domenica 13 agosto 2017

Ogni cristiano è spiritualmente un Vandeano!





Siamo lieti di pubblicare la nostra traduzione [del blog Messainlatino]di alcuni stralci dell'omelia pronunziata ieri, 12 agosto, dal Card. Robert Sarah a Saint Laurent sul Sèvres - in Vandea - in apertura delle celebrazioni per i 700 anni della Diocesi di Luçon.



Cari fratelli, noi cristiani abbiano bisogno dello spirito dei Vandeani! Abbiamo bisogno di un tale esempio! Come loro, abbiamo bisogno di abbandonare le nostre semine, le nostre messi, i solchi tracciati dai nostri aratri, per combattere, e non a difesa di interessi umani, ma per Dio!

Chi, dunque, si leverà in piedi, oggi, per Dio? Chi oserà affrontare i moderni persecutori della Chiesa? Chi avrà il coraggio di alzarsi senza altre armi se non il rosario e il Sacro Cuore, per affrontare le colonne della morte dei nostri tempi, che sono il relativismo, l’indifferentismo e il disprezzo di Dio? Chi dirà a questo mondo che la sola libertà per cui valga la pena di morire è la libertà di credere?

Fratelli, come i nostri fratelli vandeani di un tempo, siamo oggi chiamati alla testimonianza, vale a dire al martirio!
Oggi in Oriente, in Pakistan, in Africa, i nostri fratelli cristiani muoiono per la loro fede, schiacciati dalle colonne dell’Islamismo persecutore. E dunque tu, popolo di Francia, tu, popolo della Vandea, quando prenderai le armi pacifiche della preghiera e della carità per difendere la tua fede? Cari amici, il sangue dei martiri scorre nelle vostre vene, siategli fedeli!

Tutti noi siamo spiritualmente figli della Vandea martire! Anche noi africani, che abbiamo ricevuto tanti missionari vandeani venuti a morire tra noi per annunciare il Cristo! Dobbiamo essere fedeli alla loro eredità!

In questo luogo, ci circonda lo spirito di questi martiri. Che cosa ci dicono? Che cosa vogliono trasmetterci?
Innanzi tutto il loro coraggio! Quando si tratta di Dio, non è possibile nessun compromesso! L’onore di Dio non si discute! E ciò deve iniziare dalla nostra vita personale, di preghiera e d’adorazione. È tempo, fratelli, di rivoltarci contro l’ateismo pratico che soffoca la nostra vita. Preghiamo in famiglia, lasciamo a Dio il primo posto! Una famiglia che prega è una famiglia che vive! Un cristiano che non prega, che non sa lasciare spazio a Dio mediante il silenzio e l’adorazione, finisce per morire!

Dall’esempio dei Vandeani dobbiamo anche imparare l’amore del Sacerdozio. È perché i loro “buoni preti” erano minacciati che essi si sono ribellati. Voi più giovani, se volete essere fedeli all’esempio dei vostri antenati, amate i vostri sacerdoti, amate il sacerdozio! Dovete chiedervi: sono anch’io chiamato ad essere prete sulla scia di tutti questi buoni preti martirizzati dalla Rivoluzione? Avrei anch’io il coraggio di donare tutta la vita per Cristo e per i miei fratelli?

I martiri della Vandea ci insegnano ancora il senso del Perdono e della misericordia. Di fronte alla persecuzione, di fronte all’odio, hanno conservato nel loro cuore la cura della pace e del perdono. Ricordatevi come il comandante Bonchamps fece rilasciare cinquemila prigionieri pochi minuti prima di morire. Sappiamo affrontare l’odio senza risentimento e senza animosità. Siamo l’armata del Cuore di Gesù, come lui vogliamo essere pieni di dolcezza!

Infine, dobbiamo apprendere dai martiri vandeani il senso della generosità e del dono gratuito.
I vostri avi non si sono battuti per i loro interessi. Non avevano nulla da guadagnare. Oggi ci danno una lezione d’umanità. Viviamo in un mondo segnato dalla dittatura del danaro, dell’interesse, della ricchezza. La gioia del dono gratuito è ovunque disprezzata e schernita. Ebbene: solo l’amore generoso, il dono disinteressato della propria vita possono sconfiggere l’odio di Dio e degli uomini, che è l’origine di ogni rivoluzione. I vandeani ci hanno insegnato a resistere a tutte queste rivoluzioni. Ci hanno mostrato che di fronte alle colonne infernali, come di fronte ai campi di sterminio nazisti, di fronte ai gulag comunisti, come di fronte alla barbarie islamista, non c’è che una sola risposta: il dono di sé, di tutta la propria vita. Solo l’amore è il vincitore delle potenze di morte!
Ancora oggi, forse oggi più che mai, gli ideologi della rivoluzione vogliono annientare il luogo naturale del dono di sé, della generosità gioiosa e dell’amore. Voglio dire la famiglia!
L’ideologia del gender, il disprezzo della fecondità e della fedeltà sono i nuovi slogan di questa rivoluzione. Le famiglie sono diventate tante Vandee da sterminare. Si pianifica metodicamente la loro scomparsa, come un tempo quella della Vandea.

Questi nuovi rivoluzionari si stizziscono davanti alla generosità delle famiglie numerose. Deridono le famiglie cristiane, perché incarnano tutto ciò che essi odiano. Sono pronti a lanciare sull’Africa delle nuove colonne infernali per fare pressione sulle famiglie e imporre sterilizzazione, aborto e contraccezione. L’Africa resisterà come la Vandea! Ovunque, le famiglie cristiane devono essere le gioiose avanguardie di una rivolta contro questa nuova dittatura dell’egoismo!

È ormai nel cuore di ogni famiglia, di ogni cristiano, di ogni uomo di buona volontà, che deve insorgere una Vandea interiore! Ogni cristiano è spiritualmente un Vandeano! Non permettiamo che sia soffocato, in noi, il dono generoso e gratuito. Sappiamo, come i martiri della Vandea, attingere questo dono alla sua fonte: il Cuore di Gesù. Preghiamo perché una possente e gioiosa Vandea interiore si levi nella Chiesa e nel mondo. Amen!


L'originale francese si può trovare qui




fonte: Messainlatino







venerdì 11 agosto 2017

QUESTI SI CHE SONO AUTENTICI PASTORI!! Importantissima conferenza del card. Burke




Il testo della conferenza del card. Burke (Galt House, Louisville, Kentucky 22 luglio 2017) è stato tradotto in italiano dalla Guarini («Il Messaggio di Fatima: Pace per il mondo» - Raymond Leo card. Burke) ed è reperibile in italiano integralmente qui. Ne riporto ampi stralci, le parti che mi sono sembrate più significative, semplificando la lettura a chi avesse il tempo "ridotto". Ma chi può, se lo legga tutto che ne vale la pena. I titoli all'inizio delle sezioni, i grassetti e i corsivi sono miei e li ho inseriti per facilitare la recezione e l'assimilazione del contenuto.
Buona lettura!




