partito della Democrazia Cristiana storica o alla democrazia spuria e liberale di molti dei cattolici odierni.

La democrazia cristiana di Toniolo è il potere dei principi, che discende sempre da Dio e mai sale dal popolo, completamente rovesciato nel servizio al démos, cioè ai poveri, ai malati (prima) e alle persone di ogni ceto sociale (poi). Non c’entra nulla, con il pensiero di Toniolo, la decisione a maggioranza, né la scheda elettorale, né tantomeno il compromesso democratico/liberale con le ideologie politiche.

Toniolo, inoltre, non solo non distingue una Chiesa contro la rappresentanza da un’altra a favore, ma pone il massimo della partecipazione popolare e associata nel passato – nel medioevo, in particolare. I ceti inferiori, soprattutto, furono da sempre formati dalla Chiesa «a partecipare alla pubblica cosa» e la «rappresentanza» popolare si unì, col trascorrere dei secoli, al potere del principe, con grado di coinvolgimento sempre maggiore. Mai vennero meno, in ambito di Cristianità, il «petere» e l’«acclamare», ovvero i due massimi diritti del popolo. Ne vennero fuori i comuni, le corporazioni, le anse, i cantoni, le provincie unite, i fueros ed altre forme di istituzioni democratiche.

Non si trattava di una società che andava avanti a compromessi sui fini, ma l’orizzonte all’unico fine (Dio), innescava una pluralità armonica e ordinata di azioni e capacità diverse. Non ha senso allora, per Toniolo, una storia spaccata in due, dalla Rivoluzione francese o dal non expedit, dove il ‘prima’ è regresso e il dopo è ‘progresso’. Il progresso è solo dove c’è stata, c’è e ci sarà armonia tra potere politico e potere religioso (cattolico), non divisione.

Frainteso il “bene comune”

Un altro motivo di forte ambiguità è su come don Stimamiglio parla del bene comune, da lui definito (come su riportato) «il maggior bene possibile date le risorse disponibili». È una definizione assai riduttiva. Ma non basta, perché don Stefano approfondisce. Il bene comune si divide tra risorse e bisogni, con un esempio pratico: «Le risorse sono 100, i bisogni sono 170: noi possiamo spendere 100. Dove li spendiamo? Qual è l’urgenza principale? La sanità? L’economia? Il mercato delle armi?».

Ecco, il bene comune, a parere del direttore di Famiglia Cristiana, pare essere un bene esclusivamente materiale e si basa sulla suddivisione delle ricchezze. Questo, però, è il bene comune di una mentalità secolarizzata. Anche in questo caso, la Dottrina sociale della Chiesa dice ben altro: il bene comune è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente»[4]. Va da sé che le cose vanno a perfezione sia per via naturale e materiale ma, in modo decisivo, per via soprannaturale, di grazia.

La Chiesa si occupa, appunto, del soprannaturale e della grazia. Non si occupa, invece, delle decisioni prese a tavolino, sulla base di un miscuglio tra dottrina e ideologia, in cui si decidono insieme «le regole, secondo le quali il nostro vivere viene regolato per il bene di tutti» (Stimamiglio). Un bene comune fondato unicamente su di una dimensione orizzontale non è un bene, ma un male comune. Per questo è fonte di equivoco dire – come difatti don Stefano dice – che «la politica è il bene comune, a cui si arriva attraverso un discernimento che viene dal dialogo».

È vero che il fine della politica è il bene comune, ma non è sufficiente la politica per cercarlo e trovarlo. E nemmeno è sufficiente il dialogo che, semmai, può anche essere di ostacolo: è invece necessario l’ossequio della ragione alla verità rivelata, la cui diffusione è dovere della Chiesa, così come l’ascoltare è dovere della politica.

I grandi temi ci sono già e non sono banali


Don Stimamiglio fa una prolissa e puntuale disamina delle cause che hanno determinato la disaffezione dei cattolici verso la politica. Dà un quadro preciso della crisi dell’editoria e del giornalismo, dichiara il crollo della carta stampata, denuncia lo strapotere di internet e dell’informazione gratuita, rimpiange i tempi in cui i grandi temi erano dibattuti nelle sedi del partito, nei sindacati, nelle parrocchie. Tutto vero.

E dunque, a seguire: crisi dei giovani e loro incapacità di aggregarsi, apatia. «È una generazione sfiduciata», dice. Vede la soluzione nel ritorno alla capacità di aggregarsi, nel recupero del confronto su grandi temi e nelle politiche di lungo termine. È pochino, è banale. E chi dà ai giovani i grandi temi, su cui aggregarsi? Su che cosa si dovrebbe fondare una politica lungimirante e di lungo termine?

