domenica 10 febbraio 2019

Cardinal Müller: Il manifesto della fede.





Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna. E i pastori spesso aumentano la confusione. Il testo integrale del Manifesto della Fede.

Gerhard Cardinale Müller
09-02-2019


MANIFESTO DELLA FEDENon sia turbato il vostro cuore (Gv 14,1)

Dinanzi a una sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede, molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica mi hanno invitato a dare pubblica testimonianza verso la Verità della rivelazione. È compito proprio dei pastori guidare gli uomini loro affidati sulla via della salvezza, e ciò può avvenire solamente se tale via è conosciuta e se loro per primi la percorrono. A proposito ammoniva l’Apostolo: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (1Cor 15,3). Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna. Tuttavia, compito proprio della Chiesa rimane quello di condurre gli uomini verso Gesù Cristo, luce delle genti (vedi LG 1). In questa situazione, ci si chiede come trovare il giusto orientamento. Secondo Giovanni Paolo II, il Catechismo della Chiesa Cattolica rappresenta una «norma sicura per l’insegnamento della fede» (Fidei Depositum IV). Esso è stato scritto allo scopo di rafforzare i fratelli e le sorelle nella fede, una fede messa duramente alla prova dalla «dittatura del relativismo»[1].


1. Dio uno e trino, rivelato in Gesù Cristo

L’epitome della fede di tutti i cristiani risiede nella confessione della Santissima Trinità. Siamo diventati discepoli di Gesù, figli e amici di Dio, attraverso il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. La differenza delle tre persone nell'unità divina (254) segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell'uomo rispetto alle altre religioni. Riconosciuto Gesù Cristo, i fantasmi scompaiono. Egli è vero Dio e vero uomo, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l'unico Salvatore del mondo (679) e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (846). Per questo, la prima lettera di Giovanni si riferisce a colui che nega la sua divinità come all’anticristo (1Gv 2,22), poiché Gesù Cristo, Figlio di Dio, dall'eternità è un unico essere con Dio, suo Padre (663). È con chiara determinazione che occorre affrontare la ricomparsa di antiche eresie che in Gesù Cristo vedevano solo una brava persona, un fratello e un amico, un profeta e un esempio di vita morale. Egli è prima di tutto la Parola che era con Dio ed è Dio, il Figlio del Padre, che ha preso la nostra natura umana per redimerci e che verrà a giudicare i vivi e i morti. Lui solo adoriamo in unità con il Padre e lo Spirito Santo come unico e vero Dio (691).


2. La Chiesa

Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica (816). Diede alla sua Chiesa, che «è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce» (766), una struttura sacramentale che rimarrà fino al pieno compimento del Regno (765). Cristo, capo, e i credenti come membra del corpo sono una mistica persona (795), per questo motivo la chiesa è santa, poiché Cristo, unico mediatore, l’ha costituita sulla terra come organismo visibile e continuamente la sostiene (771). Attraverso di essa l’opera redentrice di Cristo diventa presente nel tempo e nello spazio con la celebrazione dei SS. Sacramenti, soprattutto nel Sacrificio eucaristico, la S. Messa (1330). La Chiesa trasmette con l’autorità di Cristo la divina rivelazione, «che si estende a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono essere custodite, esposte o osservate» (2035).


3. L’Ordine sacramentale

La Chiesa è in Gesù Cristo il sacramento universale della salvezza
(776). Essa non riflette sé stessa ma la luce di Cristo, che splende sul suo volto, e ciò può avvenire solo quando il punto di riferimento non è l’opinione della maggioranza né lo spirito dei tempi, ma piuttosto la Verità rivelata in Gesù Cristo, che ha affidato alla Chiesa cattolica la pienezza di grazia e di verità (819): Egli stesso è presente nei sacramenti della Chiesa.


La Chiesa non è un'associazione creata dall’uomo, la cui struttura può essere modificata dai suoi membri a proprio piacimento
: essa è di origine divina. «È Cristo stesso l’origine del ministero nella Chiesa. Egli l’ha istituita, le ha dato autorità e missione, orientamento e fine» (874). Ancora oggi è valido l’ammonimento dell’Apostolo secondo cui maledetto è chiunque proclami un altro Vangelo, «anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo» (Gal 1,8). La mediazione della fede è inscindibilmente legata alla credibilità umana dei suoi annunziatori: essi, in alcuni casi, hanno abbandonato quanti erano stati loro affidati, turbandoli e danneggiando gravemente la loro fede. Per loro si realizza la parola della Scrittura: «non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci» (2 Tim 4,3-4).


Compito del Magistero della Chiesa nei riguardi del popolo di Dio è quello di «salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti»
affinché possa «professare senza errore l’autentica fede» (890). Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i sette sacramenti. La S. Eucaristia è «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (1324). Il sacrificio eucaristico, in cui Cristo ci coinvolge nel suo sacrificio della croce, è finalizzato alla più intima unione con Lui (1382). Per questo la Sacra Scrittura ammonisce riguardo alle condizioni per ricevere la santa Comunione: «chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore» (1Cor 11, 27), dunque «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione» (1385). Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa Eucaristia fruttuosamente (1457), perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza. Metterlo in evidenza corrisponde a un’opera di misericordia spirituale.