I. Sulla situazione nel mondo

"Viviamo nei momenti più turbolenti del mondo e anche della Chiesa. La secolarizzazione ha devastato la cultura di molte nazioni, specialmente in Occidente, alienando la cultura dalla sua unica vera fonte in Dio e nel Suo progetto per noi e per il nostro mondo. Ed ecco l'attacco giornaliero e diffuso contro la vita umana innocente e indifesa con la conseguente violenza senza precedenti nella vita familiare e nella società in generale. Ed ecco l' ideologia del genere sempre più virulenta, che propaga una totale confusione sulla nostra identità maschile e femminile, e porta alla profonda infelicità e persino alla diffusa autodistruzione nella società. Ed ecco anche il diniego della libertà religiosa che tenta di ostacolare, se non scongiurare completamente, qualsiasi discorso pubblico su Dio e il nostro indispensabile rapporto con Lui. Con la negazione della libertà religiosa accade che le persone timorate di Dio sono forzate ad agire contro la loro retta coscienza, cioè contro la legge di Dio scritta nel cuore dell'uomo. In paesi che si presumono liberi, il governo impone alla prassi sociale l'aborto, la sterilizzazione, la contraccezione, l'eutanasia e la mancanza di rispetto per la sessualità umana, fino al punto da indottrinare i bambini piccoli con l'iniqua "teoria del gender". Allo stesso tempo, il materialismo ateo e il relativismo conducono alla ricerca senza scrupoli di salute, piacere e potere, mentre le norme di legge, dettate dalla giustizia, sono calpestate (...)".


II. Sulla confusione nella Chiesa

"In modo diabolico, la confusione e l'errore che ha portato la cultura umana verso morte e distruzione sono entrati anche nella Chiesa, così che essa si avvicina alla cultura senza mostrar di conoscere la propria identità e missione, senza mostrare la chiarezza e il coraggio di annunciare il Vangelo della Vita e dell'Amore Divino alla cultura radicalmente secolarizzata. Ad esempio, dopo che il 30 giugno il Parlamento tedesco ha deciso di accettare il cosiddetto "matrimonio omosessuale", il Presidente della Conferenza Episcopale tedesca ha dichiarato che la decisione non era una preoccupazione importante per la Chiesa che, secondo lui, dovrebbe essere più preoccupata per l'intolleranza verso le persone omosessuali" (...).

"Recentemente, il 4 marzo scorso, quando ho parlato con il cardinale Meisner di Colonia, egli era sereno, ma, al tempo stesso, ha espresso la sua determinazione a continuare il combattimento per Cristo e per le verità che ci insegna, in una linea ininterrotta, attraverso la Tradizione Apostolica.
La fedeltà del cardinale Meisner al suo ufficio di pastore del gregge, anche dopo la cessazione della carica di Arcivescovo di Colonia, è stata una straordinaria fonte di forza per molti altri pastori della Chiesa che lottano ogni giorno per guidare il gregge alla maniera di Cristo. Chissà perché mai molti pastori tacciono sulla situazione in cui si trova la Chiesa o hanno abbandonato la chiarezza del suo insegnamento per la confusione e l'errore, pensando erroneamente di affrontare in modo più efficace il collasso totale della cultura cristiana" (...).

"Qualche tempo fa, un cardinale a Roma ha commentato quanto sia bene che i media secolari non attacchino più la Chiesa, come avveniva così ferocemente durante il pontificato di papa Benedetto XVI. La mia risposta è stata che l'approvazione dei media secolari è per me, al contrario, segno che la Chiesa sta fallendo nella sua chiara e coraggiosa testimonianza al mondo per la salvezza del mondo" (...).

"La pienezza del potere (plenitudo potestatis) indispensabile per l'esercizio dell'ufficio del Successore di Pietro è falsamente rappresentata come potere assoluto, tradendo così il Primato del successore Pietro che è il primo tra noi nell'obbedire a Cristo vivente per noi nella Chiesa attraverso la Tradizione Apostolica. Le voci secolari promuovono l'immagine del Papa come riformatore rivoluzionario, cioè come colui che intraprende la riforma della Chiesa rompendo con la tradizione, con la norma della fede (regula fidei) e la corrispondente norma di legge (regula iuris). Ma l'ufficio di Pietro non ha nulla a che fare con la rivoluzione, che è soprattutto un termine politico e mondano" (...). La pienezza del potere, l'esercizio senza ostacoli dell'ufficio del Romano Pontefice, servono proprio a proteggerlo da quel tipo di pensiero mondano e relativista che porta alla confusione e alla divisione. Inoltre gli permettono di annunciare e difendere la fede nella sua integrità" (...).

"Ricordo che uno degli eminenti padri della sessione straordinaria del Sinodo dei Vescovi, tenutosi nel mese di ottobre del 2014, mi si è avvicinato durante una pausa per dirmi: "Cosa sta succedendo? Chi di noi sostiene ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato è ora chiamato nemico del Papa?". Con la conseguenza che si è tentati di rimanere in silenzio o di cercare di spiegare la dottrina con un linguaggio che confonde o addirittura contraddice la dottrina. Sento il dovere di correggere la comprensione dei fedeli sull'insegnamento della Chiesa e sulle dichiarazioni del Papa col metodo di distinguere, come ha sempre fatto la Chiesa, le parole dell'uomo che è papa dalle parole del papa come vicario di Cristo in terra" (...).

"Nel Medioevo, la Chiesa ha parlato dei due 'corpi' del Papa: il corpo dell'uomo e il corpo del Vicario di Cristo (...)". Papa Francesco ha scelto di parlare spesso nel suo primo corpo, quello dell'uomo che è Papa. Infatti, anche nei documenti che in passato hanno rappresentato un insegnamento più solenne, egli afferma chiaramente che non sta offrendo insegnamenti magisteriali ma il suo pensiero. Tuttavia coloro che sono abituati ad un diverso modo di parlare papale vogliono fare di ogni sua affermazione Magistero. Ciò è contrario alla ragione e a ciò che la Chiesa ha sempre creduto. È semplicemente sbagliato e dannoso alla Chiesa ricevere ogni dichiarazione del Santo Padre come espressione dell'insegnamento papale o magistero" (...).

"Qualsiasi dichiarazione del Romano Pontefice deve essere compresa nel contesto dell'insegnamento e della pratica costante della Chiesa, affinché la confusione e la divisione dell'insegnamento e della pratica della Chiesa non entrino nel suo corpo a grande danno delle anime e grande danno dell'evangelizzazione del mondo" (...).

"Pur mantenendo saldamente la fede cattolica per quanto riguarda l'Ufficio Petrino, non possiamo cadere in un'idolatria del papato che renda ogni parola pronunciata dal Papa come dottrina, anche se viene interpretata in modo contrario alla stessa parola di Cristo, ad esempio, per quanto riguarda l'indissolubilità del matrimonio" (...).

"Non si tratta di un legittimo cosiddetto "pluralismo" nella Chiesa, che è una legittima differenza di opinione teologica. I fedeli non sono liberi di seguire le opinioni teologiche che contraddicono la dottrina contenuta nelle Sacre Scritture e nella Sacra Tradizione e confermata dal Magistero ordinario, anche se tali opinioni trovano ampia udienza nella Chiesa e non vengono corrette dai suoi pastori come sono invece obbligati a fare" (...).


II. Sul messaggio e sul segreto di Fatima
"Osservando il centenario delle apparizioni di Nostra Signora di Fatima, dobbiamo ricordare come il suo messaggio o, come viene chiamato: il suo segreto, è destinato principalmente ad affrontare l'apostasia diffusa nella Chiesa e il fallimento dei suoi pastori nel correggerlo.
Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria è, innanzitutto e principalmente, il trionfo della Fede che ci insegna qual è il giusto rapporto con Dio e con gli altri" (...).

