domenica 23 aprile 2023

L’AIFA rende “gratuita” la pillola anticoncezionale. Facciamo un po’ di ripasso sulla illiceità morale e sulle pericolose conseguenze della contraccezione


23 APRILE 2023


E’ notizia che l’AIFA abbia deciso di rendere gratuita la piccola anticoncenzionale. Ci sembra pertanto opportuno ritornare su un argomento già da noi trattato: l’illiceità morale della contraccezione e le sue pericolose conseguenze.

A riguardo riproponiamo un editoriale ed un articolo pubblicati su questo sito, preceduti da un comunicato stampa di Pro Vita e Famiglia onlus.


Pillola anticoncezionale. Pro Vita Famiglia: da AIFA scelta politica, Governo riformi Agenzia

Roma, 22 aprile 2023

«La scelta dell’Agenzia Italiana del Farmaco di rendere gratuita la pillola anticoncezionale non ha nessuna ragione medico-scientifica ma è una decisione puramente ideologica, assunta da un organo privo di qualsiasi rappresentanza democratica, tanto che la dirigenza dell’AIFA ha dichiarato esplicitamente di aver compiuto questo passo a pochi mesi dal rinnovo dei propri vertici, confermando lo stretto legame tra la natura della decisione e l’orientamento attuale dell’ente». 
Lo afferma Maria Rachele Ruiu, membro del direttivo di Pro Vita & Famiglia. «Va precisato che la pillola non diventa “gratuita”, ma sarà pagata con le tasse di tutti i cittadini, nonostante le implicazioni etiche fortemente divisive, e soprattutto considerando la fatica che fanno le famiglie per pagare farmaci, invece, essenziali. Salvo specifiche situazioni per la cura di patologie diagnosticate, infatti, la pillola anticoncezionale non costituisce una terapia per curare la salute della donna ma per impedirne il suo funzionamento naturale, tra l’altro con rischi certificati. Non si capisce perché i contribuenti debbano essere costretti a pagare la scelta di qualcuno di non avere figli. 
Alla domanda dei giovani italiani – ben il 42% secondo un sondaggio Quorum/YouTrend per Sky TG24 – che desiderano mettere al mondo figli, ma non lo fanno per paura del futuro, non è possibile rispondere spendendo 140 milioni di euro dei cittadini per incentivare la denatalità, per di più in un contesto di grave inverno demografico. 
Auspichiamo pertanto – conclude Ruiu – che il Governo impegni ingenti risorse a favore della Natalità e proceda speditamente a una profonda riforma dell’AIFA, impedendo all’ente di fare scelte politiche e ideologiche e che ripristini il maggior grado di prudenza medica e scientifica sull’uso di farmaci a partire dalle pillole anticoncezionali, fino alle pillole abortive, la RU486, o potenzialmente tali, come quella dei 5 giorni dopo EllaOne».



Ormai della contraccezione non parla più nessuno. E’ data come fatto scontato. Quanta responsabilità si prendono i sacerdoti non solo a tacere nel confessionale, ma addirittura a tollerarla se non finanche ad approvarla.

Per noi questo non deve essere. Dobbiamo sempre proclamare la verità, costi quel che costi. Piaccia al mondo o non piaccia al mondo.


Ecco un elenco di ben 12 conseguenze della legittimazione della contraccezione.

1) Abbassamento generale della moralità, ovvero riduzione della sessualità solamente come strumento di piacere.

2) Incremento dell’infedeltà coniugale. Con la contraccezione, infatti, sono aumentati i rapporti occasionali.

3) Abbassamento del rispetto verso la donna. La riduzione della sessualità a strumento di piacere ha facilitato questo.

4) Legittimazione dell’irresponsabilità. Una sessualità senza procreazione nega l’assunzione di ogni impegno.

5) Segno di un prolungato infantilismo. Precludere la genitorialità facilita l’allungamento dell’immaturità.

6) “Privatizzazione” e “pubblicizzazione” della sessualità. Negare l’apertura alla vita da una parte rende l’atto sessuale “privato”, cioè senza implicazioni sociali; dall’altro lo rende paradossalmente “pubblico” in quanto motivato solo dal puro divertimento.

7) Deresponsabilizzazione dei genitori che finiscono con il non vivere più per i figli. Finiscono, cioè, con l’accettarli solo quando rientrano in un loro progetto di soddisfazione. Si capovolge, inoltre, l’ordine naturale: i figli sono chiamati a vivere per i loro genitori.

8) Non diminuzione degli aborti, anzi. L’aborto si trasforma in una sorta di “ultimo contraccettivo”, quando il contraccettivo vero e proprio dovesse fallire.

9) Apertura alla fecondazione in vitro. Dire, infatti, non voglio un figlio vuol dire anche voglio a tutti i costi un figlio.

10) Aperture ad aberrazioni come l’“utero in affitto”. Se, infatti, è possibile la sessualità senza figli, allora sono possibili anche i figli senza la sessualità.

11) Imposizione di politiche demografiche verso i Paesi più poveri. Invece di aiutare le popolazioni povere, queste devono essere costrette ad accettare politiche demografiche.

12) Legittimazione della pratica omosessuale e della cultura omosessualista. Se la sessualità può essere senza la procreazione, allora tutto diviene sessualità.







sabato 22 aprile 2023

Suicidio assistito, il sì di Paglia schiaffo al Magistero



Dal presidente della Pontificia Accademia per la vita Vincenzo Paglia arriva dalle colonne del Riformista di Renzi un sì alla legge sul suicidio assistito. In un tripudio di eresie e appoggiandosi alle derive liberiste delle condizioni sociali attuali e del pluralismo assai diffuso, il vescovo contraddice apertamente il Magistero e i pronunciamenti della Cei arrivando persino a dire che la Chiesa non possiede la verità su questi temi.



SCONCERTANTI PAROLE

ECCLESIA

Tommaso Scandroglio, 22-04-2023

“Mons. Paglia apre alla legge sul suicidio assistito”. Così potevamo leggere ieri in prima pagina su Il Riformista. Il quotidiano di cui Matteo Renzi è da poco direttore editoriale riporta il testo integrale dell’intervento di Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che ha tenuto in occasione del dibattito “L’ultimo viaggio (verso il fine vita)”, svoltosi all’interno del Festival del Giornalismo di Perugia.

