venerdì 5 novembre 2021

Nuova fondazione della Fabbrica di San Pietro, il disastro avanza



La Fabbrica di San Pietro ridotta a un misero centro culturale ecumenico.
Desacralizzare ancora di più la "tomba di Pietro", dopo aver tolto le Messe agli altari laterali, di fatto commissariato il Capitolo di S. Pietro e facendone sempre più un museo per turisti?
A quando l'istituzione di un'agenzia viaggi?
Grazie a Michelangelo per la segnalazione.
Luigi [MiL]




5 NOVEMBRE 2021

Abbiamo una nuova fondazione: "fratelli tutti" per "contribuire a progettare e realizzare un "nuovo umanesimo", promuovendo il contributo di ciascuno in modo sinodale secondo le proprie aree di impegno e competenza".

Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro, lo ha ufficializzato al Senato italiano: "La politica e l'economia, la qualità delle nostre relazioni sociali e personali hanno bisogno" di umanesimo integrale. "Così la fondazione che nascerà dalla Fabbrica di San Pietro avrà almeno tre aree principali di azione: arte, educazione e dialogo con i popoli, le culture e le religioni". 

Attenzione a queste cose che pensiamo siano questioni minori ed è un passo in più per desacralizzare la "tomba di Pietro". La strada è stata tracciata e possiamo vedere la Basilica di San Pietro trasformata in una specie di centro culturale, dove si dirà la messa di tanto in tanto, certo, ma senza esagerare, e lasciando spazio all'umanesimo integrale. 

Possiamo vedere come gli atti di culto "cattolici" vengono soppressi e, secondo gli stessi fondatori: "organizzeremo eventi e itinerari, esperienze e momenti intorno alla basilica madre della Chiesa cattolica per favorire l'interiorizzazione dei valori di libertà, uguaglianza e fraternità".











giovedì 4 novembre 2021

Una domanda ai liturgisti “essenzialisti”: si farebbero operare da un chirurgo non attento ai dettagli?




4 NOVEMBRE 2021


di Corrado Gnerre

Sappiamo che chi pretende difendere a spada tratta il Novus Ordo Missae, cioè il Nuovo Rito della Messa, pur di sorvolare sulle significative e per certi versi gravi questioni teologiche che pone questo Rito, si sofferma sulla questione dei gesti affermando che la riforma liturgica avrebbe giustamente semplificato.

Ciò che però non si riesce a capire -e che invece se si ha un animo semplice si capisce eccome- è che c’è una differenza tra forma e formalismo. Quest’ultimo si giudica da sé, ma quest’ultimo non è dato dal numero dei gesti o dei dettagli, quanto dallo spirito con cui si compiono i gesti e si rispettano i dettagli. Se si è privi della giusta fede, se si pensa di mettersi in pace con il Signore rispettando certe forme e non convertendo realmente il cuore e conservando in grazia l’anima, è evidente che si cade nel fariseismo e quindi si cade in un colpevole formalismo. Ma se i gesti formali e i dettagli sono espressione di una fede vera e sincera e sono collocati e considerati nella giusta maniera, essi rimangono forma. Anzi è una forma che diventa sostanza.

D’altronde se ci si fa caso -e si è onesti intellettualmente- sui dettagli si regge la Storia, sui dettagli si regge il mondo, sui dettagli si regge la vita. Sì, la vita. Dice giustamente sant’Alfonso in una sua meditazione che non ci vuole nulla a morire: “…basta una goccia di sangue che cade sul cuore.” Lasciando perdere l’esattezza o meno del dato medico, non si può negare che è così: la salute si può perdere in un batter d’occhio e per un nonnulla.

Vorremmo tanto dire a certi liturgisti essenzialisti: perché vogliono togliere a Dio ciò che invece si loda in altri campi? L’artista non lavora sui dettagli? E l’artigiano non fa lo stesso quando costruisce ciò che deve costruire? E quando ammiriamo delle manifatture fatte come si deve, pensiamo appunto a come sono precise e -appunto- a come sono “dettagliate”.