Il riconoscimento dei peccati nella santa confessione almeno una volta all’anno è uno dei precetti della Chiesa (2042). Quando i credenti non confessano più i loro peccati ricevendone l’assoluzione, si rende vana la salvezza portata da Cristo, Egli infatti si è fatto uomo per redimerci dai nostri peccati. Il potere del perdono, che il Risorto ha conferito agli Apostoli e ai loro successori nell’Episcopato e nel Sacerdozio, rimette i peccati gravi e veniali commessi dopo il Battesimo. L’attuale pratica della confessione evidenzia come la coscienza dei credenti non sia oggi sufficientemente formata. La misericordia di Dio ci è data, affinché adempiamo i suoi comandamenti per conformaci alla sua santa volontà e non per evitare la chiamata alla conversione (1458).


«È il sacerdote che continua l’opera di redenzione sulla terra» (1589). L'ordinazione, che conferisce al sacerdote «un potere sacro» (1592), è insostituibile perché attraverso di essa Gesù diventa sacramentalmente presente nella sua azione salvifica. I sacerdoti scelgono volontariamente il celibato come «segno di questa vita nuova» (1579). Si tratta della donazione di sé stesso al servizio di Cristo e del Suo Regno che viene. Al fine di conferire validamente l’ordinazione nei tre gradi di questo sacramento, la Chiesa si riconosce vincolata alla scelta compiuta dal Signore stesso, «per questo motivo l’ordinazione delle donne non è possibile» (1577). A tale riguardo, parlare di una discriminazione della donna dimostra chiaramente una erronea comprensione di questo sacramento, che non riguarda un potere terreno ma la rappresentazione di Cristo, lo Sposo della Chiesa.


4. La legge morale

Fede e vita sono inseparabili, poiché la fede senza le opere compiute nel Signore è morta (1815). La legge morale è opera della sapienza divina e conduce l’uomo alla beatitudine promessa (1950). Di conseguenza, la «Legge divina e naturale mostra all’uomo la via da seguire per compiere il bene e raggiungere il proprio fine» (1955). La sua osservanza è necessaria a tutte le persone di buona volontà per conseguire la salvezza eterna. Infatti colui che muore in peccato mortale senza pentimento rimarrà per sempre separato da Dio (1033). Ciò comporta delle conseguenze pratiche nella vita dei cristiani, tra le quali è opportuno richiamare quelle oggi più frequentemente trascurate (cfr 2270-2283; 2350-2381). La legge morale non è un peso ma fa parte di quella verità liberatrice (cfr Gv 8,32) attraverso la quale il cristiano percorre la via della salvezza e non deve essere relativizzata.


5. La vita eterna

Molti si chiedono oggi per quale motivo la Chiesa esista ancora se gli stessi vescovi preferiscono agire da politici piuttosto che da maestri della fede proclamare il Vangelo
. Lo sguardo non deve soffermarsi su questioni secondarie, ma è più che mai necessario che la Chiesa si assuma il suo compito proprio. Ogni essere umano ha un'anima immortale, che alla sua morte si separa dal corpo, però con la speranza della risurrezione dei morti (366). La morte rende definitiva la decisione dell’uomo a favore o contro Dio. Tutti devono affrontare il giudizio personale subito dopo la morte (1021): o sarà necessaria ancora una purificazione oppure l’uomo andrà direttamente verso la beatitudine celeste e gli sarà permesso di contemplare Dio faccia a faccia. Esiste però anche la terribile possibilità che una persona, fino alla fine, resti in contraddizione con Dio: rifiutando definitivamente il Suo amore, essa «si dannerà immediatamente per sempre» (1022). «Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi» (1847). L’eternità della punizione dell’inferno è una realtà terribile, che - secondo la testimonianza della Sacra Scrittura - riguarda tutti coloro che «muoiono in stato di peccato mortale» (1035). Il cristiano attraversa la porta stretta, «perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano» (Mt 7,13).


Tacere su queste e altre verità di fede oppure insegnare il contrario è il peggiore inganno contro cui il Catechismo ammonisce vigorosamente. Ciò rappresenta l'ultima prova della Chiesa, ovvero «una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia della verità» (675). È l’inganno dell’Anticristo, che viene «con tutte le seduzioni dell’iniquità, a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati» (2Ts 2,10).


Appello


Come lavoratori nella vigna del Signore, noi tutti abbiamo la responsabilità di ricordare queste verità fondamentali aggrappandoci a ciò che noi stessi abbiamo ricevuto. Vogliamo dare coraggio per percorrere la via di Gesù Cristo con determinazione, così da ottenere la vita eterna seguendo i Suoi comandamenti (2075).


Chiediamo al Signore di farci conoscere quanto è grande il dono della fede cattolica
, attraverso il quale si apre la porta alla vita eterna. «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). Pertanto ci impegniamo a rafforzare la fede confessando la verità che è Gesù Cristo stesso.


L’avvertimento che Paolo, l’apostolo di Gesù Cristo, dà al suo collaboratore e successore Timoteo è rivolto in modo particolare a noi, vescovi e sacerdoti. Egli scriveva: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2Tm 4,1-5).


Possa Maria, Madre di Dio, implorarci la grazia di aggrapparci alla confessione della verità di Gesù Cristo senza vacillare.


