venerdì 2 ottobre 2026

Lo pseudo-messianismo del sentimentalismo nella pastorale




La cura pastorale prima dell’Amoris Laetitia cercava principalmente l’obiettività e il legame tra verità e amore, ora tutto ruota intorno alla vicinanza, non alla verità.


Divorziati-risposati




di Mons. Marian Eleganti, 30 sett 2026

Ora tutto ruota intorno alla vicinanza, non alla verità.

Mentre la cura pastorale prima di Amoris Laetitia, nel suo rapporto con le persone divorziate e risposate, cercava principalmente l’obiettività e il legame tra verità e amore, la Chiesa sinodale opera con un vocabolario prevalentemente sentimentale che contribuisce ben poco a chiarire oggettivamente la situazione di queste persone secondo criteri sacramentali-teologici e canonicamente giusti.

L’enfasi è posta unicamente sulla vicinanza, l’accompagnamento e l’apprezzamento (una parola abusata) di queste coppie da parte dei rappresentanti della Chiesa, non sulla loro missione di guidarle nella verità.

Domanda: cosa dovrei effettivamente apprezzare del peccatore, ad esempio, del rapinatore di banche, dell’adultero, del ladro o dell’autore di violenza? Posso amare il peccatore (essere ben disposto nei suoi confronti, cioè augurargli la salvezza), certo, pur condannando al contempo il suo peccato senza compromessi.

Ma come funziona l'”apprezzamento” in questo contesto? Devo forse chiedere a un giudice, che deve giudicare un crimine, di apprezzare il colpevole? Non sarebbe puro sentimentalismo, inutile rispetto al compito da svolgere? Il paragone è imperfetto, ma dimostra che questa categoria di apprezzamento semplicemente non è una priorità in certi contesti.

Perché non è questo il punto della questione se un matrimonio sia valido o meno (l’apprezzamento). Le coppie divorziate e risposate dovrebbero riscoprire la fiducia, riconoscersi come parte della comunità e sperimentare la misericordia di Dio, secondo una linea guida della Chiesa sinodale.

Domanda: è irrilevante se vivono in adulterio o meno? Trasmettere loro la misericordia di Dio significa riconoscere incondizionatamente o almeno tollerare la loro seconda unione, anche se esiste un vincolo matrimoniale indissolubile che lo contraddice? Perché Gesù non ci ha guidato in questa pratica?

Invece, rifiuta la pratica (presumibilmente misericordiosa) del divorzio di Mosè e, con grande disappunto dei suoi discepoli, inasprisce il divieto di divorzio!

Il ricordo di questi eventi rischia di ritraumatizzare queste coppie, poiché le persone coinvolte potrebbero sentirsi nuovamente ferite ed escluse, dopo aver già sperimentato l’abbandono e la sofferenza nella separazione dal proprio coniuge (vedi la guida citata in precedenza)?

Quanto più il linguaggio è sentimentale, tanto maggiore è il sospetto che posizioni dottrinali incrollabili vengano vaporizzate e ammorbidite facendo appello alle lacrime. Non è una novità. La parola “misericordia” è stata spesso usata impropriamente come una fionda per colpire gli occhi dell’osservatore o del lettore. Le parole hanno un effetto immediato. Solo a un esame più attento si comprende ciò che la semantica oscura.

La durezza della verità non è più tollerata né affrontata nella Chiesa sinodale, anche se ci rende liberi (Gv 8,32). Viene rifiutata e condannata dal sentimentalismo.

Familiaris Consortio
è quindi una notizia superata (troppo dura).

Amoris Laetitia è una notizia attuale (misericordiosa).

L’ufficio magisteriale della Chiesa sinodale inizia con Francesco, con una nuova ora zero. Il tempo (il processo) è più grande dello spazio (le posizioni dottrinali). Perciò, l’investimento si concentra sul processo (la revisione della dottrina), sul sentimento, sulla vita, non sulla verità, che tuttavia rimane. Quest’ultima è come una spada che la Chiesa sinodale preferisce avvolgere nel cotone idrofilo e riporre finché non venga colui che la brandisce in bocca (Ap 1,16; 2,12; 2,16; 19,15; 19,21).

Apocalisse 1:16 – Nella prima visione di Cristo:

“Dalla sua bocca uscì una spada affilata a doppio taglio.”

Apocalisse 2:12 – Nel messaggio alla chiesa di Pergamo:

«Così parla Colui che porta la spada affilata a doppio taglio».

Apocalisse 2:16 – Cristo annuncia:

“Altrimenti, verrò presto e li combatterò con la spada che uscirà dalla mia bocca.”

Apocalisse 19:15 – Cristo come cavaliere della fine dei tempi:

«Dalla sua bocca è uscita una spada affilata; con essa colpirà le nazioni».

Apocalisse 19:21 – Conclusione della scena della battaglia:

“Gli altri furono uccisi con la spada che usciva dalla bocca del cavaliere”.