Quali grandi temi poi? La Costituzione? La democrazia? Può un sacerdote limitarsi a questo appiattimento? E dove sono, inoltre, i veri problemi sociali, taciuti perché ritenuti di poca importanza e invece fondamentali? Sono, tra l’altro, proprio le grandi democrazie liberali che hanno immiserito la scuola pubblica, gli spazi di aggregazione, lo spirito d’iniziativa, l’economia, il sindacato – il partito, persino, ora solo macchinetta di potere a gettone. È la democrazia liberale che ha portato la corruzione a sistema. Può a un giovane ardere il cuore quando sente parlare di democrazia o di partecipazione? O non sarà forse ben altro a farlo infuocare.

Alla Settimana sociale di Trieste si parlerà di Dottrina sociale, di formazione, di evangelizzazione, d’identità, di verità, di famiglia naturale? Si parlerà di fondare le virtù personali e sociali? Si parlerà delle scuole parentali? Si parlerà della centralità di Gesù Cristo nelle realtà sociali? Perché don Stimamiglio (assieme a molti altri) tace su tutto questo?

I gradi temi e le grandi idee sono belle e pronte, in attesa di essere comunicate. Li vogliamo moltiplicare o no i pani e i pesci?

Silvio Brachetta

(Foto: Wikipedia, Di FrancescoRSchillaci)




[1] «Non conviene» [ai cattolici partecipare alla vita politica dello Stato italiano, ndr]: coniato dalla Sacra Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari il 30/01/1868. L’astensionismo era proposto come opposizione intransigente al liberalismo e al democratismo risorgimentali. La Disposizione è stata ritirata da Benedetto XV nel 1919.


[2] L’Antico Regime è il nome dispregiativo che i rivoluzionari francesi attribuivano al passato: all’inizio al passato prossimo (assolutismo monarchico) ma, per estensione, al passato remoto, ovvero al passato tout court, tempo di barbarie e di superstizione religiosa. Ovviamente, i rivoluzionari di ogni tempo credono di vivere il Nouveai Régime (il Nuovo Regime), fatto di progresso e di vera libertà.

[3] Cf. Giuseppe Toniolo, Il concetto cristiano della democrazia, in «Rivista Internazionale di Scienze Sociali e Discipline Ausiliarie», Vol. 14, Fasc. 55 (Luglio 1897). Da questa opera traggo, in questa sede, tutte le considerazioni relative a Toniolo.

[4] Costituzione pastorale Gaudium et Spes, n. 26, Concilio Vaticano II.





venerdì 3 maggio 2024

Maria e le altre, un confronto con la donna postmoderna



La Madonna è un'icona controcorrente di fronte alla "donna in carriera" che rifiuta la maternità o alla "mamma eterodiretta" che cede ai ricatti del figlio. Modelli dominanti che hanno finito tuttavia per sminuire la femminilità.

MESE MARIANO





Maggio mese mariano per eccellenza. Cogliamo l’occasione per un confronto, secondo alcuni criteri, tra la donna incarnata dalla beata Vergine e la tipologia di donna disegnata dai media, dagli influencer, dai social, insomma dalla vulgata corrente. Maria e le altre, potremmo intitolare questo confronto.

Primo criterio: i figli. Maria ha detto sì alla vita, sì a suo figlio Gesù. È stata accogliente, fiduciosa, sebbene intimorita dall’annuncio di una possibile maternità, “turbata” ci racconta il Vangelo. Una nuova vita entusiasma ed insieme spaventa. L’ha vinta la fede in Dio: ha costretto le sue paure a fare un passo indietro ed ha anteposto la volontà divina. Non ha messo lei al primo posto, bensì la vita. E dunque da sempre Maria rappresenta l’icona della maternità, la madre per antonomasia.
La donna postmoderna invece mette lei al centro, viene prima lei del figlio. Doveroso anteporre la propria realizzazione sociale, economica, formativa e poi, quando tutto è pronto ed hai un bell’anta di anni, semmai cercare un figlio, necessariamente in provetta perché l’orologio biologico ad un certo punto esaurisce la carica. E se costei decide di abortire vuol dire che ha fatto una scelta libera, consapevole, che esprime tutta la sua forza perché, si sa, l’aborto è un dramma. La donna che troviamo nelle pagine delle riviste come Cosmopolitan o Io Donna è quella aperta alla vita altrui solo se utile a realizzare la propria.

Secondo criterio: il rapporto con i figli. Maria interpretava il ruolo di genitore con autorità, sebbene avesse un figlio tanto speciale che di mestiere faceva Dio. Quando a dodici anni Gesù scomparve nella carovana per poi ritrovarlo a Gerusalemme, Maria lo rimproverò. Questi «stava loro sottomesso», a significare che Maria e Giuseppe vivevano appieno l’autorità di genitori. La mamma di Gesù poi di certo lo comandava, perché, seppur Dio, rimaneva sempre suo figlio. Tutti ricordano infatti le nozze di Cana. Leggiamo con attenzione il Vangelo di Giovanni: «venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”» (Gv 2, 3-5). Gesù fa presente che non è ancora venuto il momento della sua epifania pubblica e Maria fa finta di non sentire e va per la sua strada, che è quella del figlio. Rimane, cioè, rispettosissima della volontà del figlio: come infatti si può contestare la frase “Fate quello che vi dirà”? Si può forse obiettare che è sbagliato assecondare la volontà di Cristo? Ma così facendo fa anche la sua di volontà. Le astuzie femminili.
Le mamme di oggi sono assai spesso eterodirette dai capricci dei figli, li assecondano non di rado in tutto, si trasformano in zerbini viventi, prendono le loro difese a scuola anche quando sono indifendibili, li divinizzano anche se non sono Gesù, mancano di autorità e nerbo perché temono che il figlio, di fronte ad un loro rifiuto, non voglia più bene a loro. Cedono quindi facilmente a ricatti emotivi più o meno consci, più o meno espliciti.