III. La nostra risposta in questi tempi apocalittici...

"Quale poi deve essere la nostra risposta ai tempi estremamente difficili in cui viviamo, tempi che realisticamente sembrano apocalittici? Deve essere la risposta della fede, della fede nel Nostro Signore Gesù Cristo che è vivo per noi nella Chiesa" (...). Conosciamo quanto ci insegna Cristo nella Chiesa. È contenuto nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che è l'insegnamento ufficiale della Chiesa. Il suo insegnamento non cambia. In mezzo alla confusione e alla divisione attuale, dobbiamo studiare più attentamente gli insegnamenti della fede contenuti nel Catechismo della Chiesa Cattolica e essere disposti a difendere quegli insegnamenti contro ogni falsità che possa erodere la fede e quindi l'unità della Chiesa" (...).

"Per rimanere completamente uniti a Cristo, per essere un cuore solo con il Sacro Cuore di Gesù, dobbiamo andare alla Beata Vergine Maria, Madre di Cristo e Madre della Chiesa, per imitare l'unità del suo Cuore Immacolato con il glorioso cuore trafitto di Gesù e per chiedere la sua materna intercessione" (...).

"Invocando l'intercessione della Beata Vergine Maria, dobbiamo anche invocare frequentemente durante il giorno l'intercessione di San Michele Arcangelo. Non c'è dubbio che la Chiesa si trovi a vivere un momento particolarmente feroce di battaglia contro le forze del male, contro Satana e le sue coorti. C'è un coinvolgimento decisamente diabolico nella confusione, divisione e errore sempre diffusi all'interno della Chiesa" (...).

"La nostra Madre benedetta ci rende consapevoli della nostra comunione con tutti i santi e, in modo particolare, con san Giuseppe, il suo casto sposo e padre adottivo del suo divin Figlio. San Giuseppe è il patrono della Chiesa universale. Dobbiamo pregare ogni giorno per la pace della Chiesa, per la sua protezione contro ogni forma di confusione e divisione che sono sempre opera di Satana. Non senza ragione, uno dei titoli di San Giuseppe è "Terrore dei demoni". Come buon padre, intercederà per la Chiesa, il Corpo Mistico di Cristo.
La nostra Madre ci conduce anche a chiedere l'intercessione di San Pietro per il suo successore, Papa Francesco, perché sappia risolvere al meglio la grave situazione del mondo e della Chiesa, insegnando fedelmente la parola di Cristo e indirizzandolo al comportamento amorevole e fermo di un vero padre spirituale per la situazione del mondo d'oggi" (...).

"Avvicinandoci alla Madre di Dio che ci conduce in modo incessante al suo Divin Figlio, dobbiamo rimanere sereni in ragione della nostra fede in Cristo che non permetterà alle "porte dell'inferno" di prevalere contro la sua Chiesa. Serenità non significa ignorare o negare la gravità della situazione in cui si trovano il mondo e la Chiesa. Significa piuttosto che siamo pienamente consapevoli della gravità della situazione, mentre allo stesso tempo presentiamo tutte le esigenze del mondo e della Chiesa a Cristo nostro Salvatore per intercessione della Beata Vergine Maria, San Michele Arcangelo, San Giuseppe, e tutta la comunione dei santi.Serenità significa che non cediamo ad una disperazione mondana che si esprime in modi aggressivi e ingiuriosi. La nostra fiducia è in Cristo. Sì, dobbiamo fare tutto quanto è in nostro potere per difendere la nostra fede cattolica in qualsiasi circostanza in cui è sotto attacco, ma sappiamo che la vittoria appartiene in definitiva e unicamente a Cristo. Così, quando noi abbiamo fatto tutto quello che possiamo, restiamo in pace, anche se riconosciamo che rimaniamo "servi inutili" (...).

"È mia speranza che queste riflessioni siano utili per vivere la vostra fede cattolica il più pienamente e perfettamente possibile in questi tempi travagliati. Spero, in modo particolare, che vi aiuteranno a vivere la vita della pace secondo il Cuore Immacolato di Maria, dal quale il Figlio di Dio ha preso un cuore umano, al fine di acquistare la pace per i nostri cuori per sempre" (...).

"Non dubitiamo mai che la Beata Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Grazia Divina, ci condurrà al suo Divin Figlio, affinché i nostri cuori, una cosa sola con il suo Cuore Immacolato, possano sempre riposare nel Suo Cuore, unica fonte della nostra salvezza".


Conclusione: (nostra)
La nostra più sentita gratitudine al Cardinale per la sua "parresia" apostolica! Parlare con verità, denunciare l'errore, annunciare la vera e non falsa speraza che non elude la prospettiva della croce ma la contempla come possibilità reale e attuale per i veri credenti fedeli a Dio e alla sua Chiesa oggi e come unico strumento per ottenere la Pace che attendiamo con il Regno del Trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

E' di pastori che agiscono e parlano in questo modo che il popolo di Dio ha urgente bisogno oggi più che mai!!









https://gloria.tv/Tempi%20di%20Maria



giovedì 10 agosto 2017

Se i cattolici assolutizzano il dialogo è perché stanno diventando protestanti



L’assolutizzazione del dialogo deriva proprio dalla penetrazione nella Chiesa cattolica della mente protestante.
di Stefano Fontana (08-08-2017)

Silvio Brachetta, in un interessante articolo pubblicato su Vita Nuova on line (leggi) ha commentato il parere sul dialogo espresso dal famoso teologo protestante Jurgen Moltmann, il padre dalla “teologia della speranza”. Brachetta giustamente apprezza la diagnosi di Moltmann: abbiamo fatto del dialogo un dialogo fine a se stesso e abbiamo perso per strada che il dialogo serve alla verità, altrimenti è morto.

La questione dell’abuso cattolico del dialogo è antica. Già le opere pre-conciliari di Karl Rahner ponevano le basi per un dialogo senza contenuti. Il conciliarismo successivo al Vaticano II ha applicato e sviluppato il concetto, utilizzando maldestramente l’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI. Oggi si dialoga senza sapere più per quali contenuti dialogare. Non si disputa più, solo si dialoga dando fondamentale importanza – come giustamente segnala Brachetta – all’atto stesso del dialogare.

Il gesuita Karl Rahner (1904-1984) 
con il teologo protestante Karl Barth (1886-1968).


Vorrei interloquire qui con Silvio Brachetta su un punto: a mio parere questo vizio è dovuto alla penetrazione del protestantesimo nella mente cattolica. E’ significativo, a rovescio, che la critica al dialogo per il dialogo venga da un protestante come Moltmann, proprio perché all’origine di questo impianto concettuale sta Lutero. Vuoi vedere che i protestanti si ravvedono prima dei cattolici?

La teologia cattolica ha sempre insegnato che la fede è composta di due aspetti: la fides qua, ossia l’atto personale di fede, e la fides quae, ossia i contenuti rivelati che si credono per l’autorità di Dio rivelante. Lutero separa i due aspetti, anzi elimina il secondo, sicché la fede è solo un rapporto soggettivo di coscienza del fedele con Dio. E’ una fede “fiduciale”, un fidarsi cieco, un mettersi nelle mani di Uno senza motivi di contenuto. La fede protestante è infatti una fede senza dogmi e la Chiesa è solo spirituale, fatta cioè da tutti coloro che si affidano, in questo modo “fiduciale”, a Cristo.