A proposito di Messa antica, smettiamola di parlare di sensibilità


Smettiamola di parlare di sensibilità e abbiamo il coraggio 
di dire che ci sentiamo di avere scelto “la parte migliore”




di Peter Kwasniewski

“Ho sempre trovato estremamente irritante l'idea che io semplicemente "preferisca" la Messa tradizionale e che si debba portare rispetto ai miei "sentimenti" solo perché vi sono "legato".

Non fraintendetemi: credo che non si debbano calpestare i sentimenti legittimi altrui; che si debbano rispettare le preferenze, purché compatibili con la legge divina; e sì, che si debba coltivare un profondo attaccamento a tutto ciò che è buono.

Tuttavia, questo è solo un aspetto della questione. L'altro aspetto riguarda una scelta razionale, oggettiva e difendibile a favore di ciò che è buono o superiore: una scelta non riducibile a sentimenti soggettivi e, di conseguenza, non soggetta a quel comando perentorio e brusco: "Mettiti da parte i sentimenti e allineati".

Il Dott. Michael Rayes ne parla qui:

«È in corso una battaglia per la stessa mentalità cattolica. Riqualificando la sacra Tradizione come una questione di "sentimenti", "attaccamento" e preferenze personali, la Chiesa moderna ha spostato il campo di battaglia dalla dottrina alla psicologia. Si tratta invece di una guerra sul modo in cui i cattolici comprendono, difendono e trasmettono la Fede alle generazioni future. Se la Tradizione diventa facoltativa, l'identità cattolica stessa diventa negoziabile”.








giovedì 1 ottobre 2026

Il cortocircuito papale e l’immortale esempio della martire Elisabetta



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by Aldo Maria Valli 01 ott 2026


di Carlo Foresti



Caro Valli,

domenica scorsa, parlando con il mio caro amico Gianni, ci siamo trovati a commentare le notizie giunte in questi giorni da Parigi in occasione della recente visita pastorale di papa Leone XIV.

È stato proprio Gianni a farmi notare con estrema lucidità il clamoroso cortocircuito ideologico che si è consumato sotto gli occhi di tutti.

Vedere il pontefice romano spendere parole di calorosa esaltazione per i cosiddetti “valori della Rivoluzione francese” – cercando una pretestuosa e impossibile riconciliazione tra il Vangelo e gli ideali del 1789 – rappresenta già di per sé un cortocircuito concettuale di non poco conto.

Ma la contraddizione si fa palese e quasi insopportabile se si considera che, negli stessi giorni e nella medesima città, il papa si è recato in visita al Carmelo dell’antico Couvent des Carmes. Ovvero in quel luogo sacro dove, nel settembre del 1792, si consumò uno dei più feroci e sistematici massacri della storia moderna, in cui centinaia di vescovi, sacerdoti e religiosi vennero letteralmente macellati da folle fanatiche per il solo fatto di aver rifiutato il giuramento scismatico della Costituzione civile del clero.

Come sia possibile conciliare l’elogio dell’ideologia che armò la mano di quei carnefici con la venerazione delle vittime che da quell’ideologia vennero trucidate, resta un mistero che solo la ginnastica mentale del liberalismo ecclesiale può pretendere di giustificare.

Ma se si vuole davvero comprendere quale fosse la vera natura di quella “libertà” e di quella “fratellanza” sbandierate dai club giacobini – e al tempo stesso dove risplendesse la vera nobiltà dell’animo umano redento dalla Grazia -, occorre distogliere lo sguardo dalle edulcorate ricostruzioni di maniera e fare memoria. Perché sopra l’orrore delle carrette, del fango e del sangue versato in nome della Dea Ragione, si erge un episodio d’ineffabile bellezza spirituale, capace di illuminare la notte più buia del Terrore: la fine terrena della principessa Elisabetta di Francia, la sorella minore del re Luigi XVI, nota a tutti semplicemente come Madame Élisabeth.

Rifiutato l’esilio per rimanere accanto alla famiglia reale nei momenti della prova, Elisabetta condivise la durissima prigionia del Tempio, trasformando la propria cella in un monastero di preghiera e di offerta vittimale. Trascinata il 10 maggio 1794 davanti al Tribunale rivoluzionario con accuse grottesche, venne condannata alla ghigliottina insieme ad altre ventitré persone, tra cui nobili, dame di corte e funzionari, sopraffatti dal terrore e dallo sconforto.

È in quel tragico tragitto verso la Place de la Révolution che la carità cristiana compì il suo prodigio.

Elisabetta, dimentica di sé stessa e della propria sorte, si trasformò sul carretto della morte in un angelo di consolazione. Parlò a ciascuno dei suoi compagni di condanna, richiamando alla loro mente la gloria del Cielo, la Misericordia di Dio e il valore redentivo della sofferenza. La sua serena e incrollabile Fede infuse un tale coraggio nei condannati che la disperazione cedette il passo a una maestosa e composta dignità.

Giunti al patibolo, si assistette a una scena che commosse persino le guardie e la plebe aizzata: prima di salire la scaletta della ghigliottina, ognuno dei ventitré condannati volle rendere omaggio alla principessa. Gli uomini le fecero un profondo inchino, le dame le fecero una riverenza; ciascuno le baciò la mano o la guancia, chiedendole la benedizione e scambiando con lei un ultimo sguardo di pace.