Per non parlare della chirurgia. Cosa pensereste di un chirurgo che non fosse attento ai dettagli? Basterebbe fare un errore di pochi millimetri… e il danno diventerebbe irreparabile.

Gilbert Keith Chesterton, nel suo Ortodossia, così scrive a proposito dei dettagli nelle dispute teologiche. Leggiamo:

Le discussioni teologiche sono sottili ma non magre. In tutta la confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero moderno, non c’è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il detto comune: “La religione non può mai dipendere da minuziose dispute di dottrina”. Sarebbe lo stesso affermare che la vita umana non può mai dipendere da minuziose dispute di medicina.
L’uomo che si compiace dicendo: “Non vogliamo teologi che spacchino capelli in quattro”, sarebbe forse d’avviso di aggiungere: “e non vogliamo dei chirurghi che dividano filamenti ancora più sottili”.
È un fatto che molti individui oggi sarebbero morti se i loro medici non si fossero soffermati sulle minime sfumature della propria scienza: ed è altrettanto un fatto che la civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non avessero argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina.


Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

 




mercoledì 3 novembre 2021

Lo svilimento della Morte nei riti funebri conciliari




Tratto da Radio Spada del 3 Novembre 2018: 

In questo Ottavario dedicato al suffragio dei Morti, proponiamo ai nostri lettori un articolo di Vittorio Giovanni Rossi (1898-1978) apparso sulla rivista Epoca il 26 settembre 1971 – due anni dopo la introduzione della riforma/rivoluzione liturgica originata dal Vaticano II – dove lo scrittore ligure commenta, a suo modo, lo strazio operato dai novatori sul maestoso rituale funebre in uso presso la Chiesa Romana. Giova ricordare che tale devastazione si basa su un articolo della Costituzione conciliare “Sacrosantum Concilium” (idolo dei conservatori) che così recita: “Il rito delle esequie esprima più apertamente l’indole pasquale della morte cristiana e risponda meglio, anche quanto al colore liturgico, alle condizioni e alle tradizioni delle singole regioni” (SC, 80). Nemmeno 20 anni prima, nel 1947, Pio XII aveva condannato coloro che volevano abbandonare il colore liturgico nero…





di Vittorio G. Rossi

Non si sa più come morire; la Messa da morto come è adesso fa piangere più di prima; ma non fa piangere per il morto: fa piangere per la Messa. Dico Messa da morto; dovrei dire Messa esequiale: ma io non sono un intellettuale come quelli che hanno fatto la Messa nuova da morto; e allora dire Messa da morto mi fa vedere la cosa; e dire Messa esequiale non me la fa vedere, ci devo pensare su un momento. Non mi piace parlare di cose della morte; ma la Messa da morto riguarda più i vivi che i morti; quello che riguarda i morti, non lo possiamo sapere. La morte è una cosa tremendamente seria, la più seria di tutte le cose che possono capitare all’uomo; perché l’uomo che ha fatto quel passaggio, potrà diventare angelo o diavolo o niente; ma ha finito di essere uomo, e questa è una perdita, su cui non si piangerà mai abbastanza.

La vecchia Messa da morto faceva sentire quel dramma tremendo; la Messa da morto che c’è adesso, è come andare a cogliere margheritine nel prato e il parasole in mano.


Le hanno cambiato anche il colore; prima era nera, adesso è viola; il nero poteva disturbare l’uomo di adesso, fargli venire i complessi, come si usa adesso
; come per le sculacciate ai bambini, una volta si davano come confetti; adesso dicono che l’onda della sculacciata può arrivare al cervello, e uno che stava per diventare un altro Leonardo da Vinci, diventa un cretino da ospizio. Il viola è come il vino allungato con l’acqua, non è né vino né acqua; non è né caldo né freddo, né vivo né morto; è un piccolo trucco per fare passare la morte come un aperitivo.