Dopo aver dipinto uno scenario abbastanza realistico riguardo al tema del fine vita – la sofferenza del paziente e dei familiari, l’abbandono terapeutico, le derive del principio di autonomia, etc. – Mons. Paglia si astiene però dall’indicare soluzioni morali convincenti, a parte il solito invito generico ad accompagnare chi muore (ma anche i Radicali sono per l’accompagnamento del morente).

Sul piano giuridico invece Paglia ha le idee chiare: “In questo contesto non è da escludersi che nella nostra società sia praticabile una mediazione giuridica che consenta l’assistenza al suicidio nelle condizioni precisate dalla Sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale: la persona deve essere ‘tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli’. […] Personalmente non praticherei l’assistenza al suicidio, ma comprendo che una mediazione giuridica possa costituire il maggior bene comune concretamente possibile nelle condizioni in cui viviamo”.

Dunque Il Riformista ha davvero ragione: il Presidente della PAV sostiene il varo di una norma che legittimi il suicidio assistito, nel rispetto delle condizioni indicate dalla Consulta (qui e qui i nostri commenti critici a tale sentenza). Paglia, nel rispetto del principio “un colpo al cerchio e un colpo alla botte” e per tentare di salvare la faccia da cattolico, poi precisa: personalmente sono contrario all’aiuto al suicidio, ma una legge mi pare un punto di equilibrio in questa nostra società pluralista e democratica.

Peccato però che il suicidio è un assoluto morale, ossia un’azione intrinsecamente malvagia che mai può essere scelta, né per un fine buono né a motivo di circostanze particolari (ad esempio nel caso di una persona che soffre molto). Ne consegue logicamente che aiutare qualcuno a togliersi la vita è altrettanto un male. Terzo passaggio: da ciò discende che una norma che legittimi l’aiuto al suicidio è essa stessa una norma intrinsecamente malvagia e mai si può dare il proprio appoggio ad una simile norma.

Paglia afferma che questa norma sarebbe eticamente legittimata dal fatto che nelle condizioni sociali in cui viviamo rappresenterebbe il maggior bene possibile. Due note a tal proposito. La prima: appoggiare una simile norma è azione malvagia. E dove c’è il male non si può parlare di maggior bene possibile. Se consiglio a Tizio di rubare piuttosto che uccidere, non sto consigliando il maggior bene possibile a Tizio, ma un male minore.

Seconda nota: il suicidio, anche nella sua forma collaborativa, mai può essere legittimato, dunque mai può essere oggetto di una norma che lo permetta. Quel “mai”, come ricordato prima, si riferisce anche alle condizioni ed è stato giustamente ribadito anche recentemente dalla Cei nel Messaggio per la 45esima Giornata nazionale per la Vita dello scorso febbraio che affermava, giustamente, che “la morte non è mai una soluzione”. Un’azione intrinsecamente illecita rimane tale anche nelle condizioni più estreme. Dunque, non serve a nulla che Mons. Paglia si appelli alle condizioni sociali attuali e al pluralismo assai diffuso. Anche in questo contesto non si può essere a favore di una legge ingiusta.

Queste riflessioni, ovviamente, non sono farina del nostro sacco, ma del sacco della Chiesa cattolica. Giovanni Paolo II, nell’Evangelium vitae scrisse che la pubblica autorità “non può mai accettare […] di legittimare, come diritto dei singoli […] l'offesa inferta ad altre persone attraverso il misconoscimento di un loro diritto così fondamentale come quello alla vita. […] Così le leggi che, con l'aborto e l'eutanasia, legittimano la soppressione diretta di esseri umani innocenti sono in totale e insanabile contraddizione con il diritto inviolabile alla vita proprio di tutti gli uomini. […] Le leggi che autorizzano e favoriscono l'aborto e l'eutanasia si pongono dunque radicalmente non solo contro il bene del singolo, ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono del tutto prive di autentica validità giuridica. […] L'aborto e l'eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza. […] Nel caso quindi di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l'aborto o l'eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, ‘né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto’” (nn. 71-73).

Le parole di Paglia sono antitetiche a quelle del Magistero.


L’arcivescovo lo sa bene e infatti nell’introduzione del suo intervento cerca di pararsi le spalle inscenando un tripudio di eresie. “Anzitutto - scrive Paglia - vorrei precisare che la Chiesa cattolica non è che abbia un pacchetto di verità prêt-à-porter, preconfezionate”. E il Credo? E i Dieci Comandamenti? E i pronunciamenti dogmatici? E quindi, in sintesi, che fine ha fatto il depositum fidei? Il Presidente della Pav poi spara sempre più in alto e con calibri sempre maggiori. Infatti, esclude che i cattolici possiedano “una verità data a priori”. Certo che invece la Chiesa custodisce una verità data a priori, ossia che viene prima della Chiesa stessa e dei credenti, perché la verità è Dio che si è comunicato a noi. La verità ci precede, non siamo noi a precederla.

Tutto questo per dire che “il pensiero teologico si evolve nella storia” e quindi se l’eutanasia ieri era vietata, domani, chissà, magari non lo sarà più. A margine: l’unica evoluzione permessa nel pensiero teologico è l’approfondimento delle verità già rivelate, non la negazione di verità già riconosciute dalla Chiesa.

Invece Paglia pensa esattamente l’opposto e infatti tira fuori dal cilindro il tema della pena di morte in merito alla quale il Papa ha modificato il Catechismo e “oggi non la consideriamo più ammissibile, in nessun caso”. A suo tempo avevamo già commentato l’intervento del Pontefice, evidenziando che i principi che rendono lecita la pena di morte si riferiscono al fine difensivo della collettività, alla perdita della dignità morale del reo, alla triplice funzione della pena. Qui vogliamo aggiungere che Papa Francesco ha dichiarato - se non de iure, ma sicuramente de facto - che la pena di morte è atto intrinsecamente malvagio, ossia, come dice Paglia, “non più ammissibile, in nessun caso”. Ciò non è predicabile perché la liceità della pena di morte è sempre stata confermata in modo ininterrotto dalla Chiesa sin dalle origini. Come potrebbe essere possibile che fior di pontefici e santi abbiamo insegnato tutti e con costanza un errore, scambiando un bene per un male?

Infine, aggiungiamo una nota a piè di pagina: contraddittorio che ci si appelli al divieto assoluto di uccidere qualcuno per mano dello Stato per appoggiare una norma che permette di uccidere qualcuno con l’avallo dello Stato. La differenza saliente per Paglia sta nel fatto che nel primo caso la persona non è consenziente, nel secondo caso sì. Tipico ragionamento liberista.