Elisabetta, salda e sorridente, rispose a ciascuno con parole di speranza: “Andate in pace, ci rivedremo presto in Paradiso”.

Fatta posizionare volutamente per ultima dal boia affinché assistesse all’esecuzione di tutti i suoi compagni, Elisabetta vide cadere ad uno ad uno i suoi amici, pregando per l’anima di ciascuno di essi mentre la lama scendeva. Quando fu il suo turno, salì il patibolo con la serenità di chi si appresta a un corteo nuziale, offrendo la propria vita per la salvezza della Chiesa e della Francia.

Ecco, Santità, dove risplende la vera grandezza: non nei proclami astratti di una rivoluzione che ha seminato la morte e profanato gli altari, ma nell’eroismo d’amore di chi ha saputo trasformare un patibolo giacobino in una porta d’accesso al Cielo.

Sarebbe ora che il Successore di Pietro la smettesse di rincorrere i miti secolari del 1789 e tornasse a proporre ai fedeli l’esempio limpido e intransigente dei martiri e dei santi.






«Senza precedenti». Risarciti con 200.000 dollari gli eredi di un bimbo abortito



(Imagoeconomica)

La causa era stata fatta dalla madre alla clinica dove, senza il suo assenso, era stato praticato l’aborto

Stati Uniti


Federica Di Vito, 30 settembre 2026 

La vicenda giudiziaria si è svolta nello Stato del Nuovo Messico (Usa) con la causa Wabbington v. Boyd, promossa contro la clinica abortiva Southwestern Women’s Options gestita dai medici Curtis Wayne Boyd, Emily Cohen e Carmen Landau. La madre si era presentata nella struttura in evidente stato di alterazione da metanfetamine. Nonostante il personale fosse a conoscenza della sua storia di tossicodipendenza e dello stato di intossicazione acuta - condizione che rende legalmente impossibile esprimere un valido consenso informato -, la clinica ha eseguito un aborto indotto alla 26ª settimana di gravidanza (circa sei mesi e mezzo di gestazione), quando il bambino - che nei documenti processuali è indicato in modo neutro come «Baby Wabbington» o «infante», senza menzionare il sesso - avrebbe potuto sopravvivere.

Oltre a non aver informato la donna su programmi di supporto per la disintossicazione né su opzioni alternative, la clinica è stata accusata di pratiche commerciali scorrette: la struttura si era impegnata a trasferire il corpo del piccolo a un'agenzia funeraria, ma i resti sono stati invece smaltiti tra i rifiuti medici. Profondamente pentita, la madre ha promosso l’azione legale sia a proprio titolo sia in rappresentanza dell’asse ereditario del concepito. L’avvocato della famiglia, Mike Seibel, ha notato che «l’industria dell’aborto ha approfittato della condizione vulnerabile della madre per profitto […]. Hanno fatturato il contribuente tramite Medicaid [il programma pubblicato degli USA che offre copertura sanitaria gratuita o a basso costo alle persone e alle famiglie con reddito e risorse limitate, n.d.r.] per una procedura che tipicamente costa decine di migliaia di dollari».

La causa si è conclusa con un accordo economico di 200.000 dollari destinati al patrimonio del nascituro, stabilendo così un precedente storico nel riconoscere il concepito come persona. Applicando il Wrongful Death Act (legge statale sulla morte ingiusta) del Nuovo Messico, la vertenza ha definito Baby Wabbington come «persona» ai sensi della legge statale, riconoscendogli il diritto alla pari tutela giuridica. Come evidenziato dall’avvocato Seibel, attribuire al concepito la titolarità di diritti e di un patrimonio ereditario costituisce una tappa fondamentale verso il pieno riconoscimento della personalità giuridica del nascituro. È stata un’altra vittoria per l’avvocato specializzato in malasanità Mike Seibel e per il suo co-difensore Justin Hall, che gestiscono entrambi il sito web AbortionInjury.com, una piattaforma che funziona come risorsa per l’avvio di contenziosi legali contro strutture abortive in casi di negligenza o violazioni delle norme sanitarie e procedurali.

L’avvocato della famiglia ha inoltre evidenziato la palese incoerenza di un sistema normativo in base al quale «puoi ottenere un risarcimento per la morte di un bambino non nato, ma puoi comunque ucciderlo», sempre a norma di legge. Del resto, la scienza conferma da tempo ciò che la cultura dominante tenta di ignorare: autorevoli studi dimostrano come il figlio non ancora nato manifesti persino precoci segnali di «coscienza». Si tratta di un tema cruciale che abbiamo affrontato dettagliatamente proprio lo scorso marzo sulle nostre pagine (qui per abbonarsi) attraverso il contributo dello scienziato Carlo Bellieni. Alla luce di queste evidenze, la storica sentenza del Nuovo Messico, non fa che recepire un dato di fatto oggettivo: il bambino non ancora nato è, fin dal primo istante, uno di noi. Quel bambino siamo stati tutti noi, e nessuno può arrogarsi il diritto di concedere più o meno dignità una vita che deve ancora nascere.