Per questo motivo l’unità non è data dalla comune confessione degli stessi contenuti di fede, come la Chiesa cattolica ha sempre insegnato a cominciare, appunti, dai Confessori della Fede, ma è data dal con-venire delle singole soggettività in un unico atto di fiducia. Il con-venire soggettivo sostituisce i motivi rivelati del convenire stesso.

L’accento si sposta sull’atto e non più sui contenuti dell’atto. Ecco perché oggi, anche nella Chiesa cattolica, la pastorale “come azione ecclesiale“ viene prima della dottrina, ne é¨ indipendente e, addirittura, riformula la dottrina. Si tratta di una concezione di origine protestante. Ecco perché ad ogni convegno ecclesiale si insiste sulla bellezza del con-venire, anche se in queste convention poi si sentono mille eresie dal punto di vista dogmatico. Ecco perché si parla di una Chiesa “plurale” o “aperta”, secondo l’indicazione di Karl Rahner – che era cattolico nella forma ma protestante nei contenuti – della quale possono fare parte tutti, compresi eretici ed atei. La fides quae viene persa di vista o, comunque, considerata di importanza derivata. L’eresia viene derubricata a diversità di opinione.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla tragedia del piccolo Charlie Gard. Gli uomini di Chiesa sono arrivati in ritardo, hanno balbettato cose diverse, il quotidiano Avvenire ha deviato l’attenzione dai temi veri e ha detto l’opposto di quanto aveva detto nel 2009 per Eluana Englaro. Non siamo più in grado di confessare insieme nemmeno i principi elementari della legge morale naturale e nemmeno i dieci comandamenti. Su molte cose lasciamo che sia la coscienza a discernere. Alla Chiesa del con-venire manca sempre di più¹ su cosa e Chi convenire, se sul Cristo della fede o sul Logos che rivela la verità perché è la Verità.

(fonte: vitanuovatrieste.it)











martedì 8 agosto 2017

Quando nella Chiesa l'eresia dilaga ogni cattolico ha il dovere della resistenza





Di fronte alla confusione e al disorientamento provocati nei cattolici dal moltiplicarsi di interventi di pastori che svuotano di senso la fede che la Chiesa ha professato per venti secoli, cresce la domanda sul compito di quanti vogliono mantenersi fedeli alla Tradizione. Per questo ospitiamo volentieri la lettera inviataci da monsignor Antonio Livi, che indica una strada e un compito per i cattolici.


Caro direttore,

negli ultimi tempi tu hai avuto spesso occasione di polemizzare garbatamente con Avvenire,rilevando come sia diventato l’organo di quella che io definisco «l’eresia al potere». Io non posso che condividere la tua coraggiosa e disinteressata battaglia giornalistica, anche perché, come ben sai e a suo tempo hai riferito sul tuo giornale (clicca qui), già nel 2012 Avvenire, a firma del suo direttore Marco Tarquinio, mi "scomunicò" letteralmente per aver io osato criticare i discorsi eterodossi di Enzo Bianchi, regolarmente ospitati dal quotidiano ufficialmente cattolico tanto quanto dal quotidiano di orientamento massonico La Stampa.

A quel tempo Avvenire si presentava come «quotidiano di ispirazione cattolica, per amare chi non crede», il che poteva anche essere vero, ma bisognava aggiungere «per odiare chi invece crede».

In realtà, per compiacere l’eresia rahneriana che già nel 2012 era al potere nell’episcopato mondiale e tra i cardinali di Curia (e ancora papa Francesco non era succeduto a papa Benedetto e monsignor Galantino non era ancora il segretario generale della Cei), il quotidiano ufficialmente cattolico sosteneva soltanto gli autori che sapessero argomentare più o meno brillantemente contro il dogma e la morale della Chiesa Cattolica e a favore della Riforma luterana, ignorando o condannando tutti coloro che tentassero di argomentare contro l’eresia e a favore dell’ortodossia, e non in nome della Chiesa pre-conciliare ma in nome della Tradizione aggiornata al Vaticano II, quale è esposta nel Catechismo della Chiesa Cattolica.

Ma il caso di Avvenire, per quanto scandaloso, non è che la conseguenza di quella che il cardinale Ratzinger, al momento di diventare papa Benedetto, deprecò come «dittatura del relativismo». Si tratta di una dittatura ideologica che si serve della «svolta antropologica» di Karl Rahner per svuotare di senso la fede che la Chiesa ha professato per venti secoli e ha formalizzato nei dogmi (vedi il mio trattato su Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca filosofia religiosa, terza edizione con aggiornamenti, Leonardo da Vinci, Roma 2017).

Viene svuotata di senso innanzitutto la nozione di Rivelazione dei misteri soprannaturali; poi viene sostanzialmente negato il dogma iniziale, quello della divinità di Cristo, rivelatore del volto del Padre e dell’azione dello Spirito Santo; di conseguenza, si rinnega l’intenzione salvifica di Cristo, il quale ha istituito la sua Chiesa perché «annunci il Vangelo a ogni creatura e faccia suoi discepoli tutti gli uomini».

La falsa teologia ha finito per presentare la Chiesa cattolica come una delle tante comunità religiose i cui meriti, agli occhi degli uomini del nostro tempo, sarebbero solo quelli “politici”, ossia la promozione dei diritti dell’uomo e della pace tra i popoli. Questa ideologia sta facendo scomparire dalla coscienza dei cattolici la verità (tradizionale, ma anche recentemente ribadita dal documento vaticano Dominus Iesus) circa l’unicità della Chiesa nel portare al mondo la salvezza che solo Cristo può donare.

Oramai, ben pochi cattolici sanno che cosa dicono quando nella liturgia domenicale viene proclamata dicendo: «Credo […] la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». La fede nella missione divina della Chiesa fondata da Cristo viene meno quando si riesce a convincere i cristiani che nulla di quanto finora era ritenuto dogma e legge morale ha più valore, e che la Chiesa Cattolica deve “riformarsi” radicalmente, fino a scomparire per fondersi in una comunità etica universale, come vagheggia Hans Küng, che di Rahner è il più noto allievo. La “soluzione finale” alla quale puntano gli strateghi del relativismo dogmatico è il pensiero unico dell’umanesimo ateo (vedi il materiale documentario raccolto da Danilo Quinto in Disorientamento pastorale, con una mia Introduzione teologica, Leonardo da Vinci, Roma 2016).

Ma allora, che fare? Quello che si deve fare mi sembra evidente: alla prepotenza di chi, avendo un potere ecclesiastico di indottrinamento, ne abusa per snaturare i fini apostolici per i quali Cristo ha istituito la Chiesa, deve contrapporsi una sorta di resistenza attiva da parte di chi il potere non lo ha ma ha la coscienza del proprio dovere davanti a Dio.

Ognuno, secondo la propria condizione nella Chiesa, deve fare la sua parte, spinto dal dovere assoluto di professare personalmente la verità rivelata (virtù della fede) e di farla arrivare integra agli altri, sia nel dialogo diretto con quante più persone possibile, sia con l’uso dei mass media, ri-orientando così un’opinione pubblica cattolica ormai disorientata (virtù della carità). Tutto ciò va fatto, in ogni caso, nel rispetto delle singole persone che esercitano nella Chiesa una legittima autorità di magistero e di governo (questo richiede la virtù dell’obbedienza) e rispettando anche i limiti delle proprie conoscenze della storia della Chiesa delle diverse situazioni pastorali in tutto il mondo (questo richiede la virtù dell’umiltà) e soprattutto valutando il giusto rapporto tra i fini che ci si propone di raggiungere e i mezzi che tal fine si adoperano (questo richiede la virtù della prudenza).