Uniti nella fede e nella preghiera


Roma, 10 febbraio 2019


Gerhard Cardinale Müller


Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 2012-2017









[1] I numeri nel testo si riferiscono al Catechismo della Chiesa cattolica.









fonte 




venerdì 8 febbraio 2019

Che fine hanno fatto i soldati di Cristo?




di Aldo Maria Valli 08-02-2019

Da quando il politicamente corretto vi ha fatto irruzione, la Chiesa cattolica non usa più le espressioni che si ispirano alla guerra e al combattimento. Non si parla più, per esempio, di anime di “conquistare” ed è stata abbandonata anche la definizione di “soldati di Cristo”. Eppure, Scritture alla mano, è difficile non vedere che la vita di fede è combattimento. Sant’Agostino, nel trattato
De agone christiano, spiega bene che per il cristiano sulla terra non ci può essere pace perfetta.

Il
Catechismo della Chiesa cattolica quando si occupa del sacramento della Confermazione utilizza espressioni molto belle: parla di crescita e approfondimento della grazia battesimale, di unione più salda con Cristo e la Chiesa, però non dice più che con la Cresima si diventa “soldati di Cristo”, come invece dice il Catechismo di san Pio X.

Su questi aspetti, un’interessante riflessione è condotta da
don Louis Sentagne, della Fraternità sacerdotale San Pio X, nell’editoriale del numero 108 della rivista La tradizione cattolica. Ne propongo qui una parte.

A.M.V.

***

Conviene ricordare una verità dottrinale e storica. Noi non apparteniamo ancora alla Chiesa trionfante. Speriamo, con la virtù soprannaturale della speranza, di raggiungerla un giorno, magari passando dalla Chiesa sofferente nel Purgatorio. Di fatto per il momento apparteniamo alla Chiesa militante. Che cosa vuol dire “militante”? Il Catechismo del Concilio di Trento ci risponde così: “Si chiama militante, perché i suoi membri devono sempre combattere con quei terribili nemici che sono il mondo, la carne e il demonio”.

Se guardiamo alla storia, quando mai la Chiesa è stata in pace? Durante i tre secoli di persecuzioni romane? E finite le persecuzioni, dopo appena dieci anni nasceva la peggiore delle eresie, l’eresia ariana, che si può paragonare per ampiezza e danno solamente all’eresia protestante (senza parlare di quella attuale). È stata la Chiesa in pace durante l’irruzione dei pagani al nord e dei musulmani al sud? O durante gli eterni tentativi di usurpazione della potenza laica, che prenda il nome di Federico Barbarossa, Filippo il Bello, Giuseppe II o Napoleone? Durante l’XI secolo con lo scisma greco, o il XVI con l’eresia protestante, quella giansenista o la Rivoluzione detta francese con tutti i suoi seguaci europei?

No, la Chiesa militante non è fatta per vivere in pace con il mondo. Allora i cristiani sarebbero dei vili seminatori di guerra?

Il cristiano deve essere artefice di pace, sì, ma di pace con Dio e quindi di guerra contro “il mondo, la carne e il demonio”. D’altronde che cosa significa il sacramento della Cresima che abbiamo ricevuto?

Ricorriamo sempre al nostro catechismo, si intende ovviamente il Catechismo di san Pio X. La domanda numero 304 recita: “Che cos’è la Cresima o Confermazione? La Cresima o Confermazione è il sacramento che ci fa perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo, e ce ne imprime il carattere”. Quindi siamo diventati “perfetti cristiani” nello stesso momento in cui siamo stati scelti come “soldati di Gesù Cristo”.

Il ruolo del soldato è di combattere finché ci saranno nemici. E i nemici ci saranno finché alla fine del mondo e al trionfo definitivo del Cristo Re.

Il regno del Cristo Re è principalmente spirituale. Di conseguenza il nostro campo di battaglia sarà principalmente per le anime. Ed innanzitutto la nostra! Eh sì, il combattimento è innanzitutto nella nostra anima.

Essere “perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo” è tutto il contrario che scendere a patti con il mondo e le sue mode, che vivere sempre al limite tra peccato mortale e stato di grazia o in altalena tra l’uno e l’altro. “Siate perfetti come vostro Padre celeste è perfetto”. Ecco il nostro ideale! Ma è veramente il nostro ideale? Quello della nostra Prima Comunione e magari della nostra Cresima, o l’abbiamo già dimenticato? “Poiché tu sei tiepido, cioè né caldo né freddo, io sono al punto di vomitarti dalla mia bocca (Ap III, 16). Se non vogliamo sentire questo rimprovero come l’angelo della chiesa di Laodicea, dobbiamo impegnarci in una vera vita cristiana fondata sulle verità della fede sempre più approfondite, ma soprattutto in una fede vivificata dalla carità, da una vera fede di preghiera.

Questa fede viva accenderà immancabilmente in noi un fuoco di apostoli. Se capiamo, se viviamo la differenza tra il Paradiso e l’Inferno, tra la vita in stato di grazia e la vita in peccato mortale, come potremmo rimanere indifferenti di fronte alle tante anime che scendono all’Inferno come fiocchi di neve, secondo l’espressione della Madonna di Fatima?

Veramente abbiamo ricevuto il tesoro della Tradizione e lo possiamo considerare come nostro. Ma dice il Vangelo: “Voi siete la luce del mondo; una città posta su un monte non può essere nascosta. Nemmeno si accende una lucerna per metterla sotto il moggio; la si pone invece sul candelabro affinché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5, 14-15).

