lunedì 14 ottobre 2019

DEL POZZO: NEWMAN, IL SANTO CONTRO OGNI RELATIVISMO




Marco Tosatti, 13-10-2019

Cari Stilumcuriali, Luca Del Pozzo ci ha inviato una sua personale riflessione su John Henry Newman, che oggi sarà elevato agli onori degli altari. Buona lettura.





§§§

Tra coloro che oggi in S. Pietro saranno elevati agli onori degli altari spicca senza dubbio la figura del beato John Henry Newman. L’occasione è quanto mai propizia per sfatare uno dei più colossali abbagli della storia della teologia moderna. 

Si dà il caso infatti che il grande apologeta convertitosi dall’anglicanesimo al cattolicesimo nonché autore del famoso “brindisi alla coscienza” della Lettera al Duca di Norfolk- “Se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa” – sia tuttora ostaggio di quegli ambienti sedicenti cattolici che hanno fatto di Newman l’araldo della libertà di coscienza contro ogni forma di autorità, in primis quella del magistero. 

Peccato che le cose stiano diversamente, e che la coscienza di cui parlava Newman fosse (è) sideralmente lontana dalla quella visione soggettivista e relativista che oggi (ma non da oggi) va per la maggiore. 

Lo spiegò da par suo il compianto card. Caffarra in un memorabile intervento preparato per un convegno proprio su Newman (che non riuscì a fare perchè scomparve poche settimane prima, ma che fu poi recuperato e reso pubblico grazie a quei benemeriti di Tempi, ndr). 

Due sono i pilastri su cui si regge la dottrina di Newman sulla coscienza: il cosiddetto “principio dogmatico” e il rapporto naturale della coscienza morale con Dio. 

Principi, spiegava il card. Caffarra, che fanno sì che la coscienza morale “…non è la capacità di decidere, sia pure dopo serio discernimento ciò che è bene/male. È la capacità di giudicare e dire al soggetto ciò che è bene/male, alla luce di una Verità che le è superiore. 

Pertanto il primo assioma della dottrina sulla coscienza non è: «Segui sempre la tua coscienza», ma: «Ricerca la verità circa il bene/male»”. 

Come si vede, una visione diametralmente opposta a quella della modernità che storicamente si è imposta, e che ha coinciso con la comparsa sul proscenio della storia di un uomo che ha inteso sé stesso come ab-soluto, cioè sciolto da ogni legame e in grado di autodeterminarsi. 

Un uomo che rinnegando Dio ha elevato a valore e programma di vita ciò che per la dottrina cattolica è il peccato per eccellenza, il peccato all’orgine di ogni altro peccato ossia il farsi dio di sè stessi decidendo da soli ciò che è bene e ciò che è male, descritto nel racconto bliblico della caduta (Gen 3) che lungi dall’essere una favoletta per bamboccioni creduloni, come sostiene certa teologia all’amatriciana, è la fotografia esatta di ciò che è la situazione dell’uomo. 

Al contrario per Newman la coscienza è coincidenza tra “moral sense” e “sense of duty”, ossia – spiegava Caffarra – “luce circa ciò che è bene/male e, al contempo, guida della nostra vita quotidiana, delle nostre scelte”. 

E senza che vi sia nessuna contrapposizione, come vorrebbero i protestanti anonimi già cattolici, con il magistero della Chiesa. Entrambi infatti hanno come referente ultimo la legge divina, la luce della divina Verità. 

In questa dinamica compito del Papa, che del magistero è il primo servitore, è di aiutare la coscienza ad ascoltare la voce della Verità che Dio ha impresso in ogni uomo. 

Detto altrimenti: essendo l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, per Newman ciò comporta che ogni persona è dotata di coscienza morale, cioè ogni persona è in grado di giudicare se le sue azioni sono in accordo o meno con la Verità inscritta nel suo essere profondo. 

Perché tuttavia questa facoltà possa essere esercitata occorre un aiuto esterno: “Il bambino – commentava Caffarra – ha una naturale capacità di parlare, ma è necessario l’intervento esterno di un altro perché la naturale capacità funzioni. La madre non impone nulla dall’esterno, ma porta a compimento una capacità già presente nel bambino. 

Analogamente avviene nel rapporto coscienza morale-magistero del Papa. Quest’ultimo, sul piano morale, non impone nulla dall’esterno. Impedisce che l’uomo cada nella peggiore amnesia, quella del bene e del male…”. 

Ecco spiegato il senso vero e profondo del famoso “brindisi”, che pone la dottrina della coscienza morale di Newman nel solco della migliore tradizione cattolica. 

Dottrina la cui eco è rintracciabile, ad esempio, nel magistero di S. Giovanni Paolo II, che al tema della libertà e della coscienza dedicò una serie di catechesi di straordinaria bellezza tenute nell’estate del 1983 durante l’Anno Santo straordinario della Redenzione, dalle quali emerge in maniera vivida la consonanza con le tesi di Newman (anche questa è comunione dei santi). 

Il tema era, appunto, la Redenzione. O meglio, gli effetti della Redenzione sulla vita morale dell’uomo. Il che portò Wojtyla ad affrontare la questione della libertà e della coscienza. 

Punto di partenza, la domanda su come debba vivere l’uomo redento da Cristo. Posto che la Redenzione pone l’uomo in uno stato di vita completamente diverso da prima, come si manifesta in concreto l’opera redentrice di Cristo nella vita di tutti i giorni? 

La risposta è presto detta: seguendo la legge di Dio. Che nell’ottica paolina a cui il Papa si rifà vuol dire non aderire a degli obblighi esteriori quanto piuttosto compiere la volontà di Dio nella propria vita. 

“Questo progetto creativo di Dio – disse il Papa nell’udienza del 27 luglio 1983 – in quanto conosciuto e partecipato dall’uomo, è ciò che noi chiamiamo legge morale”. Che quindi lungi dall’essere un qualcosa che si contrappone alla libertà, è esattamente “…ciò che garantisce la libertà, ciò che fa sì che essa sia vera, non una maschera di libertà: il potere di realizzare il proprio essere personale secondo verità”. 