Terzo criterio: il carattere. Maria è pura. Le “altre” fanno a gara per mercificarsi su Instagram, Facebook, TikTok, Only Fans che diventano l’Amazon dei corpi femminili. Maria è umile: il Signore «ha guardato l'umiltà della sua serva», ci rammenta il Magnificat. L’umiltà oggi è derisa: la donna deve farsi valere, primeggiare, essere dura, tosta, quasi un uomo, indipendente da tutto e da tutti, tanto emancipata da rimanere sola. La singletudine è uno status tanto sbandierato, quanto vissuto con amarezza nei 40 mq del proprio monolocale. Tutte bastano a se stesse e l’unica compagnia è una desolante solitudine che poi nei social trascende in un narcisismo consolatorio e un cinismo compensativo.

Maria poi ha amato il nascondimento: non ha fondato associazioni, fondazioni, chiese particolari, non ha scritto il quinto vangelo (o il primo per ordine di importanza). I Vangeli, a ben guardare, le dedicano solo qualche paginetta e poi, una volta che il figlio è asceso al Cielo, non ne abbiamo più notizia. E questo, secondo la teologia cattolica, per la più grande creatura dell’universo mai esistita e che mai esisterà.
Di contro, nel percepito comune proprio della nostra contemporaneità, la donna per essere tale deve apparire, riuscire, farcela, brillare. Le donne in carriera equivalgono a donne realizzate, risolte, come si dice oggi presumendo che si nasca problematiche. Le lauree in discipline con nomi sempre più lunghi, i master in università doverosamente straniere, le aziende fondate o dirette, viaggiare in business, essere nel gotha dei clienti top di qualche banca svizzera, sono ingredienti indispensabili per affermarsi come donne.
Nell’Ave Maria si chiede alla Madonna di pregare ora e nell’ora della nostra morte. Oggi assistiamo alla morte della femminilità e della maternità. E dunque, mamma del Cielo, prega per noi.





Gavin Newsom, un "cattolico abortista" alla Pontificia Accademia delle Scienze



Dal 15 al 17 maggio, la Pontificia Accademia delle Scienze inviterà come relatore Gavin Newsom, governatore della California. Un ultras ecologista che sta promuovendo la transizione verde più radicale e anche un abortista convinto, oltre che grande sostenitore delle teorie Lgbt. Di che ecologia si parlerà? Di quella integrale?


QUALE ECOLOGIA




Luca Volontè, 03-05-2024

Ieri la Prefettura della Casa Pontificia ha reso noto che la mattina del prossimo 10 maggio, presso l'Auditorium in Via della Conciliazione, Papa Francesco parteciperà agli Stati Generali della Natalità, il cui tema sarà “Esserci. Più giovani più futuro", a riprova dell’interesse per le iniziative di promozione alla natalità anche dei vari governi italiani.

È una bella conferma che il Papa anche quest’anno, come accaduto sin dalla prima edizione del 2021 con Mario Draghi regnante, si coinvolga nella sfida del nostro paese a favore della natalità. Tuttavia, ciò stride ancor più con l’invito in Vaticano, e come relatore, alla prossima sessione che si terrà dal 15 al 17 maggio dell’Accademia delle Scienze, del governatore Democratico della California Gavin Newsom, un super abortista, nonché promotore sistematico della ideologia Lgbt. Dare una tal “tribuna” a coloro che uccidono l’uomo indifeso e ne sfigurano l’essere creato è un grave scandalo.

Il governatore Newsom rappresenta e si batte per promuovere l’esatto opposto dell’ “ecologia umana ed integrale”, perchè proprio l’umano e la sua integralità vuol eliminare. La conferenza dell’Accademia Pontificia coinvolgerà altri sindaci e governatori di tutto il mondo che esamineranno le soluzioni per il cambiamento climatico. Newsom però dovrebbe rivolgersi a Papa Francesco e parlare dei recenti incendi, inondazioni e siccità in California, sul suo obiettivo di una California al 100% alimentata con energia verde entro il 2045 e il divieto tra un decennio di vendita di auto ad idrocarburi nello Stato.