Ma a Mons. Paglia molto probabilmente tutte queste riflessioni appaiono sottigliezze moraliste astratte. Il messaggio che ha voluto far passare è invece un altro. Nessun principio morale è irriformabile. Nessuna verità si senta più al sicuro.








venerdì 21 aprile 2023

La Chiesa nel Terzo Millennio Cristiano. Convegno a Gricigliano (Fi), 29 Aprile





21 apr 2023

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, un post-lampo per ricordare a chi fosse interessato l'evento che si svolgerà a Gricigliano la settima prossima, organizzato da Opzione Benedetto.







giovedì 20 aprile 2023

Paesi Bassi / Uccisione medica dei bambini. Così avanza la cultura della morte




20 APR 2023


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by Aldo Maria Valli

di Jeanne Smits

Venerdì scorso il governo olandese ha confermato che un piano per la legalizzazione dell’uccisione medica di bambini di età compresa tra uno e dodici anni che è in elaborazione da più di un anno e diventerà legge entro la fine del 2023.

La legge consentirebbe la morte medicalmente assistita per i bambini in questa fascia di età in caso di “sofferenza fisica insopportabile e senza speranza” ogni volta che il trattamento medico non sia d’aiuto.



Il termine “eutanasia” è stato usato dai media, ma legalmente non apparirà: si parlerà di applicazione di un protocollo di “fine vita” deciso dai medici in accordo con i genitori. Nel linguaggio ordinario, invece, il termine eutanasia corrisponde esattamente a quanto si sta mettendo in atto.

Secondo la legge olandese, l’eutanasia segue necessariamente una richiesta del paziente, che si tratti di una richiesta recente o di direttive anticipate.



Il nuovo passo è stato reso possibile da una campagna mediatica che ha preceduto per più di un anno questa iniziativa, con la complicità della stampa olandese basata per lo più sul “sollievo” dei genitori, ritratti come impotenti di fronte al calvario della malattia di un figlio. Questo pendio scivoloso verso la barbarie mette da parte la legge naturale, inscritta nel cuore di ogni uomo (ma a volte abbastanza oscurata), che vieta l’uccisione degli innocenti.



A quanto pare nei Paesi Bassi il limite all’uccisione di coloro che soffrono (eutanasia) o di coloro che si presentano al momento sbagliato (aborto) è stato violato in modo definitivo.

Con le leggi adottate, nel paese un decesso su venti è correlato all’eutanasia (anno 2022). I casi che giustificano l’eutanasia includono sofferenza psicologica, peggioramento della malattia cognitiva, denunce multiple (nessuna delle quali fatale), demenza accompagnata da una precedente richiesta di eutanasia ed eutanasia per le coppie. L’eutanasia dei minori (dai 12 ai 16 anni con il consenso dei genitori, poi fino ai 18 anni senza tale consenso, anche se i genitori devono essere coinvolti nella discussione) è possibile da quando è entrata in vigore la legge olandese sull’eutanasia, la prima al mondo, adottata nel 2002.



Per i bambini di età inferiore a un anno, l’uccisione medica deliberata è possibile nei Paesi Bassi dal 2004 ai sensi del Protocollo di Groningen voluto da pediatri e funzionari del tribunale in quella città per affrontare casi in cui “l’unico modo per porre fine al dolore” o alla sofferenza del bambino sarebbe quello di “lasciare morire il paziente secondo procedure accurate”, senza incorrere in un’accusa di omicidio.

Tuttavia, l’espressione Protocollo di Groningen mira semplicemente a distinguere la pratica dall’eutanasia che viene eseguita su richiesta del paziente. In realtà, il Protocollo di Groningen consente di uccidere o “lasciare morire” per mancanza di cure senza essere soggetti ai requisiti della stessa legge sull’eutanasia.

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In pratica, nei vent’anni circa di esistenza di questo protocollo, tra i venti e i cento bambini di età inferiore a un anno sono stati portati a morte con il consenso dei genitori. Non è noto se queste statistiche siano esaustive, in quanto non si tratta di “eutanasia” in senso legale. Questi atti sfuggono alla vigilanza delle commissioni regionali deputate a valutare ogni caso effettivo di eutanasia, in quanto il medico non è obbligato a denunciarli. Il numero (relativamente) esiguo si spiega anche con la possibilità di aborti tardivi, che vengono eseguiti sulla base di esami prenatali ed eliminano i nascituri affetti da gravi handicap fisici o mentali.

Il Protocollo di Groningen prevede diversi modi per porre fine alla vita di un neonato durante il suo primo anno di vita: dal rifiuto delle cure di sostentamento vitale – il caso di gran lunga più frequente, che potremmo definire eutanasia lenta – all’uccisione cosiddetta “attiva” mediante la somministrazione di una sostanza letale.



La modifica voluta dal ministro della Salute olandese Ernst Kuijpers — e che dovrebbe essere attuata dall’esecutivo dopo che quest’ultimo avrà consultato gli operatori sanitari su possibili criteri e protocolli per la sua applicazione — estenderà l’uso del Protocollo di Groningen, autorizzando un “fine vita attivo” a “beneficio” dei figli da uno a dodici anni, ma senza la condizione sine qua non di una espressa richiesta personale.

Per procedere sarà necessario il via libera di due medici e l’assenso esplicito di entrambi i genitori. Il medico direttamente responsabile del bambino dovrà inoltre assicurarsi che il protocollo di fine vita non venga applicato in alcun modo contro la volontà personale del bambino. Una commissione di valutazione avrà il compito, d’intesa con la Procura della Repubblica, di verificare caso per caso il rispetto degli adempimenti di legge.



La lettera del governo con cui Kuijpers ha annunciato la sua intenzione rileva che in alcuni casi – da cinque a dieci all’anno – un bambino soffre in modo tale che le cure palliative non sono in grado di fornire sollievo. In tali casi, tuttavia, quando la morte è vicina, può essere utilizzata la sedazione profonda, e in questo caso l’intenzione non è necessariamente quella di fornire la morte o di abbreviare la vita, ma di combattere il dolore che non viene superato da nessun altro trattamento. Tuttavia, questa soluzione, che di per sé non è immorale, non è accettata da alcune persone. È per scelta, anzi per ideologia, che sta avvenendo la deriva verso l’eutanasia.