Ora che posto occupa in tale ottica la coscienza? O se si preferisce, come conciliare libertà dell’uomo e adesione alla legge/volontà di Dio? 

La risposta a questa domanda sta in due, straordinarie catechesi tenute dal santo Papa polacco 17 e 24 agosto di quell’anno. Due perle di sapienza la cui lettura e meditazione andrebbe imposta in tutti i seminari dell’orbe cattolico (e in tanti altri posti, ma lasciamo stare). 

Allo stesso modo per cui ogni uomo ha innato una sorta di senso estetico che lo porta a dire “questo è bello, questo è brutto”, esiste anche un “senso morale”, dice il Papa, che ci fa dire “questo è giusto, questo è sbagliato”. 

Ma sulla base di cosa, cioè di quali criteri? 

Il Papa qui cita un brano della Dignitatis Humanae (alla cui elaborazione, come è noto, lo stesso Wojtyla contribuì non poco) del Vaticano II, che in sostanza dice due cose: 1) norma suprema dell’agire morale è la legge di Dio; 2) l’uomo coglie gli imperativi della legge divina mediante la sua coscienza che è tenuto a seguire per arrivare a Dio, suo fine. 

Arriviamo al punto: “la coscienza morale – dice Wojtyla – non è un giudice autonomo delle nostre azioni. Essa desume i criteri dei suoi giudizi da quella «legge divina, eterna, oggettiva e universale»…di cui parla il testo conciliare”. 

Per questo, prosegue Wojtyla, il Concilio ha detto che “l’uomo, nella sua coscienza, è «solo con Dio». Si noti: il testo non si limita ad affermare: «è solo», ma aggiunge: «con Dio». La coscienza morale non chiude l’uomo dentro una invalicabile e impenetrabile solitudine, ma lo apre alla chiamata, alla voce di Dio”. 

Chiarito che la coscienza morale può solo discernere, ascoltando Dio che parla, ma non decidere ciò che è bene e ciò che è male, Wojtyla va dritto al passaggio successivo: la coscienza non è infallibile e, anzi, può sbagliare. Per questo è un qualcosa che va maneggiato con estrema cura. 

Il Papa lo dice a chiare note: “Non è sufficiente dire all’uomo: «Segui sempre la tua coscienza». E’ necessario aggiungere subito e sempre: «Chiediti se la tua coscienza dice il vero o il falso, e cerca instancabilmente di conoscere la verità»”. 

E’ necessario insomma che la coscienza sia opportunamente formata, il che richiede l’assidua frequentazione della dottrina della Chiesa (quando questa è “sana”, ci permettiamo di aggiungere, il che non sempre è scontato). 

Ma, dice ancora il Papa, quando parliamo di formazione della coscienza c’è un problema per così dire, a monte, che dev’essere risolto. 

Problema che nell’ottica del pontefice è una vera e propria “malattia mortale” che va sotto il nome di “indifferenza verso la verità”. “Come potremmo, infatti, – si chiede Wojtyla – essere preoccupati che la verità abiti nella nostra coscienza, se riteniamo che l’essere nella verità non sia un valore di importanza decisiva per l’uomo?”. 

Se insomma tutto è relativo; se bene e male non hanno un connotato oggettivo ma soggettivo; se vero e falso è una questione di gusti personali; se ciò che conta è fare ciò che uno pensa senza badare se quello che pensa sia giusto o sbagliato, o ritenere più importante cercare la verità che trovarla dal momento che la verità non è mai raggiungibile, col risultato di confondere “il rispetto dovuto ad ogni persona, qualunque siano le idee che professa, con la negazione dell’esistenza di una verità obiettiva”: chiaro che in questa prospettiva non ha alcun senso preoccuparsi di formare la propria coscienza. Col risultato di ritrovarsi, prima o poi, a “confondere la fedeltà alla propria coscienza con l’adesione a una qualsiasi opinione personale o della maggioranza”. 

Ecco dunque il primo passo, il punto di partenza nel percorso di formazione di ogni coscienza: l’amore alla verità, perché “non si trova la verità se non la si ama; non si conosce la verità, se non si vuole conoscerla”. 

Non basta conoscere la legge morale per saper discernere, nelle scelte di tutti i giorni, ciò che è bene e ciò che male; è necessario che l’uomo sia come “sintonizzato”, se mi si passa il termine, sulla stessa lunghezza d’onda di Dio in modo da poter percepire, “quasi per una forma di istinto spirituale”, dice Wojtyla, da che parte sta il bene e sapersi orientare di conseguenza. 

Tornando a Newman, e per concludere: nessuna presunta contrapposizione, nessun irriducibile contrasto quanto piuttosto piena sinergia tra coscienza e magistero, ciò che mette al riparo la prima – ovviamente se ben formata – dal cadere vittima dei tanti ciarlatani e falsi profeti che, ieri come oggi, fuori sembrano pecore ma dentro sono lupi rapaci. 

Anche per questo suona più che appropriata la definizione di ”Agostino della Chiesa moderna” data dallo stesso card. Caffarra al futuro santo. Direi che un brindisi, stavolta a Newman, ci sta proprio tutto.

Luca Del Pozzo




P.S. per una singolare quanto provvidenziale coincidenza la seconda lettura dell’Ufficio di ieri proponeva questo bellissimo testo di S.Vincenzo Lérins sullo sviluppo del dogma, com’è noto tema anch’esso centrale nella riflessione di Newman, ma soprattutto di grande attualità visti i sommovimenti in atto nella Chiesa. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Dal «Primo Commonitorio» di san Vincenzo di Lerins, sacerdote (Cap. 23; PL 50, 667-668)

Lo sviluppo del dogma


Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Vi sarà certamente e anche molto grande. Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire? Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra.

È necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto. La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi. Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l’andare degli anni, rimangono i medesimi di prima. Vi è certamente molta differenza fra il fiore della giovinezza e la messe della vecchiaia, ma sono gli stessi adolescenti di una volta quelli che diventano vecchi. Si cambia quindi l’età e la condizione, ma resta sempre il solo medesimo individuo. Unica e identica resta la natura, unica e identica la persona.

Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno, nell’embrione, sicché quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale.

Non vi è alcun dubbio in proposito. Questa è la vera e autentica legge del progresso organico. Questo è l’ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita. Nell’età matura si dispiega e si sviluppa in forme sempre più ampie tutto quello che la sapienza del creatore aveva formato in antecedenza nel corpicciuolo del piccolo.

Se coll’andar del tempo la specie umana si cambiasse talmente da avere una struttura diversa oppure si arricchisse di qualche membro oltre a quelli ordinari di prima, oppure ne perdesse qualcuno, ne verrebbe di conseguenza che tutto l’organismo ne risulterebbe profondamente alterato o menomato. In ogni caso non sarebbe più lo stesso.

Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. È necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato.

I nostri antenati hanno seminato già dai primi tempi nel campo della Chiesa il seme della fede. Sarebbe assurdo e incredibile che noi, loro figli, invece della genuina verità del frumento, raccogliessimo il frutto della frode cioè dell’errore della zizzania.

È anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione.

Poiché dunque c’è qualcosa della primitiva seminagione che può ancora svilupparsi con l’andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione.
















domenica 13 ottobre 2019

La rete Panamazzonica celebra rituali pagani e sincretici in una chiesa romana



Come scrive AciPrensa, la chiesa romana di Santa Maria in Traspontina, situata in Via della Conciliazione, a pochi metri dal Vaticano, ha ospitato un evento di marcato carattere sincretico che mescola le tradizioni indigene dell’Amazzonia.




Michele M. Ippolito 10-10-2019

L’evento, chiamato “Moments of Amazonian Spirituality” , è stato organizzato da “Amazon Common House”, uno spazio della Rete Ecclesiale Panamazzonica (REPAM), istituito temporaneamente in questa parrocchia, affidata ai Carmelitani, nel contesto di Sinodo per l’Amazzonia.

L’ACI Prensa ha assistito al rituale l’8 e il 9 ottobre. La prima è iniziata alle 9:45. All’interno della chiesa e di fronte al luogo in cui si trova il Santissimo Sacramento e accanto all’altare maggiore, alcuni tessuti e una rete di colori sono stati diffusi con vari oggetti, come piccole canoe, immagini di uccelli, strumenti, figurine, scodelle con cibo, tra gli altri e al centro un cestino di vimini all’interno del quale era l’immagine di una donna incinta nuda [ndr. Pacha Mama, ossia la Madre terra].

Questa immagine è stata utilizzata nel rituale eseguito dal REPAM e dall’Ordine dei Francescani minori nei Giardini Vaticani il 4 ottobre davanti al Papa e nella preghiera con cui è iniziata l’attività del Sinodo nella Basilica di San Pietro il 7.

Tra i partecipanti all’evento nella chiesa di Santa Maria in Transpontina ci sono stati diverse suore cattoliche, una “sacerdotessa” anglicana, diversi frati francescani, laici e indiani amazzonici.

L’evento REPAM è iniziato con una donna che ha chiamato i partecipanti a formare un cerchio attorno agli oggetti depositati sul pavimento. Ognuno dei partecipanti ha portato in mano un oggetto come quelli già descritti. Ha chiesto a tutti di essere intrecciati con le loro braccia e ha iniziato una serie di canti e discorsi che mescolavano riferimenti a natura, creazione, espressioni pagane e sincretiche come “siamo tutti uno”, con messaggi cristiani come “siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio”, e qualche lettura biblica.

Ad un certo punto, i partecipanti hanno depositato i loro oggetti come offerte. Quindi, gli indigeni hanno messo nel cesto di vimini la terra dell’Amazzonia. Poi ognuno si è tolto le scarpe, si inginocchiato e si è chinato fino a toccare il suolo con la testa. Uno degli indigeni si è poi avvicinato al canestro, ha preso una parte della terra nelle sue mani ed ha sollevato verso l’alto le sue mani dicendo alcune parole a bassa voce. Successivamente, per concludere l’atto, è stato letto un frammento del libro dell’Esodo in cui Dio, nel roveto ardente, chiede a Mosè di togliersi le scarpe perché si trova su un terreno sacro.

Quando qualcuno hanno chiesto il significato dell’atto alcuni partecipanti hanno spiegato che si tratta di una cerimonia sia cristiana che amazzonica.

L’atto del 9 ottobre è iniziato nell’atrio della chiesa con alcune canzoni e poi i partecipanti hanno camminato all’interno del tempio dove è seguito il rituale, in cui si è distinta la partecipazione di Mons. Raúl Vera, vescovo di Saltillo (Messico), noto per promuovere lo stile di vita gay e sostenere la lobby LGBT.

Una volta all’interno del tempio e di fronte all’altare del Santissimo Sacramento, alcuni partecipanti hanno sollevato una canoa su cui sedeva una giovane donna (vedi foto). Alcuni partecipanti hanno spiegato che il rituale varierà durante i diversi giorni per mostrare com’è la “spiritualità amazzonica”.

L’iniziativa “Amazon Common House”, tenutasi nella chiesa di Santa Maria in Traspontina, contrasta con le parole pronunciate il 17 giugno dal cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, durante la presentazione dell’Instrumentum laboris del Sinodo. In quell’occasione, il Cardinale rifiutò l’accusa che il Sinodo in Amazzonia potesse aprire alcune possibilità a una Chiesa sincretica dove c’era spazio per sensibilità filosofiche o religiose di origine pagana. Il Cardinale aveva affermato di non aver visto “alcun sincretismo” nel Sinodo e che nell’Instrumentum laboris “parla di Gesù, di Creazione. Parlare di Creazione non significa parlare di sincretismo”.