In molti negli Usa guardano ai viaggi internazionali di Newsom come tentativi di costruirsi un'esperienza internazionale, prima delle elezioni presidenziali del 2028. «Newsom non dirà a Papa Francesco che metterà a rischio milioni di californiani perché l'energia verde non sta sostituendo l’energia prodotta con le centrali a combustibili fossili che stanno chiudendo in California», ha dichiarato recentemente Russ Wayne, noto analista energetico nordamericano. Forse sarebbe giusto che Papa Francesco chiamasse in causa la moralità di Newsom che, nel favorire ad ogni costo l’energia verde, condanna milioni di californiani alla povertà energetica dei prossimi anni, oltre alla morte nell’utero materno seppur innocenti. Poveri californiani.

Veerabhadran Ramanathan, un oceanografo della Università di San Diego che fa parte della Accademia Pontificia di Papa Francesco e ha contribuito all'organizzazione dell'evento, ha detto al Los Angeles Times che gli inviti erano limitati a sindaci e governatori internazionali, compresi altri due governatori Democratici: la lesbica pro aborto e transgender Maura Healey del Massachusetts e la super-abortista Kathy Hochul di New York.

Ora se è vero che l’ecologia integrale o umana o come comunque la voglia definire il corso neo-ambientalista di Papa Francesco, include pure l’uomo e il più debole di essi, cioè il concepito ed il bimbo creato maschio e femmina, invitare coloro che investono fiumi di denaro a favore dell’omicidio dell’innocente e della promozione delle abusanti pratiche chirurgiche e chimiche transessuali, violando per sempre bimbi e ragazze, è quantomeno contraddittorio e radicalmente immorale.

Non basta certo a lavare coscienza degli organizzatori affermare che Gavin Newsom si dichiari cattolico, come i devoti abortisti Joe Biden e Nancy Pelosi. E’ vero che Gavin Newsom si vanta dei propri manifesti pro aborto, affissi in diversi Stati, in cui si usano frasi blasfeme che inquinano le citazioni evangeliche.

Tuttavia, ad oggi, se non ci sono novità dell’ultima ora, per la Chiesa Cattolica, la Bibbia, la scienza (e la ragione), la vita umana è tale dal concepimento e deve essere rispettata e protetta, così vale anche per la sessualità biologica, dono del Creatore che proprio la pericolosissima ideologia e la prassi “gender e transgender” vogliono sostituire con le “voglie disordinate”. Recentemente, come già fatto negli ultimi anni, Gavin Newsom ha pubblicato nuovi appelli agli abitanti di altri stati che tutelano la vita del nascituro, per recarsi in California per ottenere gli aborti desiderati.

Proprio in queste settimane si stanno prendendo in considerazione l’emendamento costituzionale dello Stato e altri 13 disegni di legge per ampliare e rendere pressoché gratuito l'accesso all'aborto. Senza dimenticare che proprio la California si era dichiarato il primo "Stato santuario" nel 2022 per i bambini transgender provenienti da qualunque Stato, punendo con la galera anche i genitori non consenzienti. Il Papa e l’Accademia vaticana facciano pure quel che vogliono, ma ci si consenta di gridare allo scempio e allo scandalo.






giovedì 2 maggio 2024

Fascismo e antifascismo secondo l’analisi di Augusto Del Noce





di Roberto de Mattei, 1 Maggio 2024 

Il 25 aprile, festa nazionale della liberazione dal nazismo e dal fascismo, è passato e si allontanano le polemiche che anche quest’anno lo hanno accompagnato.

I più giovani possano credere che queste polemiche siano legate al fatto che in Italia c’è un governo di centro-destra e che una parte della destra italiana sia ancora legata, ideologicamente o sentimentalmente, al fascismo. In realtà le cose non stanno così. Chi è meno giovane ricorda le medesime polemiche, quando negli anni Settanta del Novecento in Italia governava la Democrazia cristiana e la principale forza di opposizione, il Partito Comunista guidato da Enrico Berlinguer, sventolava la bandiera dell’unità antifascista.

In quegli anni, tra il 1970 e il 1972, uno dei più grandi filosofi italiani del Novecento, Augusto Del Noce (1910-1989), dedicò sulla rivista “L’Europa”, una serie di articoli all’analisi del mito antifascista.

In uno di questi profetici articoli, apparso il 15 aprile 1971, dunque più di mezzo secolo addietro, Del Noce scriveva: «da quando nella celebrazione del cinquantesimo anniversario della fondazione del Pci (avvenuta a Livorno nel 1921), fu rilanciata la formula dell’unità antifascista diventò chiaro in quale campo si sarebbe svolta la battaglia decisiva di questo lunghissimo dopoguerra. Decisiva anzitutto, perché non ammette termini medi: o le si è pro, o le si è contro».

Qual è il senso dell’appello all’unità antifascista? si chiedeva allora Del Noce. «Nessuno – rispondeva – può seriamente pensare che chi oggi vede nel fascismo l’avversario politico fondamentale intenda con tale termine il movimento politico che ebbe inizio il 23 marzo 1919 e che, finito ufficialmente il 25 aprile 1945, sarebbe però misteriosamente sopravvissuto e, permanentemente in agguato, troverebbe oggi le occasioni favorevoli per riaffiorare».