Allo stesso modo, la scelta di una decisione prettamente esecutiva da parte del Consiglio dei ministri è stata dettata dalla volontà di non sottoporre al Parlamento questo tema così delicato, dato che la coalizione che sostiene il governo non mostra unità sul tema.

Gli esempi forniti per giustificare l’uccisione deliberata sono sicuramente orribili. Includono un bambino che ha gridato aiuto per tre giorni mentre si batteva la testa prima di soccombere a un tumore al cervello; o bambini che hanno crisi epilettiche quasi continue. La sofferenza dei genitori di fronte all’esperienza del figlio fa ovviamente parte dell’equazione.



L’eutanasia viene indicata come l’unica soluzione. È facile capire perché nel contesto olandese l’eutanasia stia gradualmente diventando la norma o, meglio, una cosa normale. Il cinque per cento dei decessi per eutanasia è una piccola percentuale, ma è sufficiente che ogni olandese abbia avuto un parente, un amico o un collega che ha avuto una morte “scelta” e che l’approvazione sociale si sia diffusa ampiamente. E non c’è motivo di migliorare le cure palliative nei Paesi Bassi: da qui la corsa verso sempre più uccisioni “misericordiose”.

Tutto ciò equivale ad aprire la porta all’imposizione della morte ai più deboli giustificandola sulla base della percezione della loro sofferenza da parte di terzi. Si tratta infatti di un primo passo verso l’eliminazione su vasta scala di tutti coloro che non possono ancora o non possono più esprimere la propria volontà perché molto giovani, molto anziani, molto handicappati o molto malati.

Naturalmente, non c’è dubbio che l’espressione della volontà di una persona giustifichi in qualche modo l’eutanasia o la “morte scelta”. Ma l’attuale deriva nei Paesi Bassi mostra che legalizzando l’eutanasia è stato preparato il terreno per la morte scelta… da altri.

Fonte: lifesitenews.com







I castighi divini sul mondo secondo la Beata Elena Aiello (1° parte)




CHIESA CATTOLICA | CR 1791


di Roberto de Mattei, 19 Aprile 2023 

Nel 1977 mons. Francesco Spadafora (1913-1997), un eminente biblista, allora docente alla Pontificia Università Lateranense, mi consegnò un dattiloscritto di 42 pagine contenente le “Rivelazioni di Gesù e della Madonna alla Madre Generale Suor Elena Aiello, fondatrice delle suore minime della Passione di N.S.G.C”, ricevute da questa suora tra il 15 aprile 1938 e il 22 agosto 1960. Mons. Spadafora, era stato vicino alla veggente, per oltre venticinque anni, assistendola in punto di morte e le aveva dedicato un libro dal titolo Suor Elena Aiello ‘a monaca santa (Città nuova, Roma 1964). Pubblicai una parte di queste rivelazioni private, in un articolo dal titolo Castighi divini sull’Italia e sul mondo, che apparve il 30 gennaio 1978, sul numero 33 della rivista Cristianità. Padre Livio Fanzaga ha ripubblicato e commentato questo testo a Radio Maria il 23 febbraio 2022 (https://www.youtube.com/watch?v=x5liFDdU9F0). Anche il mensile Catolicismo, pubblicato a San Paolo del Brasile, ha dedicato recentemente alle visioni di suor Elena Aiello un articolo di Luis Dufaur (Mensagens para um mundo em conflagração, in Catolicismo, n. 866, febbraio 2023, pp. 26-35).

Suor Elena Aiello, nacque a Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza, il 10 aprile 1895. La sua vita si intreccia con quella della congregazione religiosa da lei fondata nel 1928, allo scopo di raccogliere ed educare cristianamente le bambine abbandonate: le Suore Minime della Passione di N.S. Gesù Cristo, sulla scia spirituale di san Francesco di Paola, il santo taumaturgo calabrese nato a pochi chilometri dal paesino natale di suor Elena.

Il 2 gennaio 1948, vent’anni dopo la fondazione, la congregazione ottenne l’approvazione ecclesiastica. Incontrando il papa Pio XII, durante il Giubileo del 1950, suor Elena gli chiese se ritenesse che questa opera fosse secondo il cuore della Chiesa. Il Sommo pontefice le rispose: «La sua opera non finirà perché è fondata sulla Provvidenza». Suor Elena Aiello morì a Roma il 19 giugno 1961. Giovanni Paolo II l’ha dichiarata venerabile il 22 gennaio 1991 e Benedetto XVI l’ha promulga beata il 14 settembre 2011. Il decreto di beatificazione ricorda che Elena Aiello amò profondamente il Santo Padre e la Chiesa. Anima eminentemente eucaristica, soleva dire: «L’Eucarestia è l’alimento essenziale della mia vita, il respiro profondo della mia anima, il Sacramento che dà senso alla mia vita, a tutte le azioni della giornata». Il suo carisma si trova sintetizzato nella frase che Ella ripeteva quasi in maniera di litania: «non c’è amore senza sofferenza».

Dal 2 marzo 1923 fino alla morte, ogni venerdì di quaresima, in particolare ogni Venerdì Santo, suor Elena riviveva la passione di Nostro Signore, con sofferenze, sudore di sangue, visioni, rivelazioni. Il tema ricorrente di queste rivelazioni è l’annuncio di un castigo divino sull’umanità immersa nel peccato. Il 16 marzo 1951 Gesù le dice: «Gli uomini hanno scagliato contro Dio un uragano di odio. Il mio Cuore sanguina, perché gli uomini mi oltraggiano. Ovunque cerco il peccatore: Essi sono accecati dal peccato. Il mondo vive fuori del cristianesimo. (…) Il flagello è vicino; è grande il castigo; troppi sono i delitti; tremendi sono i pericoli che minacciano l’umanità: la guerra con le sue spaventevoli armi porterà rovina e morte per ogni singolo popolo. Aiutami a soffrire… devi essere la vittima per il mondo dissoluto».

Il destino della Chiesa e della città di Roma è al centro delle rivelazioni della veggente. Il 7 agosto 1954, la Madonna le dice: «Roma sarà molto travagliata, perché è macchiata di peccati molto gravi. Il fango del peccato è arrivato al colmo e [Roma] è resa una scena di delitti e di mercenari. Roma deve molto soffrire, perché è la città santa profanata e perciò sarà travagliata, ma non distrutta, dal flagello della guerra. Non permetto mai che la sede del vicario di Cristo sia in battaglia: starò curva con te mie braccia in segno di protezione; e tutti lo dovranno riconoscere negli avvenimenti che si presenteranno. Compirò la mia opera. Mentre in ogni città, in ogni luogo, pochi resteranno salvi, perché il flagello della guerra è vicino».