In un testo inviato all’ACI Digital – agenzia portoghese del gruppo ACI – il vescovo José Luis Azcona, vescovo emerito di Marajó, nel Delta dell’Amazzonia, in Brasile, ha spiegato che l’iniziativa “Amazon Common House” può essere “un ponte di scandalo, e in occasione del Sinodo, per tutta la Chiesa”.

Durante questi rituali indigeni, si è chiesto il vescovo, “tutti diversi”, che “tipo di spiriti verranno invocati?”. Sono spiriti invocati nella stregoneria, incompatibili con il Vangelo. “Siamo al livello del peccato di idolatria, come spiega Paolo?”, si è chiesto il vescovo. “O sono strane ‘autorità’ e ‘poteri’ (‘spiriti maligni’ per Paolo) subordinati al controllo del principe del male Satana?”. Forse i responsabili di “Amazon Common House”, ha concluso il vescovo, non credono veramente che Cristo abbia sconfitto “tutte queste forze con la sua opera redentrice e che, esaltato sopra tutte, mantenga per sempre e assolutamente la sua sovranità”.

La «Amazon Common House» è promossa dalla Rete ecclesiale di Panamazzonica (REPAM) insieme ad altre organizzazioni. Oltre ai “Momenti di spiritualità amazzonica” nella chiesa di Santa Maria in Traspontina, altri eventi, come conferenze e mostre, sono stati programmati in diversi luoghi, sia a Roma che in altre città italiane, proprio in occasione del Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia.


Immagine appesa nella chiesa di Santa Maria in Traspontina:
una donna indio nuda con un bambino in braccio mentre allatta un animale:
 con la scritta "tutto è collegato"
e con citazione dalla Laudato sì: "Conversione ecologica integrale"














San Gregorio Magno ammonisce sacerdoti e vescovi



Un ammonimento sempre attuale di San Gregorio Magno ai sacerdoti e i vescovi 




"Ci siamo ingolfati in affari terreni, e altro è ciò che abbiamo assunto con l'ufficio sacerdotale, altro ciò che mostriamo con i fatti. 

Noi abbandoniamo il ministero della predicazione e siamo chiamati vescovi, ma forse piuttosto a nostra condanna, dato che possediamo il titolo onorifico e non le qualità. 

Coloro che ci sono stati affidati abbandonano Dio e noi stiamo zitti. 

Giacciono nei loro peccati e noi non tendiamo loro la mano per correggerli. 

Ma come sarà possibile che noi emendiamo la vita degli altri, se trascuriamo la nostra? 

Tutti rivolti alle faccende terrene, diventiamo tanto più insensibili interiormente, quanto più sembriamo attenti agli affari esteriori. 

Ben per questo la santa Chiesa dice delle sue membra malate: «Mi hanno messo a guardiana delle vigne; la mia vigna, la mia, non l'ho custodita» (Ct 1, 6). 

Posti a custodi delle vigne, non custodiamo affatto la vigna, perché, implicati in azioni estranee, trascuriamo il ministero che dovremmo compiere".


(San Gregorio Magno, Papa)










sabato 12 ottobre 2019

VERA E FALSA CARITÀ






«Esiste una falsa carità, fatta di colpevole indulgenza e di debolezza, come la dolcezza di coloro che non urtano nessuno perché hanno paura di tutti. Vi è anche una presunta carità fatta di sentimentalismo umanitario che cerca di farsi approvare dalla vera e che spesso, per il suo contatto, la inquina.

Uno dei principali conflitti dell’ora presente è quello che si erge fra la vera e la falsa carità. Quest’ultima fa pensare ai falsi cristi di cui parla il Vangelo; essi sono più pericolosi prima di essere smascherati che quando si fanno conoscere per veri nemici della Chiesa.

Corruptio optimi pessima, la peggior corruzione è quella che si attacca in noi a ciò che vi è di migliore, alla più alta virtù teologale.

Il bene apparente che attira il peccatore è infatti tanto più pericoloso quanto è simulacro di un bene più elevato; come per esempio l’ideale dei pancristiani che cercano l’unione delle chiese a detrimento della fede che questa unione suppone.

Se quindi per stupidità o per codardia coloro che dovrebbero rappresentare la vera carità approvano in qualche cosa ciò che afferma la falsa, ne può risultare un male incalcolabile, ancora maggiore a volte di quello che farebbero dei persecutori dichiarati, con i quali è manifesto che non si può avere più niente in comune».



Padre Garrigou-Lagrange, che fu uno dei più grandi cattolici tomisti contemporanei, tratto dal suo trattato di spiritualità Le tre età della vita interiore (t. I, cap. VIII)











venerdì 11 ottobre 2019

Il Progressismo e la Dottrina sociale della Chiesa. Editoriale di Mons. Crepaldi





Editoriale di S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi al Bollettino 3/2019 dedicato a “Il Progressismo cattolico: un bilancio”Il Progressismo e la Dottrina sociale della Chiesa






S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi
Presidente dell’Osservatorio


Questo numero del “Bollettino” è dedicato al Progressismo, sia esso politico che filosofico e teologico. Era una riflessione doverosa da fare da parte del nostro Osservatorio, perché il progressismo, se assunto nelle sue radicali motivazioni, rende inutile la Dottrina sociale della Chiesa in quanto tale, che viene contestata alle radici.