Il fascismo nel senso storico era chiaramente dissolto e la resistenza antifascista veniva presentata dalla sinistra comunista, socialista e liberal-illuminista del dopoguerra, non come un fatto storico, ma come una categoria ideale. Chi si richiama all’antifascismo – spiegava Del Noce – interpreta il fascismo come una costante della storia italiana, «o meglio come un’essenza universale che non si esaurisce nelle infinite forme in cui può riprodursi». Il fascismo diventa in questo senso qualcosa di inafferrabile e di proteiforme, uno spettro agitato per colpire l’avversario. «L’accusa di fascismo rimbalza così da un personaggio all’altro, da una forza politica all’altra: l’attribuirla è confidato all’arbitrio».

In termini generali, però, “fascista”, scriveva Del Noce, sarebbe chi guarda al passato, alla difesa della tradizione, dei suoi princìpi, dei suoi divieti. Fascismoè uguale a: «primato del passato sul futuro». Antifascismo: «primato del futuro sul passato; società permissiva contro società repressiva, progresso contro reazione». Il fascista per eccellenza era in quegli anni colui che si opponeva al processo di secolarizzazione della società italiana, rifiutando, ad esempio, il divorzio, l’aborto e i cosiddetti “diritti civili” sventolati dal femminismo e dal partito radicale, con l’appoggio dei comunisti e dei socialisti.

Berlinguer non aveva ancora lanciato la sua offerta di compromesso storico, ma Del Noce prevedeva come il Partito comunista avesse bisogno sia dei cattolici che della borghesia per conquistare il potere in Italia e ciò sarebbe avvenuto proprio in nome dell’antifascismo, inteso come la negazione di ogni valore e istituzione tradizionale.

Del Noce precisava così in due punti il significato che avrebbe assunto l’unità antifascista: la completa subordinazione dei cattolici al marxismo e un processo di dissoluzione destinato ad essere il compimento di quell’epoca storica che aveva avuto i suoi inizi col fascismo. Per Del Noce, l’incontro tra comunismo e borghesia, privi entrambi di princìpi assoluti, avrebbe portato alla dissoluzione dei valori morali e, per quanto riguarda i cattolici, al confinamento di questi valori nella sfera privata. Se l’affermazione di una verità morale, assoluta e oggettiva è fascismo, non resta infatti che relegare la moralità alla sfera privata, accettando in quella pubblica il processo di secolarizzazione della società. Fascismo e antifascismo facevano parte di uno stesso itinerario di allontanamento dai valori tradizionali, che coincideva con il processo di secolarizzazione e dunque di autodissoluzione della società italiana.

Nelle sue opere successive, e soprattutto in quella dedicata nel 1978 a Il suicidio della Rivoluzione, Del Noce avrebbe mostrato la natura filosofica di questo cammino verso la dissoluzione. Fascismo e antifascismo sono, secondo Del Noce, due momenti di uno stesso processo rivoluzionario che ha nella filosofia della prassi di Giovanni Gentile, e poi di Antonio Gramsci, il suo svolgimento più rigoroso. Tra Gentile, teorico del fascismo e Gramsci, padre dell’antifascismo esiste infatti un rapporto non di frattura o di contrapposizione ma di sostanziale simmetria e continuità. Gentile si propone di liberare la tradizione culturale italiana da ogni forma di trascendenza metafisica, Gramsci porta la filosofia della prassi alle ultime conseguenze, che sono quelle di una definitiva liberazione del marxismo da ogni elemento religioso.

La cultura italiana continua a oscillare ancora tra Gramsci e Gentile, senza uscire dall’hegelismo, cioè da una filosofia dell’immanenza che non lascia posto ai valori tradizionali. Oggi, per essere definito antifascista non basta proclamarsi tale, occorre ammainare la bandiera della legge naturale e divina. Ed è quello che noi non facciamo, anche nel ricordo di un coraggioso filosofo cattolico quale fu Augusto Del Noce.

P. S. Gli scritti di Augusto Del Noce sull’antifascismo sono raccolti in Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione (Giuffré, Milano 1993), Fascismo e antifascismo. Errori della cultura (Leonardo, Milano 1995) e Il suicidio della Rivoluzione (Rusconi, Milano 1978; poi Aragno Editore, Torino 2004).






Tradizione, il vero significato da rifare nostro



Oggi nella Chiesa ci sono due visioni della “tradizione”. Quella classica e quella della teologia moderna, influenzata da Gadamer e ormai dominante, che vede la tradizione come una reinterpretazione continua. Ma solo la prima è corretta e la Chiesa ha bisogno di riscoprirla.