Quell’invocazione che si ripeteva lungo tutta la vecchia Messa,e,
 Requiem aeternam dona eis, Domine era grandiosa; era una invocazione a Dio nella grandiosa maestà dalla lingua sacra, non quella volgare di adesso, la stessa che serve per comprare i ravanelli in piazza del mercato; era l’invocazione a Dio di placare la tempesta, e riempiva e scrollava la volta della chiesa e dava un brivido a quelli che provvisoriamente restavano sulla sponda di qua. Adesso quell’ “eterno riposo” della Messa nuova è adatto a uno che va in pensione, e si spera che gliela paghino. La Messa di adesso è fatta quasi tutta di salmi; e la poesia dei salmi è una grande poesia, grandi blocchi monumentali di poesia; ma trasferita nella lingua per comprare i ravanelli, e tradotta da gente brava a fare le liste della biancheria da mandare in lavanderia, la poesia dei salmi e delle altre letture sacre è diventata la poesia delle liste della biancheria.

“Il giusto, anche nel caso di morte prematura – troverà riposo. – Vecchiaia veneranda non è la longevità – né si calcola dal numero degli anni. – La canizie per gli uomini sta nella sapienza”. Era un pezzo del Libro della Sapienza: era poesia, e poesia augusta; è diventato un pezzo di una polizza di assicurazione sulla vita. E anche in chiesa, anche alla presenza di un morto, non si sa se ridere o piangere.

Per mille anni e più la Chiesa cattolica ha insegnato a pensare a una parte importante del genere umano; ha avuto con sé la grande arte, la grande poesia, la grande musica; ossia mille anni di civiltà occidentale sono stati mille anni cattolici; e ora si è ridotta a fare i rifornimenti nei magazzini del linguaggio dei politici e dei sindacalisti, gente notoriamente piena di sapienza e belle lettere. E non dice più “la santa Messa”; dice la “Messa comunitaria”; e la messa non sa più di anima, cosa strettamente individuale; sa di mensa aziendale. Non dice più “i fedeli” o “i credenti”, come dice così bene l’islam; dice la “comunità di base”; e sa di comizio e tessera in tasca; a se Dio ha fatto lui i cieli e la terra con sopra questa bella razza degli uomini, non deve dare molta importanza alle tessere in tasca. E allora la Chiesa cattolica ha potuto togliere tranquillamente dalla Messa le preghiere alla Madonna piene di dolce poesia; togliere il così detto ultimo Vangelo, cioè il principio del Vangelo di Giovanni, quello “In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio e il Verbo ora Dio”; e niente di più spirituale è mai stato detto da bocca d’uomo. E nello spazio rimasto libero hanno collocato cose spirituali e poetiche come “questo pane, frutto della terra e del nostro lavoro… questo vino, frutto della vite e del nostro lavoro”; ed è roba che sa di cooperativa agricola.

Quando la Chiesa cattolica [rectius i modernisti che la occupano, ndr] ha ripudiato il latino, una voce altissima della Chiesa Cattolica ha detto che finalmente quelli che pregavano avrebbero capito quello che pregavano. Quella voce era la voce delle grandi parole; così poteva sembrare che tutti i secoli di preghiere fatte dagli uomini erano andate in fumo, perché essi non sapevano quello che dicevano. Ma il giorno che un uomo pregante capirà quello che sta dicendo, potrà smettere di pregare; la preghiera è un discorso con le cose invisibili e inconoscibili, cioè col mistero; e se il pregante riesce a sapere che cosa c’è dentro il guscio del mistero, può smettere di pregare e mandargli una cartolina postale; basta che non la mandi con le poste della nota repubblica fondata sul lavoro. La religione è di là da tutte le spiegazioni; è fuori di tutte le prove sperimentali; i ragionamenti sulle cose che non si possono osservare, sperimentare, misurare, sono spiegazioni che non spiegano niente. Fin che restano idee, le idee non sono né vere né false, né buone né cattive: sono idee, cioè discorsi ben fatti o mal fatti, e si chiamano le dialettiche. E le dialettiche sono le equazioni differenziali degli imbecilli di oro fino. Se invece di dire Agnus Dei qui tollis peccata mundi, uno dice “Agnello di Dio, che ti assumi i peccati del mondo”, ne sa quanto prima; cioè in qualunque linguaggio lo dica, dice una cosa che è tenuta in piedi non dalle prove, come il così detto principio di Newton, ma dal crederci o non crederci. Montagne di parole sono state dette e scritte per spiegare che cosa vuol dire o per dire che non vuol dire niente; ma l’uomo che lo dice o lo sente dire, può sentire dentro di sé una grande luce che si apre e splende come un sole; oppure non accendersi niente; dipende da lui, non dalle parole dette o sentite.