Non c’è dubbio che l’evento cristiano abbia avuto delle salutari conseguenze anche sociali e politiche e che, quindi, abbia anche migliorato la conduzione umana e sociale[1]. Se questo non è adeguatamente risaputo è perché proprio l’ideologia progressista lo ha sempre negato, presentando il progresso come una liberazione dalla religione cristiana. Si è così costituita una mentalità diffusa, anzi addirittura una cultura, secondo la quale il cristianesimo non ho prodotto miglioramenti e progressi, ma il contrario. La realtà è però ben diversa: il cristianesimo ha liberato l’umanità dalla schiavitù del paganesimo e continua a farlo anche oggi quando il paganesimo si è fatto evoluto, sofisticato, snob e post-moderno, rimanendo però paganesimo. Ha liberato l’umanità dalla schiavitù dei miti e delle credenze, collegando tra loro la ragione e la fede nella verità[2]. Ha illuminato il senso dei legami naturali, dalla famiglia alla nazione, creando così un’etica pubblica fondata sull’ordine finalistico della società. Non ha abbandonato l’autorità politica all’arbitrio o alla convenzione, ma l’ha legittimata nel bene e nel Sommo Bene. Ha creato spazi di pace senza essere pacifista in senso ideologico. Ha messo in guardia dalle ideologie disumane, mostrando come tutte alla fine si fondino sulla superbia umana e sull’aspirazione a costruire un mondo non secondo verità ma secondo le proprie aspirazioni e desideri.

Come si può quindi negare che il cristianesimo abbia prodotto dei miglioramenti o, come anche si dice, dei progressi? Eppure il cristianesimo non è progressista. Il progressismo, infatti, pone la ragione del progresso nel progresso stesso. Esso è evolutivo in senso immanentistico. Ci sarebbe una dinamica interna alla storia che condurrebbe la storia sempre in avanti, verso il meglio, sicché il “nuovo” sarebbe anche sempre “migliore”. Il progressismo non tiene conto del peccato originale[3], la cui dottrina ci dice che in ogni caso la condizione umana attuale è decaduta e ferita e non più in grado di bastare a se stessa. Il progressismo non può accettare delle realtà e delle verità che rimangano sempre uguali a se stesse, diciamo delle verità assolute, perché allora il progresso sarebbe solo accidentale e marginale e non sostanziale. Riguarderebbe le applicazioni o i dettagli e non l’essenza stessa della realtà. Ecco perché il progressismo rifiuta l’idea di “natura” e progressivamente intende tutto come storia, come processo, come percorso. Ciò implica il soggettivismo, sia esso dell’io individuale o dell’io collettivo. Per annullare ogni residuo naturalistico, la storia deve essere un fatto di coscienza, una coscienza in divenire nella quale la realtà (o la verità) non distinguono dalla loro conoscenza da parte di una coscienza, ripeto: individuale o collettiva poco cambia. Storicismo, immanentismo, soggettivismo, evoluzionismo sono alcuni dei caratteri principali del progressismo.


Basterebbero queste indicazioni a dimostrare la incompatibilità del progressismo con la Dottrina sociale della Chiesa. Essa affronta sì le sempre nuove problematiche storiche ma a partire dal messaggio evangelico che non cambia; sostiene la impossibilità di costruire la storia di questo mondo senza riferimento alla dimensione trascendente; dà la precedenza alla realtà oggettiva sostenendo che anche il soggetto stesso è, prima di tutto, qualcosa di oggettivo e di indisponibile a se stesso; rifiuta l’evoluzionismo che annullerebbe la moralità degli atti umani, togliendo all’uomo la propria libertà e responsabilità.


Il progressismo è un fatto prima di tutto teologico, e consiste nell’intendere l’auto-comunicazione di Dio all’umanità come un fatto compiutamente storico[4], e quindi evolutivo nella coscienza dell’uomo e nell’autocoscienza della Chiesa. Il contenuto dogmatico del kerigma è in continuo divenire e non esiste verità dottrinale che non sia costituta anche dalla coscienza che la Chiesa ne ha nella storia e nel tempo. Il dogma è sempre interpretato, e sta tra la Parola e la situazione in cui la Chiesa vive in quel momento. Proprio del progressismo è la sostituzione completa della metafisica con l’ermeneutica. Ciò comporta che il luogo teologico non sia più la fede apostolica fedelmente trasmessa, ossia che non sia più il dogma, ma la situazione storica ed esistenziale dal cui punto di vista la Parola viene via via letta nel tempo e interpretata. In questo senso il progressismo coincide con il modernismo.

Se il progressismo è prima di tutto teologico sul piano dei contenuti, su quello del metodo è prima di tutto filosofico, in quanto consiste nella applicazione del principio moderno di immanenza alla dogmatica. Non è un caso che tutti i “progressismi” (comprese le posizioni antiprogressiste che proponevano un ritorno alle origini, ad una natura non ancora contaminata dalla civiltà) appartengano all’epoca moderna. Questo perché è nella modernità che, filosoficamente parlando, si ritiene che non esista un oggetto di conoscenza indipendente dal soggetto che lo conosce, un contenuto indipendente dal metodo, una verità indipendente dalla coscienza. E’ nella modernità che viene assunto come un postulato indimostrato[5] – come un “dogma” non religioso potremmo dire – il principio del razionalismo: l’essere è solo e sempre nel pensiero. Da quel momento essere e coscienza sono diventati sinonimi, sicché la verità evolve insieme alla coscienza: in ciò consiste appunto il progressismo.


Il progressismo ha però anche un carattere politico, oltre che teologico e filosofico. I criteri della prassi politica non possono venire indicati dal di fuori della prassi politica stessa, ma dall’interno. Venendo meno la possibilità di attingere alla trascendenza e alla sovrannatura, venendo meno la stessa possibilità di attingere ad una natura perché si tratterebbe nel primo caso di un integralismo religioso e nel secondo caso di un integralismo etico, non rimane che lasciare la coscienza individuale libera di fare proprie o meno le diverse prassi politiche, vivendo in modo radicalmente laico la condizione politica, senza residui confessionali. Come si vede, anche in questo caso la Dottrina sociale della Chiesa è messa radicalmente fuori gioco. Si può comprendere come i cattolici impegnati in politica che si sono ispirati al progressismo politico non abbiano mai seriamente opposto alle ideologie del soggettivismo radicale non solo il riferimento alla dottrina della fede ma nemmeno quello alla legge morale naturale: si sarebbe trattato, dal loro punto di vista, di residui del regime di cristianità.