LA QUESTIONE

EDITORIALI 


Stefano Fontana, 02_05_2024

La corretta idea di cosa sia la “tradizione” è di fondamentale importanza per la Chiesa cattolica. In questo nostro tempo abbiamo assistito ad interventi del magistero piuttosto dirompenti rispetto alla visione tradizionale del problema. Ricordiamo per esempio il cambiamento del Catechismo voluto da papa Francesco per quanto riguarda la pena di morte. Il motivo addotto è stato che la coscienza dell’umanità su questo argomento è cambiata. La cosa ha lasciato perplessi perché, se questo è vero, allora dobbiamo attenderci altri cambiamenti della dottrina motivati da evoluzioni della coscienza sociale. E infatti molti temono che anche la dottrina circa l’omosessualità contenuta nel Catechismo possa essere sostituita con un’altra più aggiornata.

L’esortazione apostolica Amoris laetitia ha cambiato molti aspetti dottrinali: il significato dell’adulterio, il senso del peccato, l’esistenza per la teologia morale di azioni sempre ingiuste, il ruolo della coscienza, le condizioni per accedere ai sacramenti e altro ancora. Pure la dichiarazione Fiducia supplicans ha contraddetto vari principi ereditati dalla tradizione, come il significato della benedizione o il giudizio da dare su una convivenza di coppia omosessuale. Da molte parti si sostiene che l’insegnamento sulla contraccezione esposto nella Humanae vitae debba essere rivisto e, più in generale, il presente pontificato di Francesco viene interpretato come il punto di vista da cui vagliare la tradizione piuttosto che il contrario.

Per farla breve, oggi nella Chiesa ci sono due visioni di cosa sia la “tradizione”. La prima possiamo chiamarla tradizionale. Essa sostiene che il deposito delle verità rivelate è già definitivamente stato trasmesso dalla Scrittura e dalla tradizione apostolica, come due fonti della rivelazione. Niente può essere aggiunto. Quanto il magistero insegna di ulteriore non è nuovo, ma è un’esplicitazione di quanto la Chiesa ha sempre creduto. Pensiamo ad esempio all’Immacolata Concezione o all’Assunzione di Maria al Cielo in anima e corpo. L’altra visione sostiene che la tradizione non è finita con la morte dell’ultimo apostolo, ma continua perché fondata sull’interpretazione degli eventi salvifici e della Scrittura, interpretazione che continua nel tempo altrimenti gli eventi di Gesù Cristo non sarebbero più significativi per gli uomini del nostro tempo. Per questa seconda visione, la Chiesa interpreta sempre, ha interpretato la Chiesa apostolica e interpreta la Chiesa di Francesco. La tradizione sarebbe la sedimentazione mai conclusa delle interpretazioni e il dogma sarebbe essenzialmente storico.

Questo conflitto delle visioni della tradizione si è definito a seguito della nascita dell’ermeneutica moderna, contenuta soprattutto nel libro Verità e metodo di Hans-Georg Gadamer, allievo di Martin Heidegger. La sua filosofia è talmente penetrata nella teologia cattolica da cambiarla strutturalmente, sicché oggi la si trova dappertutto. Gadamer ha fornito il quadro filosofico per la seconda versione della tradizione vista sopra. Secondo lui, un testo, qualsiasi testo, è qualcosa di autonomo rispetto al suo autore, o ai suoi autori. Ciò vale anche per i Vangeli. Un testo, una volta licenziato, ha vita autonoma, vita che viene arricchita dalla storia dei suoi effetti. Dopo la sua uscita, infatti, il testo viene interpretato e poi reinterpretato e poi reinterpretato e queste successive interpretazioni (la storia degli effetti appunto) trovano in esso nuovi contenuti che gli autori stessi non intendevano metterci. L’interprete riscrive il testo e le successive interpretazioni lo arricchiscono. Come avviene l’interpretazione di un testo? L’interpretazione parte sempre da delle pre-comprensioni e da dei pre-giudizi dovuti al contesto personale, sociale e culturale in cui è inserito e da cui non può prescindere. Questo di volta in volta getta una luce nuova sul testo permettendone di cogliere particolari originali e questo costituirebbe la tradizione. Oggi noi possiamo dire di capire meglio i Dialoghi di Platone che non Platone stesso. Possiamo dire, sempre nell’ottica di Gadamer, di conoscere i Vangeli meglio degli Apostoli. Per questo si può dire che la rivelazione sia continuata e continui.

Ne deriva che non saranno più gli insegnamenti del passato a fare da guida e criterio di giudizio per gli insegnamenti di oggi. Non sarà più la Rerum novarum a “giudicare” la Fratelli tutti ma il contrario, e se Francesco dice qualcosa di nuovo, di diverso e perfino di contrario rispetto a san Giovanni Paolo II, peggio per quest’ultimo, dato che in seguito la storia degli effetti è proseguita e, con essa, l’arricchimento di senso del deposito. La dottrina della pena di morte è stata cambiata appellandosi alla nuova sensibilità sociale in materia? Niente di male, anzi tanto di bene, dato che la pre-comprensione avviene sempre da dentro un contesto che getta luce sul testo per comprenderlo meglio.