Il 4 marzo 1955 la Madonna rivela: «La Chiesa sarà molto travagliata: una terza parte degli uomini si salverà: il flagello della guerra è vicino: il tempo non è lontano e il mondo diventerà un vulcano di fuoco e un torrente di sangue». L’8 aprile 1955: «Guarda: gli angeli, con in mano recipienti pieni di fuoco, sono come tante fiaccole. Ogni due angeli porteranno queste fiaccole (erano come tanti tronchi d’albero). Servono per rovesciarle sul mondo. Il castigo sarà spaventoso. Scenderanno sul mondo; come tante saette di fuoco, buttate dagli angeli sulla terra. Il fuoco cadrà a pezzi. Un solo colpo, però, non cagiona la morte di tutti. Gli uomini saranno puniti secondo i debiti contratti con la giustizia divina».

Le assonanze con il messaggio di Fatima sono impressionanti. Il 7 ottobre 1956 suor Elena riporta: «La Russia spanderà i suoi errori su tutto il mondo, con persecuzioni contro la Chiesa, i sacerdoti e contro il Cristo in terra muoverà tremende rivoluzioni; la tragedia sarà terrificante, gli uomini saranno annientati (…) Verrà una guerra mai vista; tutte le nazioni scenderanno in campo di battaglia! ». E il 5 aprile 1957: «La Russia scaglierà tutte le forze del male su tutte le nazioni; la parte migliore dei ministri di Dio passerà per la purificazione come il più grande flagello mai visto nella storia del mondo».

La salvezza del mondo sta nel Cuore Immacolato di Maria. Il 22 agosto 1957 la Madonna afferma: «Per salvare le anime dall’inferno, si deve diffondere la mia devozione al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice fra gli uomini e Dio, con la consacrazione delle famiglie al mio Cuore e a quello di Gesù». E l’8 dicembre dello stesso anno: «Bisogna formare una legione di anime, un apostolato al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice e regina dell’universo».

L’11 febbraio 1958, la Madonna ribadisce: «Il mondo cristiano è in pericolo, perché è minacciato dal materialismo: il fango dei peccati, specie nella Città Eterna è arrivato al colmo. (…) Il mio Figlio, Pastore Angelico, dovrà tanto soffrire in questi giorni; e saranno agonie di morte…Bisogna che si facciano tanti atti di fede, pieni di fervore, per essere pronti all’attacco, per difendere i diritti del Cuore Immacolato di Maria mediatrice tra gli uomini e Dio, perché la mia ora è prossima».

Le profezie di suor Elena Aiello si diffusero soprattutto dopo la sua morte, ma non furono prese in considerazione, per il loro carattere apocalittico, mal tollerato dall’ottimismo di quegli anni. L’11 ottobre 1962 nella celebre allocuzione Gaudet mater ecclesia con cui apriva il Concilio Vaticano II, papa Giovanni XXIII condannava i «profeti di sventura». E “profezie di sventura” dovevano apparire quelle di suor Elena Aiello nell’epoca del dialogo, della distensione e della Pacem in terris. Oggi il clima è cambiato, ma la possibilità di un castigo divino continua ad essere rimossa dalle menti degli uomini. Una delle più fragili ragioni che possono essere addotte per rifiutare gli avvisi della beata Aiello è che sono passati sessant’anni dalla sua morte e le sue profezie, che non si sono realizzate, appartengono ormai al passato. Si dimentica però che i tempi degli uomini sono diversi da quelli di Dio, che tutto misura alla luce dell’eternità. Quando un castigo annunciato dal Signore ritarda non significa che non verrà, ma che sarà tanto più pesante quanto maggiore è il ritardo. La durezza del castigo è infatti in proporzione della gravità del peccato, ma anche della lunghezza del tempo che Dio concede per convertirsi. Il tempo viene concesso agli uomini per pentirsi e se questo non avviene alla Misericordia si sostituisce la Giustizia divina.

Gli scettici scrolleranno le spalle, ma la Chiesa ha beatificato la veggente calabrese, senza trovare nulla di riprovevole nei suoi scritti. Nessuno ha l’obbligo di credere alle rivelazioni della beata Elena Aiello, ma il cattolico prudente applica il suo discernimento a ogni voce che potrebbe venire dal Cielo, perché di queste voci la Divina Provvidenza si serve per orientare le anime nei tempi più oscuri della storia.

 (Continua)



Fonte 


mercoledì 19 aprile 2023

La messa tradizionale no, ma il “rito maya” sì



Avevamo già avuto più di una occasione per stigmatizzare rituali pagani celebrati nel corso di eventi o cerimonie cattoliche anche al cospetto di vescovi. Ma qui è ben più grave, siamo ad una vera e propria mutazione liturgica, all'abominio della desolazione, di cui avevamo segnalato un precedente qui, lanciando un allarme purtroppo inascoltato. Ora, nella nostra traduzione da Riposte Catholique apprendiamo che un documento di 31 pagine delinea il nuovo rito Maya proposto che evidenzia l'istituzione della leadership laica durante la Messa e "il rapporto con la sorella madre terra", comprese le preghiere ai quattro punti cardinali della terra. Ci vorrà un articolo-fiume per commentare ogni singolo punto tra le molte citazioni evidenziate.




19 aprile 2023

Il Nuovo Rito Maya della Messa, pieno di idolatria pagana e simbolismo, sta avanzando in Messico. Immagini e dichiarazioni dalla diocesi di San Cristóbal de las Casas in Messico mostrano chiaramente esempi di idolatria pagana, simbolismo e pratiche eretiche adottate in quella che dovrebbe essere la messa cattolica. Questa realizzazione fa seguito al noto caso della Pachamama [qui - qui], mentre la Santa Sede persegue misure drastiche contro il rito vetus ordo.

Il Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti il 27 e 28 febbraio scorso ha inviato un rappresentante in Messico per discutere di questo nuovo rito con la diocesi locale di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas; ilo che dimostra come questo progetto sia già avanzato. Il cardinale messicano Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, è uno dei principali promotori di questo nuovo rito, che sarà presentato, in aprile, prima alla Conferenza episcopale messicana e poi, in maggio, alla Santa Sede.