I contributi del presente numero del “Bollettino” mettono in luce i diversi aspetti del progressismo – teologico, filosofico, politico – e, data la diffusione di queste idee oggi, chiariscono sia i motivi di una certa “stasi” della Dottrina sociale della Chiesa, sia le cose da fare per rilanciarla. - 





_________________________________




[1] Tutti i documenti del magistero sociale mettono in evidenza le conseguenze benefiche del cristianesimo per la società umana. Non si tratta di benefici occasionali, accidentali o residuali, ma fondamentali, al punto che senza del cristianesimo la società non può sopravvivere. Per questo non è accettabile la tesi contraria di Karl Löwith secondo il quale nonostante il cristianesimo siamo rimasti all’età dei vandali. Si può sostenere questa pessimistica conclusione e dire addirittura che, per certi aspetti, siamo oggi anche peggio dei Vandali, ma a causa dell’abbandono del cristianesimo non per la sua inefficacia anche in termini di civiltà.
[2] Cfr. J. Ratzinger, Fede verità tolleranza. Il Cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003.
[3] Cfr. S. Fontana, Il peccato delle origini e il problema politico della modernità, in AA.VV., La persona al centro del Magistero sociale della Chiesa. Omaggio al Rev. Prof. Enrique Colom Costa, a cura di P. Requena e Martin Schlag, EDUSC, Roma 2011, pp. 115-132.
[4] Cfr. K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede. Introduzione al concetto di cristianesimo, San Paolo, Cinisello Balsamo 1990.
[5] Che il razionalismo sia un postulato indimostrato trova concordi Etienne Gilson, Cornelio Farbo, Augusto Del Noce e Joseph Ratzinger.









giovedì 10 ottobre 2019

IL SINODO Amazzonico. Il fumo di Satana era già entrato. Ora va in processione






Mentre il Sinodo entra nel vivo non si placa lo sconcerto sui riti tribali amazzonici nei giardini vaticani e in Basilica di San Pietro. Quando si prendono riti e simboli al di fuori del cristianesimo, quando ci si inginocchia davanti alla terra, quando si porta in processione una statua di donna incinta e nuda si scherza con il fuoco. Un culto diverso e segni cultuali diversi sono opera e vittoria del demonio. La vera inculturazione è il seme cattolico che si innesta nella tradizione pagana, non il contrario. 




di Riccardo Barile, 10-10-2019

Ho preso contatto con la documentazione fotografica del rito “panamazzonico” del 4 ottobre nei giardini vaticani, presenti, oltre gli autoctoni, anche dei vescovi con il Romano Pontefice. A prima vista lo sconcerto, il disgusto, l’orrore, il dolore sono stati grandi. Soprattutto una infinita tristezza mi è salita dal cuore guardando gli oggetti posti sul lenzuolo, che di cristiano non avevano nulla, almeno a percezione immediata, in particolare la statuetta in legno della donna incinta e nuda, sulla quale si potrebbe sentenziare: se qualcuno ha il gusto di questi simboli, «noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio» (1Cor 11,16) (la statuetta è stata usata per l’apertura del sinodo). Taccio sulle persone inginocchiate o quasi di fronte alla terra e sul silenzio dei liturgisti che in altri casi ridimensionano l’inginocchiarsi. Ciononostante, prima di esaltarsi o sdegnarsi, è necessario individuare qualche criterio per valutare l’avvenimento e solo dopo tirare le conclusioni.


INCULTURAZIONE LITURGICA: DA DOVE COMINCIARE?

Si è trattato di un tentativo di inculturazione di elementi amazzonici in una preghiera. È un procedimento che la Chiesa da sempre ha messo in atto e dunque il metodo non ha nulla di strano. Infatti «è a partire innanzitutto dalle realtà della creazione che vive la preghiera (...) vissuta da una moltitudine di giusti in tutte le religioni», anche se «è soprattutto a partire dal nostro padre Abramo che (...) viene rivelata» (CCC 2569) e anche se «nel loro comportamento religioso, gli uomini mostrano limiti ed errori che sfigurano in loro l’immagine di Dio. Molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna» (CCC 844). Insieme alle altre grandi religioni, la liturgia della Chiesa «presuppone, integra e santifica elementi della creazione e della cultura umana conferendo loro la dignità di segni della grazia» (CCC 1149), «comporta segni e simboli relativi alla creazione (luce, acqua, fuoco), alla vita umana (lavare, ungere, spezzare il pane) e alla storia della salvezza (i riti della Pasqua)» (CCC 1189) e l’Eucaristia rende grazie non solo per la redenzione e la santificazione, ma anche per «la creazione» (CCC 1328).

Tuttavia, come insegna la Congregazione per il culto divino nell’Istruzione La liturgia romana e l’inculturazione (25.1.1994), «prima di ogni ricerca di inculturazione, va tenuta presente la natura stessa della liturgia» (21) e bisogna vegliare perché ogni forma di inculturazione «non appaia ai fedeli come il ritorno a uno stato anteriore all’evangelizzazione» (32), per non dire poi che le esigenze di una cultura suppongono di «tenere conto anche delle popolazioni segnate dalla cultura urbana e industriale» (30) e «può succedere che certi usi e costumi abbiano ormai soltanto un interesse folkloristico» (49).

Ecco, sembra che il rito dei giardini vaticani non abbia tenuto conto sufficientemente di quanto sopra. In particolare - e questo è il punto determinante - è metodologicamente rischioso se non errato partire da riti non cristiani per renderli cristiani. Il vero movimento è esattamente il contrario: si inserisce il rito cristiano (inculturato nella cultura dei portatori) come un seme in un’altra cultura e adagio adagio esso prenderà dei connotati tipici della cultura in cui è inserito non senza una purificazione e un rigetto di alcuni usi rituali autoctoni. Inoltre va aggiunto che non viviamo più nel II o nel IV secolo, per cui la Chiesa ha già compiuto parecchie volte un discernimento «tra ciò che era incompatibile con il cristianesimo e ciò che poteva essere assunto» (16) e di questo bisogna tenere conto.