L’ermeneutica di Gadamer è un’autorità ‘dogmatica’ oggi in campo teologico cattolico. Bisognerà però decidersi a metterla in discussione, senza paura di essere considerati fuori moda.






Perché la liturgia affascina tanti giovani




NEWS 30 Aprile 2024 


 di Paola Belletti

Tra i giovani cattolici italiani vantiamo un duo con l’anello, leggi “coppia di sposi”, che canta tra gli altri un pezzo, Canzone per mollare un radical-chic, nel quale si esalta la partecipazione alla messa feriale come dote da cercare in un fidanzato; uno di quelli che non si accodano ai tanti che mangiano sushi e santificano la domenica con un giro all’Ikea. Al di là delle Alpi diversi ragazzi più giovani ancora dei nostri Mienmiuaif devono averli sentiti o si sono trovati senza saperlo più che d’accordo con loro. Vanno a messa durante la settimana, recitano le lodi, cercano celebrazioni liturgiche particolarmente curate e possibilmente tradizionali. Su La Croix è uscito un articolo che dà conto di questo fenomeno, silenzioso e pacato, di ricerca del sacro da parte dei più giovani e di un consistente ritorno alle celebrazioni liturgiche anche non “comandate”:

«Myriam, 19 anni, partecipa non appena può alla messa nei giorni feriali. Canta anche le lodi e la compieta con i suoi compagni del foyer Saint-Gilles, tenuto dalla pastorale studentesca e collocato ai piedi dell’abbazia alle Dames: “Pregare e cantare in comunità, con una bella liturgia, mi aiuta davvero a mettermi in presenza di Dio”, si entusiasma. Eppure: se queste abitudini contrastano con tutti i suoi contemporanei, non sono così rare tra le giovani generazioni di cattolici francesi». C’è un appuntamento, in particolare, che attira un numero consistente di ragazzi. Circa 800 studenti tutte le settimane riempiono la cappella cattolica di Lille per partecipare con devozione alla messa delle 22, celebrata a lume di candela e animata da un coro polifonico. Su La Voix du Nord del 16 marzo si sottolinea che è vissuta con «immenso fervore».

La bellezza della liturgia con i suoi ricchi significati e i suoi rimandi simbolici che coinvolgono elementi del Creato è molto più compresa e ricercata adesso di quanto avvenisse quarant’anni fa. Più dei loro genitori e nonni, i giovani cattolici riconoscono un posto di primo piano alla celebrazione della liturgia nella loro vita di fede, come emerge da due sondaggi pubblicati su La Croix: a maggio 2023 il 24 per cento degli iscritti alla GMG di Lisbona affermava di andare a messa più volte a settimana. Quanto ai futuri sacerdoti interrogati a dicembre dello stesso anno, il 70 per cento dichiara di porre al cuore della propria missione la celebrazione dei sacramenti «prima della predicazione o della trasmissione delle Scritture», anche se molti di loro ha tenuto a precisare che « le differenti missioni al cuore dell’identità del sacerdote sono indissolubili». Secondo padre Gilles Drouin, direttore dell’Istituto superiore di liturgia presso l’Istituto cattolico di Parigi, dire oggi che si è interessati alla liturgia è percepito in modo assai più positivo di quanto lo fosse mezzo secolo fa, in epoca di contestazioni e sotto la spinta di un rinnovamento che purtroppo ha conosciuto anche mistificazioni e deragliamenti.

«In precedenza, le attività delle cappellanie ruotavano piuttosto attorno a incontri e dibattiti. Oggi, gli stessi giovani della Missione di Francia chiedono ai loro cappellani più celebrazioni». La liturgia è spesso anche il luogo di una conversione personale, come testimonia Mathieu, 23 anni, cresciuto in una famiglia poco praticante: il suo insegnante di pianoforte lo aveva invitato ad animare delle messe e oggi è organista presso la cattedrale di Coutances (Manche): «La liturgia dice qualcosa di ciò che si pensa di Dio. Se si pensa che è bello, è logico volergli restituire un po’ di questa bellezza». Un altro giovane intervistato riferisce che la liturgia curata e composta lo abbia conquistato soprattutto per come esprime la comunione dei Santi e ci fa percepire un’appartenenza alla Chiesa storicamente fondata e un legame soprannaturale indistruttibile con chi ci ha preceduto.