Il documento, intitolato Adattamenti all'Ordinario della Messa tra i popoli indigeni della diocesi di San Cristóbal de las Casas, Chiapas e datato aprile 2023, è composto da 31 pagine e spiega in dettaglio ogni cambiamento che si intende apportare al rito ordinario della Messa nel Messale Romano. Propone inoltre specifiche modifiche alle rubriche della Messa ordinaria. È stato predisposto da una commissione di quasi 20 persone – due vescovi, molti sacerdoti e alcune donne –.


La diocesi di San Cristóbal de las Casas era stata oggetto di sanzioni sotto il pontificato di Benedetto XVI per aver introdotto un nuovo diaconato permanente indigeno nel quale erano incluse nel ministero le mogli dei diaconi sposati.


Nel 2005, Roma ha persino ordinato all'allora vescovo, monsignor Arizmendi, di porre fine a queste ordinazioni. Tuttavia, subito dopo l'elezione di papa Francesco, questa situazione si è completamente ribaltata e il papa incoraggia attivamente l'“inculturazione” liturgica che continua nel sud del Messico.

Il Nuovo Rito Maya della Messa segue questo percorso rafforzando il ruolo dei laici maschi e femmine nella Messa e includendo molti rituali Maya che hanno un significato idolatrico in quella religione. I principali cambiamenti nel progetto ufficiale della nuova messa indigena sono i seguenti tre: 
- l'incensazione durante la Messa da parte di laici o laiche;
- preghiere guidate da un laico o da una laica con una nuova funzione liturgica chiamata “presidente” durante tutta la messa;
- Danze liturgiche Maya. Inoltre, è presente l'inclusione di un altare Maya senza chiamarlo col suo nome.


La diocesi vuole istituire due nuove funzioni liturgiche, espletate da un laico, uomo o donna, non scelto dalla gerarchia della Chiesa, ma dalla stessa comunità parrocchiale, poi semplicemente confermato dal vescovo. Una di queste due funzioni si chiama “presidente”, l'altra “incensatore”. Il presidente sta accanto al sacerdote e svolge un ruolo di primo piano nel recitare le preghiere comunitarie con la congregazione all'inizio, a metà e alla fine della Messa. Questo nuovo ruolo del presidente diminuisce notevolmente l'importanza del sacerdote nella messa. Nel progetto, ad esempio, possiamo leggere:

“Dopo il saluto iniziale, colui che presiede la celebrazione [il sacerdote] invita il presidente, maschio o femmina, a sollecitare la congregazione ad aprire il proprio cuore ed esprimere ad alta voce le proprie intenzioni a Dio Padre”.

Questa nuova funzione sembra essere di grande importanza. Lo spiega il progetto
“L'ufficio liturgico di presidente è conferito alla persona, uomo o donna, che è un'autorità morale nella comunità, che guida il suo popolo nella preghiera e nella fede. È colui che guida e consiglia sulla vita di fede, sulle tradizioni religiose ed è anche responsabile del buon lavoro di coloro che hanno un ministero di servizio nella comunità cristiana. Nelle celebrazioni liturgiche, la sua funzione è quella di condurre il popolo, su invito di chi presiede la celebrazione, in momenti di preghiera comunitaria”.

Questa descrizione sembra indicare che questo presidente guida anche il sacerdote, mentre è certamente considerato una guida per tutte le altre persone impegnate nella pastorale e nella liturgia di questa comunità. Questo caposcuola, precisa il documento, “è riconosciuto come guida spirituale”. La sua funzione “è diventata ancora più rilevante durante il periodo di assenza del clero nella nostra diocesi”.


Il piano della Messa Maya pone questi capi – o 'anziani' – al di sopra del diacono permanente ordinato e del suo coniuge: i capi o anziani, rappresentanti della comunità ecclesiale indigena, sono addestratori molto importanti. Devono accompagnare il diacono permanente indigeno e sua moglie con i loro consigli, la loro esperienza e la loro saggezza, assicurando che siano radicati nella comunità, secondo la loro cultura.

Come notato in precedenza, nella diocesi l'ufficio di diacono permanente sposato indigeno ha la caratteristica di includere la moglie del diacono nella forma di un quasi-ministero. Anche la moglie è coinvolta nel santuario, essendo l'incensatore, un ruolo spesso assunto dalle donne nella religione Maya.


La seconda funzione liturgica di recente invenzione è quella del "turiferario", che incensa l'altare, il sacerdote, le immagini sacre e la congregazione in momenti diversi durante la messa, a partire dall'inizio della messa, il che evidentemente sminuisce il ruolo del sacerdote. Il progetto parla dell'“incensazione della croce e dell'altare e, ove opportuno, delle immagini di Maria e dei Santi, effettuata dalla persona incaricata dall'assemblea dell'ufficio liturgico dell'incensazione”. Terminato l'incenso, i ministri si avvicinano all'altare per venerarlo”. Questo nuovo ufficio liturgico può essere esercitato anche da un uomo o da una donna, come spiega il documento:

“Pertanto si propone che all'interno delle popolazioni indigene della diocesi, l'ufficio liturgico dell'incenso per tutte le azioni liturgiche della Chiesa resti nelle mani di persone, uomini o donne, nominate dalla comunità e approvate dall'Ordinario”.

L'aspetto più inquietante è l'inclusione di pratiche religiose esplicitamente maya nella liturgia cattolica. Il progetto arriva persino ad affermare che le pratiche Maya sono essenziali per le popolazioni indigene per relazionarsi con Dio, sottintendendo che l'antico modo pagano di pregare è ancora più efficace delle preghiere del Santo Sacrificio della Messa.


Il piano ufficiale per la messa di rito maya, ad esempio, parla dell'importanza della preghiera comunitaria guidata dal presidente e accompagnata da una cerimonia con l'accensione delle candele e musica. Questo rituale, afferma il documento, è essenziale affinché gli indigeni incontrino Dio.

“Pregare ad alta voce e in comune, sotto la guida di un presidente, è la via per aprire il proprio cuore a Dio, per entrare in rapporto diretto con Lui, per dialogare con Lui. Senza questo elemento manca il cuore per partecipare, ascoltare la sua parola. Per questo la preghiera comunitaria guidata dal presidente è un elemento essenziale che deve essere inserito nell'ordinario della messa celebrata con i popoli originari di questa diocesi. Senza questo elemento non si può entrare propriamente in un rapporto personale con Dio, come previsto nei riti iniziali della celebrazione dell'Eucaristia”.