Lo sguardo di Marie-Garance




La piccola disabile benedetta sugli Champs-Élysées diventa il volto del viaggio del Papa in Francia. Dietro la foto, una famiglia cattolica con dieci figli, quattro adottati con gravi patologie, e una rete di amici che si aiuta a fare i genitori (non i volontari)

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Di Caterina Giojelli, 30 settembre 2026

Marie-Garance ha undici anni. L’hanno appena alzata dalla carrozzina dove stava rannicchiata vicino ai suoi genitori e ai fratelli, nel settore per i disabili, e per qualche secondo galleggia sulla marea acclamante degli Champs-Élysées, sospinta “di mano in mano” fino alle braccia di un gendarme vaticano e da lì innalzata verso Leone XIV. La bambina non parla – come potrebbe? Nemmeno cammina, è affetta da una disabilità plurisistemica gravissima e viene alimentata con un sondino gastrico –, ma ha gli occhi grandi e spalancati e le guance rosse quando incontra quelli del Santo Padre, che le accarezza i capelli dolcemente benedicendola sulla fronte.

«In questa fotografia scattata da Ludovic Marin dell’AFP, la bambina e Leone XIV appaiono come soli al mondo, nonostante le 800.000 persone accorse per acclamare il pontefice», scrive 20minutes. Nelle ore successive a quel gesto inatteso – il papa aveva già benedetto molti bambini e la processione doveva proseguire, ma all’improvviso si è fermato di nuovo per Marie-Garance, ha raccontato padre Jean-Baptiste Arnaud, direttore della facoltà di Notre-Dame del Collège des Bernardins, presente con altri sacerdoti in Place de la Concorde: era stata la folla a spingere Marie-Garance e poi anche la sorellina Pépa verso di lui –, le foto scattate quel 26 settembre hanno fatto il giro del mondo.

Una Pietà dei tempi moderni

Su X, il conduttore e giornalista svizzero di LCI Darius Rochebin ha commentato: «”Et le Verbe s’est fait chair”. La commovente bellezza di questa immagine. Che si sia cristiani o meno, è il richiamo alla tradizione specifica dell’Incarnazione: Dio in ogni persona umana». Dominique Schelcher, amministratore delegato del gigante dei supermercati Système U, ha definito lo scatto «una sorta di Pietà dei tempi moderni. L’avete già vista qui. È senza dubbio l’immagine più significativa di questi ultimi giorni. Forse già la foto dell’anno. Impossibile rimanerne indifferenti. Colpisce dritto al cuore. Dice molto su ciò di cui la nostra umanità ha bisogno».

«La civiltà dell’amore al prossimo. Marie-Garance, non dimenticheremo mai quello sguardo», ha commentato l’ex ministra socialista Ségolène Royal. Lo scrittore Marius Jauffret ha evocato una «bellezza portata ad altre galassie» e il regista Steven Gunnell ha tirato le somme: «Una vita non ha bisogno di essere perfetta per essere infinitamente preziosa. Non ha neppure bisogno di parlare per insegnarci qualcosa».

La bambina dello Stato

Fino al 2016 Marie-Garance non era che una pupille de l’État: una bimba affidata alla tutela dello Stato da genitori biologici impossibilitati a sostenere il peso delle cure di cui aveva bisogno. Un «prodotto di scarto» per le metriche dell’utilitarismo contemporaneo, ma un tesoro prezioso per Clotilde e Nicolas Noël, una coppia cattolica con sei figli biologici (Côme, Baudoin, Tiphaine, Marin, Philippine e Brune) che nel 2013 aveva deciso di fare spazio a Marie, una bimba con la sindrome di Down.

Dopo Marie-Garance, adottata a 16 mesi, sono arrivati Frédéric-Moïse, affetto da un disturbo cerebellare, e Pépa Theresa, pure lei con una grave patologia e pure lei benedetta dal Papa. Quattro adozioni, tutte di bambini che la sanità e le statistiche classificano sotto la voce «casi gravissimi». Dieci figli in tutto, di cui quattro presi dalle corsie degli ospedali.

Una benedizione per tutti


Intervistata da BFM TV, Clotilde Noël ha parlato di «miracolo», raccontando come sabato scorso una piccola folla intorno a loro si fosse mossa all’improvviso chiedendo aiuto ai volontari per portare avanti Marie-Garance e Pépa, «tutto è avvenuto in tempi brevissimi: questa è la forza del gruppo, la capacità di mostrare al mondo ciò che è rimasto nascosto per anni». Al mondo, sì, perché quella foto di Leone XIV che benedice la bambina è diventata virale ed è impossibile non vederci «una benedizione fatta a tutte le persone fragili attraverso Marie-Garance. Non è solo la nostra famiglia a riceverla, è tutto un popolo, un’intera umanità messa da parte da così tanti anni». E ancora: «Ho avuto l’intensa percezione spirituale che questo gesto fosse anche per la madre e il padre biologici di Marie-Garance. Senza di loro, che le hanno dato la vita, questo miracolo non ci sarebbe stato».