Quando dico che ognuno, tenendo conto della propria condizione nella Chiesa, deve fare la sua parte, penso innanzitutto a quanto dovevano fare e in alcuni casi hanno fatto i vescovi cattolici, a cominciare da quelli appartenenti al collegio cardinalizio. Sono stati di grande esempio il cardinale Carlo Caffarra e gli altri tre cardinali (uno dei quali è poi morto) che presero l’iniziativa di esporre al Papa i cinque “dubia” riguardo alla dottrina contenuta nell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco (clicca qui). L’iniziativa sembra essere stata del tutto inutile, ma a prescindere dal suo esito pratico (che forse si rivelerà effettivo nel lungo periodo), essa ha fornito ai cattolici la conferma che taluni orientamenti dottrinali di quel documento pontificio sono passibili di interpretazione eterodossa e quindi vanno prima o poi rettificati dalla medesima autorità magisteriale che li ha prodotti.

Molti altri vescovi hanno preso iniziative analoghe, anche se meno pubbliche o meno notorie. Penso ad esempio agli interventi pubblici di monsignor Athanasius Schneider, vescovo di Astana in Kazakistan, come anche alle numerose lettere di allarme di fronte alla deriva relativistica della pastorale che monsignor Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia, indirizzò alla Santa Sede dal 1993 al 2009. Si tratta di considerazioni teologiche che furono pubblicamente apprezzate dai Papi cui erano indirizzate (san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), anche se a quegli apprezzamenti e condivisioni di criterio circa i pericoli per la fede derivanti dalla «dittatura del relativismo» non seguì alcun atto di governo che rimediasse a quella evidente deriva dottrinale.

Anche in questo caso, considero esemplare – a prescindere dall’efficacia pratica del momento – il comportamento coraggioso e sincero di quel vescovo, tanto che ho deciso di raccogliere e pubblicare quelle lettere in un volume di prossima uscita nelle librerie (Mario Oliveri, Un vescovo scrive alla Santa Sede sui pericoli del relativismo dogmatico, Leonardo da Vinci, Roma 2017).

Riguardo a tutte queste iniziative da parte dei vescovi – che io considero ispirate a sincero amore per la Chiesa e quindi a responsabilità pastorale, unitamente alla dovuta prudenza e al rispetto dell’autorità – ci sono state anche delle severe critiche da parte di chi, come il professor Roberto de Mattei, le ritiene troppo timide. L’autorevole storico, in un articolo pubblicato in Radici cristiane, sostiene che i quattro cardinali hanno parlato solo di “ambiguità” nei documenti del Magistero attuale, mentre avrebbero dovuto denunciare la presenza in essi di vere e proprie eresie. Io non condivido questa opinione, perché non mi sembra teologicamente corretto parlare, in riferimento ai discorsi e agli scritti di papa Francesco, di “eresie” in senso formale (in un capitolo del libro che ho prima citato, Teologia e Magistero, oggi, ho illustrato i motivi per cui è impossibile basarsi sull’ipotesi di un Papa eretico), così come non è prudente spingere i vescovi, e in particolare i cardinali, ad assumere iniziative che rappresenterebbero uno scisma ancora più drammatico di quello provocato dalle critiche di monsignor Lefevbre agli insegnamenti del Vaticano II e alla riforma liturgica che ne conseguì.

Quanto all’uso dei mass media, in Italia è davvero esemplare il lavoro che tu, caro direttore, stai svolgendo da tanti anni con La Nuova Bussola Quotidiana e con Il Timone, due testate (una quotidiana e l’altra mensile) che contribuiscono efficacemente a ri-orientare l’opinione pubblica cattolica con la tempestività degli interventi e con la competenza dei suoi numerosi e valenti collaboratori, tra i quali non posso non nominare l’ex arcivescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, e recentemente anche un laico come Stefano Fontana, particolarmente competente in materia di Dottrina sociale della Chiesa.

Quanto all’elaborazione di studi di critica teologica, per molti anni ha lavorato in tal senso monsignor Brunero Gherardini, già decano della facoltà di Teologia della Pontifica Università Lateranense, autorevole studioso della teologia luterana, il quale ha contribuito a precisare il significato dogmatico della nozione cattolica di Tradizione (alla quale sono estranee le ideologie dei cosiddetti “tradizionalisti” cattolici) con degli studi di grande valore storico-dogmatico, in uno dei quali ha anche pubblicato una “lettera aperta” al papa Benedetto XVI illustrandogli la necessità di intervenite autorevolmente, con un documento pontificio, per spiegare i criteri teologici per i quali egli ha sostenuto che gli insegnamenti del Concilio Vaticano II non sono mai in discontinuità con la Tradizione (è la teoria dell’«ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa»).

Monsignor Gherardini ha poi diretto fino al 2014 la rivista vaticana di critica teologica Divinitas, capace di una critica equilibrata e sempre scientificamente rigorosa delle tendenze ereticali che si andavano diffondendo all’interno delle istituzioni accademiche della Chiesa. Io stesso ho dato vita all’Unione apostolica “Fides et ratio” per la difesa scientifica della verità cattolica. Essa si esprime, in rapporto agli eventi dell’attualità, attraverso il sito www.fidesetratio.it ma ha anche patrocinato una collana di studi teologici intitolata “Divinitas Verbi”, il cui primo volume, Teologia e Magistero, oggi (a cura di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2017) accoglie studi di Serafino Lanzetta, Ignacio Andereggen ed Enrico Maria Radaelli.

Ma torno a quanto avevo posto in cima all’elenco dei doveri di resistenza di ogni cattolico: il dovere assoluto di professare personalmente la verità rivelata e di farla arrivare integra agli altri, nel dialogo di amicizia con quante più persone possibile.

Antonio Livi (08/08/2017)









fonte: La nuova Bussola Quotidiana 



lunedì 7 agosto 2017

La dittatura della percezione





di Riccardo Cascioli (07/08/2017)

Caldo, fa caldo. Diciamo pure che fa più caldo del solito di questi tempi, soprattutto se pensiamo alle ultime estati che sono state piuttosto fresche; e i primi temporali riguardano soltanto alcune regioni del Nord.

Ma quanto fa veramente caldo? Ecco, qui si entra in una palude perché ormai nessun organo di informazione offre le temperature reali, misurate secondo criteri scientifici ben consolidati, omogenei e comparabili. Le temperature che vengono riportate nei tg e nei giornali sono ormai solo quelle “percepite”, decisamente più alte delle temperature effettive e sparate su un pubblico sempre più spaventato. 40, 45, perfino 50 e oltre gradi percepiti nelle città italiane.

Ma percepiti da chi? E chi lo decide? In realtà quella della temperatura percepita è una stima che – a seconda del metodo usato – tiene conto oltre che della temperatura reale anche dell’umidità e del vento. Esistono diverse scale che la misurano, ma lo scopo non è quello di sostituire la temperatura con una misura più precisa ed efficace, ma soltanto di stimare l’eventuale disagio delle persone in diverse situazioni meteorologiche. Peraltro si tratta di una stima molto approssimativa perché la “percezione” non dipende soltanto da fattori esterni oggettivi (temperatura, umidità, ecc.) ma anche dalle singole sensibilità personali.