Hanno tolto cose poetiche della Messa; e solo la poesia, non le spiegazioni, può fare vedere le cose che non si vedono; e lo spazio tolto alla poesia lo hanno dato alla predica. Facevano la Messa nuova; e si sono lasciati scappare l’occasione gaudiosa di chiudere la bocca ai predicatori. La Chiesa cattolica non saprà mai quanta gente ha perduto per via dei predicatori. Il gesuita portoghese padre Vieira era un grande predicatore: 300 anni fa ha fatto la predica ai predicatori; gli ha detto che piuttosto che parlare a quel modo, era meglio tacere che parlare. San Francesco parlava agli uccelli, e gli uccelli lo ascoltavano perché gli pareva uno che parlava come loro, uno di loro; adesso quando il predicatore predica, mi viene la voglia di essere un grande peccatore, per fare dispetto a quel predicatore.

Quelli che hanno fatto la Messa nuova, hanno capito che non bastava sfrattare il latino, per dare più spiritualità alla Messa; e hanno inventato le strette di mano. È la cosa più comica che sia mai stata fatta in una chiesa cattolica. Ci sono vecchie pettegole che si voltano indietro alla ricerca di altre mani da stringere; non gli bastano quelle laterali. Ma io guardo in su; non vedo mani da stringere; il teatro in chiesa non mi è mai piaciuto.

Hanno sfrattato il canto gregoriano, e non c’è canto più religioso, religiosamente più puro di quello; hanno sfrattato la grande musica. Forse hanno ascoltato quelli che dicevano che la Chiesa cattolica è un prodotto dell’Occidente; ma anche la scienza e la tecnica sono un prodotto dell’Occidente; eppure gialli e neri adoperano con disinvolto fervore le cose meccaniche, le medicine, i modi di vestire e comportarsi dell’Occidente. Qualcuno che non era uno stupido, ha detto che hanno fatto più miracoli i santi scolpiti e dipinti, che non i santi vivi; ed è vero; però si è dimenticato della musica, della grande musica. La grande musica ha portato a Dio più gente, che non tanti secoli di teologia; quel vento misterioso che entra nell’uomo, e lo invade, e lo muove come il vento muove il mare; e l’uomo piange o ride beato, si sente felice o triste, e non sa perché; e quella è la musica, la grande musica; e l’uomo poteva vedere la faccia di Dio, che nessuna descrizione della faccia di Dio è mai riuscita a fargli vedere. E la Chiesa cattolica, una volta considerata intelligente anche troppo, ha buttato la sua grande musica fuori bordo; ai pesci. Leonardo diceva che quando suonano le campane, nel suono delle campane l’uomo può mettere tutto quello che vuole; le sue gioie, i suoi dolori, le sue speranze. Ora nella nuova Messa cantata, quella per i vivi e quella per i morti, i canti nuovi offrono gioielli come questo: “Mi risplenda la luce del ver – e mi guidi sul retto sentier”; o come quest’altro: “… evitiamo di dividerci tra noi – via le lotte maligne, via le liti”, e altre stupidaggini come queste, innumerevoli. E poi la musica, la musica nuova che accompagna quelle stupidaggini, e fa venire le rughe alla pancia. Il muezzin che dal minareto musulmano chiama alla preghiera dell’aurora, grida ai quattro venti, “è meglio pregare che dormire! … è meglio pregare che dormire!”; e fa commozione anche a chi non è musulmano; e ora coi suoi nuovi canti e suoni la Chiesa cattolica sembra dire ai suoi fedeli, che è meglio dormire che pregare. Ma nelle pietre delle chiese cattoliche c’è ancora la eco viva dei vecchi canti, delle vecchie musiche; e il giorno che quella eco gloriosa si sarà spenta, la Chiesa cattolica si potrà mettere a vendere caramelle e pianeti della fortuna. La vecchia liturgia cattolica ha fatto arrabbiare tanta gente; ma non ha mai fatto ridere nessuno.