È vero, si cita spesso una lettera di san Gregorio Magno († 604) sulla evangelizzazione degli Angli (XI,56 del 18.7.601), che permette di continuare l’uso festivo di costruire capanne di frasche e consumare banchetti presso i luoghi sacri, però Papa Gregorio: a) se raccomanda di non abbattere i templi, prescrive di abbattere gli idoli; b) è preoccupato che tutte le usanze cultuali siano cristianizzate in modo esplicito; c) almeno per tre volte dice che quanto si praticava prima da parte di quelle popolazioni era culto dei demoni.


L’INELIMINABILE CATEGORIA DELLA PRESENZA DEL DEMONIO

Nei testi precedenti - cfr san Gregorio Magno e CCC 844 - per ben due volte è comparso un convitato di pietra: il demonio! È comparso anche a me il giorno dopo, sabato, quando ho trovato nelle letture della Messa le parole: «Avete irritato il vostro creatore, sacrificando a demoni e non a Dio» (Bar 4,7), cfr anche gli israeliti che «hanno sacrificato a demoni che non sono Dio» (Dt 32,17). Nel NT un idolo e la carne a lui sacrificata valgono qualcosa? «No, ma dico che quei sacrifici sono offerti ai demoni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demoni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni» (1Cor 10,20-21).

Dunque un culto diverso e segni cultuali diversi sono opera e vittoria del demonio. L’antichità cristiana talvolta ha parlato nello stesso senso: i demoni sponsorizzarono uomini divinizzandoli (gli dèi greco romani ma perché no gli antenati dei primitivi?), usarono parole delle Scritture e di Gesù Cristo per ingannare, scimmiottarono i sacramenti cristiani: così san Giustino († 165) in Apologia I 26,1; 54; 62,1. Taziano il Siro († 180) confessa: «Ho esaminato ogni sorta di riti religiosi istituiti da effeminati e da androgini, ho trovato (...) altrove altri demoni che fomentano eruzioni di cattiveria» (Orazione 29) e Origene († 253) scrive che i demoni usano nomi divini «per essere adorati come lo è il sommo Dio» (Esortazione al martirio 46).




Diciamola tutta: Satana vuole essere adorato - essere come Dio: e non fu questa la tentazione che suggerì ai progenitori in Gen 3,5 e che prima ancora rivelava il suo desiderio profondo? - e sa benissimo che le messe nere non potranno mai andare oltre a una pratica eccentrica e di nicchia. Per cui «si maschera da angelo di luce» (2Cor 11,14) e cerca di far deviare gli uomini attraverso false immagini di Dio che sfociano in un culto vano. In questo senso le tentazioni di Satana sono sempre alte e oltre i peccati della carne: Satana tentò Davide di censire Israele e Giuda di tradire Gesù (cf 1Cr 21,1; Gv 13,2) e anche con Gesù Cristo le tentazioni riguardavano il suo ministero salvifico sino alla richiesta dell’adorazione (cf Mt 4,1ss.).

Adorazione che sant’Agostino († 430) ha ben presente: «I demoni falsi si arrogano superbamente gli onori del culto soltanto perché sanno che sono dovuti al Dio vero (...), sbarrando all’uomo il cammino verso il Dio vero affinché l’uomo non sia sacrificio di Dio proprio nell’atto stesso in cui sacrifica ad altro che non è Dio» (La città di Dio 10,19), «i demoni (...) si arrogano la natura divina e bramano di esser creduti dèi, esigono il sacrificio e godono di tali onori soltanto perché sanno che il vero sacrificio è dovuto al vero Dio» (Ivi, 15,16).

Ciò detto, non ho detto che tutto nelle religioni non cristiane sia male e che non bisogna inculturare, tantomeno ho detto che il Romano Pontefice... è indemoniato! Dio mi guardi!

Dico solo che quando si prendono riti e simboli al di fuori del cristianesimo, quando ci si inginocchia o quasi davanti alla terra, quando si porta in processione una statua di donna incinta e nuda si scherza... con il fuoco. Inutile negarlo: la prima reazione venutami alla mente è stata: qui c’è il demonio sotto forma di cultura e di inculturazione. La reazione successiva è stata: sì, però c’è il Romano Pontefice e lo Spirito Santo non può aver permesso tanto; il Romano Pontefice avrà operato un discernimento che mi sfugge, per cui preghiamo per lui e con lui.

Ciò che mi preme sottolineare è che la verità è sinfonica e, a prescindere da quanto accaduto nei giardini vaticani e in Basilica, l’influsso diabolico sui culti non cristiani non può essere azzerato e da questo libera l’evangelizzazione: «Vi siete convertiti dagli idoli a Dio» (1Ts 1,9).


INCONVENIENTI MINORI AGGIUNTI


L’entrata nel catecumenato prevede un esorcismo e una rinunzia ai culti pagani laddove questi siano tesi «a venerare le potenze degli spiriti o a evocare le ombre dei defunti o a ottenere benefici per mezzo di arti magiche» (RICA 78). È prevista una insufflazione con una formula (RICA 79) che è stessa nel Rito degli Esorcismi (59). Ma dopo l’uso di tutti quegli altri segni nei giardini vaticani, a che cosa un pagano dovrà rinunciare?

E poi perché ogni popolo non potrebbe tentare l’analogo con la sua cultura? Perché - Riccardo Wagner († 1883) benedicente e redivivo - i tedeschi non potrebbero rivisitare liturgicamente la loro mitologia? Perché non applicare questi procedimenti a partire dall’islam ecc.?

Gli ortodossi sarebbero favorevoli a entrare in piena comunione con una Chiesa che pratica simili riti? Sopporterebbero la statuetta di una donna nuda incinta? Taccio sui lefevriani.

Ancora, con quale coraggio da ora in poi si potrà rimproverare chi commette abusi liturgici?