Don Louis Sentagne

Da La tradizione cattolica, n. 3 (108), 2018










sabato 2 febbraio 2019

Un sacerdote scrive ad un confratello: perché i seminari meno "lassisti" hanno più vocazioni?





Riceviamo questa lettera da parte di un sacerdote, originariamente indirizzata ad un suo compagno di seminario.

Crediamo sia significativa nel senso che testimonia la progressiva presa di coscienza, anche da parte del clero, che c'è qualcosa che non va per il verso giusto.

A quando l'inversione di marcia?
AZ




Caro……………. [un mio compagno di seminario],


sapendo che sai leggere, scrivere e fare di conto, mi rivolgo a te per chiederti qualche dilucidazione.


+ Mia riflessione: chi lavora per i poveri, gli ammalati, le missioni, gli immigrati…. è degno della massima stima. Ma un giovane può dire: “Se voglio lavorare per i poveri vado direttamente alla Caritas, per i lebbrosi vado al Centro Missionario, per i giovani vado alla Azione Cattolica …: allora, che bisogno c’è che diventi anche prete? Se divento prete, voglio fare una cosa che nessun altro può fare: celebrare la Messa, confessare, sostenere i laici affinchè si dedichino alle opere buone.”


+ Per puro caso mi sono imbattuto nella conoscenza di un tipo di sacerdoti che si sono staccati dai lefevriani e sono stati accolti a Wigratzbad (Baviera) dai vescovi Stimpfle (focolarino), Ratzinger e, mi sembra, dal cardinale Castillon. In poche parole: sono approvatissimi dalla chiesa di Roma.


C’è un particolare: i seminaristi partecipano alla Messa in latino (con il rito della Summorum Pontificum), breviario in latino, studi severi di teologia, esami, disciplina interna molto forte, veste talare sempre portata senza eccezioni; eccetera.


Domanda: come mai ci sono tanti seminaristi? E’ solo perché provengono da molte parti? Allora, perchè diocesi come Monaco (5 o 6 milioni di cattolici) non ha avuto nessun nuovo ingresso in seminario e diocesi come Vicenza (che ha sempre avuto moltissime ordinazioni) non ha nessuna ordinazione sacerdotale né quest’anno né l’anno prossimo?


Se fosse un seminario “lassista” , potrei anche capirlo ma tutto fa intendere che siano molto severi sulla disciplina, sulla morale e la ottemperanza alle regole della chiesa di Roma. [Togliti la curiosità e vai a vedere il sito: www.fsspwigratzbad.blogspot.com]


Mi hanno detto che questo tipo di seminaristi presenti in Francia sono, da soli, la metà del totale di tutti i seminaristi della chiesa francese.


Tu cosa dici? Dobbiamo aspettare che scoppino e vadano tutti a casa? Possiamo dire che sono fanatici e noi, che viviamo nel mondo, siamo aperti? Ti assicuro che non ho voglia di proporre la ripetizione della loro esperienza (io prego molto meno di loro e non indosso la talare) ma mi domando perché non facciamo una analisi seria su come si spiega questo fenomeno.


Io celebro la Messa in latino ogni domenica e ci sono moltissimi giovani che pregano e frequentano i sacramenti con una assiduità incredibile: sono loro che sono fanatici o sono io che trovo tutte le scuse per pregare il meno possibile?


Ecco perché mi rivolgo a te che hai studiato: cosa si può imparare da loro (che sono stati approvati dalla Chiesa di Roma e quindi sono nostri fratelli) per vedere come mettere a frutto anche per noi la loro esperienza? Mah! Deus scit. A te l’ardua sentenza.



Lettera firmata
(onde evitare le solite ripercussioni...)






venerdì 1 febbraio 2019

Donne di preghiera. Pistoia, sabato 2 febbraio 2019















Sulla teologia del “come”. Articolo di Stefano Fontana





di Stefano Fontana, 30-01-2019

Nella dottrina della Chiesa il cosa ha sempre avuto il primato sul come. I contenuti delle verità rivelate hanno sempre avuto il primo piano rispetto a come vengono conosciute e a come vengono espresse. Come si conoscono e come si esprimono dipendono da cosa esse sono, il come conoscitivo e il come espressivo devono essere congrui con la loro realtà e non la determinano. Per fare l’esempio più famoso: il come costituito dalla filosofia greca non ha ellenizzato la dottrina cattolica ma è stata la fede cattolica a cristianizzare l’ellenismo. Quando Benedetto XVI afferma che l’incontro tra la filosofia greca e il cristianesimo è stato provvidenziale, vuol dire che in quel caso il cosa ha trovato il suo giusto come.


Da un po’ di tempo, invece, si assiste ad una emancipazione del come dal cosa. Dapprima i due vengono messi sullo stesso piano e si dice che il come influisce sul cosa tanto quanto il cosa sul come. Come si conosce una cosa influirebbe sulla conoscenza quanto il contenuto conosciuto. Come si dice una cosa è tanto importante quando il contenuto comunicato. Poi però si supera anche questa posizione di pariteticità tra il come e il cosa e si passa a dire che il come contribuisce perfino a costituire il cosa, ossia che i contenuti della conoscenza non hanno una loro autonomia rispetto a come vengono conosciuti ma ne dipendono. Insomma nella cosa conosciuta il conoscente conosce anche qualcosa di se stesso sicché la cosa come essa è in sé rimane inconoscibile. Conosciamo solo costrutti e non più realtà, interpretazioni e non più verità. Questo voleva dire il Gesuita Padre Sosa parlando del registratore che ai tempi di Gesù non c’era per attestare le sue prescrizioni sul matrimonio. Tutta la filosofia moderna è segnata dal passaggio dal come al cosa. L’emancipazione del come rispetto al cosa si completa con la subordinazione netta del cosa rispetto al come. Fino al punto che si parla solo del come e non più del cosa, il che viene chiamato orgogliosamente “fine della metafisica”.