Un papa che guarda una bimba che negli occhi ha tutta la storia del mondo, di chi l’avrebbe scartata, di chi l’ha tenuta e di chi se n’è preso cura riconoscendola come un miracolo, lo stesso riconosciuto da Emmanuel Mounier nella figlia Françoise, nel mistero del suo dolore. Da questo traboccare di vita è nata l’associazione Tombée du Nid («Caduta dal nido»), fondata dai Noël dopo la pubblicazione del libro in cui Clotilde raccontava la prima adozione, che oggi cammina fianco a fianco con la Fondazione Jérôme Lejeune per aiutare e accompagnare le famiglie che scoprono la disabilità di un figlio o che vogliono percorrere la strada impervia dell’adozione speciale. Nel frattempo, la coppia ha pure trovato il tempo di fondare una scuola negli Yvelines, la Saint-Philippe-Néri.

Genitori, non volontari

Non è una vita da volontariato: «I nostri figli hanno capito subito che non ci stavamo iscrivendo a un’iniziativa umanitaria, ma a un percorso di genitori» ha spiegato Clotilde. Le degenze in ospedale per Marie-Garance possono durare tre settimane di fila. La bambina prende farmaci continui e viene alimentata via gastrostomia. «Ma la mia priorità resta fare la madre. Il mio posto è a casa e lo amo», raccontava tre anni fa la donna ad Aleteia, ricordando che curare un figlio disabile significa prendersi cura di tutti gli altri, del matrimonio senza il quale nulla starebbe in piedi, degli amici e, soprattutto, di una fede immensa.

«Quando abbiamo deciso di intraprendere il percorso dell’adozione, ho compreso appieno la frase: “Ti ho chiamato per nome” (Is 43, 1). Era come se Dio mi dicesse: “Ti chiamo. Sei colui che ho scelto”. Ho accettato di dovermi fidare di Lui e ricevo grazie incredibili. Una volta che dici “sì” a Dio, tutto accade naturalmente. Non ci abbandona mai». «I nostri cuori di madri sono tutti collegati. Santa Ildegarda di Bingen diceva che siamo tutti connessi». «Quando Marie-Garance sta male, le appoggio sul corpo una reliquia di Madre Teresa che mi ha regalato un sacerdote amico. La porto sempre anche in ospedale. I santi lavorano per noi, sarebbe un peccato non approfittarne».

Il giorno dopo, a Lourdes, davanti ai malati dell’Accueil Notre-Dame, Leone XIV ha detto che «la persona umana è degna per il solo fatto che esiste ed è destinata all’eternità. La sua dignità non si misura e non si discute». Lo ha detto in un Paese che ha da poco approvato il diritto all’aiuto a morire, e lo ha detto ai malati: «Nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità». Sugli Champs-Élysées, il giorno prima, quella frase aveva già un volto: una bambina che non parla, portata di mano in mano perché il mondo la guardasse in faccia.






mercoledì 30 settembre 2026

Il “santo del web” Carlo Acutis conquista anche cinema e tv


San Carlo Acutis (1991-2006)


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Di Maria Cristina Pavarini, 30 settembre 2026

A 20 anni dalla sua salita al Cielo e nel primo anniversario della sua canonizzazione, anche cinema e tv vogliono celebrare Carlo Acutis, il ragazzo milanese scomparso a soli 15 anni per una leucemia acuta. A distanza di pochi giorni, il 27 settembre, Canale 5 ha trasmesso Il mio nome è Carlo, fiction per la tv su san Carlo Acutis diretta da Giacomo Campiotti, coautore con Carlo Mazzotta, poi disponibile su Mediaset Infinity. Dal 15 al 21 ottobre, dapprima in circa 300 cinema italiani e nei mesi successivi in tutto il mondo in 3.000 sale, è in programma il primo docu-film ufficiale, Carlo Acutis. Il giovane santo, diretto da Luca Salmaso e prodotto da Officina della Comunicazione, Nexo Studios, Our Films (Mediawan Company), con il patrocinio dell’Associazione Amici di Carlo Acutis e in collaborazione con Fondazione Cariplo, per citare alcuni partner.

Dalla visione di entrambe le opere emerge la fede limpida e decisa abbracciata da Carlo dalla più tenera età. Si coglie, inoltre, il desiderio di valorizzarlo come modello ed esempio positivo per tutti, in particolare per le generazioni più giovani, sempre più esposte a comportamenti spesso inspiegabilmente violenti e discriminanti, oltre al dilagare di suicidi, disperazione, solitudine e un approccio superficiale verso la rete e i social media.

Acutis è considerato il primo santo “millennial”, profondamente immerso nel suo tempo, amico di tutti, attento ai più poveri e agli emarginati, vivace, simpatico, travolgente nel comunicare la sua fede al punto di aver richiamato immediata attenzione a livello planetario. Tanta considerazione non è risvegliata solo per la sua prematura scomparsa, ma anche per la sua spontanea e piena capacità di vivere e giudicare il suo tempo in maniera precocissima, per la sua padronanza dei mezzi tecnologici e di internet, per l’abilità nell’aver creato siti web per la divulgazione di temi importanti quali i miracoli eucaristici, disponibili in moltissime lingue in tutto il mondo.