Va da sé che sparare queste temperature “percepite”, senza citarne il significato né tanto meno la fonte e il metodo usato, è semplicemente scorretto: aiuta sicuramente a vendere i servizi giornalistici, ma soprattutto in questa atmosfera da incubo che sono diventati i cambiamenti climatici, serve a rafforzare la psicosi che ormai c’è nei confronti del clima. Sparare temperature sui 50 gradi conferma l’idea di un riscaldamento globale fuori controllo.

Se certamente è frutto di interessi particolari che riguardano il clima, la vicenda delle temperature estive si colloca però in una più ampia deriva soggettivistica della nostra società, laddove in molti campi la percezione soggettiva prende il sopravvento sulla realtà oggettiva. A tutti i livelli quello che “sento” è diventato più importante di quello che “è”.

Lo abbiamo visto in queste settimane con il caso di Charlie Gard e, più in generale, con il dibattito sull’eutanasia. Ciò che viene “percepito” come vita (o qualità della vita accettabile) ha la precedenza su ciò che “è” vita. E la legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (Dat) proprio su questo si basa. Non avendo la minima idea di cosa si provi in certe circostanze drammatiche, sono chiamato a decidere le Dat sulla base di ciò che oggi “percepisco” come condizione per me invivibile.

Ancora più esplicito questo passaggio è nella proposta di legge per punire l’omofobia:non essendoci alcuna definizione giuridica – né tanto meno medica – dell’omofobia, la fattispecie di reato penale si basa esclusivamente sulla percezione di offesa o violenza subita che ne ha la presunta vittima. Uno stesso atto quindi potrebbe essere indifferente per una persona con tendenze omosessuali ed essere una grave offesa per un’altra. Il trionfo dell’arbitrio, tipico di ogni totalitarismo.

Se vogliamo è ancora più preoccupante il fatto che questo soggettivismo mondano abbia preso stabile dimora anche nella Chiesa cattolica. Ne è un esempio il drammatico e lacerante dibattito sulla comunione ai divorziati risposati seguito al doppio Sinodo sulla famiglia e alla Amoris Laetitia. L’oggettività è un fondamento della morale cattolica: il male è male, il bene è bene. Solo questa chiarezza dà un senso alla misericordia. Avviene invece che ormai l’opinione dominante consideri, ad esempio, l’adulterio sì un peccato ma qualche volta potrebbe anche non esserlo. Dipende dalla “percezione” che ognuno ha del peccato e della propria condizione personale. È una deriva pericolosa perché in questo modo la fede si riduce sempre più a sentimento e incontrare Cristo, che è la realtà, diventa sempre più difficile.









fonte La nuova Bussola Quotidiana 








domenica 6 agosto 2017

I dubbi. Le ultime ore di baby Charlie e le troppe ombre sul caso

In questa foto, pubblicata dal Daily Mail, si vede che Charlie, nelle sue ultime ore, è stato attaccato a un respiratore «portatile». Poteva quindi essere portato a casa




Perché i medici si sono battuti per impedire il trasferimento in un altro ospedale, visto che i genitori sono in grado di prendersi cura del figlio? Perché hanno voluto staccare il ventilatore?



Assuntina Morresi (5 agosto 2017)


Il suo cuore ha resistito dodici minuti anziché i cinque o sei che le infermiere dell’hospice si aspettavano dopo aver disattivato il respiratore. Fino alla fine, Charlie si è dimostrato un «guerriero», come ha detto commossamamma Connie in una lunga intervista al Daily Mail, raccontando le ultime ore di suo figlio. Un’ultima mail al giudice, la mattina presto del 28 luglio, per chiedere qualche ora in più con il figlio. «Speravo in un po’ di compassione», spiega lei. La risposta, via email, è semplice: non è possibile, il Gosh (il Great Ormond Street Hospital for Children) non è d’accordo. Si parte alle sette, davanti l’ambulanza con Charlie e dietro i genitori, in macchina, scortati dalle guardie di sicurezza.

Passano veloci le poche ore concesse ai genitori per salutare il loro bambino, che morirà alle 15.12. C’è tempo per un breve giro con il passeggino nel parco dell’hospice, e le foto mostrano con chiarezza una grave “bugia” dei legali del Gosh, quando in udienza avevano sostenuto che Charlie non poteva tornare a casa perché il ventilatore non passava dalla porta: in una foto si nota che dal passeggino spuntano dei tubi e si vede, in basso, una parte di un macchinario, evidentemente portatile. Fa il paio con la scusa delle «strade sconnesse», un problema per Charlie nel trasportarlo a casa: il suo ultimo viaggio in ambulanza è durato tre quarti d’ora. E che si mescola con le “bugie” sul grande specialista statunitense Michio Hirano, che conosceva bene la persona che aveva “in cura” Charlie, e che mai è stato invitato a visitare il bambino, come invece ha dichiarato il Gosh, che l’ha anche accusato di avere interessi economici in merito, e di avere suscitato «false speranze». È toccato al collega professor Enrico Bertini, del Bambino Gesù di Roma, difenderlo da questa ingenerosa ingiustizia nella conferenza stampa con cui la eccellente struttura pediatrica vaticana si era messa di disposizione della famiglia Gard.

È importante leggere le carte giudiziarie. Al professor Hirano è stato chiesto solo un consulto telefonico con il Gosh, nei primi mesi dell’anno. Al Bambino Gesù hanno spiegato che non c’era bisogno di essere presente in ospedale per tentare la cura: si trattava di sciogliere nel latte determinate sostanze, che al massimo avrebbero dato diarrea. E Hirano lo aveva chiarito subito.
Sarebbero stati tentativi sperimentali, ma basati su «forte razionale scientifico», come dichiarato dal professor Bertini, tanto che l’eredità del piccolo sarà comunque una speranza per il prossimo bambino con la stessa malattia: il tentativo negato a Charlie sarà provato, il prima possibile, in casi analoghi e prima che sia troppo tardi.

Per Charlie è stato tardi, perché il Gosh aveva immediatamente stabilito che il «miglior interesse» del bimbo fosse morire, fin dal novembre 2016, appena chiarita la diagnosi. Allora, il Comitato etico dell’ospedale inglese rifiutò la tracheostomia al neonato perché «anche prima che Charlie iniziasse a soffrire di epilessia il 15 dicembre 2016, il consenso clinico era che la sua qualità di vita fosse così povera da non dover essere sottoposto alla ventilazione a lungo termine». Cioè il Comitato etico, considerando la scarsa qualità di vita di Charlie, aveva negato una forma di ventilazione meno stressante dell’intubazione, sicuro che la sua esistenza sarebbe durata poco. La prognosi dei medici è di sei-nove mesi di vita, ma il Gosh vuole sospendere la ventilazione per farlo morire subito. Il no dei genitori spinge l’ospedale al lungo e duro contenzioso giuridico.

È Connie a proporre, a fine dicembre, la terapia sperimentale su suo figlio: ne ha scoperto l’esistenza su internet. Eppure la persona responsabile di Charlie al Gosh conosceva bene il professor Hirano e il suo lavoro. Poi, la crisi epilettica e il no definitivo al tentativo sperimentale.

Vanno distinti i tre livelli di scontro. Il primo: è legittimo per un’équipe medica negare un trattamento richiesto, tanto più se con questo grado estremo di sperimentalità. Il secondo: perché però impedire il trasferimento in un altro ospedale, visto che i genitori sono in grado di prendersi cura del figlio? Il terzo: perché staccare il ventilatore?