DUE COMICHE FINALI

Sofferente per il “colpo della strega” e non potendo assumere anti infiammatori, ho pensato che con il nuovo corso potrei rivolgermi a qualche stregone. Ma ho accantonato l’idea perché, essendo prete e diffidando i fedeli dal rivolgersi a stregoni, anche se mi presentassi sotto mentite spoglie, probabilmente lo stregone non riuscirebbe più a procedere. Ma ho anche pensato che invece, se andasse da lui qualche monsignore dei giardini vaticani, lo stregone lo accoglierebbe con un: “Ah... benvenuto. Vedo con piacere che lei è dei nostri”! Che se poi dovesse ripetergli questo saluto in punto di morte... Sto scherzando.

Poi, come Martin Luther King († 1968) e il card. Carlo Maria Martini († 2012) ho fatto un sogno: perché la Santa Sede, invece di fare un sinodo (costoso), non potrebbe inviare in Amazzonia i religiosi tradizionalisti commissariati e non? Evangelizzerebbero, inculturerebbero e ammansirebbero Bolsonaro. Ma è un sogno impossibile, perché a differenza di Luther King e di Martini, è un sogno tradizionalista e questi sogni non sono ammessi. Non sto scherzando.













mercoledì 9 ottobre 2019

L'imam che la diocesi di Firenze ha "trasformato" in teologo




Si dice orgogliosamente musulmano, lavora per un'agenzia aerospaziale e vive in una comune cristiana. Il giovane imam di Firenze che la Diocesi ha sostenuto negli studi teologici dice di restare musulmano e di essere innamorato di Gesù. Ma le due cose sono inconciliabili. E il battesimo non è un optional. 




di Luisella Scrosati, 09-10-2019

Eccallà! Pare si tratti di un’espressione romanesca, per dire: ci risiamo... Ma qui dovremmo scrivere “ecc’Allah”! Sperando che qualche musulmano non mi accusi di blasfemia. Perché stavolta a salire in cattedra è un imam. Proprio in cattedra, nell’ora di religione. Non è un’iniziativa estemporanea per l’inizio del Ramadam; no, no... Il signor Hamdan Al Zeqri, 33 anni, yemenita, dal prossimo 15 ottobre potrà insegnare Religione cattolica nelle scuole italiane, dopo cioè aver discusso la sua tesi presso la Facoltà teologica dell'Italia centrale a Firenze. I primi buoni frutti del documento di Abu Dhabi, in attesa della reciprocità...

Pare che per l’evento si preveda il tutto esaurito: roba da far impallidire il comunale Artemio Franchi.

«Ho scoperto che Islam e Cristianesimo hanno tantissimo in comune sul piano umano e sociale. Resto un musulmano ma sono innamorato di Gesù». Glissiamo sul tantissimo in comune, e magari facciamo appena notare al nostro laureando che per la fede cristiana – che sicuramente non è quella che ha studiato nei corsi universitari – l’amore tende all’unione e tale unione principia con il sacramento del Battesimo. E pare anche che Gesù abbia sostanziato questo innamoramento in modo molto concreto: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv. 14, 21).

Se già il fatto vi sembra un tantino bizzarro, aspettate di capirne i dettagli. Perché è stata la Curia fiorentina a pagare le tasse universitarie di Al Zeqri. “Vabbè, penserete voi, era disoccupato, senza tetto e così la Curia gli ha pagato gli studi e gli ha trovato un lavoro. Tanto, per quello che è il livello dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole”. E invece Hamdan lavora in un’azienda di aeronautica interspaziale, mica raccoglie pomodori. Però la Curia fiorentina ha voluto comunque dar prova della propria generosità, quella stessa Curia che aveva venduto un proprio terreno di oltre 8000 mq, perché vi si possa costruire una moschea, per poi comprare dall’Università di Firenze un terreno di 2500 mq per edificarvi una chiesa.

Di generosità in generosità, anche il Preside e gli insegnanti hanno dimostrato il loro cuore interreligioso: «Quando arrivava l’ora, il professore interrompeva la lezione perché lui doveva pregare. Usciva dal parcheggio e s’inchinava verso La Mecca. Poi rientrava in classe e si riprendeva». Normalmente, nessuna Facoltà pontificia o cattolica interrompe le lezioni a mezzogiorno per la preghiera dell’Angelus, e si fa persino fatica a trovare un piatto vegetariano di venerdì, incluso il tempo quaresimale. E se un prete cerca di celebrare rivolto ad Orientem, il suo destino è di trovarsi in poco tempo di fianco ad Hamdan, in un parcheggio...

La solita ipocrisia clericale. E in effetti lo zampino clericale c’è. Al Zeqri non è infatti un musulmano qualunque: lui vive da anni nella comunità Il Mulino di Vicchio, vicino al “santuario” di Barbiana (dev’essere l’aria); si tratta di una comunità cristiana di famiglie che vivono insieme, mettendo tutto in comune, come i primi discepoli, dicono loro. Per carità, ognuno può vivere la penitenza come meglio crede, ma appare un tantino esagerato pensare che tutti i primi discepoli abbiano lasciato case e beni per vivere tutti insieme appassionatamente; gli Atti non testimoniano la vita della totalità dei primi cristiani, ma di coloro che avevano lasciato tutto per seguirlo. E Paolo non ringrazia Aquila e Priscilla per averli ospitati nella loro “comune”, ma a casa propria...

Dicevamo dello zampino clericale. Da oltre dieci anni, punto di riferimento della comunità è Mons. Paolo Bizzeti, Vicario Apostolico dell’Anatolia, che con proprietà di linguaggio e scolastiche distinzioni definisce “religione incartapecorita” (vedi qui) il cattolicesimo pre-conciliare. Chissà che non c’entri qualcosa in questa vicenda...

Ah, Bizzeti è gesuita; ma forse non c’era bisogno di dirlo...

[Articolo con la collaborazione di Maria Stolz]