Samuele Carrino nei panni di Carlo Acutis 
nella fiction Mediaset Il mio nome è Carlo

Il mio nome è Carlo


Il film per la televisione realizzato da Mediaset fa leva sull’emozione, gioca con flashback e rimandi continui fra tre fasi della vita del giovane santo – all’età di cinque anni, poi di dieci e quella finale dei 15 anni. La narrazione procede con molti salti temporali, forse un po’ troppi.

Ambientato in una Milano bellissima che spazia dalla zona chic vicina a piazza Conciliazione dove, tra magnolie rosa e bianche, ha vissuto il ragazzo, alle scuole, fino al centro storico dove campeggiano il Duomo, il Castello Sforzesco e le Colonne di San Lorenzo, arrivando ad Assisi, città cara al giovane, dove oggi riposano le sue spoglie.

La recitazione è impeccabile e richiama immediata empatia verso i personaggi, benché gli attori scelti, e in particolare i tre “Carlo” non risultino esattamente somiglianti – soprattutto perché i tratti del santo reale sono ben impressi nella memoria collettiva.

Un plauso va a Samuele Carrino, il Carlo 15enne, già interprete de Il ragazzo dai pantaloni rosa, pellicola che narra una tragica storia vera di bullismo. Il suo ritratto di Acutis è particolarmente intenso, soprattutto nel rendere la consapevolezza della sua spiritualità spesso incompresa da molti coetanei, oltre al momento dell’intensa sofferenza in punto di morte.

Degna di nota è anche l’interpretazione di Lucia Mascino nei panni della madre di Carlo Acutis. Pur non essendosi incontrata prima con Antonia Salzano Acutis, Mascino ha saputo renderne tratti e modi, oltre ad assomigliarle ed essere profondamente immersa nel suo ruolo di vicinanza con il ragazzo.

Nel racconto i fatti della vita di Carlo Acutis sono rielaborati per esigenze narrative. Infatti, lo storytelling e la trasposizione della realtà non sempre rispecchiano contesti e vicende conosciuti. Frasi note del giovane sono talvolta calate in momenti diversi rispetto a quanto accaduto nella realtà. Inoltre, una parentesi sentimentale racconta di una ragazza che si dichiara a lui. È una vicenda di cui non s’è sentito parlare da testimonianze a me note note. Gli autori possono averlo scelto per spiegare che il suo amore verso tutti è sprone per la ricerca di una bellezza che trascende l’esteriorità e l’effimero, ma conduce alla bellezza dell’anima.

La locandina del docu-film Carlo Acutis. Il giovane santo, 
nei cinema dal 15 al 21 ottobre

Carlo Acutis. Il giovane santo

Il racconto restituito dal docu-film Carlo Acutis. Il giovane santo ha una consistenza più fattuale e oggettiva, oltre a essere basato su un’ampia raccolta di ricordi e testimonianze inedite come foto, filmati, racconti e commenti da almeno 17 persone. Molte di loro hanno vissuto con lui e ricordano chiaramente l’accento diverso delle sue parole, dei suoi gesti e delle sue abitudini, ma anche la sua vivacità, i passatempi, i giochi, gli scherzi e quel pizzico di follia che permette di evitare un’agiografica melensa o sentimentale. Anche il suo stile nel vestire rivela la sua piena aderenza al suo tempo, perché sceglieva jeans, polo, sneaker e spesso indossava occhiali da sole a goccia.

Al contrario, praticamente ogni testimonianza rivela come Carlo Acutis abbia saputo toccare il cuore di ciascuno e provocarne la reale conversione, a partire dalle relazioni più strette. Degno di nota in particolare, il racconto del padre Andrea, che qui ha accettato di parlare del figlio benché raramente abbia rilasciato interviste.

La madre Antonia ammette di aver vissuto la propria fede in modo tiepido in gioventù, ma che grazie a Carlo ha iniziato un cammino di conversione e oggi si sente investita del compito di essere testimone della vita di questo ragazzo normale, ma eccezionale. Racconta, ad esempio, come per molto tempo lei abbia ignorato la differenza tra Vecchio e Nuovo Testamento, ma di averla appresa quando il figlio chiese in regalo una Bibbia, perché più interessato agli episodi di quel testo che alle favole per bambini.

Altre testimonianze raccontano come la nonna, il domestico originario delle isole Mauritius (poi convertitosi al cattolicesimo grazie a Carlo), il suo parroco, alcuni amici siano stati colpiti dal suo amore per Cristo e abbiano deciso di imitarlo e approfondire e vivere più concretamente il loro rapporto con Dio.

Inoltre, emergono molte altre passioni del giovane santo, come l’amore per la natura, gli animali, il gioco del pallone, ma anche i numerosi viaggi in santuari come Fatima, Lanciano, Cascia, La Verna, oltre alle agognate vacanze ad Assisi.


«Non io, ma Dio»

All’alta concentrazione di materiale documentale proposto dal lungometraggio di 85 minuti, si contrappongono incomprensibilmente alcuni passaggi in cui una voce fuori campo fa parlare Carlo, e altre scene in cui compare un attore-bambino di cui non si vede il volto.