In altre parole, senza l'antico modo di pregare ad alta voce, con l'antico rito di accendere le candele sul pavimento davanti all'altare – pratica derivata dai riti pagani del popolo Maya – sembrerebbe diminuita l'incidenza del Sacrificio della Messa.

“Abbiamo anche l'elemento storico, poiché è così che queste culture hanno vissuto il loro rapporto con Dio. In questo modo, la celebrazione dell'Eucaristia e il modo di pregare proprio di questi popoli non rimangono come qualcosa di estraneo o separato, ma si fanno insieme, tutti in armonia, compreso il creato”.

Non è chiaro, alla luce della fede cattolica, come i cattolici possano partecipare alla Messa con la sensazione di essere in “armonia con il creato”. È interessante notare che il documento cita il cardinale Carlo Maria Martini, l'ex arcivescovo di Milano che fu a capo del gruppo modernista di San Gallo. La riflessione del cardinale Martini sulla triplice confessione ci permette di comprendere meglio il senso di questa modalità di preghiera. Vediamo che in questo tipo di preghiera si esercita questa triplice confessio: la confessio laudis (la confessione della lode), la confessio vitae (la confessione della vita), la confessio fidei (la confessione della fede). Non ci aspettavamo una citazione da questo presule modernista in un documento scritto da vescovi e sacerdoti messicani. Tuttavia, guardando il progetto e vedendo il nome del suo autore, ciò diventa più comprensibile.


L'autore del progetto è padre Felipe Jaled Ali Modad Aguilar, sacerdote gesuita, così come sono gesuiti il ​​cardinale Martini e papa Francesco, che dall'inizio del suo pontificato nel 2013 ha sostenuto in pieno questo processo di inculturazione nella diocesi di San Cristobal de las Casas. Questo stesso sacerdote gesuita era già coinvolto nella preparazione del sinodo amazzonico del 2019 [vedi]. Nel giugno 2019, LifeSiteNews ha pubblicato un elenco dei partecipanti a un incontro segreto vicino a Roma in preparazione di questo sinodo, tra cui Aguilar [vedi]. Questo sacerdote gesuita è membro del gruppo per le relazioni interreligiose della Compagnia di Gesù e, come tale, responsabile delle religioni indigene nelle Americhe. Pertanto, quando papa Francesco è venuto a San Cristobal de las Casas nel 2016, Aguilar ha tradotto l'omelia papale durante la messa in una delle lingue native.

Poiché svolge un ruolo così importante in questo nuovo rito Maya della Messa, dovrebbe essere citato direttamente. In un post del 2021 sul Sinodo sulla sinodalità, Aguilar parla della spiritualità indigena in termini positivi:

“In particolare, per me, l'elemento che ha attirato maggiormente l'attenzione nella direzione del discernimento nelle tradizioni religiose dei popoli indigeni è l'importanza che esse danno per far sì che le decisioni prese siano in armonia con la natura, con il creato. In molti casi è necessario consultare gli antenati (gli antenati che sono morti ma che continuano a far parte della comunità) per assicurarsi che le decisioni prese siano anche in sintonia con loro. L'armonia che scaturisce dalla decisione presa è un elemento essenziale di ogni processo di discernimento”.

Un'altra indicazione che la commissione messicana per questo nuovo rito Maya potrebbe essere positivamente incline ad accettare il significato maya dei simboli e dei rituali che intende includere nel rito della Santa Messa è il fatto che un sacerdote membro della commissione diocesana presiede un parrocchia ricca di culti pagani: Padre Víctor Manuel Pérez Hernández della parrocchia di San Juan Chamula. San Juan Chamula è noto per i suoi sacrifici di animali e altre pratiche di culto non cattolico o pagano.

Il testo continua:

“Entrando, i visitatori sono sopraffatti dall'aroma dell'incenso alla resina di copale e dal fumo di migliaia di candele. Le pareti sono costeggiate da statue di santi ornate di specchi per allontanare il male. Non ci sono banchi, freschi aghi di pino ricoprono il pavimento vuoto da davanti a dietro. I fedeli sono divisi in piccoli gruppi. Ogni famiglia occupa uno spazio vuoto e attacca un assortimento di candele direttamente su lastre di pietra. Lasciano che le candele si consumino completamente durante e dopo le loro cerimonie personali, lasciando dietro di sé pozze di cera multicolore. I fedeli pregano ad alta voce in tzotzil [una lingua indigena], a volte piangono e si fanno più volte il segno della croce. Bevono Coca-Cola e "pox" - l'alcool locale - e ruttano con l'intenzione di evacuare gli spiriti maligni. A volte alla famiglia si unisce un curandero [sciamano] che può imporre le mani sui malati, assorbire le loro malattie in un uovo di gallina o guarirli scuotendovi sopra una gallina viva. In casi estremi, la gallina viene uccisa sul posto”.

Questa descrizione, da sola, suggerisce che le cerimonie pagane hanno preso il sopravvento su questa chiesa un tempo cattolica, mentre questa parrocchia ha ancora un prete cattolico, Hernández. Nel documento ufficiale della diocesi è citato come uno dei membri della commissione che lavora al nuovo rito della messa maya. Nel maggio dello scorso anno, il signor Hernández ha annunciato su Facebook una messa celebrata in questa stessa chiesa. All'inizio di questo mese, ha anche pubblicato un video di una visita pastorale del vescovo locale, monsignor Rodrigo Aguilar Martinez, che partecipa a una messa all'aperto in una danza rituale con sonagli. In un altro video della stessa visita pastorale, si vede il vescovo davanti alla stessa chiesa parrocchiale. Hernandez ha anche pubblicato una volta, nel 2018, il momento della consacrazione durante la messa, in cui si vede un sacerdote usare una tavola che è sia un altare maya che un altare, e si suonano corni indigeni invece delle campanelle sacre.

La spiegazione del motivo per cui i parrocchiani dovrebbero partecipare all'accensione delle candele davanti all'altare durante la Messa è spiegata dal piano ufficiale come segue:

“La preghiera comunitaria con l'accensione delle candele è stata una delle forme di preghiera più utilizzate tra le popolazioni indigene, attraverso la quale si esprimono tutte le istanze che la comunità porta nel cuore. Oltre alla celebrazione dell'Eucaristia, questa forma di preghiera serve per chiedere l'aiuto di Dio nelle più diverse circostanze della vita: preghiere nei campi, all'inizio della semina, per chiedere un buon raccolto, per offrire le primizie del raccolto, alla nascita dei bambini, nelle preghiere alle fonti d'acqua, per pregare per i propri animali, nella benedizione di una casa, nelle preghiere per i defunti... Questa modalità di preghiera è uno dei mezzi a disposizione di questi popoli per esprimere più fortemente la loro fiducia in Dio, perché è un gesto che consiste nel mettere nelle loro mani i momenti più importanti della loro vita”.