Da un punto di vista teologico la cosa si chiama primato della pastorale sulla dottrina, in morale si chiama primato della coscienza sulla norma, in metafisica primato dell’esistenza sull’essenza, in epistemologia primato dell’ermeneutica sulla metafisica, in politica si chiama primato della partecipazione sui programmi.


Da tempo segnalo su La Nuova Bussola Quotidiana questo passaggio anche da parte del magistero, sia pontificio che episcopale. Si invita a partecipare senza dire con quali contenuti, ad accogliere senza dire per che fini, ad integrare senza che sia noto dove, a votare senza che si dica per che cosa, a dialogare senza indicare criteri e contenuti del dialogo, a convenire senza dire dove e perché, a ricucire gli strappi senza analizzare chi li ha fatti e che tipo di ricucitura mettere in atto, ad uscire senza dire dove, a non lasciarsi rubare la speranza senza dire di cosa, a sognare senza dire cosa.


Questo atteggiamento è contrario alla Dottrina sociale della Chiesa e la sorpassa escludendola dal discorso. La rende inutile. Essa infatti propone principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione: il come viene per ultimo ed è preceduto dal cosa. Far dipendere il cosa dal come vuol dire essere: razionalisti, volontaristi, esistenzialisti, prassisti, storicisti… tutte posizioni secondo le quali una “dottrina”, come quella che c’è nell’espressione “Dottrina sociale della Chiesa”, non esiste se non determinata strutturalmente da qualcosa che è dislocato altrove rispetto ad essa.


Questo passaggio dal cosa al come proprio della nuova teologia è conseguenza di un lungo cambiamento: risale a Blondel, Padre Chenu, Rahner, Kasper… e ad una lunga serie di teologi novatori. Per tutti costoro la teologia è sempre “atto secondo” che viene dopo l’”atto primo” che è la vita, la prassi, l’esperienza, l’esistenza o, come dicono gli esperti accademici, lo “Sitz im Leben”.


La Dottrina sociale della Chiesa non può rifarsi a questo modello ed è perché ormai questo modello è il prevalente anche nel magistero che la Dottrina sociale della Chiesa è in difficoltà.


Stefano Fontana











giovedì 31 gennaio 2019

La piccola martire che sfidò i crudeli comunisti cinesi per "salvare" il Santissimo Sacramento






Fra i crudelissimi racconti che hanno contrassegnato le persecuzioni anti cattoliche degli anni '50 nella Cina comunista spicca quello di una Martire di appena dieci anni che per 32 giorni senza toccare con le mani le Ostie ha salvato dalla profanazione altrettante particole gettate a terra dai miliziani la profanazione della chiesa di una fervente comunità cattolica cinese.
I santi gesti riparatori della piccola Martire ripetuti per ben 32 giorni sono stati anche frutto del buon catechismo in preparazione della sua Prima Comunione.
Le considerazioni (v.sotto) che Mons. Fulton Sheen ha scritto sono quanto mai attuali!
AC


LA PICCOLA LI

Quando nel 1979 Dio ha chiamato a sé il suo servo Fulton Sheen, milioni di americani lo hanno pianto e si sono sentiti orfani.
Per anni, su tutti i mezzi mediatici possibili, lo avevano ascoltato attentamente, affascinati. Dotato di un carisma rarissimo, Mons. Sheen abbinava l’arte di parlare alla potenza che gli veniva dallo Spirito Santo.
Lo si ascoltava?
Si sapeva allora che Dio era vivo, magnifico e desiderabile.
Bishop Sheen diffondeva una tale luce che tutte le radio se lo contendevano, certe che avrebbe fatto superare di gran lunga tutti gli indici di ascolto registrati fino ad allora.
La sua famosa serie televisiva "La vita vale la pena di essere vissuta" raggiungeva circa trenta milioni di telespettatori ogni settimana.
Questo grande arcivescovo, questo gigante dell’evangelizzazione aveva un segreto.
Come tutti i grandi uomini, quelli veri, era affezionato segretamente a un incontro, a un episodio della sua vita in cui la Grazia lo aveva sconvolto e non avrebbe mai deviato da esso per tutto l’oro del mondo.
Ma per capire dobbiamo trasferirci in Cina, nell’epoca più dura delle repressione comunista, negli anni cinquanta…