Perché realizzare un documentario basato su fatti, immagini e testimonianze reali e poi ricorrere a (benché marginali) espedienti di fiction? Non sono abbastanza coinvolgenti e intensi i ricordi dell’insegnante di Carlo, il commento della sociologa a proposito del suo apprezzamento critico di internet, i mass media e la tecnologia?

Particolarmente commovente è la testimonianza di Liliana, madre di Valeria Vargas Valverde, vittima di un gravissimo incidente stradale. La giovane si è ripresa dopo che sua madre aveva pregato sulla tomba di Carlo. È stato proprio questo miracolo a spianargli la strada verso gli altari. Colpiscono anche le sequenze video della canonizzazione filmate da Vatican Media e alle parole pronunciate in quell’occasione da papa Leone XIV.

Probabilmente sono espedienti per arrivare a persone che non conoscono molto del giovane santo. Sono i fatti concreti che lo hanno reso diverso da molti e guidato in aiuto ai meno abbienti, in soccorso a chi era maltrattato o nella semplice quotidianità della vita in famiglia. È così che Carlo Acutis ha voluto trascorrere ogni attimo di vita, senza sprecarlo, non cercando l’affermazione personale, ma realizzando il suo scopo di vita, cioè – come lui amava dire – «non io, ma Dio».





Chitarre, tamburelli e microfoni: la Messa non è un concerto


(l’immagine è stata generata con IA di ChatGPT)





di Sabino Paciolla, 30 settembre 2026

Invitati da un’amica di Siena, nell’aprile scorso abbiamo partecipato a un ritiro presso l’Eremo di Lecceto, alle porte della città. Il ritiro era guidato da un religioso molto bravo. Le suore benedettine scrivono sul loro sito:

«…dedichiamo sette momenti quotidiani: la nostra giornata si apre e si chiude con la lode a Dio. Tutta la nostra preghiera è cantata, così come insegna la tradizione monastica e il nostro Padre S. Agostino: “cantare amantis est”, cantare è proprio di chi ama!»

Grande è stata la sorpresa. Le suore di clausura cantavano davvero sempre durante le loro preghiere, come si legge sul sito. Ma ciò che ha colpito tutti noi è stato il modo in cui cantavano: sembrava di ascoltare un canto celestiale, tanto era dolce. Non si sentivano tante voci, ma una sola, soave. Anche il volume era calibrato con cura: mai gridato o strillato, ma quasi sussurrato. Era così gradevole ascoltarle che partecipare alla Messa o alla recita delle Lodi era ancora più bello. Tutto aiutava a pregare.

Ringrazio di cuore le suore per questa esperienza. È stato proprio questo ricordo a spingermi a scrivere la riflessione che segue.

In alcune parrocchie italiane in cui mi è capitato di trovarmi, durante la Messa ho ascoltato musiche e canti che suscitano spesso irritazione e fastidio. Se ne ricava la sensazione che livello, qualità e strumenti utilizzati non siano all’altezza del senso del sacro, che è intrinseco alla Messa stessa.

Si sentono canti con melodie estremamente sentimentali, ritmi da musica leggera, testi parafrasati molto liberamente, microfoni amplificati come in uno spettacolo, accompagnamenti continui e una forte centralità del «gruppo musicale». Per non parlare degli strumenti, che vanno dalle chitarre rock ai legnetti, dai triangoli ai tamburelli. Il rischio è che la Messa venga vissuta meno come rito e più come incontro comunitario accompagnato da musica. Molti canti non aiutano il raccoglimento, specie durante la comunione. Si dimentica che lo strumento musicale deve essere subordinato all’azione liturgica: si è a Messa, non a un incontro musicale qualunque, e lo strumento deve aiutare il fedele nel raccoglimento e nell’incontro con Gesù Cristo.

La musica nella Messa non dovrebbe avere la semplice funzione di creare un’atmosfera gradevole, né comportarsi come intrattenimento. Dal punto di vista della liturgia cattolica è parte dell’azione rituale, e deve quindi orientare verso qualcosa che trascende i cantori, il sacerdote e la stessa assemblea.

È bene precisare, però, che queste espressioni musicali vanno attribuite alla fase successiva al Concilio Vaticano II. Il deterioramento qualitativo che si osserva in una parte della musica liturgica postconciliare non è una prescrizione del Concilio, ma uno degli esiti storici di alcune interpretazioni della riforma liturgica, nelle quali la «partecipazione attiva» del fedele è stata talvolta fatta coincidere con semplicità, immediatezza e linguaggio popolare. Il Concilio chiedeva qualcosa di assai più difficile: una musica al tempo stesso sacra, bella, liturgicamente appropriata e capace di coinvolgere l’assemblea.