La bellezza salverà il mondo perché lo ha già fatto. Cristo è la bellezza della verità che ci ha amati e riscattati e continua dunque a farlo fino a che il giro dei secoli sarà concluso. Con l’armonia e l’ordine liturgico, con il susseguirsi di forme e gesti, la Chiesa rende visibile l’azione della Grazia e ci attira nella nuova creazione portata da Cristo. Questa potenza, anche quando forse non la comprendiamo a fondo (e come si potrebbe esaurirne il senso in una sola vita?), attira il cuore dell’uomo, dei giovani in particolare, gli stessi che si sono iscritti in gran numero al pellegrinaggio di 100 chilometri da Parigi a Chartres: esso è abitato da una fame naturale di pienezza, di bellezza salubre, che forse è particolarmente acuita dalla quantità di junk food con la quale hanno facilmente a che fare, e non ne possono più: basta cibi adulterati, basta surrogati. (Fonte foto: screenshot The Joy of the Faith, YouTube)






mercoledì 1 maggio 2024

La tua casa non è Green? Non l'affitti. Bankitalia viola il diritto di proprietà



Uno studio di Bankitalia suggerisce di impedire l'affitto di case non conformi alle classi energetiche più alte. Indicazioni che vanno ben oltre la recente direttiva europea e da parte di un ente che non ha nessun titolo per decidere la politica economica. Ma è l'inarrestabile spinta per realizzare il socialismo ambientale




ECOLOGISMO

ECONOMIA 



Maurizio Milano, 01-05-2024

Ha fatto discutere il recente studio di Banca d’Italia intitolato Il miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni in Italia: lo stato dell’arte e alcune considerazioni per gli interventi pubblici. Le riflessioni riguardano il tema "case green", a seguito dell’approvazione in via definitiva della Energy Performance of Buildings Directive, col solo voto contrario di Italia e Ungheria.

Nello studio di BankItalia (a pag. 25), si afferma: «Quello delle abitazioni in affitto è un ambito nel quale l’impiego di risorse pubbliche potrebbe essere particolarmente desiderabile, sebbene in Italia le famiglie in affitto siano una minoranza (4,6 milioni) […]. Per le abitazioni private [si potrebbero] prevedere incentivi fiscali rafforzati al raggiungimento di determinati livelli di EE (efficienza energetica), inclusa una tassazione ridotta sul canone […] In alternativa, come accade in altri paesi quali ad esempio Francia e Regno Unito, si potrebbe valutare di subordinare l’affitto al raggiungimento di standard energetici minimi».

Si potrebbe valutare di subordinale l’affitto… Non ti adegui? Non potrai dare in affitto la tua casa. La richiesta si spinge al di là delle richieste già stringenti della direttiva europea, a conferma della volontà delle attuali classi dirigenti europee di perseguire il mitico obiettivo della neutralità climatica a qualsiasi costo, anche quello di limitare politicamente il diritto di proprietà, come già avviene in Francia e nel Regno Unito e come era previsto nelle prime fasi della direttiva europea (in cui si richiedeva anche di impedire la vendita, non solo la locazione). La strada è segnata: non si tratta, perciò, di semplici “suggerimenti”.

A che titolo è intervenuta Banca d’Italia? I suoi compiti dovrebbero riguardare, come si legge sul sito dell’Istituto, funzioni di politica monetaria, di supervisione sui mercati e di vigilanza del sistema bancario; non sono previste funzioni di politica economica – a parte l’espressione di pareri –, dato che le decisioni rientrano nelle competenze del Parlamento e del Governo. Governo a cui viene fatto anche un vero e proprio sgarbo istituzionale, visto che l’Italia aveva opportunamente votato contro la direttiva europea. Si tratta di nudging, una spinta gentile, come si usa dire negli ultimi anni quando si vuole forzare la mano?

Ipotizzare restrizioni alla possibilità di locare (e magari, in futuro, anche di vendere) il proprio immobile se non risponde a requisiti decisi dallo Stato, o ancora peggio dal super-Stato europeo, rappresenta un’inammissibile violazione del diritto di proprietà privata. Gli immobili non riqualificati sono destinati a svalutarsi e saranno a rischio di essere “rastrellati” a prezzo di saldo da grandi fondi di investimento. Socialismo verde e socialismo finanziario si danno la mano: l’ideologia climatista si salda con enormi interessi economici e finanziari.

La proprietà della casa e il risparmio delle famiglie rappresentano i punti forti del Paese Italia, e costituiscono un importante fattore di stabilità sociale e di solidarietà intergenerazionale. II risparmio è stato intaccato nell’ultimo triennio dalle politiche inflazionistiche, sia monetarie che fiscali; ora tocca alla casa? L’attacco alla proprietà privata, per di più della casa, è una chiara minaccia alla libertà e all’autonomia familiare. È vero che la Nuova Politica Economica europea è destinata a schiantarsi contro il muro della realtà, come sta già accadendo con le auto elettriche, ma è destinata comunque a fare molti danni, tra cui lievitazione dei prezzi dei materiali e esplosione di deficit di bilancio (come già accaduto col super-bonus 110%), investimenti erronei, trasferimenti di ricchezza privata del tutto ingiustificati e gestiti dalla classe politica e burocratica sotto forma di aiuti pubblici. Un vero e proprio statalismo climatico: il progetto andrà avanti, indipendentemente dal governo in carica, a meno che non aumenti la consapevolezza delle persone. Il Reset della casa va fermato.