La risposta è del Gosh, si è già visto, è che il «miglior interesse» per Charlie fosse morire, e questo in base alla sua «qualità di vita». Troppo bassa, a giudizio del Gosh. Non valeva la pena neppure tentare, neppure seguirne l’evoluzione: dallo statement finale degli avvocati sappiamo che l’ultima risonanza al cervello di Charlie risaliva a gennaio, e nessuna risonanza, o esami a ultrasuoni, sul suo intero corpo è stata mai effettuata né richiesta dal Gosh. Questi esami sono stati eseguiti dal team internazionale solo a luglio, dopo la mobilitazione planetaria. E c’è di più. Sempre nello statement ufficiale si può leggere che le risonanze (Mri) e gli elettroencefalogrammi (Eeg) di Charlie a gennaio «non mostravano alcuna evidenza di «danni cerebrali strutturali irreversibili», una posizione supportata dai report di due esperti indipendenti» e ancora che «dagli originali grezzi degli Eeg e Mri (mai resi pubblici dal Gosh prima di aprile 2017) esaminati e confermati dai professori Hirano e B. la condizione neurologica di Charlie è ora infatti considerevolmente migliore rispetto alle prove testimoniali, presentate a questa Corte dal Gosh nell’aprile 2017».

Nella sua intervista al Daily Mail, Connie aggiunge che Charlie era il più stabile fra i bambini in terapia intensiva, e che raramente riceveva visite dai medici. Non è stata mai dimostrata la sua sofferenza, e comunque il bimbo era sedato. Il Gosh non smentisce, e ribadisce il criterio che ha portato alla rinuncia di ogni tentativo di cura e di monitoraggio e alla decisione del distacco del ventilatore, atti collegati fra loro: «È stata e resta opinione unanime di tutti coloro che si sono presi cura di Charlie al Gosh che la sospensione della ventilazione e le cure palliative sono tutto ciò che l’ospedale può offrire adeguatamente al suo benessere. Questo perché nella visione del team che lo ha in cura e di tutti coloro che hanno dato la loro seconda opinione al Gosh, lui non ha qualità di vita e non ha alcuna reale prospettiva di qualunque qualità di vita». Un crinale delicatissimo, e scivoloso. Con questi criteri in presenza di una malattia letale inesorabile che dà anche una forte disabilità, sarebbe sempre bene morire il prima possibile. Rinuncia all’accanimento terapeutico o eutanasia? Il confine è sottile, ma io penso che si tratti di eutanasia.

Può aiutare a capire ciò che ha scritto Eduard Verhagen, il medico autore del protocollo olandese di Groeningen, che descrive i criteri per l’eutanasia dei neonati. Protocollo in cui Charlie sarebbe rientrato in pieno se ci fosse stato il consenso dei genitori. In un recente lavoro, Verhagen descrive uno studio in Olanda, dove risulta che nelle terapie intensive neonatali «la causa principale di morte è la non somministrazione e/o la interruzione di sostegni vitali, nel 95% dei casi. Nel 60% dei casi, riguarda bambini instabili, destinati inevitabilmente alla morte, mentre nei restanti 40% avviene in neonati stabili, per ragioni di qualità di vita. È stato identificato un solo caso di eutanasia. Uno studio comparativo internazionale riporta risultati simili, nel 2010». La parola eutanasia è maledetta, evoca ancora troppo orrore per essere usata abitualmente. E quindi se ne limita l’utilizzo in riferimento alla somministrazione di farmaci letali. Negli altri casi, quando si interviene comunque per abbreviare la vita, sospendendo respirazione o nutrizione artificiale, si parla di interruzione dei sostegni vitali come parte del trattamento palliativo.

I fatti dicono che nel caso di Charlie Gard ci si è spinti molto avanti nell’escludere percorsi terapeutici e possibilità di terapie sperimentali, da sviluppare in altre strutture sanitarie, che avrebbero superato la decisione del Gosh e tenuto aperte le speranze di un padre e una madre.

Ai genitori italiani può essere di molto conforto sapere – lo ha spiegato il professor Bertini, nella conferenza stampa sul caso di Charlie Gard – che all’Ospedale Bambino Gesù, eccellenza pediatrica al servizio del sistema sanitario italiano, il ventilatore si stacca «in presenza di diagnosi di morte cerebrale», quando ovviamente non serve più e l’accanimento terapeutico sarebbe conclamato.

Adesso Charlie è tornato a casa. Morto. Una storia triste e cupa. Riposa in pace, piccolo e indimenticabile «guerriero».









https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/le-ultime-ore-di-baby-charlie-e-le-troppe-ombre-sul-caso



A messa con Newman





scritto da Aldo Maria Valli (03/08/2017)

Domenica scorsa, durante la messa in rito ambrosiano nel santuario della mia città d’origine (che emozione riascoltare l’organo e i canti sacri nel tempio mariano voluto da san Carlo Borromeo), davanti all’oggettività e alla verità di tanta bellezza ho ringraziato il Signore di avermi accolto nella fede cattolica e poi, per una di quelle corrispondenze interiori che stupiscono innanzitutto chi ne è protagonista, mi è tornato alla mente il cardinale John Henry Newman, con la sua conversione dalla Chiesa anglicana a quella cattolica in nome della verità della fede.

In particolare, ho ripensato al «Biglietto speech», il «Discorso del biglietto», pronunciato a Roma il 12 maggio 1879, che si chiama così perché Newman lo tenne quando ricevette il messo del Vaticano latore del biglietto con il quale il papa Leone XIII lo informava di avergli assegnato la porpora nel concistoro segreto, appena concluso.

Rivolto a una platea di cattolici inglesi e americani, nel Palazzo della Pigna, Newman non nascose l’emozione. Le prime parole di ringraziamento furono in italiano, poi però preferì proseguire nella sua lingua, e ne venne fuori una riflessione di straordinaria attualità, specie là dove il cardinale affronta l’argomento del liberalismo in campo religioso, ovvero di quella corrente teologica e di pensiero secondo cui non esiste una verità oggettiva religiosa, ma ogni credo è valido e buono come gli altri, nessuna religione può pretendere di essere riconosciuta e vissuta come vera e ciascun individuo può piegare il messaggio religioso alle proprie esigenze.

Che cos’è la Chiesa? Come considerare la tradizione? A che cosa servono i dogmi? E l’autorità?

Interrogandosi su queste domande alla luce dell’insegnamento dei Padri della Chiesa, grazie anche all’aiuto di amici riuniti a Oxford, Newman arrivò a fare il grande passo: da anglicano divenne cattolico, e la sua «professio fidei» è un inno alla verità della fede nella Chiesa: «Credo in tutto il dogma rivelato come è stato insegnato dagli apostoli, come è stato affidato dagli apostoli alla Chiesa e come è stato insegnato dalla Chiesa a me».

Se la Chiesa non ha fondamenta dogmatiche finisce preda dello spirito del tempo. Se la sua impalcatura dottrinale, in nome dell’aggiornamento, del dialogo e dell’apertura al mondo, rinuncia al suo patrimonio radicato nella tradizione, l’intero edificio cade, oppure assume connotati conformi al mondo, dove in cima a tutto c’è l’uomo, non Dio; dove l’uomo diventa dio.