PASSETTINI DA CINESE

In una scuola parrocchiale, i bambini recitano solennemente le loro preghiere e suor Euphrasie è contenta: due mesi prima molti hanno potuto fare la comunione, e l’hanno fatta con serietà, dal profondo del cuore. Sorride alla domanda della piccola Li, di dieci anni: “Perché il Signore Gesù non ci ha insegnato a dire:‘Dacci oggi il nostro riso quotidiano’?”.
I bambini mangiano riso al mattino, a mezzogiorno e alla sera, come rispondere a una simile domanda? “È che… pane vuol dire Eucaristia”, aveva risposto la religiosa.
È vero che suor Euphrasie brillava più per il suo cuore che per la sua teologia! “Tu chiedi al buon Gesù la comunione quotidiana. Per il tuo corpo hai bisogno del riso. la la tua anima, che vale più del corpo, ha fame di questo pane che è il Pane di Vita!”.
Nel mese di Maggio, quando Li fa la prima comunione, dice a Gesù nel suo cuore: “Dammi sempre il pane quotidiano, perché la mia anima viva e stia bene!”.
Da allora Li va a fare la comunione tutti i giorni.
Ma si rende conto che i “cattivi” (i senza Dio fra i comunisti) possono in ogni istante impedirle di ricevere Gesù nella comunione.

Allora prega ardentemente perché questo non accada mai.
Orbene, un giorno sono entrati in classe e seduta stante si sono rivolti ai bambini: “Dateci subito i vostri idoli!”.
Li sapeva bene cosa voleva dire questo.
I bambini, terrorizzati, hanno dovuto consegnare le loro immagini sacre accuratamente dipinte.
Poi il commissario ha strappato il crocifisso dal muro con un gesto pieno di collera, lo ha gettato per terra e lo ha calpestato gridando: “La nuova Cina non tollererà più queste superstizioni grossolane!”.
La piccola Li, che amava tanto la sua immagine del Buon Pastore, ha cercato di nasconderla nel corpetto, era l’immagine della sua prima comunione!
Uno schiaffo sonoro le ha fatto perdere l’equilibrio ed è caduta per terra.
Il commissario ha chiamato il padre della bambina e ha fatto in modo di umiliarlo prima di legarlo saldamente.
Quello stesso giorno, tutti gli abitanti del villaggio catturati dalla polizia si sono stipati in chiesa per un nuovo tipo di “sermone” urlato dal commissario, che ridicolizzava le missionarie e gli “agenti dell’imperialismo americano”…
Poi con voce rimbombante ha ordinato ai miliziani di sfondare il tabernacolo.
L’assemblea ha trattenuto il fiato e ha pregato ardentemente.
Voltato verso la folla l’uomo ha gridato: “Vedremo ora se il vostro Cristo sa difendersi.
Ecco che cosa ne faccio della vostra ‘presenza reale’. Trucchi del Vaticano per sfruttarvi meglio!”.
Così dicendo ha afferrato il ciborio e ha gettato tutte le ostie sulle mattonelle.
I fedeli, frastornati, sono indietreggiati soffocando un grido.
La piccola Li resta raggelata. Oh, cosa hanno fatto del Pane?
Il suo cuoricino retto e innocente inizia a sanguinare dinanzi alle ostie sparse sul pavimento. Non ci sarà nessuno per difendere Gesù?
Il commissario se ne fa beffe, una risata grassa inframmezza le sue bestemmie.
Li piange in silenzio. “E ora fuori, andatevene!”, urla il commissario, “e guai a chi osa tornare in quest’antro di superstizioni!”.
La chiesa si svuota.
Ma, oltre agli angeli adoratori sempre presenti attorno a Gesù Ostia, un testimone si trova lì e non perde niente della scena che si svolge sotto i suoi occhi.
È padre Luc, delle Missioni Estere.
Nascosto dai parrocchiani in un bugigattolo del coro, dispone di una finestrella che dà sulla chiesa.
Sprofonda in una preghiera riparatrice e soffre perché non può muoversi: un gesto da parte sua e i parrocchiani, che l’hanno nascosto lì, sarebbero arrestati per tradimento.
“Signore Gesù, abbi pietà di te stesso”, prega con angoscia, “impedisci questo sacrilegio! Signore Gesù!”
A un tratto uno scricchiolio rompe il silenzio pesante della Chiesa.
La porta si apre lentamente.
È la piccola lì.
Ha appena dieci anni ed ecco che si avvicina all’altare, con i suoi passettini da cinese.
Padre Luc trema per lei: può farsi uccidere in ogni istante!
Ma non può comunicare con lei, può solo guardare e supplicare tutti i santi del cielo di risparmiare quella bambina.
La piccola si prosterna e adora in silenzio, come le ha insegnato suor Euphrasie.
Sa che occorre preparare il proprio cuore prima di ricevere Gesù. Con le mani giunte, rivolge una preghiera misteriosa al suo caro Gesù maltrattato e abbandonato.
Poi padre Luc vede che si abbassa e, carponi, raccoglie un’ostia con la lingua.
Eccola ora in ginocchio, con gli occhi chiusi e rivolti all’interno verso il suo visitatore celeste.
Ogni secondo è assai pesante, padre Luc teme il peggio…
Se solo potesse parlarle!
Ma la bambina se ne va lentamente com’è arrivata, quasi saltellando.
Le “epurazioni” continuano e la brigata mobile dei servizi d’ordine perlustra tutto il villaggio e dintorni. Quella è la sorte della “Nuova Cina”.
Fra i contadini, nessuno osa muoversi.
Rincantucciati nelle loro capanne di bambù, ignorano tutto del futuro.
Eppure la nostra piccola Li scappa per ritrovare il suo Pane Vivo in chiesa e, riproducendo esattamente la scena del giorno prima, prende un’ostia con la lingua e scompare.
Padre Luc morde il freno.
Perché non le prende tutte?
Lui conosce il numero delle ostie: trentadue.
Li non sa dunque che può raccoglierne parecchie contemporaneamente?
No, non lo sa. Suor Euphrasie era stata molto chiara: “Una sola ostia al giorno è sufficiente. E non si tocca l’ostia, la si riceve sulla lingua!”.
La piccola si conforma alle regole.
Un giorno resta ormai solo un’ostia.
All’alba la bambina si infila come al solito in chiesa e si avvicina all’altare.
Si inginocchia e prega vicino all’ostia.
Allora padre Luc soffoca un grido.
Un miliziano, in piedi nel vano della porta, punta la rivoltella.
Si sente solo un colpo secco, seguito da un grosso scoppio di risa.
La bambina si accascia subito.
Padre Luc la crede morta, ma no, vede che striscia con difficoltà verso l’ostia e ci preme sopra la bocca.
Qualche soprassalto convulso, seguito dall’improvviso rilassamento.
La piccola Li è morta. Ha salvato tutte le ostie!