Va dunque sottolineato che il Concilio non chiedeva affatto un abbassamento della qualità musicale. La Sacrosanctum Concilium definisce la tradizione musicale della Chiesa «un patrimonio d’inestimabile valore» e afferma che il canto sacro è «parte necessaria ed integrante della liturgia solenne». Stabilisce inoltre che la polifonia non venga accantonata. Quanto agli strumenti, indica espressamente l’organo a canne come strumento tradizionale della Chiesa latina, capace di «elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti». Altri strumenti sono ammessi, ma a una condizione precisa: che siano adatti alla sacralità della celebrazione e alla dignità del luogo.

Il Concilio voleva certamente incrementare la participatio actuosa, cioè la partecipazione attiva dei fedeli, e ciò comportava anche una maggiore presenza del canto dell’assemblea. Ma non affermava che, per far cantare tutti, la musica dovesse diventare povera o adottare necessariamente i linguaggi della canzone popolare contemporanea.

I padri conciliari parlarono di participatio actuosa e non semplicemente di participatio activa. Tradurre «actuosa» con «attiva» non ne rende pienamente il significato: «attiva» richiama più immediatamente il fare, l’agire esteriore, mentre actuosus ha un senso più ricco, quello di qualcosa di operante, efficace, pienamente coinvolto nell’azione, non necessariamente caratterizzato da un’attività esteriore continua.

Nel postconcilio si è invece talvolta confusa la partecipazione con la semplificazione, che sono concetti diversi. Un’assemblea può partecipare intensamente anche attraverso l’ascolto, il silenzio, le risposte liturgiche e alcuni canti propri, mentre una schola cantorum esegue le parti musicalmente più elaborate. Non è dunque necessario che il fedele canti sempre insieme ai cantori. La stessa costituzione conciliare, parlando di partecipazione, comprende espressamente sia il canto sia «un sacro silenzio» (n. 30).

Al n. 112 della Sacrosanctum Concilium, una delle quattro costituzioni conciliari, dedicata alla liturgia, si legge:

«La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie.»

In molte parrocchie italiane il gregoriano è ormai marginale o del tutto assente. Non è raro che un fedele frequenti per anni la propria parrocchia senza ascoltare un Kyrie, un Sanctus, un Agnus Dei gregoriano o una semplice antifona. Eppure la Sacrosanctum Concilium dice espressamente, al n. 116: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana».

Lo stesso Leone XIV, nell’udienza generale del 19 agosto scorso, dedicata alla musica sacra, ha affermato: «La forma, poi, specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea». Ha inoltre ripreso un’espressione molto severa di Giovanni Paolo II, che invitava a:

«purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica».

Al riguardo sono interessanti le considerazioni del cardinale Robert Sarah nel libro Il Cantico dell’Agnello (Cantagalli, 280 pagine, 24 euro), scritto con Peter Carter, di cui alcuni estratti sono stati pubblicati su La Verità. Interpellato sulla musica sacra, Sarah afferma:

«I criteri per determinare l’idoneità della musica all’uso liturgico sono stati stabiliti da papa San Pio X nel suo motu proprio sulla musica sacra Tra le sollecitudini, considerato la Magna Charta della musica sacra fin dalla sua promulgazione nel 1903. […] Un passaggio chiave delinea tre criteri essenziali: “La musica sacra deve possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia, e precisamente la santità e la bontà delle forme, onde sorge spontaneo l’altro suo carattere, che è l’universalità”».

E prosegue:

«Approfondendo il primo criterio, quello della santità, papa San Pio X afferma: “Deve essere santa, e quindi escludere ogni profanità, non solo in sé medesima, ma anche nel modo onde viene proposta per parte degli esecutori”. Qui, il termine “profanità” assume un significato diverso dalla nostra comune accezione di oscenità, riferendosi piuttosto a tutto ciò che è secolare e non esattamente sacro. Questa distinzione non intende esprimere un giudizio artistico su quella musica che non soddisfa il requisito della santità, ma indica piuttosto che tale musica è più adatta a essere utilizzata “fuori dal tempio”. […]»

Riguardo alla «bontà delle forme», Sarah dice:

«Il concetto di “bontà delle forme” sottolinea la necessità che la liturgia sia improntata alla bellezza, e che la musica liturgica attragga le persone verso Dio, piuttosto che verso i musicisti o verso la loro esecuzione virtuosistica. Come ammonisce papa Benedetto XVI nella Sacramentum Caritatis: “In tutto quello che riguarda l’Eucaristia vi sia gusto per la bellezza”».

Sulla funzione della musica sacra il cardinale aggiunge:

«La funzione primaria della musica sacra non consiste nel rappresentare la cultura mondana o l’espressione personale, ma nel dare gloria a Dio e nell’elevare a lui la persona umana. La misura della buona musica sacra risiede, dunque, nell’efficacia con la quale essa assolve a tale funzione».

Sull’«universalità», infine, afferma:

«L’autentica musica sacra trascende i confini culturali e nazionali, poiché offre un linguaggio universale che parla del sacro. Questa universalità non misconosce la bellezza delle espressioni locali; piuttosto, le arricchisce e ne viene a sua volta arricchita. Abbracciando l’universalità della musica sacra, uniamo le nostre voci a quelle dei fedeli di tutto il mondo e di tutta la storia, partecipando all’eterno inno di lode che la Chiesa offre continuamente a Dio».