Con questo commento, gli autori del progetto sembrano sottintendere che l'antico rito dell'accensione delle candele sia uno strumento più potente per le popolazioni indigene rispetto al Santo Sacrificio della Messa.


Questa cerimonia, accompagnata dall'inchino del capo, dal contatto con la terra e dal dolce canto, ha lo scopo di entrare in contatto non solo con Dio, ma anche con gli antenati e la madre terra, ponendo così Dio sullo stesso piano di queste altre entità.

“Questa preghiera esprime anche i quattro significati di relazione: relazione con Dio Uno e Trino, relazione con gli altri vivi o defunti (che comprende i santi e tutti i defunti che ci hanno preceduto nella fede), relazione con me e relazione con la nostra sorella madre terra”

La cerimonia dell'accensione delle candele è legata all'installazione di un altare maya, descritto nella bozza della commissione senza essere chiamato con il suo nome proprio. Il documento descrive questo altare come posto all'interno della chiesa, vicino all'altare vero e proprio, e menziona nuovamente i colori simbolici Maya: rosso, nero, bianco e giallo, così come i quattro punti cardinali, o direzioni:

“Accanto all'altare sono poste piante, fiori, frutti e semi della regione, oltre a candele di diversi colori (rosse, nere, bianche, gialle, verdi e blu). Nel punto che segna la direzione dell'est, si mette una candela rossa e frutti e fiori dello stesso colore; verso ovest, si posiziona una candela nera e frutti e fiori vicini a questa tonalità; verso nord, si pone una candela bianca e frutti e fiori dello stesso colore; verso sud si porrà una vena gialla e frutti e fiori dello stesso colore. Infine, al centro di questo spazio, dove si intersecano i quattro punti cardinali, si collocherà un crocifisso, una Bibbia e accanto una candela blu e una verde, oltre ad acqua, terra e una lumaca”.

Il progetto propone che le preghiere comunitarie guidate dal “conduttore” possano essere indirizzate ai quattro punti cardinali della terra: “In occasioni speciali”, precisa il progetto, “questa preghiera può essere reindirizzata invocando Dio dai quattro punti cardinali” . Invocare Dio dai quattro punti cardinali implica il politeismo nella tradizione maya: le quattro direzioni della terra – nord, ovest, sud, est – sono tradizionalmente legate agli dei.


La preghiera alle quattro direzioni della Terra è descritta dalla Commissione Diocesana del Nuovo Rito in un modo che pone Dio sullo stesso piano degli antenati. Ecco il documento che collega nuovamente le quattro direzioni a questo rito:

“Dopo l'invito alla preghiera, si accende la candela rossa e ci si avvia verso Oriente, ci si inchina e un presidente rivolge una preghiera a Dio, ringraziando per la luce del sole, che è l'inizio della vita. Quindi accendiamo la candela nera e ci dirigiamo a ovest, facciamo un inchino e offriamo una preghiera a Dio, presentandogli l'oscurità della vita, i problemi, la notte, con la speranza che non darà una nuova vita, dopo il tramonto. Poi accendiamo la candela bianca e tutti si dirigono verso nord, facciamo un inchino e una guida rivolge una preghiera a Dio, ricordando gli antenati, la storia della comunità, ma anche i pericoli del gelo e del freddo che minacciano le persone. Poi accendiamo la candela gialla e tutti si dirigono a sud, ci inchiniamo e un presidente rivolge una preghiera a Dio, ringraziando per la fecondità della terra, per il dono della donna che dà la vita. Poi si accendono al centro le candele verdi e blu; tutti si recano a questo punto e un presidente dirige una preghiera a Dio, per acclamare Gesù Cristo, cuore del cielo e cuore della terra, in cui la mano dell'uomo è unita alla mano divina, al cielo e alla terra, e che è il centro della nostra vita cristiana, il cuore della nostra celebrazione eucaristica”.

Secondo lo schema ufficiale del nuovo rito maya, “al posto del canto di lode”, come raccomanda la Chiesa, “il ringraziamento può essere espresso con una danza”. È un “ringraziamento collettivo”.

“nella danza, i piedi accarezzano il volto della Madre Terra, compiendo movimenti leggeri. Si saluta il volto di Dio muovendosi verso le quattro direzioni dell'universo. Si danza con il cuore al ritmo della musica strumentale di questi popoli e si dialoga personalmente con Dio. È un tempo di gioia o di lacrime, in cui si sente la misericordia di Dio, la sua pace e il suo amore. È tempo di sentire la vicinanza dei nostri fratelli e sorelle, che danzano insieme, verso lo stesso essere. Dio danza in mezzo a noi, alziamo lo sguardo per vedere i volti dei nostri fratelli e sorelle e ci sorridiamo l'un l'altro. Ma è anche sentire la presenza di Gesù, dei santi, dei nostri antenati, che danzano con noi, non come un'immaginazione forzosa ma come una presenza spirituale reale, in una comune armonia. Sant'Agostino ha giustamente detto che "chi canta prega due volte", e da questa esperienza possiamo dire: "chi balla prega tre volte".

Va notato in questo testo che gli antenati sono “realmente presenti spiritualmente” in questa danza rituale, che sembra andare contro la concezione cattolica.





martedì 18 aprile 2023

Perché Dio ha fatto gli animali capaci di difendersi da sé, mentre l’uomo no? Ci risponde sant’Alfonso





18 APRILE 2023


Sant’Alfonso Maria de’ Liguori così scrive ne Il gran mezzo della preghiera, capitolo I:


Il Signore ha provveduto gli animali di unghie, di penne, ecc… affinché possano conservare e difendere il loro essere.

Ma l’uomo lo ha fatto in tale maniera che avesse bisogno di Lui.

L’uomo è impotente a difendersi, perché così Dio ha voluto.

Insomma, Dio vuole che tutto ciò che l’uomo ha lo riceva da Lui.

Ma questo aiuto della grazia, il Signore vuole che ordinariamente l’uomo lo ottenga con la preghiera. (…).

Dunque anche questo ci fa capire quanto è necessaria la preghiera per la nostra salvezza.