[La storia è narrata in Les voleurs de Dieu, di Maria Winowska, collaboratrice di Karol Wojtila prima della sua ascesa al trono di Pietro] 



OGNI GIORNO UN “ORA SANTA”

Due mesi prima di morire, all’età di ottantaquattro anni, Mons. Fulton Sheen ha rivelato infine il suo segreto al grande pubblico, durante un’intervista su una catena televisiva internazionale. Sua Eccellenza – gli ha chiesto il giornalista – lei ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo, ma lei da chi è stato ispirato? Da un papa?
Non è un papa – ha risposto – né un cardinale, né un altro vescovo.
Nemmeno un sacerdote o una religiosa!
Mi ha ispirato una piccola cinese di dieci anni. Allora Mons. Sheen ha raccontato la storia della piccola Li.
Consegnava così il suo testamento intimo.
L’amore di quella bambina per Gesù nell’Eucaristia, ha aggiunto, lo aveva talmente impressionato che il giorno in cui la scoprì fece questa promessa al Signore: ogni giorno della sua vita, qualunque cosa fosse accaduta, avrebbe fatto un’ora di adorazione davanti al Santissimo Sacramento.
Orbene, non solo Mons. Sheen ha mantenuto la promessa, ma non ha mai perso un’occasione per promuovere l’amore per Gesù nell’Eucaristia.
Senza stancarsi, invitava i credenti a fare ogni giorno “un’ora santa” davanti al Santissimo Sacramento.
Per lui non c’erano dubbi: quella bambina sconosciuta e povera del profondo della Cina era la scintilla che aveva permesso l’immensa fecondità del suo apostolato.
Quel giorno, davanti agli schermi televisivi, tutta l’America ha capito che i milioni di cuori toccati da questo grande predicatore – era lei, la piccola Li!
Le conversioni innumerevoli ottenute da quel gigante mediatico – era lei e il suo cuoricino puro!
Quei milioni di adoratori “appostati” davanti al Santissimo Sacramento da quel vescovo santo – era lei e le sue trentadue visite eroiche a Gesù gettato sul pavimento!
Quella fioritura di consacrazioni e vocazioni suscitate dal più popolare prelato americano – era lei, la piccola martire cinese, e le sue nozze di sangue con l’Agnello
Cara piccola Li, se ti ho dedicato questo libro è perché sei la mia eroina preferita.
Ma te lo confesso, ho un’altra ragione più interessata: non hai finito il tuo lavoro!
Apri gli occhi e vedi, le ostie che giacciono oggi sul pavimento non sono più trentadue ma migliaia, milioni.
Ogni giorno si spara su Gesù, si ride di lui, lo si calpesta.
Il numero di sette che profanano l’Eucaristia va crescendo.
Ogni domenica, in quasi tutte le parrocchie, certi fedeli fanno la comunione mentre vivono in peccati gravi, quelli chela Bibbia chiama “abomini” e che danno la morte all’anima.
Gesù non è mai stato tanto torturato, piccola Li.
Senza contare l’indifferenza di tanti suoi “prescelti”, fagocitati così spesso dalle faccende del mondo e inconsapevoli dell’immenso amore con cui sono amati.
In Francia quanti tabernacoli sono abbandonati, impolverati!
In America spesso si è relegato il tabernacolo in un angolo della chiesa, se non addirittura in sacrestia.
Talvolta sono stati persino tolti gli inginocchiatoi, e guai a chi osa mettersi in ginocchio durante la consacrazione: è malvisto, rischia di farsi escludere.
Al catechismo non trovi più persone come suor Euphrasie, spesso i bambini sono poco preparati a conoscere e ad amare Gesù.
Nelle famiglie, sono rari i genitori che parlano apertamente di Gesù come del loro grande amico.
Al contrario lo ignorano, e i bambini pensano che Dio non esista e si perdono nell’ateismo. Potrei continuare così per molto tempo, ma dall’alto del Cielo vedi talmente meglio di me. Non hai finito il tuo lavoro, piccola Li.
A dire il vero, durante il tuo martirio in Cina, lo iniziavi soltanto.
Vieni ad aiutarci!
Come ti sei appostata al fianco del vescovo Sheen, vieni ad appostarti oggi accanto ad ogni sacerdote, a ogni vescovo, a ogni ministro ordinato e a ogni cristiano.
Comunicaci il tuo amore puro per Gesù. L’amore radicale e tenero del tuo cuore innocente.