Nell’Inghilterra vittoriana, nella quale positivismo e scientismo condizionavano pesantemente il pensiero e l’uomo incominciava a ritenere non solo plausibile, ma doveroso, rifiutare Dio, Newman vide nella Chiesa cattolica l’unica barca con la quale solcare le onde della modernità senza andare incontro al naufragio. Una barca solida perché dogmatica. E nel momento di esprimere gratitudine al papa per la nomina a cardinale manifestò con grande chiarezza le sue conclusioni, che ci riguardano da vicino specie là dove affrontano la questione della verità nella religione e della tolleranza.

«Il liberalismo in campo religioso – disse il neocardinale – è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro, e questa è una convinzione che ogni giorno acquista più credito e forza. È contro qualunque riconoscimento di una religione come vera. Insegna che tutte devono essere tollerate, perché per tutte si tratta di una questione di opinioni. La religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale; non un fatto oggettivo o miracoloso; ed è un diritto di ciascun individuo farle dire tutto ciò che più colpisce la sua fantasia. La devozione non si fonda necessariamente sulla fede. Si possono frequentare le Chiese protestanti e le Chiese cattoliche, sedere alla mensa di entrambe e non appartenere a nessuna. Si può fraternizzare e avere pensieri e sentimenti spirituali in comune, senza nemmeno porsi il problema di una comune dottrina o sentirne l’esigenza».

È passato quasi un secolo e mezzo, ma sembra proprio che Newman descriva la nostra realtà attuale.

A commento di queste parole, Samuel Gregg, ricercatore dell’Acton Institute, ha scritto che oggi il buon cardinale Newman, esprimendo in pubblico tali convinzioni, si vedrebbe negare una cattedra nella maggior parte delle facoltà teologiche cattoliche: anzi, sarebbe addirittura persona non gradita.

Il 19 settembre 2010 Benedetto XVI beatificò John Henry Newman, e nella veglia di preghiera della sera precedente, ad Hyde Park, ricordò il cardinale sottolineando che la sua fu essenzialmente un’esperienza di conversione fondata sulla verità della Parola di Dio e sull’oggettiva realtà della rivelazione cristiana trasmessa dalla Chiesa: «Alla fine della vita, Newman avrebbe descritto il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione come un fatto puramente privato e soggettivo, una questione di opinione personale. Qui vi è la prima lezione che possiamo apprendere dalla sua vita: ai nostri giorni, quando un relativismo intellettuale e morale minaccia di fiaccare i fondamenti stessi della nostra società, Newman ci rammenta che, quali uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo stati creati per conoscere la verità, per trovare in essa la nostra definitiva libertà e l’adempimento delle più profonde aspirazioni umane. In una parola, siamo stati pensati per conoscere Cristo, che è Lui stesso “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6)».

Poi Benedetto XVI disse: «L’esistenza di Newman, inoltre, ci insegna che la passione per la verità, per l’onestà intellettuale e per la conversione genuina comportano un grande prezzo da pagare. La verità che ci rende liberi non può essere trattenuta per noi stessi; esige la testimonianza, ha bisogno di essere udita, ed in fondo la sua potenza di convincere viene da essa stessa e non dall’umana eloquenza o dai ragionamenti nei quali può essere adagiata».

«Infine, Newman ci insegna che se abbiamo accolto la verità di Cristo e abbiamo impegnato la nostra vita per lui, non vi può essere separazione tra ciò che crediamo ed il modo in cui viviamo la nostra esistenza. Ogni nostro pensiero, parola e azione devono essere rivolti alla gloria di Dio e alla diffusione del suo Regno. Newman comprese questo e fu il grande campione dell’ufficio profetico del laicato cristiano».

Disponibilità a pagare un prezzo. Ufficio profetico del laicato cristiano. Mi riprometto di riflettere ancora meglio su queste espressioni di Benedetto XVI.

Ma ora torniamo al «Discorso del biglietto», nel quale Newman fa un’altra riflessione sul modo «moderno» di intendere la fede: «Poiché dunque la religione è una caratteristica così personale e una proprietà così privata, si deve assolutamente ignorarla nei rapporti tra le persone. Se anche uno cambiasse religione ogni mattina, a te che cosa dovrebbe importare? Indagare sulla religione di un altro non è meno indiscreto che indagare sulle sue risorse economiche o sulla sua vita familiare».

Di qui l’idea, per esempio, che la fede religiosa possa essere accettata finché si manifesta in discorsi di vago contenuto umanitario e assistenziale, ma vada prontamente fermata e bollata di «fondamentalismo» non appena introduce la questione della verità.

«Religione del giorno» o «religione del mondo»: Newman chiamava così la versione annacquata e ridotta della fede, modificata in modo tale da ottenere diritto di cittadinanza senza troppi problemi. È una fede all’apparenza ancora cristiana, ma non ha origine divina, bensì umana. Pensata per piacere e compiacere, esclude il timor di Dio e il senso del peccato. Contiene un po’ di verità, ma non tutta la verità. Ma noi, dice Newman nel sermone intitolato proprio «La religione del giorno» (1832), «sappiamo benissimo dalle più comuni esperienze della vita che una mezza verità è spesso la più grossolana e dannosa delle menzogne». La religione del giorno, à la carte, sceglie del Vangelo «il suo lato più sereno: l’annuncio della consolazione, i precetti di reciproco amore», e lascia sullo sfondo, dimenticati, «gli aspetti più oscuri e più profondi della condizione e delle prospettive dell’uomo». È una religione indipendente dalla Rivelazione. E «Satana l’ha accortamente ornata e perfezionata».

«Invero – commentava Newman nel “Discorso del biglietto” –, non c’è mai stato un piano del Nemico così abilmente architettato e con più grandi possibilità di riuscita. E, di fatto, esso sta ampiamente raggiungendo i suoi scopi, attirando nei propri ranghi moltissimi uomini capaci, seri ed onesti, anziani stimati, dotati di lunga esperienza, e giovani di belle speranze».

Subito dopo, però, il cardinale spiegava di non essere affatto sfiduciato o, peggio, spaventato da quella che definiva la «grande apostasia»: «Certo ne sono dispiaciuto, perché penso possa nuocere a molte anime, ma non temo affatto che abbia la capacità di impedire la vittoria della Parola di Dio, della santa Chiesa, del nostro Re Onnipotente, il Leone della tribù di Giuda, il Fedele e il Verace, e del suo Vicario in terra. Troppe volte ormai il cristianesimo si è trovato in quello che sembrava essere un pericolo mortale; perché ora dobbiamo spaventarci di fronte a questa nuova prova. Questo è assolutamente certo; ciò che invece è incerto, e in queste grandi sfide solitamente lo è, e rappresenta solitamente una grande sorpresa per tutti, è il modo in cui di volta in volta la Provvidenza protegge e salva i suoi eletti. A volte il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare. Normalmente la Chiesa non deve far altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza di Dio».

Durante un viaggio in Italia, in Sicilia, Newman scrisse una preghiera «Lead, Kindly Light», divenuta celebre e anch’essa attualissima: «Guidami luce gentile; tra le tenebre, guidami Tu. Nera è la notte, lontana la casa: guidami Tu. Amavo scegliere la mia strada, ma ora guidami Tu. Sempre mi benedisse la tua potenza; ancora oggi mi guiderà per paludi e brughiere, finché svanisca la notte e l’alba sorrida sul mio cammino».

Aldo Maria Valli