Dalla Messa da morto hanno tolto il Dies irae. Devono aver pensato che potevano conturbare le anime gracili di questi tempi svirilizzati; e hanno demolito la Messa da morto.
Quando nella Chiesa scoppiava quel canto, “Dies irae, dies illa. Solvet saeclum in favilla … Il rimbombare della tromba per i campi seminati di sepolcri … Prostrato a terra, invoco pietà”; quel canto faceva un rimbombo immenso dentro l’uomo che ascoltava, credente o non credente, perché la morte riguarda tutti, credenti e non credenti. La religione si regge sull’esistenza del dolore e su quella della morte; nessuno può abolire definitivamente dentro l’uomo una religione, se non abolisce il dolore e la morte. Quel canto tremendo lo metteva con la faccia dentro la faccia della morte; e allora lui cercava disperatamente la faccia di Dio; la faccia di quello che non muore. E il Libera; il Libera che anch’esso doveva essere cantato in latino; perché solo così, con una lingua che non è quella per comprare i ravanelli, l’uomo può dire a Dio la sua disperazione; dirgli che lo liberi dalla morte eterna, “Libera me, Domine, de morte aeterna … quando verrai a giudicare il mondo col fuoco…”.

La Messa da morto era qui, in questi canti terribili e virili; quando si celebrava in una chiesa di villaggio, quella chiesa diventava immensa, una grande cattedrale. Poi l’uomo vivo usciva a testa bassa dalla chiesa dietro il morto, perché quei canti continuavano a rimbombargli dentro, come quando il cielo è pieno di folgori e tuoni.
Ora nella Messa nuova il prete parla lui della morte; lui che non sa che cosa è la vita, dovrebbe spiegare ai vivi che cosa è la morte. Così la Messa da morto è diventata una Messa coi fiori di plastica, e il burro e la marmellata. Il morto cinguetta sul ramo, come un passerotto; e tutto contento che è morto, e ora si metterà a tavola con gli angeli, i santi, i martiri, i patriarchi, il pane e burro e marmellata. Ma io ho già detto al mio parroco, uomo pio, che se mi celebra quella Messa del pane e burro e marmellata, io mi rifiuterò di morire. Però la nuova Messa da morto è la Messa di questa Chiesa cattolica di adesso; la grande Caterina da Siena direbbe che essa ha perso l’anima virile; dove i preti fanno quello che vogliono, si travestono come vogliono; e quei teologi nuovi che vogliono una religione cattolica da rivedere continuamente e a rivederla siano i parrocchiani e il loro parroco, e facciano le votazioni, per esempio, votare se oggi che è giovedì nell’ostia consacrata c’è Cristo o non c’è. E quegli uomini di chiesa che parlano del giorno che nel posto di Dio si metterà il Pithecantropus, ossia l’ominide di Giava, perché l’uomo è tutto. Una volta bruciavano anche per cose più piccole di queste; adesso quelli che dicono queste cose, non sono buoni neanche come legna da bruciare.

FONTE








martedì 2 novembre 2021

Offriamo preghiere per le anime del Purgatorio




 2 novembre


COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI


Rammentiamo che le anime che sono in Purgatorio, non potendo più pregare per se stesse come facevano in vita, attendono pazientemente i nostri suffragi:


- le preghiere, innanzitutto, e cioè primariamente la S. Messa, quindi il S. Rosario e le orazioni approvate dalla Chiesa.


- le indulgenze, che possono essere lucrate in loro favore, secondo le disposizioni ecclesiastiche.


- l'offerta dei nostri sacrifici: il digiuno, la penitenza, l'elemosina, l'accettazione e l'offerta delle piccole o grandi croci di ogni giorno.


Ogni suffragio viene largamente ricompensato da tali anime, le quali, con grande riconoscenza, intercedono per noi con suppliche efficacissime presso il trono di Dio.











Anticamente si chiedeva al moribondo: "Sei contento di morire?"