Fonte





mercoledì 30 gennaio 2019

Sia lodato Gesù Cristo! L’importanza di un saluto dimenticato



di Aldo Maria Valli 30-01-2019

Dico le verità: per me un prete dovrebbe sempre – e sottolineo sempre – salutare usando la formula “Sia lodato Gesù Cristo”, e l’interlocutore dovrebbe obbligatoriamente rispondere “Sempre sia lodato”. Lo trovo un saluto bellissimo, che in modo semplice e immediato rende lode a Gesù mettendolo al primo posto rispetto a tutto. Dico di più: per me anche i laici cattolici dovrebbero salutarsi così.

E invece…

Invece la formula è passata nel dimenticatoio, e i preti non la usano nemmeno più nelle omelie. Magari esordiscono con un “buongiorno” e concludono in modo anonimo. E alla fine della celebrazione? Magari dicono “buona domenica” e “buona settimana”.

D’altra parte come stupirsi dal momento che il prete è stato trasformato quasi in un conduttore televisivo munito di microfono? Come stupirsi dal momento che al posto del celebrante abbiamo ormai il prete intrattenitore? Come stupirsi dal momento che al posto del culto di Dio abbiamo messo il culto dell’uomo?

Leggo che alla domanda di un lettore circa il fatto che i preti prima e dopo l’omelia non salutano più con “Sia lodato Gesù Cristo”, un religioso ha risposto: “Ma il messale non prevede più questo saluto. Non lo proibisce, ma non lo ritiene opportuno perché desunto dalla predicazione fuori della Messa. L’omelia è parte della Messa; i fedeli sono già salutati fin dall’inizio”.

Ma che razza di risposta è? A parte che mi pare che la formula non fosse prevista neanche prima (ma non ne sono certo), qui stiamo parlando di buona educazione liturgica e spirituale. Siamo, per così dire, all’abc del rapporto con il nostro Gesù. Non è che il modo di salutare il mio Gesù deve essere desunto dai codici! E che significa che i fedeli sono già salutati? Se Gesù è al primo posto, non è forse meglio salutarlo una volta di più che una volta di meno? Allora, secondo la stessa logica, quando la mamma insegna al figlio che bisogna sempre usare le parole “per favore” e “grazie” il bambino potrebbe rispondere: “Ma l’ho già detto ieri! E comunque non è scritto in nessuna legge!”.

Che bello quando Giovanni Paolo II, con il suo vocione, la sera del 16 ottobre 1978 si presentò alla folla con “Sia lodato Gesù Cristo!”. Lì c’era già il programma del pontificato.

Dire “buongiorno” o “buonasera” o usare altre formule mondane all’inizio e alla fine dell’omelia contribuisce a eliminare ogni discrimine tra lo spazio e il tempo del sacro, riservato a Dio, e lo spazio e il tempo profani. È un modo efficace per omogeneizzare e mescolare tutto, ma così non si rende la Chiesa più vicina agli uomini. Così semplicemente ci si allontana da Dio e non si rispetta più il sacro.

Fosse per me, userei addirittura la formula latina “Laudetur Jesus Christus!”. Alla quale bisogna rispondere “Nunc et semper!”.

Ora abbiamo bambini delle elementari che il parroco lo chiamano “don”. E quando lo salutano dicono “ciao don”. Poveri bambini. Intrappolati dal democraticismo. Resi incapaci di riconoscere e dunque rispettare l’autorità. Nessuno dirà mai loro che il prete è alter Christus.

Ora qualcuno mi darà del tradizionalista, ma non me ne importa niente.

La forma è sostanza e chi dice il contrario è un imbroglione.

Quelli che non dicono più “Sia lodato Gesù Cristo” e permettono che al prete ci si rivolga dicendo “ciao don” sono gli stessi secondo i quali non è importante inginocchiarsi o tenere le mani giunte, perché “l’importante è ciò che abbiamo nel cuore” e tutto il resto è ipocrisia. Ma l’uomo non è solo spirito. L’uomo è spirito e corpo, e l’atteggiamento del corpo influenza, eccome, ciò che abbiamo nel cuore.

Nel suo Le lettere di Berlicche, Clives Staples Lewis è molto chiaro in proposito. Il diavolo esperto Berlicche consiglia al giovane diavolo apprendista Malacoda, suo nipote, di fare di tutto per “spiritualizzare” la fede della persona che è stata affidata alle “cure” di Malacoda. Insegnagli a non piegare le ginocchia, raccomanda Berlicche, e vedrai che lo avrai presto in pugno. Convinci i cristiani “che la posizione del corpo non ha influenza alcuna sulle loro preghiere”! Fai in modo, aggiunge Berlicche, che essi dimentichino “costantemente ciò che tu devi sempre ricordare”, e cioè “che sono animali e che qualunque cosa i loro corpi facciano incide sulle loro anime”!

Penso che oggi Berlicche possa essere soddisfatto. Infatti dice: “Uno dei nostri grandi alleati, al presente, è la stessa Chiesa”.

Come dargli torto?

Sia lodato Gesù Cristo! .

Aldo Maria Valli