L'odierna ricorrenza è una buona occasione per riflettere sul destino di ciascuno. Nel saggio La vita quotidiana secondo San Benedetto, lo storico belga Léo Moulin (1906-1996) descrive una morte accolta e vissuta consapevolmente. Anticamente si chiedeva addirittura al moribondo: "Sei contento di morire con l'abito monastico?". Domanda impensabile al giorno d'oggi, quando ci si augura generalmente di non accorgersene e si bada bene a non avvertirne il moribondo, che finisce per affrontare impreparato il passo decisivo della sua esistenza.
Stefano [MiL]





L'agonia e la morte

Se la condizione del malato si aggrava, l'infermiere avvertirà l'abate. Accompagnato da alcuni fratelli, il priore va a visitare il malato. Se il caso è disperato, i fratelli recitano tre orazioni: il malato sa a cosa va incontro. Egli pronuncia il Confiteor, se può ancora parlare, altrimenti l'abate lo recita per lui.

«Se l'anima che sta per separarsi sembra essere entrata nel travaglio della separazione dal corpo - dice un testo: in extremis laborat- i fratelli stendono a terra o su della paglia un cilicio, vi tracciano una croce con la cenere e vi depongono il morente: in cenere et cilicio».

La comunità intera è messa in stato di all'erta da colpi ripetuti di uno strumento di legno (quando quis moritur, ad me currendo venitur). Tutti devono accorrere senza ritardo (sine aliqua mora) e senza scusa alcuna, neppure quella di celebrare la messa. Si canta il Credo con voce contenuta.

Il moribondo si confessa. Chiede perdono ai suoi fratelli per le colpe commesse contro Dio e contro di loro, si prosterna davanti a loro, sostenuto in caso di bisogno da due fratelli, o dà loro il bacio della pace. Riceve la comunione con gli occhi fissi sulla Croce.

Gli antichi consuetudinari prevedevano che venissero rivolte all'infelice delle domande come questa: «Sei contento di morire con l'abito monastico?». Questo psicodramma doveva essere lugubre e commovente nello stesso tempo.

L'agonia era accompagnata da una serie di gesti simbolici. L'ebdomadario ungeva gli occhi, le orecchie, le narici, le mani, i piedi: le cinque piaghe di Cristo riscattino i peccati che hanno fatto irruzione nell'uomo attraverso i cinque sensi.

Se l'agonia si prolunga la comunità si ritira lasciando ad uno dei fratelli il compito di leggere al moribondo la passione di Cristo.

Una volta che il malato è morto, si lava il corpo con acqua calda nell'infermeria, sopra una pietra apposita. Questo lavoro era per principio compito di religiosi dello stesso grado del defunto.

Le mani sono collocate sotto la cocolla che sarà cucita, il cappuccio riversato sul viso. Il cadavere è incensato e asperso d'acqua benedetta. Quindi è portato in chiesa. I fratelli si dispongono in cerchio intorno alla bara nei monasteri dove questa è prevista, altrimenti, come presso i trappisti, intorno alla tavola sulla quale è steso il cadavere.

Sono previste delle veglie; la comunità sarà dunque sempre presente.

Dopo l'ufficio dei morti, i religiosi portano la salma al cimitero, recitando delle preghiere secondo una liturgia estremamente minuziosa che, d'altronde, differisce nei dettagli da un'abbazia all'altra. La salma viene depositata, l'abate vi getta sopra per primo tre palate di terra. Gli altri lo imitano a loro volta fino a quando la terra ricopre interamente la salma. Tutti ritornano al monastero. Si spengono i candelieri, le campane smettono di suonare.

Per trenta giorni i religiosi cantano in comune l'ufficio dei morti. Ogni sacerdote celebra sette messe.
Il cibo del morto era dato ai poveri, questi «portinai del cielo», diceva Sant'Oddone. Per trenta giorni a Cluny, per un anno in Germania.




Fonte: Ora et labora

Foto di apertura (le esequie di dom Gerard Calvet OSB, fondatore e primo abate della comunità monastica di Le Barroux) tratta dal blog Romualdica.






Il pianto addolorato di una mamma





Manuel Gregori, 31.01.2021

Io sono innocente del sangue di quella donna! (Dn 13,46)

Quante volte abbiamo visto una madre triste e piangente, e non abbiamo cercato di fare qualcosa per aiutarla e alleviare il suo dolore? Penso molte!

Sono passati ormai 26 anni da quel 2 febbraio, quando la statuta della Vergine ha iniziato a piangere lacrime...lacrime di sangue. Quel sangue, segno della sofferenza che Maria, la Madre eterna, prova nei confronti dei suoi figli. Sofferenza causata dalle tante offese e dai tanti ripudi che ogni giorno riceve dall'umanità ormai offuscata dal fumo del maligno. Quel sangue scaturito dal costato del Figlio, Agnello sacrificale per la salvezza dell'umanità perduta.

Perché Maria piange? Perché i suoi figli la offendono? Perché non seguono il suo insegnamento? Perché satana, finta Stella del Mattino, ha offuscato le nostre anime rendendoci schiavi di una finta luce che ci illude portando la nostra anima alla perdizione eterna.

Oggi giorno la chiesa moderna, sempre più umana e superficiale, ha paura di nominare il nome di Maria, ha paura di consacrare la propria esistenza alla figlia d'Israele, ha paura di rifugiarsi in questo meraviglio Santuario d'amore e d'umiltà.

Ha paura forse perché non conosce i significati dei termini con i quali il popolo di Dio si rivolge a Maria.

Hanno, anzi, abbiamo paura perché ciò che ha fatto Maria, accettando il disegno Divino affidatoLe, ci appare come impossibile e arduo. Chi siamo noi per dire che i disegni di Dio sono impossibili e ardui?

Maria non ha esitato troppo! Ella ha risposto con l'obbedienza della fede (Cfr. Rm 1,5), certa che nulla è impossibile a Dio. Così, Maria è diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l'animo e senza essere ritardata da nessun peccato la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente... alla persona e all'opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del Mistero della Redenzione, sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio Onnipotente (Cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56). Prendiamo allora come esempio di vita Maria, colei che si è gettata nelle braccia del Padre. Imitiamo le sue virtù e il suo modo di rivolgere le proprie richieste al Padre. La Chiesa riscopra di nuovo il ruolo che Maria deve ricoprire in essa. Esso è inseparabile dell'unione tra la Chiesa e Cristo. Maria è l'immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura. Consacriamoci, quindi, interamente al cuore immacolato di Maria, Madre della Chiesa, Regina delle Famiglie, Regina del cielo, Madonna delle rose, Portatrice di pace nei nostri cuori.


O Signora mia, o Madre mia,
Io mi offro interamente a Te,
E in prova del mio affetto filiale,
Ti consacro in questo giorno (notte), I miei occhi, le mie orecchie,
La mia bocca e il mio cuore
In un'unica parola tutto il mio essere.
Quindi se io sono tutto Tuo
O Madre di Bontà
guidami, sollevami, proteggimi e difendimi
Come cosa e propria Tua.




Amen



Salve o Regina...











lunedì 1 novembre 2021

Una breve spiegazione del Paradiso, in occasione della festa di tutti i Santi






di Corrado Gnerre

Paradiso (in ebraico “gan”, in persiano “pairidaeza”, che vuol dire “giardino”; in greco “paradeisos”, che vuol dire ugualmente “giardino”) fu detto il giardino di delizie dove furono posti i nostri progenitori. Ora questo termine indica il Cielo, dove i beati godranno la felicità eterna.

L’Antico Testamento


L’Antico Testamento tratta del fine ultimo dell’uomo e della sua salvezza.

Si ricorda lo “sceol” (2 Maccabei 7) dove andavano gli antichi giusti in attesa di seguire il Redentore al Cielo.

Non si parla però della visione beatifica, se non in modo oscuro: “Mi riempirai di gaudio col tuo volto” (Salmo 15,11).

E ancora: “giusti vivranno in eterno e presso il Signore è la loro ricompensa.” (Sapienza 3,16).

Il Nuovo Testamento

“I benedetti dal padre risplenderanno come il sole nel regno del Padre.” (Matteo 13,43).

Dice San Paolo: “Vediamo ora attraverso uno specchio in un mistero. Allora, invece, faccia a faccia. Ora conosco in parte, allora, invece, conoscerò come sono conosciuto.” (1 Corinzi 19,12).

Le beatitudini

La beatitudine è gloria perfetta nel Paradiso. Essa consiste nella visione beatifica come beatitudine essenziale, a cui si aggiungono altri doni come beatitudine accidentale.

La beatitudine essenziale

Ciò che forma la gioia essenziale dei beati del paradiso è la visione di Dio. Essa è la cognizione chiara, intuitiva (da intendersi come vedere direttamente e immediatamente senza mediazione di creature) e facile, non però comprendente, di Dio come è in sé. Ovvero non si riuscirà mai comprendere totalmente Dio.

Il principio della visione beatifica è il Lume di gloria, che è un abito soprannaturale che perfeziona l’intelletto e lo rende capace di vedere Dio intuitivamente.

A riguardo bisogna distinguere due oggetti:

Un oggetto primario.

U oggetto secondario.

L’oggetto primario della visione beatifica è Dio stesso. I Beati perciò vedono faccia a faccia Dio, Uno e Trino, la sua natura ed essenza, i suoi attributi, le Persone e le processioni. Vedono anche il Divin Verbo nella sua natura Divina e Umana.

L’oggetto secondario sono le creature conosciute in Dio. Alcuni teologi asseriscono che i Beati in Dio vedono tutte le cose. San Tommaso dice che ciascun Beato vede tutto ciò che lo riguarda. Ragione di questa limitazione, secondo l’Aquinate, è il maggiore o minore grado di gloria, che dà un lume più o meno grande nella visione intuitiva. Infatti, i Beati vedono tutto Dio, ma non totalmente essendo infinito e non potendosi perciò avere dalla creatura una visione onnicomprensiva. Secondo questo grado è più o meno intensa la chiarezza della visione e più o meno estesa secondo il grado di gloria.

La visione beatifica porta con sé l’amore beatifico col quale i beati amano Dio perfettamente.

La beatitudine accidentale


La beatitudine accidentale consiste nel gaudio proveniente dai beni creati. Se la gioia del possesso di Dio nel Paradiso si può contrapporre alla pena del danno nell’Inferno, la beatitudine accidentale si può contrapporre alla pena del senso. I Beati, infatti, avranno insieme al possesso di Dio ogni bene, senza alcun male. Anima e corpo saranno nella piena felicità.

Ma vediamola nei particolari questa piena felicità:

Non ci saranno più lacrime.

Non ci saranno più lutti.

Non ci sarà più dolore.

Non ci sarà più fame.

Non ci sarà più sete.

Non si patiranno più le intemperie.

Non si avvertirà più il morso della concupiscenza.

Fra i beni della beatitudine accidentale del Cielo viene indicata anche l’aureola (corona d’oro) e cioè una speciale ricompensa riguardante che sarà data ad alcuni Santi e cioè ai Martiri, ai Vergini e ai Dottori. Essa corrisponde al triplice combattimento: contro il mondo, la carne e il demonio.

Due questioni legate al Paradiso

Ci sono due questioni legate al Paradiso. Sono:

L’incomprensibilità della beatitudine.

Che cosa effettivamente esso sia.

La gloria e la felicità del paradiso non sono descrivibili né comprensibili totalmente su questa terra. Spesso ci si domanda: ma cosa si farà? Come si potrà essere veramente felici facendo sempre la stessa cosa per l’eternità?

Sant’Alfonso, nel suo Apparecchio alla Morte, utilizza questo esempio: “Se a un cavallo dicessero che il padrone fa un grande pranzo, ammesso che potesse capire, intenderebbe che il padrone imbandisce un pranzo con avena e fieno di prima qualità. Molto meno intendiamo noi dei doni che ci sono riservati in cielo.”

Per quanto riguarda cosa effettivamente sia il Paradiso, va detto che Gesù non ha rivelato dove si trovi il Paradiso. Alcuni teologi, parlando dei “cieli nuovi e terra nuova” che si avranno alla fine del mondo, pensano che i corpi glorificati potranno discendere anche in questa terra purificata e bella.





Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri